Archive for the ‘Cultura’ Category

Quadro rubato dai nazisti agli Uffizi, Germania pronta a restituire lʼopera

domenica, Marzo 17th, 2019

l “Vaso di fiori” dell’olandese Jan van Huysum, il quadro rubato dai nazisti dalla Galleria degli Uffizi durante la seconda guerra mondiale, potrebbe presto tornare a Firenze. Dopo l’appello delle autorità locali e del direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, Berlino ha assicurato che “anche per il governo federale il dipinto deve senza dubbio tornare a occupare il suo posto originario”. L’opera è attualmente in una collezione privata in Germania.

Firenze, il quadro rubato dai nazisti
“La comunicazione del ministero federale degli Affari esteri della Repubblica Federale di Germania, da’ significativo riscontro al costante impegno che abbiamo posto per il recupero del quadro ‘Vaso di Fiori’, del pittore olandese Jan van Huysum.

“La comunicazione del ministero federale degli Affari esteri della Repubblica Federale di Germania, da’ significativo riscontro al costante impegno che abbiamo posto per il recupero del quadro ‘Vaso di Fiori’, del pittore olandese Jan van Huysum.

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Franco Ferrarotti all’Huffpost: “Il piacere del potere è troppo intenso. Di Maio e Salvini dureranno per 5 anni”

lunedì, Marzo 11th, 2019

Chi vede la crisi di governo, sottovaluta l’eccitazione che dà il comando: “Il piacere del potere è più intenso di un orgasmo. Per questo, Salvini e Di Maio dureranno per tutta la legislatura. Il calcestruzzo del potere che li tiene insieme è molto più forte delle loro opinioni discordanti sulla Tav”. Basta pronunciare la parola “politica” per accendere in Franco Ferrarotti il fuoco di una passione antica: “Mi piaceva così tanto che mi stava mangiando la vita”, dice all’Huffpost. Eppure il nome di Ferrarotti, in Italia, è un sinonimo del termine “sociologia”. Poiché è lui l’uomo che ha innestato, nel corpo tradizionale del sapere italiano, il ramo moderno di questa disciplina, andando allo scontro frontale perfino con Benedetto Croce, che della sociologia fu un grande nemico: “Stroncò la mia traduzione de La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen sul Corriere della Sera. Io risposi con due articoli sulla Rivista di Sociologia. E tutti, nel mondo della cultura italiana, si domandarono chi era quell’incosciente che aveva osato contraddire Croce. Ero io, un ragazzo di poco più di vent’anni”.

Il fondatore del Manifesto, Valentino Parlato, in un articolo di molti anni lo definì “un vulcano”. E sembra un’espressione esagerata finché non si è davanti a quest’uomo di novantadue anni, posseduto da una vitalità tale che, una volta uscito di lì, hai anche tu la voglia di leggere tutto, viaggiare in ogni parte del mondo, incontrare più persone possibile: “Nella mia vita, ho avuto quattro o cinque carriere. Non ne ho cercata nemmeno una. Sono loro che mi hanno trovato”. Essere professore, per lui che è stato il primo ad avere la cattedra di una disciplina che non c’era mai stata prima, in Italia, ha significato camminare sulla strada dell’incertezza: “Non ho mai avuto niente da insegnare. Io andavo in aula per professare le mie idee. Nient’altro che questo: le mie idee. Nessuno può presumere di avere la conoscenza. Semmai, è la conoscenza che ha te”.

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Piero Angela all’Huffpost: “L’impressione che domani andrà peggio sta avvelenando l’Italia”

domenica, Marzo 3rd, 2019

Mi riceve di spalle, chino sulla fedele scrivania. Dalla finestra al suo fianco filtra appena la luce necessaria a una lettura faticosa: “Sto studiando, attenda un attimo”. Otto lauree, oltre trenta libri scritti e quasi mezzo secolo di divulgazione scientifica non gli bastano. Piero Angela vuole sapere ancora qualcosa di più.

La scrivania in realtà è un normalissimo tavolo da cucina, circondato da dischi e statuette di legno posizionate con cura su ogni muro disponibile, in una specie di mosaico composto per ricordare le decine e decine di viaggi in giro per il mondo. “Li ho presi in Indonesia, in Africa, in Asia centrale. Ci tengo molto”, mi dice senza nemmeno voltarsi.

Sottolinea, scrive, legge con attenzione e poi scrive ancora. Poi, finalmente, si volta. Una stretta di mano e poco spazio per i convenevoli: “Mi metto una cravatta e cominciamo”.

Ma lei non si annoia mai ad imparare?

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“La mia vita con il Dalai Lama alla scoperta della mindfulness”

mercoledì, Febbraio 13th, 2019

di RAIMONDO BULTRINI

Alan Wallace si laureò più di 30 anni fa in fisica prima di specializzarsi negli studi di filosofia e religione, seguiti da 14 anni in un monastero buddhista sotto la guida del Dalai lama e altri maestri di meditazione. E’ da questa esperienza a cavallo tra mistica e scienza che l’ex monaco americano si è trasformato in uno dei più attivi divulgatori dei progetti di ricerca sostenuti dal leader tibetano sugli effetti delle antiche pratiche dei sutra e tantra himalayani sulla psiche umana.

Invitato ormai in tutto il mondo a condurre seminari e corsi spirituali sta lavorando da anni alla creazione in Italia di un centro dove saranno invitati yogi e meditatori disposti a un esperimento mai tentato su vasta scala, il loro “monitoraggio” fisiologico e biochimico durante e dopo le pratiche meditative condotte per lunghi periodi, fino a tre anni.

Tutti i benefici della mindfulness

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Una lezione ai nostalgici del comunismo

domenica, Febbraio 10th, 2019

Gian Micalessin

Grazie presidente Mattarella. Da queste pagine nei giorni scorsi avevamo auspicato un suo intervento che ribadisse l’inviolabilità della Giornata del Ricordo, minacciata dall’indifferenza di molte istituzioni, dal disinteresse di una parte della cultura e dai tentativi di riproporre tesi negazioniste o riduzioniste.

Non ci illudiamo di averla influenzata, ma le siamo grati per la sensibilità con cui è intervenuto sull’argomento. Le sue parole pronunciate ieri, con 24 d’ore d’anticipo sul Giorno del Ricordo, sono esemplari perché chiariscono dei punti che qualcuno vuole nuovamente rendere controversi o discutibili con l’obiettivo di mettere in dubbio non solo la verità storica delle Foibe, ma anche la tragedia dell’esodo di istriani e dalmati. Lei l’ha impedito e l’ha fatto con fermezza e sostanza. Parlando di «grande tragedia italiana» ricorda a tutti che i morti delle foibe e i 300mila italiani costretti a fuggire dalle proprie case in Istria e Dalmazia non erano rappresentanti di un gruppo o di una fazione politica, ma dei connazionali colpevoli soltanto di esser nati italiani e di volerlo restare. Descrivendo il loro passaggio «dall’oppressione nazista a quella comunista» sottolinea come tra i due «grandi totalitarismi del Novecento» non vi sia differenza.

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Foibe, il ricordo che divide

domenica, Febbraio 10th, 2019

Mario Baudino

Non appena la Quarta armata jugoslava entrò in Trieste, gli agenti della polizia politica di Tito si dettero da fare: la loro prima preoccupazione fu di arrestare e eliminare i membri del Comitato di Liberazione Nazionale, i leader italiani della Resistenza. Sul confine orientale l’unico antifascismo doveva essere quello dell’esercito vincitore, dei croati, degli sloveni e dei serbi. L’equazione italiano-fascista era funzionale alla geopolitica, e attecchì bene: la marea dei profughi giuliano-dalmati, che per anni si riversarono al di qua del confine abbandonando terre e proprietà, venne spesso accolta in modo oltraggioso dagli esponenti della nostra sinistra (non a Torino, però, dove il sindaco comunista Celeste Negarville organizzò accoglienza e aiuti). Alla Spezia, durante la campagna per le elezioni politiche del ’48, un dirigente della Camera del Lavoro si abbandonò durante un comizio a un gioco di parole piuttosto agghiacciante: «In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani».

La tragedia delle foibe si ripeté due volte: i partigiani jugoslavi erano infatti dilagati in Venezia Giulia nel settembre del ’43 (con l’eccezione di Pola, Fiume, Trieste), per essere poi ricacciati dai tedeschi nell’ottobre nello stesso anno. Ma subito erano cominciate le esecuzioni sommarie (rese pubbliche dalla propaganda bellica della Rsi, e destinate a ripetersi in misura assai maggiore nel ’45) in base all’identificazione dei italiani come nemici, con le vittime annegate in mare o gettate nelle profonde cavità carsiche. E quella tragedia a lungo rimossa in un’Italia che non voleva ammettere né la sua sconfitta né le violenze commesse nei Balcani, ignorata a sinistra fino al 2002 quando un libro molto fortunato di Gianni Oliva affrontò il tabù, ancora divide, nonostante l’istituzione – anch’essa nata da una tormentatissima discussione – del «Giorno del Ricordo». Aveva appunto lo scopo di conciliare le memorie: in parte raggiunto, in parte no.

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Apre per la prima volta al pubblico il maestoso giardino segreto della Città Proibita di Pechino

giovedì, Febbraio 7th, 2019

noemi penna

Gli angoli più segreti della Città Proibita di Pechino presto saranno aperti al pubblico. Entro il 2020, seicentesimo anniversario del palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing, apriranno per la prima volta al pubblico quattro aree completamente restaurate del maestoso giardino privato di Qianlong che da oltre vent’anni è al centro di un importante lavoro di recupero.

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“A Latere”, il fenomeno del negazionismo dell’Olocausto in Italia e in Europa

domenica, Gennaio 27th, 2019

La questione del negazionismo dell’Olocausto ha assunto in questi anni un rilievo sempre più urgente, in Italia e in Europa. Nel documentario “A Latere” Matteo Manfredini affronta i meccanismi e le tecniche di questo grave fenomeno attraverso le testimonianze di chi ha vissuto l’Olocausto: Liliana Segre, sopravvissuta Auschwitz-Birkenau, senatrice a vita; Valentina Pisanty docente di semiotica Università di Bergamo; Claudio Vercelli storico, autore del volume “Il Negazionismo: storia di una menzogna”; Stefano Gatti, ricercatore Osservatorio Antisemitismo, CDEC. Con la speranza che la divulgazione aumenti la consapevolezza di tutti. Il video che vi farà capire quante sono le vittime dell’Olocausto  

LA STAMPA

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Hitler perseguitava la musica ma “osannava” i suoi maestri

domenica, Gennaio 27th, 2019

Luca Pavanel

La musica osannata, la musica perseguitata. Due facce di una medaglia terribile, il nazismo e le sue follie.

Da una parte l’«amore» verso l’arte dei suoni – questa comunque usata a fini propagandistici – dall’altra, il disprezzo verso le produzioni considerate «degenerate» e verso i compositori ebrei, ma non solo. A Milano per il «Giorno della Memoria» LaVerdi con due concerti all’Auditorium di largo Mahler – stasera alle ore 20 e domenica alle 16 – propone questi «volti» contrapposti, l’amore e l’odio appunto, anche verso l’arte. I maestri e i pezzi usati dal regime e gli aneliti di libertà. Ecco dunque un programma con musiche di Wagner e Beethoven da una parte (rispettivamente l’Ouverture da «Tannhäuser» e «Concerto per piano e orchestra n.4 in Sol op.58»), e ancora dei perseguitati Eisler e Schuldoff («Niemandsland» e «Sinfonia n.2») dall’altra.

Ma partiamo dai personaggi venerati, esaltati e glorificati a fini del condizionamento ideologico. In testa il compositore di Lipsia, che in qualche modo, con alcune posizioni – anche se la questione è ancora dibattuta – si prestò a certe interpretazioni. Già, proprio così: in pubblico Wagner, molto amato da Hitler, diede il suo appoggio a posizioni anti-ebraiche, tuttavia stando alle ricostruzioni non voleva l’eliminazione degli ebrei o la segregazione permanente e non aderiva in maniera completa al razzismo. Il suo saggio Das Judentum in der Musik («Il giudaismo della musica») apparso sulla rivista Neue Zeitschrift für Musik nel 1850 comunque rappresentò una base teorica da cui partire. Altra pagina, altra musica.

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Giornata della Memoria, Ornella Coen a Tgcom24: “Bisogna investire sull’educazione dei giovani”

domenica, Gennaio 27th, 2019

“Il nome è quello che rimane, nella storia come nella memoria. Poterlo leggere, poterlo vedere inciso, serve innanzitutto a lasciare un segno e a preservarne l’esistenza. É l’unica cosa che si possa mantenere viva, dopo la morte”. Raggiungiamo Ornella Coen alla stazione, mentre sta per prendere il treno che da Ancona la riporta a Milano. Ha da poche ore partecipato alla posa di due pietre d’inciampo dedicate ai suoi zii, Romilde e Umberto, due dei quindici fratelli del padre Dante, uccisi anche loro in un campo di sterminio nazista, ad Auschwitz.

Tutt’altro che mute. Parlano, le pietre d’inciampo. Queste appena posate ad Ancona, in via Astagno 18, come tutte le altre nelle nostre città. Il loro ideatore, l’artista tedesco Gunter Demnig, è continuamente dedito a realizzarle e posarle davanti a quelle che erano le case degli ebrei che sono stati rastrellati, deportati, annientati e poi strappati alla vita nei campi di concentramento nazisti. Un nome inciso su ogni sampietrino: per vincere l’oblio, fare memoria, arginare il mare dell’indifferenza e il male dell’ignoranza. Attualmente ne sono state posizionate oltre 70mila, in tutta Europa.

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