Archive for the ‘La Giustizia’ Category

I terroristi arrestati in Francia sono già a casa in libertà vigilata. E adesso cosa succede?

venerdì, Aprile 30th, 2021

di Giovanni Bianconi

I terroristi arrestati in Francia sono già a casa in libertà vigilata. E adesso cosa succede?

Nella foto grande: Giorgio Pietrostefani, Da in alto a sinistra, in senso orario: Marina Petrella, Roberta Cappelli, Giovanni Alimonti, Narciso Manenti, Sergio Tornaghi, Enzo Calvitti shadow

Dunque è durata una notte, la detenzione degli ex terroristi (Qui tutti i ritratti) degli anni Settanta arrestati all’alba di mercoledì in Francia. Ma nella strategia italiana la decisione dei magistrati francesi non rappresenta una sorpresa e tantomeno un intoppo. Il blitz e gli arresti erano necessari per interrompere il decorso della prescrizione, evitando così che per sei dei dieci rifugiati Oltralpe — i non ergastolani — di qui a poco tempo l’Italia non potesse nemmeno più chiedere la riconsegna.

Compiuto questo atto, e considerando che i tempi per le procedure in tutti i loro passaggi saranno piuttosto lunghi (si prevedono un paio d’anni, anche se la prima udienza davanti alla Chambre d’accusation è stata fissata per mercoledì prossimo) era prevedibile che gli estradandi non restassero in prigione. Anche perché il vaglio preventivo effettuato dal Bureau del ministero della Giustizia francese ha riguardato solo l’ammissibilità delle istanze giunte da Roma, non il merito. Domande accettate, ma risposte non scontate.

Dei dieci condannati che l’Italia reclama, solo su tre la giustizia francese non s’è mai pronunciata in precedenza; si tratta dell’ex brigatista Enzo Calvitti, di Narciso Manenti (ergastolano per un delitto firmato Guerriglia proletaria) e dell’ex dirigente di Lotta continua Giorgio Pietrostefani, condannato per l’omicidio Calabresi. Per loro è la prima volta che si apre una procedura di estradizione, mentre per gli altri sette si era sempre bloccata, per un motivo o per l’altro. Proprio esaminando il fascicolo di Pietrostefani, il rappresentante della Procura che ha firmato il provvedimento d’arresto aveva già anticipato che in sede di convalida avrebbe chiesto la scarcerazione, a causa delle sue precarie condizioni di salute.

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Il report censurato e le bugie di Guerra lo scandalo Oms lambisce Speranza

mercoledì, Aprile 14th, 2021

niccolò carratelli monica serra

Al ministero della Salute ora temono che da Bergamo possano arrivare brutte sorprese. Che l’inchiesta che ha coinvolto il direttore vicario dell’Organizzazione mondiale della sanità, Ranieri Guerra, possa finire per toccare gli uomini più vicini al ministro Roberto Speranza. I magistrati vogliono chiarire se qualcuno, nel ministero, abbia avuto un ruolo nell’affossamento del rapporto dell’Oms, in cui si parlava del mancato aggiornamento del Piano pandemico italiano e di una reazione «caotica» e «improvvisata» del nostro Paese alla prima ondata del Covid. «Piena fiducia nel lavoro della magistratura – ha detto ieri Speranza a Porta a Porta – chiunque ha avuto funzioni in questa pandemia, dall’Oms fino al sindaco dell’ultimo paese, deve serenamente mettersi nelle condizioni di poter rispondere di quello che ha fatto». Fonti di palazzo Chigi smentiscono le indiscrezioni che vorrebbero Mario Draghi intenzionato a sostituire il ministro della Salute, ricordando le parole pronunciate dal premier nell’ultima conferenza stampa: «L’ho voluto io nel governo e ha la mia stima». Certo, come dimostra la rapida uscita di scena dell’ex commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri (coinvolto nella vicenda della fornitura di mascherine cinesi irregolari), un eventuale sviluppo negativo dell’inchiesta di Bergamo potrebbe far cambiare idea a Draghi. Anche perché, tra le chat a disposizione dei pm, potrebbero esserci anche quelle tra Speranza, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro e il capo di gabinetto del ministro, Goffredo Zaccardi. Conversazioni comunque inutilizzabili ai fini processuali prima dell’eventuale via libera del Parlamento. Speranza prova, con fatica, a tenere separata la sua posizione da quella di Guerra: «Le dinamiche interne all’Oms non riguardano il nostro Paese», ha detto. Peccato che in una delle tante mail ora in mano ai magistrati, Guerra scriva che «uno degli atout di Speranza è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole foglia di fico per certe decisioni impopolari e criticate (…). Se anche Oms si mette in veste critica non concordata con la sensibilità politica del ministro (…) non credo che facciamo un buon servizio al Paese». Insomma, certe dinamiche hanno fatto la differenza, specie nell’anno di presidenza del G20, con Speranza che a settembre guiderà il meeting dei più importanti ministri della Salute a livello mondiale.

Cosa sapeva Speranza? Interrogato dai magistrati lo scorso 28 gennaio, il ministro ha detto di aver saputo del rapporto (poi censurato) dell’Oms sull’Italia solo dopo la sua pubblicazione, il 13 maggio 2020. Il ricercatore che lo ha redatto con la sua squadra, Francesco Zambon, sostiene invece di aver condiviso il documento con le autorità italiane almeno un mese prima. Per capire come siano andate le cose, il pool di magistrati di Bergamo, guidati dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota, sta analizzando migliaia di pagine di chat e mail, acquisite in questi lunghi mesi di indagine.

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Giustizia, svolta intercettazioni: “No ai tabulati telefonici senza l’assenso del gip”

giovedì, Aprile 1st, 2021

di Liana Milella

ROMA – Spira un vento decisamente garantista sulla giustizia. Prima l’intesa sul principio europeo della “presunzione d’innocenza” su cui l’interno emiciclo della Camera, martedì pomeriggio, s’è ritrovato d’accordo. E oggi, come Repubblica ha scoperto, ecco un’altra rilevante sorpresa. Sempre a Montecitorio. Per giunta su un tema divisivo come le intercettazioni. La notizia è questa: il governo darà un parere positivo, avendolo letto e valutato in anticipo, a un ordine del giorno di Enrico Costa di Azione, Riccardo Magi di PiùEuropa e Lucia Annibali di Italia viva che rende obbligatorio il via libera del giudice per ottenere i tabulati del cellulare di un possibile protagonista di un reato. Anche stavolta c’è dietro una decisione dell’Europa che l’Italia deve recepire. Ma c’è di sicuro – ed è questa la svolta politica – la volontà di garantire una “giustizia giusta”. Un mood che segna anche le sentenze della Consulta, come quella sui domiciliari possibili e decisi ogni volta dai giuidici, in assenza di reati gravi, per i settantenni.

Venti di garantismo, dunque. Condivisi tra destra e sinistra. Venti di cui la Guardasigilli Marta Cartabia, da giurista europea, non può che essere testimone, promotrice e apripista. Tant’è che quando Enrico Costa – l’ex forzista oggi responsabile giustizia di Azione che maneggia con abilità gli emendamenti dopo anni di vita in Parlamento – propone il suo ordine del giorno sulle intercettazioni nella legge europea che va in aula proprio oggi dal governo gli arriva un “evvai”.

Cosa chiede Costa? Lui la spiega così: “L’Italia non può ignorare la decisione lapidaria della Corte del Lussemburgo sui tabulati telefonici. Per la delicatezza dello strumento non può essere solo il pm, la pubblica accusa, a chiedere e ottenere quegli elenchi, ma è necessario il via libera di un giudice terzo, il giudice per le indagini preliminari”. Nell’ordine del giorno Costa descrive gli effetti di un tabulato: “Questo strumento svela la posizione nello spazio e nel tempo di una persona e la sua cerchia di relazioni sociali. Rivela con chi parla, a che ora parla, quanto tempo parla, dove si trova quando parla, con quale frequenza lo fa, chi chiama dopo aver sentito una persona. E così la vita diventa un libro aperto”.

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Cartabia, svolta sulla giustizia: «Pagelle alle toghe e valutazioni esterne»

martedì, Marzo 23rd, 2021

di Valentina Errante

Magistrati più preparati, sottoposti a verifiche periodiche, e processi veloci che “neutralizzino” il nodo gordiano della prescrizione che, per ragioni politiche, non potrà essere reciso. Il tavolo di lavoro sulla riforma penale, presieduto dall’ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, sta mettendo a punto gli emendamenti che il Guardasigilli Marta Cartabia dovrebbe presentare ai testi già incardinati alla fine di aprile. Si cerca la mediazione su molti punti, a partire dalla “revisione” della prescrizione, che può avvenire solo nell’ambito di una riorganizzazione dei processi. Ma Cartabia, come ha sottolineato in commissione Giustizia alla Camera, punta molto anche sulla formazione dei magistrati. Oggi intanto, la ministra parteciperà al plenum del Csm presieduto dal presidente Mattarella, che approverà l’istituzione della Procura europea.

VALUTAZIONI
L’idea annunciata dal vice presidente del Csm David Ermini, proprio sul Messaggero di domenica scorsa, di valutare le toghe è all’esame dei giuristi di via Arenula, che stanno studiando anche la riforma del Csm. Ma sembra escluso che le “pagelle” si basino su risultati concreti, come l’esito delle inchieste per i pm. La ministra sembra infatti più orientata a una periodica valutazione sulla formazione dei candidati o di chi già svolga ruoli direttivi e semidirettivi degli uffici giudiziari. Cartabia lo ha detto con chiarezza in commissione Giustizia alla Camera, esponendo le linee guida del suo programma. Il Guardasigilli ipotizza infatti corsi obbligatori più lunghi di quelli attuali, che riguardino anche i profili organizzativi dell’amministrazione della giustizia e coinvolgano anche docenti «e testimoni esterni al circuito giudiziario». Sessioni di studio che si concluderanno con una valutazione seria del profilo attitudinale dei partecipanti.

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Cartabia detta i tempi: un piano di due mesi per la nuova Giustizia

mercoledì, Marzo 10th, 2021

francesco grignetti

ROMA. Un mese per migliorare il piano per la giustizia del Recovery Plan, con più investimenti sugli organici, la digitalizzazione, l’infrastruttura giudiziaria. E poi un altro mese per presentare al Parlamento la nuova versione delle riforme-cardine: penale, civile, Consiglio superiore della magistratura. Forse anche una riscrittura della giustizia tributaria, ma serve un coordinamento con il ministero dell’Economia. È una marcia serrata, quella che la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha presentato ieri alle forze di maggioranza.

Se la partita del Recovery si gioca in poche settimane, le riforme dovrebbero essere approvate entro l’estate, per poi licenziare subito dopo i decreti delegati. Quando si voterà il rinnovo del Csm, a settembre, il governo vorrebbe che il nuovo meccanismo di voto sia già operativo. Considerando che sulla giustizia si giocano i destini dei governi, l’ambizione è altissima. E perciò la ministra Cartabia ha usato toni solenni, citando nientemeno che due classici della tragedia greca. «Vi invito – ha detto alla folta rappresentanza parlamentare presente – ad ascoltare le ragioni l’uno dell’altro. Ricordate Antigone o le Eumenidi: quando si arriva alle forme dell’intransigenza, pur in presenza di principi giusti, si finisce in tragedia per tutti; è la “polis” stessa ad esserne distrutta».

Sul momento, pare che l’appello sia piaciuto. «Il dialogo con il Parlamento avviato dalla ministra è il segno del cambiamento che contraddistingue questo governo», si compiace il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, Forza Italia.

La Cartabia ha voluto rendere omaggio al suo predecessore Alfonso Bonafede, dicendo che ha trovato un buon lavoro sul Recovery, ma che occorrerà migliorarlo. Non c’erano finanziamenti adeguati per la digitalizzazione dei processi o anche la digitalizzazione delle attività penitenziarie (tipo le telefonate via Skype che si fanno da quando c’è il Covid), ora ci sono. Anche i ddl all’attenzione del Parlamento non vengono cestinati. «Siamo soddisfatti degli esiti di questa riunione, si riparte dal riconoscimento della grande mole di lavoro lasciata in eredità dal precedente governo e dagli stessi obiettivi», proclamano infatti i M5S delle commissioni Giustizia.

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Prescrizione congelata. Ecco il piano di Cartabia per processi più veloci

sabato, Febbraio 20th, 2021

francesco grignetti

ROMA. Marta Cartabia fa la prima mossa da ministra sulla scacchiera della politica e vince. A sorpresa l’altra sera si è presentata alla Camera e ha chiesto un incontro con i capigruppo della maggioranza. Non capita quasi mai che il ministro Guardasigilli vada dai parlamentari; in genere li convoca. Mosse significative, come quella di ieri, quando ha scelto di visitare gli uffici del Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, un modo plateale per sottolineare la sua attenzione, finora dottrinale, domani concreta, al mondo delle carceri.

Giovedì la ministra aveva l’urgenza di parlare della prescrizione, ovvero gli emendamenti al decreto Milleproroghe contro la riforma che porta la firma del grillino Alfonso Bonafede, e che potevano portare a un’immediata esplosione delle tensioni. In tasca, Cartabia aveva un ordine del giorno che hanno poi firmato tutti. È uscita insomma dalla riunione, tenutasi nella sala del governo, con un’inattesa tregua e un generale apprezzamento .

Sulla prescrizione, seguendo l’invito della ministra («evitiamo strappi, c’è il tempo per ragionare») è stata stipulata una «pax» che durerà qualche tempo. Nel frattempo lei studierà i testi ereditati da Bonafede e tra questi la riforma del processo penale: se funzionasse, e i tempi si velocizzassero, allora la questione della prescrizione perderebbe di forza. Sia a mantenerne lo stop, sia a ripristinarla.

La soluzione Cartabia sarà un prossimo disegno di legge delega, entro il quale sarà affrontato, come recita l’ordine del giorno, «il nodo della prescrizione all’interno delle riforme del processo penale, nell’ambito cioè di un disegno più organico che consenta il bilanciamento dei principi costituzionali». Ha spiegato infatti la ministra, con il piglio di ex presidente della Corte costituzionale, che occorre contemperare l’efficacia della giustizia con i diritti degli imputati, la ragionevole durata del processo con la necessità di un processo giusto. E ha poi spiegato che il tempo per operare c’è, dato che i primi effetti pratici del blocco della prescrizione si vedranno a partire dal 2024 per le contravvenzioni e dal 2025 per i reati minori.

Nelle stesse ore, Draghi, che procede in stretto coordinamento con la ministra, rimarcava in Aula uguali concetti, invocando un processo che «rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali, che richiedono ad un tempo un processo giusto, e un processo di una durata ragionevole».

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Il processo costa? Ora c’è l’avvocato pro bono

martedì, Gennaio 26th, 2021

Maria Sorbi

Riescono a malapena a pagare l’affitto e tirare la fine del mese. Figuriamoci se si imbarcano in una causa legale. Sono le famiglie dei precari, quelle da mille euro al mese o poco più. Troppo povere per andare dall’avvocato, ma non abbastanza per ottenere il patrocinio di Stato, concesso solo a chi non supera un reddito lordo di 11.493 euro.

Allora che fanno? Rinunciano a difendersi, anche se hanno subìto un torto grave. I soldi non sono sufficienti per pagare le spese legali, i bolli, le notifiche e chissà cos’altro. Va così in frantumi uno dei principi più nobili sancito dalla nostra Costituzione che, dal 1948, stabilisce come «inviolabile» il diritto alla difesa per tutti. Tutti chi? Tutti quelli che se lo possono permettere. Non quelli che già rinunciano a vacanze, cure mediche, apparecchio per i figli, assicurazione dell’auto e qualsiasi tipo di spesa extra pur di far bastare lo stipendio risicato.

In base ai dati Istat, le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono 1,7 milioni e quelle in povertà relativa, che stanno attente anche alle ricariche del telefono, sono 3 milioni (cioè 8,8 milioni di persone). I numeri sono peggiorati durante la pandemia e la percentuale di chi non è in grado di risparmiare nemmeno un euro è salita dal 30 al 45%. Immaginabile tra attività chiuse e contratti saltati.

In questo sottobosco di nuovi poveri ci sono anche quelli che hanno subito un’ingiustizia, ma si trovano costretti a buttare giù il boccone amaro senza muovere un dito. Possono essere vittime di un intervento chirurgico andato male che li lascia invalidi a vita, di un incidente sul lavoro per cantieri poco sicuri e norme non rispettate, di una truffa. Oppure devono semplicemente affrontare un divorzio, un ricongiungimento familiare, il riconoscimento di una paternità, un diritto su un immobile, un problema di pignoramento e indebitamenti vari.

Ma non osano intraprendere un’azione legale contro ospedali super celebrati, enti pubblici o colossi assicurativi. Figuriamoci poi se la causa è contro il datore di lavoro, con il rischio di perdere il posto e mandare all’aria un equilibrio economico di famiglia già in bilico tra spese ordinarie e piccoli imprevisti.

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Strage di Viareggio: non fu omicidio

venerdì, Gennaio 8th, 2021
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Appello bis per disastro colposo, mentre le accuse di omicidio colposo cadono in prescrizione. In sintesi è questo il verdetto della Cassazione sulla strage di Viareggio. Era la notte del 29 giugno 2009, quando un treno carico di gpl deragliò a ridosso della stazione della città toscana. Morirono 32 persone. Undici sul colpo, travolte dal fumo e dalle fiamme che investirono le case vicine ai binari. Le altre, gravemente ferite, persero la vita giorni e settimane dopo. Tra queste c’erano anche dei bambini. Ne è seguito un lungo processo – oltre 150 udienze – che ha portato, in appello, a 25 condanne. Sono passati più di 11 anni e oggi la Cassazione ha stabilito per tutti gli imputati andrà fatto un processo di appello bis per quanto riguarda l’accusa di disastro colposo. Il reato di omicidio colposo, invece, è prescritto perché è caduta l’aggravante della violazione delle norme per la sicurezza sul lavoro. La notizia della prescrizione dell’omicidio colposo è stata accolta dalle urla strazianti dei familiari delle vittime. Alcuni di loro, in rappresentanza degli altri, hanno atteso il verdetto davanti al Palazzaccio.

Coppi (difesa Moretti). L’avvocato Franco Coppi, che difende Mauro Moretti, ha spiegato: “E’ stato ridimensionato radicalmente il verdetto della Corte d’Appello di Firenze: la Cassazione ha emesso un dispositivo molto complesso ma ad una prima lettura emerge subito che è stato colpito in modo profondo l’impianto delle accuse e delle responsabilità”. Anche per Moretti, che ha rinunciato alla prescrizione, andrà fatto un nuovo processo di appello.

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Caso Gregoretti, Salvini in aula: “A processo per aver salvato vite”

sabato, Dicembre 12th, 2020

Catania, 12 dicembre 2020 – “Interverrò in aula riportando alcuni dati del mio ministero. Abbiamo salvato vite e protetto un paese, quello che non è accaduto dopo, perché dopo di me ci sono stati morti annegati, diritti negati”. E’ quanto ha dichiarato il leader della Lega, Matteo Salvini,entrando nell’aula bunker di Bicocca a Catania per il caso Gregoretti. E’ in corso, infatti, la seconda udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio per sequestro di persona dell’ex ministro dell’Interno, per i ritardi nello sbarco da nave Gregoretti di 131 migranti ad Augusta, il 31 luglio 2019. “Mi dispiace solo di dovere far perdere tempo a giudici, avvocati, forze dell’ordine – ha continuato Salvini -, in un’aula bunker che solitamente è impiegata per processi di mafia. Io sono un cittadino italiano rispettoso di quello che la giustizia mi chiede per rispondere di quello che avevo promesso agli italiani di fare: bloccare il traffico di esseri umani e il business dell‘immigrazione clandestina senza fare male a nessuno”. E ha aggiunto: “Sono curioso di sentire cosa diranno in aula Conte, Di Maio, Toninelli e gli altri ministri che con me condividevano questa linea“.  “Il video in cui il premier Giuseppe Conte parla del governo e del ruolo dell’esecutivo nella decisione sugli sbarchi in Italia di migranti come idea condivisa è nella memoria difensiva già depositata agli atti del procedimento”, ha aggiunto l’avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Salvini, prima di entrare in aula.

Salvini è accusato di avere, “abusando dei poteri” da allora ministro dell’Interno, “privato della libertà personale i 131 migranti bloccati a bordo della Gregoretti dalle 00:35 del 27 luglio 2019 fino al pomeriggio del 31 luglio”. Nell’aula bunker del carcere di Bicocca, davanti al Gup, Nunzio Sarpietro, che li ha convocati come testimoni, sono stati chiamati a deporre gli ex ministri dei Trasporti, Danilo Toninelli, e della Difesa, Elisabetta Trenta. “La linea del governo era di fare interessare gli altri Stati europei al collocamento dei migranti – ha detto Toninelli -. Ma ogni sbarco era un caso a parte”. E ha aggiunto: “E’ in corso un tentativo di addossare su di me, sul ministro ai Trasporti, una scelta, che è solo del ministro dell’Interno. E’ stabilito dalle norme che per l’assegnazione del porto sicuro c’è un mandato unico al ministro dell’Interno che è il responsabile. Stiamo assistendo, invece, al tentativo di scaricare tutto sul ministero dei Trasporti, da parte di un uomo che diceva di difendere i confini italiani, che era l’uomo forte al governo”. 

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Luca Palamara, l’ex pm a Libero: “Ho fatto parte di un meccanismo. Ora voglio riformare la magistratura”

giovedì, Novembre 5th, 2020

Emilia Urso Anfuso

 È al centro di una vicenda complessa scoppiata in seno alla magistratura, e che ha trovato – almeno apparentemente – un solo protagonista, un unico colpevole: Luca Palamara. Eppure, basta scavare un poco tra le pieghe di questa storia per capire che non ha senso urlare allo scandalo. In queste ore circola la storia della “manina” che avrebbe passato le carte ai giornali per far saltare le trattative sul nuovo vertice dei pm di Roma. Pare una spy story «Non sta a me stabilire se esista o meno una “manina” che avrebbe passato le carte ai giornali con riferimento a fatti e notizie che riguardavano l’indagine nei miei confronti. Ciò che è certo è che anch’ io sono interessato a comprendere come e perché determinate informazioni siano state divulgate e diffuse in maniera illecita».

Perché ciò che è considerato normale in politica non lo è all’interno della magistratura?

«In questo momento, e sottolineo in questo momento, è stato più facile identificare nella mia persona l’unico autore degli accordi all’interno delle correnti. Ma ciò è accaduto perché non è mai stato spiegato il meccanismo attraverso il quale le correnti operano all’interno della magistratura stessa. Questo ha creato una sorta di diversità tra ciò che avviene in politica e ciò che avviene in magistratura. Intendo dire che, poiché mai stato reso pubblico il sistema delle nomine all’interno del Csm, quando si è iniziato a parlarne si è gridato allo scandalo. I cittadini conoscono il sistema delle nomine in politica e perciò non lo ritengono scandaloso».

Il Csm sembra non trovare pace anche sulla nomina in sostituzione del dimissionario Mancinetti.

«Non ritengo di essere la persona più indicata a rispondere alla domanda. Posso dire ciò che penso: non si è raggiunto un accordo tra le correnti».

Di recente è entrato a far parte della Commissione sulla riforma della giustizia del Partito Radicale. Una giustizia giusta è possibile?

«Per circa 25 anni ho operato all’interno della magistratura, e ho sempre seguito la linea dell’applicazione imparziale della legge. Avrò modo e occasione, spero, di dimostrare che mi sono sempre battuto per i principi di una giustizia giusta. Per questo motivo, ho ritenuto di voler mettere a disposizione l’esperienza della mia attività per chi si è sempre battuto per questi principi, anche se ho espresso nel corso degli anni diversità d’opinione e d’idee su determinate questioni. Però, poiché ritengo che il tema della giustizia molto importante per la vita dello Stato e dei cittadini, voglio mettere il mio bagaglio personale e professionale a disposizione di tutti».

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