Europa e riforme una partita senza l’Italia

Presi dagli scontri di potere di casa nostra, noi italiani rischiamo di non capire quello che si sta aprendo in questi giorni nell’area euro. Sarebbe un peccato, perché ci riguarda e finirà per condizionare qualunque governo emerga dalle prossime elezioni. È uno scontro almeno su tre piani: le scelte di politica economica, quelle sui centri di governo che dovranno guidarla, e degli uomini o donne alla testa delle istituzioni comuni. Di queste partite, incredibilmente, alla politica italiana arrivano solo poche flebili eco. Eppure il rumore di fondo a Bruxelles si sta alzando. Ieri la Commissione europea di Jean-Claude Juncker ha varato una serie di proposte che in varie capitali, Berlino inclusa, sono vissute come un tentativo di arraffare influenza. Juncker vuole trasformare il fondo salvataggi in un vero Fondo monetario, inserito nel diritto europeo, nel quale la Commissione abbia una voce e un ruolo. Il navigato politico lussemburghese propone anche che il capo dell’Eurogruppo, il tavolo dei ministri finanziari dell’euro, non sia più uno dei ministri stessi ma un vicepresidente della Commissione Ue; non semplicemente un’espressione dei governi, sotto il loro controllo, ma di un organismo puramente europeo che fonda la propria legittimità direttamente nel Parlamento di Bruxelles. Juncker intende mantenere nella Commissione Ue i pieni poteri di vigilanza sui bilanci, ma dice ai governi: sarete responsabili dei vostri conti.

Disegnate un programma, dice il presidente della Commissione, eseguitelo e ne risponderete con noi sapendo ciò che vi aspetta se sgarrate. Non sarà appassionante come le gesta del papà di una ministra di Arezzo, ma l’Italia su questa partita si gioca il futuro. Le proposte di Juncker e la sua stessa autorità sono infatti oggetto di una contestazione in Germania. Il governo di Berlino – c’è da scommetterci, anche il prossimo – giudica scadente l’operato della Commissione Ue. Non avrebbe fatto rispettare le regole che impongono di azzerare i deficit e ridurre il debito, si dice. Si rinfaccia a Juncker di aver lasciato un guinzaglio lento e lungo all’Italia: la Commissione Ue ha concesso «flessibilità» sul deficit in cambio di riforme che si sono arenate quasi subito, mentre la «flessibilità» è dilagata. In sostanza, Juncker è sotto accusa per essersi fatto abbindolare dai governi di Matteo Renzi e anche di Paolo Gentiloni. Avrebbe permesso che Roma calpestasse la credibilità dell’intero sistema di regole.

Benché l’Italia abbia tradito in parte la propria metà del patto, si può anche dissentire da tanto sdegno. La Commissione Ue nel complesso ha fatto il suo lavoro: dal 2010 il deficit medio nell’area euro è sceso dal 6,5% all’1% del reddito lordo ed è molto più basso che in America, Cina, Giappone, Regno Unito o Canada. Eppure l’irritazione tedesca per il giro di valzer fra Juncker e Roma alimenta proposte in due direzioni. La prima è di spostare il controllo dei conti pubblici verso il fondo salvataggi o Fondo monetario europeo, in sostanza sotto il controllo dei governi (dunque anche della Germania) e per questo meno soggetto alle pressioni italiane.

La seconda idea è di lasciar lavorare quella che in gergo si chiama la «disciplina di mercato». Magari non un meccanismo di default automatici e pilotati dei Paesi in difficoltà, perché una proposta così estrema non raccoglierebbe consensi. È plausibile invece che emerga una suggestione più sottile: quando i governi violano i loro stessi impegni di riduzione del deficit, il debito in più che a quel punto devono piazzare sui mercati si venderebbe sotto forma di «bond subordinati»; i primi titoli a essere falcidiati in un eventuale default, dunque con rendimenti e costi più alti per lo Stato inadempiente. Anche Parigi potrebbe sposare questa proposta, in cambio del sostegno all’idea francese di un bilancio dell’area euro per investimenti.

È su questa discussione che si innesta l’altra partita, quella sulle persone. Fa impressione come Berlino abbia accettato senza fiatare che alla presidenza dell’Eurogruppo salisse un uomo agli antipodi dalla visione tedesca: il socialista anti-austerità di Lisbona Mário Centeno. Handelsblatt da Düsseldorf ha titolato con un poco elegante «Portoghese alle porte», manco fosse un barbaro. Ma ora vengono dall’Europa del Sud – percepiti come «colombe» – sia il presidente dell’Eurogruppo che quello della Banca centrale europea Mario Draghi, mentre lo spagnolo Luis de Guindos sembra in prima fila quando tra poco si nominerà il prossimo vicepresidente della Bce al posto dell’altro portoghese Vítor Constâncio, un alleato di Draghi. Italiani sono poi anche il presidente della commissione Finanze dell’Europarlamento, Roberto Gualtieri, e dell’Autorità bancaria europea Andrea Enria. L’Europa del Sud ormai occupa così tanti posti nel governo dell’euro che, di colpo, un argomento diventa plausibile: controbilanciare con un tedesco al posto di Draghi nel 2019; Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, non vede perché no.

Insomma la partita a scacchi è aperta e ormai sul tavolo manca solo un pezzo: l’Italia. Nessuno ha capito cosa vuole. Noi per primi non ci chiediamo quale sia il nostro interesse, finendo per confonderlo con quello di bottega dei nostri politici. Probabilmente al Paese conviene aiutare (con lealtà) una Commissione Ue non burocratica, ma legittimata dalle elezioni europee a assecondare le riforme di fondo che ci servono. Certo non è troppo presto per pensarci su.

CORRIERE.IT

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