Archive for the ‘Cronaca’ Category

Greta Beccaglia, la giornalista molestata in diretta tv dopo Empoli-Fiorentina: «Mi sono sentita come un oggetto su cui sfogare la rabbia»

lunedì, Novembre 29th, 2021
Elisa Messina

«Mi sono sentita oltraggiata, violata. Per quella persona ero come un palo da prendere a calci per sfogare la propria rabbia. Non erano tifosi, erano carnefici». Greta Beccaglia, 27 anni, giornalista sportiva di Toscana Tv, agli apprezzamenti fuori dallo stadio purtroppo c’era abituata. Stavolta però è andata peggio: mentre era collegata in diretta tv fuori dallo stadio alla fine della partita Empoli-Fiorentina, un tifoso passa e le dà un grosso schiaffo sul sedere. Passano altri due e le rivolgono frasi oscene. Il video di quei secondi tremendi in rete è dappertutto ed è uno di quegli episodi disgustosi che speri archiviati per sempre nella società attuale. E invece. «Ma vuole sapere la dinamica precisa? – spiega Greta – Prima si è sputato sulla mano e poi mi ha dato uno schiaffo sul sedere, forte, violento, che ha fatto male anche fisicamente». Sul caso è intervenuta anche la presidente del Senato Elisabetta Casellati che ha espresso solidarietà a Baccaglia e si è augurata che «quelle inaccettabili molestie in diretta tv siano perseguite senza esitazioni».

A settembre ci siamo indignati per i cori sessisti allo stadio Marassi di Genova rivolti alla ragazza che falciava il prato prima della partita. Anche lei, Greta, stava facendo il suo lavoro quando è stata aggredita
«Per questo voglio parlare a voce alta e ripetere più che posso che quello che ho subito non deve capitare più a nessuno. Quello che mi è successo a telecamere accese succede, purtroppo, a tante ragazze in circostanze diverse. E che magari non riescono a reagire. Io, nonostante tutto, sono fortunata. Posso far arrivare forte il messaggio per tutte le altre e voglio farlo».

Subito dopo la prima aggressione è rimasta interdetta ma è riuscita a reagire persino educatamente, ha detto: «No, non puoi fare questo, mi dispiace»
«Ero sconvolta. Ma cercavo di mantenere un atteggiamento professionale per rispetto nei confronti dei telespettatori, sono fatta così».

Rispetto che nei suoi confronti non c’è stato. Anche dopo quello schiaffo: non aveva ancora finito di parlare che altri due passano le rivolgono apprezzamenti osceni. Tutto in diretta.
«Sono stato due minuti e mezzo di collegamento tremendi: dopo gli insulti c’è stato un altro uomo incappucciato che mi è venuto addosso e mi ha toccato nelle parti intime. Non è ammissibile che capiti una cosa del genere proprio nel giorno in cui la serie A scende in campo con il segno rosso sul volto per sensibilizzare sulla violenza alle donne. Sembra un assurdo».

Una vera escalation di aggressioni e di molestie in una manciata di secondi.
«Tutti urlavano e io mi sentivo impotente. Mi ha sconvolto lo sguardo di quei tifosi, erano feroci, da carnefici. I tifosi non sono così, non dovrebbero essere così. Ma sa cosa mi ha ferito anche? Che nessuno intorno a me ha detto niente. Tutti vedevano, ma nessuno faceva o diceva niente.

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“Grazie da noi bimbi”. Il saluto del banchiere rimpianto da tutti. Le lacrime dei figli: “Eri come Superman”

domenica, Novembre 28th, 2021

Stefano Zurlo

Tombolo (Pd). Su un muro, accanto all’ingresso della chiesa di Sant’Andrea Apostolo, c’è un cartello scritto con caratteri allegri e tremolanti: «Grazie Ennio da tutti i bambini di Tombolo». Sotto quel poster passano tutti i potenti che entrano nel tempio neoclassico, quasi una prosecuzione del paesaggio palladiano, e quelle parole danno la misura della giornata: quello di Ennio Doris è un funerale particolare. Niente sfarzo. Semplicità e coralità. Il paese e la comunità finanziaria stretti intorno al feretro di un uomo che era diventato famoso ma non aveva perso i colori della fiaba.

Gli amici e i compaesani fanno grappolo davanti ai maxischermi, piazzati un po’ ovunque fra le case e i capannoni, quel mix unico di città e campagna, di antico e contemporaneo che è il Veneto. Dentro ci sono i Berlusconi: Silvio, accompagnato da Marta Fascina, e i figli Marina col marito Maurizio Vanadia, Eleonora e Luigi; il fratello Paolo Berlusconi che è arrivato con la figlia Alessia. E poi il numero uno di Mediobanca Alberto Nagel, Alessandro Benetton, Renzo Rosso, Marco Tronchetti Provera, Matteo Marzotto, insomma un pezzo di miracolo italiano, ma sono presenze defilate, quasi in secondo piano.

«Ennio è qui e non è qui», spiega come si può spiegare la morte don Bruno Caverzan, il parroco di Tombolo. E si capisce che aveva una grande confidenza con il banchiere che dava del tu ai grandi ma non aveva perso il filo diretto con il sacerdote. «Ennio – prosegue – mi diceva: Ma come farà un ricco ad entrare nel regno dei cieli se è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago?. La sua domanda – annota il reverendo – la teniamo aperta, ma lui ha risposto con i fatti. Ha fatto il bene, a tante persone, c’era sempre».

E forse, c’è ancora: «Dolcissimo nonno – mormora al microfono la nipote, la venticinquenne Aqua di Montigny – questo viaggio verso il cielo non potevi che farlo tu per primo, perché Ennio Doris ha sempre visto più in là degli altri. Il tuo esempio di amore verso la nonna è stato sacro. Non ti preoccupare per lei, ce ne occupiamo noi». Lina, vestita di azzurro e ancora bellissima, sorride con cenni di approvazione quando le parole accorciano e quasi schiariscono il buio del mistero.

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Falsi Green pass su Telegram, 4 indagati: trovati documenti e tessere sanitarie clienti

sabato, Novembre 27th, 2021

Ancora una truffa sui Green pass, e ancora una volta utilizzando le chat di Telegram per promuovere la vendita (al prezzo stracciato di 100 euro) di certificati verdi “perfettamente funzionanti” secondo quanto garantivano fantomatiche recensioni. Il raggiro è stato scoperto dal Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della Guardia di Finanza nell’ambito di un’indagine coordinata dalla procura di Milano che ha portato ad una serie di perquisizioni e sequestri. Sarebbero quattro, secondo quanto si apprende, gli indagati, che avrebbero già ammesso le loro responsabilità. Nel corso delle perquisizioni sono stati trovati diversi documenti di identità e tessere sanitarie di decine di clienti che li avevano incautamente affidati ai predoni del web pur di avere il certificato falso con cui beffare, a loro volta, le norme anti Covid. 

Le perquisizioni hanno riguardato diversi cittadini residenti  in Veneto, Liguria, Puglia e Sicilia, amministratori degliaccount Telegram sui quali pubblicizzavano i pass, ognuno con il proprio Qr code funzionante. Per sostenere l’autenticità dei certificati, gli indagati dicevano di poter contare sulla  complicità di appartenenti al servizio sanitario e, in ogni caso, garantivano i clienti la possibilità di riavere indietro il denaro se il pass non avesse funzionato. Il pagamento doveva avvenire rigorosamente in criptovalute.

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L’Aria Che Tira, Vittorio Feltri umilia i no vax: “Questi tonti…” E Myrta Merlino impazzisce per il direttore

venerdì, Novembre 26th, 2021

Giada Oricchio

“Il vaccino non ti garantisce l’immortalità, ma i no vax sono tonti, hanno un guasto all’intelligenza”. Il giudizio tombale sugli italiani che continuano a rifiutare il vaccino anti Covid a costo di morire è del direttore editoriale di “Libero”, Vittorio Feltri.

Nel talk mattutino di LA7, “L’Aria che Tira”, si è affrontato il caso dell’uomo no vax e Covid scettico che nel suo necrologio ha fatto scrivere “Se avessi creduto alla pandemia… se avessi creduto al Covid… oggi racconterei un’altra storia, ma non questa storia”. Feltri ha ammesso di non provare empatia: “Non mi commuovo davanti a questi ‘pentiti’, arrivano tardi, ma non mi sembra che si debba arrivare intubati per capire che la realtà è un’altra. Ci si deve pensare prima, magari non si evitano tutte le conseguenze, ma il 70-80% dei casi se ne sta a casa sua a vedere la televisione”.

Poi ribadisce un concetto già espresso in precedenza: “I no vax sono come i terrapiattisti. Gli puoi portare le prove degli astronauti che dimostrano che la Terra è rotonda e loro ti dicono che è un piatto che vola. Sono persone ottuse. Non riesci a convincerle di niente perché sono chiuse nei loro pregiudizi, li coccolano, li proteggono”. E precisa: “La scienza non ti può garantire l’immortalità, anche il vaccino non ti garantisce l’immortalità, puoi morire comunque come da sempre succede all’umanità. E dico anche che non riuscire a convincere i no vax ci deve indurre a smetterla di tentare di sedurli con argomenti che non sono in grado di capire perché sono tonti e ottusi. Hanno avuto un guasto dell’intelligenza che impedisce loro di capire la realtà”. Lapidario.

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Report, Ranucci accusato di ricatti sessuali. Il conduttore: “Calunnie per colpire report”

venerdì, Novembre 26th, 2021

Michela Tamburrino

ROMA. Prima una lettera anonima, poi una denuncia firmata, l’Audit che ancora non avrebbe svolto il suo lavoro, un amministratore delegato che non è a conoscenza dei fatti perché partiti prima del suo insediamento. Rai, Sodoma e Gomorra a Saxa Rubra, a far rumore è un dossieraggio circolato senza firma che riguarda Sigfrido Ranucci, l’anima di Report, accusato di aver bullizzato e molestato una parte femminile della sua redazione. Con nomi, cognomi, circostanze. Una bomba scoppiata due giorni fa in Vigilanza, portata all’attenzione dell’ignaro ad Carlo Fuortes. Accuse di mobbing, ricatti sessuali, un presunto caso di #metoo che coinvolgerebbe colleghe costrette a favori impropri pur di essere assunte, servizi giornalistici a tesi pre confezionate, un inferno dantesco a bordo scrivania.

Il dossier, datato fine 2017, vede una sua prima versione si dice inviata via mail attraverso il servizio protonmail, che serve a proteggere l’identità del mittente e dunque via copia dattiloscritta, sia ai vertici Rai sia al capo del personale. Con il tempo le accuse si sarebbero ampliate di fatti fino a quando, il 5 agosto di quest’anno, l’accusato Sigfrido Ranucci non si è deciso a sporgere denuncia alla Procura. Nella denuncia pare fosse chiamato in causa anche il direttore di Rai3 Franco Di Mare, che del dossier ne avrebbe discusso in precedenza con il giornalista allarmato per «l’ennesimo attacco a me e al lavoro di tutti noi». Nella lettera si accusa appunto Ranucci di aver creato in redazione una sorta di suo personale harem terrorizzato, tra ricatti sessuali e dileggio, nei confronti di quattro colleghe di Report, di servizi fake, stravolti per ledere, nella fattispecie, l’onorabilità di un grande gruppo sanitario lombardo.

A riportare il caso all’attenzione dell’Ad Fuortes, in Vigilanza, è stato Davide Faraone di Italia Viva, appoggiato da Andrea Ruggeri di Forza Italia, mentre l’Ad ha assicurato di «non avere agli atti alcuna denuncia formale o informale» ma di voler andare a fondo della questione. Interviene sull’accaduto anche Michele Anzaldi, (Italia viva) segretario della Commissione di Vigilanza Rai, che oltre a non credere a quanto arriva via anonima, sostiene di aver fatto delle verifiche personali già in passato ma di non aver rilevato comportamenti scorretti. Ma insiste a che l’Audit indaghi. Anonimo o non anonimo, in Rai molti sanno qual è la mano che ha, se non scritto, almeno ispirato il dossier. Certamente nessuno della redazione di Report, sostiene Ranucci, provato dalle accuse «vergognose per me e per i colleghi tutti».

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Meno celebrazioni e più manette per contrastare l’emergenza nazionale del femminicidio

giovedì, Novembre 25th, 2021

Franco Bechis

Fra un green pass e l’altro oggi troverete su gran parte dei giornali e anche nei servizi tv una triste pioggia di numeri sui femminicidi, e cronache di manifestazioni, convegni, sfilate con scarpette rosse o su panchine dello stesso colore che sono il simbolo di quel sangue versato. Il 25 novembre infatti si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e me ne sarei per natura tenuto lontano perché non amo questo modo un po’ ipocrita di affrontare temi anche drammatici condendoli con fiumi di retorica. Ma non possiamo nasconderci che proprio in questi mesi quotidianamente nelle pagine di cronaca nera abbiamo dato una dietro l’altra notizie terribili su donne e purtroppo anche bambini uccisi da un compagno, un fidanzato, un marito che non accettava la fine di una relazione sentimentale o che imponeva una sua legge tribale.

Nell’ultimo mese un femminicidio dietro l’altro, addirittura in quattro giorni quattro femminicidi nella sola provincia di Reggio Emilia. In alcuni di questi episodi – le statistiche dicono nel 15% dei casi – le donne massacrate avevano denunciato da tempo le minacce o le violenze subite. Lo aveva fatto Juana Cecilia Hazana Loayza, uccisa venerdì scorso dall’ex Mirko Genco pazzo di rabbia per avere visto su Instagram una foto di lei sorridente insieme ad amici. Mirko era già stato denunciato da lei per precedenti violenze, è stato pure arrestato a settembre, ma ha patteggiato subito la pena e dopo un breve periodo di arresti domiciliari è stato rimesso in libertà con un provvedimento di divieto di avvicinamento alla ex e l’impegno a frequentare dei corsi di recupero. Ha fatto scalpore la dichiarazione del presidente del tribunale di Reggio Emilia, che è pure una donna, che ha difeso il provvedimento spiegando che i giudici hanno applicato alla lettere la legge e non possono essere dotati di preveggenza. Saranno sembrate dichiarazioni inopportune, ma ha ragione quel magistrato. Il tema è la legge, non la sua applicazione.

Da anni sui femminicidi scorre grande retorica, e questa ha portato anche a cambiare numerose leggi. C’è – e prima non c’era – quella che punisce gli stalker. Un paio di anni fa si è aggiunta anche quella ribattezzata «Codice rosso», che ha inasprito molte delle pene previste. Ma tutto questo non è servito a nulla: sono aumentati ancora di più gli episodi di violenza contro le donne e anche quelli di femminicidio. Bisogna dirlo chiaro nella giornata delle celebrazioni: non servono a nulla le scarpette, l’unica soluzione sono le manette.

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Bambini in gabbia, il dramma di chi passa l’infanzia in carcere con le madri detenute

mercoledì, Novembre 24th, 2021

Annalisa Cuzzocrea

Quando il 18 settembre del 2018 Alice Sebesta, una donna tedesca di 33 anni, uccise i suoi due figli – la bambina di sei mesi, il maschio di un anno e mezzo – gettandoli dalle scale della sezione nido del carcere di Rebibbia, tutti dissero: «Mai più». L’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede ha confidato – anni dopo – di aver pianto, quel giorno. I politici di tutti i colori si sono interessati, per qualche settimana, delle condizioni dei bambini piccoli, piccolissimi, costretti a vivere e crescere dentro a un carcere per espiare la colpa delle loro madri. Ma da allora, quasi nulla è cambiato.

C’è una legge che langue in commissione Giustizia alla Camera: il primo firmatario è il deputato Pd Paolo Siani. La ratio è molto semplice: davanti a una madre con figli piccoli, la prima scelta del giudice deve essere sempre una casa protetta (ce ne sono solo due, una a Milano e una a Roma, ma ci sono – approvati nell’ultima manovra di Bilancio – 4, 5 milioni di euro per costruirne altre). E quindi, solo in caso di reati particolarmente gravi o efferati, una madre col suo bambino dovrebbero andare in cella. Oggi è il contrario. Oggi sono la prigione o l’Icam, gli istituti a custodia attenuata, la prima scelta. Quella che porta bambini di pochi mesi, fin a tre anni, a vivere la loro prima infanzia chiusi in posti bui, con le sbarre che si chiudono alle otto di sera, con la possibilità di uscire con i volontari sospesa in tempo di Covid e ancora oggi, in un carcere come Rebibbia, dove l’abitudine di portarli al nido al mattino non è mai ripresa per questioni sanitarie. E dove i nuovi arrivi stanno per una settimana in isolamento Covid con le loro madri (vuol dire chiusi in cella, 24 ore su 24, 7 giorni su 7).

Negli Icam i minori possono rimanere fino a 6 anni, alcuni a 10, ma anche se non hanno sbarre, restano una prigione. Dove tornare da scuola senza potersi fermare a casa dei compagni. Dove c’è sempre un’assistente che magari non è in divisa, ma alla quale devi chiedere: «Apri. Ti prego, apri». È la prima parola che imparano i bambini in carcere, «Apri». Prima di mamma, prima di papà. E così non parliamo solo di scandali come quello del reparto per malati psichiatrici al Lorusso e Cotugno di Torino, quando parliamo di carcere. Lo ha detto più volte Carla Garlatti, Garante nazionale per l’Infanzia, già giudice minorile: «È una questione di uguaglianza sostanziale: ogni bambino deve poter partire dalle stesse condizioni di partenza degli altri. In un carcere non è possibile. A luglio avevo chiesto che i fondi per le case protette fossero sbloccati. Sono felice che il 15 novembre sia finalmente accaduto».

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Eutanasia, la storia di Mario non è finita

mercoledì, Novembre 24th, 2021

Francesco Grignetti

Un grande passo c’è stato, con il comitato etico dell’Asur delle Marche che ha riconosciuto come Mario abbia diritto a mettere fine alle sue sofferenze. Ma non è mica finita qui. L’Asur, che è l’azienda sanitaria unica regionale delle Marche, ha già comunicato che ritiene concluso il suo compito. Il resto, cioè la decisione sul prodotto letale e la somministrazione, in assenza di una legge, spetta di nuovo al tribunale. Il comitato etico, peraltro, nel dare il suo giudizio positivo, ha messo una zeppa terribile al procedimento. «Ha sollevato dubbi – scrive la Regione – sulle modalità e sulla metodica del farmaco che il soggetto avrebbe chiesto (il tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi, senza specificare come dovesse essere somministrato)».

Ecco dunque che il braccio di ferro si sposta un po’ più in là. «Non è ancora finita per Mario – spiega Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni – perché non hanno stabilito le modalità tecniche per l’autosomministrazione del suicidio. Per l’accompagnamento attivo bisognerà invece aspettare l’esito del referendum per abrogare il reato di omicidio del consenziente che permetterebbe ad un medico di fare ciò che già fanno medici in Olanda, Belgio, Spagna e Lussemburgo».

Non è finita qui, dunque. È più di un anno, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019, che Mario chiede all’Asur della sua regione di essere aiutato a morire. Dapprima ha ricevuto un diniego secco. Poi, un primo ricorso al tribunale di Ancona è stato rigettato nel marzo scorso. Ha avuto ragione invece al suo secondo ricorso, a giugno. Adesso Mario e i legali dell’associazione Coscioni non reclamano più un diritto all’assistenza al suicidio, ma il diritto alla morte e basta.

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È morto Ennio Doris, il fondatore di Banca Mediolanum aveva 81 anni

mercoledì, Novembre 24th, 2021

Nella notte fra martedì e mercoledì, alle due e 12 minuti, è morto Ennio Doris, il fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum.

Lo hanno annunciato la moglie Lina Tombolato e i figli Sara e Massimo, che «in questi giorni di lutto» desiderano «mantenere uno stretto riserbo», che chiedono a tutti di «voler rispettare». I dipendenti e i collaboratori del gruppo, si legge in una nota, «si stringono uniti e partecipi attorno alla famiglia Doris e, con enorme commozione, rendono omaggio a Ennio Doris, grande uomo e straordinario imprenditore».

Articolo in aggiornamento…

CORRIERE.IT

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Sì al suicidio assistito, svolta storica in Italia. “Sollievo, sarò il primo”

martedì, Novembre 23rd, 2021

Federico Capurso

“Mario” è un nome di fantasia. Usato per difendere la privacy e la dignità di un uomo delle Marche, malato tetraplegico immobilizzato a letto da 10 anni. È stato usato per la prima volta sulle pagine di questo giornale, lo scorso agosto, in calce a una lettera in cui chiedeva alla politica di aiutarlo a vedere riconosciuto il suo diritto al suicidio assistito. Il ministro della Salute Roberto Speranza rispose, sempre dalle pagine di questo giornale, sostenendo le sue richieste. Poi qualcosa si è mosso. E oggi, finalmente, Mario ha vinto la sua battaglia: è il primo malato in Italia a ottenere il via libera al suicidio medicalmente assistito.

«Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni», fa sapere. La strada per poter mettere fine alle sue sofferenze ha riservato tanti, troppi ostacoli da superare. Da oltre un anno Mario chiedeva all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere alla somministrazione di un farmaco letale. E aspettare un anno di tempo, per chi soffre ogni giorno, equivale a una vita. Si era rifiutato di andare a morire in Svizzera o in un altro Paese che riconoscesse il suicidio assistito, perché è suo diritto morire in Italia, nelle Marche. Per poter godere di questo suo diritto, nell’ultimo anno ha però dovuto fronteggiare un primo diniego dell’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche (Asur), oltre a due decisioni definitive del tribunale di Ancona, ed è stato costretto a ricorrere a due diffide legali all’Asur. Dopo l’estate, dopo le lettere e l’aiuto sempre offerto dall’associazione Luca Coscioni, il Comitato etico si è mosso per verificare le sue condizioni, tramite la relazione di un gruppo di medici specialisti nominati dall’Asur, e ha confermato che Mario possiede i requisiti per l’accesso legale al suicidio assistito. Quattro condizioni essenziali, dettate nel 2019 dalla sentenza «Cappato-Dj Fabo» emessa dalla Corte Costituzionale: è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda.

La sentenza della Consulta ha a tutti gli effetti legalizzato il suicidio assistito, ma «nessun malato ha finora potuto beneficiarne, perché il servizio sanitario si nasconde dietro l’assenza di una legge che definisca le procedure», punta il dito Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. La battaglia è così andata avanti tra le aule dei tribunali e sui media, fino a questa vittoria. Manca ancora, però, la definizione del processo di somministrazione del farmaco letale. Un percorso tortuoso dovuto alla paralisi del Parlamento che ancora, a tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale, non riesce a votare una legge che stabilisca le procedure da seguire. «Il risultato di questo scaricabarile istituzionale – accusa Cappato – è che persone come Mario sono costrette a sostenere un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione».

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