Vent’anni (persi) in Afghanistan

Il ritiro, ovviamente, comporta problemi enormi e di varia natura: intanto il rischio che il governo di Kabul venga spazzato via dai talebani con vendette nei confronti di chi ha collaborato con gli occidentali e il rischio che il Paese torni a offrire riparo a organizzazioni terroriste. Washington promette che continuerà a incidere sulla politica afghana e a proteggere i suoi alleati anche senza una presenza diretta. Un modello analogo agli interventi antiterrorismo effettuati con una certa frequenza in Africa, dalla Somalia alla Libia. Ma anche gli attacchi coi droni hanno bisogno di intelligence sul terreno e non è chiaro se i governativi afghani potranno continuare a fornirla. Così come non è chiaro il destino delle migliaia di contractor civili che operano in Afghanistan nel campo della sicurezza né quello dei mille soldati-ombra che non compaiono nel conteggio del contingente dei 2.500 che verranno ritirati entro l’11 settembre. Si tratta soprattutto di rangers del Pentagono che sono, però, inquadrati in missioni della Cia. Biden ha detto solo che deciderà in futuro come proteggere i diplomatici e la missione Usa che resterà nel Paese.

Il ritiro può, poi, ampliare il ruolo della Turchia: ospiterà a Istanbul i negoziati tra le diverse forze afghane e, in virtù del suo ruolo di mediazione, per ora potrebbe non ritirare il suo contingente militare, presente nel Paese nell’ambito del dispositivo della Nato. Potenzialmente un riferimento prezioso per l’intelligence americana.

Intanto sembra al crepuscolo la filosofia dell’ingerenza umanitaria e della rimozione di feroci dittatori: idee che si erano rafforzate anche a sinistra con l’intervento militare contro i genocidi nella ex Jugoslavia e, poi, con le illusioni internettiane alimentate dai giovani di piazza Tahir al Cairo. Tutte cose passate attraverso il tritacarne della dittatura militare in Egitto, della devastazione della Libia (con influenze russe e turche) dopo l’eliminazione di Gheddafi e anche di altri episodi come l’umiliante rinuncia di Obama a punire Assad per il suo uso di armi chimiche contro i ribelli e anche contro la popolazione civile.

L’America, non lo scopriamo oggi, si sta ritirando dal suo ruolo di gendarme di un mondo sempre più frammentato, mentre, dal Golfo all’Asia meridionale, cresce il ruolo delle potenze regionali. Pesa anche la pandemia che ha cambiato le priorità. E, dopo gli anni della tempesta trumpiana, gli Stati Uniti, più che dare lezioni di democrazia al mondo, devono pensare soprattutto a riparare le ferite interne che qualche mese fa hanno fatto vacillare le sue istituzioni.

CORRIERE.IT

Rating 3.00 out of 5

Pages: 1 2


No Comments so far.

Leave a Reply

Marquee Powered By Know How Media.