Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Carte di credito, raffica di denunce: pagamenti con il Pos, qual è il rischio

venerdì, Luglio 1st, 2022

Da oggi scattano le sanzioni per commercianti, artigiani e professionisti sprovvisti di un terminale Pos per i pagamenti effettuati con bancomat, carte di credito e carte prepagate. Ogni transazione negata ai clienti comporta una sanzione di 30 euro, più il 4% dell’importo pagato in contanti. Le sanzioni, contenute nel decreto Pnrr 2, arrivano esattamente a otto anni di distanza dalla norma, datata 30 giugno 2014 che introduceva l’obbligo di accettare pagamenti con il denaro di plastica per chiunque eserciti «l’attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali». Dunque il vincolo vale per commercianti, esercenti e pure professionisti.
La norma che introduceva l’obbligo di Pos – il Decreto 179/2012 risaliva a due anni prima, quando nel nostro Paese era attivo un milione e mezzo di Pos, installati prevalentemente nelle filiali delle banche e negli uffici postali. Ora i Pos operativi sono 4,2 milioni. Nei dieci anni, le transazioni via Pos sono passate dagli 1,1 miliardi del 2012 ai 3,8 miliardi dello scorso anno.

Le multe trovano il plauso di alcune associazioni dei consumatori mentre, sull’altro fronte, emergono i timori delle categorie interessate.
Fra i più arrabbiati vi sono i tabaccai che domandano a gran voce l’esonero. «La lotta all’evasione fiscale, tramite l’obbligo di accettare i pagamenti con carta e bancomat, è un controsenso nel caso delle tabaccherie che sono, infatti, concessionarie dello Stato», afferma Assotabaccai. «Un inspiegabile aggravio di costi», aggiunge il sottosegretario all’Economia Federico Freni, «applicato a rivendite di prodotti tassati alla fonte, come sigarette e valori bollati». Un tema che sembra far breccia nel governo tanto che in Parlamento è stato accolto un ordine del giorno con il quale l’esecutivo si impegna a prevedere un credito d’imposta del 100% sui maggiori costi, a fronte dell’utilizzo della carta per acquisti di pochi euro, dai francobolli ai biglietti dell’autobus.
«È un provvedimento inopportuno e iniquo», afferma Confesercenti, soprattutto «per le imprese più piccole, sulle quali il costo della moneta elettronica – soprattutto nelle transazioni di importo ridotto – è già molto elevato: circa 772 milioni di euro l’anno, fra commissioni e acquisto o comodato del dispositivo».

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Bollette, nuove misure contro il caro energia: 3 miliardi di euro fino a settembre

venerdì, Luglio 1st, 2022

di Andrea Ducci

Vale poco più di tre miliardi il decreto Bollette con le misure per calmierare gli effetti del caro energia nel terzo trimestre. Il provvedimento, approvato dal consiglio dei ministri, conta otto articoli. Il testo in parte replica le misure già adottate nei mesi scorsi dal governo annullando, per esempio, le aliquote relative agli oneri di sistema applicati a famiglie e attività non domestiche con potenza disponibile fino a 16,5 kW. L’azzeramento degli oneri di sistema, così come nei decreti precedenti, è previsto anche per le bollette elettriche delle imprese con utenze superiori ai 16,5 kW. Nel complesso l’intervento vale 1,9 miliardi. Il secondo articolo del decreto conferma un’altra misura già presente nei precedenti decreti, riducendo l’Iva al 5% per le bollette del gas anche nel terzo trimestre del 2022. La misura prevede un costo di 480 milioni. Sul fronte delle bollette del metano il decreto stabilisce, inoltre, che Arera mantenga inalterate le aliquote relative agli oneri generali di sistema per il settore del gas naturale in vigore nel secondo trimestre del 2022. Una misura, quest’ultima, che richiede coperture per 292 milioni a cui si aggiungono ulteriori 240 milioni per gli scaglioni di consumo fino a 5.000 metri cubi all’anno.

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Superbonus 110%, stop a nuove proroghe: e chi ha iniziato i lavori? Sconto in fattura e cessione dei crediti: sì allo sblocco dei cassetti fiscali

mercoledì, Giugno 29th, 2022

PAOLO BARONI

Sul superbonus del 110% il governo non intende impegnare altre risorse, al massimo si può ragionare su un ulteriore allargamento delle maglie per agevolare la cessione dei crediti. Per cui è esclusa ogni nuova proroga, che pure i partiti hanno chiesto allo scopo di dare più tempo per effettuare i lavori nelle villette, nelle case popolari e negli spogliatoi degli impianti sportivi.

In vista dell’approdo in aula alla Camera del decreto aiuti previsto per lunedì ieri la questione è stata al centro di un altro braccio di ferro, l’ennesimo, che ha visto contrapposto il governo e la maggioranza, a partire dai 5 Stelle che continuano a difendere strenuamente quello che considerano un loro provvedimento.

Nel pomeriggio, mentre da Napoli rimbalzava la notizia dell’ennesima mega truffa da 772 milioni di euro per lavori effettuati su edifici inesistenti e ben 143 indagati, alla Camera si è tenuta una nuova riunione governo-maggioranza. Al vertice erano presenti il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, la viceministra all’Economia Laura Castelli, la sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento Debora Bergamini ed un rappresentante per ogni gruppo. Pochi i passi avanti.

Secondo il ministero dell’Economia i soldi sono finiti e quindi non c’è spazio allungare la durata di un provvedimento che serve a migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni. «La proroga? Questo è certamente un tema – spiega Gian Mario Fragomeli, capogruppo Pd in Commissione Finanze – ma in questa fase la priorità deve essere lo svuotamento dei cassetti fiscali». Da un lato infatti le banche continuano a rifiutarsi di accettare nuovi crediti dai proprietari degli immobili e dalle imprese che effettuano i lavori, perché hanno esaurito il loro spazio fiscale, e dall’altro non passa giorno che associazioni di settore e operatori economici non denuncino il rischio crac a cui va incontro il comparto delle costruzioni in assenza di novità in grado di sbloccare tutte le operazioni. Ultimi in ordine di tempo i vertici della Cna che ieri sono stati ricevuti dal ministro dell’Economia Daniele Franco che a sua volta ha fatto sapere di aver «ascoltato con attenzione» tutte le osservazioni

Un emendamento presentato la scorsa settimana dalla maggioranza metteva sul tavolo una serie di soluzioni per cercare di far ripartire il mercato dei crediti fiscali aggiungendo alla possibilità per le banche di poter effettuare una terza cessione, anche quella di poter utilizzare i crediti fiscali anche dopo il 2022 e di convertirli in Btp come pure quella di ampliare la platea dei soggetti che potrebbero acquistarli. Al riguardo, stando al presidente della Commissione finanze Luigi Marattin (Iv), la maggioranza alla fine ha convinto il governo ad allagare «al massimo» la platea a cui le banche potrebbero rivendere i crediti. La versione iniziale del «dl Aiuti» prevedeva che le banche potessero cederli anche ai propri correntisti classificati come «clienti professionali privati», ovvero imprese di grandi dimensioni con bilanci di 20 milioni di euro, fatturato netto di 40 milioni o fondi proprio per due milioni. L’emendamento condiviso da Pd, 5 Stelle, Leu, Forza Italia e Coraggio Italia lo estendeva a tutte le partite Iva che presentano un bilancio di almeno 50 mila euro.

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L’Ue fissa l’obiettivo: stoccaggi di gas all’80% entro l’autunno

martedì, Giugno 28th, 2022

Andrea Muratore

Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato via libera al regolamento che disciplina il futuro assetto degli stoccaggi di gas. Ogni Paese si dovrà impegnare a disporre di stoccaggi pari all’80% per la stagione invernale di fine 2022 e a portarli al 90% per quelli successivi per consolidare l’autonomia energetica dell’Unione Europea. In una fase in cui la guerra in Ucraina morde, i Paesi si impegnano inoltre a garantirsi sostegno reciproco per ovviare a casi in cui la disponibilità di stoccaggi sotterranei di uno Stato membro sia inferiore alle sue effettive necessità. Dato che alcuni Stati non hanno disponibilità infrastrutturale, potranno immagazzinare il 15% del loro consumo interno annuale di gas in scorte situate in altri Stati membri e attingervi in caso di necessità.

La scelta è avvenuta al termine di una riunione ad hoc dei ministri per la Transizione Energetica e dei loro omologhi dell’Ue. “Avendo concluso i negoziati in meno di due mesi, l’Ue dispone ora di uno strumento che richiede a tutti gli Stati membri di disporre di un adeguato stoccaggio del gas per il periodo invernale e che facilita la condivisione tra i paesi. Accolgo con favore questo regolamento altamente operativo che, nell’attuale contesto internazionale, ci consente di rafforzare la resilienza energetica dell’Europa e l’effettiva solidarietà tra gli Stati membri”, ha affermato la presidente di turno francese Agnès Pannier-Runacher. Per l’Italia era presente il ministro Roberto Cingolani.

Secondo i ministri europei, questa mossa può aiutare su tre fronti: ridurre la dipendenza dal gas russo, aumentare il potere contrattuale dell’Unione Europea e la gestione dei costi, ottimizzare i rifornimenti. Si agisce dunque nell’ottica della riduzione del potere di condizionamento di Mosca. Il Consiglio dell’Ue si è detto convinto che lo strumento rafforzerà la sicurezza dell’approvvigionamento di gas, in un contesto di distribuzione dei costi su tutti i Paesi e dunque di calo dell’onere generalizzato, e ha voluto mettere nero su bianco l’obiettivo della stabilità perseguito da Paesi come l’Italia e la Germania.

Il regolamento, secondo quanto riporta l’Ansa prevede anche “la certificazione obbligatoria di tutti i gestori dei siti di stoccaggio del gas sotterraneo da parte delle autorità degli Stati membri interessati”. Si pone dunque in essere il principio chiave della sicurezza degli approvvigionamenti e dello scrutinio sulle aziende del settore: esse dovranno garantire una certezza nella gestione tecnologica e operativa degli impianti ed essere, inoltre, al riparo da qualsiasi possibilità di infiltrazioni ostile, financo nel capitale sociale. Una procedura di certificazione rapida “si applicherà ai siti di stoccaggio con capacità superiori a 3,5 TWh che sono stati riempiti a livelli inferiori alla media Ue nel 2020 e 2021. Gli obblighi di riempimento della capacità di stoccaggio scadranno il 31 dicembre 2025, ma gli obblighi di certificazione degli operatori di magazzino continueranno ad applicarsi oltre tale data”, eccezion fatta per le nazioni insulari dell’Ue (Cipro, Malta, Irlanda) che non sono coinvolte nell’integrazione energetica col resto dell’Ue. Si pone dunque un principio destinato a durare nel tempo, e non è un fatto secondario.

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Luxottica e Essilux, l’impero e la morte di Del Vecchio: con i Ray-Ban stories punta su social e metaverso

martedì, Giugno 28th, 2022

di Giuliana Ferraino

L’eredità di Leonardo del Vecchio è un gigante da 66 miliardi di capitalizzazione e 14,4 miliardi di fatturato (nel 2020) e 33 marchi in portafoglio, con 61 anni di storia alle spalle, ma pronto a competere sui sociale e a entrare nel metaverso grazie alla partnership negli «smart glasses» stretta con Mark Zuckerberg, il fondatore di Meta (ex Facebook). Oggi si chiama EssilorLuxottica, nome che riflette il matrimonio celebrato nel 2018 tra il gruppo francese delle lenti e il gruppo veneto delle montature e del retail ottico. Ma la storia è cominciata nel 1961, quando ad Agordò, piccolo paese ai piedi delle Dolomiti bellunesi, Del Vecchio fonda Luxottica, un nome che unisce le parole luce e ottica.

Lo sbarco al Mido nel 1971

All’inizio Luxottica produce componenti e accessori per aziende del settore ottico. Ma Del Vecchio ha un sogno: produrre l’occhiale finito con il marchio Luxottica, perciò amplia negli anni la gamma delle lavorazioni fino a gestire l’intero processo produttivo. Nel 1971 Luxottica presenta la sua prima collezione di occhiali alla Mostra internazionale dell’Ottica di Milano, il Mido. Il successo sancisce la sua trasformazione da terzista a produttore di occhiali.

Leonardo Del Vecchio intuisce l’importanza di commercializzare direttamente i propri prodotti e nel 1974, con l’acquisizione di Scarrone, distributore con una consolidata presenza sul mercato italiano, avvia un processo di integrazione verticale.

L’internazionalizzazione

Nel 1981 comincia l’internazionalizzazione del gruppo con l’apertura della consociata in Germania, mercato leader nella produzione di occhiali, e con l’acquisizione di Avant-Garde Optics, uno dei maggiori distributori dell’epoca negli Stati Uniti. L’acquisizione di altri distributori indipendenti, l’apertura di filiali e la creazione di joint-venture nei principali mercati esteri rafforzano la crescita.

L’alleanza con Giorgio Armani

Una data importante nella storia del gruppo è il 1988, quando Luxottica firma l’accordo di licenza con Giorgio Armani. E’ un periodo di particolare fermento creativo che cambia lo stesso concetto di occhiale da strumento di correzione della vista ad accessorio di moda. Leonardo Del Vecchio capisce subito le potenzialità di collaborare con i migliori stilisti e anticipa con grande capacità di visione quello che sarà un trend, siglando un accordo di licenza con Giorgio Armani. Questa prima alleanza, terminata nel 2003, avvia lo sviluppo di un prestigioso portafoglio di licenze, in cui nel 2013 torneranno anche i marchi del Gruppo Armani, che entra nel capitale della società come una quota di rilevo.

La quotazione a Wall Street

Nel 1990 Luxottica è la prima azienda italiana a sbarca in Borsa a New York. Gli Stati Uniti sono un mercato strategico per il gruppo e la quotazione a New York consente maggiore visibilità internazionale e la possibilità di accelerare ulteriormente la crescita di Luxottica.

Gli anni che seguono sono un crescendo di alleanze e acquisizioni: nello stesso 1990 Luxottica acquisisce Vogue Eyewear e rafforza la sua presenza nel settore moda e lifestyle. Nel 1992 viene siglato l’accordo di licenza di Brooks Brothers,il più antico retailer di abbigliamento degli Stati Uniti, fondato a New York nel 1818.

L’acquisizione di Persol, gli occhiali dei divi

Nel 1995 Luxottica compra Persol, marchio molto amato in Italia, celebrato da Marcello Mastroianni che lo indossa nel film Divorzio all’italiana. Ma del marchio diventano testimonial tanti altri attori famosi, inclusi Greta Garbo e Steve McQueen, che li scelgono sul set e nella vita privata.

Nello stesso anno Luxottica acquisisce LensCrafter, una delle principali catene di ottica del Nord America e diventa il primo produttore di occhiali a entrare direttamente nel retail ottico.

Lo sbarco in Cina

Nel 1997, Luxottica apre il primo stabilimento in Cina, a Dongguan nella provincia del Guangdong, in joint venture con un partner giapponese, poi interamente controllato dal 2001. Negli anni successivi Luxottica amplia la sua presenza nella provincia cinese, potenziando in modo significativo la capacità produttiva.

Ray-Ban , gli occhiali di top gun Maverick

Dopo aver siglato un accordo di licenza con Bulgari, nel 1999 il gruppo mette a segno il gran colpo comprando un mito americano: gli occhiali Ray-Ban, nati negli anni ‘30 per proteggere la vista degli aviatori americani abbagliati dal sole durante il volo. Il marchio Ray-Ban, che significa letteralmente «blocca raggio», viene registrato nel 1937 e comincia la vendita al pubblico. Sono gli occhiali di Top Gun Maverick. Ma piacevano anche a Marilyn Monroe. Con l’acquisizione della divisione eyewear di Bausch&Lomb. entrano nel portafoglio Luxottica, oltre a Ray−Ban, anche i marchi Revo, Arnette e Killer Loop.

Sempre nel 1999 entra nella scuderia di Agordo il marchio Chanel, grazie a un accordo di licenza con la maison di moda francese.

Piazza Affari e Sunglass Hut

Leonardo Del Vecchio celebra il 2000 con la quotazione di Luxottica in Piazza Affari, 10 anni dopo lo sbarco a Wall Street.
Il nuovo millennio comincia con un’altra acquisizione importante. Nel 2001, Luxottica si rafforza nel retail entrando nel segmento sole comprando Sunglass Hut, una delle principali catene specializzate nella vendita di occhiali da sole in Nord America, Australia e Regno Unito.

Prada e Versace

Il gruppo continua a espandersi nella distribuzione, quando nel 2003 compra Opsm, una delle principali catene in australia e Nuova Zelanda. Ma prosegue anche l’allargamento dei marchi in portafogli: il 2003 è anche l’anno degli accordi di licenza con il gruppo Prada e con Versace.

Contemporaneamente prosegue l’ampliamento della presenza retail in Nord America, con l’acquisizione di Cole National Luxottica si espande ulteriormente nel retail in Nord America e diventa proprietaria di Pearle Vision, Sears Optical e Target Optical. Poi in Cina attraverso l’acquisizione,nel 2005, delle catene di ottica Xueliang Optical a Pechino, Ming Long Optical nel Guangdong e l’anno successivo Modern Sight Optics a Shanghai.

Intanto entrano nel gruppo in licenza il marchio Donna Karana (Dkny), Dolce & Gabbana e Burberry.

Nel 2007 Luxottica toran a stupire il mondo dell’ottica con l’acquisizione della californiana Oakley, sinonimo di tecnologia innovativa, design inconfondibile e alte prestazioni.Con l’acquisizione di Oakley, entrano nel portafoglio Oliver Peoples e la licenza Paul Smith Spectacles.

Nello stesso anno viene siglata la licena con Ralph Lauren. L’anno dopo tocca a Tiffany. Poi nel 2009 a Tory Burch.

L’espansione nel mondo latino

Il 2011 segna l’espansione retail in America Latina. Luxottica acquisisce Multiópticas Internacional, società che controlla GMO, una delle principali catene di negozi di ottica in Cile, Perù, Ecuador e Colombia con i marchi Opticas GMO, Econópticas e Sun Planet. In Brasile nel 2012 il gruppo compra Tecnol, il principale operatore dell’eyewear nel paese sudamericano.

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G7, spiragli sul tetto ai prezzi (ma solamente per il petrolio). “Stop alla dipendenza russa”

lunedì, Giugno 27th, 2022

Francesco Giubilei

La risposta alla Russia in campo energetico continua a dividere i grandi del pianeta e, dopo il nulla di fatto sul tetto al prezzo del gas la scorsa settimana al Consiglio europeo, il tema arriva sul tavolo del G7 al castello di Elmau in Germania.

Sebbene la guerra in Ucraina sia l’argomento principale del vertice e l’Unità tra i paesi del G7 contro le azioni del Cremlino non sia in discussione, quando si affronta la questione del gas e del petrolio, lo scenario cambia nonostante gli sforzi di giungere a una soluzione condivisa. Sia il presidente americano Joe Biden sia il padrone di casa, il cancelliere tedesco Scholz, hanno espresso un messaggio di unità: «Noi dobbiamo restare insieme, nel G7 e nella Nato. Putin spera che qualcuno nel G7 e nella Nato si divida, ma non è affatto accaduto e non accadrà».

L’amministrazione americana, a quanto si apprende da fonti qualificate, avrebbe interesse a un tetto sul prezzo del petrolio che difficilmente potrà però essere scisso da una misura analoga sul gas. Nella giornata di domenica, l’argomento sembra essere stato trattato solo in modo marginale proprio per non acuire le divisioni mentre le rispettive delegazioni sono al lavoro per trovare un punto di incontro.

La posizione italiana, espressa dal premier Mario Draghi, è chiara: «Mettere un tetto al prezzo dei combustibili fossili importati dalla Russia ha un obiettivo geopolitico oltre che economico e sociale. Dobbiamo ridurre i nostri finanziamenti alla Russia. E dobbiamo eliminare una delle principali cause dell’inflazione».

Draghi, a margine del G7, ha anche sintetizzato la linea da seguire in ambito energetico per l’Italia: «Mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, compensare le famiglie e le imprese in difficoltà, tassare le aziende che fanno profitti straordinari». Per poi aggiungere la necessità di investimenti sull’idrogeno e le infrastrutture per il gas, precisando: «Anche quando i prezzi dell’energia scenderanno, non è pensabile tornare ad avere la stessa dipendenza della Russia che avevamo. Dobbiamo eliminare per sempre la nostra dipendenza della Russia. E la crisi energetica non deve produrre un ritorno del populismo».

Simile la posizione francese sul price cap del petrolio con Parigi favorevole a un «prezzo massimo» a livello di «Paesi produttori». La novità che emerge dal summit di Elmau è invece l’apertura tedesca all’idea di un price cap al petrolio russo, Berlino vuole però rassicurazioni su come attuarlo e su come funzionerebbe. Le modalità le ha sintetizzate il presidente del Consiglio europeo Charles Michel spiegando che si potrebbero usare come leva «i servizi relativi al petrolio, come trasporto e assicurazioni», settori in cui l’Ue, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno una posizione preminente. Se venisse intrapresa questa strada, potrebbe essere particolarmente insidiosa per la Russia poiché le compagnie occidentali non sono facili da sostituire con le controparti cinesi o indiane. In parole povere si tratterebbe di concedere servizi assicurativi alle petroliere che trasportano il petrolio russo solo a patto che sia applicato un tetto al prezzo dello stesso.

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La sfida di Bonomi sul cuneo fiscale: “Partiti d’accordo. Adesso tagliatelo”

domenica, Giugno 26th, 2022

Gian Maria De Francesco

«Tutti qui hanno detto che vogliono il taglio del cuneo fiscale e io sono contento e mi aspetto che domani venga fatto». Così il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, concludendo il convegno di Rapallo dei giovani imprenditori di Viale dell’Astronomia, ha sintetizzato la sostanziale concordanza tra tutti gli ospiti circa la necessità di un abbassamento della pressione fiscale sotto forma di taglio di fisco e contribuzioni sulle buste paga. Come prassi il numero uno degli industriali italiani ha attaccato una classe dirigente che ha privilegiato le una tantum per guadagnare consensi. «Negli ultimi anni tanti sono stati i bonus ma nessun intervento strutturale, sono stati tutti interventi a pioggia e peraltro cumulabili», ha detto.

Ospiti della seconda e ultima giornata sono stati Enrico Letta, Matteo Salvini e Matteo Renzi, e, in collegamento da Roma, Giuseppe Conte, mentre venerdì avevano partecipato Giorgia Meloni e Antonio Tajani. «Bisogna mettere subito nel mirino la legge di bilancio che deve essere finalizzata a combattere gli effetti dell’inflazione, la tassa più diseguale che rischia di mettere in difficoltà il nostro Paese», ha spiegato il segretario Pd ribadendo la necessità di un patto di maggioranza in vista della manovra che dovrà prevedere anche una «grande riduzione delle tasse sul lavoro». Anche il presidente M5s Giuseppe Conte ha evidenziato che «deve essere incisivo perché serva a evitare la perdita del potere acquisto del ceto medio». Una priorità sulla quale, palesemente, il centrosinistra s’è accodato al centrodestra. Sia Tajani che Meloni avevano indicato questo obiettivo per la legge di Bilancio e ieri anche Salvini ha dichiarato di essere «d’accordo e aggiungo che serve un concordato fiscale tra cittadini e Agenzia delle entrate perché ci sono 15 milioni di italiani in ostaggio» delle cartelle. Senza contare che il segretario della Cisl, Luigi Sbarra, aveva indicato al Giornale il taglio del cuneo come fondamentale.

Il leader della Lega ha chiesto che il taglio delle tasse sia di «almeno 10 miliardi euro» e ha rilanciato la necessità di un intervento sul Superbonus («la parola data va mantenuta, altrimenti rischiano di fallire migliaia di imprese»). Bonomi, invece, ha ribadito «l’urgenza di intervenire sul costo del lavoro con un taglio del cuneo fiscale, rispetto al quale la proposta da 16 miliardi di euro avanzata da Confindustria da mesi e che permetterebbe ai redditi bassi di guadagnare 1.223 euro, uno stipendio in più». I partiti, però, hanno preferito la politica dei bonus e degli interventi una tantum a pioggia che sono cumulabili. «Così si favorisce il 50% della popolazione anziché il 10% che ne ha bisogno e tutto questo succede perché non c’è un’anagrafe della spesa sociale in Italia», ha evidenziato.

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Superbonus 110, facciamo chiarezza sul blocco dei crediti: ecco perché la data di metà luglio può cambiare le cose

sabato, Giugno 25th, 2022

Giampiero Maggio

Tra nuove direttive dell’Agenzia delle Entrate che, proprio in questi giorni ha pubblicato la nuova guida integrale sulle regole da seguire, questione blocco dei crediti e la richiesta di chiarezza al governo da parte di banche, imprese, associazioni di categorie, lotta alle truffe, il caso Superbonus 110 sta diventando sempre più un ginepraio. Bisogna, allora, fare un po’ di chiarezza.
La questione dei fondi esauriti
È una questione nota. I fondi prenotati sono 33,7 miliardi di euro a fronte dei 33,3 miliardi messi a disposizione dallo Stato. Ad oggi, perché con la proroga già stabilità dall’Esecutivo del Superbonus non solo per condomini e plurifamiliari ma anche unifamiliari e dunque il governo si è di fatto impegnato a proseguire sulla strada dei bonus edilizi, si tratta di fondi utilizzati e prenotati. Quelli finora utilizzati sono –fonte sito dell’Enea – all’incirca 20 miliardi. Ne restano ancora più di 10. In ogni caso, una volta accertati i requisiti, i cittadini hanno senza dubbio diritto a fruire dell’agevolazione spettante, che matura come un vero e proprio credito d’imposta.
Il Senato approva i provvedimenti e chiede al governo di intervenire
La Commissione Industria Commercio Turismo del Senato ha approvato la risoluzione n. 1205 che impegna il Governo: «ad adottare, in tempi estremamente celeri, ogni opportuna iniziativa, anche di carattere legislativo, volta a garantire le più ampie possibilità per le imprese del settore di operare nell’ambito degli interventi previsti dal Superbonus 110 per cento, in particolare rendendo funzionale e pienamente utilizzabile il meccanismo della cessione del credito, consentendo così lo sblocco dei crediti d’imposta presenti nei cassetti fiscali delle medesime imprese, ad ampliare la platea dei cessionari, prevedendo, tra l’altro, la possibilità per le banche e le società appartenenti a un gruppo bancario di cedere i crediti d’imposta derivanti ai propri correntisti corporate rientranti nella definizione europea di piccole e medie imprese, di cui al decreto del Ministero dello sviluppo economico del 18 aprile 2005, e anche valutando l’opportunità di coinvolgere Poste Italiane S.p.A. e Cassa depositi e prestiti». Anche la conversione del Decreto Aiuti in legge, che dovrebbe avvenire il 15 luglio, potrà sbloccare tutta la partita dei crediti.
Interviene l’Abi: chi ha responsabilità sui crediti tra fornitore e cessionario?
Nelfrattempo l’Abi ha diffuso alle banche associate la circolare emanata dall’Agenzia delle Entrate con i chiarimenti in materia di superbonus e le novità sull’operatività delle banche che acquistano i crediti d’imposta.

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Cingolani: “L’Italia è quasi fuori pericolo, avremo le scorte per l’inverno”

sabato, Giugno 25th, 2022

Annalisa Cuzzocrea

Come spesso gli capita, Roberto Cingolani è un fiume in piena. Ha finito da poco una riunione sull’automotive, ha incassato il plauso del ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti, non proprio un suo sponsor all’inizio dell’avventura al Ministero per la Transizione ecologica. Ed è ottimista: sul tetto al prezzo del gas «prima o poi a qualcosa del genere bisognerà arrivare, sono molto fiducioso nel lavoro che sta facendo Mario Draghi a Bruxelles». Quanto alla situazione italiana: «Siamo quasi fuori pericolo».

Cingolani spiega che «gli stoccaggi italiani sono al 55% e nel week end dovremmo ricevere altri 100 milioni di metri cubi di gas». La road map preparata al ministero mercoledì, nella riunione con i fornitori, prevede che entro fine anno gli stoccaggi arrivino al 90%. Ed è per raggiungere quest’obiettivo che il governo ha deciso di aiutare le società che comprano gas: «Bisogna considerare che l’anno scorso acquistavano a 20 centesimi al metro cubo, adesso a un euro. Ci siamo messi d’accordo, ma è un sistema di prestiti e crediti che verranno di certo restituiti perché poi quel gas sarà venduto». Si tratta di sostenerle adesso, per riempire le riserve. «Dall’anno prossimo potremo tirare il fiato perché ci arriveranno 18 miliardi di metri cubi dalle nuove forniture, quest’anno ce ne arrivano già 5-6. Andiamo meglio di qualsiasi altro Paese europeo, ma non bisogna dirsi tranquilli prima del tempo. Ci possono fare ancora male se chiudono all’improvviso».

Non siamo però nelle stesse condizioni di Austria e Germania, molto più dipendenti di noi dal flusso del gas russo. Con meno possibilità di diversificare. E sul carbone, «io ho fatto un’altra scelta – racconta – di far produrre al 100% le centrali che erano ancora attive, ma di non riaprire le altre. Si tratta di un regime transitorio che può durare al massimo fino all’inizio del 2024, quando saremo al 100% di gas sostituito. Il danno ecologico è piccolo e sarà compensato dalla crescita delle rinnovabili, che ci faranno risparmiare un paio di miliardi di metri cubi di gas».

Cingolani non sembra preoccupato del fatto che tra pace e condizionatori, gli italiani sembrano aver scelto i secondi: «C’è stato un picco di caldo insolito per questo periodo dell’anno, bisogna aspettare un mese per valutare quali siano davvero i consumi». Quello di cui va fiero, però, sono i numeri delle rinnovabili ora pubblicati sul sito del ministero: «Abbiamo 5,3 gigawatt di nuove rinnovabili nei primi sei mesi del 2022, altri 4 arriveranno nei prossimi due anni. Per capire la differenza, nel 2021 eravamo a 1,3 gigawatt. Nel 2020 a 1.

Se come spero arriveremo alla fine dell’inverno con lo stoccaggio di gas pieno, scavalcheremo il periodo nero». È vero che di embargo del gas russo in Europa non si parla più. Per le difficoltà tedesche più che per le nostre. Ma il problema fondamentale è che «se anche la Russia diminuisce il flusso di gas all’Europa, continua a guadagnare praticamente le stesse cifre per via dei mercati speculativi che alzano il prezzo. E quello stesso mercato che noi seguiamo per il gas decide il prezzo dell’elettrico e delle rinnovabili, un meccanismo che va spezzato altrimenti è chiaro che il rublo non va giù». Per il caro bollette, il governo ha già sterilizzato i prezzi nonostante un incremento del gas e dell’elettricità. Ma l’unica soluzione strutturale sarebbe il price cap europeo che Draghi è andato a trattare a Bruxelles. Farlo nazionale non serve a nulla e sarebbe solo controproducente. A livello Ue, invece, sarebbe tutta un’altra storia: «Dovranno arrivarci in un modo o nell’altro, non credo ci sia alternativa».

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Otto e Mezzo, Franco Bernabé e la profezia sul gas: “Razionamento come nel ’73”

venerdì, Giugno 24th, 2022

Il futuro dell’Italia fa paura a Franco Bernabé. Ospite di Otto e Mezzo nella puntata in onda giovedì 23 giugno su La7, il presidente Acciaierie Italia si dice preoccupato per l’emergenza energetica. “Per prepararsi – avverte Lilli Gruber – bisogna preparare tempestivamente un piano di razionamento e il governo deve spiegarlo. Se continua così e con quello che sta facendo la Russia sul gas, sicuramente in autunno avremo un problema serio”. 
Neanche gli stoccaggi spesso citati da Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, riusciranno a soddisfare le domande. E questo – esorta il governo – “va spiegato in modo da far preparare i cittadini per tempo”. Una situazione che riporta alla mente la crisi energetica del 1973: “Abbiamo avuto il blocco totale della circolazione, viaggiavano solo i camion militari per il servizio di trasporto pubblico”. “Torneremo agli anni ’70?!”, chiede a quel punto la conduttrice. “Sì – dice senza mezzi termini -, la Russia utilizzerà lo strumento del gas e saremo costretti a limitare i consumi. Senza contare che alcune industrie, come quella del vetro, del cemento, dell’acciaio, della carta, non possono avere un razionamento del gas”.

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