Una grande politica per i giovani

La globalizzazione comporta riduzione del lavoro necessario nei Paesi un tempo – e ancora in parte – leader nella ricerca, nell’innovazione, nello sviluppo. Ma è un processo che se viene abbandonato alle “mani invisibili” produrrà effetti culturali e sociali drammatici. Un processo che non può essere governato con le tradizionali politiche del lavoro e con interventi di tipo assistenziale. Occorre pensare a politiche di ridistribuzione della ricchezza prodotta tali da consentire a ciascuno di essere attivo, di organizzare la propria attività secondo le proprie vocazioni, e di sentirsi per quanto possibile sicuro e realizzato in essa a prescindere dal suo “inquadramento”contrattuale. Pure visioni? E allora accomodiamoci ad amministrare l’esistente, e a cercare di scoprire di volta in volta il vaccino adatto a superare il male di turno.

Si cerchi, almeno, in questa navigazione a vista di non aggravare ulteriormente le condizioni già lacrimevoli in cui stiamo lasciando i nostri giovani. Nascondiamoci pure, per carità di patria, la voragine del debito. Fingiamo che nessuno ci chieda di “rientrare” e che per gli interessi si possa sempre in qualche modo sfangarsela. Sono le nostre strutture amministrative, sono i nostri servizi, sono le nostre scuole, che non è decente vengano lasciate alle nuove generazioni nello stato in cui versano. E qui è soltanto l’azione politica che decide. Semplificazione, stop all’inflazione normativistica, sostegno all’impresa, centralità della spesa per formazione e ricerca, di questo hanno bisogno coloro che dovranno crescere e vivere gli anni più difficili e le contraddizioni più acute della globalizzazione iniziata con la fine della “guerra mondiale” Usa-Urss. Essi hanno bisogno di una pubblica amministrazione competente e con una cultura rivolta al conseguimento dell’obbiettivo, non ossessionata da procedure e “controlli”. Essi hanno necessità assoluta di buone scuole e università, libere di competere tra loro sul piano dell’eccellenza. Hanno bisogno di una politica in grado di comprendere che cosa siano oggi tecnica, scienza, economia, equilibri internazionali, e quali contraddizioni formidabili porti con sé il nostro mondo globale, come esso sia l’esatto opposto di un armonioso “abbracciamoci tutti”. I giovani dovranno esigere questa grande politica, ma non potranno chiederla a nessuno. Se sarà, sarà per virtù loro, dovranno esigerla da se stessi.

LA STAMPA

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