Archive for the ‘Tecnologia’ Category

Amazon, Reddit, Twitch e i siti dei giornali down in tutto il mondo

martedì, Giugno 8th, 2021

Un down globale ha colpito siti internet di tutto il mondo nella mattina di oggi, 8 giugno. I siti dei più importanti giornali del mondo sono improvvisamente andati fuori uso. Appena prima di mezzogiorno, sono risultati down NyTimes, Guardian, Bbc. Ma anche El Mundo, Financial Times, The Verge, Le Monde. In Italia down il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Non solo: malfunzionamenti si registrano anche su Amazon, Reddit, Twitch e GitHub. E sono offline anche siti istituzionali, come quello del governo britannico e, per qualche minuto, quello della Casa Bianca.

Sconosciute al momento le cause del down. Gli errori segnalati erano diversi: da un’interruzione di connessione del server (Error 503) alla mancanza di riconoscimento del dominio. Il problema è comunque su scala mondiale. Riguarda siti americani, così come europei o australiani. E sarebbe dovuto al CDN, ovvero al Content Delivery Network. Si tratta di un sistema per la distribuzione dei contenuti composta da server in tutto il mondo dislocati su diverse reti. Il sito, per distribuire i suoi contenuti in modo più veloce e semplice può delegare l’azione alla CDN, che «replica» i contenuti sui suoi server e li distribuisce agli utenti che li richiedono. Il malfunzionamento non è ancora risolto. Alcuni siti sono ancora inaccessibili, altri vanno a singhiozzo. All’origine c’è stata un’interruzione diffusa dei servizi di CDN del provider di cloud computing americano Fastly. Che, come dichiarato sul sito ufficiale, sta indagando su cosa sia successo. La causa è stata scoperta e i tecnici stanno lavorando a una soluzione. Potrebbe essere stato un crash tecnico, e dunque non necessariamente un attacco hacker.

Come detto, anche il sito di Corriere è stato colpito dal malfunzionamento. La nostra Homepage e i nostri articoli sono risultati inaccessibili per una ventina di minuti. Siamo tornati online alle 12.17 grazie a un’infrastruttura interna di backup.

CORRIERE.IT

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Down su larga scala: giù i siti di New York Times, Guardian, Governo britannico, Cnn e altriDown su larga scala: giù i siti di New York Times, Guardian, Governo britannico, Cnn e altri

martedì, Giugno 8th, 2021

L’allarme

Quasi certamente ha ceduto la CDN (content delivery network) Fastly, una delle reti distribuite che consentono ai siti di essere letti più velocemente dagli utenti e che serve i maggiori siti del mondo. Che sono rimasti oscurati per qualche ora

Un contemporaneo down su larga scala – causato con ogni probabilità dal “crollo” di una CDN (content delivery network) – ha riguardato molti siti governativi – tra i quali quello del governo britannico – siti di giornali come New York Times, Financial Times, Spectator, Le Monde  e Guardian e di network televisivi come la Cnn e altri come Amazon, Reddit, Twitch, Spotify. Non si è trattato di un attacco hacker – come si era temuto dinanzi ai tanti siti di informazione in blackout – ma di un problema tecnico. Segnalazioni in tutto il mondo, con messaggi di errore che campeggiavano sulle pagine bianche dei siti dei media più popolari, anche in Italia. La pagina del Guardian, ad esempio, restituiva l’unica frase “Connection failure”, quelle del New York Times e del Financial Times “Fastly error: unknown domain: nyt.com”, quella del governo britannico “Error 503 Service Unavailable” e via di questo passo. Poi via via i siti, spostandosi su altre CDN, hanno ripreso ad essere visibili. Quasi certamente il problema tecnico ha afflitto la CDN Fastly, che serve tutti i siti internazionali andati in panne oggi per qualche ora, tra cui il Corriere della Sera. Il provider – azienda con sede a San Francisco e un giro d’affari nel 2020 di 291 milioni di dollari – ha fatto sapere di “aver individuato il problema” e di essere al lavoro per trovare una soluzione. “Stiamo continuando ad indagare la questione”, si legge ancora sul sito del provider, che peraltro non ha mai smesso di funzionare. La situazione è pian piano tornata alla normalità.

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La sfida tra le tecnologie energetiche del prossimo futuro

venerdì, Giugno 4th, 2021

di Jacopo Giliberto

Immagino le chiacchiere del futuro nel bar virtuale. Ho comprato il Purple Hydrogen, l’idrogeno atomico. Mi trovo meglio con il Green Super Idro, l’idrogeno dalle fresche acque delle nostre Alpi. Vado a fare il pieno di metano bio al depuratore comunale. Chiacchiere immaginarie sì, ma non così lontane dalla realtà del possibile: le tecnologie citate sono tutte già serenamente disponibili.

Dove andremo, where are we going, tra le rinnovabili e l’idrogeno, il metano che non scompare, il petrolio odiato ma ancora indispensabile, il divisivo nucleare che non emette CO2 ma fa irritare di orticaria molte persone? Oppure la fusione nucleare futura, gli accumulatori di corrente? E la perovskite, il minerale che per molte applicazioni fotovoltaiche potrebbe essere concorrenziale rispetto al silicio cristallino?

La sfida fra le tecnologie energetiche si gioca su molti piani in competizione fra loro e finora sia nel mondo sia in Italia l’unico insieme di tecnologie che offre mille dubbi ma mille-e-una certezze è il settore delle fonti rinnovabili, e in particolare solare ed eolico.

Di sicuro, il domani dell’energia si muoverà soprattutto con le fonti pulite. Soprattutto, ma non soltanto.

Vento e sole e il problema dell’incostanza

Le fonti rinnovabili che piacciono di più, cioè vento e sole, hanno due problemi più rilevanti di altri. Il primo problema è l’incostanza. Vi sono giornate di bonaccia in cui le eliche non si spostano di mezzo giro e giornate di cielo coperto in cui i pannelli fotovoltaici non rilasciano alcun flusso di corrente. Si chiamano “rinnovabili intermittenti”, in contrapposizione con le “programmabili” come le biomasse o l’idroelettrico con la diga, le quali ivnece possono essere modulate secondo il fabbisogno dei consumatori.

Ma i consumatori e le fabbriche – e tutto il resto del mondo che ha bisogno di elettricità: i frigoriferi, i computer, i fari sulla costa, i semafori, gli acquedotti – non possono dipendere dall’incostanza del vento e delle nuvole. Per questo motivo le rinnovabili più apprezzate, cioè eolico e solare, esigono di essere affiancate da sistemi che rendano certa la continuità di fornitura, come centrali “peaker” a metano che s’accendono in pochi istanti e si spengono non appena la nuvola smette di ombreggiare i pannelli.

Gli impianti aggiuntivi che sarebbero necessari

Se si volesse andare al 100% rinnovabili in Italia sono necessari – dicono le stime degli esperti – impianti aggiuntivi per una potenza oltre gli 87mila megawatt altamente flessibili. Nel dettaglio, servono 73mila megawatt sotto forma di stoccaggio di energia (per ora realizzare un tale stoccaggio sotto forma di accumulatori elettrici pare fantascienza) e oltre 14mila megawatt di piccole centrali elettriche istantanee a gas, biocombustibili o a idrogeno. Il gruppo tecnologico finlandese Wärtsilä – presente in Italia con alcuni grandi stabilimenti come la fabbrica Grandi Motori di Trieste – ha sviluppato enormi motori a cilindri e pistoni simili alle macchine delle navi; sono capaci di di generare più di 10 megawatt in due minuti e possono essere tarati per usare idrocarburi non fossili di sintesi oppure biocarburanti, oppure idrogeno.

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Nasce la rete Ue anti hacker C’è anche Leonardo

martedì, Giugno 1st, 2021

La Commissione Ue ha selezionato un consorzio di aziende e istituti di ricerca per progettare la futura rete di comunicazione quantistica, EuroQCI, che consentirà la comunicazione ultrasicura tra infrastrutture critiche e istituzioni governative Ue. Del consorzio, guidato da Airbus, fanno parte Leonardo (in foto l’ad Alessandro Profumo), Orange, PwC France e Maghreb, Telespazio, Cnr e Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica. EuroQCI integrerà le tecnologie e i sistemi quantistici nelle reti di comunicazione terrestre in fibra ottica e includerà un segmento spaziale che assicurerà una copertura completa in tutta l’Ue e in altri continenti.

QN.NET

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Nella culla di Guerre Stellari e Jurassic Park è nato l’umanoide-bambino “Made in Italy”

sabato, Maggio 15th, 2021

GIACOMO GALEAZZI

ROMA. E’ il «robot empatico» che aspira a riconciliare umanità e tecnologia. Un automa, secondo i suoi ideatori, «capace di interagire, comportarsi e percepire ciò che lo circonda in modo analogo al nostro». Somiglia a un ragazzo di 12 anni, sa parlare, ragionare e capire le emozioni degli esseri umani che ha davanti: si chiama Abel ed è il nuovo robot umanoide realizzato dai ricercatori del Centro di Ricerca “Enrico Piaggio” dell’Università di Pisa in collaborazione con la Biomimics di Londra, i laboratori dove sono nati alcuni dei più famosi “alieni” del cinema, come quelli di Star Wars e i dinosauri di Jurassic Park.

Nella culla di Guerre Stellari e Jurassic Park è nato l’umanoide-bambino “Made in Italy”

Empatia
«Abel è un robot umanoide sia sotto l’aspetto estetico sia comportamentale», spiega Lorenzo Cominelli, del Centro di Ricerca Enrico Piaggio. «Non solo somiglia e si muove con noi umani, ma è in grado di interagire, comportarsi e percepire ciò che lo circonda in modo analogo al nostro». E’ il risultato finale dalla fusione di due settori della ricerca: la robotica sociale e l’ affective computing, “condite” dall’arte di alcuni dei maestri degli effetti speciali come Gustav Hoegen. Un mix che permette al robot di interagire e allo stesso tempo di studiare l’interlocutore osservandone moltissimi parametri, anche elementi invisibili per l’uomo, come i piccoli cambiamenti termici sul volto visibili all’infrarosso o la frequenza del battito cardiaco, tutti elementi da cui può dedurre quali emozioni prova l’umano che ha di fronte, forse meglio di come può fare un umano. Abel è anche in grado di elaborare concetti astratti, di affrontare ragionamenti deduttivi e induttivi e di formulare ipotesi.

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Banda Ultralarga, la lenta rincorsa italiana contro il digital divide. Ecco i dati su ritardi e cantieri aperti

domenica, Aprile 11th, 2021

Daniele Tempera

Immaginate un Paese dove poter lavorare a distanza anche da un piccolo borgo del nostro mezzogiorno, dove i medici possono operare da remoto un paziente o dove la gestione del verde o del traffico delle nostre città sono regolate da un sistema di intelligenza artificiale. No, non è un affresco di tecno-ottimismo anni ‘90, ma quello che la tecnologia potrebbe permetterci a breve, a patto di una singola premessa: la diffusione capillare del 5g e della Banda Ultralarga. Non è un caso che le reti, e il digitale, siano uno degli aspetti strategici del piano definito “Next Generation EU” e  della Commissione europea che ha stabilito obiettivi ambiziosi. Entro il 2030 tutte le famiglie europee dovranno poter usufruire di una connettività di almeno 1 Gbps e il 5G dovrà coprire tutte le aree popolate del continente. Più pragmaticamente, fra poco più di quattro anni, ovvero nel 2025, l’obiettivo è di dare invece una connettività di almeno 100mbps per tutte le famiglie europee e una copertura di 1Gbps per uffici, scuole, ospedali, biblioteche. Ma di cosa parliamo quando parliamo di “Banda Ultralarga”?

Raccontiamo  velocità (e lentezza): ecco come partecipare

Proviamo a costruire una mappa dell’Italia e della sua velocità di connessione. Ecco perché chiediamo ai nostri lettori di condividere uno speed test, un modo per calcolare la capacità di download e di upload della nostra rete. In questo anno di smartworking e didattica a distanza per tutti la velocità (o la lentezza) ha fatto la differenza. In attesa della banda ultra larga e delle tecnologie più avanzate proviamo a raccontare come oggi – anno 2021 – navighiamo su internet.

C’era una volta la ADSL

In principio fu il rame. Standard creato nel 2000, le connessioni ADSL sfruttavano il doppino telefonico per scaricare e trasmettere dati in rete. Una soluzione che si appoggiava su tecnologie già esistenti per connettere abitazioni e aziende e che era caratterizzata da un’asimmetria tra download (più veloce) e upload (molto più lento). Da 640kbps si è arrivati, nel tempo, a velocità prossime ai 20mbps in download. Oggi la rivoluzione è costituita dalla luce, ovvero da una tecnologia nata negli anni ‘50, ma che sta rivoluzionando le nostre telecomunicazioni. Utilizzando segnali luminosi, invece che elettrici, e costituiti da filamenti vetrosi e polimerici, i cavi in fibra ottica permettono di trasportare dati in modo enormemente più veloce rispetto a quelli in rame. È la condizione essenziale per realizzare quella che è definita “banda ultralarga”.  Secondo l’Agenda europea questa definizione può essere applicata a ogni rete caratterizzata da una connettività superiore ai 100mbps. Le reti in fibra ottica che arrivano fino a casa nostra (FFTH), promettono una velocità prossima a 1Gbps. Ma questa opzione non è certamente oggi la più diffusa. 

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Come si osserva dallo schema sopra, esistono oggi tipi di architetture miste. La fibra ottica può terminare più o meno vicina alle nostre abitazioni per poi lasciare spazio al rame. O può interagire con reti wireless; in questo caso i dati viaggiano su onde elettromagnetiche fino alla prima centrale fisica disponibile in fibra (FWA), una soluzione particolarmente utile in aree difficili da cablare. A seconda delle varie opzioni la velocità di connessione sarà ovviamente diversa. Lo sforzo è però arrivare, nel più breve tempo possibile, a una copertura adeguata di reti in fibra ottica e wireless. Un obiettivo che richiede un grande sforzo economico e infrastrutturale e che assomiglia spesso a una lotta contro il tempo per non rimanere indietro nel nuovo mondo digitale. In Italia il conto alla rovescia è partito nel 2015. 

Il piano italiano per la Banda Ultralarga

L’anno stabilito è il 2023. È questa la deadline stabilita dal piano di Banda Ultralarga (BUL) per le copertura di reti di ultima generazione delle cosiddette aree bianche. Parliamo di aree a “fallimento di mercato”, cioè dove gli operatori privati non hanno in previsione di implementare la velocità di connessione ad almeno 30 Mbps ed è prioritario l’intervento statale. Il Piano di banda ultralarga è stato varato nel 2015 e divide infatti il territorio nazionale in quattro macroaree e cerca di conciliare pubblico e privato.

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Rita, l’app che ci mostra cosa sanno di noi Google e Facebook

giovedì, Aprile 8th, 2021

ANDREA NEPORI

Rita, l’app che ci mostra cosa sanno di noi Google e Facebook

Da fine marzo è disponibile su App Store una nuova app che semplifica l’accesso alle informazioni personali in possesso dei giganti del Web, in primis Google e Facebook. L’app si chiama Rita, dall’abbreviazione di “Right to Access”, cioè il diritto all’accesso ai propri dati garantito dalla GDPR. L’app non si limita a scaricare i dati sullo smartphone, salvandoli dagli account online, ma li organizza in grafici e liste facilmente comprensibili e consultabili anche da chi non possiede particolari conoscenze informatiche. Rita semplifica anche il processo di richiesta di rimozione dei dati personali automatizzando l’invio delle email agli inserzionisti pubblicitari che le hanno raccolte tramite gli strumenti di Facebook o Google (più avanti sarà possibile recuperare i dati anche da Instagram, Spotify e altri fra i servizi più diffusi). 

«L’app opera in totale trasparenza salvando le informazioni in locale, ma senza accedervi in alcun modo», spiega a La Stampa Guglielmo Schenardi, co-fondatore di Rita. «Il nostro modello di business si basa non sul tracciamento o sulla profilazione, ovviamente, ma sull’offerta di una versione premium dell’app che consente un controllo più avanzato dei dati».

Il team remoto
Rita nasce da un’idea di Schenardi e di John Arts, suo compagno di studi all’ESCP Business School. Oggi lavorano a Rita altre sette persone da Kazakistan, Brasile, Stati Uniti, Italia e Belgio, occupandosi chi di sviluppo, chi degli aspetti legali, chi della grafica e dell’esperienza utente, mentre i due fondatori mettono a frutto la propria esperienza di Business Developer. «John ed io abbiamo sempre seguito i temi legati alla privacy e alla protezione dei dati», spiega Schenardi. «L’arrivo della GDPR è stata una svolta importante, ma ci siamo accorti che riuscire a visualizzare i propri dati e capire come chiedere davvero alle varie aziende di rimuovere ciò che sapevano di noi rimane un processo alla portata di pochi. Con Rita vogliamo invece democratizzare questo passaggio, e consentire davvero a tutti di riprendere il controllo delle proprie informazioni personali». 

Rita, l’app che ci mostra cosa sanno di noi Google e Facebook

Per scaricare le informazioni all’interno di Rita basta selezionare uno dei servizi (Google o Facebook) al quale richiedere i dati ed effettuare l’accesso con le proprie credenziali. In qualche minuto la richiesta viene processata in automatico e Rita è in grado di scaricare ed elaborare il tutto generando un’interfaccia di facile consultazione. 

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Facebook, i dati di 533 milioni di profili pubblicati online

martedì, Aprile 6th, 2021

di Martina Pennisi

I numeri di telefono e in alcuni casi nome e cognome, data di nascita e indirizzo di posta elettronica di circa 35 milioni di italiani iscritti a Facebook stanno circolando in Rete, gratuitamente, dopo essere stati pubblicati su un sito per hacker. Questi dati fanno parte di un più corposo database di 533 milioni profili di più di cento Paesi: l’Italia è fra i più colpiti, con un numero di persone coinvolte che corrisponde alla quasi totalità degli utenti del social network (negli Stati Uniti sono 32 milioni e nel Regno Unito 11).

A riportare la notizia, sabato scorso, l’esperto di sicurezza Alon Gal e il sito Business Insider. Altri esperti contattati dal Corriere hanno confermato la veridicità dei dati che sono riusciti a consultare e che risalirebbero al 2019.

Perché se parla adesso? Anzi, perché se ne riparla: un furto con le stesse caratteristiche è noto almeno dallo scorso gennaio, quando sull’app di messaggistica Telegram era possibile interrogare un bot per ottenere a pagamento il numero di telefono di un utente Facebook di cui si conosceva il codice identificativo (Facebook ID) e viceversa.

Dopo le nuove rivelazioni, è stato il colosso di Menlo Park stesso a dichiarare che si tratta «di dati e di un problema individuato e risolto nel 2019»: una vulnerabilità che permetteva a chiunque fosse in grado di realizzare un software ad hoc di setacciare il social network (scraping è il termine tecnico) alla ricerca dei numeri degli iscritti, che possono essere stati inseriti in fase di iscrizione o per questioni di sicurezza.

La novità, adesso, è che il database è disponibile gratis ed è «accessibile a chiunque abbia conoscenze tecniche di base. Non è un problema da poco ed è la conferma della quantità di informazioni in possesso di queste piattaforme e di quanto è difficile tenerle sotto controllo» spiega l’esperto di cybersicurezza Riccardo Meggiato. Il rischio maggiore, prosegue, è quello legato all’incrocio dei diversi database a disposizione dei malintenzionati: «Prendiamo l’Italia, dove negli ultimi mesi è stato colpito l’operatore Ho.mobile: combinando i dati, a quelli rubati a Facebook si può aggiungere anche l’indirizzo di casa».

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La tecnologia che renderà più pulito il Pianeta

mercoledì, Febbraio 24th, 2021

di David Brooks

Qualche mese fa, l’analista economico Noah Smith ha osservato che il progresso scientifico è un po’ come l’estrazione di metalli da una miniera. Trovi un filone e immagini che sia promettente. Ti accolli il rischio e investi molto. Lo sfrutti ed estrai finché rende. Il problema è che negli ultimi decenni soltanto pochi filoni si sono rivelati davvero redditizi e hanno trasformato le nostre vite. Le scoperte nel campo della tecnologia dell’informazione sono state ovviamente cospicue, basti pensare a internet e agli smartphone. Grazie in parte agli investimenti pubblici, l’innovazione da energia pulita è stata veloce e abbondante. Dal 1976 a oggi il prezzo dei moduli fotovoltaici è calato del 99,6%.
 

In verità, tuttavia, le innovazioni in grado di modificare radicalmente lo stile di vita sono state molte meno rispetto a quanto fossero in passato, seppure importanti. Se foste nati nel 1900 e morti nel 1970, avreste vissuto dall’epoca delle carrozze trainate dai cavalli a quella dell’uomo sulla Luna. Avreste assistito all’uso sempre più diffuso dell’elettricità, dell’aria condizionata, dell’aereo, dell’automobile, della penicillina e di molto altro ancora. Se, invece, foste nati nel 1960 e viveste ancora oggi, le vostre esperienze di guida e di volo sarebbero diventate più sicure, ma per altro sarebbero identiche, e così pure la vostra cucina sarebbe rimasta perlopiù immutata, ad esclusione del forno a microonde.
 

Nel 2011, l’economista Tyler Cowen ha pubblicato un libro premonitore intitolato The Great Stagnation (La grande stagnazione), che indagava i motivi per i quali il progresso scientifico stesse rallentando. Peter Thiel lamentava il fatto che, quantunque volessimo automobili in grado di volare, ci siamo ritrovati Twitter.
 

Il rallentamento della tecnologia, in verità, potrebbe essere vicino alla fine. All’improvviso, molte menti brillanti scrivono di molti filoni che sembrano promettenti. Il primo, e più ovvio, è quello dei vaccini. A proposito di quelli per il Covid-19, l’aspetto più strabiliante è che gli scienziati di Moderna abbiano messo a punto il primo vaccino il 13 gennaio 2020. In pratica, avevano il vaccino prima ancora che molte persone potessero solo immaginare che la malattia sarebbe diventata una minaccia.

Non si tratta solo di un nuovo vaccino, ma di un nuovo tipo di vaccino. I vaccini mRNA ci aiuteranno a insegnare ai nostri corpi come si combattono gli agenti patogeni in modo più efficace e potrebbero portare a scoperte rivoluzionarie nella lotta a ogni malattia. Per esempio, i ricercatori nutrono buone speranze contro il cancro: i vaccini mRNA non ci eviterebbero di sviluppare un tumore, ma potrebbero aiutare il nostro corpo a contrastarne alcune forme.
 

In campo energetico, suscitano grande entusiasmo le innovazioni in geotermia. Come osserva David Roberts in un eccellente articolo esplicativo pubblicato su Vox, il nucleo fuso della Terra ha una temperatura di circa cinquemila gradi centigradi, più o meno la stessa del Sole. Se riuscissimo a estrarre dal sottosuolo lo 0,1% dell’energia lì contenuta, saremmo in grado di soddisfare il fabbisogno energetico dell’intera umanità per due milioni di anni.
 

Gli ingegneri stanno cercando di ideare il metodo migliore per estrarre il calore dallo strato roccioso non poroso sotto la crosta terrestre. Scrive Roberts: “Se i suoi sostenitori più entusiasti hanno ragione, la geotermia potrebbe custodire la chiave per mettere a disposizione di chiunque nel mondo soltanto energia pulita”.
 

Per non parlare della fusione: in uno degli articoli, che di primo acchito ti rendi conto essere epocale, il mio collega del Times Henry Fountain nel settembre scorso raccontava come i ricercatori dell’MIT avessero progettato un reattore nucleare compatto perfettamente funzionante. Al momento, in Cina un reattore termonucleare sperimentale raggiunge i 132 milioni di gradi centigradi.  

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Hyperloop in Italia, ecco come funzionerà il treno da 1.200 chilometri all’ora

domenica, Febbraio 14th, 2021
La tecnologia permetterebbe di andare da Milano a Roma in 20 minuti – cella /CorriereTv
Il sistema di trasporto Hyperloop è stato concepito da Elon Musk per la prima volta nel 2014: si basa sulla tecnologia a levitazione magnetica già in uso in alcuni treni in Cina e Giappone, ma le carrozze levitanti Hyperloop vengono sparate all’interno di un tubo sotto vuoto e in condizioni ottimali possono arrivare a superare i 1.200 chilometri all’ora. Un viaggio da Milano a Roma, in questo caso, durerebbe da 20 a 30 minuti.
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