Il Copasir e il Colle

Montesquieu

Il Copasir è il comitato bicamerale che controlla l’attività dei servizi di informazione per la sicurezza dello Stato. Che il compito sia delicato, lo si capisce dal nome per esteso; e dal diritto, esclusivo, che viene riconosciuto alle minoranze di presiederlo, da una norma della legge che lo istituisce, la 124 del 2007.

In questi giorni, per la prima volta sulla scelta del presidente è il gelo, per di più tra alleati di sempre: la Lega Nord, aggrappata all’incarico che detiene, pur essendo ora partito di maggioranza e di governo, e Fratelli d’Italia, che vanta dall’opposizione un diritto (per ora non esigibile, a quanto pare), alla presidenza. Alleati curiosi, peraltro, portati naturalmente a separarsi quando nasce un nuovo governo. Un caso sul nulla, giuridicamente e politicamente, tra gentiluomini: il diritto a presiederlo è di FdI, unico partito di opposizione, forte di un gruppo parlamentare alla nascita del governo Draghi. Le Camere non sono sciolte dal rispetto delle leggi che fanno (o dovrebbero fare). Un caso, almeno per la vertenza e il gelo: per un ruolo in passato segnato dal nobile, arcaico gesto di Francesco Rutelli, che lo lasciò spontaneamente assieme al partito in cui era stato eletto; e dalla conservazione dell’incarico da parte di Massimo D’Alema, deputato di maggioranza. Conservazione non contestata. Era ieri, nei tempi, ma le relazioni internazionali dei nostri partiti non erano state ancora aggredite dai germi incoscienti del sovranismo e del populismo. Una foto lo spiega, e va tenuta nell’archivio della memoria: i due vicepresidenti del governo chiamato gialloverde orgogliosamente ai lati di Putin, quasi guardie del corpo, nel giorno stesso in cui il presidente russo annuncia la fine della la democrazia liberale, oramai un anacronismo.

Nella realtà, la vertenza, se non sciolta rapidamente, porta con sé una quantità di implicazioni non solo politiche, ma istituzionali e addirittura costituzionali. Basta tirare un filo, ed esce di tutto. Le resistenze alla sostituzione, inconfessate ma tenaci, portano diritto a un sovvertimento nella limpida gerarchia delle fonti del diritto: sopra tutto le leggi e le norme costituzionali, poi le leggi ordinarie, ma sempre leggi. Tutto il resto viene incontestabilmente dopo: regolamenti, usi, precedenti e altre fonti non legislative. Basterebbe che i due presidenti delle Camere, inutilmente invocati dal partito “creditore”, ricordassero che la terzietà istituzionale non consiste nel tenersi lontani dai conflitti politici, ma nel dirimerli secondo diritto, unica espressione della terzietà. Astenersi, confidando in un accordo tra le parti, significa prendere le parti di uno dei contendenti. Chi segue le vicende delle due Camere, vicende che meritano apprensione, sa che la materia parlamentare è da tempi lontani teatro della creazione di comodi e artificiosi precedenti, proprio al fine di aggirare disposizioni scomode. L’esempio più inquietante, in sé e per la fitta coltre omertosa che lo protegge, è offerto da generazioni di presidenti delle Camere, che da qualche decennio e spalleggiandosi l’un l’altro, avallano implicitamente e quando serve esplicitamente ben altro sovvertimento della graduatoria delle fonti: la manomissione della norma costituzionale, l’articolo 72, che disegna un procedimento legislativo tutto interno alle Camere.

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