Mosse urgenti/ Meno favori e più riforme, la via obbligata per la ripresa


L’Italia è destinataria della maggiore quantità di fondi rispetto a tutti i Paesi europei (si tratta di ben 208 miliardi su un totale di 750) ma con l’obbligo di raggiungere precisi obiettivi di crescita, mettendo in atto un organico processo di riforme. Si richiede di presentare un numero limitato di grandi progetti, accompagnati da piani dettagliati, con strumenti di controllo degli stati di avanzamento e l’elenco delle autorità responsabili dell’esecuzione dei diversi obiettivi, dedicati a rinnovare il Paese in particolare su tre fronti: digitalizzazione, ambiente e coesione sociale.


Quindi pochi grandi compiti tra loro sinergici, in modo da organizzare una credibile strategia di sviluppo: proprio l’opposto di quello che si è fatto (o si è dovuto fare) fino ad ora a causa delle opposizioni esterne o, ancora di più, delle divisioni interne al Governo.


La ragione per cui è stata riservata all’Italia la quota maggiore dei fondi deriva proprio dal fatto che il nostro Paese è così grande da essere determinante negli equilibri europei ma, nello stesso tempo, presenta rigidità tali da mettere a rischio l’intera economia dell’Unione. 


E non si pensi che, da parte di Bruxelles, si tratti di condizioni flessibili: le grandi decisioni del Next Generation Eu sono state infatti prese dopo molti contrasti e dopo che alcuni Paesi le hanno accettate solo perché accompagnate da cogenti condizionamenti e diligenti controlli. E non possiamo nemmeno dimenticare che alcuni di questi Paesi, a cominciare dall’Olanda e dalla Germania, sono ormai in campagna elettorale e, spinti dalle loro opinioni pubbliche, saranno quindi guardiani inflessibili dello spirito e della lettera dell’uso del denaro europeo. 


Siamo davvero di fronte a un bivio. Se ci discostiamo dagli obblighi assunti, avremo una duplice conseguenza negativa. In primo luogo gli acquisti dei titoli del debito pubblico italiano da parte della Banca Centrale Europea non potranno proseguire, spingendo l’Italia verso conseguenze drammatiche. In secondo luogo, diventerà impossibile riformare il patto di stabilità, con analoghe conseguenze.


Al governo resta una sola scelta: cambiare rotta, respingendo le mille disparate proposte che arrivano da amici, nemici e falsi amici e concentrando l’azione sulle poche grandi decisioni che spingono la crescita e varare le riforme che ne condizionano la messa in atto.
Un compito gigantesco perché, quando si parla di riforme, non si intendono provvedimenti vaghi ma cambiamenti delle leggi, dei regolamenti e dei modi di operare della nostra Pubblica Amministrazione: dalla giustizia alla scuola, dalla ricerca alla sanità, in modo da affrettare il processo decisionale di ogni investimento, sia esso pubblico o privato.


Un compito che deve essere affrontato nel corso di questo stesso mese, da un Consiglio dei Ministri che prenda le decisioni obbligate dalle nostre necessità e dalle norme del Next Generation Eu che, ricordiamolo ancora una volta, non può versare soldi a piè di lista ma solo quando i compiti assegnati vengono eseguiti nelle varie fasi di attuazione.


Visto che è stato sollevato tante volte, e non fuori luogo, il richiamo al dopoguerra, sarà bene ripetere quanto è stato già scritto su queste stesse pagine: il medesimo Consiglio dei Ministri dovrà provvedere alla costruzione di un modello organizzativo nuovo, capace di mettere in atto quanto richiesto. Si deve in esso prevedere che il potere politico sia in grado di prendere le necessarie decisioni strategiche, alla concreta realizzazione delle quali debbono essere preposti i migliori nuclei della Pubblica Amministrazione affiancati, quando necessario, da una piccola squadra di consulenti esterni in grado di fornire, nei casi straordinari, risorse e specializzazioni non disponibili nel settore pubblico. Penso infatti che non vi sia né il tempo né la convenienza di creare strutture alternative che già, in tanti casi, hanno reso ancora più complicati i processi decisionali.


Il governo deve, comunque, avere ben chiaro che il tempo delle mediazioni è finito e che la sua stessa sopravvivenza dipende dalla capacità di prendere finalmente le decisioni radicali di cui il Paese ha bisogno.

IL MESSAGGERO

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