Archive for the ‘Sanità’ Category

Medici di base nel mirino: quanto guadagnano. Stipendi alti e orari ridotti

giovedì, Settembre 23rd, 2021

di ILARIA ULIVELLI

Non godono di buona fama, i medici di famiglia. I loro assistiti giurano di non trovarli mai al telefono e di non averli mai visti a casa loro per una visita domiciliare. Hanno un contratto che prevede un minimo di 15 ore settimanali da spendere in ambulatorio. E stipendi assai più ricchi dei colleghi che lavorano in ospedale. Tanto che dal pronto soccorso i dottori si dimettono per andare a fare i medici di famiglia.

Guai a dirlo, però. Parlando con loro è tutto un pianto e un lamento. “Altro che fannulloni”, s’infuria subito Silvestro Scotti, segretario nazionale Fimmg, la sigla sindacale che conta il maggior numero di iscritti tra i medici di medicina generale.

Perché non sarà fuga da Alcatraz come al pronto soccorso, ma loro raccontano che anche tra i medici di famiglia il carico di lavoro sta allontanando i dottori: dopo aver preso servizio e aver provato sulla pelle l’effetto che fa, hanno preferito fare retromarcia. In effetti dove gli stipendi piangono e il lavoro straripa sembra che il sacro fuoco acceso col giuramento d’Ippocrate languisca. “Altro che passacarte o fannulloni, ci sono medici di famiglia che a 64 anni salutano gli assistiti per prendere la specializzazione e fare libera professione: è sicuramente più motivante che subire questo linciaggio”, racconta Scotti.

Chiedono riforme ma respingono al mittente la possibilità di passare tout court alle dipendenze delle aziende sanitarie. “La riorganizzazione dev’essere un plus per gli assistiti, e questo plus è garantito dal rapporto di fiducia con il proprio medico, dalla vicinanza dello studio da casa loro – spiega il segretario Fimmg –. Dunque ok alle case di comunità a patto che sia realmente un rafforzamento della medicina generale e non un depotenziamento. Che sia un integrativo e non un sostitutivo”.

Dunque rapporto di fiducia, ma non si trovano mai. Ambulatorio vicino, ma quando è aperto. Non c’è forse il timore di perdere la pacchia delle 15 ore settimanali? “Ma basta con questa storia demotivante e lesiva, ormai si lavora 15 ore al giorno: i cittadini chiamano continuamente su whatsapp anche la sera e i giorni festivi. Se c’è qualche mela marcia certo non la giustifichiamo”.

Rating 3.00 out of 5

Medici di base, inchiesta sulla loro lobby di potere

lunedì, Settembre 20th, 2021

di Milena Gabanelli, Mario Gerevini, Simona Ravizza

Il sistema sanitario nazionale è costruito attorno al presidio numero uno: i medici di base. Devono assistere i pazienti il più possibile a casa, e ogni cittadino da lì deve passare per accedere a qualunque prestazione, dalle visite specialistiche alle ricette per i farmaci. Come abbiamo documentato durante i lunghi mesi dell’epidemia Covid-19, il loro ruolo diventerà sempre più cruciale: tra 10 anni ci saranno quasi 800 mila ultra 80enni in più, ovvero 5,2 milioni (quasi il 9% della popolazione), i malati cronici sono in aumento (23 milioni) e bisogna evitare di riempire inutilmente i Pronto soccorso di codici bianchi e verdi. Ogni anno sono 16 milioni di accessi (su un totale di 21 milioni), e l’87% non sfocia in un ricovero. Con la legge di Bilancio del 2020 sono stati stanziati 235 milioni di euro per dotare i dottori di famiglia di ecografi, spirometri ed elettrocardiografi, in modo da poter eseguire finalmente nei loro ambulatori gli esami di primo livello, evitando così ai pazienti penose liste d’attesa. Vuol dire nuovi compiti e competenze. Di qui la necessità di preparare al meglio chi intraprende la professione di medico di medicina generale.

Come sono formati?

In tutta Europa, dopo la laurea in Medicina, bisogna fare tre anni di corso tra teoria e pratica in ambulatorio e ospedale. Questo tirocinio è molto diverso da un Paese all’altro: in Baviera è governato dalla Bayerische Landesärztekammer, l’Associazione medica bavarese, e i medici sono pagati come dipendenti a 5 mila euro circa al mese. In Inghilterra i corsi e l’attività pratica sono coordinati dall’Health Education England, l’Agenzia governativa nazionale, e lo stipendio è di 4.166 sterline al mese. In Italia occorre un «diploma di formazione specifica in medicina generale», che si ottiene attraverso un corso post laurea di tre anni formato da 1.600 ore di teoria e 3.200 di pratica in ospedale e negli ambulatori dei dottori di famiglia. Sono pagati con una borsa di studio (dunque inquadrati come studenti) di 11 mila euro l’anno, cioè 966 euro al mese, soggetti a Irpef, con contributi a carico, ed erogati dal Ministero della Salute. Ben diversa dalla borsa di studio degli specializzandi ospedalieri, che è di 26 mila euro l’anno, contributi inclusi e senza Irpef. Già questo indica a monte la scarsa considerazione per il medico di base.

I sindacati preparano i medici
Rating 3.00 out of 5

Vaccini, Figliuolo: “Dal 20 settembre terza dose per le categorie a rischio” | In Italia hanno completato il ciclo vaccinale 40 milioni di persone

martedì, Settembre 14th, 2021

A partire da lunedì 20 settembre sarà somministrata la terza dose di vaccino anti-Covid ai soggetti immunocompromessi. E’ quanto deciso nel corso di una riunione alla quale hanno partecipato il ministro della Salute Roberto Speranza e il Commissario per l’Emergenza Francesco Figliuolo. 

La nota – A seguito del parere favorevole espresso dalla Commissione tecnico-scientifica dell’AIFA e del CTS, è iniziato da parte del ministero della Salute un confronto con i tecnici delle Regioni per la puntuale definizione della popolazione target, che riceverà dal 20 settembre la terza dose di vaccino. Lo comunica in una nota la struttura commissariale guidata dal generale, Francesco Paolo Figliuolo. “Saranno di conseguenza aggiornati i sistemi  informatici per l’avvio delle somministrazioni su tutto il territorio nazionale”, conclude la nota.

Rating 3.00 out of 5

Andrea Costa, sottosegretario alla Salute: “Lezioni in presenza, siamo pronti. Ora l’obbligo di certificato per gli statali”

domenica, Settembre 12th, 2021

Federico Capurso

ROMA. Il Green Pass totale per la scuola è stato appena varato, ma nel governo già si discute della possibilità di estendere l’obbligo di certificato anche ai dipendenti della pubblica amministrazione. Forse, con un decreto in arrivo giovedì in Consiglio dei ministri. Tra i favorevoli c’è senza dubbio il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, esponente di Noi con l’Italia, che spinge in questa direzione: «Sarebbe positivo adottare una misura del genere – dice –, specie se c’è contatto con il pubblico. E poi si deve dare un segnale di progressivo ritorno alla normalità ai cittadini. Ce lo chiedono anche le imprese, che hanno bisogno di veder tornare gli uffici pubblici a lavorare in presenza».

È contrario allo smart working?

«Preferisco il Green Pass. Poi si può mantenere una quota di telelavoro, come previsto dal ministro Brunetta, perché i servizi procedono lo stesso, ma nelle agenzie del territorio le imprese non possono aspettare settimane per un appuntamento. Dobbiamo ripartire e il segnale arriva anche da lì».Estenderebbe il Green Pass ad altre realtà lavorative?

«Sì, ma non in maniera generalizzata. Piuttosto, correggerei alcune contraddizioni che si sono create in questi mesi. Se un cittadino deve esibire il Green Pass per andare in un ristorante al chiuso, allora anche chi prepara la cena e la serve dovrebbe avere il certificato. Vale lo stesso discorso per chi lavora nei cinema, nei teatri, allo stadio, e così via. Quello che vale per i clienti, deve valere per chi lavora».

Potrebbero riaprire le discoteche? In tutta Europa i giovani si radunano a migliaia per ballare. Perché non in Italia?

«Le discoteche, con il criterio del Green Pass, dovrebbero poter essere aperte. Lo avessimo fatto prima, avremmo potuto contrastare fenomeni abusivi come i rave e avremmo sottoposto tantissimi giovani ai tamponi, necessari per avere il Green Pass. Si sarebbe fatto uno screening più forte e avremmo intercettato tanti contagiati che invece ci siamo persi. Dovevamo avere un po’ di coraggio in più, ma nel governo ci sono posizioni diverse e ha prevalso la linea più dura. Per me, abbiamo fatto un errore».

Molte scuole riapriranno domani i loro portoni. Dobbiamo aspettarci problemi?

«No, direi che siamo pronti. L’obiettivo di garantire le lezioni in presenza lo abbiamo raggiunto e ci sono le condizioni per proseguire in questa direzione per il resto dell’anno scolastico. L’estensione del Green Pass nelle scuole serve a questo, così come gli investimenti nei trasporti e nel sistema di screening con tamponi salivari. Ci potrà essere qualche criticità all’inizio, ma andrà tutto bene».

Rating 3.00 out of 5

Le cure che verranno: quali sono i 9 farmaci in commercio che gli scienziati stanno testando contro il Covid

domenica, Settembre 12th, 2021

Paolo Russo

ROMA. Sono accatastati negli scaffali delle farmacie già da anni e costano quasi sempre meno di 10 euro, ma ora potrebbero tornare sotto i riflettori in veste di paladini della lotta al Covid. Sono i magnifici 9 vecchi farmaci, approvati dall’Fda americana dal lontano 1971 in poi, passati ora al setaccio dai ricercatori dell’Università di Manchester e che in laboratorio si sono mostrati capaci di bloccare la replicazione del SarsCov2 nelle cellule umane. Dati ancora parziali ma solidi, tanto da essere pubblicati nella rivista scientifica Plos Pathogens, la stessa scelta dal nostro prestigioso Iss per pubblicare un suo studio, quello sul ruolo che l’interferone sembra svolgere nel prevenire la malattia da Covid.

Contro il virus si rispolverano i vecchi farmaci ma se ne continuano a ricercare di nuovi, perché come ha di nuovo ribadito il direttore della prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, i vaccini vanno bene per ridurre al minimo i danni, ma l’immunità di gregge con questo virus è una chimera. Per cui la guerra si vincerà solo con una cura capace di bloccarlo quando entra nel nostro organismo, superando i limiti dei pur efficaci monoclonali. Che prima di tutto costano tanto, tra mille e duemila euro. E poi per funzionare devono essere somministrati per via endovenosa quando i sintomi ci sono già ma prima che la malattia assuma forme gravi.

I primi test in laboratorio
Non hanno certo un problema di prezzo i vecchi medicinali esaminati dai ricercatori di Manchester, che alla fine ne hanno selezionati nove, che almeno in laboratorio hanno dimostrato di saper mettere la museruola al virus. Per farlo hanno utilizzato una versione del SarsCov2 «etichettato» con un enzima luminescente per quantificare la carica virale delle cellule umane infettate, che sono poi state messe in contatto con i farmaci old style, 9 dei quali hanno bloccato la replicazione del virus. Tra questi ci sono due antimalarici: l’amodiachina, che in Marocco si vende a meno di un euro e l’atovaquone, che di euro ne costa invece 48. L’esame lo ha superato anche la bedaquilina, un anti micobatterico utilizzato soprattutto contro le forme più ostiche delle tubercolosi, che la Johnson&Johnson, proprietaria di uno dei vaccini contro il Covid, ha deciso lo scorso anno di vendere a solo un euro e mezzo la pillola. Costa poco, 7 euro, anche l’ebastina, vecchio antistaminico fino ad oggi indicato nel trattamento sintomatico di forme allergiche, come rinite e congiuntivite allergica.

Flourish logo

Interactive content by Flourish

Rating 3.00 out of 5

Covid, sospesi i medici no vax: niente mansioni né stipendio senza vaccino

venerdì, Agosto 13th, 2021

Antonio Sbraga

Ferragosto amaro per i primi 10 operatori sanitari della provincia romana sospesi per «inosservanza dell’obbligo vaccinale». Una sospensione immediata, con «decorrenza dalla data di notifica del provvedimento» deliberato dall’As1 Roma 5 e inviato all’ufficio gestione del personale e alle varie strutture d’appartenenza dei 10 tra medici, infermieri e tecnici coinvolti. I quali rimarranno «senza retribuzione, né altro compenso o emolumento fino all’assolvimento dell’obbligo vaccinale o, in mancanza, fino al completamento del piano vaccinale nazionale, e comunque sino al 31 dicembre 2021».

I provvedimenti adottati dall’azienda sanitaria del quadrante est dell’hinterland capitolino arrivano per secondi nel Lazio dopo le 6 sospensioni e gli 11 trasferimenti ad altre mansioni decise dall’As1 di Viterbo. Anche l’As1 di Tivoli, la più estesa della Regione con mezzo milione di residenti in 70 Comuni, ha scritto di aver «verificato la possibilità di adibire, ove possibile, a mansioni, anche inferiori, diverse da quelle del profilo di appartenenza, con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate e che, comunque, non implichino rischi di diffusione del contagio».

Pere, non ne ha trovate per i 10 operatori sanitari sospesi, individuati grazie al riscontro effettuato dall’azienda presso «le banche dati vaccinali regionali e l’elenco dei dipendenti della As1 Roma S del ruolo sanitario». Sin dai primi di luglio il «personale sanitario risultante non vaccinato» era stato invitato dall’As1 Roma 5 «a produrre certificazione di avvenuta vaccinazione o certificazione del medico di medicina generale comprovante la mancata vaccinazione per motivi di salute». Ed è proprio su questo punto che si preannuncia lo scontro legale che verrà, perché i dipendenti della sede legale tiburtina di via Acquaregna lamentano invece la mancanza da 8 mesi del medico competente proprio all’interno dell’azienda sanitaria. «Un fatto grave – denuncia il segretario territoriale Fials As1 Roma 5, Laura Mosticchio – perché alcuni dipendenti attendono la valutazione di idoneità “fragilità” da parte del medico competente, attualmente non presente per il personale afferente alla direzione generale, per quiescenza del titolare dal gennaio scorso». P

Rating 3.00 out of 5

Basta virologi in tv, preso di mira Matteo Bassetti: valanga di firme per la petizione sulla radiazione

mercoledì, Luglio 7th, 2021

Matteo Bassetti ha tirato troppo la corda sul Covid e sulle possibili restrizioni da attuare in futuro. È questa l’idea di Robby Giusti, che ha lanciato una petizione e l’ha diretta a Filippo Anelli, il nuovo Presidente dell’Ordine Nazionale dei Medici. “Chiediamo la ‘RADIAZIONE dall’ALBO’ del Virologo Matteo Bassetti – Basta Tv” il titolo della petizione che in poco più di quattro ore ha portato a casa oltre 26mila firme, marciando come un treno. In particolare a Bassetti viene contestata questa frase pronunciata negli scorsi giorni: “Hai deciso di non vaccinarti, di mettere a rischio la tua salute, ma anche quella degli altri? Bene, i vaccinati faranno una vita normale, i non vaccinati si chiuderanno in casa”. “Riteniamo che Matteo Bassetti, debba essere Richiamato dall’Albo dei Medici in quanto un medico non si può permettere con le sue dichiarazioni di fomentare l’incitamento all’Odio ed alimentare la discriminazione. La ‘Radiazione dall’Albo’ – spiega il promotore della petizione già virale – è palesemente una provocazione, perché radiare un luminare del suo calibro sarebbe un peccato, ma invece una radiazione di tutti i Virologi dall’ambiente televisivo sarebbe giusto”. 

L’affondo poi conclude: “I medici devono stare in ospedale non in Tv. Il Comportamento del Medico Virologo, viola la libertà dei cittadini, la libera scelta ed è ancora più grave dato la notorietà e la stima internazionale nei confronti del Dott. Bassetti”.

Rating 3.00 out of 5

Oltre 6,5 milioni di anziani a rischio I medici: mani legate dalla privacy

sabato, Luglio 3rd, 2021

PAOLO RUSSO

Come previsto la “flash survey” a cura dell’Iss ha certificato che la variante Delta sta dilagando anche in Italia, superando il 20% di incidenza rispetto al totale dei casi Covid. Ma si tratta di una fotografia vecchia di 10 giorni, scattata sui sequenziamenti a campione del 22 giugno. La mutazione B.1.617.2 però corre veloce, come ci ha insegnato l’esperienza britannica, dove da giorni si viaggia al ritmo di circa 28mila ma con un numero di morti contenuti intorno alla ventina. Merito di una campagna vaccinale che ha già protetto con due dosi dalla Delta il 63% della popolazione adulta, mentre da noi ad aver completato il ciclo di immunizzazione è il 35,6% degli over 12, ossia 19 milioni e 233mila persone.

Letto al contrario significa che oltre 41 milioni di italiani sono esposti a rischio di infezione da variante o perché non vaccinati proprio o perché coperti con una sola dose, che si è dimostrata essere facilmente perforabile dalla mutazione ex indiana. E a preoccupare di più è il fatto che questo rischio lo corrono ben 6 milioni e 672mila over 60, i più esposti al pericolo di finire in ospedale o peggio ancora. Di questi 3 milioni e 752 mila appartengono alla fascia 60-69 anni, 2 milioni e 387mila a quella 70-79 e 533mila agli ultraottantenni. Numeri che fanno capire come in questo momento la Delta abbia in Italia ancora terreno fertile per far incrementare ricoveri e decessi.

Per questo la parola d’ordine è accelerare con le vaccinazioni. Facile a dirsi meno a farsi, come denuncia il governatore piemontese Alberto Cirio. «Stiamo facendo di tutto per recuperare alla campagna vaccinale gli over 60 ancora non immunizzati. Abbiamo fatto open day dedicati a loro, lasciamo libertà di scelta del vaccino da somministrare, ma c’è bisogno di un’opera di persuasione porta a porta che purtroppo non possiamo fare per via delle norme sulla privacy, che non ci consentono di individuare e contattare chi non si è vaccinato». Paradossi che il presidente del Piemonte, con oltre 200mila over 60 non immunizzati, chiede al governo di risolvere al più presto.

Sempre per motivi di privacy continuano ad avere le mani legate i medici di famiglia. «La struttura commissariale -spiega Vincenzo Scotti, segretario nazionale del loro sindacato, la Fimmg- sta esaminando gli aspetti legati alla riservatezza dei dati per consentirci finalmente di utilizzare il software che abbiamo messo a punto, sia per individuare i pazienti più fragili che quelli già immunizzati che è inutile andare a contattare». Uno strumento che potrebbe facilitare la campagna di sensibilizzazione sugli over 60 fino ad oggi adottato solo dalla Campania. Tra l’altro con buoni risultati. Eppure i medici di famiglia, a detta di Speranza e dello stesso Figliuolo, in questa fase possono fare la differenza, perché fuori dai radar della campagna non ci sono soltanto i circa 3 milioni dai 60 anni in su che non hanno nemmeno una volta mostrato il braccio.

Rating 3.00 out of 5

Sanità: tac, risonanze ed ecografi obsoleti. Cosa si rischia e quali macchine evitare

mercoledì, Giugno 30th, 2021

di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Per la diagnosi delle malattie gravi i macchinari andrebbero sostituiti dopo 5 anni. Dall’ultimo rapporto del ministero della Salute risulta che in Italia in media negli ospedali pubblici e privati convenzionati il 36% dei macchinari ha più di 5 anni e il 32% oltre 10. Le ragioni sono note: attrezzature obsolete espongono il paziente a più radiazioni e a diagnosi meno precise. L’obsolescenza incide anche sui tempi di indisponibilità delle apparecchiature per l’aumento dell’incidenza dei guasti e malfunzionamenti con tac, risonanze e mammografi: ambulatori che si fermano e costi di manutenzione che crescono (il documento della Corte dei Conti del 2017).

Macchina vecchia e macchina nuova: differenze

L’Associazione italiana degli ingegneri clinici precisa che non esiste un riferimento univoco su quella che dovrebbe essere l’età di riferimento dei macchinari e che, per ciascuna tipologia, occorre fare valutazioni specifiche. In ogni caso da una lunga lista di esempi elaborati dall’Aiic per Dataroom emerge che:
1. la differenza di radiazioni fra una Tac con meno di 10 anni di vita e una di ultima generazione arriva fino all’80%; l’esame si svolge più rapidamente per la velocità di rotazione del tomografo e la diagnosi è più approfondita per la capacità del macchinario di vedere meglio il cuore tra un battito e l’altro, come pulsa il cervello (neuroperfusione) e di individuare con estremo dettaglio le lesioni oncologiche.
2. Una risonanza magnetica all’avanguardia dà una migliore qualità di immagini in tempi inferiori e un maggiore comfort perché diminuisce il senso di claustrofobia del paziente.
3. Un mammografo con meno di 5 anni permette di effettuare biopsie in 3D più precise perché l’immagine viene ottenuta con la tomosintesi, ossia la mammella viene vista da diverse angolazioni grazie a un’acquisizione a strati: ciò consente di esaminare parti di tessuto che altrimenti rischiano di essere nascoste.
4. I nuovi acceleratori lineari per la radioterapia irradiano la parte malata con più precisione salvando i tessuti sani. Inoltre permettono di utilizzare le nuove tecniche di radioterapia a intensità modulata, che significa subire una minore dose di raggi e una netta riduzione dei tempi di trattamento nelle sedute.

Rating 3.00 out of 5

Draghi e lo strappo con Speranza: “Sbagliato imporre il mix di vaccini”

domenica, Giugno 20th, 2021

ILARIO LOMBARDO

ROMA. «Ora è stato chiarito tutto». Era il 13 giugno scorso e così Mario Draghi, al termine del G7 della Cornovaglia, si diceva certo che dopo il pronunciamento del ministro della Salute Roberto Speranza la campagna vaccinale sarebbe continuata spedita. Quel giorno Speranza aveva sancito l’obbligatorietà del mix di vaccini, una soluzione che l’Italia imparerà subito a conoscere come «eterologa»: chi fino a 60 anni aveva fatto la prima dose con AstraZeneca avrebbe dovuto fare la seconda inoculazione con Moderna o Pfizer.

Appena una settimana dopo questa perentorietà viene smontata. Draghi è costretto a rimangiarsi quello che aveva detto. Non tutto, dunque, era stato chiarito. È facile intuire l’irritazione che il premier fatica a trattenere durante la conferenza stampa convocata in fretta e senza preavviso, venerdì, di ritorno da Barcellona. Ma cosa c’è dietro, e verso chi rivolge la sua ira, è questo che va ricostruito. E tutti gli indizi sembrano portare al ministro Speranza, con cui era andato in rotta di collisione anche riguardo alla necessità o meno di prorogare lo stato di emergenza. Non dà colpe a nessuno esplicitamente, l’ex banchiere, ma ammette per la prima volta la «confusione», senza optare per un termine più edulcorato. Ce l’ha con la confusione delle autorità sanitarie, da una parte il ministero che impone l’obbligo dell’eterologa, dall’altra l’agenzia del farmaco, l’Aifa, che sarebbe più prudente.

A Draghi è evidente un’ovvietà: è l’intero governo, e quindi anche lui, a poter essere travolto da decisioni prese e rimesse in discussione magari il giorno dopo. Proprio questo giornale gli aveva chiesto al castello di Tregenna, a Carbis bay, una parola di chiarezza e di individuare le responsabilità politiche dell’enorme pasticcio che si viveva in Italia: gli open day aperti a tutti, nonostante le raccomandazioni del Comitato tecnico-scientifico di non inocularlo sotto i 60 anni. La morte della diciottenne ligure Camilla scatena una reazione emotiva nell’opinione pubblica che si riverbera subito nella politica e sulle decisioni delle autorità pubbliche. A fine G7 Draghi risponde che è «sempre complicato ricostruire le responsabilità politiche», di una situazione che è in evoluzione. Aggiunge che le indicazioni del Cts erano chiare e «invece i vaccini sono stati usati per tutti perché le cause farmaceutiche non mettono un limite nel loro foglietto illustrativo». Draghi era convinto – o almeno appariva tale – che il caos sull’opportunità di inoculare AstraZeneca durante gli open day, anche sotto i 60 anni, sarebbe rientrato facilmente dopo la decisione di Speranza. Così non è stato. Sette giorni dopo, di quelle parole resta solo l’eco amara della smentita. A Draghi non piace sbagliarsi. Chi lo conosce lo sa. Si fida di coloro a cui delega il compito di prendere le decisioni: dal Cts al ministro della Salute, allo staff incaricato della comunicazione. Negli ultimi giorni è successo di tutto. Prima la Campania e subito dopo il Lazio – dove un cittadino su dieci che deve fare il richiamo non vuole cambiare vaccino – si ribellano al diktat di Speranza. Al premier mostrano i dati di un crollo improvviso delle somministrazioni, probabilmente provocato da queste incertezze comunicative. Con la variante Delta del virus che si diffonde con più facilità, se la campagna vaccinale si impantanasse sulla seconda dose le conseguenze sarebbero disastrose. È per questo che il premier strappa con la sua consuetudine di non convocare mai all’ultimo, e d’urgenza, una conferenza stampa per non dare l’impressione dell’emergenza.

Rating 3.00 out of 5
Marquee Powered By Know How Media.