Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Casta diva

mercoledì, Novembre 20th, 2019

Alessandro Sallusti

Quando si dice che la toppa è peggio del buco. L’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta – oggi cittadina comune – non ne vuole sapere di lasciare la casa che le era stata assegnata perché «la mia vita è cambiata e io devo tenere relazioni sociali dignitose».

E aggiunge: «E poi ora pago l’affitto». Già, 540 euro al mese per 180 metri quadrati in un palazzo signorile nel centro di Roma. Arroganza e capricci da diva (non se ne va) più il privilegio da casta (il canone ridicolo): se il nome non fosse già stato scelto da un famoso resort di lusso, da oggi la Trenta andrebbe ribattezzata «Casta Diva», anche se le sembianze non sono proprio quelle di una star del cinema.

Per intenderci, la Trenta abita e vive a sbafo, macchina e autista e segreteria a disposizione ventiquattr’ore al giorno, in quanto ex ministra. E lei a tornare nel nulla da cui era venuta non ci sta. In questo è simile alla maggior parte dei suoi colleghi di partito, e pure al premier Conte, che pur di non mollare la ribalta si presta a tutto: Lega e Pd pari sono purché se magni.

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Il dramma di un Paese che non riesce a muoversi

mercoledì, Novembre 20th, 2019
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di   Sabino Cassese |

L’incapacità di decidere sta mettendo non Venezia soltanto, ma tutta l’Italia sott’acqua. Il primo responsabile del groviglio da cui dipende l’attuale situazione di blocco è il corpo politico. Ormai impegnato in una campagna elettorale permanente, non governa. Sembra anzi impegnato nel peggiorare la situazione. L’impareggiabile Renzi, ad esempio, ha promesso un piano choc di 120 miliardi di lavori pubblici, da realizzare con procedure straordinarie. Non sa che queste, se possono servire in un singolo caso, finiscono in generale per bloccare tutto, perché gli uffici debbono abituarsi ai nuovi percorsi. Il governo ha presentato una legge di bilancio di 119 articoli, lunga 90 pagine e i senatori si sono affrettati a presentare quasi 5 mila emendamenti. Il Parlamento è diventato amministratore, invadendo con leggi cosiddette auto-esecutive un’area propria dell’esecutivo, per sfiducia nei suoi confronti. Il governo, a sua volta, sforna leggi, ma non si preoccupa di eseguirle (sono quasi 300 i decreti che dovrebbero attuare le leggi approvate durante il governo Conte 1, oltre a quelli che restano dei governi precedenti), mentre alcuni ministri, a tre mesi dall’insediamento, non hanno ancora dato le deleghe ai sottosegretari. Una volta, con buona volontà e con qualche velleitarismo, ogni governo si proponeva di metter ordine nel caos programmato delle strutture pubbliche, per evitare frammentazione di compiti, individuare responsabilità, fare qualche analisi «ex post» delle disfunzioni, anche per evitare eccessive interferenze delle procure. Ora il ministro della Pubblica amministrazione, invece, di fare il suo mestiere, è divenuto un mero distributore di posti.

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Il vecchio ordine in Europa è crollato e ne va creato uno nuovo

martedì, Novembre 19th, 2019

di Massimo Cacciari

Guai ai vinti, certo, ma guai anche ai vincitori se non sanno quale ordine instaurare dopo la vittoria o ne progettano uno semplicemente impossibile. Questo è avvenuto con la caduta del Muro, la vera fine della seconda grande Guerra e del tragico Novecento.

Il tempo ha subito un’accelerazione tremenda; poteva la politica stargli dietro? L’inseguimento è stato affannoso, disperato a volte. Ma ora, dopo trent’anni, tutto appare, o dovrebbe apparire, più chiaro. Gli Stati Uniti, in un modo o nell’altro, si ritirano dall’idea dell’impero di uno solo; gli equilibri globali possono nascere soltanto dal compromesso tra i grandi, secolari spazi imperiali, e saranno sempre perciò equilibri conflittuali, arrischiati fino al limite estremo che ogni agire politico ha sempre tenuto dinanzi a sé: la guerra; l’Europa può competere in questo spazio soltanto come federazione di Stati, costituiti al proprio interno in forme radicalmente diverse da quella centralistico-burocratica che li ha caratterizzati nella loro storia.

Le crisi ad ogni livello che hanno segnato l’Europa dopo il fatale ’89 evidenziano l’impossibilità di proseguire sulla vecchia strada, quella dell’illusione che l’unità monetaria e di mercato producesse per benevola partenogenesi l’unità politica, quella dello strapotere di organismi burocratici privi di ogni legittimazione democratica, quella dell’annessione a freddo di nazioni che vivono un tempo diverso rispetto a quello dell’Europa occidentale.

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L’illusione di sovranità dei nuovi nazionalisti

martedì, Novembre 19th, 2019

di   Angelo Panebianco

I movimenti neo-nazionalisti(detti sovranisti) europei non sono tutti uguali. Lasciando da parte il caso di quelli dei Paesi ex comunisti (che hanno speciali caratteristiche), si può però dire che i neo-nazionalisti europeo- occidentali debbano tutti fare i conti con un dilemma: come rispettare le promesse elettorali senza portare i rispettivi Paesi alla rovina? I loro successi dipendono dal fatto che promettono soluzioni per problemi dei quali gli establishment hanno a lungo negato l’esistenza. Rispondono a domande di protezione, promettono di porre fine a diffuse paure. Molti elettori apprezzano chi fornisce loro un capro espiatorio (la globaliz-zazione, l’Europa, la Germania) a cui imputare i disagi economici presenti o che promette di metterli al riparo dagli effetti di migrazioni senza corrispondenti integrazioni. Elettori che sommando insicurezza economica, disagio per gli accelerati cambiamenti del paesaggio culturale dovuti all’immigrazione, e qualche volta anche insicurezza fisica, rispondono entusiasticamente a chi offre loro politiche anti-migranti. Per inciso, è falso che queste paure siano artificialmente create dai suddetti movimenti. Quasi mai i politici creano qualcosa. È però vero che quelle paure vengono amplificate. Del resto, la politica è anche questo: cavalcare paure (di ogni tipo) è parte integrante di ciò che hanno sempre fatto i politici di tutte le tendenze.

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Fuga dei voti: chiedetevi il perché

lunedì, Novembre 18th, 2019
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di   Pierluigi Battista

Va bene, se proprio vogliamo farci del male, riprendiamo ancora una volta l’appassionante discussione sui sistemi elettorali, cerchiamo la formula magica che non troviamo da qualche decennio. Ma se invece di proporzionali variamente corretti, di maggioritari con o senza scorporo, di uninominali e secondi turni alla francese o all’australiana, provassimo a parlare del semplice, elementare, quasi banale problema che sta alla base della coazione a formare governi di coalizione in tutta Europa tra forze diverse e antagoniste? Nell’Europa postbellica i partiti che hanno dato vita all’alternanza democratica, i pilastri di un sistema che è durato bene o male decenni, banalmente prendono la metà dei voti che prendevano prima, mancano di una maggioranza perché la maggioranza degli elettori ha disertato, è andata altrove in modo strutturale e non congiunturale, permanente e non episodico. Per quanto geniale sia il sistema elettorale che dovrebbe garantire una maggioranza, la maggioranza non c’è più nei numeri ed è sempre più ridotta al rango di minoranza tra le minoranze, per cui la maggioranza si può ottenere solo sommando (le grandi coalizioni) le diverse minoranze.

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A Salvini conviene perdere in Emilia

lunedì, Novembre 18th, 2019

Roberto Arditti Direttore editoriale di Formiche.net

Per quanto stravagante, illogico e (persino) innaturale possa apparire, è probabilmente vero che a Salvini conviene perdere le elezioni in Emilia Romagna.

Cerco ora di spiegarmi, introducendo una constatazione (elementare) e tre brevi ragionamenti di prospettiva.

La constatazione è che comunque il leader della Lega (e con lui la coalizione che lo segue) è già pressoché certo di essere il trionfatore della prossima tornata regionale, per il semplice fatto che si voterà in due realtà molto diverse come Emilia Romagna e Calabria con la seconda che vede la sinistra spaccata in due fazioni assai difficilmente compatibili (pro o contro il governatore uscente, con la segreteria del Pd nazionale che da tempo ha già precisato che ci sarà un candidato nuovo) e il M5S orientato a non presentarsi: quindi una sorta di gol a porta vuota per il centro-destra (e comunque la situazione è molto grave da quelle parti, come testimonia il fatto che a 70 giorni dal voto nessun ha ancora capito chi saranno i candidati).

Insomma Salvini parte da 0-2 del 2015 e quindi 1-1 è già un enorme passo avanti, con accessorio ulteriore incremento delle regioni passate da sinistra a destra in meno di due anni.

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Essere Venezia

lunedì, Novembre 18th, 2019

di   Alessandro D’Avenia

Perché Venezia è la città più bella (dire del mondo è fuorviante perché a nulla al mondo è paragonabile)? Lo ha spiegato il nobel Josip Brodskij nel più bel libro mai scritto sulla città: Fondamenta degli incurabili. Venezia è la più bella perché conferisce all’acqua, che dello scorrere del tempo è la traduzione fisica, ciò che il suo inarrestabile fluire di per sé non ha: la bellezza. E come ci riesce? Come uno dei suoi maestri vetrai, soffiando mare e cielo tra palazzi di marmo e case di mattoni, tra tortuose calli e piazze inattese, tra ponti merlettati e moli incrostati d’alghe, fino a modellarli in una brocca di luce e colori, che versa l’infinito nell’anima – bicchiere o pozzo che sia – di chi la percorre. Chi cammina a Venezia non visita Venezia, ma diventa Venezia. La sua bellezza non si può meritare, non si deve esser all’altezza perché è lei a darci l’altezza. La bellezza è un dono, e un dono, per chi sa ricevere, è anche un perdono: un nodo dentro di noi si scioglie perché, per quanto la nostra vita sembri amara, c’è pur sempre questa vita altra, quella della bellezza, e con essa nasce una nuova speranza. Quando sono (a) Venezia amo perdermi nel labirinto d’acqua, proprio per ricordarmi che, tra il tempo e la bellezza, è la seconda a vincere: che una cosa bella sia una gioia per sempre non è un verso poetico di John Keats ma un programma politico per chi dimentica che, mentre il futuro è sempre ignoto, la bellezza è un presente eterno e garantito.

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Voglia di sinistra

domenica, Novembre 17th, 2019

By Alessandro De Angelis

BOLOGNA – Sentite Andrea Orlando, il vicesegretario del Pd, a fine giornata. Orlando è un moderato, un “riformista” vero. Ecco le parole che non ti aspetti: “Per evitare che gli anni Venti di questo secolo diventino come gli anni Venti del secolo scorso, bisogna chiudere con la cultura degli anni Novanta. Perché per tante ragioni siamo ancora negli anni Novanta. Le piante che crescono oggi hanno semi messi allora”. I semi sono la cultura delle privatizzazioni, la svalutazione del lavoro, la riduzione del perimetro del welfare. Insomma, la fiducia illimitata nel mercato, come luogo delle opportunità e strumento di diffusione della democrazia.

Attenzione, perché in quegli anni in cui la sinistra per la prima volta andò al governo del paese – ricordate la Terza via – sono stati finora vissuti non come una sbornia liberista, ma quasi come un mito fondativo, non solo quando il Pd è nato. In fondo, solo qualche giorno fa Nicola Zingaretti ha incontrato Bill Clinton, il padre della Terza via. Il suo è stato un viaggio negli anni Novanta, preferito alla celebrazione dei trent’anni della Bolognina: “Alcune idee – prosegue Orlando – alla base delle scelte di quegli anni sono rimaste. E hanno prodotto disuguaglianze e paure. È il momento di rimettere al centro il bisogno di cambiare la forma del capitalismo. Non si vince solo col mito del buon governo”. A volerla leggere con malizia – si fa peccato, ma certe volte ci si indovina – si potrebbe vedere, nell’intervento del vice, una significativa sterzata rispetto all’impianto più ecumenico del segretario, sul partito e sul governo.

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La parcella di Conte

domenica, Novembre 17th, 2019

Alessandro Sallusti

La discesa in campo della Procura di Milano, che ieri ha aperto un’inchiesta sulla minacciata chiusura dell’Ilva, mette una pietra tombale sulle residue, piccole, probabilità che gli indiani si convincano a continuare la loro avventura nella acciaieria di Taranto.

Far risolvere i problemi politici e sindacali alla magistratura è il cancro dell’Italia e l’era Conte non fa eccezione. Preso atto dell’incapacità sua e del suo governo il premier ha «chiamato» le toghe, più per salvare se stesso che gli operai pugliesi. Non penso che gli indiani tremino dalla paura all’idea di essere indagati dai pm italiani. Semmai accelereranno la loro fuga dall’Italia portandosi via anche i cinque miliardi di euro che stavano per investire nel nostro Paese.

Il giustizialismo con il famigerato scudo negato e l’ultimatum dato all’azienda dai giudici pugliesi sui tempi di bonifica ha innescato il problema dell’Ilva, il ricorso di ieri alla giustizia come panacea di tutti mali segna la sua conclusione, per noi drammatica. Perché non è con gli avvisi di garanzia che si crea lavoro, e neppure lo si difende. Non saranno le manette a evitare che l’Italia, con la perdita della produzione di acciaio, retroceda nella classifica dei Paesi industrializzati. Servivano buon senso, autorevolezza, capacità di trattativa, si è invece scelto lo scontro armato con una delle più grandi industrie del secondo Paese più popolato al mondo, che è un po’ come per un bambino voler fare a pugni con Tyson e sperare di vincere.

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Le elezioni di gennaio. Chiunque vinca in Emilia

domenica, Novembre 17th, 2019

di MICHELE BRAMBILLA

La campagna elettorale per le regionali emiliane è cominciata con una buona notizia, anzi due. La prima riguarda i toni usati da Salvini; la seconda i toni usati dalla piazza anti-Salvini. Si tratta di due novità la cui portata – se confermata da qui al 26 gennaio, come ci auguriamo – sarebbe addirittura rivoluzionaria. Cominciamo con il leader della Lega. Intervistato da noi giovedì scorso, ha detto: “In Emilia-Romagna non possiamo dire che la situazione è un disastro, non sarebbe corretto. E Bonaccini, se ha governato cinque anni, non è certo uno sprovveduto”. Poi ha aggiunto: “Però ci sono tante cose da migliorare”. Sorprendente, no?

Anche quando s’è trattato di passare alle consuete promesse elettorali, abbiamo udito un Salvini ben diverso da quello che annunciava espulsioni in massa, chiavi delle galere buttate via e tasse al 15 per cento per tutti. In Emilia-Romagna, ha detto, “abbiamo l’ambizione di poter fare meglio della sinistra, senza miracoli”. Forse perfino un Forlani e un Martinazzoli avrebbero osato di più. Quanto alla piazza anti-Salvini, quella organizzata da quattro ragazzi senza bandiere e senza partiti, è stata una lezione di civiltà, e penso che possa avere (o quanto meno che dovrebbe avere) la stessa opinione anche chi il 26 gennaio dovesse votare per la candidata della Lega. La vera novità, in piazza Maggiore, non è stata neanche la mancanza di bandiere e partiti e la spontaneità del ritrovo: è stata la mancanza di insulti, di slogan violenti, di odio. Dopo tanti anni di cattiveria – perché siamo diventati tutti cattivi, noi italiani: basta fare un giro sui social ma anche assistere ai talk show politici – finalmente una boccata d’aria. Così speriamo che vada avanti questa campagna. S’è detto che potrebbero essere elezioni di svolta, sia per la regione che per Roma: noi speriamo, chiunque vinca, che la vera svolta sia la fine dell’imbarbarimento.

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