La diplomazia del buon senso

Stefano Stefanini

Mentre in Italia – forse – finiva un’era, il mondo tira avanti imperterrito. Ieri, a Pechino, il Segretario di Stato americano ha incontrato Xi Jinping. Snodo diplomatico chiave negli equilibri mondiali. Non ci aspettava un granché, né un granché c’è stato. Non era un negoziato, non era un vertice, non erano in gioco guerra e pace. La visita di Antony Blinken in Cina era semplicemente il banco di prova della capacità, o meno, delle due maggiori potenze mondiali di gestire competizione e rivalità fra di loro. Non è emerso nulla di conclusivo se non la reciproca volontà di provarci. La strada imboccata potrebbe condurre a un incontro fra Xi Jinping e Joe Biden entro la fine dell’anno. Quella di ieri è stata diplomazia per creare le condizioni per altra diplomazia. Non un risultato da poco vista la posta in gioco.

Cina e Stati Uniti sono apertamente in concorrenza per la supremazia internazionale – politica, economica, tecnologica, ideologica. Entrambi lo riconoscono. Questa gara può finire in due modi: con un “vinca il migliore” senza esclusione di colpi ma pacifico; in un conflitto, inevitabilmente mondiale. Il primo richiede che i due contendenti si diano le regole del gioco – e le osservino. E il primo passo consisteva nel mettere le carte in tavola. È quanto ha fatto Blinken a Pechino, non solo e non tanto nell’incontro con Xi durato una quarantina di minuti, ma in quelli con il suo omologo, il Ministro degli Esteri Qin Gang, e con il predecessore di Qi Gang, Wang Yi, oggi a capo della Commissione affari esteri del Partito comunista cinese (tre ore). Entrambe le parti non hanno lesinato rimostranze. Buon punto partenza per continuare il dialogo. Pechino e Washington si trovavano infatti agli antipodi su una lunga lista: Taiwan; guerra russo-ucraina; diritti umani; Tibet, Sinkiang, Hong Kong; competizione tecnologica; crescente rivalità militare nel Pacifico. Meglio dirselo.

La Cina risente del contenimento americano esercitato attraverso una rete di cooperazioni politico-militari dal Quad (Usa, India, Giappone, Australia) all’Aukus (Usa, Uk, Australia) e collaborazioni bilaterali, da ultimo con le Filippine. Teme le conseguenze sulla propria economia dei controlli all’esportazione americani – e in prospettiva europei – sull’alta tecnologia. Washington vuole tenere a bada l’espansionismo cinese e le pretese territoriali su arcipelaghi (talvolta scogli su cui costruire basi militari) del Mar cinese meridionale e orientale che, oltre a urtarsi contro il diritto internazionale marittimo e/o scontrarsi con altri Paesi, dal Giappone al Vietnam, darebbero a Pechino il controllo di acque attraverso cui passa più della metà del commercio mondiale. Sul piano economico e tecnologico non sono soltanto gli americani ma anche l’Unione europea e il G7 ad aver adottato la strategia di minimizzazione del rischio (“de-risking”) per allentare la dipendenza dalla Cina che, ad esempio, ha praticamente il monopolio di minerali rari come il litio, essenziali per la transizione energetica.

Queste divergenze fermentano tutte da tempo ma ormai lievitano, con una Cina sempre più assertiva, militarmente in crescita, tornata col XX Congresso al primato leninista della politica sull’economia, e Stati Uniti oscillanti fra unilateralismo protezionista dell’America first di Donald Trump alla politica delle alleanze di Joe Biden – entrambe percepite a Pechino come due versioni di un’identica matrice anticinese. Si sovrappone la sempre più marcata dimensione ideologica dello scontro fra autocrazie e democrazie. Assicurandosi il terzo mandato con una scoperta vena di culto della personalità, Xi Jinping ha abbandonato ogni apparenza di sistema guidato da regole collegiali e, chissà, di possibili convergenze. Non nasconde la convinzione che Stati Uniti, e intero Occidente, siano in definitivo declino e, di conseguenza, il futuro appartenga alla Cina, in rivincita sulle umiliazioni subite nell’era coloniale.

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