Archive for the ‘Sanità’ Category

Basta virologi in tv, preso di mira Matteo Bassetti: valanga di firme per la petizione sulla radiazione

mercoledì, Luglio 7th, 2021

Matteo Bassetti ha tirato troppo la corda sul Covid e sulle possibili restrizioni da attuare in futuro. È questa l’idea di Robby Giusti, che ha lanciato una petizione e l’ha diretta a Filippo Anelli, il nuovo Presidente dell’Ordine Nazionale dei Medici. “Chiediamo la ‘RADIAZIONE dall’ALBO’ del Virologo Matteo Bassetti – Basta Tv” il titolo della petizione che in poco più di quattro ore ha portato a casa oltre 26mila firme, marciando come un treno. In particolare a Bassetti viene contestata questa frase pronunciata negli scorsi giorni: “Hai deciso di non vaccinarti, di mettere a rischio la tua salute, ma anche quella degli altri? Bene, i vaccinati faranno una vita normale, i non vaccinati si chiuderanno in casa”. “Riteniamo che Matteo Bassetti, debba essere Richiamato dall’Albo dei Medici in quanto un medico non si può permettere con le sue dichiarazioni di fomentare l’incitamento all’Odio ed alimentare la discriminazione. La ‘Radiazione dall’Albo’ – spiega il promotore della petizione già virale – è palesemente una provocazione, perché radiare un luminare del suo calibro sarebbe un peccato, ma invece una radiazione di tutti i Virologi dall’ambiente televisivo sarebbe giusto”. 

L’affondo poi conclude: “I medici devono stare in ospedale non in Tv. Il Comportamento del Medico Virologo, viola la libertà dei cittadini, la libera scelta ed è ancora più grave dato la notorietà e la stima internazionale nei confronti del Dott. Bassetti”.

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Oltre 6,5 milioni di anziani a rischio I medici: mani legate dalla privacy

sabato, Luglio 3rd, 2021

PAOLO RUSSO

Come previsto la “flash survey” a cura dell’Iss ha certificato che la variante Delta sta dilagando anche in Italia, superando il 20% di incidenza rispetto al totale dei casi Covid. Ma si tratta di una fotografia vecchia di 10 giorni, scattata sui sequenziamenti a campione del 22 giugno. La mutazione B.1.617.2 però corre veloce, come ci ha insegnato l’esperienza britannica, dove da giorni si viaggia al ritmo di circa 28mila ma con un numero di morti contenuti intorno alla ventina. Merito di una campagna vaccinale che ha già protetto con due dosi dalla Delta il 63% della popolazione adulta, mentre da noi ad aver completato il ciclo di immunizzazione è il 35,6% degli over 12, ossia 19 milioni e 233mila persone.

Letto al contrario significa che oltre 41 milioni di italiani sono esposti a rischio di infezione da variante o perché non vaccinati proprio o perché coperti con una sola dose, che si è dimostrata essere facilmente perforabile dalla mutazione ex indiana. E a preoccupare di più è il fatto che questo rischio lo corrono ben 6 milioni e 672mila over 60, i più esposti al pericolo di finire in ospedale o peggio ancora. Di questi 3 milioni e 752 mila appartengono alla fascia 60-69 anni, 2 milioni e 387mila a quella 70-79 e 533mila agli ultraottantenni. Numeri che fanno capire come in questo momento la Delta abbia in Italia ancora terreno fertile per far incrementare ricoveri e decessi.

Per questo la parola d’ordine è accelerare con le vaccinazioni. Facile a dirsi meno a farsi, come denuncia il governatore piemontese Alberto Cirio. «Stiamo facendo di tutto per recuperare alla campagna vaccinale gli over 60 ancora non immunizzati. Abbiamo fatto open day dedicati a loro, lasciamo libertà di scelta del vaccino da somministrare, ma c’è bisogno di un’opera di persuasione porta a porta che purtroppo non possiamo fare per via delle norme sulla privacy, che non ci consentono di individuare e contattare chi non si è vaccinato». Paradossi che il presidente del Piemonte, con oltre 200mila over 60 non immunizzati, chiede al governo di risolvere al più presto.

Sempre per motivi di privacy continuano ad avere le mani legate i medici di famiglia. «La struttura commissariale -spiega Vincenzo Scotti, segretario nazionale del loro sindacato, la Fimmg- sta esaminando gli aspetti legati alla riservatezza dei dati per consentirci finalmente di utilizzare il software che abbiamo messo a punto, sia per individuare i pazienti più fragili che quelli già immunizzati che è inutile andare a contattare». Uno strumento che potrebbe facilitare la campagna di sensibilizzazione sugli over 60 fino ad oggi adottato solo dalla Campania. Tra l’altro con buoni risultati. Eppure i medici di famiglia, a detta di Speranza e dello stesso Figliuolo, in questa fase possono fare la differenza, perché fuori dai radar della campagna non ci sono soltanto i circa 3 milioni dai 60 anni in su che non hanno nemmeno una volta mostrato il braccio.

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Sanità: tac, risonanze ed ecografi obsoleti. Cosa si rischia e quali macchine evitare

mercoledì, Giugno 30th, 2021

di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Per la diagnosi delle malattie gravi i macchinari andrebbero sostituiti dopo 5 anni. Dall’ultimo rapporto del ministero della Salute risulta che in Italia in media negli ospedali pubblici e privati convenzionati il 36% dei macchinari ha più di 5 anni e il 32% oltre 10. Le ragioni sono note: attrezzature obsolete espongono il paziente a più radiazioni e a diagnosi meno precise. L’obsolescenza incide anche sui tempi di indisponibilità delle apparecchiature per l’aumento dell’incidenza dei guasti e malfunzionamenti con tac, risonanze e mammografi: ambulatori che si fermano e costi di manutenzione che crescono (il documento della Corte dei Conti del 2017).

Macchina vecchia e macchina nuova: differenze

L’Associazione italiana degli ingegneri clinici precisa che non esiste un riferimento univoco su quella che dovrebbe essere l’età di riferimento dei macchinari e che, per ciascuna tipologia, occorre fare valutazioni specifiche. In ogni caso da una lunga lista di esempi elaborati dall’Aiic per Dataroom emerge che:
1. la differenza di radiazioni fra una Tac con meno di 10 anni di vita e una di ultima generazione arriva fino all’80%; l’esame si svolge più rapidamente per la velocità di rotazione del tomografo e la diagnosi è più approfondita per la capacità del macchinario di vedere meglio il cuore tra un battito e l’altro, come pulsa il cervello (neuroperfusione) e di individuare con estremo dettaglio le lesioni oncologiche.
2. Una risonanza magnetica all’avanguardia dà una migliore qualità di immagini in tempi inferiori e un maggiore comfort perché diminuisce il senso di claustrofobia del paziente.
3. Un mammografo con meno di 5 anni permette di effettuare biopsie in 3D più precise perché l’immagine viene ottenuta con la tomosintesi, ossia la mammella viene vista da diverse angolazioni grazie a un’acquisizione a strati: ciò consente di esaminare parti di tessuto che altrimenti rischiano di essere nascoste.
4. I nuovi acceleratori lineari per la radioterapia irradiano la parte malata con più precisione salvando i tessuti sani. Inoltre permettono di utilizzare le nuove tecniche di radioterapia a intensità modulata, che significa subire una minore dose di raggi e una netta riduzione dei tempi di trattamento nelle sedute.

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Draghi e lo strappo con Speranza: “Sbagliato imporre il mix di vaccini”

domenica, Giugno 20th, 2021

ILARIO LOMBARDO

ROMA. «Ora è stato chiarito tutto». Era il 13 giugno scorso e così Mario Draghi, al termine del G7 della Cornovaglia, si diceva certo che dopo il pronunciamento del ministro della Salute Roberto Speranza la campagna vaccinale sarebbe continuata spedita. Quel giorno Speranza aveva sancito l’obbligatorietà del mix di vaccini, una soluzione che l’Italia imparerà subito a conoscere come «eterologa»: chi fino a 60 anni aveva fatto la prima dose con AstraZeneca avrebbe dovuto fare la seconda inoculazione con Moderna o Pfizer.

Appena una settimana dopo questa perentorietà viene smontata. Draghi è costretto a rimangiarsi quello che aveva detto. Non tutto, dunque, era stato chiarito. È facile intuire l’irritazione che il premier fatica a trattenere durante la conferenza stampa convocata in fretta e senza preavviso, venerdì, di ritorno da Barcellona. Ma cosa c’è dietro, e verso chi rivolge la sua ira, è questo che va ricostruito. E tutti gli indizi sembrano portare al ministro Speranza, con cui era andato in rotta di collisione anche riguardo alla necessità o meno di prorogare lo stato di emergenza. Non dà colpe a nessuno esplicitamente, l’ex banchiere, ma ammette per la prima volta la «confusione», senza optare per un termine più edulcorato. Ce l’ha con la confusione delle autorità sanitarie, da una parte il ministero che impone l’obbligo dell’eterologa, dall’altra l’agenzia del farmaco, l’Aifa, che sarebbe più prudente.

A Draghi è evidente un’ovvietà: è l’intero governo, e quindi anche lui, a poter essere travolto da decisioni prese e rimesse in discussione magari il giorno dopo. Proprio questo giornale gli aveva chiesto al castello di Tregenna, a Carbis bay, una parola di chiarezza e di individuare le responsabilità politiche dell’enorme pasticcio che si viveva in Italia: gli open day aperti a tutti, nonostante le raccomandazioni del Comitato tecnico-scientifico di non inocularlo sotto i 60 anni. La morte della diciottenne ligure Camilla scatena una reazione emotiva nell’opinione pubblica che si riverbera subito nella politica e sulle decisioni delle autorità pubbliche. A fine G7 Draghi risponde che è «sempre complicato ricostruire le responsabilità politiche», di una situazione che è in evoluzione. Aggiunge che le indicazioni del Cts erano chiare e «invece i vaccini sono stati usati per tutti perché le cause farmaceutiche non mettono un limite nel loro foglietto illustrativo». Draghi era convinto – o almeno appariva tale – che il caos sull’opportunità di inoculare AstraZeneca durante gli open day, anche sotto i 60 anni, sarebbe rientrato facilmente dopo la decisione di Speranza. Così non è stato. Sette giorni dopo, di quelle parole resta solo l’eco amara della smentita. A Draghi non piace sbagliarsi. Chi lo conosce lo sa. Si fida di coloro a cui delega il compito di prendere le decisioni: dal Cts al ministro della Salute, allo staff incaricato della comunicazione. Negli ultimi giorni è successo di tutto. Prima la Campania e subito dopo il Lazio – dove un cittadino su dieci che deve fare il richiamo non vuole cambiare vaccino – si ribellano al diktat di Speranza. Al premier mostrano i dati di un crollo improvviso delle somministrazioni, probabilmente provocato da queste incertezze comunicative. Con la variante Delta del virus che si diffonde con più facilità, se la campagna vaccinale si impantanasse sulla seconda dose le conseguenze sarebbero disastrose. È per questo che il premier strappa con la sua consuetudine di non convocare mai all’ultimo, e d’urgenza, una conferenza stampa per non dare l’impressione dell’emergenza.

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Dietrofront su AstraZeneca, basta Open day: il Cts lo sconsiglia per ragazzi e adolescenti

giovedì, Giugno 10th, 2021

Paolo Russo

ROMA. Dietrofront sul vaccino AstraZeneca ai più giovani. Oggi gli esperti del Cts emetteranno la sentenza dopo aver consultato già da ieri una valanga di dati e pubblicazioni scientifiche in materia. E come al solito alla fine non ci sarà nessun diktat ma solo una «rafforzata raccomandazione» a non utilizzare il farmaco di Oxford per ragazzi e adolescenti.

Non perché sia più pericoloso di quel che si pensasse. Il rapporto sulla farmacovigilanza che l’Aifa dovrebbe pubblicare oggi parla infatti di un evento trombotico dovuto a quei rarissimi episodi di aggregazione piastrinica ogni 100 mila somministrazioni. Tanto per capirci, la autorità regolatorie classificano un evento avverso come «molto raro» quando questo si verifica ogni 10 mila somministrazioni di un farmaco. Ma ora il quadro complessivo è cambiato, perché in Italia il virus circola molto meno e il rischio di finire in ospedale, o peggio di morire, si è molto ridotto, soprattutto tra i giovani. E che sia così lo mostrano le tabelle che l’Ema pubblica sul suo sito e che probabilmente gli esperti del Cts allegheranno al verbale, nelle quali si evidenzia che con meno di 50 contagi settimanali ogni 100 mila abitanti il rapporto tra benefici e rischi con AstraZeneca non è più favorevole sotto i 40 anni. Del resto i britannici, che non si sono fatti scrupolo a usare il loro vaccino su quasi tutta la popolazione con una sola dose per fermare l’ecatombe che era arrivata far contare 1.700 morti in un giorno, ora hanno alzato l’asticella da 30 a 40 anni, stabilendo che sotto quella soglia non va somministrato. La pratica ieri l’ha affrontata anche l’Aifa, recapitando al Cts un parere che non fa sconti, ribadendo che sotto i 60 anni l’antidoto anglo-svedese è meglio non somministrarlo.

Gli esperti del comitato difficilmente si spingeranno a indicare una soglia di età precisa, ma faranno magari parlare studi scientifici e tabelle dell’Ema, che il limite dei 40 anni lo indicano per le donne, visto che il rischio per gli uomini si riduce e di molto. Franco Locatelli, coordinatore del Cts, ha del resto già un po’ anticipato la stretta, affermando che in queste ore c’è un’attenzione suprema per cogliere tutti i segnali che possono in qualche modo allertare su eventuali effetti collaterali, che portino poi a considerare dei cambiamenti di indicazioni del vaccino». Che, ricordiamolo, oggi in Italia è «raccomandato» per gli over 60, anche se molte regioni negli ultimi giorni lo stanno offrendo a giovani e giovanissimi con la formula degli Open day.

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Gli open day con il vaccino AstraZeneca per gli under 60 sono un caso: esperti divisi

mercoledì, Giugno 9th, 2021

di Margherita De Bac

Gli open day con il vaccino AstraZeneca per gli under 60 sono un caso: esperti divisi

Non è passato inosservato l’appello dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della scienza a «fermare le vaccinazioni sotto i 30 con AstraZeneca e Johnson & Johnson». Il Comitato tecnico scientifico e l’agenzia del farmaco Aifa potrebbero prevedere che ambedue i preparati non vengano somministrati ai giovani. Il ministro della Salute Speranza chiede approfondimenti. Oggi molte Regioni offrono soprattutto il vaccino anglosvedese ai maggiorenni nell’ambito degli Junior day. In Italia non ci sono divieti ma solo la raccomandazione di «uso preferenziale» sopra i 60 anni. Gli eventi di rara tromboembolia con carenza di piastrine hanno colpito persone con meno di 55 anni, soprattutto donne. Il nesso va però dimostrato.

I vaccini sotto la lente contengono adenovirus modificati, disattivati e adattati a trasportare nell’organismo molecole di Dna che vengono utilizzate per la produzione della proteina Spike, con la quale il virus si attacca alle cellule. Così viene indotta la produzione delle difese immunitarie. Si deve comprendere perché in pochissimi casi (su decine di milioni di vaccinati) si sviluppano reazioni avverse. L’associazione Coscioni, segretario Marco Cappato e tesoriere Filomena Gallo, «invita a sospendere immediatamente la somministrazione sotto i 30 anni, visto che abbiamo dosi di Pfizer-Biontech e Moderna» prodotte con la tecnologia dell’Rna messaggero (il vaccino, contenuto in un involucro di nanoparticelle, trasmette alle cellule l’informazione di produrre la proteina Spike).

È con loro Nino Cartabellotta, Fondazione Gimbe: con bassa circolazione virale sotto i 30 anni i rischi sono inferiori ai benefici. E cita un documento Ema del 23 aprile. Stesse perplessità da 24 medici liguri, la Regione dove una ragazza di 18 anni è ricoverata con trombosi del seno cavernoso dopo aver ricevuto AstraZeneca. Le opposizioni chiedono al governatore Toti di escludere i giovani dalle open week. Di diversa opinione l’infettivologo del San Martino di Genova, Matteo Bassetti: «Da noi la partita dei vaccini è diventata politica. Su questi temi devono parlare gli esperti. Gli Open day sono per i giovani delle opportunità. La verità è che qui la campagna andava troppo bene e bisognava rovinarla». Ieri centinaia di rinunce a farsi iniettare AstraZeneca.

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Alzheimer, nuova cura dopo 20 anni: “Può rallentare il declino cognitivo”

martedì, Giugno 8th, 2021

Gabriele Beccaria

TORINO. Non restituirà la memoria perduta, ma promette di rallentare il devastante processo di distruzione del cervello che passa sotto il nome sinistro di Alzheimer: è il farmaco approvato dalla Food&Drug Administration, l’ente regolatorio statunitense. Si chiama aducanumab (nome commerciale Aduhelme) e questa bizzarra sequenza di lettere – per quanto difficile da ricordare – segnerà una tappa nella lotta alla malattia diventata un’emergenza mondiale: quasi 25 milioni di persone colpite, al ritmo di un nuovo caso ogni sette secondi.

Aducanumab è un anticorpo monoclonale che si assume con un’infusione mensile in vena. «A differenza dei farmaci normali, che conosciamo come “small molecules”, piccole molecole, l’anticorpo monoclonale è una struttura proteica dotata di un’affinità molto elevata: tende a legarsi al bersaglio, in questo caso la proteina Beta-amiloide». E’ la Beta-amiloide a essere ritenuta la causa scatenante del morbo, anche se manca la dimostrazione incontrovertibile. Sappiamo, però, che si deposita nei neuroni e li porta alla morte. A spiegarlo è Giuseppe Nocentini, farmacologo all’Università di Perugia, membro della Società Italiana di Farmacologia e tra i massimi studiosi di immunofarmacologia. Il farmaco, quindi, come gli anticorpi utilizzati contro alcuni tipi di tumore, è un proiettile intelligente, che sa dove colpire. E sa anche superare la barriera ematoencefalica del cervello, scovando l’obiettivo.

Con quale efficacia, in realtà, non è del tutto certo. Ecco perché la Fda ha chiesto alla società produttrice, la Biogen, di condurre un ulteriore studio clinico di Fase 4. «Lo possiamo definire un farmaco curativo – sottolinea Nocentini -. Non permette di recuperare le capacità cognitive perdute, però gli studi evidenziano che contrasta l’evoluzione della malattia». I margini di incertezza sono dovuti, tra l’altro, alla difficoltà di classificare i malati in modo omogeneo. Tra i misteri dell’Alzheimer, infatti, c’è quello legato al decorso. In alcuni casi l’evoluzione è catastrofica, in altri è lenta. Valutare, quindi, la progressione del morbo non è semplice: un tumore, al contrario, assomiglia per gli specialisti a una sorta di scatola di cristallo.

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Le Asl pronte a sospendere dal lavoro i 20 mila medici e infermieri No Vax, ma gli ospedali temono il caos

giovedì, Giugno 3rd, 2021

Lodovico Poletto

Gli elenchi arriveranno tra oggi e domani alle Asl. Ventimila nomi e cognomi di medici, infermieri, oss e tutta una serie di altre figure che hanno a che fare con il mondo della sanità, che detto «no grazie» al vaccino anti Covid. Ventimila. Ed è un numero enorme. Che rischia di causare qualche altro guaio alla sanità del territorio. Perché queste ventimila persone rischiano – se non cambiano idea all’ultimo momento – di doversene restare a casa fino alla fine dell’anno. Sospesi dai rispettivi ordini di appartenenza (medici e infermieri). E dal lavoro. Quindi senza stipendio.

Ora, non è che le Asl e gli ordini vogliano partire all’assalto di chi dice «no». Perché le ragioni – si sa – possono essere mille: ci sono i convincimenti personali e le motivazioni di carattere sanitario. «Il nocciolo della questione è proprio quello. In questa fase si cercherà di capire le ragioni del rifiuto. E se non ci sono elementi di carattere oggettivo si passerà attraverso un tentativo di moral suasion, di convincimento del personale». Lo spiega bene Antonio Rinaudo che all’Unità di Crisi della Regione Piemonte si occupa degli aspetti legali della macchina dell’emergenza. Moral suasion: persuasione. Che non interessa chi – ovviamente – ha problemi di salute. Per dire: gli immunodepressi. Oppure chi ha intolleranze particolari o allergie documentate. Insomma: non parole, ma carte mediche. Certificati. Ragioni che vanno al di là dei convincimenti personali.

Barbara Squillace, infermera di Chivasso che ha detto no all’inoculazione dice che in Piemonte sono fin pochi i colleghi che si oppongono al vaccino: «In Toscana sono oltre 26 mila, nel resto della penisola i numeri crescono ogni giorno un po’ di più».

Sarà. Ma da questo momento inizia il braccio di ferro con le istituzioni. Funzionerà così: le Asl convocheranno chi ha detto no. Ascolteranno le ragioni. Proveranno a convincere. Se non ci saranno retromarce scatta la segnalazione all’ordine di appartenenza. Per la sospensione. E così anche al datore di lavoro. Sospende è un obbligo. Senza lavoro e senza l’abilitazione professionale, scatta anche lo stop allo stipendio. Quindi si sta a casa.

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Il “green pass” è valido da 15 giorni dopo la prima dose di vaccino: durerà 9 mesi | Ecco come ottenerlo

giovedì, Maggio 20th, 2021

E’ quanto prevede il testo finale del nuovo dl Covid pubblicato in Gazzetta Ufficiale

La “certificazione verde Covid-19” ha validità di nove mesi dalla data del completamento del ciclo vaccinale. E’ quanto prevede il testo finale del nuovo dl Covid pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Il decreto dispone che il “green pass” sia rilasciato “anche contestualmente alla prima dose di vaccino” e che diventi valido dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione.

Estate 2021: tutto quello che cʼè da sapere sul green pass Ue e italiano

Oltre al certificato vaccinale, sono considerati “green pass” anche il referto di un tampone antigenico rapido o molecolare negativo effettuato al massimo 48 ore prima e il referto dell’Asl che certifica la fine dell’infezione e quindi la guarigione dal coronavirus. 
Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha annunciato che il governo potrebbe prevedere l’utilizzo del “green pass” anche per riaprire le discoteche, l’unico settore che per il momento non ha un’indicazione di quando potrà ripartire.

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Calo record di decessi. Sileri: “Il peggio è alle spalle”

lunedì, Maggio 17th, 2021

Laura Pirone

Diminuiscono le vittime da Covid: nelle ultime 24 ore, in Italia, sono stati registrati 93 decessi, mai così pochi dall’ottobre scorso. Dai dati del ministero della Salute sull’andamento quotidiano dei contagi in Italia, risultano 5.753 nuovi positivi, in calo rispetto al giorno precedente di 906 unità. Numeri che, per il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, «andranno sempre meglio». Con un cauto ottimismo, ospite di Domenica In, Sileri evidenzia che «il peggio è alle spalle» e che «finalmente è possibile tirare un sospiro di sollievo». Calano anche i ricoveri. Nelle terapie intensive ci sono 26 ricoverati in meno, mentre in area non critica il numero dei pazienti diminuisce di 359 unità. In totale, nelle terapie intensive, in Italia, sono ricoverate 1.779 persone, nei reparti ordinari, 12.134. La riduzione dei ricoveri significa, per Sileri, «liberare posti per trattare altre patologie, fare screening, interventi chirurgici. Ora dobbiamo guardare oltre e far tornare negli ospedali le patologie “normali”, del periodo pre Covid». A fronte di 202.573 test tra antigenici e molecolari processati nelle ultime 24 ore e con 5.753 nuovi casi, il tasso di positività si attesta al 2,8%, in rialzo rispetto al giorno precedente dello 0,6%.

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