Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Ballottaggio Ostia, Giannini: “Un voto di testa, ma la politica ha perso”

lunedì, novembre 20th, 2017

La sindaca dì Roma, Virginia Raggi, ha accolto con entusiasmo la vittoria della candidata del Movimento 5 stelle, Giuliana Di Pillo alla presidenza del X municipio, affermando che hanno vinto i cittadini contro l’avanzata della destra estrema. A vincere, però, è stato ancora l’astensionismo. (altro…)

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La prova che attende la sinistra

lunedì, novembre 20th, 2017

L’annuncio implicito nella notizia della lunga telefonata di distensione, venerdì scorso, tra Romano Prodi e Matteo Renzi è che a sinistra del Pd nasceranno due raggruppamenti: uno di stampo ulivista che si alleerà con il fratello maggiore e uno, con gli scissionisti bersaniani, che resterà fuori dall’alleanza. Le cose dovrebbero andare così, pur se Piero Fassino, il tessitore di questa tela, ha lasciato intendere che non si darà per vinto se non dopo aver provato per qualche giorno ancora nell’estremo tentativo di portare anche questi ultimi dalla propria parte. Ma, diciamolo subito, saremmo sorpresi se all’ex sindaco di Torino riuscisse anche questa parte dell’impresa. E forse lo considereremmo un esito improprio. Vedere Renzi a braccetto con Bersani e D’Alema darebbe la stessa sensazione della «foto di Harare», quella in cui, nella capitale dello Zimbabwe, il novantatreenne presidente Robert Mugabe è apparso venerdì scorso rilassato in poltrona assieme al generale Costantino Chiwenga che lo aveva deposto il giorno precedente.

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La Germania scopre l’instabilità della politica

lunedì, novembre 20th, 2017
Michele Valensise

Alle prime luci dell’alba di venerdì, dopo un’estenuante notte di trattative, Angela Merkel aveva sollevato lo sguardo sul tavolo pieno di carte e di tazze di caffè sporche e aveva detto ai capi degli altri tre partiti (Csu, Fdp e Verdi) della potenziale coalizione Giamaica: «Per me, possiamo continuare anche ora». È stata di parola, ma nonostante altri sforzi e vari ultimatum, rinviati uno dopo l’altro sul filo delle ore, non si è riusciti a raggiungere un’intesa nella tarda serata di ieri.

 Dopo due mesi dalle elezioni del Bundestag, la formazione del governo a Berlino è tutta da verificare. I negoziati tra i possibili soci dell’inedita alleanza entrano ora in una fase di maggiore dettaglio, dopo un confronto sviluppatosi molto a rilento, tra incertezze, tatticismi e punture polemiche a uso mediatico. Un rituale sconsolante, tanto più che le discussioni sembravano schivare i grandi temi per concentrarsi su questioni minori. Quanto tempo sarà ancora necessario per avere un governo nella pienezza dei suoi poteri? Mentre si fa sentire la disillusione tra chi, dopo aver votato, si aspetta che la politica dia un governo al Paese senza ulteriori tergiversazioni, il tavolo negoziale traballa perché poggia su quattro gambe deboli.

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Il ricatto dello “Ius Pd”

venerdì, novembre 17th, 2017

Pare che la condizione per riunire in una unica coalizione la sinistra, e dare quindi a Renzi una vaga possibilità di vincere le elezioni, sia di approvare lo «ius soli», la legge per dare la cittadinanza italiana agli immigrati.

Gentiloni avrebbe dato il suo via libera a mettere la fiducia, ben sapendo che potrebbe anche non superare l’ostacolo e andare a casa qualche settimana prima del previsto. Perché le cose, a sinistra, sono più complesse di quelle che appaiono. Renzi e il Pd non sono per nulla entusiasti di sostenere una legge che sanno essere sbagliata e impopolare proprio alla vigilia delle elezioni. Sull’altro fronte però, Bersani, Boldrini, Grasso, Pisapia e soci pensano di allargare il loro modesto consenso intestandosi una legge di ultrasinistra da sbandierare in campagna elettorale. Così Renzi deve decidere: fare un danno al Paese (e a se stesso) e salvare l’alleanza facendo in modo che la legge passi, oppure cedere al ricatto sperando in cuor suo che il Senato tra opposizioni e franchi tiratori non approvi. (altro…)

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«Imbullonati» alla poltrona, perché non si dimettono mai

venerdì, novembre 17th, 2017

«Io no che non mi schiodo / non mi schiodo / io non mi schiodo…» Carlo Tavecchio, l’«Ercolino sempreinpiedi» presidente della Figc nonostante l’accumulo di gaffes e di accordi osceni con la società dell’azzardo, ha scelto il suo inno personale, ispirato a una canzone di Jovanotti e lanciato anni fa da «Striscia la notizia» per celebrare l’inamovibilità di Giulio Andreotti. A dispetto dei cori di «vattene» seguiti all’addio dell’Italia ai Mondiali di calcio lui no: non si schioda. Anzi, se non fosse stato scelto come capro espiatorio, non si sarebbe schiodato neppure Giampiero Ventura.

Perché mai dimettersi per una banale «catastrofe» (parole tavecchiane) che non accadeva da sessant’anni? Per carità, i due sono in buona compagnia. L’Italia non abbonda, da Luigi Cadorna a Francesco Schettino, di uomini disposti ad assumersi dignitosamente le proprie responsabilità. Più facile trovare quelli che se ne infischiano. E magari ci ridono sopra. Il più spiritoso, in un’intervista a Piero Chiambretti, fu Francesco Cossiga. «Come devo chiamarla, Presidente? Perché lei si dimette continuamente?», chiese il conduttore. «Io non mi dimetto. Minaccio», rispose quello, «Mi deve chiamare Presidente Incombente. Anzi mi chiami semplicemente Incombente».

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I migranti, i campi in Libia e le lezioni (tardive) che l’Onu vuole darci

giovedì, novembre 16th, 2017

Sono agghiaccianti le foto e i video che arrivano dalla Libia. Mostrano uomini, donne e bambini ammassati nei centri di detenzione e costretti a vivere in condizioni atroci. Svelano i dettagli della vendita di essere umani, come documentato dalla Cnn con il reportage sull’asta degli schiavi. Ha ragione l’alto commissario dell’Onu per i diritti quando parla di «mancanza di umanità» e racconta lo choc dei suoi colleghi che hanno effettuato le ispezioni. E fa bene il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani quando annuncia l’invio di una delegazione in modo da verificare sul campo che cosa sta accadendo. Di fronte a simili barbarie nessuno può far finta di niente, si deve agire e bisogna farlo in fretta, senza perdere altro tempo. Perché è vero che la Libia è un Paese nel caos, ma quando al potere c’era il colonnello Gheddafi le condizioni di migranti e rifugiati non erano migliori. Anzi. E il regime di Tripoli impediva alle organizzazioni internazionali di entrare nel Paese, dunque non era possibile alcun tipo di controllo. Sulla base di quelle immagini e della missione in Libia l’Onu ha attaccato in maniera frontale l’Unione Europea e l’Italia per aver siglato un patto con il governo guidato da Al Serraj.

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I democratici e la sinistra

mercoledì, novembre 15th, 2017

di EUGENIO SCALFARI

Se dobbiamo dare un giudizio su quanto è avvenuto nella direzione del Pd convocata dal segretario di quel partito, mi avvarrò per cominciare di un sintetico scritto di de Maistre che nel suo libro Mélanges, considerato un capolavoro da Baudelaire, dice: «La ragione non genera che dispute, mentre l’uomo per comportarsi bene nel mondo non ha bisogno di problemi bensì di ferme credenze».

Applico questa massima a quanto è accaduto nella direzione del Pd: il discorso di Renzi l’ha seguita e le sue «ferme credenze» sono state queste.
1. Nella situazione attuale occorre che tutta la sinistra sia unita e chi è uscito dal partito rientri.
2. Non parliamo di quanto è accaduto negli anni precedenti.

Allora il partito era unito e ciascuno democraticamente esponeva le sue opinioni e i suoi dissensi; la maggioranza sosteneva il presidente del Consiglio e capo del partito e la minoranza esercitava un compito importante e utile, del quale ho sempre tenuto conto nei limiti del possibile.

3. Se in un momento difficile i dirigenti ritornano, compiranno un atto molto utile non solo per il partito ma per l’Italia e anche perfino per l’Europa.
4. Dal loro rientro in poi discuteremo insieme la linea futura, la campagna elettorale che condurremo nei prossimi mesi, quello che nel frattempo faremo e diremo. (altro…)

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Calcio e non solo, la qualità perduta

mercoledì, novembre 15th, 2017

Tre fallimenti fanno una prova: l’Italia del calcio è in crisi, come e forse più del Paese che rappresenta. In Sudafrica gli azzurri furono eliminati in malo modo, in Brasile pure; in Russia se non altro non andremo a fare altre brutte figure. Sovrapporre le vicende sportive a quelle generali può essere fuorviante: se il Mondiale dell’82 segnò davvero l’uscita da un periodo oscuro, quello del 2006 fu un lampo nel buio della depressione collettiva e del declino compiaciuto. Proprio ieri sono arrivati dati incoraggianti dall’Istat: l’economia si sta rimettendo in moto, sia pure più lentamente della media europea. Ma questo non ha cambiato l’umore medio degli italiani, prostrato da anni duri, senza che dallo sport nazionale venisse la consolazione di un riscatto.

La penosa serata di San Siro, e più in generale l’eclissi del calcio italiano, sono l’ennesimo indizio che nel Paese esistono almeno tre questioni aperte: il calo dell’attitudine al sacrificio; la lentezza del ricambio generazionale; e la mancanza di leadership. Sul crollo delle vocazioni calcistiche e sportive si è detto molto. Introdurre una quota di italiani in campionato — almeno tre in campo per squadra — non sarebbe una cattiva idea. Non sarà colpa degli stranieri, che contribuiscono a rendere il nostro campionato tra i più combattuti e spettacolari d’Europa; ma se i giovani di talento non vengono mai messi alla prova, è difficile che possano crescere.L’importante è che siano disposti ad allenarsi con serietà, senza montarsi la testa al primo contratto milionario; a giudicare dalle immagini tv, i più impegnati sul lavoro negli ultimi tempi sono stati i parrucchieri di El Shaarawy e Bernardeschi, oltre ovviamente ai tatuatori.

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Alle radici del mal di sinistra

martedì, novembre 14th, 2017

di TOMMASO CERNO

La sinistra si gioca oggi, come l’Italia di mister Ventura, la qualificazione al campionato politico di primavera. Si presenta in campo priva di un progetto per il Paese e soprattutto di una visione del mondo. Si presenta divisa e pronta a dare la colpa all’arbitro. Si presenta all’indomani di una scissione che ha spento il nucleo del progetto democratico.

Fatica a trovare un collante capace di rimettere insieme i cocci sparsi sul terreno progressista. Al punto che alla vigilia della direzione del Pd che fa da spartiacque fra la legislatura che si spegne e i riflettori della campagna elettorale che si accendono, sono intervenuti — allo scadere, come si dice in gergo — Romano Prodi e Walter Veltroni, abiurando il voto di starsene fuori dalla contesa che, bluffando un po’, avevano fatto entrambi. Segno che la situazione si è davvero messa male.

Va premesso che Matteo Renzi dal palco non farà un discorso epico, farà un discorso prevedibilissimo. Conterrà un’apertura non formale a sinistra, nessuna abiura su ciò che il Pd ha fatto finora, non imporrà tuttavia agli altri partiti di giudicare buone quelle scelte. Toglierà infine di mezzo la questione della sua leadership nel futuro governo e, in perfetta tradizione italiana, attenderà i commenti. Al termine del suo intervento, ognuno potrà leggere ciò che ha detto come meglio gli comoda. E ne ascolteremo delle belle.

Tutto e il contrario di tutto. Ne deriva che la decisione da prendere — se si tenterà davvero di creare una coalizione allargata, capace di respingere l’avanzata delle destre oppure si deciderà di far passare la Svezia, cioè di arrendersi alla sconfitta — dipende da altro: è una scelta sostanziale che la sinistra, nelle sue mutazioni, deve maturare dentro di sé pensando solo al futuro del Paese e non al proprio. Per farlo, deve porsi una domanda su cosa sia diventata. (altro…)

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L’apertura di Renzi e il gioco del cerino

martedì, novembre 14th, 2017

Diciamoci la verità: non è solo colpa di Renzi lo stato pietoso dei rapporti a sinistra. Oggi ricordiamo quella di Veltroni come un’età dell’oro per l’unità del centrosinistra; ma anche dieci anni fa, agli albori del Pd, la sinistra radicale ruppe con il nuovo partito, andò da sola e disperse quasi due milioni di voti. Il Pd fece il suo massimo storico, 33,2%, e non servì a nulla. Né è solo colpa di Renzi se lo schieramento progressista parte indietro nella gara elettorale. Dalla nascita della Seconda Repubblica, nel 1994, il centrodestra è quasi sempre stato maggioranza nel Paese, anche quando ha perso perché si è disunito. La sinistra italiana, al suo meglio, rappresenta un terzo dell’elettorato (Berlinguer nel 1976, Veltroni nel 2008). Al suo peggio, un quarto(come è adesso il Pd nei sondaggi, o come fu per Bersani cinque anni fa). Sempre molto lontana dunque da quel 38/40% che nei sistemi bipolari può portare alla vittoria: figuriamoci ora che il sistema è tripolare, e bisogna fare i conti con un M5S di pari forza elettorale.

Si potrebbe insomma dire che il centrosinistra rischierebbe di perdere le prossime elezioni anche se fosse unito. Gli appelli allo stare insieme, al «volemose bene» in nome della vittoria comune, sono perciò spesso puri artifici retorici. Così come l’apertura fatta ieri da Renzi agli scissionisti di Mdp, applaudita anche da molti avversari interni, non sembra destinata a produrre risultati concreti, e sa più di gioco del cerino pre-elettorale, per passare all’altro la responsabilità della rottura

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