Archive for the ‘Vaticano’ Category

Papa Francesco: “In nome di Dio, fermate la guerra”

domenica, Ottobre 16th, 2022

Anticipiamo un brano del libro che Papa Francesco pubblica alla soglia del decimo anno di pontificato. Nel volume «Vi chiedo in nome di Dio. Dieci preghiere per un futuro di speranza», a cura di Hernán Reyes Alcaide (Piemme, in uscita martedì), il Pontefice lancia un appello universale a costruire insieme un orizzonte di pace, un mondo migliore

FRANCESCO

Più di duemila anni fa il poeta Virgilio ha plasmato questo verso: «Non dà salvezza la guerra!». Si fa fatica a credere che da allora il mondo non abbia tratto insegnamenti dalla barbarie che abita i conflitti tra fratelli, compatrioti e paesi. La guerra è il segno più chiaro della disumanità.

Quel grido accorato risuona ancora. Per anni non abbiamo prestato orecchio alle voci di uomini e donne che si prodigavano per fermare ogni tipo di conflitti armati. Il magistero della Chiesa non ha risparmiato parole nel condannare la crudeltà della guerra e, nel corso del XIX e del XX secolo, i miei predecessori l’hanno definita «un flagello», che «mai» può risolvere i problemi tra le nazioni; hanno affermato che la sua esplosione è una «inutile strage» con cui «tutto può essere perduto» e che, in definitiva, «è sempre una sconfitta dell’umanità». Oggi, mentre chiedo in nome di Dio che si metta fine alla follia crudele della guerra, considero inoltre la sua persistenza tra noi come il vero fallimento della politica.

La guerra in Ucraina, che ha messo le coscienze di milioni di persone del centro dell’Occidente davanti alla cruda realtà di una tragedia umanitaria che già esisteva da tempo e simultaneamente in vari paesi, ci ha mostrato la malvagità dell’orrore bellico. Nel secolo scorso, in appena un trentennio, l’umanità si è scontrata per due volte con la tragedia di una guerra mondiale. Sono ancora tra noi persone che portano incisi nei loro corpi gli orrori di quella follia fratricida. Molti popoli hanno impiegato decenni a riprendersi dalle rovine economiche e sociali provocate dai conflitti. Oggi assistiamo a una terza guerra mondiale a pezzi, che tuttavia minacciano di diventare sempre più grandi, fino ad assumere la forma di un conflitto globale.

Al rifiuto esplicito dei miei predecessori, gli eventi dei primi due decenni di questo secolo mi obbligano ad aggiungere, senza ambiguità, che non esiste occasione in cui una guerra si possa considerare giusta. Non c’è mai posto per la barbarie bellica. Tantomeno quando la contesa acquisisce uno dei suoi volti più iniqui: quello delle cosiddette “guerre preventive”. La storia recente ci ha dato esempi, perfino, di “guerre manipolate”, nelle quali per giustificare attacchi ad altri paesi sono stati creati falsi pretesti e sono state contraffatte le prove. Per questo chiedo alle autorità politiche di porre freno alle guerre in corso, di non manipolare le informazioni e di non ingannare i loro popoli per raggiungere obiettivi bellici.

La guerra non è mai giustificata. Infatti non sarà mai una soluzione: basti pensare al potere distruttivo degli armamenti moderni per immaginare quanto siano alti i rischi che una simile contesa scateni scontri mille volte superiori alla supposta utilità che alcuni vi scorgono.

La guerra è anche una risposta inefficace: non risolve mai i problemi che intende superare. Forse lo Yemen, la Libia o la Siria, per citare alcuni esempi contemporanei, stanno meglio rispetto a prima dei conflitti?

«Vi chiedo in nome di Dio. Dieci preghiere per un futuro di speranza», di Papa Francesco, a cura di Hernán Reyes Alcaide, Edizioni Piemme, 160 pagine, 16,90 euro, in uscita il 18 ottobre  

Se qualcuno pensa che la guerra possa essere la risposta, sarà perché sbaglia le domande. Il fatto che noi a tutt’oggi ci troviamo ad assistere a conflitti armati, a invasioni o a offensive lampo tra paesi, manifesta la mancanza di memoria collettiva. Forse il XX secolo non ci ha insegnato il rischio che corre tutta la famiglia umana davanti alla spirale bellica?

Se davvero siamo tutti impegnati a porre fine ai conflitti armati, manteniamo viva la memoria in modo da agire in tempo e fermarli quando sono in gestazione, prima che divampino con l’uso della forza militare. E per riuscirci servono dialogo, negoziati, ascolto, abilità e creatività diplomatica, e una politica lungimirante capace di costruire un sistema di convivenza che non sia basato sul potere delle armi o sulla dissuasione.

E poiché la guerra «non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante» (lettera enciclica “Fratelli tutti”, 256), torno a ricordare lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, il quale diceva che oggi è imprescindibile compiere una «trasfusione di memoria» e invitava a prendere qualche distanza dal presente per udire la voce dei nostri antenati.

Ascoltiamo quella voce per non vedere mai più le facce della guerra. Infatti la follia bellica resta impressa nella vita di chi la subisce in prima persona: pensiamo ai volti di ogni madre e di ogni figlio costretti a fuggire disperatamente; a ogni famiglia violata; a ogni persona catalogata come “danno collaterale” degli attacchi, senza alcun rispetto per la sua vita.

Vedo contraddizione tra quanti rivendicano le loro radici cristiane ma poi fomentano conflitti bellici come modi per risolvere gli interessi di parte. No! Un buon politico deve sempre puntare sulla pace; un buon cristiano deve sempre scegliere la via del dialogo. Se arriviamo alla guerra è perché la politica ha fallito. E ogni guerra che scoppia è anche un fallimento dell’umanità.

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Kazakistan, il Papa ai leader religiosi del mondo: “Mai giustificare la violenza. Il sacro non sia puntello del potere. Dio porta pace, non guerra”

mercoledì, Settembre 14th, 2022

Domenico Agasso

INVIATO A NUR-SULTAN. «Siamo fratelli, figli dello stesso cielo. Basta fondamentalismi». Papa Francesco al Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali a Nur-Sultan, capitale del Kazakistan, lancia un accorato appello: «Mai giustificare la violenza. Il sacro non diventi puntello del potere. Dio conduce alla pace, mai alla guerra». Il Pontefice sottolinea che la libertà di fede è «diritto inalienabile», occorre «promuoverla ovunque». Avverte che con il Covid tutti sono «sullo stesso piano», ora servono «umiltà e lungimiranza». Finché imperverseranno «disparità e ingiustizie», dureranno odio e terrore. Il maggior fattore di rischio «dei nostri tempi permane la povertà». Bisogna proteggere la «casa comune dagli stravolgimenti climatici» e dalla «mentalità dello sfruttamento».

Nella sua seconda giornata nella Capitale kazaka, il Pontefice arriva in auto dalla nunziatura apostolica, dove alloggia, al «Palazzo dell’Indipendenza, nella piazza centrale, dove si apre il 7/o Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali, al quale è stato invitato dal presidente della Repubblica Kassym-Jomart Tokayev. Dopo la preghiera in silenzio dei leader religiosi nella «Sala delle Conferenze» – dove il Vescovo di Roma entra in sedia a rotelle, subito salutato da Ahmad Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar – inizia la conferenza. Quindi seguirà la foto di gruppo dei partecipanti e gli incontri in forma privata.

Il Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali, che quest’anno (14-15 settembre) è dedicato al ruolo dei leader delle varie confessioni nello sviluppo spirituale e sociale dell’umanità nel periodo post pandemico, si è svolto per la prima volta a Nur-Sultan, allora Astana, dal 23 al 24 settembre 2003, su iniziativa del primo presidente della Repubblica del Kazakistan, Nursultan Abishevich Nazarbayev. È stato un avvenimento unico, perché, per la prima volta, ha visto i rappresentanti dell’intero mondo religioso riunirsi attorno a un unico tavolo, allo scopo di trovare punti di riferimento comuni per creare un’istituzione internazionale permanente, garantire il dialogo interreligioso e un processo decisionale coordinato. Da allora, tutti i Congressi che si sono susseguiti, ogni tre anni – nel 2006, 2009, 2012, 2015 e 2018 – fatta eccezione di quest’ultimo, che è stato posticipato di un anno a causa della pandemia, hanno visto la partecipazione di leader e rappresentanti di spicco islamici, cristiani, ebrei, buddisti, shintoisti, taoisti e di altre religioni tradizionali, e, alla fine di ogni incontro, la pubblicazione di un documento conclusivo congiunto, contenente dichiarazioni e appelli rivolti ai cittadini, ai popoli e ai governi dei paesi del mondo. Sempre al centro delle discussioni, la promozione del dialogo interreligioso per il bene della pace e dello sviluppo e l’importanza del ruolo dei leader religiosi nel rafforzamento della sicurezza internazionale. La sala circolare, dove si sono riuniti triennalmente, dopo il 2003, i delegati delle principali religioni e fedi del mondo, si trova all’interno del Palazzo della pace e della riconciliazione, conosciuto anche come «Piramide della pace e della riconciliazione», progettato dallo studio Norman Foster & Partners, costruito appositamente per questo evento nel 2004, e completato nel 2006, su iniziativa del presidente Nazarbayev. La struttura è stata concepita come sede permanente del Congresso e centro globale per la comprensione religiosa, la rinuncia alla violenza e la promozione della fede e dell’uguaglianza umana. Per ragioni di capienza, però, quest’anno l’evento si svolge nel Palazzo dell’Indipendenza.

Numerosi e di alto livello gli interventi previsti oggi. Dopo l’indirizzo di benvenuto di Tokayev, il primo intervento è quello di Jorge Mario Bergoglio. Seguono quelli di Ahmad Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar, del metropolita Antonio di VoloKolamsk, capo del dipartimento delle relazioni ecclesiali esterne del Patriarcato di Mosca – è assente il patriarca Kirill – di Yitzhak Yosef, capo rabbino sefardita di Israele, e il video messaggio di Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Nel seguito della sessione plenaria interverranno il patriarca Teofilo III di Gerusalemme, un video messaggio del segretario generale della Lega musulmana mondiale Mohammad bin Abdulkarim Al-Issa, quindi il sottosegretario generale delle Nazioni Unite Miguel Angel Moratinos, il rappresentante ufficiale del custode delle due sacre Moschee e re d’Arabia Saudita Saleh bin Abdul-Aziz Al ash-Sheikh, il presidente della Associazione Toista Cinese Li Guanfu, il rabbino capo ashkenazita di Israele David Lau, l’alto commissario delle minoranze nazionali dell’Osce Kairat Abdrakhmanov, il presidente del Consiglio musulmano del Caucaso Allashukur Pashadaze, il presidente dell’Unione Inter-parlamentare Duarte Pacheco, il presidente del Consiglio dell’ideologia islamica della Repubblica islamica del Pakistan. La sessione plenaria continuerà poi nel pomeriggio. A fine mattinata il Papa incontrerà in forma privata alcuni dei leader religiosi presenti. Il Congresso si chiuderà domani con le sessioni tematiche (una anche sul ruolo delle donne), con la lettura della dichiarazione finale e il discorso conclusivo di Francesco, Al-Tayyeb, Antonij, Tokayev e del presidente del Senato Maulen Ashimbayev. 

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La confessione di Ratzinger sulla morte di papa Luciani

domenica, Settembre 4th, 2022

Nico Spuntoni

La confessione di Ratzinger sulla morte di papa Luciani

Albino Luciani, l’ultimo Papa italiano, viene beatificato dal suo successore venuto “dalla fine del mondo”. Non è un paradosso, però, perché nella salita al soglio pontificio di un uomo che prima di allora aveva sempre esercitato il suo magistero pastorale solo in Veneto, fu determinante proprio il Sudamerica. Nel Conclave dell’agosto 1978, il principale sostenitore di Luciani fu il cardinale brasiliano Aloisio Lorscheider che all’epoca ricopriva anche l’incarico di presidente del CELAM. Ma l’America Meridionale è stata decisiva non solo per l’elezione di Giovanni Paolo I, ma anche per la sua beatificazione attesa oggi a piazza San Pietro. Come ha ricordato pochi giorni fa il postulatore della causa, il cardinale Beniamino Stella, uno slancio determinante all’inizio del processo di beatificazione si ebbe nel 1990 quando tutta la Conferenza Episcopale del Brasile fece un appello in tal senso a Giovanni Paolo II. Inoltre, il miracolo decisivo attribuito alla sua intercessione è avvenuto in Argentina.

Questa causa di beatificazione e canonizzazionerimarrà nella storia anche perché ha visto ha visto la testimonianza di un papa, seppur emerito, su un suo predecessore. È il caso di Benedetto XVI che partecipò da cardinale al Conclave che elesse Giovanni Paolo I. Una chicca che oggi conosciamo grazie a Nicola Scopelliti, giornalista e autore di ben quattro libri dedicati al papa originario di Canale d’Agordo. Ratzinger, infatti, gli ha inviato il testo tramite il suo segretario personale monsignor Georg Gänswein ed ha acconsentito a pubblicarla nell’ultimo libro “Il Postino di Dio” (edizioni Ares), facendogli sapere anche che il papa emerito “è molto contento e si rallegra dell’imminente beatificazione di Giovanni Paolo I”.

Leggendo il libro di Scopelliti si scopre che Benedetto XVI ha risposto all’interrogatorio fattogli pervenire in data 26 giugno 2015 ed ha raccontato che conobbe Albino Luciani nell’estate del 1977 durante una vacanza a Bressanone. L’allora patriarca di Venezia, sapendo della presenza dell’allora vescovo di Monaco nel territorio del Triveneto, ci tenne a conoscerlo e a fare gli onore di casa. “Lo avvertii come un gesto di fraternità fuori dal comune – ha confidato Benedetto XVI – che fosse venuto appositamente per salutarmi e per darmi il benvenuto in Veneto nel mese di agosto era un’espressione di nobiltà d’animo che andava ben al di là del consueto”. Nell’interrogatorio inviato al Monastero Mater Ecclesiae nell’ambito della causa di beatificazione comparivano anche alcune singolari domande relative allo svolgimento del Conclave dell’agosto 1978. Domande alle quali, evidentemente in ottemperanza al giuramento fatto per mantenere il “segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del Romano Pontefice”, Benedetto XVI ha fatto sapere di non poter dare alcuna risposta.

Degno di nota è il racconto che Ratzinger ha fatto del momento in cui ha appreso la notizia della morte improvvisa di Giovanni Paolo I. L’allora cardinale si trovava nell’arcivescovado di Quito, inviato proprio da Luciani al Congresso mariano nazionale in Ecuador. “In piena notte mi svegliai e sentii aprirsi la porta ed entrare qualcuno – ha raccontato il papa emeritoquando accesi la luce, vidi un monaco con un abito marrone. Sembrava un misterioso messaggero dell’aldilà, cosicché dubitai di essere realmente sveglio. Entrò e mi disse che aveva appena ricevuto la notizia che il papa era morto”. Colto di sorpresa, Ratzinger si riaddormentò e prese veramente coscienza della veridicità della notizia soltanto la mattina successiva durante la messa nella quale un concelebrante pregò per il defunto papa Giovanni Paolo I. “Alla fine, siamo rimasti davvero tutti sotto shock per quella notizia, della cui veridicità non c’era più da dubitare”, ha concluso.

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La preghiera di Francesco sulla tomba di Celestino (e altre voci di dimissioni)

lunedì, Agosto 29th, 2022

Fabio Marchese Ragona

La preghiera di Francesco sulla tomba di Celestino (e altre voci di dimissioni)

Un gesto che rimarrà nella storia, mai nessun Papa aveva aperto la porta santa della Basilica di Santa Maria di Collemaggio dove riposa Celestino V, il Pontefice che nel 1294 rinunciò al pontificato. Pietro da Morrone, questo il suo nome, prima di compiere il passo indietro, decise di concedere l’indulgenza plenaria perpetua a chi avesse attraversato quella porta, in ricordo della sua incoronazione al soglio pontificio proprio all’interno della basilica aquilana. Un rito che continua da 728 anni, sempre negli ultimi giorni di agosto, e che ieri è stato compiuto anche da Papa Francesco.

Seduto in carrozzina, Bergoglio, davanti a quel portone sbarrato, ha seguito le litanie dei santi e, dopo aver compiuto l’antico rituale, è entrato in basilica per pregare davanti alle spoglie di Celestino V, sotto gli occhi di milioni di fedeli, alcuni convinti (e qualcuno a dire il vero anche malignamente speranzoso) che quel momento potesse essere un preludio alle dimissioni. Un gesto che per molti ha richiamato alla memoria la preghiera di Benedetto XVI davanti alle spoglie di Pietro da Morrone, compiuta nell’aprile del 2009, qualche settimana dopo il terremoto che distrusse la città. Ratzinger, che aveva raggiunto il capoluogo abruzzese per manifestare vicinanza alla popolazione ferita, in quell’occasione depose sulla teca un suo vecchio pallio, ancora oggi conservato all’interno dell’urna. Un gesto visto da molti come un segno profetico delle dimissioni, annunciate poi nel febbraio 2013 ma su cui Benedetto aveva già iniziato a riflettere nell’aprile dell’anno prima. Anche per Francesco, soprattutto i giornali d’oltreoceano, avevano ipotizzato quindi che la visita a L’Aquila potesse anticipare qualche decisione clamorosa: le dimissioni, insomma, sulla scia di Benedetto, incontrato al monastero Mater Ecclesiae insieme ai venti nuovi cardinali, alla vigilia della trasferta aquilana. Bergoglio ha bollato questa ipotesi come semplice «coincidenza», assicurando, in più occasioni durante alcune interviste, che l’idea di lasciare il pontificato non gli è mai balenata per la testa. Potrebbe accadere in futuro, ha spiegato, «se le mie condizioni di salute rendessero impossibile andare avanti». Non è un caso che nel corso dell’omelia a L’Aquila, Francesco abbia ribaltato completamente l’immagine che si è sempre avuta di Pietro da Morrone: «Erroneamente – ha detto il Papa – ricordiamo la figura di Celestino V come colui che fece il gran rifiuto, secondo l’espressione di Dante nella Divina Commedia; ma Celestino V non è stato l’uomo del no, è stato l’uomo del sì». Infatti, ha continuato Francesco, «non esiste altro modo di realizzare la volontà di Dio che assumendo la forza degli umili, non ce n’è un altro. Proprio perché sono tali, gli umili appaiono agli occhi degli uomini deboli e perdenti, ma in realtà sono i veri vincitori, perché sono gli unici che confidano completamente nel Signore e conoscono la sua volontà».

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Quell’indizio tra le righe: la Chiesa apre all’identità di genere?

domenica, Agosto 14th, 2022

Nico Spuntoni

Uomo, donna o? Chi l’avrebbe mai detto di leggere una terza opzione sul genere (“non si applica a te”) in un questionario destinato ad arrivare sul tavolo del Sinodo dei Vescovi previsto nell’ottobre del 2023. Eppure è questo si legge nel form diffuso sul web in questi giorni da circa 200 influencer cattolici di tutto il mondo nell’ambito del progetto “La Chiesa ti ascolta”. Un sondaggio affidato a quelli che vengono chiamati “missionari digitali” e che si pone l’obiettivo di raccogliere le impressioni e le opinioni degli internauti sul loro rapporto con la Chiesa.

L’iniziativa ha l’imprimatur vaticano dal momento che il coordinatore di “La Chiesa ti ascolta” è monsignor Lucio Adrian Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione. Secondo quanto riportato da Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale italiana, la decisione di ricorrere agli influencer per arricchire i contributi nel processo del Cammino Sinodale in corso sarebbe stata presa a seguito della limitata adesione di giovani alla fase diocesana conclusasi ad aprile scorso.

Nel questionario, che chiede a chi vi partecipa di dire cosa pensa che la Chiesa dovrebbe fare per renderla più vicina, ci si può dichiarare uomo, donna oppure scegliere la casella “non si applica a te” che va incontro a chi si identifica nel cosiddetto genere non-binario. Le tematiche arcobaleno, inoltre, trovano spazio anche nel resto del form: “Pensi che la Chiesa ascolti/parli con altri gruppi sociali? LGBTQI+, giornalisti, sindacati, imprenditori, altre religioni, scienziati”, si legge in una delle domande. Più avanti, l’opzione “assistenere e accompagnare le persone LGBTQI+” viene indicata come uno degli impegni da poter scegliere tra quelli che si ritiene la Chiesa dovrebbe assumere per avvicinarsi di più alla gente.

Su questo punto, uno dei documenti più importanti della Chiesa è rappresentato dalla Lettera ai vescovi sulla cura pastorale delle persone omosessuali scritta nel 1986 dall’allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger e approvata da San Giovanni Paolo II nella quale si leggeva che “occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto”. Sull’identità di genere, Papa Francesco si è espresso nettamente più volte e circa un anno fa, nel corso di una conversazione con i gesuiti slovacchi durante la sua visita apostolica, ha detto che “l’ideologia del gender è pericolosa, perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna”.

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Le tre nomine del Papa per Roma: ecco le mosse di Bergoglio

domenica, Maggio 29th, 2022

Francesco Boezi

A Piazza San Pietro e dintorni, la novità della settimana è di sicuro la nomina del cardinale Matteo Maria Zuppi (peraltro di origini romane) a presidente della Conferenza episcopale italiana. Tuttavia, Papa Francesco non si è fermato a questa – peraltro fondamentale – nomina, e sta operando altre mosse all’interno della Chiesa italiana.

Jorge Mario Bergoglio, infatti, ha scelto tre vescovi ausiliari per l’arcidiocesi di Roma, che ricopre un ovvio ruolo centrale (oltre che simbolico) nel contesto ecclesiastico italiano. Tutti e tre i prelati individuati dal Santo Padre per Roma sono semplici sacerdoti, e dunque dovranno diventare vescovi prima di iniziare a svolgere il loro incarico. Del resto, lo stile del pontefice è sempre lo stesso: “pescare” dal basso personalità che possano rappresentare la sua “Chiesa in uscita” e far sì che i vertici organizzativi non perdano, come magari è successo in passato, il contatto con il mondo e con i fedeli.

I nomi sono quelli di monsignor Daniele Salera, di monsignor Riccardo Lamba e di monsignor Baldassarre Reina, così come ripercorso da Aci Stampa. Si tratta, in almeno due casi su tre, di sostituzioni necessarie per raggiunti limiti di età. Resta invece al suo posto il cardinale Angelo De Donatis, che è il vicario del vescovo di Roma per l’Arcidiocesi Metropolitana. Una realtà enorme, specie in relazione a quasi tutte le diocesi italiane, che dunque necessita di essere gestita da ben più di un solo presule, considerando anche l’esigenza di coprire l’intero territorio cittadino.

Ma questo – come abbiamo già avuto modo di accennare parlando proprio del nuovo vertice della Cei – potrebbe non essere l’assetto definitivo dell’istituzione diocesana della capitale. “Accorpamento”, infatti, è una parola che Bergoglio sta iniziando a declinare sul pratico, riunificando numerose diocesi territoriali, semplificando le strutture organizzative e limitando sotto il profilo numerico i monsignori deputati a esercitare il “potere” diocesano. Il principio vale pure per la Cei, che nel frattempo dovrà procedere con il proseguo del Sinodo interno che terminerà nel 2023, con l’auspicio pontificio per cui, alla fine del “cammino”, il volto della Chiesa italiana possa essere diverso. E anche Roma potrebbe conoscere il suo alleggerimento.

Uno dei punti irrisolti rispetto alla “rivoluzione” organizzativa, a questo proposito, è la possibilità – com’era accaduto nel caso del cardinale Camillo Ruini e del cardinale Ugo Poletti – che il vicario del Papa per Roma finisca per essere stessa persona che ricopre l’incarico di presidente dei vescovi italiani. Significherebbe un ritorno a Roma per Matteo Maria Zuppi che lascerebbe così l’arcidiocesi di Bologna.

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Pedofilia, gli orchi della Chiesa: da inizio anno una denuncia al giorno

domenica, Maggio 29th, 2022

Domenico Agasso

ROMA. Dopo l’annuncio del primo report nazionale della Cei sulla pedofilia nella Chiesa, e l’avvio dell’inchiesta sugli anni 2000-2021, guardando i dati non ufficiali che si conoscono finora il lavoro per i vescovi presenta uno scenario tutt’altro che agevole e trionfale. Ma «ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità», ha assicurato con forza il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi. Secondo gli ultimi numeri raccolti e analizzati da Rete L’Abuso, l’associazione che a oggi rappresenta uno dei punti di riferimento più costanti per i «sopravvissuti» agli abusi sessuali del clero, in Italia ci sono «164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno». A queste cifre si deve aggiungere quello che secondo il presidente Francesco Zanardi è «il dato più importante: 471 crimini impuniti», ossia le situazioni in cui il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime «non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano».

Zanardi è membro anche di Italy Church Too, associazione di vittime che si è costituita negli ultimi mesi «dal basso», con l’intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sulle violenze sessuali commesse da ecclesiastici nel nostro Paese, su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

Rete l’Abuso ha realizzato anche calcoli di proiezione elaborati in base alle vicende irlandesi (1.259 denunce dal 1975, allontanati vescovi e oltre 100 preti): «In Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d’inchiesta francese ha messo in luce 216mila vittime, e se si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano, ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile».

È solo di qualche giorno fa la condanna a cinque anni di carcere per padre Vincenzo Esposito, 64 anni, originario di Caltavuturo ma assegnato alla parrocchia di San Feliciano Magione (Perugia), accusato di prostituzione minorile perché avrebbe preteso da quattro sedicenni prestazioni sessuali a pagamento attraverso delle videochiamate.

«Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima di violenza sessuale di don Giuseppe Rugolo»: sarebbe stata questa «la proposta della Diocesi di Piazza Armerina, guidata da monsignor Rosario Gisana», spiega Zanardi. La circostanza «è stata confermata in aula da Antonio Ciavola (allora capo della Squadra mobile di Enna e ora in servizio a Caltanissetta), nel corso del processo presieduto da Francesco Pitarresi che si celebra al tribunale di Enna e vede imputato Rugolo, agli arresti domiciliari da un anno».

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali di Vladimir Resendiz Gutierrez, già rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano (Novara), chiuso per carenza di vocazioni: deve scontare sei anni di carcere per avere abusato di giovani allievi dell’istituto.

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Il Papa pronto a scegliere: come può cambiare la Chiesa italiana

domenica, Maggio 15th, 2022

Francesco Boezi

Sono anni che tra gli addetti ai lavori si parla del successore del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana. Sa sempre uomo di dialogo e da tempo guida dei vescovi, ora è prossimo alla pensione. E Papa Francesco sembra avere finalmente messo mano al dossier per tracciare la rotta dell’avvenire della Cei.

L’appuntamento è per fine maggio, quando i presuli italiani avranno modo di procedere con una prima indicazione su chi sarà la guida di une delle più importanti “chiese” interne al cattolicesimo. Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di spiegare, se è vero che il presidente della Cei viene selezionato attraverso una procedura consultiva, almeno in prima battuta, è vero pure che l’influenza del pontefice rispetto al nome conta parecchio. Anzi, conta più di tutto. Del resto funziona così: i vescovi riuniti propongono al Santo Padre una triade di nomi – la cosiddetta “terna” – e poi il vescovo di Roma individua l’ecclesiastico da nominare. La Chiesa cattolica non è una democrazia, in fondo. E le procedure interne restano ancorate a tradizioni inossidabili.

Dal momento che Jorge Mario Bergoglio, in questi nove anni e più di pontificato, ha dimostrato di saper stupire, risulta difficile avanzare pronostici sul nome che conosceremo – con buone probabilità – entro la prima settimana di giugno. Chi si aspettava, del resto, che per la segreteria per l’Economia, in sostituzione del cardinale George Pell, venisse incaricato il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves, che non è nemmeno vescovo? Chi poteva immaginare l’apertura ai laici, come nel caso del Dicastero per la Comunicazione, così come per altri ruoli più o meno apicali della Curia romana?

Esistono troppe incognite per fantasticare sul (prossimo) futuro della Cei. Ma una novità sostanziale, in termini quantomeno di previsioni, c’è. Il Santo Padre, infatti, ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha affrontato pure il capitolo della successione del presidente Conferenza episcopale italiana. “Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole”, ha fatto presente il Papa, aggiungendo, con una certa puntualità, la ventilata necessità di un “cambiamento“. Sappiamo quindi che Francesco preferisce un porporato. E sappiamo che, evidentemente, sarà un cardinale italiano. Sono due indizi abbastanza vaghi ma che consentono quantomeno un ragionamento.

La Chiesa cattolica italiana sarà, sempre per volontà del successore di Benedetto XVI, chiamata presto ad un sinodo che la renda più simile alla “Chiesa in uscita” e meno associabile alle logiche curiali e a quel “chiacchiericcio” che il Santo Padre contrasta con scelte concrete e pastorali. L’uomo che prenderà il posto di Bassetti non potrà che essere un ecclesiastico in grado di rappresentare l’indirizzo di un’Ecclesia volta ad uscire da se stessa, per avvicinarsi al popolo dei fedeli. Questa resta l’impronta più tangibile della “teologia del popolo”, che è poi la chiave interpretativa e la guida teorica di ogni passo compiuto da Bergoglio.

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Mosca apre alle parole del Papa: «Importante il dialogo con lui»

mercoledì, Maggio 4th, 2022

di Fabrizio Caccia

Il segnale dell’ambasciatore russo presso la Santa Sede dopo il colloquio di Francesco con il Corriere. L’omogolo ucraino: forte messaggio dal Pontefice

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«Anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta…». Le parole al Corriere del Papa dolorante, che soffre per il suo ginocchio e per il destino del mondo, hanno toccato molti cuori e aperto forse qualche spiraglio.

Fermare la guerra in Ucraina è il suo pensiero dall’inizio. «Ma io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin», ha detto Francesco al direttore Luciano Fontana.

E la prima risposta è arrivata subito ieri da vicinissimo, via della Conciliazione numero 10, la sede dell’ambasciatore russo in Vaticano, Aleksandr Avdeev, che al cronista Sergey Startsev dell’agenzia di stampa Ria Novosti ha dichiarato: «In qualsiasi situazione internazionale, il dialogo con il Papa è importante per Mosca. E il Pontefice è sempre un gradito, desiderato, interlocutore».

Parole anche affettuose. Insomma, non è arrivato un «niet» né un silenzio assordante da parte di Mosca. Sembra piuttosto una base da cui partire.

Assai più scettico, invece, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash: «Un messaggio significativo quello del Santo Padre. Peccato però che Putin sia sordo non solo alla nobile richiesta di Bergoglio ma anche alla voce della sua stessa coscienza. Coscienza? Ho citato qualcosa che non esiste…».

«L’intervista del Papa è importante, bella — dice il segretario del Pd, Enrico Letta — e la sua volontà di fare un passo verso la pace e andare a cercare di convincere chi è la causa della guerra credo che sia la scelta giusta. Io mi auguro che ce la faccia!».

Anche il leader della Lega, Matteo Salvini, è rimasto molto colpito dal grido di Francesco: «Ringrazio il Santo Padre non come capo spirituale, ma come capo di Stato — rimarca Salvini — perché sta ragionando lucidamente, saggiamente, prudentemente da capo di Stato».

È critico, invece, il vescovo Dionisio Lachovicz, Esarca Apostolico, riferimento per i cattolici ucraini in Italia: l’annuncio del Papa «ha già scatenato forti reazioni di malumore tra gli ucraini», poiché il Santo Padre sarebbe esposto a «raggiri e strumentalizzazioni» da parte dei russi. Ma Francesco Bonini, rettore della Lumsa ed esperto di diplomazia vaticana, vede già oltre: un incontro a Mosca tra Putin e Bergoglio ma non da soli, «si tratta di aprire un fronte della pace».

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Intervista a Papa Francesco: «Putin non si ferma, voglio incontrarlo a Mosca. Ora non vado a Kiev»

martedì, Maggio 3rd, 2022

di Luciano Fontana

Intervista a Papa Francesco: «Da Putin non abbiamo ancora ricevuto risposta. Zelensky? L’ho chiamato il primo giorno di conflitto, ma ora non è il momento di andare a Kiev. Ho parlato 40 minuti con il patriarca Kirill, gli ho detto: non siamo chierici di Stato. L’Italia sta facendo un buon lavoro, oggi l’intervento al ginocchio»

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Papa Francesco, 85 anni (Vatican Media/LaPresse)

La frase l’ha ripetuta molte volte, in questi giorni. Con garbo e un largo sorriso. Ed è la prima cosa che dice (al colloquio partecipa Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere) appena entrati nel salotto di Santa Marta: «Scusatemi se non posso alzarmi per salutarvi, i medici mi hanno detto che devo stare seduto per il ginocchio ».

Oggi papa Bergoglio dovrà fare un piccolo intervento, una infiltrazione, per superare un dolore che non gli permette di muoversi, di partecipare nel modo che vorrebbe alle udienze e agli incontri con i fedeli. «Ho un legamento lacerato, farò un intervento con infiltrazioni e si vedrà — racconta —. Da tempo sto così, non riesco a camminare. Una volta i papi andavano con la sedia gestatoria. Ci vuole anche un po’ di dolore, di umiliazione…».

Ma non è questa la preoccupazione principale del Pontefice. Parlare di quello che sta accadendo nel cuore dell’Europa (leggi qui tutti gli aggiornamenti in diretta sulla guerra) gli provoca tormento. «Fermatevi», fermate la guerra è l’appello che ha gridato dal 24 febbraio scorso, quando le armate russe hanno invaso l’Ucraina e morte e distruzioni sono diventate un elemento terribile delle nostre vite di europei. Lo ripete ancora, quell’appello. Con lo sconforto di chi vede che non sta accadendo nulla.

C’è una vena di pessimismo nelle parole con cui Bergoglio ricorda gli sforzi che sta facendo, insieme al segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin («Davvero un grande diplomatico, nella tradizione di Agostino Casaroli, sa muoversi in quel mondo, io confido molto in lui e mi affido»), per ottenere almeno il cessate il fuoco.

Il Pontefice mette in fila tutti i tentativi e ripete più volte che è pronto ad andare a Mosca. «Il primo giorno di guerra ho chiamato il presidente ucraino Zelensky al telefono — dice papa Francesco — Putin invece non l’ho chiamato. L’avevo sentito a dicembre per il mio compleanno ma questa volta no, non ho chiamato. Ho voluto fare un gesto chiaro che tutto il mondo vedesse e per questo sono andato dall’ambasciatore russo. Ho chiesto che mi spiegassero, gli ho detto “per favore fermatevi”. Poi ho chiesto al cardinale Parolin, dopo venti giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento. Ma tanta brutalità come si fa a non fermarla? Venticinque anni fa con il Ruanda abbiamo vissuto la stessa cosa».


La Nato e il Cremlino
La preoccupazione di papa Francesco è che Putin, per il momento, non si fermerà. Tenta anche di ragionare sulle radici di questo comportamento, sulle motivazioni che lo spingono a una guerra così brutale. Forse «l’abbaiare della Nato alla porta della Russia» ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. «Un’ira che non so dire se sia stata provocata — si interroga —, ma facilitata forse sì».

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