Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Il nuovo orologio politico

martedì, Marzo 26th, 2019

Il nuovo orologio politico non è ancora partito, però il momento delle scelte è solo rimandato a dopo le europee. Abruzzo, Sardegna, Basilicata… Sembra lo stesso film che, ad oggi, ferma ancora le lancette sul governo Conte: Salvini vince, stravince, i Cinque Stelle crollano, stracollano, il centrosinistra, ancora informe, non è una alternativa in un sistema tornato bipolare, però esiste, come esiste un crescente bisogno di alternativa nel paese. E Salvini, come primo atto, si precipita a rassicurare che il governo andrà avanti per i prossimi quattro anni, perché finora l’equilibrio è stato perfetto, consentendo di spolpare il vecchio alleato (Berlusconi) e il nuovo (Di Maio), in attesa del momento propizio per il suo ’94 sovranista.

Finora, perché è chiaro che prima o poi arriverà il momento delle scelte, proprie o altrui. Il paradosso però è che la lunga serie di vittorie rischia per Salvini di diventare un “incastro” tra un governo che, di fatto, non c’è più, paralizzato da una campagna permanete e un’alternativa nuova che non c’è ancora. Perché Salvini è il primo a sapere che la spinta che arriva dal paese non è una forma di consenso a questo governo, ma una richiesta di andare oltre questo governo, in nome di una “svolta a destra” che lo porti a realizzare tutto ciò che con i Cinque Stelle non si riesce a fare. È questo che spiega, ad esempio, il non banale voto alla Meloni che cresce ovunque: 7 in Abruzzo, 5 in Sardegna, 6 in Basilicata. Il blocco sovranista è cioè ormai maggioritario ovunque nel centrodestra.

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Dopo il voto in Basilicata l’Italia del 4 marzo non c’è più

lunedì, Marzo 25th, 2019

Proprio la regione più continuista d’Italia, passata dal pluridecennale assetto di potere democristiano di Emilio Colombo a un altro pluridecennale assetto di potere del centrosinistra, franato nella sua versione feudataria e dinastica, certifica un “grande cambio”. L’Italia del 4 marzo non c’è più, archiviata nell’immobilismo di una “strana alleanza”, mai diventata una “coalizione politica” ora che si è esaurita la spinta propulsiva del “contratto”. Paralizzata a Roma e conflittuale sui territori, e precipitata in un gorgo per cui questo conflitto elettorale permanente aumenta la paralisi.

Dicevamo, un’altra Italia, in cui vince Salvini, ma non è autosufficiente per correre al voto senza aver bisogno di alleati, in cui precipitano i Cinque Stelle che, ormai a ogni elezione dimezzano i voti e in cui esiste un centrosinistra diffuso, però ancora fragile e informe. Non una alternativa, nell’ambito di una irrisolta crisi del marchio Pd. Con la Basilicata, per la prima volta da parecchi anni, è avvenuto il “sorpasso”, fotografia della nuova Italia colorata di “blu sovrano”. Sono dieci, complessivamente, le regioni amministrate dal centrodestra, a trazione salviniana, contro le nove del centrosinistra.

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La trappola del debito

domenica, Marzo 24th, 2019

di ENRICO CISNETTO

Quando l’imperatore cinese (difficile chiamarlo semplicemente presidente) avrà lasciato il suolo italico e tanto il polverone delle polemiche quanto l’euforia degli entusiasmi si saranno attenuati, si potrà finalmente fare una valutazione serena dell’intesa Italia-Cina, dei suoi risvolti economici e delle sue conseguenze politico-strategiche. Fin d’ora, però, si possono mettere a fuoco tre concetti fondamentali. Il primo riguarda la collocazione internazionale dell’Italia. E sul ‘da che parte stare’ non ci possono essere equivoci di sorta: l’Italia era, è e deve restare saldamente incardinata nell’alleanza atlantica – persino a dispetto delle politiche poco atlantiche di Trump, non fosse altro perché i presidenti passano e gli Usa restano – ed essere perno della Ue oggi e della costruzione degli Stati Uniti d’Europa domani. Tutti lo riaffermano, ma non basta. Occorre la coerenza dei comportamenti. E come insegna la nostra storia repubblicana, più si è coerenti e più ci si possono concedere ‘scappatelle’ sul fronte degli affari.

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Tre idee sulla Cina (senza sottovalutarla)

domenica, Marzo 24th, 2019

di Beppe Severgnini

Tre idee sulla Cina  (senza sottovalutarla)

Rimango affascinato dalla quantità di sinologi sbocciata in queste ore. Non è una novità. Ricordo quando, nel 1989, sono rientrato da Pechino dove avevo seguito l’insurrezione di Tiananmen, e in un dibattito mi sono trovato con una signora considerata la massima autorità sulla Cina. Senza malizia, le ho chiesto quando c’era stata per l’ultima volta. Reazione stizzita: mancava dai tempi di Mao Tse-tung. A scanso di equivoci: non sono un esperto del Paese, anche perché non parlo la lingua (condizione minima, eppure siamo perseguitati da gente che ci spiega l’America senza poter capire un film in inglese). Sono stato però in Cina diverse volte — una decina? — e qualche idea me la sono fatta.

 La prima: i cinesi sono concreti e cerimoniosi. Una combinazione che non li indebolisce: anzi. L’attenzione per l’Italia ha ovvie motivazioni strategiche e geografiche. Se «la nuova via della seta» — espressione usata da Xi Jinping nel 2013, annunciando il progetto — fosse terminata in Danimarca, state tranquilli: oggi il presidente cinese sarebbe a Copenhagen. Ma Marco Polo è nostro, al capolinea marittimo ci sono Venezia e Trieste. I cinesi si nutrono di riso, storia e memoria. Il rispetto per l’Italia è genuino.

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Il potere e i fragili controlli

sabato, Marzo 23rd, 2019

di Sabino Cassese

Molte sono le anomalie dell’assetto politico costituzionale uscito dalle elezioni di un anno fa. Un governo finora senza vera opposizione(questa è tale se capace di presentare una offerta politica e di assicurare una guida coesa). Un esecutivo diviso su tutto, anche sulla politica estera (basti pensare all’atteggiamento nei confronti della Cina). Parlamento e Consiglio dei ministri svuotati e le loro funzioni trasferite ai vertici delle due forze politiche al governo. Amministrazioni pubbliche «sfiduciate» (se si ricorre a commissari straordinari per le opere pubbliche è perché non si fa affidamento sugli apparati ordinari). Autorità indipendenti silenziate e costrette alla cessione di indipendenza, per assicurare «discontinuità» e contemporaneamente salvare il salvabile.

Resisterà la nostra giovane democrazia a queste nuove tensioni? Sappiamo che democrazia non è solo elezioni, è anche pluralismo, «checks and balances», competizione e controlli, contropoteri, per correggere almeno le maggiori anomalie, anche perché il conflitto tra i poteri è in grado di renderne visibile l’esercizio e consentire il controllo dell’elettorato su chi governa. Ma il nostro sistema di garanzie è debole.

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Italiani siamo noi

venerdì, Marzo 22nd, 2019

Alessandro Sallusti

Non ci stanno, non c’è verso neppure di fronte a una tentata strage di cinquanta ragazzi.

Per la sinistra, soprattutto quella salottiera, gli immigrati non possono delinquere e se lo fanno in modo plateale diventano «italiani». Così Ousseynou Sy, l’immigrato che ha tentato di bruciare il bus che gli era stato affidato con dentro il suo carico umano, non è un senegalese con cittadinanza italiana ma un italiano casualmente nato altrove, pensando in questo modo di eludere il problema. Se Sy è un «italiano» il caso è chiuso, va archiviato come banale episodio di cronaca nera, per di più a lieto fine e quindi, come ha sostenuto in tv l’ex ministra del Pd Livia Turco «pure da comprendere». È già tanto che non provino ma ci siamo vicini – a ribaltare la realtà e sostenere che un italiano, Ousseynou Sy, ha provato ad abbrustolire figli di immigrati (quali erano la maggior parte dei giovani passeggeri).

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Niente mozzaorecchie, per favore

venerdì, Marzo 22nd, 2019

l Movimento 5 Stelle è nel mezzo del peggiore momento della sua vita politica con alcuni dei suoi membri più rilevanti a Roma accusati di corruzione. Spero che tutta l’opinione pubblica democratica che in questi anni ha criticato i pentastellati per i loro toni da “mozzaorecchie” sappia in questo momento scegliere di non essere a sua volta “mozzaorecchie”, godendo dei guai dei 5 Stelle.

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Gli alleati e il senso del declino

venerdì, Marzo 22nd, 2019

di Massimo Franco

Luigi Di Maio con Virginia Raggi (Ansa)

Il Movimento Cinque Stelle di governo è entrato ufficialmente in Purgatorio: nello spazio ambiguo delle maggioranze parlamentari anche numericamente incerte; delle votazioni su ministri salvati dai processi grazie al soccorso di Giorgia Meloni e di Silvio Berlusconi, definito impresentabile ma benvenuto come stampella; e di sondaggi che mostrano come il trionfo del 4 marzo di un anno fa sia un miraggio oggi irripetibile. Le inchieste giudiziarie che a Roma colpiscono anche esponenti del grillismo sono solo il corollario di questo sfaldamento progressivo, e forse più profondo di quanto appaia. Rivelano il versante di una possibile corruzione, destabilizzante per l’identità manichea del Movimento, basata su un’autopercezione di superiorità anche morale. E acuiscono le contraddizioni, mettendo a confronto l’«assoluzione» in Senato di Matteo Salvini, alleato leghista ingombrante ma indispensabile, e l’espulsione-lampo del presidente grillino dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, dopo l’arresto. Insomma, due comportamenti agli antipodi nello stesso giorno. Se a questo si aggiunge la difesa d’ufficio del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ieri nell’aula di Palazzo Madama, il quadro purgatoriale risulta ancora più chiaro. A dargli visibilità è lo smarcamento della Lega, che ha lasciato i Cinque Stelle soli ai banchi del governo, salvo una fugace apparizione finale di un paio di ministri.

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Governo, la Lega va all’incasso a spese del M5S

giovedì, Marzo 21st, 2019

di Massimo Franco

Governo, la Lega va all’incasso a spese del M5S

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Il saldo politico del caso Diciotti è nettamente sbilanciato a favore di Matteo Salvini, rispetto a Luigi Di Maio. Il capo della Lega è uscito indenne dalla discussione parlamentare sull’autorizzazione a procedere contro di lui per il sequestro dei migranti della nave. Il vicepremier dei Cinque Stelle, invece, ha potuto dimostrare di tenere in mano i gruppi parlamentari, docili nel dire «no» al processo a Salvini. Ma ha dovuto anche fronteggiare i primi contraccolpi della bufera giudiziaria che ha colpito i Cinque Stelle in Campidoglio. A far pesare la bilancia dalla parte di Salvini è stata anche la decisione presa ieri dalla magistratura siciliana: indagine sul capitano della «Mare Jonio», l’altra imbarcazione che dopo il sequestro della Guardia di Finanza ha fatto sbarcare quarantanove passeggeri; di fatto, quello che chiedeva il Carroccio. Così è passato in secondo piano il fatto che il ministro dell’Interno e vicepremier si sia sottratto al processo. A tenere banco è stato l’appoggio in Senato, ricevuto dai Cinque Stelle e dal premier Giuseppe Conte.

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Tor di Valle: famo sto carcere

giovedì, Marzo 21st, 2019

di Gianfrancesco Turano

Il primo commento sull’arresto di Marcello De Vito, presidente del consiglio comunale di Roma che avrebbe smazzettato per favorire lo stadio della Roma, non riguarda la pretesa di onestà (Honestah!1!) dei grillini. Solo un ebete può pensare che una sigla cambi l’antropologia e l’etologia italica rispetto alla cosa pubblica.

Nelle questioni di amministrazione politica l’italiano non è ladro, è cleptomane e dovrebbe godere dell’infermità mentale parziale o completa. Più che lo slogan tottiano “famo sto stadio”, bisognerebbe dire “famo sto carcere”, magari proprio a Tor di Valle.

Ma l’importanza dell’operazione “Congiunzione astrale” sembra altrove.

Fin dall’arresto di Luca Parnasi, questa specie di punching ball preso in mezzo fra interessi di banche (Unicredit), hedge-funder Usa assatanati di plusvalenze immobiliari (Pallotta) e presunti moralizzatori a cinque stelle (Raggi & co), la Procura di Roma aveva affermato con chiarezza che il progetto dello stadio non era a rischio e che il club non c’entrava nulla con l’inchiesta.

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