Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Benzina, i prezzi in Europa dall’Austria alla Francia. Perché in Italia costa di più

venerdì, Ottobre 15th, 2021

di SILVIA RIZZETTO

I Paesi europei dove la benzina è più cara

Roma – Benzina, quanti ci costi. In Italia soprattutto. Il nostro è uno dei Paesi europei con il prezzo più alto del carburante. A oggi, la modalità self viene venduta mediamente a 1,728 euro al litro, mentre il servito a 1,863 euro/litro, stando a quanto riportato da Quotidiano energia. I numeri del diesel, sempre aggiornati a questa mattina, sono 1,588 euro/litro (self) e 1,731 euro/litro (servito)

Le ragioni dell’aumento

Il carburante sta salendo in tutta Europa, ma basta consultare le tariffe oltre i confini per scoprire che sulla benzina, a esempio, il divario dei nostri vicini con l’Italia è piuttosto significativo. La questione non è nuova: il divario è figlio delle forti accise che gravano sul prezzo del carburante. Una tassazione che è più del 70% del prezzo finale.

Discorso a parte va fatto sugli aumenti del carburante in generale, con rincari diffusi in tutto il Vecchio Continente. A incidere, secondo il Codacons, è anche la ripresa economica del post lockdown che ha fatto aumentare la domanda di materie prime, petrolio compreso. 

Sempre l’associazione dei consumatori sottolinea come il mancato accordo dei paesi dell’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) sull’aumento della produzione di greggio, avvenuto nel summit di Vienna lo scorso luglio, sia stato un altro fattore scatenante per l’aumento dei prezzi. La forte domanda di greggio ha provocato una brusca impennata sul mercato e a oggi il Brent è tornato a sfondare quota 80 dollari a barile. Il barile di greggio con consegna a novembre è scambiato a 81,11 dollari al barile, sui massimi raggiunti nei giorni scorsi con un aumento su ieri dello 0,83%. Il Brent con consegna a dicembre passa di mano a 83,91 dollari al barile con una crescita dello 0,88%.

Il grafico (confronto sui prezzi dell’11 ottobre)

I Paesi europei dove la benzina è più cara

Il confronto con gli altri Paesi

Fuori dall’Italia, a due passi da noi, i carburanti costano di meno. Basta sconfinare ed ecco che in Austria la benzina si trova a 1,383 euro/litro, mentre il diesel arriva a 1,20 euro/litro. In Slovenia, dove il costo della benzina si ferma a 1,325 e il diesel1.22 euro/litro. Oltre le Alpi, in Francia,  non se la passano molto meglio di noi: la benzina è arrivata fino a 1,633 euro/litro. Parentesi per San Marino, dove per la benzina si pagano 1,588 euro/litro, poco più che in Svizzera, a 1,521 euro/litro.  

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Dai grandi fasti alla crisi, oggi l’ultimo volo di Alitalia

giovedì, Ottobre 14th, 2021

MARCO ZATTERIN

Dai grandi fasti alla crisi, oggi l’ultimo volo di Alitalia

Stasera l’ultimo volo, un Cagliari-Roma, decollo alle 22, sempre che sia in orario. Il primo fu da Torino per Roma e Catania, il 5 maggio 1947, su un trimotore Fiat F12E riverniciato di fresco. Biglietto a 7000 mila lire, che oggi sarebbero 145 euro e 53 cent. Era il principio di un’epopea che a lungo fu un trionfo, vent’anni abbondanti in cui l’Alitalia – che riuscì persino ad essere il settimo vettore mondiale e il terzo europeo – diventò il biglietto da vista di un Paese dinamico in preda alla ricostruzione e al boom economico. «Dove c’è Az c’è casa», potevano pensare i viaggiatori della penisola, a ragione, per giunta. I colori erano familiari, patriottici persino. L’equipaggio sorrideva gentile, il servizio era di classe, piacevano hostess e steward dall’abbronzatura semipermanente e l’accento romano che col tempo avrebbe fatto “molto Rai”, dunque nuovamente “casa”.

Finché durò la Repubblica numero uno, e non si alzò il vento della globalizzazione destinato a scatenare la concorrenza planetaria low-cost, nessuno pensò che quella Grande Bellezza costasse più cara del previsto e consentito. Gli “Arrivederci” che sottolineavano l’atterraggio sembravano non poter finire. Erano gli aerei del papa e delle star del cinema. Eppure, per ogni minuto di volo c’era sempre un prezzo extra da pagare, una spesa che si scaricava su conti dell’Iri, vale a dire sulle tasche di tutti.

Lo hanno detto in molti, ma Romano Prodi lo ha fatto meglio. Lui, che l’Alitalia l’ha avuta in dote come presidente dell’Iri e capo del governo, avvertì che non sarebbe stato possibile alcun risanamento «senza sacrifici e senza una strategia per il futuro». Ma nel tempo i primi sono stati fatti, non bene e in ritardo. E la seconda non si è mai vista con precisione e lungimiranza, persa nel palleggio inconcludente del lungo raggio contro corto raggio, di Malpensa contro Miami e simili disfide, senza contare i capricci politici, forieri tra l’altro dello strano volo Roma-Albenga di Scajola ministro. A furia di provarci, il professore bolognese una soluzione l’aveva trovata nella primavera del 2008, convincendo Air France a farsi carico del paziente italiano dimagrito. Era ovvio che bisognava crescere di taglia globale per non continuare a buttare soldi nello scarico di piani industriali obsoleti. Tuttavia, la politica nicchiava attaccata alla flebo del debito pubblico. C’era stato duello in parlamento e sui giornali, ma ora era quasi fatta, dopo 12 anni di tentativi, in un mercato ricco di turbolenze. Ma non successe.

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Pensioni, si esce prima ma solo con una parte. Ecco l’alternativa a Quota 100

mercoledì, Ottobre 13th, 2021

di Valentina Conte

ROMA – Spunta l’Ape contributiva nel pacchetto pensioni della prossima legge di bilancio. Lo conferma il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, primo suggeritore di questa formula di flessibilità in sostituzione di Quota 100 in scadenza alla fine dell’anno. In buona sostanza si tratta di mandare in pensione quanti hanno maturato almeno 20 anni di contributi e grazie a quelli possono contare su un assegno previdenziale di almeno 1,2 volte l’assegno minimo, all’incirca 618 euro al mese. 

Come funziona

Ebbene questi lavoratori potranno uscire subito a 63 o 64 anni, ma incassando solo la parte di pensione contributiva accumulata sino a quel momento, posticipando di qualche anno il recepimento della pensione intera, ovvero anche della parte di pensione retributiva, alla maturazione dei requisiti di vecchiaia (67 anni più gli adeguamenti alla speranza di vita). “Si tratta di un’ipotesi pienamente sostenibile dal punto di vista finanziario perché non grava sui conti dello Stato”, dice Tridico.

Quanto si prende subito

Un’elaborazione di Progetica che prende in esame un nato nel 1960 con reddito attuale di 1.800 euro netti al mese mette a confronto l’ipotesi Tridico e quella di un contratto di espansione, opzione a disposizione delle aziende per anticipare l’uscita dal lavoro. Con “l’Ape contributiva” il pre-pensionato di 62 anni (la simulazione di Progetica ricalca una prima ipotesi lanciata da Tridico sui 62 anni) percepirebbe un assegno subito di 847 euro netti al mese e uno pieno a 67 anni di 1.253 euro. Una differenza non trascurabile: il prezzo per lavorare cinque anni in meno.

Le simulazioni di Progetica sull’ipotesi Tridico 

Quanti interessati

Il presidente dell’Inps ha poi stimato una possibile platea interessata a questa misura: “circa 50 mila nel 2022, 66 mila il secondo anno, 87 mila il terzo anno, per un costo nel primo anno pari a 453 milioni, 935 nel secondo, 1.134 nel terzo, ma il costo è dovuto unicamente all’anticipazione di cassa dei flussi”. Di fatto, il costo è zero: perché i lavoratori anticipano la pensione che hanno accumulato con i loro contributi. E Tridico immagina una parziale cumulabilità tra questa “Ape contributiva” con redditi da lavoro dipendente o autonomo anche per agevolare “staffette generazionali”.

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Riforma del catasto, perché Milano rischia la stangata: aumenti del 174% entro il 2026, record Città studi

mercoledì, Ottobre 13th, 2021

Delega fiscale del governo, il calcolo delle variazioni sull’imponibile. La città sarà suddivisa in 42 microzone (dalle tre attuali). Al Vigentino + 112%, a Piola-Città studi +267%, a Brera +193%: i calcoli quartiere per quartiere

di Gino Pagliuca

Il 2026 potrebbe portare a Milano non solo le Olimpiadi invernali ma anche una stangata per i proprietari di casa. Entro il 1° gennaio di quell’anno infatti saranno pronti, come previsto dalla delega fiscale chiesta dal Governo, i nuovi valori catastali degli immobili; starà all’Esecutivo allora in carica decidere se utilizzarli ai fini fiscali o proseguire con il sistema attuale relegando la variazione degli estimi al ruolo di puro e semplice esercizio statistico. Comunque sia non c’è nessun dubbio sul fatto che i maggiori aumenti dei valori in Italia si registreranno proprio nel capoluogo lombardo: Milano ha i prezzi più alti della Penisola ed è anche la città che ha registrato i maggiori aumenti dagli anni Ottanta del secolo scorso, epoca a cui risalgono i valori fiscali oggi in vigore.

GUARDA IL GRAFICO
Milano, la classifica delle zone più care per i trilocali

Con il nuovo catasto il territorio cittadino sarà suddiviso in 42 microzone omogenee dal punto di vista del mercato, mentre oggi le aree censuarie sono solo tre. La superficie di ogni immobile sarà espressa in metri quadrati (oggi per le abitazioni si considerano vani catastali di entità mutevole) e verranno profondamente modificati i criteri di classificazione degli immobili. I valori saranno desunti da quelli di mercato, che l’Agenzia delle Entrate raccoglie ormai da anni e aggiorna ogni sei mesi nell’Omi, Osservatorio del mercato immobiliare, con dati a consultazione libera.

L’Omi è già basato sulla suddivisione in microzone che verrà adottata per i nuovi estimi; per ogni porzione del territorio vengono date le quotazioni minima e massima a seconda della tipologia dell’immobile, delle sue finiture e del suo stato di conservazione. Con tutta evidenza le quotazioni per tradursi in valori fiscali dovranno essere affinate adottando dei coefficienti migliorativi o peggiorativi rispetto ai dati grezzi. Ad esempio in una casa di 10 piani il piano terra vale molto meno del decimo piano e i nuovi estimi dovranno tenerne conto. Ma a quanto ammonta la differenza tra valori fiscali e valori reali? L’Economia del Corriere ha calcolato che l’incremento medio ammonterebbe ai fini Imu al 174,2%: per tradursi in un aumento analogo dell’imposta bisogna presupporre il mantenimento, improbabile, dell’aliquota attuale pari a 1,14%. Ma ovviamente ogni immobile è una storia a sé.

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I dpcm sul green pass nei luoghi di lavoro: Qr code, controlli, multe e rischio licenziamento. Tutte le regole

mercoledì, Ottobre 13th, 2021

di Rita Querzé e Claudia Voltattorni

Con due decreti della presidenza del Consiglio, il governo aggiunge gli ultimi tasselli al quadro normativo che regola l’obbligo del green pass nei luoghi di lavoro a partire dal 15 ottobre. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ieri ha firmato il dpcm sulle linee guida per il rientro in ufficio dei dipendenti della Pubblica amministrazione e quello sulle modalità di controllo della certificazione verde sia per l’impiego pubblico che per quello privato.

Per quest’ultimo è stato necessario il parere favorevole del Garante della privacy, che ha dato l’ok all’uso di specifiche applicazioni e piattaforme digitali per la verifica dei green pass e definito regole da rispettare per tutelare i dati sensibili dei lavoratori. Per sciogliere gli ultimi dubbi, nella serata di ieri Palazzo Chigi ha diffuso anche 11 Faq (domande frequenti) con le risposte ai quesiti più comuni.

Viene sottolineato che l’uso del green pass è una misura ulteriore che non può far ritenere superati i protocolli aziendali e di settore. Inoltre, chi è in attesa di green pass ma è vaccinato o negativo a un tampone, per accedere al posto di lavoro può presentare il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria o da chi ha effettuato la vaccinazione o il test.

In dettaglio viene specificato che parrucchieri, estetisti e tutti gli operatori dei servizi alla persona non devono controllare il green pass ai clienti, come loro stessi non sono obbligati ad esibirlo. Lo stesso vale per tassisti e autisti di auto a noleggio con conducente. Ad appena due giorni dall’entrata in vigore dell’obbligo del certificato verde per accedere a tutti i luoghi di lavoro, aziende e lavoratori si stanno preparando.

Ma le difficoltà non sono poche. In questo momento, i lavoratori ancora senza alcuna vaccinazione sono circa 3,5 milioni. Ciascuno dovrà fare tre tamponi alla settimana, se sarà sempre presente al lavoro. Il che significa oltre un milione di tamponi alla settimana. Al momento l’Italia è il primo Paese d’Europa a introdurre il green pass per accedere a tutti i luoghi di lavoro, pubblici e privati. Solo la Grecia, dallo scorso settembre, ha reso obbligatorio un tampone settimanale per tutti i lavoratori, se non vaccinati.

La verifica del possesso e della validità del green pass potrà essere effettuata manualmente o in via automatizzata. I ministeri della Salute, dell’Economia e dell’Innovazione tecnologica mettono a disposizione dei datori di lavoro pubblici e privati un pacchetto di software per la verifica del certificato verde che possa integrare la app «Verifica C19» già scaricabile gratuitamente oggi sullo smartphone.

Il Garante per la privacy ha dato parere favorevole quindi all’impiego di un pacchetto di sviluppo per applicazioni da integrare nei sistemi di controllo agli accessi, considerati validi sia in ambito lavorativo pubblico sia privato. Per la Pa, potranno quindi essere aggiunte funzionalità specifiche alla piattaforma Noipa o al portale Inps, mentre per le amministrazioni pubbliche con più di 1.000 dipendenti è previsto un servizio con la piattaforma nazionale Dgc.

Per le amministrazioni più piccole, la verifica potrà essere anche manuale e attraverso la app «Verifica C19». In ogni caso, sottolinea il Garante per la protezione dei dati personali, l’attività di verifica «non dovrà comportare la raccolta dati dell’interessato in qualunque forma».


Massimo 48 ore e non oltre. Tanto l’anticipo di tempo in cui il datore di lavoro può richiedere ai propri lavoratori il green pass per svolgere l’attività lavorativa. Lo prevede il dpcm sulla privacy e sui controlli che ieri ha ottenuto il via dal Garante. La richiesta è possibile «per far fronte a specifiche esigenze di natura organizzativa, come ad esempio quelle derivanti da attività lavorative svolte in base a turnazioni, o connesse all’erogazione di servizi essenziali».

Il datore di lavoro, o la persona da lui delegata può quindi richiedere al proprio dipendente di presentare il certificato verde in anticipo fino ad un massimo di 48 ore per programmare turni di lavoro e rotazione, ma solo «in relazione agli obblighi di lealtà e di collaborazione derivanti dal rapporto di lavoro».

Il QrCode collegato al green pass che viene scansionato durante i controlli non può in alcun modo essere conservato dal datore di lavoro, pubblico o privato che sia, né utilizzato in seguito. Lo stesso vale anche per tutte le informazioni rilevate durante i controlli automatizzati che non dovranno essere registrate né utilizzate in seguito. Anche i soggetti esenti da vaccinazione presto avranno un loro QrCode.

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Il Covid ha lasciato un buco da 22,8 miliardi nelle casse degli enti locali italiani

martedì, Ottobre 12th, 2021
(From L) Italy's Prime Minister, Mario Draghi, Italy's Minister for Ecology Transition, Roberto Cingolani,...
(From L) Italy’s Prime Minister, Mario Draghi, Italy’s Minister for Ecology Transition, Roberto Cingolani, President of the Lombardy region, Attilio Fontana and Milan mayor Giuseppe Sala arrive to attend the Pre-COP 26 summit at the Milan Conference Centre, MiCO, on September 30, 2021. – Each Conference of the Parties of the UN Framework Convention on Climate Change is preceded by a preparatory meeting held about a month before, called Pre-COP. Italy’s Pre-COP brings together through September 30 – October 2 climate and energy ministers from a selected group of countries to discuss topics that will be addressed at COP26. (Photo by MIGUEL MEDINA / AFP) (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Un buco da 22,8 miliardi nelle casse degli enti locali italiani lasciato dalla pandemia. A lanciare l’allarme è il Comitato delle Regioni Ue che, nella settimana dedicata agli enti locali europei, ha presentato le stime del suo ultimo barometro. L’impronta lasciata nel 2020 dalla pandemia sulle amministrazioni locali del nostro Paese – emerge dal rapporto – è pesante: strette tra le maggiori spese da sostenere per far fronte all’emergenza e le mancate entrate dovute alla crisi, la perdita registrata è in termini assoluta la più alta d’Europa dopo la Germania, dove Laender e città hanno segnato un rosso di quasi 112 miliardi.

L’HUFFPOST

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Brunello Cucinelli: “Tutelare i lavoratori che fanno i vaccini da quelli che si rifiutano di farli”

martedì, Ottobre 12th, 2021

“Il punto è uno solo, almeno per me: vanno tutelati tutti quei lavoratori che hanno fatto il vaccino da quelli che non lo hanno fatto. Non credo sia facile lavorare, stare fianco a fianco, in azienda, come in ufficio, sapendo che il tuo collega non si è vaccinato. Un fatto che stigmatizzo e che sarà ancora più al centro dell’attenzione quando arriverà il tempo in cui ci si potrà togliere la mascherina”. Lo dice, al ‘Messaggero’, l’imprenditore e stilista Brunello Cucinelli.

In azienda, spiega, non c’è “problema, ci siamo preparati per tempo.
Abbiamo tre medici impegnati su questo fronte, facciamo controlli e verifiche giornaliere. Il problema sarà per il 99% dei dipendenti che si sono vaccinati e che non staranno proprio tranquilli sapendo che il collega, il vicino di scrivania, non lo è. Finché ci sarà la mascherina obbligatoria – continua – andrà bene o comunque i rischi saranno limitati, poi non lo so. Di certo occorre tutelare chi si è vaccinato dagli altri. Credo che si debba rispondere a questa domanda”.

Sulla recuperata credibilità dell’Italia, Cucinelli aggiunge:

“Grazie a Draghi e al presidente Mattarella siamo fuori dalla crisi. Ed è vero che abbiamo recuperato una solida credibilità. In una recente road show a Londra con la mia azienda ho potuto toccare con mano come siano cambiati la valutazione e il giudizio nei confronti del nostro  Paese”.

L’HUFFPOST

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Tasse, Fisco & Catasto: operazione trasparenza. Ecco chi sono i veri tartassati

martedì, Ottobre 12th, 2021

di Ferruccio de Bortoli

La legge delega chiesta dal governo al Parlamento in materia fiscale e assistenziale ha lo scopo principale di ridurre il peso della tassazione sul lavoro e sui redditi medi. E, dunque, colpiva l’opposizione — poi subito rientrata — tanto viscerale quanto poco meditata, della Lega. I principali beneficiari, se mai la riforma si farà, saranno lavoratori, pensionati e piccole imprese. Ovvero: la base elettorale classica del movimento che Matteo Salvini ha ereditato da Umberto Bossi e Roberto Maroni.

Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri
Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri

Le possibilità che questo Parlamento possa approvarla sono minime. Sono pressoché nulle però se si concretizzerà il disegno — che la Lega stessa caldeggia — di eleggere Mario Draghi al Quirinale e sciogliere le Camere. All’articolo 8 c’è scritto: «L’attuazione della riforma è modulata con più decreti legislativi da emanare entro tre anni dall’entrata in vigore della presente legge, sottoposti al vincolo dell’invarianza dei saldi economici e finanziari netti dei singoli settori istituzionali, tenuto anche conto della riforma del sistema di assistenza sociale».

I tempi credibili

Non accade tutto nei prossimi mesi, come sembrerebbe seguendo le accese polemiche di questi giorni. La riforma la faranno forse un altro Parlamento e un altro governo. La vicenda del catasto ha poi qualcosa di paradossale e persino di romanzesco. Il governo ha spiegato bene che la revisione degli estimi avrà bisogno di anni. Almeno fino al 2026. E che non vi è alcuna intenzione di rivalutare le rendite catastali a fini fiscali, ma solo di avere una fotografia aggiornata del territorio. Anche per ragioni assicurative e di prevenzione da rischi sismici e climatici.

Tralasciamo il fatto che un’operazione fiscale legata alla revisione del catasto potrebbe avere come esito di far pagare meno i possessori di immobili nelle periferie, dunque non i più ricchi. Dimentichiamocelo. Potremmo dire invece, con una battuta, che è difficile essere sovranisti senza conoscere esattamente la propria terra, il proprio patrimonio edilizio. E dunque difendere meglio il territorio.

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Accordo storico sulle multinazionali: sì alla tassa minima globale del 15%

sabato, Ottobre 9th, 2021

Paolo Mastrolilli

La corsa al ribasso fiscale finisce qui, con l’accordo annunciato ieri dall’Oecd (Ocse) per imporre una “global minimun tax” del 15% alle imprese in tutto il mondo. Ciò significa in generale una maggiore equità globale, con la redistribuzione dei ricavi, ma in particolare un successo per gli Usa, perché Biden potrà alzare le tasse alle multinazionali americane senza correre il rischio che scappino all’estero per non pagare.

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dalla competizione tra i paesi per le imprese straniere, offrendo aliquote sempre più basse. Così hanno finito per rincorrersi, tagliando sempre più le tasse, allo scopo di battere la concorrenza e attirare il business internazionale. Poi magari le aziende non producevano nulla sul loro territorio, ma questo non era il punto: l’importante era risparmiare sul fisco. A perderci erano i paesi dove le compagnie basavano davvero le attività, che erano al centro del loro successo commerciale, ma finivano per ricavarne poco o niente. Invece per gli altri stati, che le attiravano con la corsa al ribasso, era tutto guadagnato, perché prima non avevano nulla, ma dopo incassavano un po’ di tasse e un po’ di indotto. L’altro fenomeno prevalente erano le multinazionali che invece di pagare il fisco nei paesi dove generavano i profitti con le vendite, lo facevano in quelli che offrivano condizioni migliori.

Tutto questo dovrebbe finire con l’accordo annunciato ieri dall’Oecd, a cui hanno aderito 136 stati, ossia tutti i membri, tranne Kenya, Nigeria, Pakistan e Sri Lanka. Verrà presentato al vertice dei ministri delle Finanze del G20, che l’italiano Franco presiederà a Washington il 13 ottobre, e poi ai leader che si troveranno a Roma a fine mese. L’intesa si basa su due pilastri. Il primo prevede una riallocazione dei diritti di tassazione su circa 125 miliardi di dollari, che consentirà ai paesi in via di sviluppo di guadagnare più rispetto a quelli ricchi. Il secondo impone una tassa minima globale del 15%, alle compagnie che incassano più di 750 milioni di euro. Ciò dovrebbe generare circa 150 miliardi di dollari di ricavi fiscali aggiuntivi, che i governi potranno investire nelle infrastrutture o altri interventi per crescere. I paesi che avevano resistito erano tre, Estonia, Irlanda e Ungheria, ossia quelli che avevano scommesso di più sulla corsa al ribasso. Il primo ha ottenuto garanzie che i suoi imprenditori non verranno danneggiati; il secondo che le piccole imprese saranno risparmiate; e il terzo che la transizione durerà 10 anni, invece di 5. Il loro via libera ha consentito di finalizzare l’accordo.

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Tasse più semplici contro l’evasione. Il catasto solo nel 2026

giovedì, Ottobre 7th, 2021

Fisco, Draghi: “Nessuno pagherà di meno o di più, rendite restano invariate”

di Valentina Conte

ROMA – La delega sul fisco è un disegno di legge asciutto – 10 articoli – con il quale il governo Draghi, che ieri l’ha approvata in Consiglio dei ministri, chiede al Parlamento di essere autorizzato a riformare il fisco italiano – «vecchio di cinquant’anni» – in 18 mesi e con diversi decreti legislativi delegati. Si va da Irpef, Iva, addizionali, Ires, Irap al nuovo codice tributario. Per finire con l’accorpamento dell’ex Equitalia nell’Agenzia delle Entrate. E con la riforma del catasto, operativa dal 2026 e per ora senza impatto sulle tasse. La delega è «una scatola di principi», esemplifica Draghi. Quattro quelli principali: stimolare la crescita con la riduzione delle tasse, razionalizzare e semplificare il fisco, preservare la progressività del sistema tributario, ridurre l’evasione. Un primo taglio delle tasse potrebbe finire in legge di bilancio: «Al momento ci sono 2 miliardi», dice il ministro dell’Economia Franco. La maggioranza intanto chiede, con la risoluzione alla Nadef in votazione oggi, un ampliamento del Superbonus edilizio e una rottamazione quater delle cartelle fiscali.

I redditi. Un intervento per ridurre l’aliquota da 28 ai 55 mila euro

L’obiettivo è ridurre la pressione fiscale su lavoro e imprese. «Nel 2019 era di 2 punti superiore alla media dell’Eurozona e vari punti sopra la media Ocse», dice il ministro dell’Economia Franco. Ci si muove verso un sistema duale che preveda la stessa aliquota di tassazione sia per i redditi da capitale che per i redditi da impresa, oggi tassati dall’Ires. Si prevede poi l’eliminazione di micro-tributi che oggi assicurano gettito trascurabile per l’erario. Il riordino di detrazioni e deduzioni. L’armonizzazione dei regimi di tassazione del risparmio (azioni, bond, titoli pubblici). E soprattutto un intervento molto atteso sulla struttura dell’Irpef, per ridurre l’aliquota media che grava sulla fascia tra 28 mila e 55 mila euro di reddito. Esplicito riferimento nella delega a una tassazione che incentivi la partecipazione al lavoro di giovani e secondi percettori di reddito, di solito le donne.

Gli immobili. Rendite aggiornate tra cinque anni. Ora imposte ferme

La riforma del catasto c’è. Le rendite verranno riviste e adeguate ai valori di mercato degli immobili. «Nessuno pagherà di più o di meno, non interverremo sulle tasse», precisa però il premier Draghi, perché un apposito comma dice in modo esplicito che tutte le tasse e i tributi legati alla casa – e «anche l’Isee», specifica Draghi – verranno calcolati sulle rendite di oggi, quindi congelati almeno fino al primo gennaio 2026, quando arriveranno i valori aggiornati, poi soggetti in futuro ad «adeguamento periodico». Il governo punta poi anche all’emersione degli immobili “fantasma” non accatastati – se ne stimano 1,2 milioni – di quelli abusivi e dei terreni edificabili censiti come agricoli. A questo scopo saranno potenziati gli strumenti a disposizione di Agenzia delle Entrate e Comuni per la mappatura degli immobili e la condivisione dei dati. 

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