Archive for the ‘Cronaca’ Category

Tangenti, l’architetto che ha detto no a un milione di euro e ha denunciato i corrotti

mercoledì, Gennaio 25th, 2023

di  Andrea Priante

L’architetto veneziano è «l’eroe» che si è ribellato al sistema: «Non mi lasciavano altra scelta che vendere i miei terreni a chi volevano loro. Ma io ho registrato tutto di nascosto»

Tangenti, l’architetto che ha detto no a un milione di euro e ha denunciato i corrotti
Il procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi (Vision)

«Ero esterrefatto dalle richieste fattemi dal primo cittadino». E il motivo è evidente: il sindaco Fragomeni e la banda di intrallazzatori che lo circondava «stavano in qualche maniera coartando la mia volontà». È l’ottobre del 2019 quando un architetto veneziano si presenta dai carabinieri e usa queste parole per denunciare la richiesta di una tangente che gli era arrivata dall’allora primo cittadino di Santa Maria di Sala, Nicola Fragomeni, e dal consigliere comunale Ugo Zamengo

La «resistenza  morale»

Per il gip di Venezia ha dimostrato «resistenza morale», e nei suoi confronti, il procuratore capo Bruno Cherchi usa parole di velluto: «Questa indagine è stata lunga e complessa – spiega il magistrato – gestita in maniera encomiabile, ed è nata perché un cittadino non ha accettato e ha mantenuto la “schiena diritta” contro un sistema che prevedeva richieste di denaro da parte di pubblici ufficiali. Ha dimostrato la forza di non cedere alla tentazione di avere dei vantaggi». A 53 anni, questo professionista si ritrova a indossare i panni – sempre piuttosto scomodi – dell’eroe: ha rinunciato a un milione di euro pur di non pagare una mazzetta ai due amministratori comunali. Ma grazie alla sua segnalazione i carabinieri hanno avviato la maxi-inchiesta che lunedì ha portato all’arresto di sei persone tra politici locali, imprenditori e professionisti. Il contributo dell’architetto veneziano emerge dall’ordinanza con la quale il gip ha spedito i sei indagati agli arresti domiciliari. Nella denuncia il 53enne scrive: «Nel 2015 io, mia madre e i miei fratelli abbiamo ereditato del patrimonio immobiliare. Tra i beni vi è un terreno di quasi due ettari nel comune di Santa Maria di Sala». Nel 2017 trova finalmente un acquirente disposto a pagare un milione e 100mila euro per l’acquisto dell’area, a patto che il Comune approvi «un progetto da me redatto su indicazione dell’acquirente» che prevede di realizzare su quel terreno «un’area commerciale e residenziale».

L’incontro

Qualche tempo dopo, spiega l’architetto, incontra Fragomeni: «Il sindaco mi riferiva che vi era un costo da sostenere “come onere aggiuntivo” di 10 euro al metro cubo. Pensavo si trattasse di oneri di urbanizzazione, ma mi diceva di no, che erano oneri per “la gestione della pratica”. All’epoca non ci diedi peso, ma oggi ho ben chiaro di cosa si trattava…». Infatti, dopo che per due anni la sua istanza non riceve risposte dal Comune, a luglio del 2019 gli arriva «una chiamata dal geometra Carlo Pajaro (il dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Santa Maria di Sala, ndr) che mi invita in ufficio per parlare». Il tecnico gli chiede se l’acquirente è ancora interessato al suo terreno e, quando ottiene conferma, i due si salutano. L’incontro successivo avviene a ottobre. «Lui era da solo, mi ha detto che c’era una nuova proposta da 1,2 milioni di euro per l’acquisto del mio terreno e che mi sarei dovuto rivolgere all’architetto Marcello Carraro (pure lui tra gli arrestati, ndr)». Stando alla procura, le persone interessate all’area sono quelle che, in accordo col sindaco, sperano di costruirci sopra una casa di cura. Ovviamente, dopo aver vinto un appalto pubblico «pilotato». Il veneziano scopre però che Carraro pretende, per la sua opera di mediazione, il 3% del valore della compravendita. Ma il problema è un altro: gli scoccia tradire la parola data al precedente acquirente, anche se capisce che il Comune preme perché accetti la nuova proposta.

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Dalla risata di Fedez su Emanuela Orlandi al selfie in ascensore di Pellegrini: gaffe social e bufere con la scadenza

mercoledì, Gennaio 25th, 2023

Assia Neumann Dayan

Si può ridere di tutto? O non si può più dire niente, ridere di niente, ma arrabbiarsi per tutto? È successo che Fedez abbia fatto una battuta su Emanuela Orlandi, e il problema non è tanto che l’abbia fatta, ma che quella non fosse una battuta. Come ospite di puntata del podcast “Muschio Selvaggio” c’era Gianluigi Nuzzi: si parlava di “Vatican girl”, la serie Netflix su Emanuela Orlandi, e Fedez voleva probabilmente fare lo spiritoso sul concetto di spoiler. Luis Sal chiede: «Cos’è successo?» e Fedez risponde: «Innanzitutto possiamo dire? Non l’hanno mai trovata». E inizia a ridere. Ride moltissimo, mentre gli altri sembrano in forte imbarazzo. Luis Sal aggiunge: «Questo è un dato di fatto», e Fedez tra le risate risponde: «Comunque la stanno ancora cercando». Nessuno ha riso, perché non fa ridere, perché per essere efficace una battuta deve avere un bersaglio, e qui non c’era, nemmeno ha detto «spoiler».

Essere capaci di fare black humor è complicato, soprattutto in questi anni dove tutto sembra essere offensivo: lo lascerei fare a chi è capace. Grazie al cielo fare il comico non è il mestiere di Fedez, ma questo succede a chi vuole per forza fare la battuta, essere spiritoso, sembrare campione di sagacia. C’è da dire che il trucco non riesce quasi mai, e dove c’è la battuta malriuscita, arriva l’internet. Era dai tempi di quando Fedez chiese: «E chi è Strehler?» che non si sollevava tanta indignazione. Fedez è un caso più unico che raro perché non gli interessa autocensurarsi: sa che ogni cosa che dirà finirà sui giornali, e va bene così. A casa Ferragnez non si può mai stare tranquilli: c’è stata la festa al supermercato, l’aperitivo in elicottero sui ghiacciai, il concerto del Primo Maggio in Rai, i pandori di beneficenza, insomma, se su Google cerchi “Ferragnez polemica” ne esce fuori un’enciclopedia. Eppure, nonostante le polemiche, hanno ancora un lavoro, milioni di euro, un tetto sopra la testa, perché le polemiche sui social scadono dopo al massimo un paio di giorni, la soglia di attenzione della nostra indignazione è in effetti molto bassa.

È che ad un certo punto le notizie fanno il giro, un giro che segue delle fasi ben precise: negazione («non può averlo detto davvero, è un fake»), rabbia («vergogna! Privilegio! Chi ti paga!»), patteggiamento («sarò libero di avere un’opinione o siamo in dittatura?»), depressione («scusa ma devo tornare a lavorare»), accettazione («per me ognuno è libero di fare quello che vuole»), meme. A un certo punto tutto diventa meme: a Matteo Messina Denaro sono bastate un paio d’ore perché sui social cominciassero a girare vignette con i vestiti che indossava durante la cattura. Il meme abbassa, la realtà perde identità e diventa linguaggio. È il concetto grafico del «buttarla in vacca», però non è che si può proprio mettere tutto sul piano della risatina. Pietro Orlandi, che è evidentemente un uomo intelligente, ha detto all’ Adnkronos: «La risata di Fedez mentre si diceva che non avevano mai trovato Emanuela, che ancora la stavano cercando, è stata sicuramente fuori luogo e un po’ mi è dispiaciuto. Ha sbagliato, ma ha parlato per un’ora di mia sorella e questa è la cosa che mi interessa di più». Se il fratello di Emanuela Orlandi lo perdona, può certamente farlo anche l’internet, e comunque già domani ci sarà una nuova polemica per cui stracciarsi le vesti.

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Carburanti: scatta alle 19 lo sciopero dei benzinai per 48 ore, self-service compresi

martedì, Gennaio 24th, 2023

Alle 19 di stasera scatta lo sciopero dei benzinai, compresi i self service. Gli impianti di rifornimento saranno chiusi fino alle 19 del 26 gennaio. Sulle autostrade si parte invece alle 22 di stasera per terminare alle 22 del 26 gennaio.

Lo sciopero è stato indetto da Faib, Fegica e Figisc/Anisa «per protestare – scrivono – contro la vergognosa campagna diffamatoria nei confronti della categoria e gli inefficaci provvedimenti del governo che continuano a penalizzare solo i gestori senza tutelare i consumatori. Per scongiurare nuovi aumenti del prezzo dei carburanti».

Il Codacons, invece, annuncia di voler presentare un esposto alla magistratura contro la serrata, ipotizzando la fattispecie di «interruzione di pubblico servizio». L’associazione a tutela dei consumatori spiega che «sospendere in modo totale il servizio per 48 ore, sulla rete urbana e sulle autostrade, sia per la modalità servito che per il self-service, rappresenta una decisione gravissima, che va oltre uno sciopero di categoria e creerà enormi e ingiustificati danni al Paese e ai cittadini. Uno sciopero che appare ancor più immotivato e sbagliato se si considera che il governo, su richiesta degli stessi benzinai, ha annacquato il decreto trasparenza, eliminando l’obbligo di indicazione giornaliera dei prezzi medi e riducendo drasticamente le sanzioni per i distributori scorretti».

Sulla stessa linea anche Assoutenti, che chiede alle prefetture e al Garante per gli scioperi di bloccare la protesta precettando i benzinai e costringendo i distributori a rimanere aperti. «Il maltempo che sta imperversando in Italia e l’allerta neve che interessa diverse regioni rendono del tutto inattuabile lo sciopero, a prescindere da ogni ragione», spiega il presidente Furio Truzzi.

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La mamma del neonato morto al Pertini: «Ho chiesto aiuto per tre notti di seguito, ma non mi hanno ascoltato»

martedì, Gennaio 24th, 2023

di  Rinaldo Frignani

La procura indaga (per ora) contro ignoti per omicidio colposo. La 30enne: «Mi hanno svegliata nel cuore della notte e portata in una stanza per dirmi che era deceduto, ma non mi hanno spiegato come era successo»

Neonato soffocato in ospedale, la madre: «Ero sfinita, per tre notti ho chiesto alle infermiere del Pertini di portarlo nella nursery. Mi hanno risposto "non è possibile"»
L’ospedale Sandro Pertini in via dei Monti Tiburtini, a Roma 

«È come se fosse successo ieri. Ancora sto mettendo in ordine quello che ho passato in quei giorni. Pretendo che sia fatta chiarezza sulla morte del mio bambino». Sono passate due settimane dalla tragedia all’ospedale Sandro Pertini. Anna, un nome di fantasia, non riesce a pronunciare più di tre parole senza che le lacrime le impediscano di andare oltre. Un misto di rabbia e dolore accompagna la giovane donna che abita con la famiglia alle porte di Roma. Mentre la magistratura e la polizia indagano per individuare eventuali responsabilità della struttura sanitaria nel decesso per soffocamento del bimbo che aveva appena dato alla luce, la notte fra il 7 e l’8 gennaio scorsi nell’ospedale romano, la mamma – tramite il suo avvocato Alessandro Palombi, che assiste lei e il compagno – accetta di rispondere ad alcune domande.

Ricorda cosa è successo quella notte?
«Ero ancora molto stanca, piuttosto provata dal parto, dopo 17 ore di travaglio, il 5 gennaio. Ero entrata in ospedale il giorno precedente, avevamo scelto il Pertini perché ero affezionata a questo posto visto che ci sono nata anche io. Per due notti, quella dopo aver partorito e quella successiva, sono riuscita, a fatica, a tenere il bambino vicino a me. Ero stravolta, ho chiesto aiuto alle infermiere, chiedendo loro se potevano prenderlo almeno per un po’, mi è sempre stato tuttavia risposto che non era possibile portarlo nella nursery. E lo stesso è accaduto la notte di sabato. Anzi, mi sentivo peggio dei giorni precedenti. Ho chiesto ancora di prendere il bimbo, non l’hanno fatto. Due notti ho resistito, l’ultima ero davvero affaticata. “Non è possibile”, mi è stato risposto ancora una volta». 

Come stava il bambino fino a quel momento?
«Benissimo, in piena salute. Pesava più di tre chili. Le infermiere mi hanno dato alcune indicazioni su come mettermi sul letto per allattarlo, ma a parte la stanchezza avevo sempre una flebo attaccata al braccio. Mi muovevo con difficoltà. Poi quella notte sono crollata, non ce la facevo proprio. Da quel momento non ricordo più nulla».

Fino a quando?
«All’improvviso, nel cuore della notte, sono stata svegliata dalle infermiere: il bambino non stava più nel letto con me. Senza dirmi una parola, mi hanno fatto alzare e mi hanno portato in una stanza vicina: lì mi hanno comunicato che il bimbo era morto. Non ricordo che fosse presente una psicologa, e nemmeno che mi abbiano dato una spiegazione più approfondita. Di sicuro non mi hanno detto come era successo. A quel punto non ho capito più niente, mi è crollato tutto addosso. Forse sono anche svenuta».

Quando ha appreso la notizia di quello che era successo al piccolo?
«Ho realizzato a poco a poco. Non ricordavo niente di quella notte. Non capisco come sia potuta succedere una cosa del genere: ho chiesto aiuto per tre notti di seguito al personale del reparto in cui ero stata ricoverata (Ostetricia e ginecologia, ndr), non mi hanno ascoltato. Due giorni dopo, il 10 gennaio, ho firmato le dimissioni e sono tornata a casa. Adesso pretendo giustizia». 

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Anziani, i dimenticati della sanità

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

Paolo Russo

La popolazione italiana invecchia facendo aumentare le persone non autosufficienti, che sono già 2,9 milioni, destinate quasi a raddoppiare da qui al 2030, quando si stima diventeranno 5 milioni, su 20 milioni di over 65. Ma per 97 di loro ogni cento l’assistenza domiciliare integrata, l’Adi come si chiama in gergo, resta un miraggio, perché in media solo il 3% riesce a ottenere che un infermiere, magari ogni tanto anche un riabilitatore e un medico, si affaccino periodicamente a casa per impedire il formarsi delle piaghe da decubito o magari per rimettere in piedi chi ancora può farcela. Un diritto che diventa privilegio di pochi, pochissimi quando si parla di Calabria, dove solo l’1,2% di anziani è assistito a domicilio, o di Alto Adige (0,6%) o della piccola Valle d’Aosta (0,2%), mentre la Sardegna di privilegiati non ne ha per il semplice fatto che l’Adi non viene erogata a un sardo che sia uno. Va un po’ meglio in Sicilia (4,4%) o in Molise, che con il 5,1% è in cima alla classifica. Un quadro che nel tempo potrebbe essere anche peggiorato, perché gli ultimi dati disponibili sono del 2019, risalenti all’era pre Covid.

Una recente indagine dell’Osservatorio malattie rare – perché anche chi ne soffre ha a volte necessità di essere assistito a casa – ha rilevato che nel 60% dei casi le prestazioni sono molto diminuite e in un altro 8% si è comunque avuta una riduzione delle ore erogate. Insomma in 7 casi su dieci si è persino andati indietro anziché avanti. Secondo un sondaggio della Confad, il Coordinamento nazionale delle famiglie con disabilità, durante la pandemia il 65% degli intervistati ha dichiarato di non aver avuto nessun contatto con i centri di riferimento, con la drammatica conseguenza che non è stato attivato nessun servizio (fisioterapia, logopedia, infermiere, operatore sociosanitario, educatore). Nel 74% dei casi non c’è stata nemmeno un’offerta di assistenza da remoto e i servizi sul territorio hanno evidenziato uno stato di carenza tale per cui nell’80% dei casi i servizi non erano previsti oppure, se attivi, sono stati interrotti. Parallelamente, è stato inevitabile riscontrare un aumento del carico di assistenza da parte del caregiver familiare, al punto che, nella fase iniziale della pandemia, l’86% di loro ha dichiarato di aver subito un danno fisico-emotivo.

Un problema per chi ha bisogno di assistenza e un costo maggiore per le casse dello Stato, «visto che dove si fa meno Adi aumentano i ricoveri», fa notare Salvatore Pisani, epidemiologo e direttore del centro studi Fismu, sindacato dei medici territoriali. «E quando si leggono quelle percentuali risibili sugli anziani che hanno accesso all’Adi bisogna considerare che il problema è ancora più grave al Sud, dove – continua Pisani – sia per ragioni culturali sia per le difficoltà a sostenere le spese della retta in Rsa, molti anziani non autosufficienti vengono assistiti in casa, con grande sacrificio dei familiari».

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Gianni Agnelli, le frasi più celebri dell’avvocato

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

Un’icona di stile senza tempo che ha fatto la storia del Novecento

CorriereTv

Da “Buscetta ha detto di essere ossessivamente un tifoso della Juventus? Se lo incontrate ditegli che è la sola cosa di cui non potrà pentirsi” fino a “Platini lo abbiamo preso per un tozzo di pane e lui ci ha messo sopra il foie gras”. Sono solo alcune delle frasi più celebri pronunciate da Gianni Agnelli. È stato un imprenditore italiano che ha fatto la storia del Novecento. Nato a Torino il 12 marzo del 1921 e morto il 24 gennaio del 2003 resta un’icona di stile senza tempo. Noto al mondo come l’avvocato è stato per moltissimi anni ai vertici della Fiat e della Juventus.

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I pizzini di Messina Denaro ai suoi uomini: «Io sono qua, anche più di prima»

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

di  Giovanni Bianconi, nostro inviato 

L’operazione nel 2020 e il ritorno a Campobello. Nell’ultima indagine le tracce del suo potere

Matteo Messina Denaro, i pizzini del padrino ai suoi uomini. «Io sono qua, anche più di prima»

PALERMO-  Il 4 giugno 2021 Matteo Messina Denaro era stato operato da oltre sei mesi — il 13 novembre 2020 — per un tumore al colon all’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo, con la falsa identità di Alfonso Bonafede. Dunque il latitante era tornato nella sua terra, di origine e di mafia; andando verosimilmente a vivere a Campobello di Mazara, dove il vero Bonafede aveva affittato la casa di via San Giovanni, in cui il ricercato è rimasto fino a giugno 2022, quando s’è spostato in vicolo San Vito. L’intervento era andato a buon fine, ma tra i mafiosi veri e presunti di Campobello — intercettati dai carabinieri nell’operazione «Hesperia», che a settembre ha portato in carcere 35 indagati, oggi imputati, per mafia e altri reati — c’era chi sosteneva che «iddu» fosse morto.

«Chiedi scusa»

Piero Di Natale, quarantunenne di Castelvetrano, considerato dagli investigatori uno dei principali affiliati del clan guidato Franco Luppino (solo omonimo di Giovanni, l’autista di Messina Denaro arrestato insieme a lui), ne parlava con Marco Buffa, cinquant’anni, inquisito per traffico di droga, concorso in associazione mafiosa e porto illegale di armi. Accusandolo di aver messo in giro quella voce sulla fine del padrino; una bugia e un pericolo per lui, giacché al boss — chiamato Ignazieddu — non faceva piacere. E Buffa negava.
Di Natale: «Vedi che è arrivata la notizia di questo discorso… Non parlare in giro di questo fatto che hai detto tu che è morto… Perché già la notizia gli è arrivata… Che c’è stato qualcuno sta dicendo che Ignazzieddu è morto…Vedi che a quello quando pare che non gli arriva… Perché ha sempre sette-otto persone che lo informano…».
Buffa: «Non accusate a me perché vi vengo ad ammazzare tutti e due là… Io non l’ho detto mai questa cosa… Io a te l’ho detto… Ti ho detto: “Secondo me è così”… Finisce a coltellate… Non diciamo minchiate…». Di Natale rivelava a Buffa di aver parlato di questo incidente con Franco Luppino, consigliandogli di «chiedere scusa», e confermava che Ignazieddu era «vivo e vegeto». Con Buffa che si raccomandava: «Appena ci vai… Glielo dico a lui personalmente… Io non le ho mai dette queste cose… Io ho detto solo “secondo me, per me”, gli ho detto “per me non c’è… È morto… Per me…”».

«È vivo e vegeto»

 Un’opinione e niente più. Che però era pericoloso far circolare nell’ambiente mafioso di Campobello, dove evidentemente il peso del padrino continuava a farsi sentire ed era necessario che nessuno lo mettesse in discussione. Questione di potere. Anche perché, dal resto della conversazione, s’intuisce che Matteo Messina Denaro non solo stava combattendo contro la malattia, ma continuava a dare disposizioni attraverso il suo rappresentante diretto sul territorio: Franco Luppino. Sempre attraverso il sistema dei pizzini, secondo l’interpretazione dei carabinieri che stavano intercettando quella conversazione.. È ancora Di Natale a parlare: «Allora in uno degli ultimi… gli ha detto salutami a Sandrone (persona che gli investigatori non sono ancora riusciti a identificare, ndr) e digli che io sono qua come prima, anzi più di prima… E lui è il suo pensiero… Perché io a questo l’ho messo qua… a questo l’ho messo qua e a questo l’ho messo da questa parte… Tu se hai bisogno ti puoi rivolgere a questo, tu con questo se hai bisogno rivolgiti a questo… Io personalmente stavo svenendo per la serie di nomi che ci sono stati…».

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L’uomo della profezia in tv sulla cattura di Messina Denaro: “Confermo la trattativa, non si pentirà”

domenica, Gennaio 22nd, 2023

dal nostro inviato Giuseppe Legato

PALERMO. È novembre del 2022, alla trasmissione «Non è l’Arena» un signore grassoccio, con i capelli grigi retti all’indietro dagli occhiali da sole, una camicia azzurra e le bretelle a rombi, dice qualcosa che non può passare inosservato. Parla dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, già reggenti del mandamento di Ciaculli-Brancaccio, oggi rinchiusi in carcere in regime di 41 bis: «L’unica sua speranza (dei Graviano), e me lo auguro anche io per loro, è che venga abrogato l’ergastolo ostativo e che comincino a godersi la famiglia, i figli. E magari chi lo sa che avremo un regalino. Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato, che faccia una trattativa lui stesso per consegnarsi e fare un arresto clamoroso, e magari arrestando lui esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia clamore… Sarebbe un fiore all’occhiello», dice. A parlare è Salvatore Baiardo, fiancheggiatore dei boss di Cosa Nostra, personaggio misterioso e oscuro.

La profezia del prestanome dei boss Graviano su Messina Denaro che ha anticipato l’arresto

Due mesi dopo, lunedì scorso, Messina Denaro è arrestato a Palermo. Era malato da due anni e mezzo per via di un tumore aggressivo al colon. Le parole di Baiardo diventano una «profezia». Fanno il giro del web. Nino Di Matteo, consigliere togato del Csm, non è convintissimo alle capacità divinatorie dell’uomo già prestanome dei Graviano e sostiene che la vicenda «meriterebbe approfondimenti». Aggiunge: «È difficile credere che dichiarazioni così nette, precise e insinuanti siano state fatte senza il loro consenso, o senza addirittura un loro mandato».

Intanto però Baiardo è diventato una sorta di personaggio difficilissimo da avvicinare. Di lui – va detto – fonti investigative e inquirenti di provata credibilità sottolineano l’inaffidabilità. Ora, alla domanda se davvero presume (come detto a La7) che ci sia stata una trattativa che abbia condotto all’arresto dell’ex latitante, risponde che «se l’ho detto in quella trasmissione è perché ne ero più che convinto». E se questa (per lui) asserita interlocuzione sia stata solitaria o meno, aggiunge: «Penso che quando si fa una trattativa ci sono sempre più persone (che prendono parte alla stessa, ndr)». Secondo Baiardo, Matteo Messina Denaro, fin dalla scoperta della malattia, avvenuta il 17 novembre 2020 con la diagnosi di tumore invasivo al colon fatta dai medici dell’ospedale di Mazara del Vallo, «credo si sia sempre curato a Palermo». Niente viaggi lontano dal suo feudo nel trapanese, insomma, in cliniche del Nord o all’estero. Se ancora tra i Graviano vadano cercati i nuovi riferimenti apicali di Cosa Nostra, smentisce: «Non credo, anche perché Graviano si era trasferito al Nord proprio per cambiare vita». E poi, sull’imprendibilità per 30 anni del capo della mafia trapanese e su come questo sia stato possibile, sottolinea che «come avevo già detto per Graviano, affinché ciò avvenga sono necessarie complicità a largo raggio, a 360 gradi». Infine giudica praticamente impossibile l’eventualità che Messina Denaro possa pentirsi: «Non credo proprio che lo farà mai».

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Jas Gawronski: «Dissero ad Agnelli della morte del figlio; so che era disperato, ma non pianse»

domenica, Gennaio 22nd, 2023

di Aldo Cazzullo

Vent’anni fa la morte dell’Avvocato. «Una sola donna lo ha veramente coinvolto, non dirò mai chi. Al primo loro incontro, Malagò disse: “Avvoca’, diamoci del tu”. L’unica persona alla quale riconobbe supremazia fu Cuccia»

Jas Gawronski: «Dissero ad Agnelli della morte del figlio; so che era disperato, ma non pianse»

Jas Gawronski, quando vide Gianni Agnelli per la prima volta?
«Avevo vent’anni, era il 1957. Mi invitò a un party a Sestriere, con molta altra gente. Lo incuriosiva che vivessi in Polonia».

Perché?
«Era affascinato dai comunisti. Li riteneva uomini di un’altra categoria: spietati. Ed era interessato alla durezza della vita, alla sofferenza delle persone».

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Gianni Agnelli con Jas Gawronski

Quando lo rivide?
«Mi invitò alla Leopolda, la villa che aveva a Beaulieu, sopra Montecarlo. Il parco, la piscina, la vista indescrivibile: non avevo mai visto una casa così bella. Poi la vendette a un’americana».

Perché?
«La villa si chiamava così perché era appartenuta a Leopoldo del Belgio, padrone del Congo. Una residenza reale, appunto. I tempi erano cambiati. Anche se la sua casa più bella era quella in Corsica, a Calvi, vicino alla grande base della Legione straniera».

Un’altra delle sue passioni.
«Attaccava sempre discorso con i legionari, che non sapevano chi fosse. Anche da quei soldati voleva sapere tutto della durezza della loro vita. Lo colpivano le loro camicie stirate alla perfezione, con le pences dietro: vanno a morire con la divisa in ordine, diceva».

Agnelli la guerra l’aveva fatta.
«Ma non ne parlava mai».

Come andò il ricevimento alla Leopolda?
«Io ho sempre girato in Volkswagen, ma quella volta arrivai con la mia fidanzata di allora su una Jaguar targata Varsavia: un dettaglio che colpì l’Avvocato. Poi dovetti scendere a Montecarlo per un appuntamento. Al ritorno, scoprii che Agnelli ci aveva un po’ provato con la mia ragazza…».

Un po’ provato?
«In modo evidente, ma elegante. Lei era più divertita che turbata».

Non un grande inizio, per l’amicizia di una vita. Cosa vi univa?
«Credo che intanto l’Avvocato avesse nei miei confronti un senso di colpa, o comunque di responsabilità: grazie al fascismo, suo nonno aveva portato via il giornale di Torino a mio nonno».

Alfredo Frassati, editore e direttore della Stampa, nominato da Giolitti ambasciatore a Berlino, dimissionario dopo la marcia su Roma. Com’era suo nonno?
«Uomo d’altri tempi, di poche parole. Agnelli diceva fosse un po’ tirchio; io rispondevo che mio nonno, a differenza del suo, non si era mai fatto fotografare in camicia nera. Ebbe due figli: Luciana, mia madre, vissuta 105 anni; e Piergiorgio, morto a 24 anni per una poliomelite fulminante contratta nelle case dei poveri che aiutava, beatificato da Giovanni Paolo II».

Quali politici stimava l’Avvocato?
«Era affascinato da Pannella. Volle conoscerlo. In lui non vedeva l’esibizionismo, ma la buona fede».

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Indro Montanelli con Gianni Agnelli nel 1999 (Ap)

E i democristiani?
«Non ne parlava certo bene. In generale non aveva una buona opinione dei politici. E neppure dei giornalisti. Anche se frequentava quelli di successo: insieme andammo alla festa per i novant’anni di Montanelli».

E i comunisti?
«Li stimava di più, aveva un ottimo rapporto con Lama. Una volta invitò a cena Castro. Dovevo esserci anch’io; ma Fidel arrivò con il suo assistente, Robaina, futuro ministro degli Esteri; per non essere in tredici a tavola, l’Avvocato mi pregò di venire dopo il dessert».

Cosa la colpì di quella serata?
«Durante la vestizione, notai che Agnelli non le attribuiva alcun significato particolare. Io avevo appena intervistato Castro con grande emozione: da anticomunista di ferro, lo ritengo tuttora un gigante della storia, capace di tenere in scacco otto presidenti americani… L’Avvocato invece era imperturbabile».

Disse davvero che si innamorano soltanto le cameriere?
«Non l’ho mai sentita quella frase. Ma sì, la pensava così».

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Intercettazioni, voglia di bavaglio

sabato, Gennaio 21st, 2023

Francesco Grignetti

Piuttosto che ingaggiare un micidiale corpo a corpo con i magistrati, foriero di molti guai, e sicuramente fuori dal comune sentire del popolo della destra, il governo di Giorgia Meloni immagina già una via di fuga dal vicolo cieco dov’è finito con le esternazioni del ministro Carlo Nordio. E perciò, prima cosa, tutte le macchine legislative sono state fermate, quantomeno per un mese, fino alle elezioni regionali di Lombardia e Lazio. Secondo, se proprio si deve fare qualcosa sul tema delle intercettazioni, si colpisca l’anello debole, i giornalisti, e non quello forte, i magistrati.

Fonti autorevoli di maggioranza raccontano di un garbatissimo invito a Nordio affinché metta da parte per qualche settimana i bollenti spiriti. «Non serve a nessuno alimentare uno scontro con la magistratura tutta, che il Paese non capirebbe il giorno dopo l’arresto di Messina Denaro», dice un parlamentare influente. E un altro: «Le intercettazioni non si toccano. La maggioranza, o quantomeno la sua gran parte, è contro la grande criminalità come contro la piccola criminalità».

Non è solo questione di tattica sbagliata. Il ministro Guardasigilli era partito alla carica contro i suoi ex colleghi? Il risultato – osservano sgomenti ai piani alti del centrodestra- è che la maggioranza si è spaccata, con FdI e Lega da una parte, Forza Italia e centristi dall’altra; le opposizioni fuoriuscite inaspettatamente dall’afasia; gli unici a beneficiarne sono quelli del Terzo Polo, vedi il successo della mozione di Enrico Costa. E così, se Nordio era partito con le sue esternazioni per aprirsi la strada e tagliare le intercettazioni, s’è ritrovato, dopo diversi colloqui ad alto livello, a doverle confermare per i «reati-satellite» della mafia, ovvero tutti quelli per cui già si fanno. Un completo disastro, il suo.

E allora? Il mantra che può ricucire le divisioni del centrodestra a questo punto è la lotta ai presunti «abusi», come ripeteva ieri anche il vicepremier Antonio Tajani, che ledono «i diritti di cittadini sbattuti in prima pagina per poi risultare completamente estranei alle vicende». Solo che ora ad abusare delle intercettazioni non sarebbero più i magistrati, quanto i giornalisti.

«Bisogna intervenire – dice infatti al mattino il sottosegretario Andrea Delmastro, FdI, intervenendo alla trasmissione tv Agorà – da una parte con l’Ispettorato generale per verificare che non vi siano fuoriuscite di notizie dalle procure, dall’altra parte con una norma più stringente. E poi lo dico onestamente, sì, anche sui giornali». Chiosa il capogruppo FdI al Senato, Lucio Malan: «Si vogliono impedire gli abusi come la pubblicazione di conversazioni estranee alle indagini».

L’idea che piace dentro al governo, insomma, e che salverebbe la faccia al Guardasigilli, è un possibile divieto di pubblicazione delle intercettazioni tal quali, anche se ricavate da atti giudiziari, «qualora siano pregiudizievoli della onorabilità di un non indagato». Spiegano: «C’è la nuova legge Orlando-Bonafede, ma non funziona, come anche ieri s’è visto nel caso Calovini (uno scoop di Repubblica su un’inchiesta a Milano teneva banco nella chat dei parlamentari di FdI. Troppo gustoso lo sfogo intercettato del deputato Giangiacomo Calovini contro Daniela Santanché per questioni territoriali. «Quando morirà, perché morirà, cagherò sulla sua bara», ndr). Se pure qualche intercettazioni non rilevante penalmente sfugge al controllo dei magistrati, toccherà ai giornalisti valutare». Un eufemismo. Perché in caso di pubblicazione “proibita”, scatterebbero multe salate.

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