Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Il Paese viene prima

sabato, Luglio 20th, 2019

di Massimo Franco

Il Paese viene prima

In altri tempi, uno scontro nel governo come quello al quale stiamo assistendo sarebbe già sfociato in una crisi. Da ieri, la situazione è di nuovo in bilico. E un Matteo Salvini isolato in Europa, accerchiato dal Movimento Cinque Stelle ma tuttora molto forte nell’elettorato, ha evocato per qualche ora lo strappo. Avrebbe significato aprire la strada a probabili elezioni anticipate; e ufficializzare una rottura che avrebbe avuto come pretesto il voto del M5S a favore della presidente della Commissione Ue, la popolare tedesca Ursula von der Leyen, mentre la Lega si è barricata nel suo «no». Ma poteva essere qualunque altro motivo.

La gamma dei conflitti accumulati dopo le Europee del 26 maggio è ampia. La frenata brusca arrivata a tarda sera non chiarisce tuttavia la situazione. Eppure è arrivato il momento di spiegare al Paese che cosa la maggioranza populista e sovranista vuole fare della legislatura. Ha promesso di durare cinque anni. Invece, in tredici mesi il suo contratto è diventato carta straccia.

Dopo avere evitato in extremis, grazie alla mediazione del premier Giuseppe Conte, la procedura di infrazione per debito eccessivo, l’alleanza M5S-Lega a intermittenza muore e rinasce. Ma continuare per forza di inerzia moltiplica la conflittualità e l’immobilismo, facendo danni all’Italia. A distanza di 11 mesi, prima i 5 Stelle e poi la Lega hanno raccolto i consensi di un terzo dell’elettorato. Ora debbono dimostrare di avere meritato la fiducia. Sembrava che il vicepremier leghista e ministro dell’Interno si preparasse ad andare in udienza al Quirinale da Sergio Mattarella: avrebbe significato la resa dei conti finale.

Invece, niente. Nessuna crisi. Dopo avere dato l’impressione di avere ceduto alle pressioni di quanti, nella Lega, invocano la rottura e sono ansiosi di raccogliere quanto prima il bottino garantito dai sondaggi e certificato almeno in Europa, Salvini ha frenato. Eppure aveva messo in campo la «sfiducia personale» con il suo omologo del Movimento, Luigi Di Maio, e attaccato Conte. Il motivo inconfessabile era ed è che Salvini si sente in trappola. Se non scarta, per lui comincerà un lungo logoramento. La sua campagna europea si è tradotta in un trionfo italiano, e in un disastro continentale: i sovranisti sono stati esclusi dai grandi giochi. E nell’esecutivo è cominciata una manovra spietata per ridimensionarlo. Sommando a questo le ombre dell’inchiesta sui rapporti tra Lega e faccendieri russi, si capisce che per lui una crisi sarebbe la scorciatoia per scrollarsi di dosso questi fantasmi; o almeno per affrontarli senza sentirsi dire che «non può» andare al voto perché ha le mani legate. Le sue esitazioni dicono che presto potrebbe ritrovarsi una rivolta perfino dentro la Lega. Ma evidentemente la sua tentazione di fare saltare il banco presenta incognite che alla fine lo hanno fermato.

L’azzardo, per un leader del Carroccio che vive uno dei momenti peggiori, al momento è almeno congelato. La storiaccia dei finanziamenti chiesti dai suoi uomini a Mosca costituisce una zavorra pesante e un serio ostacolo nella corsa verso Palazzo Chigi. L’accelerazione e il ripensamento confermano che la tentazione delle urne rimane ma è frustrata. Il capo dello Stato pretende che siano spiegati i motivi di un’eventuale crisi. Poi dovrà capire se esiste una maggioranza alternativa: prospettiva improbabile. Lo spettacolo offerto da M5S e Lega è comunque sconcertante. Induce a pensare che la leggenda di un populismo destinato a guidare a lungo l’Italia stia finendo. Ma al rallentatore, e tra mille convulsioni.

CORRIERE.IT


Rating 3.00 out of 5

Il bluff del ribaltone

venerdì, Luglio 19th, 2019

Alessandro Sallusti

Cinque Stelle e Pd sono sempre più vicini e se Salvini strappasse il contratto di governo per tornare al voto i due, si dice, sarebbero pronti a stipularne uno nuovo di zecca ed evitare così le urne.

Il risultato sarebbe un bel governo Di Maio-Zingaretti – magari con Conte ancora premier – e la Lega all’opposizione nonostante il suo ingente potenziale elettorale certificato alle Europee e confermato poi da tutti i sondaggi. Cosa c’entri questo piano con la democrazia (i perdenti al governo e il vincente a casa) non è chiaro, ma da due mercenari della politica quali sono Di Maio e Zingaretti ci si può aspettare di tutto.

Rating 3.00 out of 5

Dalla “capitana”. Un regalo a Salvini

venerdì, Giugno 28th, 2019

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

Dunque la nuova eroina nazionale è la signorina Carola Rackete, 31 anni, borghese altolocata, tedesca al comando di una nave olandese. La Capitana per cui tifa a pieni polmoni l’Italia che si sente migliore, quella senza paure da debellare, cui lo sperduto gregge progressista guarda in cerca di un faro, per cui il Pd avvia una raccolta di fondi e in cui soccorso si precipita in massa a Lampedusa inseguendo una telecamera. È lei la novella Rosa Parks, che per essersi rifiutata di rispettare la legge contribuì, lei sì, a far compiere un grande passo all’umanità, e che sta attirando nella sua trappola una sinistra ideologica che su uno dei temi cruciali del nostro tempo è in cerca di identità, sospesa tra Marco Minniti e Pietro Bartolo. Una sinistra che nel frattempo non si rende conto di soffiare vento nella vele di Matteo Salvini i cui sondaggi, sul tema, schizzano al 61 per cento di gradimento.

Rating 3.00 out of 5

La zavorra che ci affonda

venerdì, Giugno 28th, 2019

Alessandro Sallusti

Altro che abbassare le tasse. L’Istat ieri ha certificato che la pressione fiscale in Italia non è mai stata così alta dal 2015.

Spiace dirlo, ma Matteo Salvini sta tradendo la promessa principe fatta in campagna elettorale. Non solo non c’è e non ci sarà alcuna flat tax, addirittura sotto il suo governo «del cambiamento» è aumentato il prelievo dalle tasche degli italiani. Che poi non sia colpa sua, ma del suo socio Di Maio che gli impedisce di fare come vorrebbe può essere vero, ma è del tutto irrilevante agli occhi del contribuente.

Se la Lega, pur di andare al governo, ha accettato di firmare un contratto capestro con i Cinque Stelle, sono problemi suoi, e comunque è sempre in tempo a fare marcia indietro. È paradossale che ogni giorno il governo parli di «meno tasse» e viceversa ogni giorno le tasse aumentino. Non ci lamentiamo solamente per il portafoglio, cosa che pure sarebbe legittima. Il punto vero è che un Paese dove le tasse crescono è un Paese destinato a non crescere, e questo è accertato da tutte le formule economiche. «Io affermo – disse una volta Winston Churchill – che quando una nazione tenta di tassare se stessa per raggiungere la prosperità è come se un uomo si mettesse in piedi dentro un secchio e cercasse di sollevarsi per il manico».

Rating 3.00 out of 5

Il Cln dell’affidabilità

martedì, Giugno 25th, 2019

Si è formato oggi a Losanna il Cln dell’ affidabilità d’Italia. E’ una battuta, ma solo per una questione di rispetto: la vittoria del nostro paese nella gara di assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026, non è il risultato infatti del Fato, ma lo sbocco di un progetto attentamente preparato e curato. In cui in ballo non c’erano solo, o non tanto, le Olimpiadi che avverranno fra quasi sette anni, ma il presentissimo momento in cui l’Italia si prepara a un’ altra, ben più rilevante messa alla prova della sua affidabilità – la trattativa con l’Europa sulla manovra. 

Ed è a questo passaggio che la vittoria per le Olimpiadi occhieggia, ed aiuta.

Che si sia trattato di una battaglia reputazionale è non solo ovvio, ma, in questo caso, anche dirompente dentro gli equilibri politici. E’ utile leggere la lista della delegazione che ha lavorato alle Olimpiadi. Ci sono il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti, leghista, e il sottosegretario con delega allo Sport, Valente, M5s; i Presidenti di Lombardia,  Fontana, e quello del Veneto, Zaia; il sindaco di Milano il Pd, Sala , e quello di Cortina, Ghedina; il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, il Presidente del Cip, il Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli;  Evelina Christillin,  Luca di Montezemolo, Gabriele Galateri di Genola, Presidente delle Generali; glorie atletiche di ieri e oggi, l’ex Ct Marcello Lippi, l’ad dell’Inter Alessandro Antonello, Nicola Pietrangeli, Arianna Fontana, Sofia Goggia, Michela Moioli. 

Rating 3.00 out of 5

Si candidi premier e facciamola finita

giovedì, Giugno 20th, 2019

Alessandro Sallusti

Non basta andare a cena con Ronaldo per vincere il Pallone d’oro, così come non basta costruire una buona auto sportiva per poter fare come Ferrari.

Il tuffo di Salvini nel trumpismo rischia così di confondere ancora di più la situazione invece che portare elementi di chiarezza. A scanso di equivoci, preferisco Matteo Salvini a Donald Trump. Ma il primo è viceministro di un medio Paese europeo in costante affanno, il secondo è un miliardario presidente della più grande e forte democrazia occidentale. Le due cose non sono comparabili, le ricette non sovrapponibili e sarebbe un insulto all’intelligenza dover spiegare il perché. L’Italia non ha bisogno di un piccolo clone di Trump, ma di un grande leader. Ed è necessario che questo essere leader di fatto coincida con un incarico ufficiale e formale di primo ministro, perché a quei livelli la forma è sostanza.

Rating 3.00 out of 5

Lotti, Zingaretti e Berlinguer

venerdì, Giugno 14th, 2019

Lucia Annunziata

Hanno sempre avuto un acuto senso del potere, questi gigli di cui si è circondato  l’ex Premier Matteo Renzi. Un senso gagliardo, onnivoro, guappo. “Si vira su Viola, ragazzi”, “Un messaggio a Ermini va dato”: il potere come entitlement, ( lo diciamo in inglese, va, così Renzi ha un un tweet  pronto  per sfotterci)  cioè come diritto a fare quel che ti pare. Il potere come potere appunto – se ce l’hai lo usi fino in fondo, per tutto, tanto è tuo. Non ha regole, non ha limiti e soprattutto non ha padroni. 

Sarà un caso che tutto il gruppo di Matteo Renzi alla fine si è sempre trovato impigliato dentro il labile confine fra uso pubblico e uso privato della propria influenza , fra mestieri dei padri – Boschi, Lotti, Renzi, in banca, in editoria, in contratti pubblici – e la fortuna dei figli? Storie di contratti e contatti, di scambi materiali con la immateriale moneta dell’influenza politica. 

Rating 3.00 out of 5

La verità sui minibot

lunedì, Giugno 10th, 2019

Alessandro Sallusti

L’idea di stampare una moneta parallela all’euro ad uso esclusivamente domestico non è nuova né è tutta farina del sacco di Salvini, che la sta proponendo nella sua versione «mini-Bot», cioè titoli di Stato di piccola taglia spendibili sul territorio nazionale come se fossero moneta contante.

Negli anni scorsi Silvio Berlusconi la doppia moneta la lanciò e rilanciò più volte in aria, dove però si disperse tra un po’ di ironia e tanto scetticismo. Parliamo infatti di una operazione complicata, non priva di rischi e a oggi impossibile perché i patti fondativi dell’euro la vietano espressamente.

Rating 3.00 out of 5

Opere pubbliche: copiamo l’efficienza

lunedì, Giugno 10th, 2019

di Pierluigi Battista

Noi del Pdop (gp), del Partito delle opere pubbliche (grandi e piccole), siamo un po’ disorientati. Ne vorremmo molte, di opere pubbliche, grandi e meno grandi, strade, ponti, palazzi abbandonati da rammodernare e ristrutturare, argini ai fiumi, il territorio rimesso a posto, le scuole in sicurezza, linee ferroviarie per i pendolari che si spostano per lavoro e bivaccano ogni mattina in indecenti carri bestiame, e così via: è il programma del Pdop. Ma siamo disorientati, noi del Partito delle opere pubbliche (gp). Un giorno ci si lamenta della lentezza delle opere che non partono o non procedono, delle procedure farraginose che impediscono i lavori, della burocrazia soffocante, dei soldi stanziati e mai spesi, dei cantieri bloccati all’infinito, del divario rispetto agli altri Paesi che vanno avanti come treni mentre noi siamo peggio delle tartarughe.

Rating 3.00 out of 5

Segnali di risvegli a sinistra in Europa

sabato, Giugno 8th, 2019

Spagna: entrambi hanno evitato lo scontro elettorale sui migranti

di Paolo Mieli

Qualcosa comincia a muoversi nella sinistra europea. Si avvertono timidi ma ben percettibili segnali di risveglio. Davvero sorprendente, ad esempio, che la quarantunenne socialdemocratica Mette Frederiksen abbia vinto alle elezioni politiche in Danimarca. Meno di due settimane fa, alle europee, la sinistra era stata battuta dal fronte liberal conservatore di Lars Løkke Rasmussen apparentemente saldo alla guida del Paese. Ma ancor più sorprendente è stato il crollo degli antieuropeisti del Partito popolare di Kristian Thulesen Dahl che appoggiavano il governo Rasmussen, scesi dal 21,1 all’8,8 per cento. Cosa è che ha reso più competitivi i socialisti della Frederiksen di quelli del resto d’Europa quasi ovunque maltrattati dalle urne? Quasi certamente l’aver unito una battaglia per il rilancio del welfare ad una politica legalitaria nei confronti dei migranti. Legalitaria non sta per xenofoba, anzi: Mette Frederiksen, pur appoggiando alcune iniziative del governo Rasmussen, non ha mai avuto cedimenti in quanto a difesa dei diritti degli immigrati. Ma nel corso della campagna elettorale si è impegnata in un dialogo costruttivo su questi temi sia con Rasmussen che con Thulesen Dahl, rinunciando alla tentazione di additare i due suoi rivali come «fascisti». La Danimarca ha una tradizione resistenziale molto sentita.

Rating 3.00 out of 5
Marquee Powered By Know How Media.