Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Palazzo Chigi, no dei dipendenti al super aumento dello stipendio: l’offerta di 125 euro in più al mese non basta

martedì, Gennaio 19th, 2021

di Francesco Bisozzi

Il discorso di ieri a Montecitorio del premier lo hanno seguito con la coda dell’occhio, perché ai duemila dipendenti della presidenza del Consiglio in questo momento non interessa granché della crisi di governo e del destino di Giuseppe Conte. Ciò che a loro adesso interessa veramente è ottenere più soldi con il rinnovo del contratto 2016-2018. Eppure guadagnano già stipendi invidiati dal resto degli statali: occupano le scrivanie dorate della Pa. Dunque, cosa hanno da lamentarsi? Nemmeno il maxi-aumento proposto dall’Aran, l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, pari a 125 euro lordi mensili, superiore per intenderci del 50% circa rispetto a quello elargito al personale non dirigente dei ministeri, è riuscito a saziare l’appetito dei dipendenti di Palazzo Chigi e a sbloccare una trattativa che si trascina da troppo tempo.

Recovery plan, per gli Statali è rivoluzione: premi assegnati solo in base al merito

I PUNTI CHIAVE

«Dopo 15 mesi di tira e molla, a Natale ho sottoposto il contratto all’attenzione dei sindacati, ma la mancata disponibilità alla firma da parte di Snaprecom, Sipre e Ugl, che in questo caso rappresentano nel complesso oltre il 51% dei dipendenti sindacalizzati, non ha permesso la sottoscrizione del documento. O ci ripensano o per me è finita qui. Oltre al maxi-aumento i sindacati ostili chiedono ulteriori interventi che però non sono oggetto della contrattazione», spiega il presidente dell’Aran Antonio Naddeo. Ora, il presidente Naddeo, con un passato anche lui a Palazzo Chigi, è noto per essere uno che non perde la pazienza tanto facilmente, ma questa volta sembra aver raggiunto il suo limite di sopportazione. Perché quella che sulla carta doveva essere una trattativa facile, quasi un’amichevole, si è rivelata strada facendo persino più impegnativa di quelle con comparti complessi, come quello dell’istruzione. Il rinnovo del contratto 2016-2018 dei dipendenti della presidenza del Consiglio – assieme a quello dei 300 dirigenti che è dato però in dirittura d’arrivo, al prezzo non indifferente di un aumento mensile superiore a 300 euro – costituisce l’ultimo miglio del percorso di sblocco dei contratti avviato nel 2017, un tassello piccolo ma indispensabile per riuscire a completare il mosaico dei rinnovi: mosaico che a questo punto rischia di rimanere incompiuto.

​Statali e smart working, chi rende di meno lascerà il lavoro agile: così cambiano le pagelle

GLI ALTRI

Rispetto ai dipendenti di Palazzo Chigi, gli eroi della pandemia, infermieri e insegnanti, con l’ultimo rinnovo del contratto hanno ottenuto anche meno di 80 euro lordi mensili di aumento, ma non raccontatelo a quelli che lavorano alla presidenza del Consiglio perché non vi staranno a sentire.

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Morto Benjamin de Rothschild: l’erede della dinastia di banchieri aveva 57 anni

domenica, Gennaio 17th, 2021
Morto Benjamin de Rothschild: l'erede della dinastia di banchieri aveva 57 anni

Benjamin de Rothschild, il banchiere che aveva governato il gruppo fondato dal padre dal 1953, è morto, stroncato da un infarto all’età di 57 anni.

Il comunicato dell’Edmond de Rothschild Group, di cui era presidente, ha spiegato che il decesso è avvenuto venerdì pomeriggio a Pregny, in Svizzera.

De Rothschild aveva guidato il gruppo finanziario internazionale, specializzato nelle attività di asset management, private banking e private equity, che portava il nome del padre dal 1997. È un discendente della famiglia Rothschild, che ha una storia di quasi 300 anni nella gestione di banche europee. Appassionato di finanza, vela, automobili e vino, era anche un filantropo, coinvolto nell’ospedale della Fondazione Adolphe de Rothschild, ha detto la società. Lascia la moglie, Ariane de Rothschild, e quattro figlie.

Il gruppo de Rothschild, creato dal barone Edmond de Rothschild , i cui genitori sono fuggiti in Svizzera durante la seconda guerra mondiale per sfuggire alla persecuzione degli ebrei, amministra un patrimonio di 160 miliardi di euro, ha sede a Ginevra, opera in 33 Paesi e può contare su circa 2700 dipendenti. Secondo la stima di Forbes, il patrimonio di Benjamin de Rothschild era di 1,5 miliardi.

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Recovery, l’Unione europea in allarme sul piano italiano: «Bisogna accelerare»

domenica, Gennaio 17th, 2021

di Antonio Pollio Salimbeni

Accelerare è diventata la parola d’ordine in Europa. Dal via libera ad altri vaccini, quando possibile, alla campagna per usarli a ritmi forzati, al sostegno dei settori economici più colpiti dalla crisi, all’uso dei fondi europei che saranno raccolti prossimamente con la più grande operazione finanziaria targata UE, un prestito obbligazionario comune per 750 miliardi per sovvenzioni e prestiti anti crisi agli Stati. È una parola d’ordine che nel caso delle risorse di Next Generation EU (così è denominata l’operazione) suona più come un serrare le fila per esercitare pressione politica sui governi e rassicurare le opinioni pubbliche: tutti sanno che i primi fondi non potranno essere sborsati ai governi prima di giugno-luglio e, infatti, la stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen l’altro giorno ha indicato: «L’obiettivo è erogarli entro la fine della presidenza portoghese della Ue». Cioè fine giugno. Per l’Italia sono in ballo poco più di 27 miliardi: è la prima “tranche” pari al 13% dei 209 miliardi spettanti, il cosiddetto “pre finanziamento” che sarà dato una volta ottenuto il via libera al piano nazionale di ripresa e resilienza per investimenti e riforme.  APPROFONDIMENTI

Recovery, Pnrr sale a 223,9 miliardi nel testo inviato al Parlamento

Pascal Donohoe, presidente dell’Eurogruppo e ministro irlandese, ha spiegato che «è realmente importante che le risorse Ue comincino a sostenere l’economia entro quest’anno, dobbiamo vedere un impatto nel 2021». Per questo si aspetta che i governi non usino solo le sovvenzioni ma anche i prestiti europei. Gli strumenti Ue a disposizione vanno usati: questo il messaggio. 

Sono diversi i motivi per cui si parla tanto di accelerazione: finora solo Italia e Cipro hanno ratificato l’aumento delle risorse proprie del bilancio dell’Unione che garantirà l’emissione obbligazionaria comune. L’impegno di tutti gli Stati è completare le ratifiche in fretta. Ad aprile la scadenza per consegnare a Bruxelles i piani di investimenti e riforme: scontato che prima arrivano meglio è. Il secondo motivo è legato al prolungarsi della crisi economica: si comincia a temere per la tenuta sociale in qualche Paese. Non se ne uscirà fino a quando non ci sarà l’immunizzazione di massa.

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Il Ristori 5 sulla rampa di lancio: 10 miliardi per cancellare le tasse sospese nel 2020

sabato, Gennaio 16th, 2021

di CLAUDIA MARIN

Roma – Il pacchetto Ristori 5 è di fatto sulla rampa di lancio dopo che l’altra notte il governo ha varato un nuovo scostamento da 32 miliardi di euro: nel giro di pochi giorni arriverà anche il decreto legge con le nuove misure per fronteggiare il protrarsi dell’emergenza Coronavirus. In cantiere ci sono la proroga della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti fino a giugno, lo slittamento dell’invio delle cartelle esattoriali fino a fine mese, in attesa di varare anche la cosiddetta rottamazione-quater, ma, principalmente, un piano di indennizzi da 10 miliardi per le imprese che hanno subito i contraccolpi della crisi e delle chiusure in corso. 

A confermare l’operazione nel suo complesso è lo stesso Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che parla di “rimodulazione della riscossione” e di nuovi interventi in arrivo. E’ il Ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, a mettere in campo, invece, l’ipotesi concreta di ulteriori 18 settimane di cassa integrazione, almeno per le piccole aziende. Senza contare l’apertura alla richiesta dei sindacati di un prolungamento del blocco dei licenziamenti, in scadenza a fine marzo, fino al 30 giugno. 

A sua volta, il Ministro Francesco Boccia spiega che il decreto Ristori 5 ha “la massima priorità” e che la crisi “non ci impedirà di correre per garantire tempi rapidi” ai nuovi aiuti ad hoc per lo sci e agli interventi “cospicui” per bar e ristoranti e su tutte le attività penalizzate dalle chiusure. Lo schema prevede infatti un nuovo Cdm subito dopo il via libera delle Camere al nuovo extra-deficit. La fetta più cospicua delle risorse messe in campo con il provvedimento in arrivo riguarda, infatti, le attività economiche rimaste chiuse o semi-chiuse in questi ultimi mesi. In ballo 10 miliardi di euro, che verrebbero utilizzati non per dare nuovi aiuti attraverso l’Agenzia delle Entrate ma per evitare il pagamento delle tasse sospese nel corso del 2020. Si tratta, però, di stabilire il criterio in base al quale le imprese potranno usufruire della cancellazione delle imposte: in gioco la perdita del fatturato del 30 per cento nel corso dello scorso anno. 

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Recovery, la sanità sale a 20 miliardi Più fondi a ferrovie, Comuni e cultura

mercoledì, Gennaio 13th, 2021

di Enrico Marro

Il Recovery plan — approvato dal consiglio dei ministri attorno all’una di notte, con l’astensione delle ministre di Italia Viva — è stato scritto e riscritto più volte da quando, il 7 dicembre, figurava per la prima volta all’ordine del giorno del consiglio dei ministri. Un mese di intenso lavoro tecnico e di continuo tira e molla nella maggioranza. Alla fine, il documento arrivato ieri sera nel consiglio dei ministri è molto diverso sia dalla bozza iniziale sia da quella più dettagliata del 29 dicembre. Si tratta di 172 pagine, che descrivono i programmi di spesa con i quali il governo chiederà alla commissione europea i 209 miliardi di euro destinati all’Italia tra prestiti e trasferimenti nel periodo 2021-2026 nell’ambito del progetto Next generation Eu per rilanciare l’Unione dopo la pandemia.

Per accogliere le tante richieste di modifica e di aggiunta di investimenti previsti nella bozza del 29 dicembre i tecnici dell’Economia hanno allargato la torta. E così al piano iniziale che faceva riferimento solo ai 196 miliardi del Recovery fund in senso stretto si sono aggiunti una fetta del Fcs (Fondo coesione sviluppo) e i 13 miliardi del React Eu per l’emergenza Covid, portando il totale a 223 miliardi. Che a loro volta sono stati integrati con circa 7 miliardi dai fondi strutturali europei e da 80 miliardi di risorse programmate per il 2021-26 dal bilancio nazionale (per esempio i 30 miliardi per il Family act e i 24 per la decontribuzione al Sud) per un totale che, in una tabella allegata al piano, arriva a 310 miliardi.

Così gli appena 9 miliardi assegnati inizialmente alla «Salute» e che avevano scontentato non solo il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ma anche gli altri partiti, sono diventati, tutto compreso, 20,7 di cui 7,9 destinati all’Assistenza di prossimità e alla telemedicina (3 miliardi in più) e 12,8 all’Innovazione, ricerca e digitalizzazione (quasi 9 miliardi in più). Nel capitolo «Digitalizzazione, Innovazione, competitività e cultura», che da solo vale 46,2 miliardi (più 11 di programmazione di bilancio), 5 miliardi in più vanno alla voce Cultura e Turismo, che sale da 3 a 8. Spuntano poi 6 miliardi alla voce «valorizzazione del territorio e efficientamento energetico dei comuni» per accogliere una precisa richiesta di Renzi. E ci sono circa 5 miliardi in più per l’alta velocità ferroviaria, in particolare nel Mezzogiorno. Molto cresciute anche le risorse che verranno chieste all’Europa per l’«Istruzione e ricerca», che passa dagli iniziali 19 miliardi a 28,5 . Sei miliardi in più vanno a «Potenziamento delle competenze e diritto allo studio» (da 10,7 a 16,7 miliardi) e tre miliardi in più alla voce «Dalla ricerca all’impresa». Insomma, più soldi ai giovani e alla ricerca. Cresce di quasi 10 miliardi il capitolo «Inclusione e coesione», che ora vale 27,6 miliardi (al netto del risorse del bilancio nazionale), di cui 12,6 per le «Politiche per il lavoro».

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Emissioni Co2 nell’ambiente: quanto inquina la nostra vita digitale

mercoledì, Gennaio 13th, 2021

di Milena Gabanelli

Le nostre vite ai tempi del Covid-19 sono cambiate, e cambieranno. Il danno economico da pandemia sarebbe stato ben maggiore se alcune attività non si fossero trasferite su Internet. Dallo smart working, alla teledidattica, dall’e-commerce all’home banking, dalle video conferenze, ai webinar per presentare i libri ed eventi culturali. Anche chi è poco digitale deve imparare in fretta perché il suo uso ormai intensivo, oltre a sostituire molte attività fisiche, responsabili di emissioni di CO2 equivalenti, farà bene all’ambiente. Le soluzioni digitali possono sostenere l’economia circolare, supportare la decarbonizzazione di tutti i settori e raggiungere così gli obiettivi di sostenibilità che il Green New Deal europeo si propone. Ma non è per nulla scontato. Fino ad ora infatti le transizioni digitali hanno perpetuato modelli di crescita ad alta intensità di risorse e gas serra, responsabili del riscaldamento globale. E allora qual è l’impronta ambientale del digitale?

Transizione digitale ed emissioni di Co2e

Computer, dispositivi elettronici e infrastrutture digitali consumano quantità sempre maggiori di elettricità. E l’energia elettrica, se non proviene da fonte rinnovabile, produce emissioni di gas serra. Nel 2008 le tecnologie digitali utilizzate nelle trasmissione, ricezione ed elaborazione di dati e informazioni (ICT) hanno contribuito per il 2% alle emissioni globali di CO2e; nel 2020 sono arrivate al 3,7% e raggiungeranno l’8,5% nel 2025, l’equivalente delle emissioni di tutti i veicoli leggeri in circolazione (Fonte: The Shift Project nel Report: LEAN ICT – TOWARDS DIGITAL SOBRIETY). Lo studio «Assessing ICT global emissions footprint», ipotizza che nel 2040 l’impatto del digitale arriverà al 14%. Confrontando le emissioni del digitale nel 2020 in tutti i Paesi si può vedere che se le infrastrutture digitali fossero uno Stato, sarebbe uno fra i più grandi consumatori di energia al mondo.

Il consumo che si vede nella bolletta elettrica

Immagini, video in ultra-definizione per smart-tv, sensori distribuiti, immagini riprese da telecamere di sicurezza, robotizzazione, città intelligenti, videochiamate digitali, servizi on-line, messaggistica istantanea e molto altro ancora costituiscono un «universo digitale» in continua espansione, alimentato dai dati creati, utilizzati e richiesti ogni giorno – senza sosta – da industrie, pubbliche amministrazioni, ospedali, banche, centri di ricerca e da noi utenti. Per comprendere il peso dei consumi elettrici del digitale partiamo dal nostro quotidiano domestico. Un forno elettrico convenzionale da 2000W usato alla massima potenza per 3 minuti consuma 0,1 kWh. Un frigorifero con freezer in classe C + in un anno consuma 150kWh -190kWh. Ricaricare lo smartphone consuma 4kWh l’anno. Questi consumi, quantificati nelle bollette, sono sotto il nostro controllo diretto. Il problema è che i dispositivi digitali connessi su Internet producono dei consumi al di là del nostro contatore elettrico.

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Lavoro, giustizia, burocrazia: i nodi politici del Recovery plan

martedì, Gennaio 12th, 2021

di Federico Fubini

Non è più solo una questione di numeri e tabelle, perché ormai nella maggioranza stanno venendo al pettine i nodi politici del Recovery plan. Sono quelli della sua stessa ragione di esistere, se c’è ancora. E la obbligano a decidere cosa vuole o può fare nei prossimi mesi e anni: affrontare i problemi di fondo dell’Italia – quelli di prima della pandemia – oppure lasciarli in eredità, ancora più grandi ed esplosivi, a chi verrà dopo. Le domande di fondo Per mesi la sostanza era rimasta coperta dietro centinaia di ipotesi di investimenti grandi, medi o anche pulviscolari. Ma da oggi, quando atterra sul tavolo del Consiglio dei ministri, la bozza di programma per spendere 209 miliardi di fondi europei entro il 2026 obbligherà il governo a rispondere alle sue domande di fondo. La Commissione europea infatti non regala denaro: lo mette a disposizione solo per progetti legati a riforme che impediscano al Paese di vanificare la spesa in un fuoco di paglia.

Dunque il governo deve decidere se punta a rivedere il sistema della giustizia e dell’amministrazione nel segno della responsabilità delle catene di comando, della competenza e del merito, oppure pensa solo a 16 mila assunzioni a tempo e ai voti che ne possono derivare. Il governo deve anche scegliere fra nuovi percorsi credibili di formazione e reinserimento dei disoccupati — tenendo conto della realtà del mercato — e la difesa a oltranza dell’attuale sistema pubblico fra decrepiti centri per l’impiego regionali, navigator in scadenza di contratto e reddito di cittadinanza. Deve poi stabilire quale sia la strategia energetica nazionale di un’economia del ventunesimo secolo: la scalata al cielo di un investimento colossale nell’idrogeno «verde» — il più pulito in assoluto, ma anche caro il triplo o il quadruplo dell’idrogeno «blu» e dunque senza mercato per anni a venire — oppure un dosaggio equilibrato fra sostenibilità dell’ambiente e del sistema produttivo. Infine la stretta sul Recovery plan lascia ancora senza risposta la domanda più grande, quella sulla struttura che avrà il potere e la responsabilità di gestirlo. Così Next Generation EU sta diventando lo specchio dei paradossi di questo governo.

Malgrado la rivolta del piccolo manipolo di Italia viva di Matteo Renzi, in realtà il piano mette brutalmente sotto i riflettori le contraddizioni fra le due principali forze di maggioranza: il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico. Di quest’ultimo sono i tre ministri che anche ieri hanno messo a punto fino a sera nella stessa stanza di Via XX Settembre la bozza che oggi va in Consiglio dei ministri: il padrone di casa Roberto Gualtieri per l’Economia, Enzo Amendola per gli Affari europei e Peppe Provenzano per la Coesione territoriale, che dispone dei tecnici della programmazione. Il terzetto si era messo al lavoro d’urgenza una decina di giorni fa, quando Renzi ha rimarcato un’ovvietà fin lì da tutti taciuta: il re era nudo, il Recovery plan gestito in segreto a Palazzo Chigi — la mediazione con il resto del governo affidata al solo Amendola — aveva prodotto un assemblaggio incoerente.

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Alitalia, il marchio sarà battuto all’asta. In vendita anche gli slot e il programma MilleMiglia

domenica, Gennaio 10th, 2021

di Umberto Mancini

Alitalia all’asta. Il brand storico della compagnia di bandiera conosciuto in tutto il mondo, sarà, insieme agli slot e al programma MilleMiglia, messo in vendita dal commissario Giuseppe Leogrande. Lo impongono le normative europee e, fattore ancor più rilevante, l’assoluta necessità di fare cassa da parte della società in amministrazione straordinaria. La prossima settimana, salvo rinvii, verrà messo a punto il bando. Non è stato ancora deciso però se la procedura sarà unica per tutti gli asset o parcellizzata visto che, tra l’altro, anche gli aerei dovranno gradualmente passare dalla “vecchia” Alitalia ad Ita, la società pubblica guidata da Fabio Lazzerini che da aprile, Covid permettendo, proverà a decollare sulle ali del nuovo piano industriale. I legali sono al lavoro per bruciare le tappe e accelerare la transizione. Anche perché da Bruxelles ribadiscono che il passaggio delle parti di azienda dall’amministrazione straordinaria alla newco dovrà avvenire a prezzi di mercato. Di qui l’urgenza di stilare un bando europeo per evitare sanzioni. APPROFONDIMENTI

ADR e Alitalia digitalizzano certificati negatività su voli Covid Tested

Il piano Ita-Alitalia, come noto, è sotto i riflettori della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager che ha chiesto una forte discontinuità con il passato per dare il via libera. Per questo nel documento mandato a Bruxelles del logo tricolore non c’è nessuna traccia, ma è ben presente uno stilizzato e ben più anonimo marchio Ita. 

Solo il brand Alitalia, secondo alcune stime, potrebbe valere tra 50 e 70 milioni di euro. Mentre codici di volo, MilleMiglia e lo slot del principale aeroporto di Londra, dovrebbero fruttare tra 130 e 150 milioni di euro. 

Alitalia, all’asta anche il codice AZ

Di certo è il brand che fa più gola visto che sia Germán Efromovich, ex patron di Avianca, che USAerospace Partners, si erano fatti avanti in passato per rilevarlo. Ma anche Air France-Klm e Lufthansa sarebbero interessate e potrebbero entrare in partita se non altro, si teme, per alzare il prezzo e fare azione di disturbo. Del resto il pressing su Bruxelles delle altre compagnie è altissimo visto che Ita-Alitalia, potrà contare su una dote statale di 3 miliardi, mentre la “vecchia” Alitalia ha già ricevuto circa 1,5 miliardi di prestiti per affrontare prima la crisi e poi l’emergenza Covid. 

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Nuovo dpcm, ristoranti al tappeto. “Danni enormi, rischiamo di non aprire più”

domenica, Gennaio 10th, 2021

di CLAUDIA MARIN

“Perché uno stabilimento con migliaia di operai può restare aperto, con turni, mense, entrate e uscite, e noi no? Non sono sufficienti i protocolli di sicurezza che ci hanno fatto attuare? Ci dicano che cosa dobbiamo aggiungere. Ma ci ascoltino, ci consultino. Perché è ora di smetterla, dopo quasi un anno, con questo modo di procedere: basta incertezze, mille dpcm e decisioni prese all’ultimo minuto. Non siamo interruttori che si possono accendere e spegnere da un momento all’altro”. Lino Stoppani, Presidente della Fipe (ristoranti, bar pubblici esercizi) e Vice-presidente vicario di Confcommercio, è davvero esasperato e sconfortato, come migliaia di imprenditori del settore – avvisa – di fronte al nuovo dpcm che si annuncia come l’ennesimo provvedimento di bocco più o meno integrale degli esercizi pubblici.

Un grido di dolore, quello del numero uno della più rappresentativa associazione della categoria, che esprime tutto il malessere e la disperazione di migliaia di ristoratori e titolari di bar della Penisola. Da quelli più piccoli ai grandi della cucina. “È un calvario infinito, ma soprattutto è una grande vergogna. Come imprenditore, sento il reale rischio chiusura della mia attività – ha più volte dichiarato Gianfranco Vissani – Abbiamo adottato tutti i dispositivi di sicurezza indicati, i ristoranti sono luoghi assolutamente sicuri, ma non è bastato e quindi paghiamo il prezzo di scelte assurde, come quella di aver permesso la movida nelle grandi città”. Parole pesanti che trovano, però, la sostanza nei numeri di chi, insieme con gli albergatori e gli operatori turistici, ha pagato il prezzo più alto dell’emergenza Coronavirus senza ricevere adeguati e proporzionati ristori. Nel 2020 il comparto dei pubblici esercizi ha perso circa 38 miliardi di euro sugli 86 miliardi del 2019. Solo tra Natale e Capodanno la perdita è stata di circa 750 milioni di euro.

Ma le perdite complessive di dicembre derivanti dalle chiusure secondo i colori delle regioni sono state ben più rilevanti, fino a toccare i 6,6 miliardi di euro. Una cifra astronomica che difficilmente potrà essere compensata dalla nuova tornata di ristori in arrivo. Ma il nodo essenziale è il ritorno al meccanismo delle regioni con colori variabili. E la differenza è notevole: stare in zona rossa o arancione significa per un bar o un ristorante essere chiusi completamente salvo delivery e asporto, mentre stare in zona gialla permette almeno di stare aperti fino alle 18 del pomeriggio, il che salva una quota del fatturato.

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Ape sociale, via alle domande: over 63 e disoccupati (con 30 anni di contributi), ecco i requisiti

sabato, Gennaio 9th, 2021

Chi ha almeno 63 anni di età ed ha i requisiti per l’eccesso all’Ape sociale può fare domanda all’Inps per avere l’indennità prorogata con la legge di Bilancio per il 2021. Lo comunica l’Inps con un messaggio in attesa della circolare illustrativa delle nuove disposizioni. La misura è rivolta ai 63enni (e a coloro che li compiranno entro il 2021). Possono fare domanda i disoccupati con almeno 30 anni di contributi previdenziali e non hanno più il sussidio di disoccupazione da almeno tre mesi, coloro che sono impegnati in lavori gravosi con almeno 36 anni di contributi, coloro che assistono il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità e coloro che hanno un’invalidità di almeno il 74%. 

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I requisiti

La domanda di accesso all’Ape si può fare a partire dai 63 anni ma per effetto dell’aumento dell’aspettativa di vita che ha portato il pensionamento di vecchiaia dal 2019 a 67 anni e del tempo di erogazione massima che arriva a tre anni e sette mesi di fatto l’accesso è possibile solo dai 63 anni e cinque mesi a meno di non essere un contributore volontario che riesce ad uscire con la pensione anticipata. «Possono presentare domanda di riconoscimento delle condizioni di accesso al beneficio dell’Ape sociale – si legge – i soggetti che, nel corso dell’anno 2021, maturano tutti i requisiti e le condizioni» previste dalla legge n. 232/2016. Possono, altresì, presentare domanda tutti coloro che hanno perfezionato i requisiti negli anni precedenti al 2021, «stante il permanere degli stessi, e che non hanno provveduto ad avanzare la relativa domanda».

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