Archive for the ‘Sanità’ Category

Covid, Covid in ripresa ovunque. Ecco perché gli Usa acquistano 100 milioni di dosi di vaccino Pfizer per la campagna d’autunno

giovedì, Giugno 30th, 2022

ROBERTO CAUDA

ROMA. Il dipartimento della Salute degli Stati Uniti, in collaborazione con il dipartimento della Difesa, ha annunciato un accordo per l’acquisto di oltre 100 milioni di dosi del vaccino anti Covid-19 Pfizer per la campagna di vaccinazione autunnale. Il contratto da 3,2 miliardi di dollari comprende sia dosi per adulti che per uso pediatrico. Analizzando i numeri che giornalmente vengono forniti circa l’andamento della pandemia in Italia, è ragionevole prevedere che assisteremo nelle prossime settimane quasi certamente ad un incremento dei casi tale da configurare una quinta ondata in estate. Infatti, il monitoraggio settimanale della pandemia indica un progressivo netto aumento dei nuovi contagi praticamente in tutte le regioni italiane, con un’incidenza che supera i 500 casi per 100.000 abitanti in diverse province. A questa crescita che non accenna a diminuire si associa, ma in misura minore, l’aumento dei ricoveri in area medica ed in terapia intensiva, mentre i decessi restano sostanzialmente invariati.

Diffusione delle varianti
La diffusione delle varianti Omicron 4 e 5, che sono più trasmissibili anche se non più gravi, contribuisce grandemente alla circolazione del virus ed al conseguente attuale aumento dei casi. Inoltre, ciò che sta accadendo in questo periodo sfata la convinzione che l’estate doveva essere considerata un porto franco, quando il virus circola di meno. Nel 2020 ha certamente influenzato il basso numero di contagi estivi, l’onda lunga del lockdown attuato da marzo a giugno e nel 2021 la percentuale crescente di soggetti recentemente vaccinati e quindi protetti nei confronti delle varianti allora in circolazione. L’incidenza di infezioni ospedaliere da SARS-CoV-2 avvenute in 12 ospedali regionali del Massachussets, tra il 21 luglio 2020 ed il 28 febbraio 2022, viene descritta in uno studio (Komplas M. e altri) da cui emerge un significativo aumento delle infezioni intra-ospedaliere da SARS-CoV-2 legato alla variante Omicron. Questo aumento può essere spiegato dall’ampia diffusione in comunità di Omicron, variante che si caratterizza per una maggiore contagiosità e che determina una elevata incidenza di infezioni negli operatori sanitari, nei visitatori ed in altri pazienti che possono quindi essere altrettante sorgenti di infezione.

Misure di controllo
Per questo motivo, nell’articolo si sottolinea che, a dispetto delle stringenti misure di controllo delle infezioni e dell’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, il rischio di infezioni intra-ospedaliere può essere significativamente elevato quando una variante virale, come Omicron, è molto trasmissibile ed è diffusa ampiamente nel territorio. Uno studio (Caccuri F e altri) sottolinea che le mutazioni che insorgono nello spike di SARS-CoV-2 contribuiscono largamente all’adattamento virale all’uomo. Infatti, la persistenza di un virus all’interno di un organismo consente l’evoluzione del virus e ciò per SARS-CoV-2 si è probabilmente verificato in pazienti immunocompromessi che consentono la replicazione virale per un lungo tempo. Infatti, gli autori dimostrano l’esistenza di mutanti minori di SARS-CoV-2 in campioni biologici ottenuti da un paziente immunocompromesso che si sono sviluppati nel corso di una infezione persistente (222 giorni di replicazione virale). In particolare, il mutante originale è stato sostituito da una quasi specie minore che esprime due mutazioni critiche nello spike e questo determina sia una più rapida capacità replicativa del mutante rispetto all’originale, che un maggior effetto sul sistema immunitario ed in particolare sulla produzione di gamma interferone. L’importanza di questa segnalazione risiede nel fatto che la comparsa di una quasi specie virale diversa da quella originale, se ha una capacità replicativa maggiore, può soppiantare il virus originale e, quasi certamente, questo è il meccanismo che ha dato origine alle varianti che oggi conosciamo di SARS-CoV-2.

Il ruolo del microbioma intestinale

E’ noto che il microbioma intestinale, gioca un ruolo importante in diverse malattie ed in questo studio (De Maio F. e altri) è stato analizzato il microbioma intestinale di 30 pazienti ospedalizzati con polmonite da SARS-CoV-2. Dall’analisi dei risultati emerge chiaramente che l’infezione da SARS-CoV-2, induce significativi cambiamenti nella flora microbica intestinale, cambiamenti che tendono a regredire in tempi piuttosto lunghi. Inoltre, esistono molti fattori riferibili al microbioma intestinale che potrebbero influenzare il decorso della malattia COVID-19 e per questo l’auspicio è che studi analoghi con casistiche più significative vengano condotti al più presto per chiarire questo importante aspetto.
Una press release (Comunicato stampa) della Food and Drug Administration (FDA) americana ha annunciato che è stato autorizzato l’uso emergenziale dei vaccini contro COVID-19 Moderna e Pfizer per la prevenzione della malattia nei bambini al di sotto dei 6 anni di età. Questa autorizzazione si basa sulla valutazione dei dati di sicurezza ed efficacia ottenuti somministrando i vaccini a mRNA in questa fascia d’età ed in considerazione dei noti e potenziali benefici che sono maggiori dei potenziali e noti effetti collaterali.

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Venti casi in Europa, uno in Italia: torna il vaiolo (ma stavolta è la “variante delle scimmie”)

venerdì, Maggio 20th, 2022

Paolo Russo

La raccomandazione ad essere prudenti nei rapporti sessuali, il riferimento alla diffusione nella comunità gay, la trasmissione del virus partita dai primati. Il riferimento un po’ sinistro all’Aids c’è, ma il “vaiolo delle scimmie”, sbarcato ieri ufficialmente in Italia, non è nuovo e, almeno per il momento, non minaccia di diventare la nuova peste del Duemila. Il giovane proveniente dalla Canarie risultato positivo al “Monkeypox virus” è in isolamento ma in buone condizioni generali, mentre il ministero della Salute annuncia altri due casi sospetti.

La regione Lazio ha messo in moto i suoi cacciatori di virus per individuare con il massimo rispetto della privacy eventuali contatti stretti, mentre l’Oms parla di «situazione in rapida evoluzione», perché i casi sarebbero più di una ventina, concentrati soprattutto in Gran Bretagna, Spagna e Portogallo, mentre 13 ne segnala il Canada, uno gli Usa. Ma di ora in ora il numero dei casi sospetti aumenta. «I sintomi sono vari ma in genere lievi, come febbre, dolori muscolari, cefalea, rigonfiamento dei linfonodi, stanchezza. Una caratteristica sono anche le manifestazioni cutanee, come vescicole o piccole pustole, anche sugli organi sessuali», spiega Anna Palamara, direttrice del dipartimento malattie infettive dell’Iss. Che intanto ha messo in allerta su tutto il territorio nazionale le reti sentinella dei centri per le infezioni sessualmente trasmissibili. «La malattia – aggiunge – evolve in genere spontaneamente e senza bisogno di farmaci».

Niente a che vedere con il vaiolo originale, eradicato nel lontano 1980 e che aveva un tasso di mortalità del 30%. «Ma non è una passeggiata – spiega il virologo dell’Università di Milano, Fabrizio Pregliasco – perché alcuni ceppi del vaiolo delle scimmie, che in realtà ha creato dei serbatoi nei ratti, possono arrivare a provocare un decesso ogni dieci casi, soprattutto dove non ci sono adeguati livelli di assistenza sanitaria».

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Speranza: “Più medici e un miliardo alle Regioni per tagliare le liste d’attesa”

lunedì, Maggio 16th, 2022

di Michele Bocci

Ministro della Salute Roberto Speranza, in certe Regioni e per certe specialità le liste di attesa sono lunghissime. Interverrete?
“È un problema che viene da lontano ed è stato ulteriormente complicato dal Covid. Abbiamo già indirizzato un miliardo di euro, in due tranche, alle Regioni per affrontarlo e ci aspettiamo di vedere presto i risultati. La questione attese è legata al numero di medici più che alle attrezzature. Sul personale abbiamo avviato un’operazione mai vista”.
Cosa avete fatto?
“Nel nostro Paese si finanziavano in media 5 o 6 mila borse di specializzazione in medicina l’anno. Così il numero dei nuovi medici pronti a entrare nel sistema era sempre inferiore a quello di chi andava in pensione o comunque lasciava. Negli ultimi due anni abbiamo finanziato prima 13.400 borse e poi 17.400. C’era un imbuto formativo, ora non esiste più”.
Quei dottori saranno disponibili dopo i 4-5 anni di specializzazione. Le attese, anche oltre 250 giorni per una visita o un esame in certe città, come ha rivela la nostra inchiesta, ci sono ora.
“Ma i medici non si comprano sul mercato internazionale, come i camici o i respiratori. O li hai formati con una programmazione pluriennale o non li hai. Noi negli ultimi due anni abbiamo finalmente investito come si doveva. Per l’immediato il miliardo di euro in più servirà a comunque a recuperare con interventi straordinari”.
Il sistema sanitario ha abbastanza fondi a disposizione?
“Quando sono diventato ministro, nel settembre 2019, il fondo sanitario nazionale era a 114 miliardi di euro e aumentava in media di meno di un miliardo all’anno. Ora, dopo due anni e mezzo, siamo arrivati a 124 miliardi, 10 in più. Non c’era mai stato nella storia del servizio sanitario nazionale una crescita delle risorse così importante in tempi così brevi”.
Perciò quanto fatto è sufficiente?
“C’è stata una stagione troppo lunga di definanziamento della sanità e le risorse vanno aumentate ancora. Abbiamo l’impegno a portare il fondo a 128 miliardi in due anni, ma voglio lavorare per fare crescere ancora questa cifra. Poi sono per superare i tetti di spesa che hanno le Regioni, a partire da quella per il personale”.
Le Regioni chiedono più soldi per la lotta al Covid.
“Abbiamo già messo molte risorse al di fuori del fondo sanitario nazionale per la pandemia. Ne servono ancora e le troveremo. Sono stati anni difficili e avremo altre spese, ad esempio per i vaccini. Ma non è accettabile che il dibattito non tenga conto di un dato di realtà: così tanti soldi sulla sanità non sono mai stati messi”.
Si riferisce anche al Pnrr?
“Sì, si aggiungono all’incremento del fondo. Arriveranno 20 miliardi grazie al Pnrr. Poi ci sono 625 milioni che per la prima volta la programmazione europea riserva al “Pon” salute, per le aree svantaggiate. Quei soldi vanno al Sud e serviranno anche a recuperare gli screening oncologici saltati”.
I pronto soccorso sono in crisi, i medici lasciano per lo stress. Basteranno più specializzazioni?
“Senza dubbio il lavoro nell’emergenza è spesso estenuante. Noi abbiamo fatto un primo passo stanziando 90 milioni e istituendo una nuova indennità specifica per chi lavora al pronto soccorso. Sono prime risorse, cercheremo di trovarne altre ma si tratta di un segnale: diciamo ai lavoratori che siamo consapevoli delle loro difficoltà. Poi avrà un ruolo fondamentale il Pnrr”.

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Covid e il post pandemia, così Speranza: “Ecco come rivoluzioneremo la sanità”

mercoledì, Febbraio 23rd, 2022

Paolo Russo

«La pandemia ha reso evidenti almeno tre limiti della nostra sanità: il ritardo nel sapersi adeguare ai bisogni di una popolazione che invecchiando ha fatto esplodere le malattie croniche, il deficit digitale e una crescita delle diseguaglianze nell’accesso ai Lea, i livelli essenziali di assistenza, che sono su valori non adeguati al Sud. Ma ora abbiamo l’opportunità di trasformare la più dura emergenza sanitaria del dopoguerra in una grande opportunità di ammodernamento e rafforzamento della nostra sanità pubblica». Per spiegare come, il ministro Roberto Speranza si presenta con decine e decine di pagine fitte di numeri, che alla fine portano a qualcosa come 30 miliardi di risorse aggiuntive tra Pnrr, rifinanziamento del fondo sanitario e fondi Ue per la povertà sanitaria nel Mezzogiorno. Soldi che serviranno a ricucire le piaghe aperte dalla pandemia nella sanità, documentate dalla nostra inchiesta a puntate della scorsa settimana. «Anche se le difficoltà del nostro sistema sanitario nazionale non nascono con il Covid, ma da una troppo lunga stagione di tagli che lo ha preceduto», ci tiene a precisare prima di posare un attimo lo sguardo sul presente. Perché ancora ieri l’altro Salvini e Meloni hanno tentato lo strappo, cercando di far passare un emendamento che avrebbe mandato ovunque in soffitta il Green Pass a partire dal 31 marzo. «Ma il Covid non scompare premendo il tasto off come se stessimo spegnendo la luce. Nei prossimi giorni continueremo a monitorare il quadro epidemiologico, ma i dati su contagi e ricoveri sono tutti in via di miglioramento. È chiaro che ci troviamo in una fase nuova, ma serve gradualità, non possiamo far saltare in un solo momento tutte le precauzioni che ci hanno consentito di lasciare aperto mentre altri in Europa entravano in lockdown». E sullo stato di emergenza lascia capire che, salvo improvvise inversioni di rotta della pandemia, potrà essere superato alla scadenza del 31 marzo. «Valuteremo nelle prossime settimane e poi decideremo, ma è chiaro che l’obiettivo è quello di una progressiva uscita dall’emergenza». Intanto ci si muove per proteggere i più fragili. «Le autorità scientifiche e sanitarie hanno per ora ritenuto di dover avviare dal primo marzo la somministrazione della quarta dose per le persone immuno-compromesse. Per il resto della popolazione non sono ancora disponibili i dati necessari per prendere una decisione. Quando li avremo le autorità scientifiche, che sempre ci hanno guidato in queste scelte, diranno se e quando sarà eventualmente necessario estenderla anche ad altre fasce della popolazione».

«Ma, mentre continuiamo a combattere il virus, ora è il momento di alzare lo sguardo oltre l’emergenza». Ed è una sanità da sogno quella che disegna con passione Speranza. «Il filo che unisce tutti i nostri interventi ruota intorno a tre parole chiave: prossimità, innovazione e uguaglianza». La prima è vicina a essere tradotta in realtà con un nuovo provvedimento che rivoluziona la trincea della medicina del territorio, caduta ai primi assalti del Covid. «Con la cronicizzazione delle malattie c’è sempre più bisogno di una sanità di prossimità, che sia più vicina alle persone. E il cuore della nuova rete territoriale saranno le Case di comunità. Luoghi fisici dove 24 ore su 24 e sette giorni su sette équipe multiprofessionali composte da medici di famiglia, pediatri di libera scelta, specialisti, infermieri di famiglia e di comunità potranno rispondere a tutti i bisogni di assistenza che non siano quelli legati all’emergenza e alla fase acuta della malattia, compresa la possibilità di eseguire esami diagnostici di primo livello». Di quelle principali, gli hub, ne sorgeranno da qui al 2026 una ogni 40-50mila abitanti, «per un totale di 1.350 strutture, alle quali si affiancheranno le altre Case della salute spoke, quelle dove medici di famiglia e infermieri garantiranno assistenza e prenotazioni ad altri servizi tramite il Cup regionale, 12 ore al giorno e sei giorni su sette». Una rivoluzione copernicana rispetto agli studi dei medici di base aperti oggi in media 15 ore la settimana. Ma con i 7 miliardi destinati al territorio dei 20 complessivi del Pnrr «faremo anche della casa il primo luogo di cura, portando entro il 2026 l’assistenza domiciliare al 10% per gli over 65. E guardi che partiamo dal 4% che è inferiore di due punti alla media Ocse. E un effetto fondamentale l’avrà la Telemedicina, sulla quale investiamo un miliardo». A completare la rete c’è poi il tassello degli ospedali di comunità. «Ne realizzeremo 400 entro il primo semestre del 2026 e saranno fondamentali per assistere quei pazienti che non hanno più bisogno dell’ospedale ma che necessitano comunque di brevi degenze per stabilizzare la propria condizione clinica».

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Il Viagra online illegale: 2,4 milioni di clienti italiani. Ecco dove si vende e tutti i rischi

lunedì, Febbraio 21st, 2022

di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

La paura degli effetti collaterali è esplosa con la campagna vaccinale, spinta dall’attenzione verso un farmaco messo inizialmente sul mercato con un’autorizzazione in via emergenziale, tant’è che i vaccini contro il Covid sono i più osservati di sempre, e ogni minimo sintomo viene segnalato al medico e alla farmacovigilanza. Su altri medicinali la preoccupazione sta a zero. Prendiamo quelli contro la disfunzione erettile: Viagra (a base di Sildenafil), Cialis (a base di Tadalafil) e Levitra (a base di Vardenafil), e i generici con gli stessi principi attivi. Nel 2020, ultimi dati Aifa disponibili, le vendite ufficiali ammontano a 212,9 milioni di euro per 41,4 milioni di dosi, collocandoli tra i farmaci più venduti di fascia C (ossia non rimborsati dal Servizio sanitario nazionale) dopo il paracetamolo e gli ansiolitici a base di benzodiazepine. L’Italia è il secondo Paese al mondo per consumo dopo la Gran Bretagna.

In farmacia e solo con ricetta: gli effetti collaterali

Devono essere venduti solo in farmacia e su prescrizione medica, perché rischiosi (d.lgs. 219/2016, art. 112-quater comma 1). Le reazioni avverse del Viagra sono segnalate da Ema. Quelle molto comuni (più di 1 su 10): mal di testa. Le comuni (1 su 100): vertigini, disturbi visivi, vampate di calore, congestioni nasali e nausea. Uno su 1.000: rinite, sonnolenza, congiuntiviti, vertigini, tachicardia, palpitazioni, ipertensione, epistassi, vomito, dolori addominali e dolori al petto, frequenza cardiaca aumentata. Uno su 10.000: morte cardiaca improvvisa, infarto, aritmia e fibrillazione atriale.

Chi li compra: i numeri del sommerso

Dalle statistiche della Società italiana di Urologia su 3 milioni di maschi italiani che hanno il problema il 13% del totale, solo 600 mila, seguono una terapia; vuol dire che gli altri 2,4 milioni sono potenzialmente gli acquirenti che si rivolgono al mercato web illegale. Lo sono, come confermano urologi e andrologi, soprattutto i giovani che assumono la pillola per fare fronte all’ansia da prestazione, e per i quali sarebbe più utile invece un colloquio con uno psicologo. A questi numeri si sommano quelli che sfuggono alle statistiche: i consumatori di serate hard, dove insieme alla pillola blu si assumono anche stupefacenti.

(…) su 3 milioni di maschi italiani che hanno il problema il 13% del totale, solo 600 mila, seguono una terapia; (…) altri 2,4 milioni sono potenzialmente gli acquirenti che si rivolgono al mercato web illegale

Le farmacie online: come funzionano

Online possono essere venduti solo medicinali senza obbligo di ricetta e solo da farmacie o «corner della salute» autorizzati. Per rendere immediatamente riconoscibili gli esercizi commerciali con il permesso di vendere farmaci, il ministero della Salute ha predisposto un «logo identificativo» da esporre sulla pagina web: all’utente basta cliccare sul logo e, se tutto è in regola, viene rinviato all’elenco delle farmacie autorizzate. Tutte le altre sono fuorilegge. A metà febbraio ne abbiamo contate almeno 46 che offrono illegalmente in Italia il Viagra e gli altri farmaci contro la disfunzione erettile: non viene chiesta la ricetta medica, il prezzo è più basso di almeno il 30% (intorno ai 10 euro a pillola spacciata per una compressa da 100 mg di Viagra contro i 15-16 euro di quella originale Pfizer), tempo per completare l’ordine 3 minuti, consegna in 4-7 giorni, pagamento anche in bitcoin, garanzia di anonimato, recapito in busta non identificabile. Ma chi c’è dietro a queste farmacie che operano spudoratamente alla luce del sole? Vediamolo, con l’aiuto della società milanese di cyber security Swascan (gruppo Tinexta spa) guidata dal ceo Pierguido Iezzi.

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Medici di base in crisi dopo la pandemia, sanità senza assistenza

domenica, Febbraio 20th, 2022

Paolo Russo

ROMA. Nell’agosto del 2019 il numero 2 della Lega, Giancarlo Giorgetti, la Caporetto dell’assistenza domiciliare dell’annus horribilis 2020 l’aveva a modo suo preannunciata, quando scatenando le ire dei diretti interessati disse: «Nei prossimi cinque anni mancheranno 45 mila medici di base, è vero. Ma chi va più da loro? Oggi nel mio paese vanno a farsi fare la ricetta, ma chi ha meno di 50 anni va su internet a cercarsi lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico di famiglia, quella roba lì, è finita». Parole coerenti con quello che proprio il Carroccio ha perseguito nei sui numerosi anni di governo della Lombardia, dove si è puntato forte sui super ospedali e poco sul territorio. Finendo per far travolgere il sistema sanitario lombardo dall’urto della prima ondata di Covid. Ma «quella roba lì», la prima trincea sanitaria dell’assistenza territoriale, alla lunga ha finito per essere spazzata via anche altrove. A dirlo sono i morti. In base all’andamento dei cinque anni precedenti, nel 2020 in Italia si sarebbero dovuti contare 645 mila decessi, ai quali sommare i 74 mila accertati per Covid dalla Protezione civile, per un totale di 719 mila. Alla fine ne risultarono 22 mila in più. Morti di altro? Difficile, visto che la mortalità per incidenti crollò con il lockdown, così come quella per malattie infettive varie. Secondo gli epidemiologi quelle morti occulte sono invece da attribuire al Covid. Persone decedute a casa senza assistenza e quindi nemmeno una diagnosi. Perché i medici di famiglia, senza protezioni e senza un minimo di coordinamento con chi ne sapeva più di loro negli ospedali, se ne rimasero asserragliati nei loro studi deserti. E chi invece andò ad affrontare il virus a mani nude pagò con la vita il proprio coraggio.

Ma anche in seguito, nell’era dei vaccini, il loro ruolo è rimasto sempre marginale. Basti ricordare quando nel 2021 si tentò di coinvolgerli a dare una mano con i tamponi. «Non abbiamo gli studi attrezzati per farli», fu il muro di gomma alzato dal potente sindacato di categoria, la Fimmg. Eppure per l’assistenza territoriale le Regioni schierano un esercito che non è da meno di quello in forza negli ospedali: 42 mila medici di famiglia, 7.400 pediatri di libera scelta, oltre 17 mila medici di continuità assistenziale (le ex guardie mediche), 2.900 medici di assistenza territoriale, altri 1.600 nella medicina dei servizi. In totale 72 mila camici bianchi, con la sicurezza dello stipendio fisso ma senza i vincoli dei dipendenti perché liberi professionisti in convenzione. Quella che ai medici di famiglia con 1.500 pazienti a carico consente di tenere aperti gli studi per 15 ore settimanali, quando la maggioranza dei loro colleghi ospedalieri, oberati di lavoro, ne fa 48.

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Patrizia Popoli (Aifa): «Il vaccino di Novavax da gennaio in Italia. Si conserva in frigo e per diversi mesi»

giovedì, Dicembre 23rd, 2021

di Margherita De Bac

Parla la residente commissione tecnico scientifica dell’agenzia Aifa, dopo l’approvazione del nuovo anti Covid

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Patrizia Popoli, presidente della commissione tecnico scientifica dell’agenzia del farmaco Aifa, direttore centro nazionale di ricerca e valutazione dei farmaci dell’Iss, è appena uscita dalla riunione dove è stato deciso il via libera al vaccino di Novavax.

Qual è il suo valore aggiunto?
«Ha mostrato un’efficacia del 90% in diversi e ampi studi clinici, testato su 50 mila volontari, 30 mila dei quali hanno ricevuto il vaccino. È stato provato anche sugli anziani. L’efficacia si mantiene costante negli ultra 65enni. Nessun evento avverso preoccupante. Inoltre è un vaccino molto maneggevole, da conservare in frigo e per diversi mesi».

Potrebbe risultare più accettato da parte degli esitanti?
«Ha un meccanismo d’azione diverso. Contiene proteine ricombinanti del virus, cioè coltivate in laboratorio. È possibile che questa metodica tradizionale possa risultare più rassicurante per coloro che temono i vaccini a mRNA (Pfizer e Moderna)anche se non c’è nessuna ragione per diffidare degli altri anti Covid, altrettanto efficaci e sicuri».

Protegge dalla variante Omicron?
«I dati degli studi si riferiscono a una popolazione in cui questa variante non circolava. Abbiamo visto però che anche con i vaccini a mRNA, non testati in origine contro il nuovo ceppo virale, si è protetti dalla malattia grave».

Quando sarà disponibile in Italia?
«A partire da gennaio».

È un passo in avanti nella lotta contro la pandemia?
«Certamente. Ora abbiamo in mano uno strumento ideale per i Paesi dove è difficile mantenere la catena del freddo».

Cosa aspetta Aifa a partire con la campagna di terze dosi ai minorenni?
«Ne stiamo discutendo, è possibile che il parere sarà pronto a breve . L’agenzia americana Fda ha già autorizzato la terza dose nei 16-17enni, mentre l’ente europeo Ema ha autorizzato il richiamo solo per i maggiorenni .».

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Omicron, allarme Oms: “Diffusione molto più rapida di Delta”. Il 23 dicembre cabina di regia con Draghi, verso una nuova stretta

domenica, Dicembre 19th, 2021

«Omicron si sta diffondendo rapidamente nei Paesi con alti livelli di immunità della popolazione, molto più di Delta, ma non è chiaro se sia dovuto alla capacità del virus di eludere l’immunità, alla sua intrinseca maggiore trasmissibilità o a una combinazione di entrambi». L’allarme viene dall’Organizzazione mondiale della sanità in un ultimo aggiornamento tecnico sulla pandemia: la variante, si specifica, è ormai presente in 89 Paesi e il numero dei casi raddoppia in 1,5 – 3 giorni nelle zone in cui c’è trasmissione locale del virus. «Dato il numero di casi in rapido aumento, è possibile che molti sistemi sanitari vengano rapidamente sopraffatti».

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La variante fa paura anche all’Italia, nonostante il nostro paese sia ancora messo meglio rispetto a molti altri europei: per questo il premier Draghi ha convocato una cabina di regia per il prossimo giovedì 23 dicembre a Palazzo Chigi, che lui stesso presiederà. L’ipotesi più probabile è che si vada verso nuove restrizioni, anche se non è chiaro se scatteranno già a Natale o a gennaio.

Favorevole a misure drastiche il virologo Fabrizio Pregliasco che invoca un nuovo lockdown: «Dobbiamo trovare dei modi per mitigare e diluire l’impatto sulla curva dei casi e assorbire al meglio le conseguenze, per questo tutti gli interventi possono aiutare e anche un lockdown ci permetterebbe di gestire meglio l’impatto. Capisco che non è facile ma dobbiamo essere flessibili». Sulla possibilità invece di preferire l’introduzione immediata dell’obbligo vaccinale, Pregliasco avverte che «occorre avere la forza e procedere poi con la fattibilità nell’eseguirlo, non è facile». 

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Nel frattempo, sono in aumento i ricoveri per Covid tra i bambini di età inferiore ai 3 anni: «Si osserva, nelle ultime settimane – si legge nel report dell’Iss – un aumento del tasso di ospedalizzazione nella fascia <3 anni (poco sopra i 4 ricoveri per 100.000 abitanti), mentre nelle altre fasce di età risulta stabile».

«La presenza della variante Omicron era largamente attesa, in linea con quanto osservato anche negli altri paesi, ed è probabile un aumento dei casi nei prossimi giorni» dice il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro che poi aggiunge: «La crescita del numero dei casi depositati testimonia l’efficienza della rete di monitoraggio e dei sistemi messi in campo per seguire l’evoluzione della variante. Restano fondamentali le raccomandazioni date finora, di iniziare o completare il ciclo vaccinale anche con la terza dose, usare la mascherina e seguire le misure individuali e collettive per ridurre al minimo la diffusione del virus».

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Le frustrazioni dentro il Cts e le accuse a Locatelli e Draghi: “Il confronto è solo tra loro”

giovedì, Dicembre 2nd, 2021

ILARIO LOMBARDO

Che qualcosa non abbia funzionato tra Palazzo Chigi, il ministero della Salute e quello dell’Istruzione è ormai chiaro. Meno lo è che lo stop di Mario Draghi alla circolare che avrebbe fatto scattare la didattica a distanza dopo un solo caso in classe di positività al coronavirus è avvenuto in un momento di tensione tra la presidenza del Consiglio e la struttura scientifica del ministero guidato da Roberto Speranza. Dalle confidenze raccolte dopo il pasticcio delle circolari (ricordiamo: la seconda che in meno di ventiquattr’ore smentisce la prima e conferma che non basterà un solo caso positivo per portare tutti, studenti e insegnanti, in Dad) è possibile ricostruire il senso di frustrazione prodotto all’interno del Comitato tecnico-scientifico dallo scollamento tra le decisioni del presidente del Consiglio e le indicazioni dei collaboratori scientifici del ministero. Nelle ultime ore la tensione è salita e tra gli sfoghi ci sarebbero state anche voci, non confermate, di possibili dimissioni tra i membri del Cts. La ragione è semplice e investe le responsabilità di coordinamento e di raccordo con Draghi del portavoce del Comitato, Franco Locatelli.

Spesso, ormai, il premier si confronta solo con il presidente del Consiglio superiore di sanità. Il resto del Cts si sente bypassato, si riunisce su aspetti considerati più marginali o viene chiamato a esprimersi sempre meno, anche sul monitoraggio settimanale dei contagi. Avrebbe dovuto essere Locatelli, sostengono le fonti contattate, a difendere la scelta dei colleghi sulle quarantene, a spiegare perché era necessario, visto l’aumento dei contagi, essere pronti in via prudenziale a una stretta maggiore sulla scuola. Invece, da quanto confermato a Palazzo Chigi, quando il premier lo ha chiamato per ricevere rassicurazioni, Locatelli ha sostenuto che lo stato epidemiologico della curva permetterebbe di evitare, al momento, misure più restrittive.

È quello che vuole sentirsi dire Draghi. La scuola è un tema che lo tocca più di altri: ha promesso niente più Dad generalizzata e finché è possibile vuole mantenere la parola. Il resto è noto: il premier chiama il commissario straordinario all’emergenza Covid, il generale Francesco Paolo Figliuolo, e costringe Speranza e il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi a far riscrivere la circolare. Insieme stabiliscono che saranno gli uomini e la struttura del commissario a intensificare il tracciamento. Con l’aumento dei casi, i test stanno ingolfando le Asl e aumentando il lavoro di insegnanti e presidi, obbligati a supplire alla mancanza di controlli.

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Speranza: “Ue in azione contro la variante. Lo stop dei voli ci consente di guadagnare tempo”

lunedì, Novembre 29th, 2021

Annalisa Cuzzocrea

Dice Roberto Speranza che l’Italia, da sola, non basta. E che se una cosa l’abbiamo finalmente imparata, in questa disperata e continua lotta contro un virus che muta forma e bersagli, è che l’azione comune – a livello europeo, prima, mondiale, subito dopo – è irrinunciabile.

Alle 13. 30 i ministri della Salute dei Paesi del G7, quindi Italia, Francia, Germania, Canada, Giappone, Stati Uniti e Regno Unito, si riuniranno per esaminare tutti gli aspetti della variante Omicron. La sua pervasività, la sua forza, le misure da prendere per contrastarla. Subito dopo ci saranno nuove riunioni a livello europeo. «È la prima volta che c’è un coordinamento del genere a livello di Unione europea – fa notare Speranza – stiamo imparando che se chiude un solo Paese, non serve a nulla. L’Italia è stata la prima a fermare i voli dal Sudafrica di fronte alla minaccia di Omicron, ma Stella Kyriakides, la commissaria europea per la Sicurezza alimentare e la Salute pubblica, ha invitato tutti a fare lo stesso con l’appoggio della presidente von der Leyen». Nessuno, né a Roma né a Bruxelles, si illude che basti questo a fermare il Covid-19. «Quello che stiamo facendo – continua il ministro – è comprare tempo. L’effetto è quello di rallentare la variante in modo che i nostri scienziati possano studiarla». Cosa serve sapere, è presto detto: «Innanzi tutto dobbiamo scoprire se Omicron è davvero più veloce e se finirà per sopravanzare la Delta». Poi, «viste le tante mutazioni della proteina Spike, bisogna capire se Omicron indebolisce la protezione data dai vaccini. La nostra opinione, finora, è che i vaccini dovrebbero comunque reggere, ma per avere certezze occorre ancora un po’di tempo».

C’è un problema ulteriore che però Speranza intende porre alla riunione dei ministri della Salute G7. Riguarda l’Africa, il continente che troppo a lungo – nel mezzo della pandemia – abbiamo finto di non vedere. «Ci scambieremo tutte le informazioni che abbiamo su Omicron, ma anche il tema di Co-vax – il programma di aiuti grazie al quale bisognerebbe riuscire a portare i vaccini ai Paesi poveri – va posto con forza. Un’altra lezione imparata, con questa variante, è che bisogna accelerare nell’aiutare chi è indietro. Noi abbiamo spinto molto durante il G20 con l’obiettivo del 40% di vaccinati nel mondo entro il 2021 e del 70% entro i primi sei mesi del 2022». Con tutta evidenza, siamo lontani dall’obiettivo: in Africa solo 15 Paesi su 54 hanno raggiunto il 10% di popolazione vaccinata. Ci vivono 1,3 miliardi di persone, il 17% della popolazione mondiale che finora ha avuto accesso solo al 3% delle dosi di vaccino globali.

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