Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Petrolio e Covid: così gli aerei a terra minacciano le raffinerie

martedì, Settembre 22nd, 2020

di Sissi Bellomo

Opec: 60anni di storia tra nuove alleanze e strategie

Il coronavirus è tornato a spaventare i mercati, compreso quello del petrolio: nuovi lockdown darebbero il colpo di grazia all’economia e ai consumi energetici, così le quotazioni del barile – sulla scia delle borse – sono affondate del 5% nella seduta di lunedì 21, portandosi intorno a 41 dollari per il Brent e sotto 40 dollari nel caso del Wti. A complicare la situazione c’è anche l’imminente (per quanto parziale) ripresa delle forniture di greggio dalla Libia, dopo che nel weekend la Noc ha revocato lo stato di forza maggiore in alcuni porti e infrastrutture del Paese. Ma a pesare sul mercato non sono soltanto gli sviluppi delle ultime ore.

La ripresa sognata dall’Opec si è inceppata

La ripresa in cui l’Opec sperava sembra essersi inceppata e – a prescindere dall’allarme per i nuovi contagi da Covid19 – già da qualche settimana si stavano manifestando segnali di debolezza sul fronte della domanda. Sia l’Opec, sia l’Agenzia internazionale per l’energia e il Governo Usa questo mese hanno rivisto al ribasso le stime per il 2020 nell’ultimo bollettino mensile. Se i consumi di benzina a livello globale si sono ripresi piuttosto bene nel corso dell’estate, lo stesso non si può dire per quelli di gasolio da autotrazione, un termometro piuttosto accurato della salute dell’economia. Soprattutto, è diventato sempre più evidente come la crisi del trasporto aereo rischi di provocare un impatto tanto profondo e prolungato da rappresentare una minaccia mortale per molte raffinerie, soprattutto in Europa, dove il settore – in crisi da anni – potrebbe non avere tempo e risorse sufficienti per la riconversione necessaria alla transizione energetica.Leggi anche

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Chiara Ferragni: “Obiettivo quotazione in Borsa. L’Italia? Paese unico. Le donne? Gli uomini non ci prendono sul serio”

lunedì, Settembre 21st, 2020

Per il gruppo che ruota intorno a Chiara Ferragni c’è la possibilità di “essere quotato in Borsa o confluire in un grande gruppo del lusso. Questo è il nostro goal ma prima dobbiamo rendere marchio e azienda appealing: con una buona redditività e un giusto rapporto qualità prezzo, oltre a una diffusione e conoscenza internazionale del marchio perché competa realmente con altri del suo stesso livello, come Chloé o Kenzo”. Lo dice a ‘Corriere Economia’ la stessa influencer spiegando come questo ”è il lavoro che abbiamo iniziato due anni fa, quando sono diventata ceo di Serendipity, dopo aver già assunto la stessa carica in Tbs, la società che gestisce The Blond Salad”.

“I numeri erano in discesa – aggiunge – ed era importante cambiare obiettivo strategico” anche grazie ad accordi “con grande attenzione ai numeri, soprattutto alla redditività di medio lungo periodo. Per questo abbiamo scelto Swinger e stiamo cercando i partner migliori su tutte le categorie merceologiche, dalle fragranze al beauty, dal ready to wear all’underwear, al bambino. O al food, dove abbiamo realizzato partnership con marchi come Oreo”.

“Nel food abbiamo un progetto rivoluzionario, ma non posso ancora parlarne. Vogliamo essere pronti con tutto per quando ci sarà la ripartenza generale dei consumi” dice anticipando anche che nel rapporto con Lancôme, del gruppo L’Oréal “a settembre 2021 ci sarà un terzo step. Il beauty è un settore dove vogliamo continuare a investire, così come negli occhiali. Anche per questo dovevamo cambiare strategia: quando tratti con colossi come L’Oréal, e lo stesso vale negli occhiali, devi dimostrare che non sei il personaggio di turno, ma la concretezza del prodotto che proponi”.

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Pil, fonti: da governo nuove stime, verso -9% nel 2020

sabato, Settembre 19th, 2020

Il governo si appresta a ritoccare leggermente al ribasso le stime sul Pil nel 2020. Nella Nota di aggiornamento del Def attesa per fine mese, riferiscono fonti vicine al dossier, il dato dovrebbe assestarsi attorno a -9%. La precedente stima, risalente ad aprile e contenuta nel Def, era di -8%.

La nuova stima era stata a grandi linee anticipata dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che aveva annunciato una revisione non troppo drammatica, con una chiusura d’anno con un calo inferiore alla doppia cifra.

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Clima, migranti e digitale: la svolta dell’Ue: “In Italia il vertice mondiale sulla salute”

giovedì, Settembre 17th, 2020

Marco Bresolin

DALL’INVIATO A BRUXELLES. L’Europa travolta dalla pandemia si è riscoperta «fragile». E la persistenza del virus «aumenta l’incertezza» che frena la ripresa. Per questo motivo Ursula von der Leyen assicura che «non è il momento di ritirare il sostegno all’economia». Tradotto: le regole del Patto di Stabilità resteranno sospese ancora a lungo perché – per portare l’Ue verso «una nuova vitalità» – bisogna continuare con le politiche di bilancio espansive. Ma al tempo stesso «bisogna trovare un delicato equilibrio tra il sostegno finanziario e la sostenibilità dei bilanci pubblici». Servono investimenti massicci, specialmente nei progetti eco-sostenibili e nella transizione digitale, ma «bisogna usare questa opportunità per fare le riforme strutturali». Ecco le direttrici lungo le quali dovranno muoversi i governi nei loro Recovery Plan nazionali.

Giustizia e Pa
Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione dà indicazioni chiare alle capitali che in questi giorni stanno mettendo a punto le linee-guida dei progetti da finanziare con i fondi Ue. Almeno il 37% delle risorse dovrà andare alle spese in linea con gli obiettivi climatici (il Consiglio europeo aveva fissato l’asticella al 30%), almeno il 20% al digitale (i leader non avevano stabilito una quota minima) e il resto servirà a realizzare le riforme indicate dalla Commissione nelle sue raccomandazioni. Per l’Italia, tra le altre cose, «migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e il funzionamento della pubblica amministrazione», ma anche «rafforzare la resilienza e le capacità del sistema sanitario».

I bond per finanziarsi
Sul clima, von der Leyen vuole dimostrare che «il Green Deal è il nostro modello per realizzare la trasformazione». E ha fissato due obiettivi. Innanzitutto gli Stati Ue dovranno tagliare le emissioni nocive del 55% entro il 2030. «So che per alcuni è troppo e per altri è troppo poco», ma la presidente della Commissione considera l’obiettivo realistico: «La nostra valutazione d’impatto dimostra che l’economia e l’industria sono in grado di gestire la situazione». L’altro obiettivo è legato al Next Generation EU: la Commissione raccoglierà il 30% dei 750 miliardi attraverso Green Bond.

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Visco alle banche “Rafforzatevi contro la crisi”

giovedì, Settembre 17th, 2020

Incertezza sulle prospettive, fiducia ai minimi. Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha fatto un intervento preoccupato alla riunione dell’esecutivo Abi. E ha preso la palla al balzo per mandare un messaggio al governo. “I provvedimenti in favore delle famiglie e delle imprese continueranno a essere cruciali per alleviare i problemi di liquidità, sostenere la domanda aggregata, lenire il disagio sociale e contrastare l’ampliamento delle disuguaglianze”, ha detto Visco.

L’arrivo delle risorse europee del Recovery fund “non è purtroppo imminente”, gli ha fatto eco il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, secondo cui “occorre che la legge di bilancio 2021 sia anche orientata al sostegno dello sviluppo con l’adozione di una nuova e rafforzata Ace per favorire il rafforzamento patrimoniale delle imprese”. Patuelli ha rimarcato lo sforzo degli istituti di credito durante la pandemia in soccorso dell’economia e alla ripresa: “Gli oltre 300 miliardi delle moratorie finora deliberate lo evidenziano”. Però osserva che le nuove regole sui crediti deteriorati dovrebbero essere modificate prima che entrino in vigore.

Su questo tema, però, Visco ha mandato un messaggio schietto ai banchieri. È necessario che gli istituti usino con attenzione la “flessibilità” sui crediti deteriorati prevista dalle norme, “senza rinviare l’emersione di perdite altamente probabili”, continuando a “preservare adeguati livelli di patrimonializzazione”. Per il governatore le banche “devono proseguire con rinnovato vigore nell’azione di rafforzamento istituzionale, organizzativo e patrimoniale”.

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Recovery fund, nelle linee guida del governo entra anche la cultura: il documento integrale in pdf

mercoledì, Settembre 16th, 2020

di Lorenzo Salvia

Recovery fund, nelle linee guida del governo entra anche la cultura: il documento integrale in pdf

«Se le Camere lo riterranno opportuno il governo è disponibile a riferire sulle linee essenziali del documento, sia nella sede decentrata sia nella sede plenaria dell’Assemblea». È una lettera di una pagina firmata dal presidente del consiglio Giuseppe Conte ad accompagnare le linee guida del governo per il piano nazionale di ripresa e resilienza (qui il documento integrale in pdf), cioè l’elenco dei progetti «che l’Italia dovrà presentare alla commissione europea nei prossimi mesi» per aver accesso al Recovery fund, il piano europeo di aiuti. I fondi Ue

Recovery fund, le linee guida del governo: il documento integrale e definitivo in pdf

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Il documento è stato trasmesso martedì sera ai presidenti del Senato e della Camera. Conte parla di «sfida complessa», che necessita il dispiegamento delle migliori energie e competenze del Paese». E promette che «sarà assicurato il pieno coinvolgimento delle Camere», dopo che nei giorni scorsi diversi gruppi parlamentari si erano lamentati, sostenendo di essere stati tagliati fuori.

Il documento, in tutto 72 pagine, è una extended version di quello approvato la settimana scorsa dal Ciae, il comitato per gli affari europei, una sorta di consiglio dei ministri allargato. Gli obiettivi generali restano il raddoppio del tasso di crescita del Pil, dallo 0,8% dell’ultimo decennio all’1,6%, e l’aumento di 10 punti percentuali del tasso di occupazione.

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La scuola riparte, ma per l’Ocse le chiusure potranno costare l’1,5% del Pil globale

mercoledì, Settembre 16th, 2020

Chiara Merico

Tra polemiche, ritardi e soluzioni spesso fantasiose, finalmente le scuole hanno riaperto i battenti anche in buona parte d’Italia. Per molti studenti si è trattato del primo contatto con l’istituzione scolastica dopo quasi sette mesi: un intervallo di tempo lunghissimo, che, nonostante l’utilizzo di strumenti come la didattica a distanza, rischia di avere conseguenze a lungo termine per l’istruzione di bambini e dei ragazzi.

Un problema che non riguarda solo la formazione: le interruzioni ai servizi educativi causate dalla pandemia avranno infatti ripercussioni dirette, in negativo, sull’economia globale. La stima è stata effettuata dall’Ocse, che in un recente report ha quantificato nell’1,5% la possibile contrazione del Pil globale causata dallo stop alle scuole, fino al 2100. “La perdita di educazione si tradurrà in un minore livello di competenze, e le competenze che le persone hanno sono direttamente correlate alla loro produttività”, hanno spiegato gli autori dello studio, secondo il quale il conto per le economie sarà ancora più salato se i disservizi si registreranno anche nel corso del prossimo anno. “Anche se l’entità delle conseguenze negative sul fronte dell’apprendimento non è ancora nota, le ricerche esistenti suggeriscono che per gli studenti tra i 6  e i 18 anni le chiusure scolastiche causate dal covid potrebbero tradursi in un minore guadagno di circa il 3% per le loro intere vite”. Più a lungo le scuole funzioneranno a singhiozzo, peggiori saranno le conseguenze per il Pil globale.

perditaanniscuola

A causa della pandemia, la gran parte dei governi del mondo ha chiuso le scuole per circa dieci settimane.  In questo modo si è allargato ulteriormente il divario di opportunità tra gli studenti benestanti e quelli più poveri, che in molti casi non hanno potuto permettersi gli strumenti per le forme alternative di didattica. I ragazzi e i bambini che invece disponevano di accessi a internet veloci, di device adatti e di un ambiente familiare supportivo hanno avuto meno problemi: “Gli studenti provenienti da background privilegiati … hanno potuto trovare la loro strada al di là delle porte chiuse della scuola, attraverso opportunità di apprendimento alternative.

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Accise, il Governo prepara la maxi stangata da 19 miliardi di euro sul diesel

mercoledì, Settembre 16th, 2020

Giuliano Balestreri

Quella che il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha definito a Radio24 una “riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi” è in realtà una stangata da 19 miliardi di euro a carico dei consumatori italiani. Al netto dei costi indiretti derivanti dagli aumenti legati al caro gasolio: portare il prezzo del diesel allo stesso livello di quello della benzina, come promesso dal governo, non solo colpirebbe oltre il 54% del parco auto circolante in Italia, ma aumenterebbe i costi di tutti gli autotrasportatori con un impatto – a cascata – sui prodotti acquistati, dalla frutta alle scarpe. Secondo uno studio di Assopetroli un aumento delle accise “colpirebbe duramente le nostre imprese e con esse settori vitali dell’economia italiana tra cui logistica, trasporti, agricoltura, marina. L’aumento si trasferirebbe immediatamente sul prezzo dei beni con effetti depressivi sulla domanda”. Tradotto, secondo i petrolieri, un aumento delle accise rischia di contrarre le entrate fiscali. Proprio come accadde nel 2012 quando il governo Monti fu costretto ad aumentare le accise, i consumi subirono una forte contrazione. E oggi, nel pieno di una crisi senza precedenti, il rischio di un impatto negativo è ancora più alto.

Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Foto Presidenza del Consiglio dei Ministri

“Dalle parole ministro – ha replicato ai microfoni di Radio24 il presidente dell’Unione petrolifera, Claudio Spinaci – mi pare di capire che il governo abbia già deciso. Oggi, chi utilizza i sussidi non paga i 19 miliardi di cui parla il ministro: se, invece, si pagheranno è evidente che ci sarà un aumento delle accise. Il risultato è che il pieno a gasolio costerà di più. Di certo noi, non siamo d’accordo”.

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Italia in ritardo sul Recovery. Piano ancora tutto da scrivere

lunedì, Settembre 14th, 2020

Lodovica Bulian

Gli altri Paesi corrono. Sul Recovery Fund la Francia, che otterrà solo un quarto dei fondi invece destinati all’Italia, ha già le idee chiare.

E le cifre. Il «France Relance», il piano nazionale di ripresa, è già stato presentato. Si tratta di 100 miliardi di cui 50 provenienti dal fondo europeo. Il presidente Emmanuel Macron ha deciso di destinare 30 miliardi alla transizione green, 35 miliardi per la competitività delle imprese e 35 per la cessione sociale. Ed è «il piano più ampio presentato finora in Europa», ha detto anche il primo ministro, Jean Castex.

In Italia invece per ora il Recovery Fund si è materializzato in sole ventotto pagine inviate al Parlamento. Non contengono «il piano», ma delle linee guida sul «piano» e su come utilizzare i 209 miliardi messi a disposizione dall’Unione europea. Non ci sono i progetti – finora si parla di almeno 600 idee esistenti – che dovranno essere inviati a gennaio a Bruxelles, condizione per accedere concretamente ai fondi. Ci sono invece i criteri in base ai quali andranno individuati i programmi su cui investire: si dice solo che genericamente non avranno semaforo verde quelli «storici che hanno noti problemi di attuazione pur avendo già avuto disponibilità di fondi». Saranno finanziati solo quelli di «rapida attuazione». La tabella di marcia prosegue per ora a rilento, nonostante i moniti arrivati dallo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha già invitato a fare presto: «I cittadini vivono con ansia e incertezza questo momento. Il processo di approvazione del Recovery fund deve proseguire con la più grande rapidità per rendere le risorse disponibili già all’inizio del 2021, e velocemente piani nazionali di rilancio. Si tratta di una possibilità unica e forse irripetibile di interventi per assicurare prosperità».

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Franco Bruni: “Il potere economico mondiale vuole un ritorno dell’inflazione. Attenti, colpisce pensionati e dipendenti”

lunedì, Settembre 14th, 2020

Tornerà l’inflazione? E per chi sarà un bene e per chi invece un male? In questi giorni molti operatori tornano a interrogarsi sulla possibilità che dopo tanti anni di tassi a zero o sottozero e di prezzi stabili o calanti, possa ricominciare la giostra dell’inflazione. Ad accendere la miccia è stato il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che ha reso nota la nuova politica della banca centrale americana: lasciare che nei prossimi mesi o anni l’inflazione salga oltre il limite considerato fisiologico, ovvero il 2 per cento, senza intervenire: E già le aspettative degli operatori, misurate da precisi indici (il 5-Year5-Year Forward Inflation Expectation Rate, che misura le attese a 5 anni), sono cresciute sia in Usa che in Europa. “Sembra quasi che tutti attendano che torni l’inflazione per risolvere se non tutti, molti problemi”, spiega in questa intervista Franco Bruni, professore emerito all’Università Bocconi di Milano e vicepresidente dell’Ispi. “Ma l’inflazione è una brutta bestia, soprattutto quando – come dimostrano le esperienze del passato – se ne perde il controllo, cosa che in certe circostanze può avvenire facilmente. Eppure ci sono molte forze potenti nel mondo che spingono per questa soluzione, ma diciamolo con chiarezza: la maggior parte dei comuni cittadini avrebbe soltanto da perdere da un’inflazione accentuata, superiore al 2-3 per cento, che infatti è il limite che si sono date le banche centrali Usa ed europee”.

Professor Bruni, quali sarebbero le potenti forze che spingono per il ritorno dell’inflazione?

“Tutti i grandi debitori, il cui debito in termini reali diminuirebbe automaticamente se i prezzi aumentassero. Per fare un esempio semplice, se faccio un debito di 100 e dopo un anno il potere di acquisto di 100 euro si è svalutato del 5 per cento, perché i prezzi sono del 5% più alti, come debitore sono contento. Ovviamente i creditori no. I grandi debitori sono tutti i governi, che tra l’altro adesso hanno anche dovuto ulteriormente aumentare il loro debito pubblico per far fronte al Covid; e molti intermediari bancari e finanziari. Insomma, come vede, tutti i grandi protagonisti del potere economico mondiale”.

Se governi e finanzieri in tutto il mondo sono così interessati all’inflazione, perché in questi anni i prezzi sono rimasti sostanzialmente fermi? Eppure le banche centrali, comprese la Federal Reserve e la Bce, ci hanno provato in tutti i modi in questi anni, abbassando i tassi e immettendo liquidità nel mercato per aiutare un’economia tendenzialmente stagnante e far rialzare l’inflazione.

“Essendo stati anni di crescita difficile, i prezzi non sono saliti come ci si poteva attendere, come le banche centrali desideravano. L’associazione fra crescita e inflazione non è più come una volta. Anche per questo si sono rivelate inutili tutte le mosse delle banche centrali che anzi hanno creato altri problemi”.

Cos’è cambiato?

“Ci sono almeno due fattori che hanno modificato lo scenario. La globalizzazione è il primo. Glielo spiego molto semplicemente: è difficile far salire i prezzi da una parte del mondo se qualcuno, da un’altra parte, li fa scendere. L’inflazione è diventata un fenomeno mondiale, poiché tutti importano ed esportano nel mondo. Se ci sono cause specifiche d’inflazione in un paese o in un’area, l’interconnessione mondiale le smussa rapidamente. Faccio un esempio: se l’area Euro riuscisse a far salire i prezzi, basterebbe la loro discesa nell’Europa dell’Est a smussare l’inflazione”.

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