Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

“Cessione del credito? Una volta sola”. Cosa può cambiare sul Superbonus

sabato, Gennaio 22nd, 2022

Alessandro Ferro

Per evitare nuove truffe tramite il Superbonus, il governo ha ipotizzato di limitare la cessione dei crediti: si potrà fare soltanto una volta.

Ecco l’ipotesi

È ancora soltanto un’ipotesi ma i costruttori sono molto preoccupati: l’Ance e le organizzazioni artigiane gridano in coro “basta modifiche”. La bozza del decreto Sostegni, infatti, contiene la possibilità di modificare il capitolo che riguarda le frodi sui bonus edilizi, Superbonus compreso. I crediti che, al 7 febbraio, saranno già oggetto di cessione potranno procedere con un’altra. Come scrive l’Ansa, i contratti che violeranno le nuove norme saranno considerati nulli.

“Basta con i cambiamenti”

“L’ennesima modifica alle misure in corso, con il limite alla cessione dei crediti, rischia di bloccare le imprese e penalizzare le famiglie più bisognose. Non è così che si fermano le frodi”, commentano dall’Ance. “Basta con i continui cambiamenti. L’incertezza delle regole, anche con provvedimenti retroattivi, scoraggia il mercato e le imprese più serie”, afferma il presidente, Gabriele Buia. “Giusto l’obiettivo di contrastare le frodi”, sottolinea Buia, “ma non si possono colpire continuamente migliaia di cittadini e di imprese corrette impegnate in interventi di riqualificazione energetica e sismica, che ora dovranno necessariamente rivedere le condizioni contrattuali con i proprietari, generando migliaia di contenziosi e un blocco del mercato”.

“Incertezza sul mercato”

Dello stesso parere anche Marco Granelli, presidente di Confartigianato, il quale sottolinea infatti come “le continue modifiche creano incertezza sul mercato con l’effetto di bloccare le operazioni, anche quelle che non presentano profili patologici”. Limitare ad una sola cessione il trasferimento dei crediti, potrebbe provocare un rallentamento delle operazioni di acquisto anche da parte degli operatori finanziari ormai prossimi “al raggiungimento della loro capacità di ‘assorbimentò in compensazione dei crediti stessi”.

Come cambia il Superbonus 2022

Come ci siamo occupati sul Giornale.it, l’agevolazione è stata prorogata per altri due anni e sarà in vigore fino al 2023: dopodiché, come riporta il Corriere, nel 2024 l’aliquota scenderà al 70% e nel 2025 al 65%. Quel che più importa, comunque, riguarda l’agevolazione per chi decide di eseguire coibentazioni (cappotti termici), rinnovare gli impianti di riscaldamento e intervenire sulle parti strutturali. In tutti questi casi, si può tentare utilizzare il Superbonus per il miglioramento energetico o antisismico prorogato al 110% fino alla fine del 2023.

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Se la pensione non è un bene “primario”

sabato, Gennaio 22nd, 2022

Francesco Maria Del Vigo

Da queste colonne – i lettori lo sanno bene – abbiamo sempre difeso i vaccini e continueremo a farlo senza alcuna esitazione. E abbiamo sostenuto che il green pass potesse essere il volano per convincere i cittadini più restii a sottoporsi alla vaccinazione, passaggio fondamentale per portare il Paese fuori dall’incubo della pandemia. E i numeri delle terapie intensive dimostrano, a chiunque non sia stolto o in malafede, quanto sia stato importante il lavoro di Figliuolo. Ma l’ultimo dpcm (e speriamo di liberarci e dimenticarci presto di questo orribile acronimo) raggiunge soglie di confusione al limite del delirio. E sappiamo bene che complicare le regole è il miglior modo per renderle inapplicabili e per aprire la strada a quei furbi che nelle giungle legislative piantano le tende delle loro illegalità. Dunque, dal primo febbraio occorrerà il green pass per entrare nella maggior parte dei negozi e degli esercizi commerciali. Ci sono alcune eccezioni: tra le quali i supermercati, le farmacie, gli ottici e i negozi che vendono il cibo per gli animali. Pare scontato (ma non lo è) precisare che si potrà entrare senza passaporto verde anche negli uffici di polizia e in quelli giudiziari per «attività istituzionali indifferibili». Volevamo anche vedere che una vecchietta scippata non potesse andare in Questura a denunciare il ladro perché non ha il green pass e che il ladro stesso, per il medesimo motivo, non potesse essere convocato per le indagini. Saremmo in quella terra di confine in cui la legislazione tracima nella psichiatria. Ma, badate bene, siamo a un passo. Perché senza green pass base non si potrà andare alle poste per ritirare la pensione. Come se non fosse un «servizio essenziale». Quindi, facciamo un caso estremo, un pensionato senza pass può andare a fare la spesa al supermercato e comprare quello che gli pare, ma non si sa con quale denaro, probabilmente con i risparmi di una vita, sicuramente non con i soldi della pensione che non ha potuto ritirare alle poste. Continuando sull’orlo del paradosso: lo Stato dà ai pensionati la possibilità di spendere soldi che non hanno più il diritto di ritirare.

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Caro bollette, gas calmierato alle imprese. Si va verso il raddoppio della produzione dell’Eni

venerdì, Gennaio 21st, 2022

Alessandro Barbera

Dopo giorni di contatti per discutere dell’unica scadenza che appassiona la politica – il voto sul Colle – alle nove di stamattina Mario Draghi riunisce la sua maggioranza per affrontare un problema serissimo per gli italiani: il caro energia.

Ieri il premier ne ha discusso a lungo con il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, salito al piano nobile di Palazzo Chigi con l’intento preciso di terrorizzarlo. «Al Nord ci sono intere filiere che quest’anno pagheranno per l’energia quattro volte quello che pagavano prima della crisi», ha spiegato Bonomi. Acciaio, vetro, carta, cemento, ceramica: c’è chi ritocca i listini, con il rischio di finire fuori mercato, e chi sta riorganizzando i turni per consumare nelle ore in cui l’energia costa meno. Chi non ce la fa, riduce la produzione o fa domanda di cassa integrazione.

Per tamponare la situazione, il presidente degli industriali ha prospettato a Draghi tre soluzioni. La prima, la più rapida: il trasferimento in via preferenziale alle aziende energivore di parte della produzione nazionale delle rinnovabili. Il passaggio avverrebbe ad un prezzo predeterminato da parte del gestore della rete. La seconda: il raddoppio della produzione di gas Eni in Italia da quattro a otto miliardi di metri cubi l’anno. Anche in questo caso l’intervento verrebbe agevolato dalla firma di contratti di cessione dell’energia a prezzi predeterminati. E la terza: una estensione dei benefici fiscali per i contratti energetici delle imprese. Il governo dovrebbe accogliere le prime due richieste, più difficile la terza.

Ieri sera non era ancora chiaro cosa avrebbe trovato spazio nel decreto che verrà approvato oggi. Per la prima volta dall’inizio della pandemia il governo non ha molto a disposizione. Tre, forse quattro miliardi di euro, con i quali garantire i ristori anti Covid per discoteche, turismo, attività sportive e settore degli eventi, il resto per il caro energia. Nei ministeri si dà per scontato un intervento in due tempi, prima e dopo il voto sul Quirinale. Si discute da giorni di una tassa sugli extraprofitti del settore e ad un aumento del deficit. Nessuna delle due soluzioni sarà però varata oggi: ci sono difficoltà a scrivere una norma che non venga tacciata di incostituzionalità, e mancano le condizioni politiche per chiedere a Bruxelles nuove spese dopo una manovra da trenta miliardi.

Insomma, la grana non verrà risolta nemmeno oggi. Bonomi, di fronte ad un Draghi curioso e stupito, ha spiegato di essere scettico su un calo dei prezzi a primavera. Basta dare un’occhiata all’andamento dei cosiddetti futures su gas e petrolio. Il greggio, nonostante i proclami di Greta, resta il termometro di quel che avviene sui mercati: la qualità Brent ieri si è avvicinata a novanta dollari il barile, il Wti ha raggiunto gli 86. Gli analisti dicono che tornerà presto a costare cento dollari il barile, un livello che non si vedeva da dieci anni.

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“Taglio del 3%”. Cosa può accadere alle pensioni

giovedì, Gennaio 20th, 2022

Alessandro Ferro

La riforma delle pensioni non si ferma e giungono nuove proposte in questo primo scorcio di 2022. A partire da una certa età (non ancora specificata), si potrebbe dare la possibilità di andare in pensione con un taglio del 3% dell’assegno sulla quota retributiva per ogni anno d’anticipo rispetto al raggiungimento dell’età di vecchiaia.

Come funziona la penalizzazione del 3%

L’idea è di Michele Reitano, membro della Commissione tecnica del Ministero del Lavoro che studia come separare l’assistenza dalla previdenza e cercando di tutelare anche le categorie di lavoratori più fragili. Come riporta IlSole24Ore, la proposta evidenzia “l’opportunità di sfruttare le potenzialità offerte dal passaggio verso lo schema di calcolo contributivo”. Per far così, si partirebbe da un’età minima non precisata e sfruttare l’uscita anticipata “subendo una riduzione della quota retributiva della pensione (ad esempio, intorno al 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’età legale) che compensi, in modo attuarialmente equo, il vantaggio della sua percezione per un numero maggiore di anni”. Una misura del genere, sottolinea Reitano, darebbe “un’opportunità in più a tutti i lavoratori” a prescindere dalla loro carriera pregressa e limitando i problemi per i conti pubblici nel lungo termine.

Come elaborato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps, Reitano afferma che “prendendo a riferimento unicamente le pensioni anticipate e di vecchiaia l’età di ritiro fra i dipendenti privati è attualmente pari a 64,1 e 63,2 anni, rispettivamente fra donne e uomini. Valori non dissimili (63,9 e 63,5 per donne e uomini) si osservano nel pubblico impiego, mentre l’età di pensionamento effettiva è lievemente più elevata (64,8 e 64,0) nelle gestioni autonome Inps”. La nuova formula comprende tutte le opzioni attualmente in vigore per andare in pensione (dall’Ape sociale a Quota 102), le quali fanno parte di “un insieme di misure eterogenee” che è “incapace di risolvere in modo permanente il problema di come offrire un’opzione di scelta a chi volesse ritirarsi prima di aver raggiunto i requisiti elevati (e crescenti nel tempo) stabiliti dalle riforme del 2009-2011, senza al contempo aggravare i conti pubblici”.

Quanto si perde con il contributivo

Come ci siamo occupati sul Giornale.it, non convince la riforma delle pensioni voluta dal premier Draghi concentrata sul metodo contributivo che porterebbe ad una perdita netta stimata fra il 20 ed il 35%. È per questo che i sindacati sono sul piede di guerra e intenzionati a far sentire la loro voce. “Vediamo se c’è davvero la volontà del governo di avviare un confronto e non solo un ascolto per superare le rigidità della legge Fornero”, è quanto ha dichiarato a Repubblica, il segretario confederale Cgil e responsabile previdenza, Roberto Ghiselli.

Cosa succede con Quota 102

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Lo tsunami delle bollette travolge le imprese: salasso da 80 miliardi di euro

giovedì, Gennaio 20th, 2022

PAOLO BARONI

Il caro energia sta mandando al tappeto molte imprese italiane grandi e piccole, senza distinzioni. Alcune costrette a fermare le produzioni, altre addirittura a rischio chiusura. Di fatto è la stessa ripresa dell’economia che viene messa a rischio visto l’impatto devastante del caro bollette: oltre 80 miliardi di euro in più a carico di famiglie e imprese, denuncia l’Alleanza delle cooperative. «Altro che bollette alle stelle, parliamo di un conto insostenibile». 

«La situazione è drammatica e richiede interventi urgenti e strutturali di politica industriale. Non è possibile rinviare le decisioni, serve un atto di coraggio per superare la logica degli interventi spot. Serve agire in fretta come hanno già fatto i governi di Francia e Germania» ha chiesto ieri Confindustria al tavolo convocato dal ministro dello Sviluppo Giorgetti. Tutto il comparto della manifattura, a partire dei settori più energivori, la meccanica, la siderurgia, la chimica, le industrie del vetro, del legno e del cemento, e quelle piastrelle e della carta, un totale di 140 mila imprese che vale il 10% del Pil, ieri ha di fatto chiesto al governo Draghi un nuovo «whatewer it takes», ovvero di fare tutto ciò che è necessario, costi quel che costi, per scongiurare il peggio.

Manifattura in ginocchio

Come hanno spiegato ieri il delegato di Confindustria per l’energia Aurelio Regina e il direttore generale Francesca Mariotti «l’impatto dei maggiori costi energetici a cui stiamo assistendo si sta abbattendo sulle imprese industriali in maniera fortissima». Si è infatti passati dagli 8 miliardi nel 2019 ad oltre 37 nel 2022 con un incremento complessivo del 368% nel 2021 e di oltre 5 volte sul 2020. E per questi settori, «che al momento stanno responsabilmente assorbendo tutti i costi, il caro-energia si traduce in una forte erosione dei margini operativi e potrebbe comportare decisioni di chiusura produttiva».

La crisi mette in ginocchio tanti grandi, ma le piccole imprese non soffrono di meno. Ieri praticamente tutte le associazioni di impresa, dal commercio all’artigianato, dall’agricoltura alle coop, hanno preso posizione chiedendo sostegni immediati e la convocazione di tavoli a palazzo Chigi.

Stangata su bar e ristoranti

Secondo Confcommercio, nonostante le misure di contenimento già adottate dal governo, il caro energia sta colpendo pesantemente le imprese del commercio, della ricettività e della ristorazione che nel 2022 dovranno sostenere un aumento della bolletta energetica che nel complesso tra gas ed elettricità passerà da 11,3 a 19,9 miliardi (+76%). A soffrire di più saranno 140 mila bar, che subiranno una stangata del 100%, i 200 mila ristoranti in attività (+73%) e gli alberghi (+61%). Mentre per l’autotrasporto si parla di 7 miliardi in più di spesa a causa del caro-gasolio. «Un conto salatissimo per 1 milione di imprese: le più colpite dalla pandemia e che ora rischiano in tantissime la chiusura anche a causa dei rincari energetici» rileva il presidente Carlo Sangalli.

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Covid, quanto costa curare un No Vax

giovedì, Gennaio 20th, 2022

Alessandro Mondo

TORINO. Da tre anticorpi monoclonali a uno. L’impatto di Omicron è anche questo: la brusca riduzione dell’arsenale farmacologico disponibile per curare in fase precoce, ovvero nei primi giorni di insorgenza dei sintomi, i pazienti positivi più a rischio. Se poi il Sotrovimab, il solo monoclonale oggi veramente efficace contro la variante in questione, arriva con il contagocce, si comprendono le difficoltà in cui versano anche gli ospedali torinesi, dove monoclonali e antivirali vengono somministrati in base al profilo di rischio dei malati.

«Usiamo molte risorse per i non vaccinati, completamente esposti al virus – conferma il dottor Sergio Livigni, coordinatore area sanitaria ospedaliera del Dirmei e direttore del dipartimento Dea Asl Città di Torino -: monoclonali, antivirali, antinfiammatori. Va da sé che dobbiamo trattare tutti, senza eccezioni».

Già, ma quanto costa il ricovero in rianimazione di un non immunizzato? Circa 4 mila euro al giorno». Cifra variabile in base a una sommatoria di fattori: «Se si tratta di intubarlo, o di ricorrere alla Ecmo, la circolazione extracorporea, i costi lievitano in misura sensibile». E per i vaccinati? «Il decorso è più breve e benigno, rari i ricoveri in terapia intensiva». Dei 142 ricoverati nelle terapie intensive piemontesi oltre il 70%, dunque più di 100 – è senza vaccino. E dunque il loro costo si aggira intorno ai 450 mila euro al giorno.

Il ricorso agli antivirali

Un virus, due problemi, tra i molti: una variante ipercontagiosa e sfuggente, che mette alle corde gli attuali vaccini e svicola tra i farmaci; il rapporto dei ricoveri tra vaccinati e non vaccinati, fortemente sbilanciato sui secondi. Qualche numero, per rendere l’idea: dei 60 pazienti attualmente ricoverati all’Amedeo di Savoia, 40 non sono vaccinati; al Giovanni Bosco, altro grande ospedale di Torino, i non immunizzati cubano il 50% dei ricoveri nei reparti ordinari e l’80% in rianimazione.

Da qui i problemi, quotidiani, con cui si scontrano i medici. «Il Sotrovimab ha grossi limiti quantitativi – spiega il professor Giovanni Di Perri, primario malattie infettive all’Amedeo di Savoia -. In questi giorni dovrebbero arrivare 150 fiale». Per l’Amedeo? «Macché, per tutto il Piemonte. Finora ne avevamo ricevute 29, sempre a livello regionale, sono andate via con il pane». E gli altri monoclonali già disponibili? «Casirimuvab e Imdevimab si usano ancora ma proteggono prevalentemente contro la Delta e le varianti che l’hanno preceduta».

Come se ne esce? Ricorrendo agli antivirali, che alla pari dei monoclonali non hanno valore preventivo e vanno somministrati entro pochi giorni dall’insorgenza dei sintomi in pazienti a rischio di evoluzione grave della malattia: il Remdesivir, efficace all’80% nell’evitare le ospedalizzazioni, cioè i ricoveri, mentre il Molnupiravir si ferma al 30-50%. «La prima indicazione è sempre il Sotrovimab, le seconda è il Remdesivir, per i profili a basso-medio rischio prescriviamo il Molnupiravir», precisa Di Perri. Va da sé che i non vaccinati rientrano nella casistica ad alto rischio. Dopodiché: «Noi dobbiamo curare tutti. Un altro conto è sensibilizzare sull’importanza di vaccinarsi». Al riguardo, i medici non hanno dubbi. «La vera discriminazione è legata alla riduzione delle prestazioni sanitarie, causa l’aumento dei ricoveri Covid, per i pazienti puliti, cioè No Covid – commenta Livigni -. È la cosa che mi irrita maggiormente, per questo sono favorevole all’obbligo vaccinale, senza distinzioni di età».

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Un italiano su quattro vive sulla soglia della povertà: ecco le cinque mosse del governo per affrontare la crisi

mercoledì, Gennaio 19th, 2022

Sul lavoro povero «non si può rimanere senza fare niente». Lo ha detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando intervenendo alla presentazione del Rapporto del Gruppo di lavoro sulla povertà lavorativa spiegando che «rimanere fermi vuol dire accettare l’idea del lavoro povero». «Non si può dire che non si fa nulla sulla rappresentanza – ha detto – e che non si fa nulla sul salario minimo. Non c’è ancora il dato sul 2020 ma credo che ci sarà un accentuazione del fenomeno. Sicuramente con la pandemia la situazione non è migliorata».

Il rapporto del ministero

Garantire minimi salariali per i settori in crisi, irrobustire gli strumenti di vigilanza documentale delle Amministrazioni pubbliche, introdurre integrazioni del reddito (in-work benefit), incentivare le imprese a pagare salari adeguati con forme di accreditamento, gogna pubblica per chi non rispetta la normativa sul lavoro, revisione dell’indicatore Ue di povertà lavorativa.

Sono queste le cinque proposte avanzate nel documento finale elaborato dal Gruppo di lavoro “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa” e illustrato oggi pomeriggio dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando in videoconferenza. Obiettivo: la lotta al lavoro povero. «In Italia un quarto dei lavoratori italiani ha una retribuzione individuale bassa – cioè, inferiore al 60% della mediana – e più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, ossia vive in un nucleo con reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana», come evidenzia il documento stesso.

Quella elaborata dal Gruppo di lavoro è dunque una «strategia di lotta alla povertà lavorativa» che punta su una molteplicità di strumenti «per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo efficace». Proposte dunque che agiscano sia a livello predistributivo (cioè sui redditi di mercato) che a livello redistributivo e trasversale e che, anche se al momento sono state pensate «in senso generale e microeconomico» per supportare i «redditi individuali e famigliari», potrebbero essere «immaginate anche a livello settoriale o locale». A cui si dovrà affiancare però una strategia complessiva che affronti «le debolezze macroeconomiche e di politica industriale, le politiche per il lavoro (politiche attive, regolazione lavoro atipico, contrattazione) e gli investimenti in istruzione e formazione».

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Otto italiani su 10 sono potenziali evasori fiscali

martedì, Gennaio 18th, 2022

Felice Manti

Otto italiani su 10 sono potenzialmente evasori, perché non ci sono controlli efficaci (anche se non sarebbe questo il motivo principale che spinge all’evasione) e i servizi pubblici erogati non sono all’altezza delle tasse corrisposte all’erario per tre italiani su quattro. È questo il risultato di un sondaggio choc commissionato a Ipsos dal Centro studi Fiscal Focus, nel giorno in cui in Parlamento si torna a parlare dell’ennesima pace fiscale, invocata a gran voce dal centrodestra. Stando ai dati del ministero delle Finanze, nel 2019 l’evasione fiscale in Italia sarebbe stata pari a 80,6 miliardi di euro. Per il direttore del Centro studi Antonio Gigliotti il risultato non deve sorprendere: «Ogni giorno, soprattutto dopo due anni di incertezze provocate dalla pandemia, decine di migliaia di professionisti e piccoli imprenditori si chiedono se sia più opportuno pagare le tasse o i costi fissi dell’azienda, inclusi quelli per l’acquisizione di nuovi clienti che sono necessari per alimentare un flusso di cassa positivo. Ormai c’è un clima culturalmente e politicamente avverso all’impresa e che sta delegittimando anche a livello normativo con adempimenti fiscali a catena ed una vera e propria vessazione fiscale chi oggi ha ancora voglia di fare l’imprenditore nella vita».

D’accordo anche il commercialista Gianluca Timpone, che osserva: «Ad oggi circa il 50% dei richiedenti i benefici del saldo e stralcio e rottamazione ter sono risultati decaduti e sono in attesa di una eventuale ripescaggio». Parliamo di almeno 800mila cartelle, per un controvalore che si aggira sui 4 miliardi. D’altronde, è chiaro che con due anni di pandemia alle spalle e uno stato d’emergenza prolungato al 31 marzo una nuova pace fiscale sembra l’unica opzione possibile. Non parliamo di evasori, chiariscono sia Gigliotti sia Timpone, ma di «lavoratori autonomi che a causa della sensibile contrazione dei propri ricavi anche a cause delle continue e forzate chiusure imposte dallo stato sono stati costretti a saltare le rate arretrate». Con una beffa ulteriore. Per colpa delle azioni esecutive che l’Agenzia delle Entrate può già mettere in campo, come ha già scritto Il Giornale, in tanti si sono visti conti bloccati, stipendi pignorati, immobili ipotecati e fermi amministrativi a pioggia. «L’Erario aggredisce le nuove entrate, necessarie per sopravvivere. Ecco perché sono urgenti misure tampone per evitare il fallimento fiscale di imprese e professionisti», ammonisce Timpone. Anche perché un’impresa che salta è una risorsa in meno per sostenere la spesa pubblica, soprattutto in questa fase in cui l’Europa sembra voler tornare a fare la voce grossa su fiscal compact e debito pubblico, proprio nel giorno in cui lo Stato rende noto che le entrate tributarie e contributive nel primi 11 mesi del 2021 sono aumentate del 9,7% (+58.691 milioni di euro) rispetto all’analogo periodo del 2020.

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Più fiducia nella scuola, ma la Dad minaccia le relazioni dei ragazzi

lunedì, Gennaio 17th, 2022

di Ilvo Diamanti

Dopo la pausa festiva è ricominciata la Scuola. Al centro dell’attenzione e della vita pubblica. Oggi più che mai, come sottolinea un recente sondaggio di Lapolis- Università di Urbino e Demos per Repubblica-L’Espresso. Tuttavia, la realtà appare molto diversa. E diversificata. La pandemia, infatti, incombe ancora. Con varianti che continuano a variare. Dopo Delta, Omicron. Domani, chissà.

Di fronte alla “comune” minaccia, però, non ci sono regole chiare, che permettano scelte “comuni”. Così, le Regioni si trovano ad affrontare questo stato di emergenza senza indicazioni coerenti. E decidono in modo diverso e contingente. Costringendo i cittadini – tutti, di ogni età e condizione – a un faticoso esercizio di adattamento. Giorno per giorno. “L’emergenza”, infatti, è divenuta una condizione “normale”. D’altra parte, il Virus continua a circolare e colpisce docenti e studenti.

Per questo, si riprende a parlare di DaD, Didattica a Distanza. Oppure, in alternativa, di DiM. Didattica Mista, che combina e alterna DaD e DiP. Didattica a Distanza e in Presenza. Non sappiamo fino a quando. Perché non sappiamo e non possiamo sapere quando il Virus se ne andrà. Quando, comunque, riusciremo a neutralizzarlo.

Oggi, tuttavia, è chiaro che la DiP va gestita con prudenza. Ma che la DaD è una soluzione che genera, a sua volta, problemi seri. Di lunga durata. Lo abbiamo verificato in alcuni precedenti sondaggi, dai quali risulta evidente come, anzitutto, questa modalità di comunicazione “escluda” alcune componenti sociali, che non dispongono della connessione e di dispositivi Wi- adeguati. Inoltre, la DaD rischia di generare la SaD. La Società a Distanza.

Una società nella quale si allargano gli spazi di “sfiducia negli altri”. In quanto le relazioni telematiche riducono le relazioni dirette. Fra persone reali e non virtuali. Infatti, quando si comunica online si è sempre connessi con gli altri. Ma da soli. Anche se si utilizza lo smartphone, lo strumento più diffuso, a questo fine. Basta osservare quante persone, intorno a noi, si muovono con gli occhi puntati sul cellulare. E gli auricolari in bella evidenza. Ovviamente, non parlo solo degli altri.

In questo modo, però, rischiamo una solitudine continua e crescente. Per questa ragione, la DaD può costituire una soluzione di emergenza, ma non la normalità. Tanto più perché la Scuola è considerata dai cittadini un riferimento fra i più importanti. In misura crescente. Come emerge dal rapporto annuale “Gli Italiani e lo Stato”, nel quale la fiducia nei suoi confronti sale al 59%: 7 punti di più, rispetto al 2020.

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Arriva la stretta sulle targhe: scattano le multe. Chi rischia

lunedì, Gennaio 17th, 2022

Alessandro Imperiali

Cambiano le regole nei confronti di chi possiede un veicolo con targa estera. Le novità però non sanano le varie criticità che la Corte Ue aveva evidenziato per chi “si organizza” con leasing, noleggio o comodato all’estero.

La nuova direttiva sulla Rc auto, inoltre, non affronta svariati problemi che si possono creare in caso di incidente. Il fenomeno delle targhe estere nasce agli inizi degli anni ’90 ma esplode nel 2011 con gli inasprimenti fiscali del 2011 sull’auto. Perciò per evitare le tasse di iscrizione al Pra (Ipt9) e proprietà (bollo), il caro assicurazione Rc auto, le notifiche delle multe e gli indici di reddito utilizzati dal Fisco, sono svariati i residenti in Italia che circolano con targa estera.

Come riporta il Sole 24 Ore, la prima stretta c’è stata nel 2018. Il Dl 113/2018 ha modificato l’articolo 93 del Codice della strada vietando ai residenti da più di 60 giorni di guidare veicoli immatricolati all’estero. Con sanzione di 711 euro e confisca del mezzo, quest’ultima evitabile immatricolandolo in Italia entro 180 giorni. Ad eccezione di noleggio o leasing presso operatori Ue o See che non abbiano in Italia una sede secondaria o effettiva. La seconda eccezione, invece, riguardava i dipendenti di aziende Ue o See che ricevevano un veicolo in comodato.

Cosa è cambiato nel 2021

La Legge europea 2019-2020 approvata definitivamente dalla Camera il 21 dicembre ha introdotto l’articolo 93-bis ma con vari correttivi. Vengono inclusi in questa anche i rimorchi, modulando le sanzioni e allargando le esenzioni. Inoltre, viene in parte rielaborato il divieto: i veicoli con targa estera di proprietà di residenti in Italia possono circolare nel Paese per tre mesi da quando l’interessato ha preso la residenza italiana.

Oggi c’è un mese in più per adeguarsi, con la differenza che le sanzioni scattano anche se guida un residente all’estero dal momento che conta chi è il proprietario. È necessario a bordo “un documento, sottoscritto con data certa dall’intestatario”, con titolo e durata della disponibilità del veicolo. Prima era necessario solo per leasing, noleggio o comodato.

Se il residente in Italia (o una persona giuridica con sede nel Paese) dispone del veicolo per più di 30 giorni «anche non continuativi, nell’anno solare», scatta un trattamento analogo a quello previsto dal Codice (articolo 94, comma 4-bis) per i mezzi immatricolati in Italia utilizzati da chi non ne è proprietario: titolo e la durata della disponibilità vanno registrati dall’utilizzatore in un elenco che sarà tenuto dal Pra. In caso di cambi di disponibilità o di residenza è necessario aggiornare la registrazione. Procedura necessaria anche per i mezzi di proprietà di lavoratori subordinati o autonomi che esercitano attività professionale in uno Stato limitrofo o confinante.

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