Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Gli interessi nazionali dimenticati

giovedì, Gennaio 23rd, 2020

di Ernesto Galli della Loggia

Perché il rango internazionale dell’Italia ha subito il tracollo drammatico di cui è testimone così evidente in queste settimane la crisi in Libia? Perché la nostra politica estera è sempre di più la politica estera di un Paese di seconda fila, al cui Presidente del Consiglio negli incontri internazionali viene riservato non a caso proprio un posto del genere? Che cosa è successo che ci sta consegnando sempre di più ad una situazione di sostanziale irrilevanza? Vi sono naturalmente cause generalissime che riguardano tutto il quadro italiano. In particolare queste tre: a) la crescente dose d’impreparazione e d’incultura della classe politica, perlopiù ignorantissima di storia e di geografia e anche perciò incapace di mettere a fuoco i nostri veri interessi nazionali; b) l’immagine perennemente debole politicamente, e quindi di non grande affidamento, di ogni governo italiano; c) e infine un’opinione pubblica disabituata da sempre a pensare la realtà vera dei rapporti internazionali, quindi oscillante di continuo tra faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista. Dopo la fine della guerra fredda e il conseguente venir meno dell’importanza che la Penisola aveva avuto per mezzo secolo in quanto frontiera dell’Occidente con il blocco sovietico (da cui l’obbligatorio legame di stretta alleanza con gli Stati Uniti), non siamo stati capaci d’immaginarci alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione nostri.

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Mahatma Matteo

mercoledì, Gennaio 22nd, 2020
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di   Massimo Gramellini

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Neanche l’arrivo in tavola di un piatto di sardine pescate da Carola Rackete potrebbe sottrarmi al dovere civile di aderire al digiuno per la libertà di Salvini. La trasformazione di quest’uomo è commovente. Il gourmet che era in lui ha ceduto il passo al guru. Dopo essersi fatto riprendere per mesi nell’atto di abbracciare prosciutti e corteggiare tortellini, ha cambiato modello di riferimento: da Cannavacciuolo a Gandhi, per tacere di Pannella. Già i maglioni neri girocollo da prete lasciavano intuire un approccio più spirituale all’esistenza. Ora il misticismo salvinizzante culmina nell’astinenza digestiva. E non per questioni laterali come l’indipendenza dell’India o la legge sul divorzio, ma per una nobile causa che riguarda l’umanità intera: sé stesso. Che Salvini abbia particolarmente a cuore le sorti di Salvini rientra però nel novero delle cose prevedibili. Più curioso che un’identica attenzione nei suoi confronti accomuni chi lo contrasta.

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Di barconi e di mutande

mercoledì, Gennaio 22nd, 2020

Alessandro Sallusti

La serietà e l’affidabilità di un sistema si misurano dalle piccole cose. E allora mi chiedo: la giustizia che ha toppato sulle mutande del vigile di Sanremo presunto assenteista e furbetto del cartellino ieri assolto con formula piena perché il fatto non sussiste è la stessa che ha chiesto, e ieri ottenuto dal Senato, di processare l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini (caso Gregoretti) per sequestro di persona, terremotando la politica e la democrazia? Siccome purtroppo la risposta è: «sì, è la stessa», significa che ci hanno ridotti davvero tutti in mutande.

Sono in mutande Pd e Cinque Stelle, che pensavano di processare sì Salvini ma, per non trasformarlo in martire di libertà, solo dopo le elezioni in Emilia-Romagna (per questo ieri non hanno partecipato al voto sul modello Ponzio Pilato). Ma per certi versi è in mutande anche Matteo Salvini, che ieri, votando contro se stesso per drammatizzare gli ultimi giorni di campagna elettorale, se perde le elezioni rischia ora davvero di essere condannato e mettere così fine alla sua brillante carriera politica. E sono rimasti in mutande pure i magistrati, che dopo aver diffuso al mondo le foto del presunto mostro dei furbetti del cartellino men che in déshabillé senza fare le opportune verifiche (e rovinando la vita a lui e alla sua famiglia) ora devono rimangiarsi tutto.

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La paura viaggia sul tortellino

martedì, Gennaio 21st, 2020

Ecco, ce l’ha fatta. Non ha la faccia del condannato in attesa di giudizio, ma del lupo che sente l’odore del sangue: “Per la libertà sono pronto alla prigione”. Chi l’avrebbe mai detto che qui a San Giovanni in Persiceto, uno di quei paesotti che evocano Peppone e Don Camillo, che uno come Salvini avrebbe usato proprio le parole di Guareschi per suggellare la scena finale di questo teatro dell’assurdo: un presunto sequestratore di anime che si accusa per intercettare il senso comune. E per liberare l’Emilia dalla sinistra, come se questa terra fosse essa stessa una “prigione”.

Il bar alla destra del palco ha già le frappe dell’imminente carnevale. Di fronte seicento persone applaudono, “Matteo, Matteo”. Poco più in là, nella piazza accanto ci sono trecento sardine, autoconvocatesi stamane. Resta questo dell’Emilia come ce la ricordiamo sin dai tempi in cui Peppone la sera del voto doveva capire solo se vinceva di tanto o tantissimo: tanta partecipazione civile, anche col freddo (il meteo sull’I-phone segna due gradi), due piazze opposte senza bisogno di polizia, che pure c’è ma non serve. Ma questa è la campagna, per la prima volta, delle due Emilie, che, per una serie di circostanze, congiunture astrali, errori politici, vento dei tempi si è trasformata in uno stress test del conflitto tra Palazzo e Popolo. O, se preferite, tra una diga e un’onda. Magari tiene la diga, ma, appunto, è solo una diga che difende. Sentitelo Salvini, proprio in queste piazze, rinfacciare alla sinistra la codardia, mentre inneggia al suo processo, orgoglioso dell’accusa di aver violato la legge, perché sa che qualunque verdetto sarà ribaltato dal tribunale del popolo (o del populismo). Sentitelo: “Questi del Pd non mettono neanche la faccia sulle proprie idee. Io invece vado in tribunale a testa alta in nome del popolo italiano. Se mi arrestano devono trovare un carcere bello grande per tenerci dentro tutti”.

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La presa in giro (bipartisan) di presenti e assenti

martedì, Gennaio 21st, 2020

di Massimo Franco

La sceneggiata che si è consumata ieri in Senato ha molti padri. E avranno tutti il compito non facile di spiegare una vicenda incomprensibile ai più; e che ha visto un uso strumentale delle istituzioni. Matteo Salvini ha fatto votare i leghisti della Giunta per le immunità a favore del processo contro se stesso. Grazie al voto di cinque senatori, ha chiesto e ottenuto di essere giudicato dal Tribunale dei ministri per il sequestro della nave di migranti Gregoretti, con lo sguardo alle urne di domenica in Emilia-Romagna e Calabria: nei panni della vittima spera di ottenere voti decisivi per la vittoria. Il resto del centrodestra, FdI e FI, ha votato invece «convintamente» contro il processo, spaccando il fronte delle opposizioni e aggiungendo un tocco surreale. E la maggioranza «colpevolista» M5S, Pd e Iv ha disertato la seduta della giunta per le «gravi irregolarità» che si sarebbero consumate nella procedura. Poco importa che il vero voto sul via libera al processo contro l’ex ministro dell’Interno sarà, probabilmente, a febbraio, quando si riunirà l’aula di Palazzo Madama. L’ obiettivo salviniano era di potersi presentare da vittima della «giustizia politica» all’elettorato del 26 gennaio.

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Salvini usa di nuovo storia e geografia a fini elettorali

lunedì, Gennaio 20th, 2020

Matteo Salvini – nell’enfasi di ripulirsi dalle scorie del passato – dichiara che con lui premier l’Italia riconoscerà Gerusalemme capitale di Israele. Una scelta pericolosa e contraria alla linea europea di due popoli due stati. Una opzione che non aiuta nemmeno chi in Israele lavora da anni per la pace. 

L’imitatore in salsa padana di Donald Trump aggiunge anche che l’antisemitismo in Italia e in Europa è di matrice islamica. Attenzione non islamista, ma islamica, ovvero di tutti i musulmani. Una colpa collettiva che è il classico modo dei razzisti di agitare il cappio del nemico immaginario. Per cui un’affermazione fondata – c’è un islamismo che odia gli ebrei e vorrebbe cancellarli dal Medio Oriente – diventa parziale. Che accusa alcuni, ma assolve altri. 

Per la verità la squadraccia che ha aggredito me, la mia famiglia e due ragazzi a capodanno a Venezia era italianissima!

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“Il Pd come dovrebbe essere”

lunedì, Gennaio 20th, 2020

Tanta tradizione e tanta novità. In fondo, un sentimento. Alle sette le luci del palco cambiano colore. E la piazza azzurra delle sardine si tinge di rosso. Modena City Ramblers e Bella ciao, 40mila pugni alzati e mani in alto, come al concertone del primo maggio, in questa piazza otto agosto, tre volte più grande di Piazza Maggiore. È qui che i Bolognesi sconfissero gli austriaci nel 1848, anche quella una liberazione dall’invasor: “È questo il fiore del partigiano, morto per la libertà”. Dalle prime file invocano addirittura Contessa – ve la ricordate? – quella che faceva “Compagni dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello”.

Tanta tradizione e tanta novità dicevamo. Perché ci volevano questi quattro ragazzi, non proprio millennials ma quasi, a sollecitare il risveglio dal torpore. A far cantare Bella Ciao, Cento passi, i Bandabardò. E a portare sul palco un ragazzo nigeriano (a proposito di discontinuità e decreti sicurezza) che racconta la sua storia: “Ci hanno chiamato in Italia le parole della Costituzione, “gli uomini sono tutti uguali”, ricchi e poveri, cristiani e musulmani, io ho lasciato il Niger perché quelle parole non mi facevano avere paura”. O a dare il palco a Fabrizio Barca per parlare di aree interne e a Sandro Ruotolo, storico inviato adesso sotto scorta, per spiegare cosa siano le morti sul lavoro e perché la “mafia è una montagna di merda”.  

Guardatelo questo Mattia Santori, è un leader naturale, col suo look un po’ casuale, un po’ fighetto bolognese un po’ centro sociale, jeans scuro col risvolto su scarpa da ginnastica. Si muove con passo lento e sguardo sicuro, anche se attorno è un delirio di telecamere. Le mani, quando dichiara, sempre in tasca. Il ragazzo ci sa fare. Anche a muoversi in questo magma, che noi cronisti del novecento forse fatichiamo a capire. Il magma di una simbologia che evoca la sinistra come sempre è stata, prima che venisse rasa al suolo, ma che intercetta una spinta nuova, perché non c’è ancora un partito in grado di riaccendere la politicizzazione nell’era del rifiuto della politica.

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I rischi della giustizia utilizzata come un’arma

domenica, Gennaio 19th, 2020

di Paolo Mieli

È davvero molto difficile spiegare perché per Pd e Italia Viva dovrebbe essere dannoso pronunciarsi domani in Commissione a favore del rinvio a giudizio di Matteo Salvini. È del tutto evidente che chi in Emilia-Romagna si accinge a votare per la sinistra sa benissimo quale sia — in merito al caso della nave Gregoretti — l’orientamento della propria parte politica. E, anzi, questo elettore sarebbe ancor più motivato da una scelta esplicita (in sintonia, tra l’altro, con le richieste delle sardine). Se poi Salvini decidesse di dedicare a questo caso l’ultima settimana di campagna elettorale, non nuocerebbe certo a Bonaccini l’assenza di ambiguità nello schieramento che lo sostiene. Anzi. Semmai potrebbero trovarsi in imbarazzo il M5S e Giuseppe Conte che ai tempi dell’«affaire Diciotti» si erano mossi in soccorso del leader leghista (all’epoca loro alleato). Del resto un episodio analogo accadde nei giorni precedenti alle elezioni umbre del 27 ottobre scorso, quando con l’immaginabile intento di non influenzare il voto, vennero lasciati al largo delle acque siciliane quasi duecento profughi salvati dall’«Ocean Viking» e dalla «Alan Kurdi». Già all’epoca Matteo Orfini, Graziano Delrio e Dario Franceschini avevano alzato la voce, solo però all’indomani delle elezioni. Ma per le logiche che governano le denunce delle Ong e le conseguenti azioni della magistratura, è improbabile che qualcuno si dia pena per quei migranti restati in mare più di dieci giorni prima di essere fatti scendere a Pozzallo. Accade sempre più spesso che le intromissioni giudiziarie nella vita politica complichino le cose anche per coloro che dovrebbero esserne beneficiati. In questo senso la situazione è assai diversa da come si presentava all’epoca in cui questa storia cominciò, all’inizio degli anni Novanta. A quei tempi tutto sembrava essere più chiaro per l’opinione pubblica e più evidenti apparivano gli effetti che iniziative del genere avrebbero avuto sull’intero sistema. Poi, però, le conseguenze non furono quelle auspicate e i risultati di quelle azioni misero in crisi il sistema stesso. Non solo in Italia.

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Il ritorno (politico) dell’idea di centro

sabato, Gennaio 18th, 2020
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di   Angelo Panebianco

Chi ha voglia di non fermarsi alla superficie delle cose, di non accontentarsi dei ragionamenti sul cui prodest, su quelli che, qui e ora, hanno vinto e su quelli che hanno perduto, può rendersi conto del fatto che la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato inammissibile il referendum leghista sulla legge elettorale chiude definitivamente un’epoca. D’ora in poi non sarà più possibile, per chissà quante generazioni, immaginare cambiamenti sostanziali della «costituzione materiale» della Repubblica nata alla fine della Seconda guerra mondiale.

C’è un nesso strettissimo fra la sentenza e il risultato del referendum costituzionale del 2016. Allora, una maggioranza schiacciante decise che la democrazia acefala (con governi deboli, ricattabili e per lo più di brevissima durata), ossia il regime assembleare — che è una variante del parlamentarismo — scelto dai costituenti dopo la Liberazione, era esattamente ciò che gli italiani volevano conservare. La sentenza della Corte prelude al ritorno della proporzionale pura. In effetti, una democrazia assembleare, una democrazia acefala, «chiama» la proporzionale. Nel senso che la legge elettorale proporzionale è la più adatta per un simile assetto costituzionale.

Ripeto ciò che sia io che altri abbiamo detto tante volte ma che, stando a quanto si continua a leggere, pare sia cosa assai complicata. Il movimento che volle la legge elettorale maggioritaria e che si formò fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta non pensava affatto che bastasse cambiare la legge elettorale (dal proporzionale al maggioritario) per avere una democrazia rappresentativa ben funzionante. Pensava (sperava) che il cambiamento della legge elettorale obbligasse la classe politica a riformare la Costituzione del 1948. Occorreva — pensavano i protagonisti di quel movimento — una «democrazia maggioritaria». Ma una tale democrazia non lo è solo in virtù della presenza di una legge elettorale maggioritaria. Necessita anche di un assetto costituzionale coerente, necessita soprattutto di governi istituzionalmente forti, il contrario della democrazia acefala.

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Cittadini esautorati. Ritorno alla Prima Repubblica

venerdì, Gennaio 17th, 2020

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

Quando la politica era fatta dagli statisti, le leggi elettorali le scrivevano le minoranze. Adesso che purtroppo la fanno i politici, è il mutevole interesse del momento a governare le regole del gioco e i destini stessi della democrazia. Il risultato di questo palleggio tra Camere e Consulta è che avremo una legge elettorale del tutto proporzionale, tipo quella licenziata con ignominia al termine della Prima repubblica con l’accusa a furor di popolo – giusta – di non rispondere più agli interessi di una democrazia moderna, in cui ovunque si privilegia la governabilità all’eccesso di rappresentatività. 

Si erano addirittura messe a punto due leggi elettorali maggioritarie, quella per i sindaci e i presidenti di regione, che hanno ben funzionato. Esigenze che nel tempo non sono cambiate, mutando invece quelle dei partiti, o meglio dei loro attuali rappresentati in parlamento. Che adesso sono deboli rispetto a una opinione pubblica che essi non hanno la forza di indirizzare ma che subiscono, schiacciati da vaffa da loro stessi creati.

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