Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Mai così basso il prezzo del gas da agosto, in due mesi giù del 70%: e allora perché le bollette restano alte? Ecco quando ci sarà il calo

mercoledì, Ottobre 19th, 2022

Sandra Riccio

Prosegue il calo delle quotazioni del gas e l’ipotesi è che gli effetti si vedranno già nelle prossime bollette. Il prezzo registrato oggi al nodo di Amsterdam è in discesa dell’11% e porta i valori a quota 110 euro al megawattora. Si tratta del livello minimo registrato dal giugno scorso. In meno di due mesi il prezzo si è ridotto del 70% e i picchi toccati lo scorso agosto sembrano lontani (353 euro).

L’andamento è stato influenzato da diversi fattori tra cui una prima parte dell’autunno che si sta rivelando mite e ha rimandato l’accensione dei termosifoni. Inoltre i Paesi Ue hanno quasi tutti completato gli stoccaggi (l’Italia è al 94%, la Germania al 96%). Inoltre il price cap è in dirittura d’arrivo. La Ue ha inoltre deciso di indagare su possibili speculazioni sul prezzo del gas. «Non crediamo che la speculazione» sul mercato del gas al momento «sia significativa, tuttavia per verificare davvero i dati abbiamo chiesto all’Acer e all’Esma di coordinare il loro lavoro e condividere le informazioni per basare la nostra valutazione su una buona analisi». Lo ha detto la commissaria europea per i Servizi finanziari, Mairead McGuinness, in conferenza stampa. «Osserviamo con attenzione se ci sono attività speculative che potrebbero richiedere ulteriore attenzione» da parte dell’Ue, ha indicato, evidenziando che è un’azione «importante in tempi di grande incertezza» e di «aumenti di prezzo molto considerevoli».
Quando il calo del prezzo delle bollette
Intanto sul prezzo del gas naturale sono puntati anche gli occhi dei consumatori. La speranza è che i ribassi degli ultimi mesi portino a bollette più leggere (probabilmente a partire da novembre), soprattutto per il gas visto l’avvicinarsi dell’inverno.

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Pensioni, l’idea pericolosa di “Opzione uomo”

martedì, Ottobre 18th, 2022

Pietro Garibaldi

Mentre i leader del centrodestra dichiarano sorridenti che nulla potrà intralciare la formazione del nuovo governo, nel sottofondo della politica si parla rumorosamente di come rispettare le promesse elettorali in tema di pensioni. In campagna elettorale il programma di Fratelli d’Italia parlava esplicitamente (a pagina 18, per esattezza) del «diritto a una vecchiaia serena». Si sosteneva poi che con Fratelli d’Italia al Governo si avrà «flessibilità in uscita al mondo del lavoro e accesso facilitato alla pensione, favorendo al contempo il ricambio generazionale».

In questi giorni abbiamo poi visto una Giorgia Meloni molto attentata ad acquisire credibilità sui mercati e sui contesti internazionali. La candidata Premier è infatti ben conscia che il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2023 una recessione intorno al punto percentuale e un’inflazione che certamente rimarrà superiore al 5 percento. Non si potrà quindi soddisfare le promesse elettorali con la crescita economica. Come garantire una pensione anticipata per tutti senza causare un’emorragia insostenibile ai conti pubblici è quindi una delle prime sfide che dovrà affrontare il nuovo Governo. Il problema è aggravato dal fatto che a partire dal 1 gennaio 2023 i requisiti per andare in pensione saranno quelli della legge Fornero del 2011, e richiederanno 67 anni di vecchiaia (con 20 anni di contributi, oppure 42 anni e 10 mesi di contributi a prescindere dall’età, con un anno in meno per le donne).

Inoltre quota 102, introdotta dal Governo giallo verde nel 2019 è in scadenza, come anche “opzione donna” e l’Ape sociale, una misura assistenziale ponte per alcune categoria di lavoratori e per i disoccupati. In questo contesto, nei prossimi mesi diversi lavoratori si troveranno di fronte un vero e proprio scalone pensionistico. Una misura che molti osservatori associano ad ambienti vicini a Giorgia Meloni sarebbe quella di introdurre “opzione tutti”, ossia il principio di estendere anche agli uomini i benefici di opzione donna. In termini più concreti, “opzione tutti” garantirebbe flessibilità a chi va in pensione, sarebbe sostenibile per i conti pubblici, ma richiederebbe tuttavia un ricalcolo delle pensioni a cui si avrà diritto. Cerchiamo di capire.

Sostanzialmente, con “opzione tutti” si potrebbe si andare in pensione anticipatamente, ma si dovrebbe accettare il principio che si avrà diritto a una pensione calcolata esclusivamente sulla base di quanto si è effettivamente versato. In effetti, se invece di andare a 67 anni si va in pensione a 60 (con 35 anni di contributi) si producono due effetti sul sistema. Da un lato, si smette di contribuire alle entrate dell’Inps per circa sette anni. Da un latro lato, si prende una pensione per circa 7 anni di vita in più. Il combinato disposto di questi due effetti, per mantenere il sistema in equilibrio, richiede una riduzione importante della pensione a 60 anni rispetto a quella che si otterrebbe a 67 senza usufruire dell’opzione anticipata. Nel caso di opzione donna, la riduzione imposta alle donne che esercitavano il diritto ad anticipare la pensione era superiore al 10 percento e poteva arrivare fino al 30 percento della pensione ottenuta in base alla legge Fornero.

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Bollette, addio al sollecito: messa in mora e poi distacco per chi non paga in tempo

martedì, Ottobre 18th, 2022

Sandra Riccio

MILANO. Il caro-bollette rischia di lasciare molte famiglie senza luce e gas. Le richieste di aiuto arrivano ogni giorno da tutta Italia ai consumatori: gli operatori dell’energia hanno stretto le maglie e adesso passano subito alle maniere forti. Se prima delle crisi adottavano accorgimenti come l’invio di un sollecito e il «depotenziamento» della rete, adesso – denunciano le associazioni – passano subito alla messa in mora, con il successivo, possibile, distacco della fornitura. Il tutto in tempi rapidi: dal quarantunesimo giorno dalla scadenza della bolletta non pagata e senza che arrivi il tecnico a casa, il taglio delle forniture si fa scattare direttamente dalla sede del distributore.

Le forniture centralizzate

Il problema è particolarmente sentito tra i condomini, perché gli importi rispetto agli scorsi anni sono più che raddoppiati. E nei palazzi con riscaldamento centralizzato le difficoltà si moltiplicano. Il picco verrà toccato tra dicembre e gennaio, cioè cento giorni dopo la scadenza delle fatture.

Il caso di Padova

A Padova la società dell’energia Af Energia interromperà le forniture di gas a circa 300 condomini della provincia, a causa degli alti costi della materia prima ma soprattutto per le «insostenibili garanzie» chieste dai grossisti. Lo ha annunciato lo stesso l’amministratore delegato dell’azienda, Federico Agostini.

L’ultima istanza

Cosa succede in questi casi? Esiste la fornitura di ultima istanza (Fui) da parte delle aziende territorialmente competenti. Per tre mesi il condominio è coperto, se nel frattempo non trova un altro fornitore, resta con queste aziende ma con una maggiorazione di 14,39 centesimi per metro cubo (circa il 20-30% in più). Per evitare guai, alcuni condomini hanno deciso di mettere i sigilli agli impianti di riscaldamento. È quanto deciso dall’amministratore di uno stabile in provincia di Roma. In questa maniera nessuno consuma e non si finisce con il restare senza altre forniture essenziali come quella dell’acqua calda.

La bolletta comune

Ma che cosa succede se in un condominio due pagano e tutti gli altri invece no? Va subito detto che il riscaldamento viene staccato a tutti solo se non viene saldata la fattura condominiale, vale a dire la bolletta comune. Saranno quindi i condomini virtuosi che dovranno pagare anche le quote di quelli morosi per continuare a onorare questa bolletta comune. Successivamente, l’amministratore dovrà richiedere il pagamento delle quote ai condomini non in regola, mediante sollecito o diffida tramite legale oppure giudizialmente (ad esempio con ricorso per decreto ingiuntivo). Un altro maxi-problema che si sta materializzando all’orizzonte.

La valanga all’orizzonte

«Se prima gli operatori dell’energia con i propri clienti utilizzavano la piuma adesso sono passati alla frusta – racconta Furio Truzzi, presidente di Assoutenti –. In pratica, nella, gran parte dei casi, hanno abbandonato tutti quegli accorgimenti con cui trattavano i clienti che non pagavano con puntualità». I casi che potrebbero finire nel mirino già nelle prossime settimane sono davvero tanti. Secondo Facile.it, negli ultimi nove mesi l’aumento del prezzo dell’energia ha portato 4,7 milioni di italiani a saltare il pagamento di una o più bollette. Vuol dire che è concreto il rischio una valanga pronta a partire.

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Decreto Rilancio 2020, la legge ha agevolato truffe per 6 miliardi di euro di cui 1,8 già spariti

lunedì, Ottobre 17th, 2022

di Marco Bonarrigo e Milena Gabanelli

Dieci miliardi di euro di fatture gonfiate, sei di crediti fiscali illegittimi di cui 1,8 già incassati e dileguati. I bonus Covid previsti dal Decreto Rilancio 2020, e in particolare quello sugli affitti non residenziali, bonus facciate e bonus sisma, hanno generato truffe vertiginose. Chi le ha ordite non ha nemmeno avuto bisogno di complicarsi troppo la vita con autorizzazioni e acquisti di materiali come per il Bonus 110%: qui un buon numero di abili truffatori, una rete intermediari e un plotone di prestanome hanno sfruttato una legge nata per essere aggirata con estrema facilità.

Truffatori e complici uniti

Solo così si può spiegare, ad esempio, come due micro società immobiliari hanno potuto fatturarsi a vicenda canoni di affitto e lavori di adeguamento sisma (non realizzati) per 2 miliardi prima che la magistratura le fermasse. A Rimini un’organizzazione ramificata in tutta Italia, è partita da contratti d’affitto esistenti, ma nessuno ha controllato gli importi, gonfiati di 1000 volte. Hanno maturato crediti per 400 milioni, 100 recuperati, 300 incassati e svaniti. Ad Umbertide (Pg) un’oscura concessionaria d’auto ha accumulato crediti d’imposta inesistenti per 103 milioni, di cui 23 comprati da Poste da soggetti che non avevano mai fatto la denuncia dei redditi, rapinatori o con precedenti per associazione a delinquere. Poste e Cassa Depositi e Prestiti hanno liquidato nel corso del 2021 centinaia di milioni senza fiatare, sostenendo di aver agito in buona fede e ora ne chiedono il rimborso allo Stato.

Art 121: la falla nel comma 1 lettera b e nel comma 4

Per capire il meccanismo bisogna partire dal Decreto Rilancio promosso a maggio 2020 dal governo Conte, che concede «un credito d’imposta del 60% dei canoni di locazione degli immobili commerciali o industriali, e fra l’80 e il 90% sui lavori di rifacimento facciate e adeguamento sisma» per aiutare le aziende in crisi, a fronte di spese sostenute per lavori realizzati. Il credito, detraibile dalle tasse, è per la prima volta girabile ad un numero infinito di soggetti, o incassabile subito vendendolo con sconto a istituti di credito. In particolare, l’articolo 28 sugli affitti è stato emendato 40 volte da maggioranza e opposizione per allargare i benefici a ogni tipologia possibile di affitto, dalle cabine balneari ai distributori automatici di bevande. Il guardasigilli ha vistato la legge (spesa stimata a carico dello stato di 1,5 miliardi, la sola truffa è costata sette volte tanto) e anche l’opposizione che non l’ha votata (il Governo aveva posto la questione di fiducia) ha applaudito.

La norma folle

Se decidi di fare questo però devi mettere dei presidi importanti, perché basta che due privati si mettano d’accordo su un credito inesistente e il danno è fatto. Durante l’iter la Ragioneria dello Stato avverte: troppe cessioni di credito d’imposta possono innescare un’economia parallela e fittizia. L’Agenzia delle Entrate il 12 maggio solleva la stessa obiezione, ma la direttiva politica è quella di far girare l’economia e i controlli si fanno dopo. La bozza circola fra i capigabinetto, il ministro Gualtieri dà l’assenso alla norma, passa alla Ragioneria che la avalla, quindi al preconsiglio dei ministri, e poi il Presidente del Consiglio per l’ok finale. Il Decreto Rilancio viene approvato il 9 luglio 2020. A settembre 2020 sul sito di Poste si legge: «Per poter accedere al servizio di cessione del credito di imposta di Poste Italiane gli interessati non dovranno presentare alcuna documentazione per istruire la pratica (..) chi ha maturato il credito riceverà la liquidità sul proprio conto».

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Draghi vola a Parigi prima dell’ultima battaglia. Asse con Macron su economia e prezzo del gas

venerdì, Ottobre 14th, 2022

Massimiliano Scafi

Due premier? Non scherziamo. Niente diarchia, nessun raddoppio, nemmeno l’ombra di una qualche forma di confusione istituzionale, Mario Draghi è «pienamente» in carica e guiderà il Paese per un altra decina di giorni almeno, mentre Giorgia Meloni avrà l’incarico soltanto dopo il Consiglio Europeo del 20. Infatti eccole le immagini di Super Mario che arriva in serata all’Eliseo per un lungo e «cordialissimo» e «proficuo» faccia a faccia con Emmanuel Macron. «Una cena tra amici», riferiscono le fonti diplomatiche, dove in realtà il piatto forte sono le prossime scadenze Ue, dal tetto sul prezzo del gas all’economia. Tra una settimana a Bruxelles su caro bollette ed energia si gioca una partita decisiva e sarà Draghi a scendere in campo.

Poi certo, siamo agli ultimi giri di valzer. E se la data per lo scambio di consegne con tanto di rito della campanella non è stata stabilita, è per tre motivi precisi. Primo, impensabile per il Quirinale, ma pure per la stessa leader di Fdi, indebolire il capo del governo proprio mentre sarà impegnato in una difficile trattativa a Bruxelles: chi ha istruito i dossier ora li deve portare a termine. Secondo, la Meloni non vuole bruciarsi saltando in corsa dentro un negoziato complicato di cui non conosce tutti i particolari: il rischio di figuracce internazionali sarebbe troppo alto. Terzo, non ultimo: come si è visto per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, la strada di Giorgia verso Palazzo Chigi è ancora lunga, la trattativa in alto mare, la squadra da definire.

Così anche Sergio Mattarella ha dovuto aggiornare l’agenda. L’idea iniziale era quella di cominciare subito con le consultazioni, convocando i partiti dal 16, perché con questi chiari di luna, alla vigilia della Finanziaria, l’Italia non può restare senza un governo che abbia la fiducia del Parlamento. Guerra, Covid, crisi economica, lavoro: sono tante le emergenze da aggredire in fretta. Poi però le difficoltà del centrodestra hanno convinto il capo dello Stato ad allungare il brodo. Le consultazioni dovrebbero quindi partire tra il 19 e il 20, Draghi con i suoi poteri rappresenterà l’Italia al Consiglio europeo del 20 e 21 e sabato 22, se nel frattempo sarà riuscita a risolvere il cruciverba politico, la Meloni otterrà il mandato per formare il nuovo esecutivo. Una volta concordata la lista dei ministri con il presidente, tra il 24 e il 25 potrebbe giurare e presentarsi alle Camere per il voto di fiducia.

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Gas, Cingolani rassicura: “Abbiamo messo in sicurezza il Paese, sarà un inverno tranquillo, ma avremo problemi sui prezzi. Piombino è centrale”. Gentiloni avverte: “Ue a rischio recessione”

mercoledì, Ottobre 12th, 2022

In una fredda mattinata d’autunno il Ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, partecipa ai «Green Talks» di Rcs Academy e parla dell’inverno che attende l’Italia, stretta tra la guerra e la crisi energetica derivante e che ha messo sotto pressione il Mite dallo scorso febbraio. L’obbiettivo di completare il 90% degli stoccaggi è stato raggiunto ormai due settimane fa, riuscendo nell’obiettivo di svincolarsi dalla dipendenza russa, ridotta al 10%, e salvaguardando le case degli italiani nei prossimi mesi: «Dovremmo essere in grado di fare una stagione invernale tranquilla. Gli stoccaggi hanno superato il 90%, avremo problemi sui prezzi, ma se il 20 si conclude bene sul price cap, avremo risolto la situazione. Purtroppo non toglieremo la sofferenza a famiglie e imprese». A confermare le dichiarazioni di Cingolani, ci pensa anche il presidente di Eni, Andrea De Scalzi, che traccia il resoconto sulle nuove forniture italiani dopo l’indipendenza da quelle russe: «Il gas algerino vale adesso il 35% delle importazioni – ha detto – e salirà al 38% l’anno prossimo, rispetto al 12% originario. Questo vuol dire che contribuisce quasi come il gas russo in precedenza, nel 2023 l’Algeria arriverà a 27 miliardi di metri cubi e prima la Russia arrivava a 29 miliardi. E’ essenziale che l’Algeria continui così, noi andiamo là ogni dieci giorni per verificare che tutto vada bene, oggi abbiamo messo in produzione altri due campi». 

L’attuale ministro ha parlato anche della nave rigassificatrice di Piombino, una questione che è stata tratta con asprezza dal dibattito politico e che è stata tra le cause della caduta del governo di cui faceva parte, presieduto da Mario Draghi: «Fondamentale che i rigassificatori vengano messi in funzione il prima possibile perché ne va della sicurezza nazionale. E’ urgentissimo che dall’inizio dell’anno prossimo ci sia almeno il primo rigassificatore, quello di Piombino, ed entro inizio 2024 il secondo. Oggi abbiamo dimezzato la nostra dipendenza dal gas russo. L’indipendenza totale è prevista nella seconda metà 2024, sostanzialmente quando saranno piazzati i due nuovi rigassificatori». Ma sulle tempistiche i tempi sono incerti anche per lui: «Sicurezze non ne ho, è un’eredità che lascio e spero che tutti si rendano conto che la sicurezza energetica nazionale dipende da quello. Se abbiamo il Gnl e abbiamo la nave, e non saremo in grado di utilizzarlo sarà un vero e proprio suicidio; qualcuno dovrà prendersi la responsabilità». La data del 2024, quella tracciata da Cingolani per l’indipendenza dal gas del Cremlino non è casuale, in quanto già nelle scorse settimane, il tenutario del Mite aveva detto che non sarebbe stato questo l’inverno più complicato, ma bensì il prossimo (2023-24). Fondamentale, quindi, la costruzione delle navi. 

Un pensiero anche per la sua avventura politica che definisce complessa perché «a parte l’invasione degli alieni ci sono state tutte le emergenze possibili, ma il Pnrr non si è mai fermato». A chi gli chiede, invece, se continuerà a fare politica la risposta è netta: «C’è un tempo per i tecnici e uno in cui il Parlamento si deve riappropriare delle proprie prerogative e fare delle scelte politiche. E il mio tempo da questo punto di vista è finito». 

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Generali, Mediobanca, Anima (e Mps): la nuova mappa del risparmio tra fusioni e matrimoni

martedì, Ottobre 11th, 2022

di Ferruccio de Bortoli

Cinque trilioni. Gli italiani non sono abituati a ragionare con questi ordini di grandezza nonostante il debito pubblico il trilione lo abbia superato da un pezzo e si avvicini ai tre. Ma, per fortuna, possiamo ancora dire che la ricchezza finanziaria degli italiani, al netto delle passività, è quasi due volte il loro debito pubblico. Grosso modo cinquemila miliardi. Nei giorni scorsi, l’Istat ha aggiornato i dati sulla propensione al risparmio che, alla fine del primo semestre di quest’anno, è stata del 9,3 per cento. In calo sensibile (4 punti e mezzo in meno in un anno) ma sempre superiore al periodo pre pandemia. Per non consumare troppo di meno si risparmia un po’ di meno.

L’inflazione erode il valore reale dei patrimoni, ma gran parte dei cittadini — soprattutto quelli che non hanno convissuto in passato con la rincorsa tra costi e prezzi — non sempre ne ha una piena consapevolezza. Non coglie la velocità con cui morde il tasso composto. Una ricerca scientifica ha calcolato (come avranno mai fatto?) che sulla Terra ci sono 20 mila trilioni di formiche. Se fosse possibile dividerle per nazionalità le nostre sarebbero le più operose e previdenti. Siamo grandi risparmiatori ma non eccellenti investitori, soprattutto nel medio e lungo periodo. E, ulteriore paradosso, l’importanza del nostro risparmio è più valutata e concupita, non senza istinti predatori, dai grandi gestori internazionali che dai nostri operatori nazionali, non esenti da colpe. O meglio: i primi si sono svegliati per tempo con strategie aggressive; i secondi sono stati, salvo rare eccezioni, affetti da provincialismo, condizionati da necessità immediate e da calcoli di breve periodo.

Ricchezze e risiko

La partita italiana

Perché se così non fosse Unicredit — ai tempi di Jean-Pierre Mustier — non avrebbe ceduto Pioneer alla francese Amundi, ovvero al Crédit Agricole. Un’operazione che Oltralpe, a parti invertite, non sarebbe mai passata. A maggior ragione se l’avesse fatta un italiano. Forse nemmeno a Bruxelles. All’epoca, nel 2016, nessun protagonista nazionale fu in grado di offrire più dei francesi, forti delle economie di scala. L’allora governo Renzi spinse, ma senza successo, i connazionali a provarci, in particolare Poste, allora dirette da Francesco Caio. Chi è piccolo può osare di meno. E la tenuta dei conti è inevitabilmente al vaglio degli azionisti. E degli stessi asset manager che ne decidono le quotazioni di Borsa penalizzandole se il passo dei nuovi investimenti è più lungo della gamba. Le banche e le assicurazioni italiane realizzano parte cospicua dei loro utili grazie alle commissioni del risparmio gestito. In queste ultime settimane è tutto un agitarsi per vincere la sfida delle dimensioni.

Generali guarda all’asset management americano (Guggenheim Partners o alla più piccola BrightSphere), non solo per ragioni di massa gestita e diversificazione dei mercati ma anche e soprattutto per le competenze, la qualità delle analisi, la capacità di fabbricazione dei prodotti. Un po’ come fece Unicredit ai tempi di Alessandro Profumo e Pietro Modiano quando comprò Pioneer, il più vecchio fondo di gestione americana del risparmio. Anche con l’obiettivo di vendere prodotti al di fuori della propria rete di sportelli, vizio e limite della storia italiana del settore.

La partita del Leone

Torna d’attualità l’ipotesi che Trieste possa cedere Banca Generali a Mediobanca, aumentando il volume di fuoco nel risparmio gestito dell’istituto milanese (che però è di soli 80 miliardi contro i 530 di Intesa e i 489 del Gruppo Generali). Eventualità avversata dai soci Caltagirone e Del Vecchio e all’origine della fratricida sfida della scorsa primavera che li opponeva a piazzetta Cuccia, socio di maggioranza relativa del Leone. Il sofferto e non scontato aumento di capitale da 2,5 miliardi del Monte dei Paschi è un passaggio essenziale. Non solo per i destini della banca senese. Coinvolge, non senza difficoltà e resistenze, i soci commerciali — Axa, altro gigante francese delle assicurazioni e dell’asset management — e Anima, di cui Banco Bpm ha il 20 per cento e Poste l’11. La formazione di altri poli bancari influirà sull’inevitabile processo di aggregazione anche dei protagonisti del risparmio gestito che hanno negli istituti di credito i loro canali di distribuzione. Bper ha appena integrato Carige. Crédit Agricole ha il 9,2 per cento di Banco Bpm dopo aver conquistato il Credito Valtellinese e diverse casse minori. banche

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Lavoreremo 4 giorni a settimana? La proposta di Intesa Sanpaolo, rimanendo in ufficio un’ora in più: “Migliorano benessere ed efficienza”

martedì, Ottobre 11th, 2022

Gabriele De Stefani

Un’ora in più di lavoro al giorno, in cambio di un giorno in meno in ufficio. Saldo finale: la settimana si accorcia, da 37 ore e mezza a 36 complessive, lo stipendio resta lo stesso, ci si riappropria di un po’ di tempo, azienda e dipendente risparmiano (al netto, ça va sans dire, del braccio di ferro sindacale in atto: che si fa con i buoni pasto del giorno di riposo guadagnato?). Intesa Sanpaolo ha 76mila dipendenti, come nessuno nel nostro Paese. Ecco allora che la proposta che la banca ha avanzato agli impiegati, filiali escluse, potrebbe segnare tra poche ore (domani il possibile via libera) uno spartiacque in un mercato del lavoro, quello italiano, che il grande balzo nella flessibilità lo ha fatto solo quando è stato costretto dalla pandemia. Per poi tornare frettolosamente indietro non appena l’emergenza sanitaria è rientrata, lasciando riaffiorare diffidenze e tradizionalismi per tutto ciò che si discosta dalle classiche otto ore alla scrivania dal lunedì al venerdì.

Qui non si tratta di smart working, che pure nel settore bancario è diffuso già dal pre-pandemia, quando il contratto di categoria aveva inserito dieci giorni da casa al mese, cioè quasi il 40% del tempo di lavoro. Il modello della settimana corta guarda in due direzioni. La prima è contingente e di portafogli: meno gente in ufficio significa per l’azienda un risparmio in bolletta nella stagione della crisi energetica e per i dipendenti un bel taglio alle spese di trasporto. La seconda è strutturale e di cosiddetto work-life balance: migliorare la qualità della vita dei lavoratori. E non c’è bisogno di spiegare perché faccia una gran differenza chiudere la settimana al giovedì alle 18 anziché al venerdì alle 17 o andarsene in gita al mercoledì.

Il modello è in crescita, ma ancora un’eccezione in Italia. Il suo guru sta dall’altra parte del mondo: l’imprenditore Andrew Barnes, fondatore della più grande fiduciaria neozelandese, la Perpetual Guardian, ha messo su una fondazione per convincere tutti che il futuro è nella settimana corta, come si fa nella sua azienda. La “4 Day Week Global Foundation” ha una mission evangelizzatrice: lavorate tutti quattro giorni a settimana e il benessere globale migliorerà, noi siamo qui per parlarne e insegnarvi come ci si organizza.

Il principio-guida, anche nello schema di Intesa Sanpaolo, è la flessibilità, dunque non si impone di godere del terzo giorno di riposo a fine settimana per chiudere l’ufficio al giovedì: il lavoratore può scegliere, concordandolo, quando prendersi il break aggiuntivo. Libero al martedì, al lavoro al venerdì. O viceversa, senza paletti. In una filosofia che trova un compromesso tra i vecchi modelli organizzativi e quella grande fame di riappropriazione del proprio tempo che ci hanno lasciato i lockdown e che ha spinto fenomeni come la great resignation americana, le dimissioni di massa figlie di una concezione della vita in cui il lavoro ha sceso diversi gradini della scala di priorità.

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“Via al piano sul prezzo unico del gas”

lunedì, Ottobre 10th, 2022

Francesco Boezi

Claudia Porchietto, responsabile nazionale delle Attività produttive per Forza Italia, lancia le proposte degli azzurri per contrastare il caro-bollette e non solo.

Come bisognerebbe intervenire sul caro bollette?

«Che ci sia in atto una forte azione speculativa è molto chiaro e credo sia il momento di intervenire sulla metodologia di determinazione del famigerato Pun, prezzo unico nazionale, vale a dire il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, che viene acquistata sulla borsa elettrica italiana. Un metodo che permette delle marginalità molto alte, che alimentano la speculazione già in partenza ed impattano sul prezzo finale. È necessario che il nuovo governo si sieda al tavolo con le rappresentanze dei produttori di energia sia da fonti rinnovabili sia tradizionali, perché l’impatto delle rinnovabili che dovrebbe contribuire ad abbassare i prezzi, in realtà, con questi metodi di definizione del Pun, viene neutralizzato e noi continuiamo a pagare troppo cara l’energia».

Dobbiamo davvero preoccuparci per il fabbisogno energetico invernale?

«Credo che il ministro Cingolani abbia fatto un buon lavoro sugli approvvigionamenti per questo inverno e probabilmente riusciremo a reggere l’onda d’urto ma siamo tutti consapevoli che non torneremo sicuramente ai costi energetici di soli 12 mesi fa. Il processo di costruzione di rigassificatori e gli stoccaggi saranno gli asset fondamentali per l’Italia. Il nuovo governo dovrà dare il via immediato alle autorizzazioni per i nuovi impianti, senza se e senza ma. Anche con commissari ad hoc nel caso ci siano problemi sui territori. Un piano straordinario per l’energia deve essere varato entro il primo mese di governo».

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Senza il tetto europeo al gas Italia a crescita zero nel 2023. Confindustria suona la sveglia

domenica, Ottobre 9th, 2022

Luigi Frasca

Allarme crescita zero nel 2023. Pesa lo schock energetico che «abbatte le prospettive di crescita» e pesano le ipotesi sulla questione gas. Il Paese si trova davanti ad un bivio: un eventuale stop delle forniture dalla Russia, che sarebbe un macigno sul Pil, o l’approvazione a ottobre del tanto atteso price cap europeo, che al contrario farebbe salire il prodotto e l’occupazione. È la fotografia scattata dal rapporto sullo stato di salute dell’economia italiana del Centro studi di Confindustria, presentato ieri a viale dell’Astronomia. L’impatto sulla crescita degli effetti economici della guerra in Ucraina si inizierà a quindi a sentire già prima della fine dell’anno, con un III trimestre in frenata e poi in discesa tra il IV trimestre del 2022 (-0,6%) e il I del 2023 (-0,3%). Dal II trimestre del 2023, la dinamica tornerebbe positiva, anche se in misura molto contenuta: +0,2% in media a trimestre con un profilo coerente con una variazione complessivamente nulla nell’anno. Ma «si tratterebbe di un mero recupero dei livelli di attività perduti nei sei mesi precedenti: l’economia italiana sarebbe sostanzialmente in stagnazione», avverte Confindustria. La crescita, quindi, sarebbe nulla.

Rallentano i consumi, nel 2023 sarebbero ancora del 3% sotto ai livelli del 2019, frenano gli investimenti delle imprese, soprattutto nell’edilizia, sale il tasso di disoccupazione, atteso all’8,1% nel 2022 e all’8,7% nel 2023. A questo si aggiunge uno scenario internazionale per i futuri due anni caratterizzato da forte incertezza, con le tensioni tra Ue e Russia che gettano ombre fosche sulla tenuta delle economie italiane ed europee. Se le tensioni dovessero inasprirsi e portare ad uno stop delle forniture il prezzo del gas salirebbe nel IV trimestre ad un prezzo di 330 euro/mwh fino alla fine del 2023. Il che significherebbe svalutazione dell’euro sul dollaro, un aumento dei tassi ufficiali di politica monetaria e di quello interbancario, un peggioramento del clima di incertezza globale. Tradotto: -1,5% di Pil tra 2022 e 2023 e in 294mila occupati in meno nel biennio.

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