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Operazione antidroga tra Italia e Colombia, sequestrate 11 tonnellate di cocaina

Controllo dei capannoni degenera in rissa, militari “sequestrati” dalla comunità cinese

Pensioni, la quattordicesima non sarà per tutti: chi la perde

Pantano e nuove alleanze

Operazione antidroga tra Italia e Colombia, sequestrate 11 tonnellate di cocaina

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grazia longo
roma

Un pericoloso cartello di narcotrafficanti – tra Italia, Colombia, Costa Rica e Stati Uniti – con un ruolo decisivo della ’ndrangheta, è stato smantellato grazie a una maxi operazione anti droga frutto della cooperazione tra Guardia di finanza, Polizia nazionale colombiana e Dea. È sufficiente dare un’occhiata ai numeri per rendersi conto delle dimensioni e dell’importanza delle indagini. In tutto gli arresti sono 144, di cui 33 solo tra Italia e Colombia, 11 le tonnellate di cocaina sequestrate e 3 miliardi di euro il valore sul mercato della “neve bianca” una volta lavorata.

 

”Due Mari” il nome dell’inchiesta il cui filone italiano, coordinato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ha permesso di identificare 15 narcotrafficanti accusati di aver importato in italia oltre 240 kg di cocaina purissima. In contemporanea la Guardia di Finanza ha monitorato le operazioni monetarie. L’organizzazione si avvaleva di una struttura parallela, una batteria di corrieri che prelevava il denaro dagli acquirenti calabresi e lo faceva arrivare ai fornitori colombiani. «I corrieri ingerivano il denaro – sottolinea il procuratore di Reggio Calabria Cafiero De Raho – anche fino a 80 mila euro, in mazzette con banconote da 500 euro. Sgominare questi narcotrafficanti non è stato semplice, un ruolo determinate è stato quello della collaborazione internazionale». Al vertice dell’organizzazione c’erano i fratelli Franco e Giuseppe Cosimo Monteleone, figure di spicco delle ’ndrine della Locride.

 

Maxi blitz per sgominare una banda internazionale del traffico di droga

 

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Controllo dei capannoni degenera in rissa, militari “sequestrati” dalla comunità cinese

Posted in: Immigrazione, Toscana | Comments (0)

Osmannoro

Un controllo di routine si è trasformato in una mezza sommossa, con tanto di militari sequestrati. Mercoledì pomeriggio a Osmannoro, area industriale nel Comune di Sesto Fiorentino da tempo ad alta densità di laboratori e piccole aziende cinesi, un controllo per verificare la sicurezza nelle ditte cinesi è presto degenerato, scatenando tafferugli con le forze dell’ordine. Quando gli sono state riscontrate delle irregolarità, tra l’altro nemmeno gravi, un imprenditore cinese avrebbe reagito spintonando gli addetti dell’Asl che stavano effettuando la verifica nella ditta con i militari dell’Arma e avrebbe usato il figlio di 10 mesi come scudo umano.

Si è scatenata una rissa, alla quale sono intervenuti via via sempre più orientali che alla fine, si sono barricati nel capannone. Un carabiniere, un poliziotto, quattro mezzi di soccorso e due gazzelle dei carabinieri sono rimasti “prigionieri” per un’ora: bloccati nel piazzale dell’immobile a causa del cancello chiuso.

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Pensioni, la quattordicesima non sarà per tutti: chi la perde

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A luglio, per molti pensionati, arriverà la quattordicesima. Ma non per tutti. Come spiega laleggepertutti.it, “si tratta di un importo aggiuntivo che non spetta a tutti coloro che percepiscono la pensione, ma soltanto a chi possiede determinati requisiti”. Il beneficio è di massimo 504 euro. Ne hanno diritto, a seconda degli anni di contributi posseduti e del reddito, i pensionati che possiedono “almeno 64 anni di età compiuti nell’anno“: in tal caso “il beneficio spetta in misura proporzionale a seconda del mese in cui è stato raggiunto il requisito di età; ad esempio, se si compiono 64 anni nel mese di luglio, spetteranno 6/12 della quattordicesima, ossia la metà del trattamento”. More on page 348226

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Pantano e nuove alleanze

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Banche: il negoziato Ue non decolla Il governo all’assalto delle sofferenze

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Il dialogo con la Commissione Europea va avanti, ma sembra già arrivato ad un punto di stallo. Il governo è determinato a proteggere il risparmio e le banche, che restano esposte al rischio di nuove turbolenze sui mercati, e sta definendo con Bruxelles i possibili margini di azione in caso di necessità. Nello stesso tempo accelera il piano per avviare lo smaltimento delle sofferenze bancarie, principale debolezza del sistema e vero cuore del problema. Ieri in Borsa le banche hanno proseguito il recupero, ma i rischi, segnalati anche da Bankitalia, restano alti. C’è il timore che i mercati possano alimentare una crisi sistemica e dunque la necessità di creare una rete di sicurezza per gli istituti di credito, che di fatto è già in piedi. La direttiva Ue prevede esplicitamente la possibilità di un sostegno finanziario pubblico straordinario alle banche, se necessario per preservare la stabilità finanziaria. Ed il governo si riserva di usare tutti gli strumenti a sua disposizione: le garanzie pubbliche su azioni e obbligazioni di nuove emissioni e sugli strumenti di liquidità forniti dalla Bce, come la possibilità di un intervento diretto nel capitale, che può avvenire a determinate condizioni, di cui si sta discutendo con la Commissione.

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Brexit, Boris Johnson non si candida alla leadership: ora siamo ambiziosi

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di Maria Serena Natale

Boris Johnson, 52 anni

Non mi candido»: Boris Johnson non partecipa alla corsa per la successione al premier britannico David Cameron, che ha annunciato le dimissioni dopo la vittoria della Brexit al referendum del 23 giugno. L’ex sindaco di Londra, che aveva voltato le spalle all’amico Cameron per assumere la leadership della campagna a favore dell’uscita dall’Unione europea, ha colto ancora una volta tutti di sorpresa. «Dopo essermi consultato con i miei colleghi e considerate le circostanze in Parlamento sono arrivato alla conclusione che il nuovo leader non posso essere io».

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Quella frustrazione che ha portato alla Brexit

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Se dovessi pubblicare gli insulti che ho ricevuto in questi giorni, dopo aver espresso la mia delusione per Brexit, potrei occupare il giornale fino alla pagina dei programmi televisivi. Italians, Twitter, Facebook, mail. Ora aspetto le lettere di carta (lo strumento preferito dei matti veri): ma bisogna dargli qualche giorno. Non sono stupito, non sono offeso, non sono spaventato: sono preoccupato. Non per me, ma per chi (ragioni anagrafiche) ha davanti più futuro di me. Se l’Unione Europea (un scelta democratica) suscita tanto odio, cosa ci aspetta? Se gli stragisti dell’Isis provocano meno disgusto dei funzionari di Bruxelles, cosa accadrà al nostro continente?
Brexit, cosa cambia per l’Europa (e il mondo)su immigrazione, finanza, economia, politica, università, ricerca, scuola cibo e sport

È vero: chi vomita odio sui social è spesso un frustrato; ma i frustrati, quando sono tanti, possono provocare grossi guai. Gli umori somigliano a quelli degli anni ’20 del XX secolo: ma allora l’Europa usciva da una guerra, oggi esce dalla pace. La consapevolezza d’abitare una casa imperfetta dovrebbe portare a una migliore manutenzione, non a distruggere tutto. Invece l’istinto di demolizione avanza. In Inghilterra si veste di nostalgia, in Francia si circonda di rabbia, in Austria si accompagna alla paura, in Olanda si chiude nell’egoismo, in Polonia e Ungheria viaggia con il disprezzo: se il contagio arriva in Germania, l’Europa è finita. In Italia intolleranza e umanità camminano insieme (gli sciacalli dei social, quando li conosci, spesso sono cuccioli spaventati). Ma l’ululato impressiona: cosa vuole, questa gente, al posto dell’Europa in pace?

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

L’avvertimento della Bce

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–di

Fino a un anno fa, la nomina del chief executive di una grande banca non era un grande problema: il Consiglio sceglieva, la Banca d’Italia ne verificava i requisiti. E come in ogni Paese normale, la guida era affidata a un manager “nazionale”, con esperienza non necessariamente maturata sul campo ma grande conoscenza del mercato, che in Italia ha come riferimenti soprattutto famiglie e imprese. Il caso di UniCredit potrebbe rappresentare l’avvio di una nuova epoca.

Sia nella nazionalità, sia nei requisiti professionali maturati dal nuovo probabile Ceo. Il punto è che questa discontinuità fa molto discutere. Se è vero, come si dice sul mercato, che la stessa Bce ha chiesto al board di UniCredit di scegliere il nuovo Ceo secondo i parametri più rigidi della nuova Vigilanza Unica europea, il candidato di punta nella rosa dei finalisti non solo potrebbe essere straniero, ma anche mancare di altri requisiti-chiave fissati da Francoforte. Senza entrare troppo nei dettagli, sembra certo che il board di UniCredit abbia ancora sotto esame una rosa ampia di nomi (si veda l’articolo a p. 31), anche se in tarda serata la scelta si sarebbe ristretta a 4 candidati: tre esteri e solo uno italiano, che secondo le indiscrezioni sarebbe Fabrizio Viola, l’ad di Mps. A parte il fatto che la selezione si trascina da fin troppo tempo, il rischio che sta per correre UniCredit scegliendo tra i tre candidati esteri – di cui il favorito sembra Jean Pierre Moustier – è quello di violare i paletti imposti da Francoforte. Bce, infatti, vuole come Ceo un manager che sia già ora amministratore delegato di una banca che non lavori per un banca d’affari, un hedge fund o un fondo di private equity, che non sia un contry manager di una banca estera, che non abbia lavorato in precedenza in un’impresa manifatturiera o in una società di consulenza e che abbia un’età intorno ai 45 anni, in modo da non uscire troppo presto dai limiti di anzianità. Nel caso di UniCredit, inoltre, il nuovo Ceo non deve essere un manager interno, poichè la Bce ha preteso la “discontinuità” manageriale tra vecchia e nuova gestione. More on page 348216

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Se decide lo 0,12% dei cittadini europei

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–di

Brexit passerà alla storia come una scelta sbagliata e molto costosa legittimata dalla volontà popolare di circa 650mila persone, cioè dello 0,12% dei 500 milioni di cittadini della Ue. Questo è infatti il numero di voti che, spostato dai pro-uscita ai pro-Europa, avrebbe fatto prevalere questi ultimi. Celebrare questo evento come il trionfo della democrazia è molto arduo. Ma è anche difficile spiegare perché la Ue arriva qui del tutto impreparata. Adesso si pongono tanti problemi che ridurremo a quattro: 1 giorno=40 anni; tempistica Brexit; motivazioni e azioni;investimenti immateriali.

1 giorno=40 anni.

Il primo ministro Cameron nel suo “resignation speech” del 24 giugno ha messo tanta retorica e autostima così confermando la sua “lungimiranza” di aver promesso prima un referendum per vincere le elezioni nazionali e poi per non averlo regolato legislativamente con delle maggioranze proporzionate all’importanza del tema che mette a rischio anche l’unità della Gran Bretagna. Intaccare con un referendum consultivo la Ue e il Regno Unito sarebbe un vero record!

Secondo l’Ocse la Gran Bretagna avrà da Brexit una perdita di Pil superiore al 3% entro il 2020 e una (più pessimistica) fino a quasi l’8% entro il 2030. L’elenco dei danni è impressionante e va dal crollo degli investimenti esteri in Uk, a quello delle esportazioni, a quello dell’accesso ai finanziamenti europei per la ricerca. Se Cameron avesse piena contezza del danno che ha prodotto con il referendum, dovrebbe uscire di scena immediatamente invece di auto-fissare ad ottobre il suo “exit” facendo adesso discorsi ispirati dalla democrazia referendaria e dalla libertà dei popoli. Appare perciò strano che i commenti di altri capi di stato o di governo europei inizino quasi tutti con grandi dichiarazioni di deferenza verso la “volontà popolare britannica dello 0,12%” ma anche con certo risentimento verso Londra piuttosto che verso l’artefice dell’errore: David Cameron. More on page 348214

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

Roma sotto i rifiuti, ma l’Ama non si tocca

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Degrado, sporcizia, Roma fa schifo, l’amministrazione Marino e il Pd non hanno fatto nulla. Parola di Virginia Raggi, che in campagna elettorale ha picchiato sulla sporcizia in città, pontificando su chiusura del ciclo dei rifiuti, inutilità di una nuova discarica, costo della Tari dovuta al trasferimento dei rifiuti all’estero come conseguenza della chiusura di Malagrotta. La Raggi ha spesso e volentieri messo sul banco degli imputati l’Ama, la municipalizzata che gestisce la raccolta e smaltimento dell’immondizia. More on page 348212

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nonsolofole @ giugno 30, 2016

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