Archive for the ‘Cronaca’ Category

Italia sotto attacco russo: ecco chi vogliono a palazzo Chigi gli agenti segreti del Cremlino

domenica, Maggio 22nd, 2022

Maurizio Stefanini

L’attacco degli hacker russi all’Italia: ne parliamo con Marta Federica Ottaviani. Corrispondente da Istanbul e Premio Fiuggi-Storia per un suo libro su Erdogan, che ha pubblicato a gennaio Brigate Russe. La guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker. «È un libro in cui ho voluto spiegare come è nata la guerra occulta, la guerra non lineare, e come si riconosce. Nelle conclusioni faccio un’amara riflessione su come si può operare per sconfiggerla. La guerra non lineare se la è inventata la Russia, ma la copieranno iani presto tutti. Quindi andiamo in un mondo dove sarà una delle armi principali».

Lo scorso ottobre fu il rapporto annuale sulla difesa digitale della Microsoft a spiegare che stava la Russia dietro al 58% degli attacchi hacker contro governi stranieri. O oltre il 92% dell’attività russa rilevata era attribuita alla squadra di hacking d’élite dell’agenzia d’intelligence russa SVR, meglio conosciuta come Cozy Bear.
«Nel 2021 per gli Stati Uniti sono stati sotto attacco costante da parte di hacker russi. Alcuni di questi attacchi, come quelli a SolarWinds o a Colonial Pipeline, hanno rischiato veramente di bloccare l’economia americana. Questi attacchi stanno diventando sempre più frequenti, però gli Stati Uniti stanno imparando a far fronte a questa guerra non lineare russa che non è fatta solo di attacchi hacker ma anche di infowar. Noi in Italia, purtroppo, siamo ancora molto indietro, anche solo per quello che riguarda la percezione del problema».


L’Infowar corrisponde a quella che è stata definita “Fabbrica dei Troll”…
«Hacker e troll non sono le stesse persone. Gli hacker sono gruppi apparentemente indipendenti che però agiscono dietro compenso e sono al soldo del Cremlino. Molto spesso, a seconda dei gruppi hacker, hanno anche dei legami con le diverse correnti all’interno dei servizi segreti. Però sostanzialmente sono liberi professionisti. Questi hacker russi non colpiscono mai aziende o istituzione in Russia o nell’ex-spazio sovietico che va d’accordo con Mosca. Ciò è molto interessante, proprio per far capire come ci sia un progetto geopolitico dietro. I troll sono invece dei professionisti della disinformazione. Molto spesso un troll gestisce più profili. Sono regolarmente impiegati in quella che è chiamata la Fabbrica dei Troll, o la Fabbrica delle Notizie: la Internet News Agency, che ha sede a San Pietroburgo e tra i cui finanziatori pare ci sia anche Evgeny Prigozhin, l’ex-cuoco di Putin. Oggi oligarca non solo dietro le quinte delle Fabbrica delle Notizie ma anche finanziatore della Wagner».


Tre volti di una guerra ibrida: gli hacker, i troll, la Wagner.
«Nella guerra ibrida viene previsto l’intervento armato, ma solo come extrema ratio. Questa invece è piuttosto una guerra non lineare occulta, con il fine di inquinare il dibattito all’interno delle democrazie occidentali».

Perché stanno ora colpendo l’Italia? Perché siamo un proverbiale ventre molle?
«Un po’ siamo un ventre molle, sicuramente. Un po’ veniamo percepiti come un Paese ampiamente manovrabile. Un po’ l’anno prossimo abbiamo le elezioni, ed è chiaro che dopo averci provato con la Germania, dopo averci provato con la Francia, adesso i russi stanno puntando su di noi. In Italia si è chiaramente venuta a creare una cordata filo-russa, e il Cremlino sa che qui ha più margine di manovra che altrove. Non è un mistero per nessuno che gli oligarchi in Italia hanno fatto diversi affari».

Obiettivo di questi attacchi?
«Molto spesso si vuole anche solo creare panico. Ma con un attacco hacker si può davvero immobilizzare un Paese. Ne sa qualcosa proprio l’Ucraina, in cui nel 2013 bloccarono non solo le istituzioni ma anche i siti delle banche. O anche l’Estonia, nel 2007. Per il momento questi hacker in Italia si stanno rivolgendo solo a alcuni siti istituzionali, ma se attaccassero le grande industrie del Paese, a quel punto potrebbero veramente gettare nel panico l’opinione pubblica».

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Capaci, la cronaca in redazione di quel sabato maledetto di trent’anni fa: “C’è stato un attentato, è un inferno”

domenica, Maggio 22nd, 2022
falcone strage capaci

Ventitré maggio 1992.

Una giornata afosa a Palermo, preannuncio d’estate.

Tutti ricordano quel sabato maledetto e cosa stavano facendo

. Io ero di turno nella redazione Ansa insieme al collega Franco Viviano. Giornata tranquilla, poche e di routine le notizie da Palermo: il 45esimo anniversario della prima seduta dell’Assemblea Regionale Siciliana; l’assalto di una banda di rapinatori all’abitazione di una coppia di coniugi. Sulle reti Ansa scorrono invece da Roma le cronache politiche relative alle trattative tra i partiti per l’elezione del Capo dello Stato. La notizia che avrebbe cambiato di colpo non solo la giornata ma anche la storia d’Italia

si materializza alle 17.58, attraverso la radio collegata con le frequenze delle forze dell’ordine.

Inizialmente si parla di un’esplosione, avvenuta forse nel cementificio di Isola delle Femmine, a due passi da Capaci. Poi, con il passare dei minuti e l’arrivo delle prime volanti, le conversazioni diventano, via via, sempre più concitate. “C’è stato un attentato. Ci sono morti e feriti, è un inferno…”. A un certo punto la centrale operativa della Questura parla di
una “nota personalità” coinvolta

. Il nome di Giovanni Falcone non viene mai pronunciato, ma non ci vuole molto per capire che è proprio lui la “nota personalità” che si trova su un’ambulanza diretta verso l’ospedale.

giovanni falcone, mafia, 23 maggio, palermo
agenzia

Io e Franco ci dividiamo i compiti: lui rimane in redazione per passare i primi flash d’agenzia,

io corro in moto verso Capaci

. Ma l’ingresso dell’autostrada è chiuso al traffico per consentire il passaggio dei mezzi di soccorso e delle forze dell’ordine. Bloccato in auto c’è anche il nostro fotografo Franco Lannino, lo carico sulla moto e insieme cerchiamo di raggiungere Capaci dalla statale, che procede parallela all’autostrada. Superiamo lunghissime code di auto che intanto si sono formate.

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Aquila, la tragedia all’asilo e le parole dell’11enne sull’auto: «La macchina è partita, non so perché. Mi fa male la testa»

venerdì, Maggio 20th, 2022

di Virginia Piccolillo

Oggi nuovi accertamenti. Il commento del papà della vittima dell’incidente: «Non portiamo rancore. Né a quella donna, né al bambino che era nella macchina. Ci rendiamo conto che è una tragedia per tutti»

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«Non ho toccato quel pulsante. Non sono stato io a togliere il freno a mano. La macchina è partita. Ma non lo so perché. Ho provato a fare qualche cosa. Ma non mi ricordo. Mi fa male la testa». Gli accertamenti sull’incidente nell’asilo «Primo Maggio» dell’Aquila, dove mercoledì un bambino di 4 anni è morto e altri cinque sono stati travolti, ripartono dal racconto confuso di un altro bambino, di undici anni e mezzo, ancora sotto choc al centro di un’inchiesta in cui la madre è indagata per omicidio stradale. E da un giallo: perché il freno a mano non ha funzionato?

«Non portiamo rancore. Né a quella donna, né al bambino che era nella macchina. Ci rendiamo conto che è una tragedia per tutti» dice attraverso il suo avvocato, Tommaso Colella, il papà della vittima, Patrizio D’Agostino.

Si commuove a quel perdono a distanza la proprietaria dell’auto fuori controllo: «Sono parole bellissime. Ci aiutano in questi momenti terribili in cui siamo tutti distrutti. Un po’ ci sollevano. Ringrazio tanto il papà e la mamma di Tommaso. Il nostro pensiero è sempre a loro. La loro tragedia e anche la nostra. Vorremmo tanto che non fosse mai accaduto», dice al Corriere attraverso il suo legale Francesco Valentini che ancora non ha ricevuto alcuna convocazione per l’interrogatorio della donna, una casalinga di 38 anni di orgini bulgare come il marito, da molto tempo integrata in città.

Stamattina ci saranno nuovi accertamenti nella scuola dove molti portano fiori bianchi e bigliettini dedicati al piccolo Tommaso «volato in cielo». Si cercherà di ricostruire quella manciata di minuti, forse solo secondi, di panico puro nei quali si è consumato il dramma di questo ragazzino, rimasto a bordo della Volkswagen Passat mentre la madre andava a prendere le due sorelline all’asilo.

La proprietaria dell’auto ha riferito al difensore anche quello che il figlio maggiore ha tentato di spiegare allo psicologo che lo ha ascoltato per conto della procura mercoledì sera. E ciò che lei, appena arrivata al parco giochi ha visto con i suoi occhi: l’auto che veniva giù senza controllo dalla rampa troppo breve per concedere il tempo di una sterzata, che l’undicenne è convinto di aver tentato prima di cercare di scappare dal finestrino, ma finiva contro la recinzione e verso i piccoli, dando anche un forte colpo alla testa. «Ho cercato di fermarla. Con le mani. Ma non ce l’ho fatta», ripete. Mentre l’avvocato smentisce la frase attribuita al ragazzo: «L’ho ucciso io quel bambino». «Non l’ha mai detta», assicura.

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Venerdì da incubo a Roma: lo sciopero ferma metro, autobus e treni

giovedì, Maggio 19th, 2022

Si preannuncia un venerdì pieno di disagi anche a Roma per lo sciopero nazionale che fermerà anche i mezzi pubblici della Capitale. Venerdì 20 maggio il trasporto pubblico è a rischio per l’adesione dei sindacati Cub Trasporti, Cobas e Usb Lavoro Privato allo sciopero generale nazionale dei settori pubblici e privati.

A Roma l’agitazione interesserà la rete Atac (bus, tram, metropolitane e ferrovie Roma-Lido, Termini-Centocelle e Roma-Nord) e le linee bus gestite dalla Roma Tpl. Sulla rete Atac lo sciopero riguarda anche i collegamenti in sub-affidamento ad altri operatori. Dalle 21, possibile stop anche per la navetta MB (che sostituisce i treni delle metro B tra Castro Pretorio e Laurentina).

I disagi saranno possibili dalle 8,30 alle 17 e dalle 20 a fine servizio diurno. Nelle stesse ore, la protesta a livello regionale coinvolgerà anche le linee bus della Cotral. Nella notte tra giovedì e venerdì non sarà garantito il servizio delle linee bus notturne “n”. Garantito, invece, il servizio delle linee diurne che hanno corse programmate oltre le ore 24 e le corse notturne delle linee bus 38, 44, 61, 86, 170, 246, 301, 314, 404, 444, 451, 664, 881, 916 e 980. 

Nella notte tra venerdì e sabato: garantito il servizio delle linee bus notturne “n”. Non garantito, invece, il servizio delle linee diurne che hanno corse programmate oltre le ore 24 e le corse notturne delle linee bus 38, 44, 61, 86, 170, 246, 301, 314, 404, 444, 451, 664, 881, 916 e 980. 

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Caso David Rossi, le nuove perizie sul manager Mps: “Tenuto per i polsi e lasciato cadere”

giovedì, Maggio 19th, 2022

Pietro De Leo

David Rossi è stato ucciso. Non si è tolto la vita volontariamente come per ben nove anni la Procura di Siena ha sostenuto. I dubbi sulla dinamica della morte del manager di Monte dei Paschi di Siena, avvenuta la notte del 6 marzo 2013, iniziano a trasformarsi certezze. Due perizie di parte, una medico legale compiuta sulle lesioni rinvenute sul corpo di Rossi e realizzata da Francesco Introna (direttore, tra l’altro, di medicina legale del Policlinico di Bari), e una seconda perizia fisico balistica svolta da Franco Gelardi (ordinario di Fisica Sperimentale all’università di Palermo) certificano che quella sera Rossi non solo fu aggredito e picchiato – come già accertato dal comandante dei Ris, Davide Zavattaro – ma fu poi spinto contro la sua volontà fuori dalla finestra del suo ufficio, tenuto sospeso nel vuoto per i polsi e poi lasciato cadere. Insomma:<ET>un omicidio. Null’altro che questo. Il contenuto delle perizie è stato anticipato da Carmelo Miceli, avvocato di Antonella Tognazzi (vedova di David), alla trasmissione Le Iene che ieri in tarda serata su Italia 1 ha dedicato alla scomparsa del manager un nuovo servizio che si aggiunge all’inchiesta che Antonino Monteleone e Marco Occhipinti conducono da ormai quasi cinque anni e ha già fatto emergere importanti contributi investigativi e testimonianze fondamentali che la Procura di Siena si era dimenticata di recepire come quella dell’ex segretaria di Fabrizio Viola, Lorenza Pieraccini. Ieri Le Iene hanno aggiunto un nuovo importante tassello.

UN VERO E PROPRIO PESTAGGIO
Le perizie, ha spiegato Miceli, confermano “che David è stato picchiato violentemente, brutalmente: ha il fegato spaccato con una ginocchiata o un pugno”, oltre a ferite da taglio sulle mani che dimostrano abbia “tentato di schifare un coltello o comunque una lama”. Ma la parte più importante riguarda le lacerazioni ai polsi “dai quali è stato trattenuto” e le ferite sul sinistro “totalmente sovrapponibili alla cassa dell’orologio che indossava”.
Quelle lesioni, inoltre, prosegue Miceli “sono perfettamente compatibili con le lesioni di un uomo che è sporto fuori da più persone, per le braccia dopo essere stato colpito violentemente, poi viene lasciato cadere da quella persona che prima lascia il braccio destro e poi il braccio sinistro provocando queste escorazioni, e in quel modo si ha perfettamente una caduta di una persona che arriva a terra nel modo in cui è arrivato David”. 
Di fatto l’unico elemento certo in questi anni è stato il video acquisito dalla telecamera di sorvegliana posta in vicolo de Rossi, traversa di vicolo Monte Pio, dove è stato rinvenuto il cadavere di Rossi. Anche Carolina Orlandi, figlia di Antonella, ha preso visione delle perizie e ha condiviso con Le Iene le conclusioni. «Se si immagina qualcuno che tiene David appeso fuori dalla finestra, quindi con un po’ di distanza rispetto al muro, questo può essere compatibile con come lo vediamo atterrare, con il braccio sinistro alzato e il braccio destro in basso, completamente in verticale», spiega Carolina. 
Ci sono poi tutte le ferite sulla parte frontale del corpo di Rossi che, sempre Zavattaro, aveva definito incompatibili con la caduta. E<ET>anche su queste le due nuove perizie confermano, tramutando in certezze, i dubbi che le riguardano. Le ferite sul volto, sul polso, all’inguine, alla bocca dello stomaco, gli ematomi di cui uno in particolare all’altezza del fegato:<ET>tutte perfettamente giustificabili solo ed esclusivamente con una aggressione e delle percosse. 
“C’è questa foto della mano di David che presenta un taglio, per quel taglio il professor Introna usa una descrizione molto specifica: definisce quella lesione come ferita da difesa attiva, la ferita che si provoca in chi con le mani prova a difendersi da qualcuno che lo aggredisce con un coltello, con un taglierino», aggiunge Miceli. 
Nelle prossime settimane i reparti di investigazioni scientifiche dei carabinieri del Ris e del Racis consegneranno le loro relazioni conclusive su una serie di indagini informatiche e balistiche – nonché sulla dinamica della caduta – che a loro sono state affidate dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi presieduta da Pierantonio Zanettin. Commissione che in meno di un anno di lavori ha compiuto maggiori passi investigativi di quanto in otto anni abbiano fatto le due procure che si sono occupate del caso, quella di Siena prima e quella di Genova poi.

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Maxi esercitazione Nato in Sardegna: ecco “Mare Aperto 2022”

mercoledì, Maggio 18th, 2022

Paolo Mauri

Dopo la passata edizione, effettuata a ottobre dello scorso anno, la Marina Militare ripropone l’esercitazione navale più imponente che si tiene nel Mediterraneo: Mare Aperto. Queste manovre aeronavali e anfibie sono ormai una costante per la nostra Squadra Navale, venendo effettuate annualmente almeno dal 2003, con una pausa forzata, effettuata nel 2020, dovuta esclusivamente alla grave emergenza legata alla pandemia.

Quest’anno Mare Aperto è iniziata il 3 maggio, e vedrà la presenza, sino al 27 prossimo, di più di 4mila tra donne e uomini di sette nazioni della Nato insieme a oltre 65 tra navi, sommergibili, velivoli ed elicotteri, che opereranno tra l’Adriatico, lo Ionio, il Tirreno e il Canale di Sicilia sviluppando attività che interesseranno anche i territori marittimi circostanti grazie alle capacità di proiezione su terra esprimibile dalla componente anfibia imbarcata.

All’esercitazione stanno prendendo parte anche diversi velivoli dell’Aeronautica Militare, tra cui caccia Eurofighter Typhoon, almeno un F-35B (la versione a decollo corto e atterraggio verticale) che opererà da Nave Cavour, assetti di comando e controllo Caew G550 e KC-767A per le operazioni di rifornimento in volo.

L’attività, diretta dal comando in Capo della Squadra Navale imbarcato su Nave Cavour, coinvolgerà lo staff della brigata di fanteria di marina San Marco e quelli delle diverse divisioni navali in cui si articola l’organizzazione operativa della Marina Militare.

Le forze in campo si eserciteranno nel dominio marittimo, i cui connotati si sviluppano anche nei contesti aereo e terrestre, e in quelli innovativi dello spazio e della cyber-security, simulando scenari ad alta intensità e in veloce mutamento attraverso cui verificare le capacità di intervento in svariate aree, dalla prevenzione e il contrasto di traffici illeciti, alla lotta contro minacce convenzionali e asimmetriche, secondo uno scenario realistico con approccio centrato sul concetto di Multi-Domain Operations (Mdo) ed esplorando nuove combinazioni di impiego delle forze assegnate. Tra queste l’Expeditionary Advanced Base Operations (Eabo), in studio nella U.S. Navy, per estendere il raggio di azione delle forze marittime e controllare così zone di mare strategiche.

Il forte “connotato di proiezione” dell’esercitazione sarà sostenuto dalla presenza di una forza da sbarco composta da oltre 350 fucilieri della brigata San Marco integrata da una compagnia di Lagunari dell’Esercito Italiano e due della forza da sbarco della marina spagnola.

Analogamente alle precedenti edizioni, Mare Aperto 2022 vede la partecipazione di studenti universitari. Quest’anno sono 42 provenienti da 11 differenti atenei: l’università di Bari, quella di Genova, la Luiss di Roma, l’università per gli stranieri di Siena, l’ateneo Sant’Anna di Pisa e l’università Federico II di Napoli, l’università di Trieste, La Sapienza di Roma, la Ca’ Foscari di Venezia, l’Alma Mater Studiorum di Bologna e l’università Cattolica di Milano.

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Palermo, Cosa nostra rialza la testa con droga e pizzo: 31 arresti. In cella il boss Antonio Lo Nigro, cugino di uno dei killer di Falcone

martedì, Maggio 17th, 2022

di Salvo Palazzolo

“E’ tornato più deciso di prima”, sussurra un vecchio investigatore quando è ormai l’alba e sulla lista i 31 nomi degli arrestati di polizia e carabinieri sono tutti segnati. In cima all’elenco, c’è un padrino che riporta al passato più cupo di Palermo, è Antonio Lo Nigro, 43enne narcotrafficante in rapporti con l’Ndrangheta, esponente di una delle famiglia più blasonate di Cosa nostra, suo cugino Cosimo fu incaricato di procurare l’esplosivo per la strage Falcone, poi fece parte del commando che uccise don Pino Puglisi e organizzò le stragi del 1993, per queste accuse sta scontando l’ergastolo. Antonio Lo Nigro è uno dei boss rampanti, già diverse volte arrestato, che stava provando a riprendersi la parte orientale di Palermo. Da Brancaccio a Roccella a Ciaculli, Cosa nostra era tornata a imporre a tappeto il pizzo, questo racconta l’inchiesta della squadra mobile e del nucleo investigativo dell’Arma: pagava l’ambulante che vende sfincione, e pure il titolare di una ditta edile, tutti pronti a “mettersi a posto” addirittura prima della richiesta dei mafiosi. I ricatti sarebbero avvenuti persino sulle compravendite di immobili: i boss imponevano le loro sensalerie. L’ultima indagine del pool antimafia di Palermo, oggi coordinato dal procuratore aggiunto Paolo Guido, ha ricostruito una cinquantina di casi di estorsione. E nessun imprenditore, nessun commerciante ha denunciato: solo dopo il primo blitz a Bancaccio, scattato nel luglio dell’anno scorso, dieci operatori economici convocati dalle forze dell’ordine hanno ammesso di avere pagato il pizzo. E una quarantina sono finiti sotto inchiesta per favoreggiamento, un’accusa drammatica, anche questa riporta ai giorni più bui di Palermo. Il silenzio dei commercianti che protegge capimafia del calibro di Giuseppe Greco, lui è ritenuto il capo del mandamento di Ciaculli, già arrestato l’anno scorso, nella prima tranche di questa indagine. A Roccella, comandava invece Maurizio Di Fede: fra le carte del blitz del luglio 2021 c’è sua intercettazione che racconta molto dei nuovi vecchi mafiosi di Palermo, Di Fede urlava quando seppe che la figlia di una sua amica avrebbe dovuto partecipare con la sua classe a una manifestazione antimafia all’aula bunker, per il 23 maggio: “Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino – disse risoluto alla madre della piccola – Non ti permettere… Io mai gliel’ho mandato mio figlio a queste cose… vergogna”.

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Putin salta un altro appuntamento: i dubbi sulla sua salute

venerdì, Maggio 13th, 2022

Alessandro Ferro

L’ultima immagine di Putin l’abbiamo vista durante la parata per la Giornata della Vittoria in cui è apparso a tratti in buone condizioni fisiche. A differenza di altre occasioni durante le quali ha destato sospetti sulla sua salute, soprattutto quando siedeva accanto ad alte personalità con una coperta sulle gambe o quando è stato beccato dalle telecamere zoppicare e tossire a più riprese. La notizia, adesso, è che lo Zar non parteciperà al gran gala dell’XI “All Russian Hockey Festival” tra le squadre amatoriali della “Night Hockey League”, e sappiamo che l‘hockey è uno tra i suoi sport preferiti. La manifestazione fu ideata dallo stesso Putin nel 2011 e finora era mancato soltanto una volta, nel 2013, quando in quell’occasione i suoi problemi di salute erano ufficiali.

Le ipotesi sulle malattie

Sarebbe stata proprio in quest’occasione pubblica che il presidente russo avrebbe potuto spazzare via le malelingue sulle sue condizioni fisiche oppure avvalorare la tesi sulla precarietà di cui si parla da mesi. Ad oggi, né il Cremlino né altre fonti conoscono le reali motivazioni di quest’assenza durante la parata di stelle dell’hockey russo oltre a celebrità anche di altri ambiti. Ecco, quindi, che diventa inevatibile constastare che può essere l’ennesima prova del fatto che Putin non stia bene. Come abbiamo visto sul Giornale.it, oltre alle voci che si rincorrono da mesi, alcune “prove” evidenti che qualcosa non vada per il verso giusto le hanno viste tutti: è il caso del colloquio con il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, quando lo Zar si è tenuto al tavolo come se stesse cadendo mentre in realtà era seduto comodamente. Morbo di Parkinson? È la malattia più accreditata assieme a un cancro all’addome per il quale potrebbe essere operato a stretto giro.

Il colloquio con Lukashenko

Il 13 aprile ci fu il colloquio con il leader bielorusso Aleksandr Lukashenko durante il quale, a parte il contenuto del discorso in cui Putin affermava che le notizie di Bucha fossero false, è balzata all’occhio la grande distanza tra i due leader, molto inusuale rispetto al solito. Alla fine dell’incontro, poi, non ci fu nessun tipo di contatto con l’amico e alleato bielorusso. Ma i segnali vanno ancora più indietro, almeno al 2020 sebbene negli anni della pandemia lo Zar è stato visto con il contagocce. Come abbiamo scritto sul nostro Giornale, è da almeno due anni che si mormora sulla sua salute e sul fatto che potesse dimettersi da un momento all’altro. A mettere la pulce nell’orecchio era stato l’analista politico Valery Solovei, il quale ipotizzò che Putin avesse le due malattie sopra menzionate. Il Cremlino ha sempre smentito fermamente anche se l’analista ha affermato più volte che già nel 2021 fu curato per una malattia degenerativa.

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Alpini: quel richiamo della foresta Caporetto della ragione

martedì, Maggio 10th, 2022

Gabriele Romagnoli

I raduni nazionali degli alpini hanno una particolarità che ha del miracoloso: per tre giorni a centinaia di migliaia invadono una città e la mattina dopo la loro partenza tutto è intonso come se nulla fosse successo. Peccato per quella macchia che resta ogni volta e che a Rimini si è allargata più che in passato. Riguarda i comportamenti nei confronti delle donne. Nessuna violenza da codice penale, ma una diffusa mancanza di rispetto. Da parte di una minoranza? Certo. Ma è la minoranza di un corpo onorato, che non dovrebbe ammettere comportamenti nocivi alla sua giusta fama. Basterebbe un po’ di disciplina, e non siamo certo noi a potergliela insegnare. Basterebbe l’autoregolamentazione, più sorveglianza, qualche sanzione. È così che funzionano la vita civile e quella militare. O no?

Quel che si sostiene sia accaduto a Rimini impone due ordini di valutazioni: sui fatti in sé e sulle reazioni che ha suscitato.

I fatti. Difficile che siano fantasie, per molti motivi. Uno è che sono già accaduti in altre circostanze, quasi una tradizione negativa. La sosta dovuta alla pandemia e l’aria del mare possono aver generato una rincorsa alla cattiva condotta. Si può anche mettere in dubbio una testimonianza, ma quando ce ne sono decine bisognerebbe credere a una psicosi semi-collettiva. Semi perché colpirebbe solo la parte femminile della popolazione. Un fenomeno. Ci sono mondi, di stretta osservanza musulmana, in cui per confutare la parola di un uomo occorre quella di quattro donne. In questo caso ce ne sono anche di più e non è certo ai valori della sharia, la legge sacra islamica, che si ispirano i patrioti con la penna nera sul cappello. Qui siamo in occidente, in un paese libero, dove “uno vale uno”. Dove le donne hanno pari diritti e dignità e chi le corteggia non deve oltrepassare una certa linea di comportamento. Non esistono “ragazzate”, men che meno per chi ragazzo non è più da molto tempo. Ci sono Paesi in cui per atti del genere si rischia il carcere. Non sono Paesi arabi, ma gli Stati Uniti d’America. Esagerano? La cultura del “me too” ha guastato i giochi? Gioco è quando ci si diverte da almeno due parti. Tutto è ammissibile se concordato, niente lo è in caso contrario. Dovremmo essere ancora in grado di discernere: un’espressione rozza non è un complimento, una manata non è un gesto affettuoso, il nonnismo non è gerarchia.

Poi possiamo distinguere la categoria dal genere. Il detonatore non è mettere insieme quattrocentomila alpini (e molti più litri d’alcol) ma quattrocentomila (o anche molti di meno) maschi (perfino a secco). Possono essere tifosi di calcio, studenti in gita scolastica, professionisti a congresso, è molto probabile che una minoranza compia atti impropri. La logica del branco prevale su quella dell’ordine. Questi raduni poi sono un richiamo della foresta, l’occasione per ritrovare chi c’era quando si era giovani e tutto era possibile. Tutto, tranne questo tipo di condotta. Tanto meno in questo momento storico, dove l’eco non solo della guerra, ma anche della violenza di genere, arriva dal mar d’Azov all’Adriatico.

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Non c’è giustificazione per gli aggressori. Dal terrorismo all’Ucraina ecco la lezione

martedì, Maggio 10th, 2022

Mario Calabresi

Sono passati quarant’anni dal 17 maggio 1972, il giorno in cui mio padre, il commissario Luigi Calabresi, venne assassinato sotto casa a Milano.

Un tempo lunghissimo ci divide da quella mattina. Era l’alba degli Anni di Piombo, tre anni prima c’era stata la strage di Piazza Fontana, ma per la prima volta con quell’omicidio era stato scelto un bersaglio, era stata costruita una campagna per distruggerlo e screditarlo e alla fine lo si era eliminato. Sarebbe successo centinaia di volte negli anni successivi. Magistrati, poliziotti, carabinieri, sindacalisti, professori, operai, medici, guardie penitenziarie, giornalisti, studenti e uomini politici sarebbero stati messi nel mirino, trasformati in simboli e disumanizzati e poi colpiti a morte, gambizzati, resi invalidi.

Siamo qui per ricordare. Questo è il senso per cui è nata questa giornata, momento prezioso per tenere viva la memoria di persone che persero la vita in un tempo feroce.

La domanda che mi faccio è a cosa siano serviti questi cinquant’anni, se siano passati invano, se siano solamente serviti a scolorire i ricordi, a dimenticare, a rimuovere. Se il gesto violento abbia vinto per sempre o se invece il tempo, alla fine, abbia restituito qualcosa e reso giustizia.

Per molto tempo la solitudine, il silenzio e un diffuso disinteresse, forse figlio dell’imbarazzo, forse del fastidio, hanno circondato le vittime del terrorismo e i loro familiari. Difficile, quasi impossibile riuscire a far sentire la propria voce, essere ascoltati. Tutti coloro che sono qui e che hanno perso una persona amata negli Anni di Piombo sanno di cosa parlo, di quei lunghi anni in cui ci sentivamo dimenticati e quasi di peso.

Anni in cui il dibattito pubblico non contemplava di potersi dedicare alle vittime e alla loro memoria, in cui le librerie erano piene soltanto di volumi scritti da ex terroristi o ideologi della rivoluzione, in cui negli anniversari, soprattutto in questo che cade nella data del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, in televisione e sui giornali a spiegarci cosa era successo erano gli assassini.

Sapete tutti quanto l’amarezza sia stata una compagna di vita e di cammino. Poi però è accaduto qualcosa e sono cominciati ad arrivare segni di attenzione, gesti che hanno fatto breccia nel disinteresse e che sono arrivati sempre dallo stesso luogo: il Quirinale. Sono stati i presidenti della Repubblica, è importante ricordarlo, a svegliare la coscienza del Paese, ad aiutare l’opinione pubblica a ricordare. Ha cominciato Carlo Azeglio Ciampi, con un’opera di attenzione verso gli uomini dello Stato uccisi perché difendevano le Istituzioni e la democrazia. Un cammino intrapreso con decisione e grande attenzione da Giorgio Napolitano, capace di gesti forti e di spingere l’approvazione – avvenuta quasi all’unanimità – di questo Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi.

Un cammino che ha trovato nel presidente Mattarella una persona capace di comprendere fino in fondo le sensibilità di chi ha perso una persona amata, un presidente che non possiamo non sentire, anche per storia personale, come uno di noi.

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