Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Ora l’Europa cambi passo

lunedì, Settembre 23rd, 2019
desc img

di   Fiorenza Sarzanini

Ora l'Europa cambi passo

La fotografia della barca a vela giunta due notti fa a Crotone con 58 pachistani a bordo è l’immagine più efficace per comprendere quanto sta accadendo. Perché da mesi, mentre il governo guidato da Matteo Salvini portava avanti la sua sfida contro le Ong, barchini e gommoni scaricavano sulle spiagge migliaia di stranieri disposti a tutto pur di entrare in Europa. Il loro numero è stato certamente inferiore a quello degli anni scorsi, gli arrivi non rappresentano in alcun modo un’emergenza. Però è inutile illudersi: nulla arresterà i flussi migratori. Le dimensioni del fenomeno dipenderanno dalle condizioni di vita nei Paesi di origine e soprattutto dalla possibilità di creare una situazione stabile in Libia, ma in ogni caso non si potranno fermare gli sbarchi.

Ecco perché bisogna trovare il modo di governare il fenomeno anziché subirlo. E bisogna farlo mettendo da parte gli egoismi. L’esame dei dati relativi agli ultimi anni dimostra che solo una parte di migranti approdati in Italia vuole rimanere. Gli altri hanno l’obiettivo di raggiungere quegli Stati del Vecchio continente dove già vivono i loro familiari, dove sia possibile cercare un lavoro stabile e così immaginare di potersi costruire un futuro. Nell’ultima settimana i leader europei e in particolare la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen hanno assicurato che il governo guidato da Giuseppe Conte non sarà lasciato solo, hanno parlato di una strategia comune, di un piano di interventi per «cambiare passo».

Rating 3.00 out of 5

Matteo Renzi, storia dell’uomo nuovo finito a vivacchiare nella palude

lunedì, Settembre 23rd, 2019

di Marco Damilano

E’ la storia di un principe venuto a cambiare il sistema e finito per prosperare sulle sue fragilità. E la parabola di una conquista che finisce nelle sabbie mobili. È la palude definitiva, così come la raccontò trent’anni fa, poco prima di morire, lo scrittore Giorgio Manganelli: «Quell’uomo solo potrà conquistare la città, ma che senso avrà mai questa impresa? Quale nobiltà, quale ricchezza recherà agli annali della città la conquista della palude? Crede forse che questa città sia posta in un luogo strategico, così da dare accesso, o negarlo, a ulteriori conquiste? In verità, non v’è nulla alle nostre spalle, e chi avrà conquistato questa povera urbe, non troverà, oltre a questa, che il vuoto; non già il deserto che fa sperare che oltre vi sia qualcosa di meritevole di essere vissuto, ma il vuoto, una delle tante forme del niente, neanche la più lussuosa e divertente…».

Era chiamato a essere vento, non palude. Sembrava destinato a prendersi l’urbe e l’orbe, come un Napoleone piombato dal contado, a bordo di una smart al posto del cavallo bianco, al momento di valicare il Gran San Bernardo, come lo aveva dipinto Jacques-Louis David.

E invece ora è ridimensionato al ruolo di Ghino di Tacco di Rignano o di Pontassieve, come hanno malignato in questi giorni gli avversari e gli ex amici di partito, il taglieggiatore politico arroccato sulla sua rendita di posizione, l’opposto del conquistatore.

Alla guida di un partito che si chiama Italia Viva, a collezionare le nature morte di un sistema politico franato. La sera di lunedì 16 settembre con un post su facebook Matteo Renzi, 45 anni a gennaio, ex sindaco di Firenze, ex segretario del Pd, ex presidente del Consiglio, ha annunciato che da lì a qualche ora avrebbe compiuto il suo addio al Partito democratico, formalizzato poi con un’intervista a Repubblica, e ha usato un verso tratto da una poesia di Robert Frost, lo stesso della Camelot di John Kennedy: «Due strade divergevano in un bosco, ed io – Io presi quella meno battuta». Non è la prima volta, Renzi utilizzò la stessa metafora il 13 febbraio di cinque anni fa, all’atto di dare il benservito a Enrico Letta da Palazzo Chigi per prenderne il posto.

Rating 3.00 out of 5

La solita memoria corta

domenica, Settembre 22nd, 2019

di   Angelo Panebianco

Uno sconsolante dejà vu. È vero che gli elettori, quando si tratta di certe faccende, hanno la memoria corta. Ma la classe dirigente non dovrebbe soffrire della stessa malattia. In vista di una ennesima, possibile riforma elettorale, si torna a parlare di virtù e difetti dei vari sistemi (maggioritario a un turno o due turni, proporzionale puro, eccetera) con spensierata ignoranza, come se non avessimo alle spalle trenta e passa anni di discussioni e di esperimenti. Facciamo il punto su quanto la storia dovrebbe averci insegnato.

Primo: chiunque dica che il tale o tal altro sistema elettorale è in grado di dare stabilità alla democrazia non sa di cosa sta parlando. La stabilità di una democrazia dipende da tre cose. Il radicamento sociale dei partiti è una di esse. Così come lo sono le tendenze in atto, in una certa fase storica, alla radicalizzazione degli elettorati o alla de-radicalizzazione. Così come lo è, infine, l’assetto istituzionale complessivo (di cui la legge elettorale è solo un frammento, ancorché importante). In questa fase storica, non solo in Italia, si assiste a un indebolimento — ma più accentuato in alcune democrazie — del radicamento sociale dei partiti. Inoltre, a causa (forse) della lunga crisi economica, viviamo in un periodo di forte radicalizzazione.

Rating 3.00 out of 5

Ambizioni, rimpianti, sfide: l’ossessione di Renzi

venerdì, Settembre 20th, 2019

di   Beppe Severgnini |

Nessuna persona perfettamente equilibrata diventa un leader politico.Per affascinare gli elettori, trascinare i sostenitori, resistere ai detrattori, ottenere successi e reagire agli insuccessi – oggi, ma anche ieri – servono personalità esagerate. Bisogna possedere una formidabile resilienza, un coraggio al limite dell’incoscienza e una grande opinione di sé.

Matteo Renzi rientra in questo profilo. La sua energia e la sua irrequietezza non sorprendono. Il suo egocentrismo, nemmeno. Ma non basta sapere questo. Bisogna provare a capire cosa l’ha motivato in questi ultimi anni, cosa lo ha risospinto al centro della politica (che aveva promesso di abbandonare) e, soprattutto, cosa lo ha convinto a lasciare il Partito democratico, che aveva appena contribuito a portare al governo, per annunciare una nuova formazione, Italia Viva, un nome in bilico tra un’esclamazione, un congiuntivo esortativo e un auspicio ambientale.

Perché Matteo Renzi ha fatto ciò che fatto? La prima risposta è ovvia, ma parziale: per provare a creare il «nuovo centro» da una posizione di potere – dentro la maggioranza di governo – senza correre il rischio di essere estromesso e dimenticato. Due participi passati che contengono la seconda risposta, e spiegano diverse cose. La decisione di Matteo Renzi ha, infatti, un aspetto tattico e uno scopo strategico; ma una origine psicologica.

Rating 3.00 out of 5

Se l’Europa chiude gli occhi

venerdì, Settembre 20th, 2019

di   Federico Fubini

Il mare si è riempito di spume fino alla linea azzurra della costa turca, ora che si sente l’autunno, eppure all’alba ne sono spuntati altri due. Come altre decine di gommoni, questi restano sul litorale di Lesbo e quarantuno migranti tra poco verranno portati in bus al cancello. La porta d’Europa, per loro. Sembra l’ingresso in un labirinto nel quale anche gli ultimi sbarcati potranno cercarsi un angolo da qualche parte, se riescono. Si troveranno esattamente fra 10.660 persone in un luogo pensato per contenerne tre volte di meno. In gran parte sono afgani, oltre un decimo siriani ma sempre più anche congolesi, somali, camerunesi, angolani. Volano da Kinshasa su Istanbul, bus fino a Smirne e traversata di notte, con sbarco a Lesbo alle tre. Preferiscono questa rotta a Lampedusa non perché l’Italia avesse chiuso i porti — dicono — ma per il terrore che incute l’idea della Libia.

La situazione di Recep Tayyip Erdogan ha fatto il resto. L’autocrate che ha svuotato dall’interno la democrazia turca non è mai stato così impopolare e l’economia non è mai andata così male. Erdogan deve pensare che è ora di tornare a ricattare l’Europa, lavorando sulle sue paure. Tre anni fa aveva ricevuto sei miliardi di euro per fare della Turchia un filtro che bloccasse i flussi. Ora però le polizie di Erdogan tornano a voltarsi dall’altra parte, quando si affacciano sull’Egeo i più spaventati e i sofferenti di un arco di instabilità di un miliardo e mezzo di persone dall’Africa al Medio Oriente.

Rating 3.00 out of 5

La banda degli onesti

giovedì, Settembre 19th, 2019

Alessandro Sallusti

La vicenda di questa crisi e del governo da essa partorito assomiglia alla trama de La banda degli onesti, il film capolavoro di Camillo Mastrocinque con Totò e Peppino, che racconta le rocambolesche avventure di una compagnia di falsari.

Nell’attuale vicenda politica, infatti, dall’inizio alla fine (ammesso che sia finita) non c’è una sola parola di verità, ma solo furbizie e bugie, un gioco nel quale tutti hanno truffato tutti.

Proviamo a mettere in ordine i fatti. Tutto inizia il 5 marzo 2018, giorno dopo le elezioni politiche. Salvini e Di Maio provano a mettersi insieme, ma non è un colpo di fulmine. L’ipotesi della «strana alleanza», ormai è accertato, era pronta da mesi, nonostante gli insulti reciproci scambiati per l’intera campagna elettorale. Alla fine i due fanno il governo truffando i rispettivi elettorati, ai quali avevano promesso ben altre soluzioni.

Rating 3.00 out of 5

Stavolta Renzi non è criticabile

giovedì, Settembre 19th, 2019

Sorpresa! Scandalo! Matteo Renzi lascia il Pd. E il Governo, il Palazzo, i media, e (forse) il paese sobbalzano. Per una volta, tuttavia, questo è un caso in cui a Renzi proprio non si può rimproverare nulla. Né la sorpresa, né le intenzioni. E se davvero Giuseppe Conte è rimasto di sasso a sentire l’annuncio, se davvero, come ha detto, “Renzi è stato poco trasparente”, i casi sono due: o Conte vive nella bambagia, o Conte vive nella bambagia. In entrambi casi la sua reazione ci dice qualcosa di molto serio sul livello di rimozione su cui si fonda il Governo che ha insediato l’Avvocato a Palazzo Chigi.

A proposito di sorpresa. Mi par di ricordare che il senatore fiorentino confessò il progetto di lasciare il Pd già alle sue dimissioni dopo il referendum del 2016 – al punto che la domanda se avrebbe fatto un partito o un movimento è diventato negli anni un gioco di società in più di un dinner party fra Roma e Milano. La scissione è stata infine annunciata sempre meno velatamente negli ultimi mesi, fino all’annuncio nelle ultime ore.

La possibilità di questa separazione, ricordiamo anche questo, è stata una delle ragioni calate sul tavolo da chi non voleva questo Governo o, per lo meno, voleva prima le elezioni anticipate. Il Pd, si diceva, a causa dell’incognita Renzi è troppo fragile per poter assumere sulle sue spalle la responsabilità di un esperimento di Governo così audace come l’alleanza con i 5 Stelle. Renzi, si ripeteva, sia che resti, sia che vada, con i suoi numeri in Parlamento avrà il controllo della durata della legislatura, sarà il vero padrone di casa dell’esecutivo giallorosso.

Non esattamente un mistero, dunque. Persino per i più disattenti osservatori della politica italiana – figuriamoci per gli addetti ai lavori.

Rating 3.00 out of 5

L’Italia dei due Mattei

mercoledì, Settembre 18th, 2019

Perché poi, il senso di questa storia è tutto qui. È nel sorriso di Renzi, spavaldo, compiaciuto, di chi, tornato, nel salotto buono (di Porta a Porta), risponde così: “Certo che accetto il confronto con Salvini. Fissiamo la data”. E già sente il calore dei guantoni e l’ebbrezza delle luci sul ring per il “Matteo contro Matteo”. Ecco, il primo obiettivo è già raggiunto, in una perfetta coincidenza di interessi, tra il capo del “popolo” e il capo del “Palazzo”, che dal Palazzo prova a riaprire uno spazio politico. Uno sfida al duello in tv, l’altro accetta. È facile facile questo gioco a legittimarsi a vicenda, perfetto nell’incastro, “l’anti-Salvini sono io”, “l’alternativa al governo Renzi-Conte sono io”. Appunto, “Matteo contro Matteo”, le due Italie degli “impulsi narcisistici” suggellate dalla lettera di Grillo, candido invito al realismo ma anche disarmata fotografia dell’esistente.

Parliamoci chiaro, prima ancora dello spazio politico, dei numeri, della tenzone su questo o quel provvedimento, che arriverà a breve, la scissione di Renzi è questo, e non è cosa di poco conto: è la creazione di uno spazio pubblico tutto suo. E già questo primo refolo di vento – un refolo, non un uragano – è bastato ad agitare la navigazione. Perché il sistema è così fragile che il semplice annuncio ha mutato il clima, e la “luna di miele” mai iniziata del nuovo governo è già diventata malcelata preoccupazione. Conte, novello Alice nel paese delle meraviglie, fa trapelare tutto il suo stupore per una operazione “nient’affatto trascurabile” rammaricandosi perché “se fosse stata portata a compimento prima, avrebbe assicurato un percorso più lineare e trasparente nella formazione del governo”.

Rating 3.00 out of 5

La scelta di Matteo Renzi e il rischio di instabilità

mercoledì, Settembre 18th, 2019
desc img

di   Antonio Polito

Perché lo fai? Perché è la mia natura. Verrebbe da evocare lo scorpione della favola di Esopo per spiegare la scelta di Matteo Renzi, che subito dopo aver spinto il Pd al governo con i grillini, se ne va portandosi via due ministri, un sottosegretario e dai 30 ai 40 parlamentari. Non è infatti chiaro che cosa lo divida così tanto dal suo ex partito da averlo costretto ad andarsene. Non certo l’idiosincrasia per i Cinquestelle, visto che è stato lui a trascinare Zingaretti all’accordo con Grillo. Nè la separazione può essere motivata da uno scivolamento a sinistra del Pd, se Renzi stesso sostiene che a comandare lì è Franceschini, tutt’altro che un Che Guevara. Però in politica più del «narcisismo» evocato da Grillo conta la volontà di potenza. Renzi sta provando a diventare il Ghino di Tacco di questa legislatura, per usare il soprannome che si diede Craxi quando tentò di infilarsi come terza forza nel predominio dei partiti maggiori. Fa spuntare dal nulla una nuova componente del governo, trasformandolo in un tricolore all’insaputa del premier; e l’obiettivo è poter dire la sua su tutti i dossier che contano. Tra questi ce ne sono di inconfessabili, come le nomine negli enti, ma anche di già dichiarati, come la partita della fusione tra Leonardo e Finmeccanica.

Il fatto è che Renzi non ha mai superato il trauma della sconfitta nel referendum del 2016. Non se ne è mai dato una spiegazione politica, e dunque la considera un’ingiustizia della storia, il frutto di un destino cinico e baro. Le sue indubbie doti di leader lo spingono a ritenere che deve essere un numero uno. E se non può esserlo più nel suo partito, allora se ne fa un altro. Il governo andrà avanti: la maggioranza resta identica dal punto di vista numerico. Ma è più instabile, perché i patti iniziali sono già cambiati.

Rating 3.00 out of 5

Due Italie inquietanti

lunedì, Settembre 16th, 2019

Le due Italie che domineranno la nostra vita e la vicenda politica del nostro paese nei prossimi mesi, si sono palesate.

Da una parte quella vocale, arrabbiata, della Pontida di Salvini. Dall’altra quella dei retroscena stampa, dei tweet, delle lettere con cui si fa sentire l’appena formato governo. La prima è sudata, scomposta, realissima nella sua protesta. L’altra è accorta, cerebrale, incorporea, avvolta intorno a strategie. Entrambe sono inquietanti per il loro intreccio, oltre che per la loro differenza. Dire infatti che è in questa morsa che vivremo nei prossimi mesi è tutt’altro che una esagerazione. Alla sua prima ‘conta’ popolare Matteo Salvini gioca in casa. Il pratone di Pontida è pieno ogni anno, ma questa volta è il pubblico delle grandi occasioni, per numero e tensione. Il leader ha dato il meglio che poteva, e forse quello che poteva era ancora condizionato dal trauma della “cacciata” dal governo, e la lingua batte infatti dove c’è ancora dolore, con la tirata contro il premier traditore, i 5 stelle e Pd poltronari.

Ma attenti a non vedere anche il cambio di passo. Ancora affaticato, rintronato forse, Salvini ripesca e rilancia a Pontida la parola d’ordine originaria del primo leghismo, che fece tanta paura allora e dovrebbe certo farne ancora adesso: “Disobbedienza”. Quella bandiera contro le leggi dello Stato costruite a Roma, con cui il Bossi della prima ora tenne sul filo le istituzioni nella prima parte della seconda Repubblica, con una determinazione che non esitò a declinare in un “prenderemo i fucili” pur di ottenere la secessione. Salvini a Pontida non abbraccia una linea radicale. Il suo è un “useremo tutti gli strumenti che la democrazia mette a disposizione”, ma l’appello alla disobbedienza è articolato lungo tutta la linea istituzionale.

Rating 3.00 out of 5
Marquee Powered By Know How Media.