Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Così si stravolge la democrazia

martedì, Giugno 6th, 2023

Vladimiro Zagrebelsky

Oggi il Parlamento vota due emendamenti proposti dal governo al decreto legge n. 44/2023, che lo stesso governo ha approvato e presentato per la conversione in legge. Mentre la discussione parlamentare è in corso, dopo l’audizione dei vertici della Corte dei Conti, la associazione dei magistrati di quella Corte ha criticato le norme che sottraggono al controllo in corso d’opera i progetti del Piano nazione di ripresa e resilienza e prorogano l’esclusione, già introdotta quando era in corso la pandemia da Covid-19, della responsabilità contabile per condotte gravemente colpose. Ciò di cui si discute non sono le funzioni tradizionali di controllo della Corte dei Conti, ma gli effetti delle modifiche che si vogliono introdurre sulla tutela dei cittadini per l’impiego di fondi pubblici, come quelli disponibili per il Pnrr. L’intervento proprio della Corte dei Conti, quando si traduce nel riscontro di condotte illegali, passa attraverso l’accertamento di responsabilità e recupero dei fondi distratti dall’obiettivo pubblico.

La modifica che ora il governo persegue, con la eliminazione di tali controlli preventivi e di casi di responsabilità contabile, evita di affrontare il difficile, ma indispensabile tema della inefficienza della amministrazione pubblica, nazionale, regionale e comunale e della semplificazione della legislazione e regolamentazione dell’azione pubblica, in particolare nel campo della realizzazione delle opere pubbliche. Egualmente assente è una discussione sulla natura del controllo della Corte dei Conti, soprattutto quando sia in corso d’opera e non a posteriori: un controllo di legalità ma con implicazioni rilevanti di natura economica e politica. Ciò è tanto più possibile quando si svolge nel momento in cui decisioni devono essere assunte dagli amministratori pubblici, spinti a sollecitare il parere di chi alla Corte dei Conti è incaricato del controllo, finendo con il realizzare forme di impropria cogestione o di “paura della firma”.

È vero che l’emendamento governativo contiene una riserva di complessiva revisione della disciplina sulla responsabilità amministrativo-contabile. Ma intanto si procede con una eliminazione di controlli in costanza del permanere delle ragioni profonde dell’incertezza in cui di muove l’amministrazione pubblica e delle ragioni di resistenza ai controlli della Corte dei Conti. Della Corte dei Conti, questa volta, ma se la logica dell’attuale provvedimento dovesse esser portata a compimento anche la competenza dei Tar e del Consiglio di Stato con i loro provvedimenti di sospensiva, diverrebbe oggetto di ridefinizione. Il che, di nuovo, potrebbe essere ragionevole oggetto di discussione, ma solo dopo aver chiarito e rimosso le cause vere delle diffuse illegalità su cui quei giudici intervengono.

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Meloni, migranti, Europa: il risiko Tunisia e il prezzo da pagare per fermare gli sbarchi

martedì, Giugno 6th, 2023

Francesca Mannocchi

La premier Giorgia Meloni oggi incontrerà il presidente tunisino Kais Saied e la premier Najla Bouden. Visita ambiziosa e difficile insieme. Meloni ha bisogno di un interlocutore che gestisca sull’altra sponda del Mediterraneo centrale il sempre più pericoloso flusso migratorio e porta in cambio la promessa del sostegno italiano con il Fondo Monetario Internazionale che ha sospeso un prestito di quasi due miliardi necessario all’economia tunisina affogata nell’inflazione, garantirà aiuti economici e quote di ingressi legali. Il nodo principale è quello del prestito del FMI, bloccato da mesi dopo che Saied, a fine febbraio, aveva pronunciato un discorso violentissimo contro le persone migranti di origine subsahariana presenti nel paese, provocando un’ondata di assalti e violenze. Saied aveva ordinato alle sue forze di sicurezza di espellere tutte le persone considerate irregolari denunciando quella che ha definito «una cospirazione per cambiare la demografia della Tunisia rendendola più africana e meno araba». Dopo il discorso di Saied le partenze verso l’Europa sono aumentate vertiginosamente e in reazione alla grave crisi sociale, al mancato rispetto dei diritti umani, alla deriva sempre più autoritaria del Presidente Saied, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno sospeso i prestiti, congelando i finanziamenti col rischio di impantanare ancora di più un paese allo stremo, indebitato per l’80% del suo PIL, con un tasso di disoccupazione giovanile che nelle aree più remote sfiora il 40%. L’Italia sa che senza i fondi la Tunisia potrebbe non riprendersi dalla crisi economica col rischio di una nuova ondata di partenze soprattutto dalle coste meridionali del paese, per questo corre ai ripari. Prima le visite di Piantedosi, le chiamate della Premier Meloni a Saied e oggi una nuova visita lampo nella capitale. L’Italia vuole sbloccare i fondi ma sa che gli aiuti non si ottengono senza riforme, e questo è il nodo più complesso. L’idea è quella di proporre due finanziamenti internazionali, con l’appoggio dell’Unione europea, uno subito per tamponare l’emergenza e un altro finanziamento quando le riforme siano state messe in campo.

Romdhane Ben Amor, responsabile del dossier migratorio del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES), da anni monitora il flusso migratorio dalle coste tunisine e analizza l’inefficacia e le conseguenze delle politiche europee. Ben Amor definisce il 2023 l’anno ‘tragico’ delle rotte tunisine. E i numeri gli danno ragione. Dei circa 51 mila sbarchi alla prima settimana di giugno circa 26.555 erano salpati dalla Tunisia, secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, contro i 3.658 dello stesso periodo del 2022.

I numeri dell’anno precedente erano già allarmanti. Nel 2022 quasi 500 persone sono state dichiarate disperse sulle coste tunisine «è sempre più frequente – dice Ben Amor – che di fronte alla scomparsa di barchini partiti dalle coste di Zarzis i funzionari tunisini non rispondano. C’è sempre meno trasparenza sui numeri dei naufragi delle vittime e dei dispersi, continuiamo a chiedere giustizia, a chiedere spiegazioni ma le autorità tunisine sono sempre più opache persino rispetto a barchini carichi di minori e famiglie. Tutto questo è legato alla situazione politica, economica e sociale ma anche alla forte pressione esercitata sul tema dell’immigrazione irregolare. Parla un solo partito: l’Unione Europea e i suoi Paesi membri. La Tunisia rimane in silenzio». Come a dire che il silenzio sulle morti in mare, l’opacità sui dati, le mancate sanzioni e il mancato controllo sull’operato della Guardia Costiera tunisina siano il prezzo da pagare per gli accordi (leggasi fondi) dell’Unione Europea. «L’Unione europea – continua Ben Amor – non è interessata alla democrazia e al rispetto dei diritti umani, ma alla stabilità all’interno dei paesi situati ai suoi confini meridionali, una stabilità che ha più le fattezze di Ben Ali e Gheddafi che non di un processo democratico».

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Una destra europea in vantaggio ma disunita

martedì, Giugno 6th, 2023

di Massimo Franco

Si va delineando una nebulosa sovranista eterogenea e percorsa da una conflittualità che va oltre la competizione elettorale esasperata dal sistema proporzionale

Una destra europea in vantaggio ma disunita

A un anno dalle Europee del 2024 , i giochi sembrano avviati a un esito quasi scontato: l’affermazione di uno schieramento nel quale Popolari e destre, contro avversari in crisi di identità e di leadership. L’idea di un «vento» conservatore difficile da fermare è ormai passata nella percezione generale. Anche se non si capisce fino in fondo se sia evocato dagli avversari per giustificare e assolvere la propria inadeguatezza; o se davvero sia una dinamica inarrestabile.

Sotto questo aspetto, la situazione continentale potrebbe somigliare sempre più a quella italiana dopo le Politiche del 25 settembre: con opposizioni divise e inconsistenti, e una maggioranza forte e in parallelo divisa da tensioni striscianti. Si va delineando una nebulosa sovranista più eterogenea di quanto faccia intendere l’aggettivo che la definisce; e percorsa da una conflittualità che va oltre la competizione elettorale esasperata dal sistema proporzionale.

L’invasione russa dell’Ucraina sottolinea differenze di politica estera non solo a sinistra. Fotografare la distanza tra la premier Giorgia Meloni sulla Nato rispetto a Matteo Salvini e a Silvio Berlusconi, non fa solo il paio con le divergenze tra Pd e M5S. Evoca anche quelle tra la Polonia «americana» e l’Ungheria filo-Putin, che ha frantumato l’unità euroscettica del«gruppo di Visegrad»; e i contrasti a Varsavia tra i popolari di Donald Tusk e i conservatori del premier Mateusz Morawiecki.

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Lo scaricabile sul Pnrr che non c’è

lunedì, Giugno 5th, 2023

Alessandro De Angelis

L’ultima è la Corte dei Conti eletta, al tempo stesso, capro espiatorio per giustificare le proprie inefficienze e nemico pubblico, in quanto establishment che «rema contro». Prima c’erano stati «la pubblica amministrazione», il «governo Conte» per come aveva negoziato il Pnrr e pure «l’inflazione». La sostanza politica del film (titolo: Lo scaricabarile), su cui si registra un crescendo di nervosismo – neanche Casalino ai tempi d’oro aveva vergato un documento in otto punti contro il portavoce della Commissione europea – è che sta fallendo il Pnrr. «Arriverà a ore», disse il ministro dell’Economia a proposito della terza rata, i cui obiettivi furono raggiunti da Mario Draghi. Le ore sono diventate settimane e i soldi non sono arrivati. Mentre sono avvolti da una coltre di mistero sia gli obiettivi della prossima rata su cui il governo, per la prima volta, ha chiesto all’Europa modifiche, sia il più ampio negoziato sulla scadenza del 2026, con l’idea di spostare una parte dei progetti sui fondi di coesione che hanno una scadenza più lunga.

La vicenda è seria, perché rivela il cuore del problema su un dossier dove governo e paese si giocano la ghirba: il cortocircuito tra propaganda e realtà. Per carità, probabilmente sarebbe stato complicato per tutti, come si dice in gergo, mettere a terra il Pnrr. Ma proprio i mesi persi dietro a misure spot e propagandistiche hanno dato alla macchina pubblica, già poco abituata a spendere, l’impressione di un allentamento della tensione attorno ad esso. Giorgia Meloni – a proposito di interessi dell’Italia – avrebbe potuto fare di esso la principale questione nazionale: mettere alla stanga governo e Parlamento, coinvolgere le migliori energie del paese, intestarsi un cambiamento dell’Italia grazie ai soldi dell’Europa perché di certo la crescita non la fai con gli zerovirgola delle manovre di bilancio. E invece si è data l’idea che fosse un obiettivo burocratico, che arrivava da solo, mentre la politica si occupava di rave, soglia del contante, reati inesistenti, emergenze farlocche, figlie delle coppie omogenitoriali date in pasto alla curva.

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Scontro con l’Ue: come farsi male da soli

domenica, Giugno 4th, 2023

Stefano Lepri

Insomma: come farsi male da soli. La spropositata reazione del governo a un semplice portavoce della Commissione europea trasforma in pubblica lite parole che altrimenti sarebbero passate inosservate. Di certo l’Italia non ricaverà alcun vantaggio: la diffidenza delle altre capitali del continente non potrà che accentuarsi.

I fatti sono che con il Pnrr l’Italia riceverà parte in regalo (sì, in regalo), parte in prestito, una somma enorme. Saranno oltre 200 miliardi di euro, raccolti sui mercati finanziari da tutta l’Unione. Dunque, è naturale che la Commissione europea si preoccupi di come verranno spesi. Ed è stata proprio la modifica a spron battuto di alcune norme sulla Corte dei Conti ad attirare l’attenzione.

In sé la questione è complicata. Può benissimo essere, come pensano diversi giuristi anche non vicini al governo, che il «controllo concomitante» da parte della Corte dei Conti non sia una buona idea. In passato poi questo organo di controllo nella scoperta di malversazioni non ha gran che brillato. Le sue valutazioni su come lo Stato spende sono spesso carenti di analisi economica.

Però, perché prendersela tanto a cuore? Si può sospettare che questa polemica sul nulla o quasi contro Bruxelles serva a preparare gli animi per divergenze di sostanza che potranno emergere poi; divergenze che forse hanno già fatto capolino nell’incontro fra Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen in Moldavia l’altro giorno.

Già erano un brutto segno gli attacchi concertati che la stampa di destra ha mosso al discorso, ai più parso cauto e rispettoso, del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Traspare una viva insofferenza verso tutte le istituzioni indipendenti che fanno parte dello Stato (un giorno toccherà anche alla Corte Costituzionale?) solo perché non si allineano in tutto e per tutto al governo.

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Il Pnrr e la «sindrome della caldaia»

domenica, Giugno 4th, 2023

di Federico Fubini

In questo weekend di inizio giugno avrete senz’altro programmi più gradevoli.

Ma prendetevi cinque minuti, se volete, per visitare i siti dedicati al Recovery Plan dall’Italia e dalla Grecia. Il confronto ha senso e non solo perché siamo i due Paesi con il debito pubblico più alto in Europa, destinati a investire ben poco sui nostri obiettivi strategici se non ci fossero i fondi europei. Siamo anche due fra i Paesi per i quali il peso dei prestiti e dei sussidi in arrivo da Bruxelles è maggiore, in proporzione all’economia, dunque due per i quali l’impatto atteso sulla crescita è più alto.

Bene, partite da «Greece 2.0». Non solo il sito sembra aggiornato a ieri, con tutte le informazioni in dettaglio. Soprattutto, per quello che vale, trasmette un senso di entusiasmo. Sembra che i greci ci credano, abbiano voglia di realizzarlo questo piano, di andare avanti. E sarà pure marketing politico, ma nella homepage c’è il premier Kyriakos Mitsotakis fotografato tutto sorridente che stringe la mano della presidente della Commissione Ursula von der Leyen davanti a un cantiere del Piano.

Poi passate su «Italia Domani». Per carità: bello, elegante. Sembra fermo a due anni fa (malgrado gli aggiornamenti, certo). Soprattutto non c’è un volto, non trasmette alcuna sensazione
che sia lì per raccontare delle realizzazioni, tantomeno una svolta. Non dà alcun senso di entusiasmo dell’avere 200 miliardi di euro a condizioni incredibilmente vantaggiose per cambiare l’Italia.

Ogni giorno che passa il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sembra sempre più qualcosa che ci tocca fare, un’altra medicina dell’Europa da buttare giù, e sempre di meno qualcosa di nostro e nel nostro interesse.

Se questa è l’idea, allora siamo fuori strada. A questo punto forse è anche giusto dirsi che il Pnrr non è un optional. Non è qualcosa che se la facciamo, bene; ma se non la facciamo, si va avanti comunque senza intrusioni europee. Non è affatto detto che abbiamo il lusso di scegliere e che se ce lo perdiamo — anche in parte — almeno ci siamo tolti di torno qualche burocrate di Bruxelles. Non ce l’abbiamo questo lusso perché l’intera traiettoria di crescita dell’economia e sostenibilità del debito pubblico in Italia in questo e nei prossimi anni dipende dalla realizzazione concreta e efficace di quel Piano. Il Documento di economia e finanza del governo prevede da adesso al 2026 una crescita cumulata del 4,9%, sulla quale si imperniano la discesa del debito, il contenimento del costo in interessi e dunque le condizioni a cui prenderanno prestiti le imprese e le famiglie nei prossimi anni. Quel numero — più 4,9% di crescita al 2026 — è il nostro architrave. Ma è appena il caso di aggiungere che due terzi di quella crescita (più 3,2%) vengono dalla totale ed efficace realizzazione del Pnrr secondo le stime, ehm, del sito «Italia Domani».

E non solo non possiamo permetterci il lusso di toglierci di torno questa scocciatura di dover spendere duecento miliardi di euro. Non abbiamo neanche il lusso di usare il Piano come un punching ball per regolamenti di conti politico-amministrativi fra fazioni. L’opposizione che quasi gioisce se qualcosa va storto (o se da Bruxelles arriva qualche proverbiale bacchettata) ma per il resto, per lo più, se ne lava le mani. Il governo che a momenti sembra più impegnato a scaricare il barile su chi lo ha preceduto che a risolvere problemi e dare una visione dei prossimi passi. Una premier che sarà sicuramente impegnata nel Piano, ma all’esterno dà l’impressione di esservi meno coinvolta dei suoi predecessori.

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L’attacco del governo ai poteri neutri dello Stato

domenica, Giugno 4th, 2023

MASSIMO GIANNINI

«Pregiudizio non informato» è una formula destinata a passare mestamente alla Storia. Il governo Meloni l’ha usata per respingere puntigliosamente e polemicamente le osservazioni di un portavoce della Commissione europea, colpevole di aver sollevato dubbi totalmente condivisibili sulla scelta di sottrarre alla Corte dei conti il controllo degli atti del Piano italiano di Ripresa e Resilienza. Noi, fino ad ora, eravamo abituati al “consenso informato”, che in medicina regola il rapporto tra medico e paziente e in politica dovrebbe ispirare la leale collaborazione tra le istituzioni. Ora la neo-lingua italiana dei Patrioti liberi e irresponsabili ci propina invece questo “pregiudizio disinformato”, in nome del quale si liquida qualunque organo terzo che osi sollevare dubbi scomodi, formulare critiche fastidiose, suggerire soluzioni sgradite. Teniamolo a mente, per capire il piano inclinato su cui rischia di scivolare la nostra democrazia (il)liberale.

Era dai tempi dei governi Berlusconi e Renzi che Palazzo Chigi non rispondeva con una nota ufficiale così aspra e così lunga a un semplice funzionario di Bruxelles. Un cannone che spara a un passerotto: c’è da chiedersi il perché di tanto arrogante autolesionismo. I manganelli della destra mediatica colpiscono compatti, debitamente ispirati dai rispettivi danti causa di Palazzo: ribelliamoci – gridano – perché è già partita la campagna elettorale per le europee 2024, e le nomenklature comunitarie vogliono affogare nella stessa tinozza del disonore l’Italia di Giorgia, l’Ungheria di Orban e tutti i satelliti di Visegrad. È la solita sindrome del complotto, verrebbe da dire. Certo, quella non manca mai, quando si ha a che fare con gli underdog allevati tra la “meglio gioventù” del Movimento sociale italiano.

Ma ho il sospetto che qui ci sia di più. È difficile accreditare l’dea che l’Europa già tornata Matrigna stia muovendo le sue truppe cammellate contro le Sorelle e i Fratelli d’Italia, solo perché un portavoce di Palais Berlaymont ha detto l’ovvio. Cioè quello che da giorni ribadiscono tutti gli osservatori e interlocutori istituzionali chiamati a giudicare lo stato di attuazione del Pnrr italiano. Siamo in ritardo. Lo dice il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che aggiunge “non c’è tempo da perdere”, perché il Piano è “uno snodo cruciale” per agevolare la trasformazione della nostra economia e rappresenta “un raro tentativo di definire una visione strategica per il Paese”. Lo ribadisce il commissario Ue Paolo Gentiloni, che al Festival dell’Economia di Torino conferma tuttavia l’assoluta disponibilità della Commissione a concordare insieme al governo italiano le eventuali modifiche, purché si faccia in fretta, perché c’è il rischio di far slittare la terza rata di fondi all’autunno, e di perdere la quarta entro fine anno.

Perché siamo in ritardo? Ci sono ovviamente problemi strutturali, che riguardano i mali atavici del Burosauro tricolore: gli enti locali hanno scarsa capacità progettuale, i general contractor per quanto si sforzino non tirano fondi a sufficienza, la macchina amministrativa ha ingranaggi lenti, farraginosi, arrugginiti. Ma ci sono sicuramente problemi politici, che dipendono dalle scelte del governo: il trasferimento delle competenze all’unità di missione di Palazzo Chigi deciso da Meloni ha deresponsabilizzato la catena di comando, e in affanno com’è non ha impresso alle procedure attuative l’accelerazione sperata.

Ma adesso non è facendo fuori la Corte dei conti che riusciremo a recuperare il tempo perduto. E anche questo lo sostengono più o meno tutti (a parte qualche costituzionalista di complemento, folgorato sulla Via della Garbatella). Non è impedendo alla magistratura contabile di fare il suo lavoro che sveltiremo le pratiche e sbloccheremo i bandi di gara. Intanto, come chiarisce lo stesso Gentiloni, perché alla trasparenza degli atti devono sovrintendere le autorità italiane, e non certo quelle europee. E poi, come avverte oggi il Procuratore Nazionale Antimafia Giovanni Melillo nell’intervista concessa a Donatella Stasio per La Stampa, perché sull’altare della velocità non si può sacrificare la legalità. Di tutto questo sarebbe stato bello poter ragionare con Raffaele Fitto, che proprio ieri era atteso a Palazzo Carignano, per un dibattito pubblico all’interno dello stesso Festival dell’Economia. Purtroppo – a conferma della palese idiosincrasia degli esponenti di questo esecutivo al confronto con qualunque “agorà” diversa dagli studi del Tg1 o dai salotti di Porta a Porta – il ministro competente ha declinato l’invito all’ultimo momento. “Importanti impegni sopravvenuti”, recita la mail della sua segreteria. Forse un convegno sulla figura di Venner patrocinato dal noto “Istituto Iliade”? O magari una tavola rotonda su De Benoist organizzato da “Nazione Futura”? Chissà.

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Meloni e Schlein, “l’abisso tra le due leader”: Sallusti impietoso

sabato, Giugno 3rd, 2023

Alessandro Sallusti

C’è una donna che sta provando a costruire, costruire una coalizione solida di governo, una Europa unita tra paesi a pari dignità, che cerca di tenere insieme identità e diritti, crescita e solidarietà. Poi ne abbiamo un’altra che sta sfasciando tutto ciò che incontra sulla sua strada, il suo partito, il patto di civilità tra i paesi occidentali per non fare morire l’Ucraina, la famiglia come luogo naturale e centrale della società. La prima si chiama Giorgia Meloni, la seconda Elly Schlein, la prima gira il mondo per tenere alta l’autorevolezza dell’Italia, la seconda, pur stando a casa sua, l’Italia la ridicolizza agli occhi del mondo come è successo ieri a Bruxelles sul voto per rifinanziare gli aiuti in armamenti all’Ucraina.Tutto ciò dimostra che non basta essere donna per essere all’altezza della situazione. Come vale per gli uomini, ci sono donne e donne, a noi di Centrodestra se Dio vuole è capitata quella giusta.

Senza progetto. Penna sinistra scarica Schlein: è il colpo di grazia?

Per un attimo ho pensato anche io che il confronto tra le due potesse reggere la scena politica nonostante la disparità di curriculum. Niente, parliamo di una sfida talmente impari che viene voglia di non infierire. Non è questione di essere di destra o di sinistra, è che proprio mancano i fondamentali per poter definire la Schlein un leader politico: zero esperienza, zero carisma, zero autorevolezza e nessun progetto. Per il Pd è stato come raccattare un giocatore in Serie C e metterlo a giocare la finale di Champions League solo perché così almeno “c’è qualche cosa di nuovo”.

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Se il delitto diventa uno spettacolo pulp

sabato, Giugno 3rd, 2023

Massimiliano Panarari

Uno dei classici della macchina dell’informazione spettacolarizzata è il “delitto dell’estate”. L’omicidio di Senago sembra averlo anticipato; così, in queste ore, si susseguono notizie, ricostruzioni e isterismi pseudoinfomativi sulla tragedia di Giulia Tramontano. Una “perla” in questo senso (deteriore) l’ha offerta ieri il macabro e “insuperabile” riferimento da Italian horror story – contenuto in un servizio de La vita in diretta su Rai 1 – fra le mani di Alessandro Impagnatiello che, come in un fotoromanzo (o in una soap), si «muovevano sinuosamente» preparando i cocktail, e hanno tolto la vita alla ragazza incinta. Lo citiamo come ultima tappa del (disumano) chiacchiericcio da intrattenimento dilagato senza sosta all’interno della programmazione televisiva con riferimento a quelle che il giornalismo Usa – che le ha trasformate in ghiotte occasioni di audience negli anni Ottanta – chiama «storie di interesse umano». Dove l’interesse è puramente morboso, e il mix di modalità di funzionamento della logica mediale e concorrenza sul mercato dei mezzi di comunicazione porta a un’incessante escalation grandguignolesca. Mentre la pietas – e pure il lavoro di inquirenti e investigatori – richiederebbe discrezione e toni bassi. Ma pietà l’è morta sotto il tritasassi dell’ecosistema mediale ibrido, dove l’inverecondo commento “manesco” di cui sopra è stato istantaneamente stigmatizzato sui social e, nondimeno, la logica di una competizione senza quartiere tra media mainstream e nuove piattaforme ha fatto saltare ogni freno inibitorio all’infotainment che racconta fatti di cronaca nera spingendo vieppiù l’acceleratore sulla spettacolarizzazione pulp e l’ostentazione oscena dei basic istincts. “Piatto ricco mi ci ficco”, dunque, e non importa quanto viscerale sia il dolore che contiene, giocando per giunta sulla rivendicazione del “servizio” reso a un’opinione pubblica che ha il “diritto” di sapere tutto su quanto avvenuto. Pornografia, giustappunto, e l’antitesi della nozione di servizio pubblico di cui abbiamo bisogno.

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L’Italia e le nascite: fare figli in tempi difficili

sabato, Giugno 3rd, 2023

di Beppe Severgnini

Ci sono due scuole di pensiero. La prima: non fare figli, di questi tempi, è un atto di responsabilità. La seconda: i figli si sono sempre fatti, il mondo oggi non è peggio di ieri. Rispetto la prima opinione, ma sottoscrivo la seconda. Il dato sulle nascite in Italia nel 2022 — 392.598, minimo storico — ha colpito molti. Soprattutto chi s’è ricordato di controllare il numero dei decessi nello stesso periodo: 713.499. In molti hanno commentato l’evidente tracollo demografico: sociologi e storici, psicologi e politici, economisti ed editorialisti. Ci si è messo anche Elon Musk, con la consueta delicatezza («L’Italia scomparirà»). Gli interessati — i potenziali genitori — cosa dicono? Quello che abbiamo riassunto all’inizio. C’è chi pensa che il Pianeta — flagellato da catastrofi climatiche e violenze, pandemie e diseguaglianze — sia ormai un ambiente ostile: perché portarci un bambino? Poi, certo, c’è chi non vuole figli per altri motivi: perché non se li può permettere, perché non si vede come genitore, perché non ha trovato la persona giusta, perché sta bene come sta. Tutte scelte legittime, antiche come l’umanità. La «rinuncia altruistica» alla maternità e alla paternità, invece, è nuova. Impossibile dire quanto sia diffusa. Di certo, in Italia, se ne parla. Lo abbiamo notato anche nel podcast domenicale del Corriere, RadioItalians: da quando è stato introdotto il tema, i messaggi vocali si moltiplicano.

L’idea, espressa con convinzione, è più o meno questa: «Mettere al mondo un figlio, oggi, è da irresponsabili. Rinunciare a diventare genitori non è una prova di egoismo, come si sente e si legge. È, invece, un gesto generoso, un modo di impedire che nuovi essere umani debbano subire le conseguenze dei disastri che abbiamo creato, e di quelli che ci aspettano».

Opinione rispettabile, ma non condivisibile. L’umanità esiste e resiste perché le donne e gli uomini non hanno mai rinunciato a riprodursi. Rispondendo all’istinto, all’amore, alla speranza, alla fede, al caso, a una combinazione di queste cose. Sapendo che molti neonati sarebbero morti; che epidemie, carestie e malattie avrebbero minacciato i sopravvissuti; che i maschi sarebbero andati in guerra; che le femmine avrebbero subito soprusi. Nonostante tutto questo, si facevano figli.

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