Archive for the ‘Vaticano’ Category

La verità di Perlasca sullo scandalo del Vaticano: «Io come la vittima di un predatore»

giovedì, Luglio 29th, 2021

Gianluca Paolucci

I soldi «spariti» del concerto di beneficenza di Claudio Baglioni in Vaticano nel dicembre del 2016. Il ruolo dietro le quinte del cardinale Angelo Becciu durante le indagini. L’affare dell’ospedale di Olbia con la Qatar Foundation. Le percentuali di Mincione. Le spese di Cecilia Marogna e i fondi ai fratelli del Cardinale. Le manovre tra le gerarchie vaticana all’epoca dello scandalo di Vatileaks. Alberto Perlasca è un fiume in piena quando, il 31 agosto 2020, si presenta agli inquirenti vaticani che stanno indagando sullo scandalo dei fondi della Segreteria di Stato. Ha chiesto di essere interrogato di nuovo, dopo un primo interrogatorio nell’aprile precedente e dichiara di riconoscere «di aver sottovalutato l’importanza dell’interrogatorio del 29 aprile e di esservi giunto impreparato, forte solo della mia convinzione di essere innocente». Perlasca, anche lui indagato, diventerà da quel il principale accusatore del suo superiore, Angelo Becciu.

«Intorbidire le acque»

Parlasca dice non essere mosso da rancore o da sentimenti di vendetta, ma di essere vittima di grooming: «E’ la tecnica utilizzata dai predatori per introdursi surrettiziamente, attraverso i sentimenti, (…) nell’animo delle proprie vittime» – Perlasca si presenta senza l’avvocato dopo che quest’ultimo (Baffioni) gli ha chiesto di valutare una difesa congiunta con monsignor Mauro Carlino: «riconosco in ciò la mano del cardinale Becciu, nel tentativo di intorbidire, a suo vantaggio, le acque». Perlasca racconta anche come Becciu «mi ha fatto credere che (il licenziamento di alcuni funzionari della Segreteria di Stato il 30 aprile 2020, ndr.) era frutto di un accordo di Monsignor Pena Parra con i giudici e che quindi il processo non si sarebbe mai celebrato». Ancora, riferisce Perlasca, lo stesso Becciu ha «imputato ai magistrati un giudizio di indegnità nei confronti di tutti noi indagati, giudizio che invece lui aveva usato verso di me». Da qui parte il racconto di Perlasca, con un memoriale letto durante l’interrogatorio e allegato ai documenti processuali. Le difese hanno chiesto che venga fornita anche la registrazione video. Un racconto nel quale Becciu è il protagonista principale, ma che sembra alleggerire le posizioni di alcuni degli altri indagati. Perlasca riferisce ad esempio che Enrico Crasso (il gestore dei fondi della Segreteria) avrebbe restituito parte delle somme ricevute e degli scontri tra lo stesso Crasso e Mincione quando al primo era stato chiesto di «controllare» l’operato del secondo. La vicenda del palazzo di Londra al centro dello scandalo è il primo argomento trattato da Perlasca: riferisce che «tra le tante scorrettezze» di Mincione c’era anche «quella di non versare gli affitti pagati per le parti del palazzo date in locazione».

I bonifici per la suora

Perlasca racconta anche che Becciu chiese di inviare denaro alla Marogna anche dopo la sua uscita dalla Segreteria di Stato. La vicenda è quella del presunto riscatto per una suora rapita in Colombia, circa 500 mila euro in una decina di versamenti finiti invece alla Marogna. Due dei versamenti vennero effettuati dopo l’uscita di Becciu dalla Segreteria ma su richiesta dello stesso Becciu. Il giorno del primo bonifico era stata costituita dalla marogna la società in Slovenia e i fondi spesi poi in beni di lusso.

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Becciu, i fondi neri e le riforme di Bergoglio, ma in Vaticano non ci sarà una tangentopoli

martedì, Luglio 6th, 2021

GIANLUIGI NUZZI

In fondo, a pensarci bene, è tutta una questione di sorrisi. E di soldi. Il sorriso di Bergoglio non è così lontano da quello luminoso e disarmante di papa Albino Luciani. Anzi, proprio i loro sorrisi si stagliano nei corridoi dei sacri palazzi, irradiano luce nel buio, contagiano di forza e coraggio chi vuole cacciare i mercanti dal tempio. Se non ci fosse stato il primo, mai avremmo avuto il secondo: insieme hanno rotto l’incantesimo nero di una curia immutabile, sovrastante il pontificato stesso con i beni temporali ridotti a scempio di una fiducia tradita. Solo che Giovanni Paolo I sorrideva schiacciato in una mortale solitudine, amato sì da tutti ma solo fuori le mura leonine, lasciato lì ad affrontare Paul Casimir Marcinkus, la sua protervia, la sua ragnatela velenosa, armato solo con la Fede. «Non si amministra la Chiesa con le Ave Maria», gli urlava come una furia l’arcivescovo alla guida dello Ior dei Gelli, dei Calvi e dei Sindona. E proprio in quegli anni era appena nato in segreteria di stato un fondo occulto, che rappresenta oggi, in una clamorosa ruota del contrappasso, la cerniera simbolica tra i due pontificati.

Infatti, proprio questo fondo ancor più riservato e discreto dello Ior, venne creato per mettere al riparo il pontefice dal cataclisma Marcinkus, per tutelare le riserve dello Stato e i fondi riservati del papa dall’orda di quegli anni di bancarotte, assassini vestiti da suicidi e narcodollari che infestavano i forzieri vaticani.

Proprio da lì, ad esempio, erano partiti i 406 milioni di dollari destinati ai piccoli risparmiatori dell’Ambrosiano pur di chiudere quell’incubo. Era stato monsignor Gianfranco Piovano, diplomatico, a gestire l’invisibile struttura, facendola crescere anno dopo anno. E così quando nel 2009 Bertone lo sostituì con monsignor Alberto Perlasca, ormai quella creatura finanziaria aveva un portafoglio e un’autonomia impressionante, capace di raccogliere e coordinare parte delle contabilità parallele, dei fuori bilancio. La missione della sezione finanziaria era sfuggita di mano. Il papa non aveva più contezza di quanto accadeva in quegli uffici, imminente regno del sardo di Pattada, dell’abilissimo Angelo Becciu, divenuto sostituto – terza carica nello Stato – nel 2011. E se è vero che papa Francesco fin dai primi giorni di pontificato ha cercato di destrutturare la curia, da buon gesuita ha capito subito che quell’entità andava affrontata per ultima. Per non fallire, di perdere come purtroppo era accaduto a papa Luciani, morto anzitempo.

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Roma, Papa Francesco è stato operato al Policlinico Gemelli | Il Pontefice resterà in ospedale almeno 5 giorni

lunedì, Luglio 5th, 2021
Roma, il Papa operato al Policlinico Gemelli

Papa Francesco è stato operato al Policlinico Gemelli di Roma. Si è trattato di un intervento programmato da tempo per una stenosi diverticolare sintomatica del colon. Il direttore della sala stampa della Santa sede, Matteo Bruni, ha fatto sapere che “il Santo Padre ha reagito bene all’intervento” eseguito dal professor Sergio Alfieri. Stando a quanto emerso, la degenza di Bergoglio durerà almeno 5 giorni.

L’arrivo al Gemelli – Il Pontefice è arrivato al Policlinico Gemelli intorno alle ore 15, accompagnato soltanto dall’autista e da un suo stretto collaboratore. Un ricovero “anonimo”, tanto che nessuno dei degenti si è accorto della presenza del Santo Padre. Stretto riserbo anche tra il personale: solo i medici direttamente coinvolti erano a conoscenza dell’intervento.

Il ricovero come Wojtyla – Papa Francesco è stato accolto al decimo piano della struttura, negli stessi locali dove in passato era stato ricoverato anche Papa Giovanni Paolo II. 

In viaggio a settembre – Nel corso dell’Angelus di domenica mattina, papa Francesco ha annunciato una visita pastorale in Slovacchia dal 12 al 15 settembre. Il 12 settembre, durante il viaggio di andata, farà tappa a Budapest, in Ungheria, per la messa conclusiva del 52esimo Congresso eucaristico internazionale.

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Affari sporchi con i soldi della carità. E il porporato: “I magistrati? Porci”

domenica, Luglio 4th, 2021

Gianluca Paolucci

Una serie di personaggi «spesso improbabili se non improponibili», protagonisti «di un marcio sistema predatorio e lucrativo» che aveva lo scopo di drenare «ingenti quantità di somme raccolte nell’Obolo di San Pietro» che per secoli «ha attinto ai più intimi impulsi della comunità ecclesiale, sollecitata all’assolvimento del precetto della carità e assistenza al prossimo».

Le quasi 500 pagine della richiesta di rinvio a giudizio redatta dalla procura vaticana al termine di due anni d’indagine vanno ben oltre il palazzo di Sloane Avenue a Londra diventato il simbolo di questa storia. E raccontano dettagliatamente quasi dieci anni di finanza opaca e spregiudicata, di corrotti e corruttori, alti prelati, ex ministri e faccendieri, di spoliazione sistematica di risorse altrui – come quelle di Enasarco, una vicenda che in qualche modo è la genesi dello scandalo del palazzo di Londra, di bonifici milionari in conti nei paradisi fiscali – da Dubai alla Repubblica Dominicana – per finire nelle disponibilità dei protagonisti delle malefatte. E più tradizionali mazzette di banconote passate di mano ai tavoli di un bar. Come quelli che Gianluigi Torzi, uno dei personaggi centrali della storia, manda a prendere a Milano dal suo autista Michelino: partenza di buon mattino dalla capitale e fugace incontro in stazione con uno dei soci di Torzi per tornare a Roma entro l’ora di pranzo, in modo da poter effettuare la consegna del denaro come pattuito (nel caso specifico a Fabrizio Tirabassi, secondo la procura vaticana, ex funzionario della Segreteria, risultato molto più ricco di quanto gli inquirenti ritengano legittimo). Dello stesso Torzi è la frase più emblematica di come l’attività predatoria non conosca limiti, né barriere di sorta, tanto meno quelle imposte dalla fede. Mette allo stesso tavolo l’ex ministro Franco Frattini, un avvocato d’affari, un professore legato al vaticano e l’ex vice primo ministro libico Ahmed Maiteg. Scatta una foto dell’allegra tavolata e la invia a un amico con il seguente commento: «La f… unisce tutte le religioni».

Maiteg rappresenta la Libyan Investment Authority, socia di Retelit e oggetto delle attenzioni di Torzi e di Raffaele Mincione, l’altro finanziere di questa storia. A Maiteg, Torzi pagherà una vacanza in Sardegna, 50.400 euro per 4 notti nel luglio del 2018, mentre cerca di convincere i libici di far assumere la presidenza di Retelit a Mincione, che a sua volta aveva la scalato la società di telecomunicazioni con i soldi dell’Obolo e assunto Giuseppe Conte, quando ancora era solo un avvocato, come consulente. A Frattini – che era nell’advisory board di una società di Torzi, con l’ex ministro Giulio Tremonti e l’ex ambasciatore Giovanni Castellaneta – finisce anche un bonifico da 30 mila euro da una società di Torzi, solo che la causale fa riferimento a una prestazione che sarebbe stata svolta da un’altra società.

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Il Vaticano: “Draghi ha ragione non vogliamo lo stop al ddl Zan”

venerdì, Giugno 25th, 2021

Alessandro di Matteo

CITTA’ DEL VATICANO. Adesso il Vaticano prova ad abbassare i toni, Oltretevere si cerca se non altro di stemperare il clima, dopo il botta e risposta con il governo italiano sul ddl Zan. È il segretario di Stato Pietro Parolin a pronunciare parole che suonano appunto come un gesto di distensione, anche se nel merito vengono ribadite le critiche messe nero su bianco nella “nota verbale” trasmessa all’ambasciatore italiano.

La Santa sede, spiega, non chiede di «bloccare la legge», ma solo di fare attenzione a non scrivere norme che possano generare «problemi interpretativi», cioè che possano essere usate per sanzionare non solo comportamenti discriminatori ma anche la semplice espressione di un’opinione. Parole che, però, in ogni caso non aiutano a svelenire il clima in Parlamento, dove la Lega torna a chiedere al Pd e al centrosinistra di «sedersi al tavolo», ricevendo però un «no, grazie» in risposta dagli interlocutori, che non si fidano delle intenzioni del leader del Carroccio Matteo Salvini. Parolin, di sicuro, ha voluto allentare la tensione con il governo italiano, dopo la replica del premier Mario Draghi in Senato, ma anche mettere a tacere le voci di dissidi interni allo stesso Vaticano. Il segretario di Stato di fatto smentisce l’ipotesi che la famosa “nota verbale” sia stata fatta uscire all’insaputa di Papa Bergoglio: «Si informano sempre i superiori». Quindi, Parolin si assume la responsabilità di un atto che – assicura – doveva rimanere riservato: «Ho approvato io la “nota”, si trattava, pero’, di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato». Tra le righe, questo significa che secondo il Vaticano va cercato nella politica o nelle istituzioni italiane il responsabile della trasmissione ai giornali del documento.

In realtà, proprio mentre Parolin spiegava la posizione del Vaticano, un fedelissimo di papa Francesco, il gesuita Antonio Spadaro, rilanciava su Twitter una frase pronunciata tempo fa dal pontefice: «Uno Stato dev’essere laico. Gli Stati confessionali finiscono male…». Un’uscita che in qualche modo ha di nuovo alimentato le voci che parlano di un’iniziativa non proprio condivisa da tutti Oltretevere. Di certo, Parolin tende la mano a Draghi: «Lo Stato italiano è laico, concordo con il presidente del Consiglio».

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Vaticano contro il ddl Zan: «Fermate la legge, viola il Concordato»

martedì, Giugno 22nd, 2021

Il Vaticano ha attivato i propri canali diplomatici per chiedere formalmente al governo italiano di modificare il «ddl Zan», ovvero il disegno di legge contro l’omotransfobia. Secondo la Segreteria di Stato, la proposta ora all’esame della Commissione Giustizia del Senato (dopo una prima approvazione del testo alla Camera, lo scorso 4 novembre), violerebbe in «alcuni contenuti l’accordo di revisione del Concordato». Si tratta di un atto senza precedenti nella storia del rapporto tra i due Stati — o almeno, senza precedenti pubblici —, destinato a sollevare polemiche e interrogativi. Mai, infatti, la Chiesa era intervenuta nell’iter di approvazione di una legge italiana, esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi (e dalle loro successive modificazioni, come in questo caso).

La «nota verbale»

A muoversi è stato monsignor Paul Richard Gallagher, inglese, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. In sostanza, il ministro degli Esteri di papa Francesco. Lo scorso 17 giugno l’alto prelato si è presentato all’ambasciata italiana presso la Santa Sede e ha consegnato nelle mani del primo consigliere una cosiddetta «nota verbale», che, nel lessico della diplomazia, è una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata. Nel documento — pur redatto in modo «sobrio» e «in punta di diritto» — le preoccupazioni della Santa Sede: «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato — recita il testo — riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato».
Un passaggio delicatissimo.

I commi

Questi commi sono proprio quelli che, nella modificazione dell’accordo tra Italia e Santa Sede del 1984, da un lato assicurano alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» (è il comma 1); e, dall’altro garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (il comma 2). E sono i veri nodi della questione.

«Libertà a rischio»

Secondo il Vaticano, infatti, alcuni passaggi del ddl Zan non solo metterebbero in discussione la sopracitata «libertà di organizzazione» — sotto accusa ci sarebbe, per esempio, l’articolo 7 del disegno di legge, che non esenterebbe le scuole private dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia —; ma addirittura attenterebbero, in senso più generale, alla «libertà di pensiero» della comunità dei cattolici. Nella nota si manifesta proprio una preoccupazione delle condotte discriminatorie, con il timore che l’approvazione della legge possa arrivare persino a comportare rischi di natura giudiziaria. «Chiediamo che siano accolte le nostre preoccupazioni», è infatti la conclusione del documento consegnato al governo italiano.

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La “scure” del Papa: così cambia la legge della Chiesa

domenica, Giugno 6th, 2021

Francesco Boezi

“Tolleranza zero”, la linea che Papa Francesco persegue sin da principio, può significare pure inasprimento delle pene. Forse il tempo dilatato della pandemia ha contribuito a far sì che Jorge Mario Bergoglio potesse mettere mano alla vita ed alle regole della istituzione ecclesiastica e dei suoi dintorni, con tanto di sistema sanzionatorio. Il pontefice argentino non può ancora viaggiare troppo (al netto della eccezione irachena), dunque le energie possono essere concentrate nella riforma interna, che è anche riforma canonica.

Forse, oppure il vescovo di Roma sta portando avanti il suo disegno, prescindendo dal momento e dalla sua natura singolare. La Costituzione apostolica Pascite Gregem Dei ha riformato alcuni passaggi centrali del diritto canonico. Il principio, la ratio di base delle nuove disposizioni, pare quello di tenere la barra ferma, oltre che dritta. L’operazione nel suo complesso non è priva di portato culturale. Sul piano pratico invece Bergoglio lo aveva già detto: non avrebbe più tollerato certi comportamenti, dunque certi illeciti e reati. Capiamoci: la pastorale non è mai stata messa da parte, ma le cronache vaticane, come spesso capita con Francesco sul soglio di Pietro, hanno dovuto focalizzarsi quasi all’improvviso sull’interventismo normativo del Santo Padre. E non si tratta solo di un “segnale”.

Niente Sud globale o tutela delle periferie economico-esistenziali insomma. O meglio, sì, ma con una costanza alternata sul piano narrativo. Perché nelle intenzioni di Francesco sembra venuto il tempo di portare a compimento la sua “rivoluzione”, che non può che passare anche dal piano giuridico (con un occhio alla riorganizzazione della Curia che dovrebbe essere prossima). Riformando il libro VI del diritto canonico, il successore di Benedetto XVI ha apportato qualche novità sostanziale, introducendo la corruzione in atti di ufficio, l’amministrazione di sacramenti alle persone a cui è proibito amministrarli, l’occultamento di eventuali irregolarità all’autorità legittima e le censure sulla ricezione degli ordini sacri.

Non solo, verranno puniti pure: “…la violazione del segreto pontificio, l’omissione dell’obbligo di eseguire una sentenza o decreto penale, l’omissione dell’obbligo di dare notizia della commissione di un reato e l’abbandono illegittimo del ministero”. Sin qua, l’allargamento delle maglie delle fattispecie. A fare notizia, però, è stato quanto premesso, ossia l’inasprimento di alcune pene. Inasprimento è parola che abbiamo associato poche volte, durante tutto questo pontificato, al Papa della misericordia. Misericordia, però, non vuol dire sconti. E Papa Francesco, su questi aspetti, non si è mai guadagnato la fama di “buonista”. Dicevamo nuove fattispecie sì, ma anche nuove sanzioni:”…l’ammenda, il risarcimento del danno, la privazione di tutta o parte della remunerazione ecclesiastica, secondo i regolamenti stabiliti dalle singole Conferenze episcopali, fermo restando l’obbligo, nel caso la pena sia inflitta a un chierico, di provvedere che non gli manchi il necessario per un onesto sostentamento”.

Monsignor Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ha posto uno degli accenti della presentazione su due elementi: la presunzione d’innocenza e il lavoro operato per far sì che i processi non siano infiniti. Anche il Vaticano, del resto, ha il suo bel da fare con la giustizia e con problemi che interessano pure il dibattito delle cronache politiche-legislative italiane, con tanto di tempistiche e principi cardine. Passiamo ai pluricitati inasprimenti: pedofilia ed abuso nei confronti di minori entrano a far parte dei crimini contro la dignità della persona. Sino a prima della riforma bergogliana, entrambe le fattispecie erano considerate reati per violazione degli obblighi della vita consacrata, così come evidenzia l’Agi.

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Quarant’anni fa l’attentato a Wojtyla. Che mondo sarebbe stato senza di lui?

giovedì, Maggio 13th, 2021

Mimmo Muolo

Quarant’anni dopo sarà ancora a Roma. Per celebrare questa mattina la Messa sulla tomba di san Giovanni Paolo II, in occasione del quarantennale dell’attentato. Ma per il cardinale Stanislaw Dziwisz quei momenti sono incisi in maniera indelebile nella memoria e nel cuore. E ad ascoltarli dalla sua viva voce, i particolari sembra di riviverli in presa diretta. Come se fossimo su quella jeep negli attimi immediatamente posteriori agli spari.

«Continuo ancora a sentire il suo corpo scivolare come paralizzato e cadere tra le mie braccia – dice il porporato, segretario personale del Papa fino alla sua morte, che quel giorno come sempre gli era accanto –. Vedo il suo sangue colare sulla sua bianca veste pontificia, macchiando le mie mani e i miei vestiti. Sento anche una continua sempre più debole ripetizione dell’invocazione: “O Maria, o Madre mia!”. Da quel giorno so ormai cosa abbia sentito l’apostolo Giovanni sostenendo sulle sue braccia il corpo di Cristo tolto dalla croce».

Un’immagine potente, che si riflette nello sguardo ancora velato di sofferenza di don Stanislao, come in quegli anni veniva affettuosamente chiamato da tutti. Oggi il cardinale Dziwisz ha 82 anni, dal 2016 ha lasciato la guida della diocesi di Cracovia, dopo aver ospitato nell’estate di quell’anno la Gmg e la visita di papa Francesco. Ma quando lo incontri è facile cogliere nelle sue parole che di tutti i momenti passati accanto al Papa ora santo, quelli del 13 maggio 1981 sono stati quelli che hanno maggiormente inciso nella sua esperienza di uomo, di consacrato e di cristiano.

«Non potrò mai dimenticare – confida – il rumore dei colpi di pistola dell’attentatore, che in un solo momento avrebbero potuto porre termine a quello straordinario pontificato».

E naturalmente ripassano davanti ai suoi occhi, altre immagini. «La terribile gara col tempo per non perdere la sua vita», quando da piazza san Pietro l’ambulanza con il papa gravemente ferito a bordo si inerpicò sulla collina di Monte Mario per raggiungere il Gemelli.

«Ricordo i dottori – continua il cardinale Dziwisz –, il personale medico e tutti i servizi e le persone la cui collaborazione permise la salvezza di san Giovanni Paolo II». E non può passare in secondo piano quella grande catena di preghiera che unì tutto il mondo, a partire da Roma e dalla Polonia. In particolare «la Marcia Bianca di Cracovia – dice il cardinale – e tutte le altre iniziative intraprese sino ai confini della terra per la salvezza del Santo Padre».

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Covid, dalla Domenica delle Palme al Lunedì dell’Angelus: come cambiano i riti della Settimana Santa in tempo di pandemia

domenica, Marzo 28th, 2021

Città del Vaticano – Mancano pochi giorni all’inizio della Settimana Santa e la Chiesa cattolica si appresta per il secondo anno di fila a celebrare le proprie funzioni sottostando alle restrizioni dovute alla pandemia per il Covid-19.

Anche la Settimana Santa di Francesco avrà tempi e ritmi modellati sulle esigenze che il Covid impone, prima fra tutte la perdurante assenza delle folle che abitualmente popolavano gli appuntamenti dalla Domenica delle Palme fino a quella della Pasqua.

Non a caso è stata proprio la sala stampa vaticana a comunicare che ogni appuntamento si svolgerà con presenza “limitata” di fedeli nel “rispetto delle misure sanitarie previste”. E così in tutta Italia.

Il primo appuntamento è la Messa della Domenica delle Palme, in programma in Vaticano alle 10.30 all’Altare della Cattedra in San Pietro. A differenza dello scorso anno vi sarà la presenza di qualche fedele.

Così ha disposto anche la presidenza della Conferenza episcopale italiana che ha dato alcune indicazioni su come celebrare il rito, spiegando “che rispetto allo scorso anno potranno avvenire anche in presenza dei fedeli”. Lo scorso anno, infatti, “non fu possibile ai fedeli assistere personalmente ai riti complice il lockdown che fermò il Paese per oltre due mesi”.

Secondo le disposizioni della Cei il popolo può partecipare in presenza alla Messa, ma “nel rispetto dei decreti governativi riguardanti gli spostamenti sul territorio e delle misure precauzionali”.

Anche la possibile presenza del regime di coprifuoco – che ha già inciso per esempio sull’orario di celebrazione della Messa della Notte di Natale – dovrà essere tenuto in considerazione nel fissare l’ora della celebrazione.

Il calendario: niente lavanda dei piedi né bacio della croce

La Messa crismale di giovedì Santo nella Basilica sarà alle 10, presieduta dal Papa, seguita, alle 18, dalla messa in Coena Domini, celebrata non dal Pontefice ma dal cardinale decano del Collegio, Giovanni Battista Re. Non ci sarà la lavanda dei piedi e non ci sarà il bacio della croce il Venerdì Santo.

Alle 18 del Venerdì si celebrerà la Passione di Cristo, nella Basilica, e, alle 21, la Via Crucis in mondovisione, entrambe presiedute da Francesco. La processione con la croce, come lo scorso anno, non si farà intorno al Colosseo, ma sarà allestita sul Sagrato della Basilica vaticana.

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Sacri stipendi, ecco quanto guadagnano cardinali e vescovi

giovedì, Marzo 25th, 2021

GIACOMO GALEAZZI

ROMA. «Io guadagno 1400 euro netti al mese. A questa cifra devo sottrarre mille euro per la colf», spiega alla Stampa.it un arcivescovo diocesano al massimo dell’anzianità di servizio. Rispetto a quelle dei presuli che governano le diocesi italiane, in Vaticano le retribuzioni (pur tagliate ora da papa Francesco per la crisi Covid) restano più generose. Come cittadini della Santa Sede non pagano le tasse in Italia, abitano in appartamenti messi a loro disposizione in Curia ma, come accade spesso, si trovano a dover ristrutturare a proprie spese case di ampia metratura. E devono pagare lo stipendio alle religiose che li assistono tra le mura domestiche.

Sacri stipendi, ecco quanto guadagnano cardinali e vescovi

Distinzione Occorre fare una distinzione, infatti, sugli stipendi di un cardinale delle diocesi italiane e un porporato della Curia, in quanto vi è una netta distinzione tra Chiesa italiana (Cei) e Curia romana (Santa Sede), anche amministrativamente parlando. Un vescovo italiano (cardinale o no) rientra nel sostentamento del clero della Cei e il suo stipendio può arrivare a un massimo di 1.700 euro lordi mensili, più o meno 1.300-1.400 netti. Il cosiddetto piatto cardinalizio dei porporati al servizio della Santa prevede una somma attorno ai 5.000 euro netti (in Vaticano non ci sono le tasse). Sono solo questi ultimi, insieme ai capi dicastero non cardinali e ai segretari delle Congregazioni ( i ministeri della Santa Sede), a essere interessati dalla misura papale.

Sacri stipendi, ecco quanto guadagnano cardinali e vescovi

Eccezioni

Il Pontefice ha disposto dal 1° aprile il taglio degli stipendi, ma procedendo «secondo criteri di proporzionalità e progressività con la finalità di salvaguardare gli attuali posti di lavoro».

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