Il realismo che deve guidarci

L’insofferenza per l’Europa è sostenuta dalla convinzione che le elezioni di maggio la trasformeranno, portando i populisti al potere a Bruxelles. E che costoro abbandoneranno le regole che oggi vincolano i nostri conti pubblici. È invece probabile che accada il contrario. Innanzitutto i cosiddetti populisti, ad esempio il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, ma anche l’ungherese Viktor Orbán, per non parlare dei tedeschi dell’AfD, si sono sinora dimostrati molto rigidi, proprio sulle regole di bilancio. E comunque la maggioranza che è possibile si formi nel nuovo Parlamento europeo includerà i liberali, storicamente il gruppo più inflessibile.

Anche all’interno del gruppo tedesco, il più ampio nel grande partito popolare, gli equilibri si sono spostati. Markus Söder, il nuovo leader dei cristiano-sociali, è un alfiere dell’identità bavarese. Manfred Weber, un altro bavarese, candidato dei popolari a presiedere la Commissione europea, è un politico molto meno aperto al compromesso di quanto non lo sia Angela Merkel. Insomma, dopo le elezioni di maggio se il governo italiano dovesse chiedere flessibilità sulle regole di bilancio, come pare ormai inevitabile dovrà fare, troverà più porte chiuse che amici pronti ad ascoltarlo.

Il governo dovrebbe guardare con realismo a questo scenario e ricominciare a tessere alleanze. Guardare all’Europa con insofferenza non aiuta. In autunno la Commissione europea dovrà valutare le leggi di bilancio per il prossimo anno. Rischiamo di andare a sbattere contro un muro senza altra via d’uscita che alzare la voce e rovesciare il tavolo. Si capisce allora perché lo spread rimanga incollato a livelli tanto elevati.

Considerazioni analoghe valgono per il nostro rapporto con gli Stati Uniti. Il governo ha deciso di non ascoltare i consigli di Washington e procedere in un negoziato solitario ed evidentemente sbilanciato con la Repubblica popolare cinese: un Paese con 60 milioni di abitanti contro uno che ne conta un miliardo e mezzo. Il ministro degli Esteri Moavero ha definito l’accordo raggiunto «un’espressione di intenti commerciali», cioè un documento sostanzialmente privo di contenuti. Ma è proprio questo che ha irritato gli americani. Forse avrebbero capito un accordo che ci apportava concreti vantaggi economici. Ma in quel memorandum di concreto non c’è nulla: ci sono solo vaghe intenzioni. È stato un segnale soprattutto politico e proprio questo ha fatto infuriare l’amministrazione Trump. Un clima negativo a Washington è un altro fattore che tiene alto lo spread perché le agenzie di rating, che tanta influenza hanno su quel numero, sono certamente indipendenti, ma non sorde al clima che si respira negli Stati Uniti quando oggi si parla dell’Italia.

Ma sarebbe un’illusione pensare che basti un viaggio e qualche colloquio per ripristinare un clima di fiducia attorno all’Italia. Chi ci osserva vuole innanzitutto capire come intendiamo muoverci per impedire che la recessione in cui siamo entrati, unici in Europa, si aggravi. Attende di leggere il Documento di economia e finanza che il governo deve inviare al Parlamento il 10 aprile. Lì non basterà scrivere che le clausole introdotte dalla scorsa legge di bilancio, e che prevedono aumenti delle aliquote dell’Iva dal 10% al 13% e dal 22% al 26,5%, rispettivamente, verranno cancellate. Si dovrà spiegare, il 10 aprile, non in ottobre, dove il governo pensa di reperire i circa 52 miliardi di euro che servono per farlo.

CORRIERE.IT

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