Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Crisi di governo: è solo un rinvio. L’esito finale sarà il voto

mercoledì, Gennaio 20th, 2021

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

Tristi quei governanti che hanno bisogno del pallottoliere per fare politica, triste il Paese che da quegli uomini è retto. Come ha ricordato Pierferdinando Casini nell’unico intervento degno di uno statista ascoltato ieri in Senato, se ci sono due cose che in politica non servono sono l’angusta logica dei numeri e i risentimenti. In particolare quando i numeri sono così esigui, e il risultato di ieri sera è stato per Conte molto esiguo visto che la somma dei No e degli astenuti è stata uguale ai Sì, e il risentimento pare trovare origine nei soliti dissidi che alla sinistra hanno sempre portato malissimo.

Eppure proprio su numeri e risentimenti il premier e la sua minoranza hanno dato prova di contare in questi giorni bruttissimi per la politica italiana, in cui tutti ne escono male, ognuno con la sua parte di colpa. Il Paese si ritrova, se non dovesse cadere prima, con un governicchio in uno dei momenti più drammatici della sua storia. L’esecutivo Conte aveva governato maluccio fino a dicembre, e la drastica virata di rotta sulle sollecitazioni di Italia viva ne è la dimostrazione evidente, figuriamoci cosa potrà combinare senza una maggioranza “vera” al Senato, che si fonda esclusivamente sui senatori a vita e su quattro raccattati nelle retrovie del potere.

L’operazione responsabili è servita al premier per passare la nottata, ma non sarà sufficiente a quel rilancio del governo che Conte ha promesso. Conte ha parlato di “nuovo progetto politico”, che però per diventare realtà non potrà passare unicamente per l’aggiunta di altri voltagabbana a quelli già incamerati. Come peraltro si vocifera stia accadendo. Le mezze frasi di alcuni degli aspiranti volenterosi (“per adesso non voto la fiducia, valuterò in seguito”) rappresentano più di un indizio. Serviranno i contenuti, le idee, i progetti. In sostanza la politica.

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Ragione e sentimento

mercoledì, Gennaio 20th, 2021
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di   Massimo Gramellini

Renata Polverini, deputata di Forza Italia con trascorsi importanti nella destra noir, avrebbe deciso di votare la fiducia al governo Conte per amore di un deputato del Pd. E non uno qualsiasi, ma Luca Lotti, l’ex amico del cuore di quel Renzi che è alle origini di tutto questo trambusto. Il mormorio si è diffuso nei palazzi della politica subito dopo il cambio di casacca della Polverini ed è dilagato sui social, infischiandosene della smentita degli interessati. A memoria non si ricorda un episodio simile a sessi invertiti. Quando Razzi piantò Di Pietro per Berlusconi, nessuno insinuò che lo avesse fatto per amore di una deputata del centrodestra (alla quale, nel caso, avremmo espresso la nostra solidarietà). Aveva voltato gabbana per pagarsi il mutuo, dissero tutti, a cominciare da lui. Così come è facile immaginare che, se fosse stato Lotti a compiere il percorso inverso, lasciando il Pd per passare all’opposizione, adesso si parlerebbe di una ripresa del suo sodalizio con Renzi e non di una love-story.

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Uno scarto vistoso tra ambizioni e realtà

martedì, Gennaio 19th, 2021

di Massimo Franco

Uno scarto vistoso tra ambizioni e realtà

Si nota uno scarto vistoso tra le parole gonfie di enfasi e proiettate nel futuro di Giuseppe Conte, e la realtà dei numeri parlamentari. Il suo appello di ieri a quasi tutti per ottenere i voti parlamentari mancanti per avere ancora una maggioranza in Senato è stato abile. Ma ha anche confermato la difficoltà di convincere i potenziali «responsabili», o «volenterosi», o più banalmente trasformisti, a unirsi alla sua coalizione. Lo stesso tentativo di dividere le forze politiche tra europeisti e no è apparso un po’ forzato. Si è capito che Conte tende a tenere fuori Lega e Fratelli d’Italia, e a conquistare i berlusconiani. Ma ha volutamente rimosso l’ambiguità di un Movimento Cinque Stelle nel quale le pulsioni euroscettiche continuano a esistere, come dimostra il «no» ideologico al prestito del Mes sulla sanità. Il premier punta al bersaglio immediato: sopravvivere al doppio passaggio di ieri e di oggi tra Camera e Senato con una qualche maggioranza; e utilizzarla per andare avanti con innesti che giustifichino la continuità e l’esclusione di Matteo Renzi e del suo partito, iniziatori della crisi.

La volontà di «voltare pagina»

Avere l’appoggio pieno dell’aula di Montecitorio e sfiorare lo stesso risultato a Palazzo Madama viene considerato sufficiente per proseguire senza essere costretto a dimettersi. Altri voti, il calcolo è questo, arriveranno dopo, quando i gruppi parlamentari d’opposizione si sfalderanno di fronte alle offerte di ruoli e posti. Finora, tuttavia, il tentativo non è riuscito. Deputati e senatori, i più rari, disposti a rimpolpare le file di una maggioranza che non è più tale, sono rimasti nell’ombra nonostante pressioni e manovre. Per questo il premier è passato all’appello a tutti gli «europeisti» presenti in Parlamento, senza badare al colore. Si tratta di una manovra spregiudicata, eppure legittima. Sconta la difficoltà di trovare coalizioni alternative a quella appena naufragata per mano renziana; e la volontà di «voltare pagina», come ha detto Conte, archiviando l’appoggio di Iv. Le concessioni fatte sulla riforma del sistema elettorale in senso proporzionale; la cessione della delega sui servizi segreti; la disponibilità a cambiare qualche ministro; la condivisione dei fondi del Piano per la ripresa: sono altrettante mani tese in extremis. Forse basteranno per sopravvivere; probabilmente, non per governare una fase così drammatica.

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Fotografia dell’impotenza

lunedì, Gennaio 18th, 2021

In parecchi si chiedono, abituati alla grammatica istituzionale d’antan, se Conte abbia intenzione di salire al Colle per rassegnare le dimissioni, magari dopo il discorso in Aula di domani, evitando il voto. Per poi ottenere un reincarico e a quel punto riaprire il gioco. Con Renzi, che ha messo agli atti una sua astensione, e dunque tenendolo aperto a sua volta, o magari senza Renzi perché, una volta sancita una discontinuità, a quel punto anche l’operazione responsabili può essere agevolata da una parvenza di dignità politica. Nel senso che un conto è correre in soccorso del governo in nome della cadrega un conto è salvare la faccia facendo finta che è in atto un’operazione politica: un nuovo programma, un nuovo governo, eccetera eccetera.

In parecchi, dentro il Pd, questa cosa la sussurrano sotto i fragori della linea ufficiale e anche dentro in Cinque stelle dove ormai ogni testa è un tribunale, perché, dicono, “è complicato governare con una maggioranza esigua”. La risposta, all’amletico quesito, è un brusco “no”. Conte non ha alcuna intenzione di dimettersi né prima né dopo il voto, sia della Camera sia del Senato. E non ha neanche tutta questa intenzione di salire al Colle a riferire o spiegare come andare avanti se non sarà chiamato a rapporto. L’importante è prendere un voto in più, punto, anche se a palazzo Madama martedì non si dovesse raggiungere, come probabile, la famosa soglia 161, ovvero la maggioranza assoluta. Il ragionamento del presidente parte da un assunto, il “mai più con Renzi”, accompagnato dall’eccitazione della sfida e da un mal celato rancore personale: “Gli ho offerto di tutto – va ripetendo – l’ho anche cercato due volte e non mi ha risposto, l’ho cercato anche una terza col numero oscurato di palazzo Chigi, niente”. E arriva all’arrocco come strategia, il più classico tirare a campare: incasso il voto alla Camera, sulla base di quello e in un clima di pressione ambientale vado al Senato, prendo un voto in più, comunque esso sia, anche quota 154 con i senatori a vita, e quel punto ho salvato la ghirba dimostrando che non c’è un’altra maggioranza possibile.

Il copione è già scritto: molti tireranno in ballo Mattarella, chiedendo al capo dello Stato un giudizio e un intervento di fronte a una maggioranza che maggioranza non è, fragile, risicata, politicamente inadeguata in questo contesto che richiederebbe ben altra forza e coesione. E sarà un po’ come ululare alla luna perché il capo dello Stato, questo capo dello Stato, poco può fare davanti a un presidente in carica che non ha intenzione di rassegnare il proprio mandato. Che questo andazzo gli piaccia è tutt’altro discorso, e infatti non apprezza. Così come nutre perplessità sui consigli ascoltati a palazzo Chigi, assai diversi dai propri auspici. Ma, per come sta interpretando il suo ruolo in modo notarile, Mattarella ha intenzione di entrare in campo solo se c’è una crisi conclamata, non una crisi politica strisciante.

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L’anomalia italiana. Così il premier rottama del tutto l’idea di partito

lunedì, Gennaio 18th, 2021

di RAFFAELE MARMO

La democrazia italiana, nelle sue molteplici stagioni, ha avuto avuto il suo asse portante nei partiti. E anche nella ormai lunga fase della cosiddetta Seconda Repubblica la rappresentanza politica è passata attraverso formule personalistiche discutibili – i partiti personali – che però hanno avuto, comunque sia, la forma del partito o del movimento e, soprattutto, il battesimo del fuoco elettorale. L’idea-tentazione che sta prendendo quota in queste convulse giornate, tra Palazzo Chigi e altri ambienti di riferimento del premier, è, invece, quella di un’aggregazione parlamentare direttamente a sostegno di Giuseppe Conte.

Insomma, ci troviamo di fronte a qualcosa di inedito che va oggettivamente oltre gli stessi partiti personali e che pone più di un interrogativo: il gruppo parlamentare ispirato da Conte quanto avrebbe ancora a che fare con l’idea di una democrazia fondata sui partiti?

La domanda non appaia peregrina, perché i segnali quantomeno di un superamento (per non dire fastidio) dei partiti si sono moltiplicati durante l’esperienza di questo governo. Il massimo che il presidente del Consiglio ha concesso alla politica rappresentativa è stata la riunione dei capi-delegazione (che sono suoi ministri e dunque da lui coordinati): i vertici dei leader delle forze politiche di maggioranza sono stati praticamente azzerati o vissuti con evidente contrarietà.

Ma neanche con Silvio Berlusconi, un signore che ha vinto di suo più di un’elezione, si è arrivati mai a un tale livello di antipatia per lo strumento-chiave della democrazia rappresentativa. A quale altra logica, del resto, risponde l’idea della gestione piramidale del Recovery Plan (con il comitato ministeriale e la task force manageriale) se non a quella di sottrarla alla direzione strategica delle forze politiche di maggioranza?

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Per fortuna c’è la zona dell’amicizia

domenica, Gennaio 17th, 2021

di MICHELE BRAMBILLA

In questo ormai lungo periodo di simpatiche notizie, in questo tempo di cui vorremmo vedere presto la fine, c’è qualcosa che aiuta la nostra resistenza (e ripeto “resistenza”, per non usare l’orribile “resilienza”, termine fino a qualche mese fa sconosciuto a tutti e ora di gran moda, e pronunciato per definire ogni cosa, dai piani economici pluriennali alla capacità di trattenere la pipì: ma lasciamo perdere). Questo qualcosa che ci aiuta a resistere è un’esigenza irrinunciabile per ogni essere umano: l’amicizia. Un amico è irrinunciabile sempre, ma ancor di più nei momenti bui, e questo è un momento buio.

Tanto più che i lockdown, le zone gialle rosse e arancioni, i distanziamenti e i coprifuoco non aiutano a vedersi. C’è il mondo dei social, certo: ma tanto fa. Bisogna vedersi, guardarsi in faccia: bisogna sentire una presenza. E non è facile, di questi tempi. Sono poi chiusi tutti gli abituali luoghi di incontro: i bar, i ristoranti, i cinema, i teatri, gli stadi.

C’è una coppia di amici che mi ospita nelle mie altrimenti solitarie serate. Con tutte le precauzioni del caso, con tutto il rispetto delle regole, chiamano la sera a casa sempre o quasi qualcuno, per non arrendersi alla segregazione imposta per legge, o per pandemia fa lo stesso; invitano di volta in volta un paio di amici per impedire che ciascuno di noi sia chiuso nei propri pensieri, perché poi non è che ci siano solo le crisi di governo e i contagi, a rendere buio un periodo. Ciascuno di noi ha qualche pensiero. E poterlo confidare a un amico non lo cancella: ma ci fa sentire meno soli, ci fa sentire tutti parte di un qualcosa che si tiene, ci dà ogni tanto sollievo e ogni tanto speranza. Per questo ho detto alla coppia di amici che le loro cene quasi clandestine sono una resistenza.

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L’accordo cinese/ Le regole condivise che servono all’Europa

domenica, Gennaio 17th, 2021

ROMANO PRODI

Non solo in Italia, ma nel mondo intero, succedono tante cose quando vi è un vuoto di potere. Non voglio in questa sede ritornare su quanto è successo negli Stati Uniti da quando Biden ha vinto le elezioni, perché su questo si è già detto molto. Mi limito semplicemente ad attirare l’attenzione su quanto è avvenuto al di fuori degli Stati Uniti, durante i due mesi e mezzo nei quali il complicato passaggio dei poteri ha lasciato un vuoto nella politica estera del Paese ancora leader del mondo. Partiamo da Est. La Cina si è affrettata in poche settimane ad occupare lo spazio lasciato libero da Trump quando, improvvisamente, si ritirò dal grande progetto di accordo commerciale fra gli Stati Uniti e i Paesi del Pacifico, un progetto nato per emarginare la Cina. Il ritiro, per molti incomprensibile, era dovuto non solo al fatto che il trattato era stato concepito da Obama, ma alla profonda convinzione di Trump che gli Stati Uniti, data la loro forza, dovessero preferire i rapporti bilaterali con i singoli Stati rispetto agli accordi multilaterali. Con questa strategia, Trump ha minato definitivamente il sistema del commercio mondiale, che pure era largamente imperfetto, senza però proporre alcuna alternativa e lasciando del tutto interdetti i suoi alleati. Fedele al principio che la politica non tollera il vuoto, la Cina si è sostituita all’America nell’organizzare un grande mercato asiatico, che comprende quasi un terzo della popolazione e del commercio internazionale di tutto il pianeta. Il fatto straordinario è che questo nuovo schema di accordo, voluto dalla Cina, include anche Paesi strettamente alleati agli Stati Uniti, come il Giappone, la Corea del Sud e Singapore. Da Est ci spostiamo a Ovest, dove l’Europa non è stata da meno in termini di velocità. Dopo sette anni di trattative ad andatura di lumaca, l’Unione Europea ha firmato, con la velocità di un fulmine, uno schema di accordo con la Cina sugli investimenti, sulle regole del commercio, sul ruolo dello Stato e sulle pratiche distorsive esistenti nei rapporti fra Europa e Cina. La fretta europea è stata favorita non solo dal vuoto americano, ma dalla necessità di concludere il progetto di accordo durante il semestre di presidenza tedesca dell’Unione, dati gli immensi interessi germanici nei rapporti economici con la Cina.

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Crisi di governo, i problemi da risolvere e le pedine da cambiare

sabato, Gennaio 16th, 2021

di Antonio Polito

Alla fine l’unica domanda che conta è questa: il prossimo governo sarà migliore? Per chi non segue le evoluzioni acrobatiche di Clemente Mastella e non ha tempo per stabilire l’esatta latitudine dell’Udc, per chi più prosaicamente ha passato il venerdì aspettando di sapere se fare la spesa per il suo ristorante o se i figli vanno a scuola lunedì, ciò che importa è la qualità delle idee e della squadra che ci guiderà nei prossimi mesi di emergenza. Ma non sembra che questo sia al centro della crisi.

Matteo Renzi ha ancora una volta scambiato la politica per virtuosismo, sottovalutando il bisogno di governo di un Paese prostrato e stanco di avventure. Non possiamo prevedere che cosa succederà martedì nell’aula del Senato, le trattative in corso sono troppo oscure e segrete. Ma se Conte riuscirà ad ottenere un voto in più dell’opposizione (giuridicamente questo gli basterebbe, anche se restasse al di sotto della soglia politica dei 161 voti) sarà perché la naturale propensione al trasformismo di molti parlamentari potrà coprirsi dietro l’emergenza nazionale, e dare così la pariglia al senatore di Rignano, che proprio grazie ai cambi di casacca aveva fatto nascere un anno e mezzo fa il suo partitino. L’unica consolazione per lui sarà di aver provato che così fan tutti, e anche i Cinquestelle, un tempo fautori del «vincolo di mandato», quando serve non fanno gli schizzinosi.

Ma se Renzi è il colpevole della crisi, non vorremmo che ora diventasse l’alibi per scansare ancora una volta i problemi seri che il governo aveva già prima della crisi. Se così avvenisse, un nuovo esecutivo giallorosso avrebbe lo stesso difetto di fabbricazione del precedente: quello di essere un governo «contro», frutto di un accordo «anti», nato per tagliare la strada allora a Matteo Salvini e stavolta a Matteo Renzi. Si spazzerebbe cioè la polvere sotto il tappeto, e l’hashtag #AvantiConConte si tradurrebbe in un #FermiConConte. È stato del resto uno degli amministratori delegati della maggioranza, Nicola Zingaretti, ad ammettere ieri che «in questo anno e mezzo di governo si sono commessi molti errori e ci sono state molte lentezze». E infatti da mesi, su richiesta del Pd, Conte aveva aperto una «verifica» proprio per correggere quegli errori: ma si è persa nella nebbia e nessuno ne ha più saputo nulla.

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Ai democratici non conviene un Conte forte

sabato, Gennaio 16th, 2021

di BRUNO VESPA

“La pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi’. Così il Vangelo di Marco. Al Signore, oggi, il cattolico Giuseppe Conte chiede un miracolo più audace: far diventare i ‘costruttori’ stessi pietre d’angolo di una nuova maggioranza. Ogni stagione ha i suoi mercati: si chiamino ‘responsabili’ o ‘costruttori’, si tratta sempre di parlamentari che non vogliono lo scioglimento delle Camere temendo di non rientrarci. Ieri sera, nella sua casa di Firenze, Matteo Renzi era convinto che Conte non avesse ancora recuperato la maggioranza al Senato. Cesa (Udc) parla con tutti, a destra e a sinistra.

Mastella, campione indiscusso del ramo, al grido di “siamo responsabili, ma non fessi” non vuole che i ‘costruttori’ vengano portati alla tavola di Conte come ‘i polli di Renzi’. Perché anche Salvini si muove… Due democristiani d’annata come Franceschini e Guerini sono i soli a non aver partecipato al massacro del senatore fiorentino. E questo ha incoraggiato Renzi a garantire l’astensione nei voti di fiducia. Ma se il governo non raggiungesse la maggioranza assoluta, i renziani ricordano il precedente di Berlusconi: l’8 novembre 2011, sul rendiconto generale dello Stato, il governo ebbe 308 voti (e non 316) e fu mandato a casa da Napolitano.

Ma questi son calcoli che possono cambiare di ora in ora. Il vero paradosso è che – oltre ai grillini – è Zingaretti il più interessato a non andare a elezioni anticipate.

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I dubbi sul Piano/ Il governo e il miraggio dell’immunità di gregge

sabato, Gennaio 16th, 2021
Luca Ricolfi

LUCA RICOLFI

Mentre i politici sono impegnati con i giochi di palazzo, le preoccupazioni degli italiani vanno da tutt’altra parte, e girano intorno a due semplici domande: quando ci ridaranno la libertà? Sarà grazie alla vaccinazione di massa che torneremo a vivere (quasi) normalmente? 
E allora proviamo a rispondere, partendo dalle dichiarazioni delle autorità sanitarie, in ordine di tempo.
5 dicembre: «Il nostro obiettivo è l’immunità di gregge grazie al vaccino» (ministro Speranza). 
17 dicembre: «Immunità di gregge a settembre-ottobre prossimi» (Sandra Zampa, sottosegretario al ministero della Salute).
28 dicembre: «Oggi il ministro Speranza ha precisato che entro marzo raggiungeremo la quota di 13 milioni di italiani vaccinati contro il Covid-19, e quindi in estate potremo già essere molto avanti nel perseguimento dell’obiettivo immunità di gregge data dal 70%» (Sandra Zampa).
9 gennaio 2021: «Per arrivare all’immunità di gregge dobbiamo vaccinare l’80% di 60 milioni di italiani» (Sandra Zampa). 

Dunque il percorso è chiaro. Fra dicembre 2020 e gennaio 2021, molto opportunamente, le autorità sanitarie hanno spostato l’asticella dell’immunità di gregge dal 70 all’80%, presumibilmente per tenere conto della maggiore trasmissibilità di alcune varianti del virus. 

E, anche qui assai saggiamente, hanno indicato ottobre come data limite, per [/FORZA-RIENTR]evitare di trovarci di nuovo impreparati all’inizio della stagione fredda.

Se questa è la tabella di marcia, si tratta di vaccinare 13 milioni di italiani entro il 31 marzo, e 48 milioni di italiani entro il 31 ottobre. Tenuto conto del fatto che, per ora, i vaccini richiedono 2 dosi, l’obiettivo si raggiunge con circa 2 milioni di vaccinazioni alla settimana. Attualmente ne facciamo poco più di mezzo milione, quindi per raggiungere l’obiettivo dobbiamo circa quadruplicare il ritmo. Se il ritmo rimanesse quello degli ultimi 7 giorni, per il 31 ottobre i vaccinati totali (con 2 dosi ciascuno) sarebbero più o meno il 20%, ossia un italiano su 5. E l’obiettivo dell’80% di vaccinati non si raggiungerebbe mai, nemmeno in seguito (a meno si scoprisse che una sola vaccinazione basta, e che non occorre rivaccinare tutti ogni anno).

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