Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Superlega, una cattiva idea per almeno 7 motivi (e mezzo)

martedì, Aprile 20th, 2021

di Beppe Severgnini

Superlega, una cattiva idea per almeno 7 motivi (e mezzo)

Sette motivi (e mezzo) per cui la Superlega sembra una cattiva idea.

1. Perché Napoli-Inter, domenica sera, è stata una buona partita. Così Atalanta-Juventus, nel pomeriggio. Cagliari-Parma, sabato, è stata ancora più bella. Atalanta, Napoli, Cagliari e Parma non vengono neppure prese in considerazione, per la Superlega. Ma quelle squadre – e tante altre, in Italia e in Europa – piacciono, a chi ama il calcio. Patrizi e plebei del pallone? Che tristezza.

2. Perché – tra campionati, coppe nazionali, coppe europee e squadre nazionali – si gioca ormai ogni pochi giorni. Quando si dovrebbe disputare la Superlega? In un universo parallelo, come Matrix?

3. Perché la Superlega è incompatibile con la Champions League. A quest’ultima si accede per merito, alla prima per denaro e accordi preventivi. La Superlega, come un resort di lusso, non prevede retrocessioni. Entri, paghi, rimani.

4. Perché la Superlega europea sembra una scopiazzatura della Nba americana: sfide incrociate, regole complesse, squadre perennemente in viaggio, marketing esasperato. Ma il basket Usa è arrivato lì attraverso un percorso. Non di colpo, a sorpresa, per le fantasie di qualche miliardario.

5. Perché, se è una questione di soldi, ci sono altri modi in cui le società di calcio – grandi e piccole – possono guadagnarne. Garantendo stadi sicuri e puliti, per esempio, e favorendo le trasferte. È un momento difficile, dopo un anno di pandemia? Le società non reggono più il peso degli ingaggi? Riducano quelli, invece di smontare tutto il resto.

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Beppe Grillo difende il figlio Ciro e getta fango su una ragazzina violentata

martedì, Aprile 20th, 2021

Franco Bechis

Ieri è esploso come una bomba un video di poco più di un minuto e mezzo pubblicato da un Beppe Grillo apparentemente fuori di sé a difesa del figlio Ciro, sotto accusa da quasi due anni per una presunta violenza sessuale di gruppo nei confronti di due ragazze con meno di venti anni avvenuto in Costa Smeralda nella villa del fondatore del M5s il 16 luglio 2019. “Mio figlio”, esordisce urlando come farà in tutto il video Grillo, “è su tutti i giornali come stupratore seriale insieme ad altri 3 ragazzi…Io voglio chiedere chiedere veramente perché un gruppo di stupratori seriali non sono stati arrestati, la legge dice che vanno presi e messi in galera e interrogati. Sono liberi da due anni, ce li avrei portati io in galera a calci nel culo. Allora perché non li avete arrestati? Perché vi siete resi conto che non è vero niente, non c’è stato niente perché chi viene stuprato e fa una denuncia dopo 8 giorni vi è sembrato strano. Se non avete arrestato mio figlio arrestate me perché ci vado io in galera (…) E poi c’è tutto un video, passaggio per passaggio, in cui si vede che c’è un gruppo che ride, ragazzi di 19 anni che si divertono e ridono in mutande e saltellano con il pisello, così…perché sono quattro coglioni”.

Da Beppe Grillo una farsa ripugnante. Lo sdegno dei genitori della ragazza

Ho riportato le sue parole come erano perché non avrei trovate altre per fare capire cosa è uscito dalla bocca dell’uomo che da tre anni è al centro del potere in Italia sostenendo con il suo Movimento 5 stelle non uno, ma tre diversi governi con il gruppo di maggioranza relativa. Sono parole tremende quelle uscite dalla sua bocca, ancora di più se si pensa all’orrore della ipotesi di accusa che incombe sul capo del figlio di Grillo, identica addirittura in molti particolari a quella che ha originato il caso di Alberto Genovese e della sua terrazza milanese (ed effettivamente Genovese fu arrestato). Quel video certo è la difesa che un padre fa di un figlio, anche se nessun padre farebbe un video così, e proprio nessuno a due anni dai fatti. Ma è anche il linciaggio ignobile delle presunte vittime, che secondo Grillo mai sarebbero state stuprate perché lui ne ha la prova (che nessun altro ha) in un video girato da un telefonino dei presunti violentatori, dove sarebbe evidente che c’era consensualità. Secondo Grillo al massimo quattro ragazzi che compiono atti sessuali in serie su una ragazza riprendendosi in mutande con il pisello in mano al massimo sono un po’ “coglioni”, ma è indubbio che la ragazza avesse voglia di quel rapporto non con uno, ma con quattro uno dopo l’altro  perché sarebbe evidentemente il sogno di ogni ragazza potere giacere con il frutto dei lombi di Grillo e mentre quello fatto il suo dovere si fumava una sigaretta, avanti gli altri. Una bestialità che se fosse stata pronunciata da chiunque altra sarebbe seguita dal linciaggio, in primis per mano dei seguaci di Grillo. Non è bastata questa incivile colata di fango sulla ragazza che per la procura sembra essere la vittima della violenza. No, Grillo ha voluto aggiungere un altro carico di bestialità disumana: il dileggio per una ragazza che dopo la violenza sarebbe salita il giorno dopo su un kite surf e che ha aspettato otto giorni per presentare poi a Milano con il sostegno della sua famiglia la denuncia per violenza sessuale da cui è nato il procedimento.

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La tempra di un leader

martedì, Aprile 20th, 2021

MATTIA FELTRI

Ho guardato due volte il video in cui Beppe Grillo sferra pugni al tavolo per reclamare l’innocenza del figlio Ciro, accusato di stupro e da due anni sospeso nel terrore dell’arresto e del processo. La prima volta ho intuito la disperazione di un padre offuscato, ma alla seconda la disperazione m’è sembrata farsi di lato per lasciare il primo piano a tutto lo sbagliato del mondo. Non c’era niente di perdonabile in quel video. Non c’era nessuna desolazione, nessuna parola dolente per una ragazzina, stuprata o no lo stabilirà un giudice, ma nel migliore dei casi finita al collo della bottiglia e fra le mani di quattro sciagurati. Non c’era il bagliore di un pensiero, soltanto lo sbocco greve di un uomo che passa la vita cercando di consegnare forza con urla e vaffanculo ai suoi dozzinali pregiudizi.

Non c’era lo stupore davanti all’inganno e all’autoinganno di essersi iscritti fra i buoni contro i cattivi per poi ritrovarsi di colpo dall’altra parte. Non c’era l’emersione di un minimo banale dubbio che quello che capita a suo figlio capita a cento altri ogni giorno, e che la lentezza, l’incertezza e cioè l’arbitrio della giustizia sono il disastro italiano, non quelle scemenze della casta e dei colletti bianchi per i quali il suo movimento ha ottenuto la fine della prescrizione, e sarà la millesima ingiustizia con cui si apparecchierà soprattutto la tavola dei diseredati, come da sempre è.

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La cultura dello stupro

martedì, Aprile 20th, 2021

Michela Marzano

«Non è vero niente». Lo urla Beppe Grillo in un video in cui difende il figlio accusato, insieme a quattro amici, di aver violentato nel luglio del 2019 una ragazza italo-svedese, afferrandola per i capelli per farle bere mezzo litro di vodka e costringendola poi ad avere rapporti sessuali. Un video agghiacciante, al limite del sopportabile. Non solo perché c’è dentro una quantità smisurata di rabbia buttata addosso a chiunque, anche semplicemente per sbaglio, getti un occhio al filmato.

Ma anche, e forse soprattutto, perché Grillo, in poco meno di due minuti, riesce a tirar fuori la quintessenza di tutti quei pregiudizi e di tutte quelle abitudine malsane che, ancora oggi, spingono alcune persone a tollerare (e talvolta anche a legittimare) le molestie sessuali e le violenze contro le donne: perché la vittima, se è davvero vittima, non denuncia subito? Perché aspettare 8 giorni? Perché trattare come stupratori un gruppo di ragazzi che non fanno altro che ridere e divertirsi? In poco meno di due minuti, Grillo riesce a riassumere brutalmente l’essenza stessa di quella cultura dello stupro che colpevolizza le vittime, stigmatizzandole e oggettivandole: ha provocato lei; se non ha provocato, ci è comunque stata; e se pure all’inizio non ci fosse stata, poi si è comunque divertita.

Capisco la vergogna e il dolore che può provare un padre di fronte a un figlio accusato di stupro. Ma questo padre ha anche solo provato a immaginare il dolore e la vergogna del padre di una figlia stuprata? E il dolore e la vergogna della vittima? E la violenza ulteriore che subisce una ragazza violentata quando non la si vuole ascoltare o si rimette in discussione la sua parola? Lo sa, Beppe Grillo, cosa significa per una donna essere trattata come un mero oggetto e profanata? Lo sa che ci vogliono talvolta anni prima di trovare anche solo la forza di parlare? Lo sa che chiunque abbia subito una violenza sessuale si sente sporca e colpevole e sbriciolata e annientata? Di che razza di consenso parli, Beppe? Lo sai che, quando si viene minacciate, forzate o drogate, non c’è possibilità di consentire? Lo capisci che un gruppo di maschi che fanno bere una ragazza, la tirano per i capelli e la costringono ad avere rapporti sessuali, quella ragazza, la stanno stuprando?

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Beppe Grillo e il figlio Ciro: lo sfogo che imbarazza M5S e Pd

martedì, Aprile 20th, 2021

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

Roma – Per capire la reale portata politica dell’intervento di Beppe Grillo in difesa del figlio accusato di violenza sessuale occorre usare la tecnica del photoshop. Sostituendo Grillo con qualche politico meno friendly, meno politicamente corretto, meno amico dei magistrati, meno governativo. Un nome a caso, Salvini, oppure qualche anno fa Berlusconi. Ecco, immaginiamoci il capo di un grande partito, appunto Salvini, che attacca frontalmente la magistratura per una vicenda privata, rendendola quindi pubblica, spiegando che la ragazza non può essere sincera perché ha denunciato lo stupro solo alcuni giorni dopo il fatto. Tutto il peso della sua forza politica per difendere un membro della famiglia, e tutto il becerume di certe argomentazioni che si ascoltano al bar dopo un episodio di violenza.

 Il video di Grillo per il figlio accusato di stupro: arrestate me

La risposta è facile: si sarebbe scatenato l’inferno. I grillini in prima linea a stracciarsi le vesti, qualche giornalista d’area (grillina) a dare lezioni di civiltà e di senso delle istituzioni, il Pd in prima linea. Giustamente, visto che il politico non deve mai sovrapporre i piani, mai usare la politica per farsi gli affari propri, e non parliamo della cialtronaggine di trasformare la presunta vittima in sicura colpevole. Adesso no, visto che c’è di mezzo il loro capo i grillini si sono scoperti ultragarantisti, non hanno trovato niente da eccepire nell’intervento di Grillo, e lo stesso Pd prima di emettere una condanna che avesse un qualche senso ci ha pensato e anche molto.

Grillo difende figlio, genitori della ragazza: “Ridicolizzato nostro dolore”

Grillo ha parlato alle 14, le neo capogruppo Pd, quelle li in quanto donna, alle 19. Cinque ore per pensarci. In queste cose i tempi contano, misurano imbarazzi e sincerità. Imbarazzi molti e sincerità poca. 

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Il governo sia autonomo sulle riforme

lunedì, Aprile 19th, 2021

Stefano Lepri

Il problema più grosso del Recovery Plan che Mario Draghi illustrerà alle Camere lunedì prossimo non è che i partiti (ancora da consultare tutti) non concordano su che cosa metterci. Piuttosto, è che alcune sue componenti essenziali a nessun partito piacciono. Non mancheranno i soldi per fare spese utili, che daranno lavoro a molte persone. Ma non basta soltanto scegliere gli investimenti migliori, senza farsi deviare da ciò che questo o quel partito usa come bandiera, o che le amministrazioni regionali cercano per aumentare il proprio consenso.

Senza affrontare i problemi che inceppano il nostro Paese da almeno un quarto di secolo, l’effetto dei grandi nuovi investimenti si esaurirebbe presto. L’occasione è grande, l’occasione è unica, ma è anche molto difficile da cogliere. Siamo l’unico Paese avanzato dove i giovani di oggi non godono di un benessere maggiore rispetto ai loro genitori un quarto di secolo fa. In anni di alternanza politica, di cambi frequenti di maggioranze, abbiamo sperimentato rimedi molto diversi, nessuno dei quali ha funzionato appieno. Per questo si parla di riforme. È un termine logoro, che ha cambiato molte volte di contenuto nel corso degli anni. Non suscita entusiasmo in molti cittadini. Occorre ridefinirlo: ciò che concretamente serve perché l’Italia funzioni meglio; perché sia insieme più efficiente e più equa.

Che la burocrazia sia lenta non conviene a nessuno; occorre sormontare privilegi, ambizioni, paure, l’intreccio dei quali produce il non saper fare o il rinviare le decisioni. Nessun partito ha avuto il coraggio di prendere di petto i superburocrati, o i sindacati, o la giustizia amministrativa.

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La trincea debole dei no vax è un confine culturale

lunedì, Aprile 19th, 2021

di   Angelo Panebianco

Dietro quel 12 per cento di connazionali che hanno deciso di non vaccinarsi c’è un sistema educativo che non incentiva l’interesse del pubblico per la scienza: la politica registra questo fatto e vi si adatta, non ha interesse a spezzare il circolo

Il sondaggio di cui ha dato conto Nando Pagnoncelli su questo giornale il 17 aprile ci dice che il 12 per cento dei nostri connazionali ha deciso di non vaccinarsi contro il Covid e un altro venti per cento è indeciso se farlo o no. Non sono numeri irrilevanti, anche se un ottimista, uno portato a pensare che il bicchiere sia sempre mezzo pieno, potrebbe sostenere che per effetto della confusione e del bombardamento di notizie contrastanti a cui è stata esposta per mesi e mesi la pubblica opinione,
i no vax, a questo punto, potrebbero essere molti di più.

Bisognerebbe scavare un po’ a fondo, disporre di informazioni che non abbiamo. Per esempio, bisognerebbe stabilire se ci sia o no una correlazione fra il rifiuto del vaccino anti-Covid e il rifiuto, in epoca precedente allo scoppio della pandemia, di ogni altro tipo di vaccino. Sono le stesse persone? O, per lo meno, fra i due gruppi c’è una parziale sovrapposizione? Inoltre, sarebbe interessante stabilire quanti degli attuali no vax credano all’una o all’altra variante, fra quelle circolanti, delle teorie del complotto (secondo le quali la pandemia non esiste oppure è stata scatenata e drammatizzata ad arte dagli «oscuri poteri» che decidono le sorti del mondo).

In ogni caso, nel rifiuto o nello scetticismo di questi nostri connazionali sembrano pesare sia fattori contingenti, legati alla situazione del momento, sia cause di più ampio respiro e di più antica origine.

Fra i fattori contingenti ci sono state le notizie contrastanti sulla pericolosità o meno di questo o quel vaccino, notizie che, in certi momenti, sembravano oscurare il fatto che la cosa davvero pericolosa, la più letale di tutte, era e resta il Covid. C’è poi quella che chiamerei indigestione da ansia. Si può anche ritenere, come certi addetti alla comunicazione sembrano ritenere, che una notizia (qualunque sia l’argomento) non sia una vera notizia se non è tagliata in modo da diffondere il massimo possibile di ansia. Ma poi bisogna fare i conti con le strategie di auto-difesa che molte persone , inevitabilmente, prima o poi mettono in atto. Alla fine, tutta questa ansia finisce per generare assuefazione o rifiuto puro e semplice di prendere ancora sul serio quanto ci viene comunicato. Nei casi estremi (una parte almeno dei no vax, probabilmente, ricade in questa categoria) si finisce per pensare che fra il mondo ansiogeno della comunicazione e il mondo reale non ci sia alcuna relazione.

Tra i fattori contingenti metterei anche il comportamento di una parte degli esperti, i virologi. Diventati inevitabilmente, da un anno a questa parte, protagonisti della comunicazione. Naturalmente , non si può fare di tutta l’erba un fascio. Diversi di loro sono stati e sono ineccepibili: hanno messo a disposizione, con serietà e compostezza, le loro conoscenze sulla malattia. Ma altri non sono stati altrettanto rigorosi. Diventati improvvisamente star, hanno perso la testa, hanno bisticciato fra loro disorientando il pubblico, si sono impicciati di cose su cui non hanno alcuna competenza o una competenza solo parziale. La ragione per cui spetta alla politica, e non al virologo, ad esempio, decidere su tempi e ritmi della riapertura delle attività, è che tali decisioni devono tenere conto di una pluralità di aspetti: anche di quanto sostiene il virologo ma mai solo di quel che costui sostiene. Certe invasioni di campo sono state stupide e controproducenti. E di sicuro non sono servite a rendere la scienza più credibile agli occhi dei tanti già prevenuti per loro conto.

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Il dopo virus e le ferite da curare

domenica, Aprile 18th, 2021

Massimo Giannini


Dice Mario Draghi: “Guardiamo al futuro con prudente ottimismo e fiducia”. Vorremmo credergli, mentre pensiamo già al 26 aprile come a un’appendice festosa del 25: il giorno di un’altra Liberazione, non più solo dal giogo del nazifascismo, ma anche dal morso della pandemia. Non sappiamo se andrà davvero così. La scommessa “aperturista” del governo riposa sull’efficienza della macchina vaccinale (palesemente fallibile) e sulla coscienza del popolo italiano (notoriamente labile). Il “rischio ragionato” che ha spinto il premier ad anticipare i tempi della ripartenza riposa su curve di contagio e di mortalità non dissimili da quelle della Germania, dove Angela Merkel ha preso la decisione opposta, inasprendo addirittura il lockdown. “Ciò che è pensabile o impensabile non lo decidiamo noi, lo decidono i numeri”, aveva assicurato il presidente del Consiglio, mettendo a cuccia Salvini.

L’impressione è che stavolta, più che l’aritmetica, abbia pesato la politica. La sensazione che la “pandemic fatigue” veicolata insieme al virus nelle vene del Paese abbia raggiunto il livello di guardia. La preoccupazione che dopo un anno di clausura sociale e di chiusura industriale i cittadini siano arrivati davvero alla rivolta di piazza, dove certamente si insinua la solita destraccia squadrista che strumentalizza. Eppure, come dice Marco Revelli, si può strumentalizzare solo una cosa che esiste. E il disagio esiste: diffuso, profondo e reale tanto quanto il Covid che lo nutre, lo ingrassa, lo fa deflagrare. Dunque, speriamo. Speriamo che la decisione politica sia coerente con l’evoluzione sanitaria. E speriamo che l’altra scommessa legata alle ripartenze, quella sulla crescita e sul debito, sia altrettanto credibile. Mentre vediamo una luce in fondo al tunnel, e forse per la prima volta pensiamo sia l’uscita che si avvicina e non il treno che arriva, dobbiamo avere piena coscienza del “dopo”. Da quel tunnel usciremo con un corpo sociale martoriato e un tessuto produttivo lacerato. Le ferite da curare saranno tante.

Andrà ripensato il patto fiscale. In Italia un dipendente con 35 mila euro di reddito lordo, coniuge e due figli, paga imposte per 6.695 euro l’anno: in Germania ne paga 1.250, in Francia 600. Nel 2019 gli Over the Top, con fatturati vicini o superiori al miliardo, hanno versato meno tasse dei loro impiegati: Microsoft 16 milioni, Amazon 11, Google 6. In poco meno di un anno il mondo ha conosciuto una distruzione di reddito pari a 250 miliardi di dollari: più del doppio rispetto al Big Crash del 2008. In una manciata di mesi la “neo-plebe di massa” di cui parla Massimo Cacciari è aumentata di 25 milioni di individui, mentre le 500 persone più ricche della Terra hanno accresciuto il patrimonio fino alla cifra-monstre di 7.600 miliardi di dollari: più della somma del Pil di Francia e Germania messe insieme.

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L’imperatore di Marte

sabato, Aprile 17th, 2021

di   Massimo Gramellini

Elon Musk, 188 centimetri di altezza per 168 miliardi di patrimonio, si è autoproclamato imperatore di Marte. Per scherzo, ma anche no. Nel ristretto novero dei signori dell’universo, questo fanfarone di talento spicca per la sua diversità, in perenne bilico tra genio e follia. Bezos, Zuckerberg e Gates sono la versione tecnologica dei padroni delle ferriere: solidi, concreti, spietati. Musk parla più ai cuori che alle tasche, ma talmente bene da essersi riempito le sue. Figlio emigrato di madre assente e padre inibente, bullizzato dai coetanei, divenne ricco in Canada vendendo guide cittadine online. Da lì in poi ha venduto anche tanto fumo, ma cospargendolo di un profumo ormai introvabile: il futuro, del quale tutti abbiamo paura e nostalgia, mentre per lui è rimasto quello che immaginavamo da bambini, quando ci si sdraiava su un prato con la testa all’insù a contare le stelle: macchine a energia solare senza guidatore, treni incapsulati capaci di attraversare l’Italia in un’ora, microchip nel cervello per comunicare con la forza del pensiero. Il suo.

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I nuovi doveri

sabato, Aprile 17th, 2021

Marcello Sorgi

C’è la parola «gradualità», ripetuta e insistita. C’è il «rischio ragionato», che il governo si assume, a patto che anche i cittadini ne siano consapevoli. C’è la prudenza obbligatoria dei comportamenti. Una settimana fa aveva detto che non era in condizioni di fissare la data delle riaperture.

Ieri Draghi l’ha annunciata per il 26 aprile, insieme a un calendario, illustrato da Speranza, che si può definire del ritorno alla normalità. Se non fosse che Salvini ha celiato nel non attribuirsene il merito, e se non fosse che Draghi emana sempre un senso di autorità indiscutibile, sarebbe il caso di parlare di una svolta clamorosa. Nel giorno in cui l’Organizzazione mondiale della sanità ammonisce per lo sviluppo ancora temibile della pandemia, il governo ha voluto lo stesso che all’indomani del 25 aprile, per gli italiani ci sia una seconda festa della Liberazione: bar, ristoranti aperti anche a sera (sia pure all’aperto e con il limite del coprifuoco alle 22 che rimane); scuole, naturalmente, e progressivamente anche cinema, teatri, spiagge, strade, viaggi da una regione all’altra, vacanze, fiere, saloni, lo stadio romano dell’inaugurazione degli europei a giugno. Decisione importante, assunta con il pieno appoggio degli scienziati del Cts e in accordo con le Regioni, alcune delle quali erano pronte a muoversi autonomamente. La “cabina di regia” s’è conclusa all’unanimità, assicura il premier, chiarendo che non si tratta di un liberi tutti. Molto dipenderà infatti dal modo in cui gli italiani si comporteranno nelle prime settimane delle riaperture, mentre il miglioramento dei dati sui contagi e i ricoveri e la crescita del numero dei vaccinati dovrebbero rendere l’operazione meno rischiosa. Il ritorno al “giallo”, e via via, si spera, al “bianco”, il colore della normalità, avverrà più presto se tutti saranno capaci di continuare a rispettare le regole chiave: mascherine, distanziamenti, no agli assembramenti. E di continuare a vaccinarsi, al ritmo crescente di questi giorni.

Legata alla stagione delle riaperture è anche una discreta aspettativa di ripresa economica. Draghi ha utilizzato la seconda parte della sua conferenza stampa per spiegare in tal senso le misure adottate dal governo negli ultimi due giorni: lo scostamento di bilancio di altri 40 miliardi, che porta il livello del debito pubblico al quasi 160 per cento, record raggiunto solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, e il via libera ai cantieri di 58 importanti opere pubbliche, strade, treni ad alta velocità, impianti, per le quali sono stati nominati altrettanti commissari incaricati di fare in modo che i lavori procedano speditamente e senza intoppi.

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