Archive for the ‘Cultura’ Category

Il museo di Jane Austen mette sotto accusa Jane Austen

mercoledì, Aprile 21st, 2021
Ritratto di Jane Austen
Ritratto di Jane Austen (1775-1817)

È una verità universalmente riconosciuta che le distese del politicamente corretto possono essere ampie e sconfinate. Così può accadere che il museo dedicato a Jane Austen voglia indagare la stessa Jane Austen con l’intento di approfondirne i presunti legami col contesto coloniale. In altre parole, è in corso “un’indagine” per capire se la scrittrice sia colpevole di aver fatto uso di tè, zucchero e cotone, considerati “prodotti dell’impero”. 

Lizzie Dunford, direttrice Jane Austen’s House Museum di Chawton, ha riferito al Telegraph la volontà di mettere in luce aspetti poco discussi della storia personale della scrittrice. Per esempio – viene evidenziato – il padre di Austen, il Reverendo George, oltre che pastore di una parrocchia locale fu amministratore di una piantagione di zucchero di Antigua. “La tratta degli schiavi e le conseguenze del colonialismo dell’era regency toccarono ogni famiglia possedesse mezzi economici durante quel periodo. La famiglia di Jane Austen non fece eccezione”, ha affermato la direttrice del museo. Dunford ha proseguito evidenziando che “in quanto acquirenti di tè, zucchero e cotone, gli Austen erano consumatori dei prodotti del commercio coloniale, con cui avevano legami anche più stretti tramite famiglia e amici”.

È stato dunque reso noto che tali circostanze saranno evidenziate con apposite indicazioni installate presso il Jane Austen’s House Museum, nell’ambito di un “processo costante e ponderato” di indagine storica sull’autrice. L’annuncio, ça va sans dire, ha scatenato subito polemiche. C’è chi ha definito l’iniziativa una “follia”, affermando che il museo sarebbe caduto vittima degli eccessi della cultura woke. 

L’istituzione austeniana non è sola. Durante l’ultimo anno, l’ondata di proteste di Black Lives Matter ha portato diverse organizzazioni storiche e di alto profilo a “rivalutare” eventuali legami con schiavitù e razzismo. Tanto che il governo del Regno Unito, lo scorso settembre, ha inviato una lettera a 26 musei che ricevono finanziamenti pubblici per imporre lo stop alle rimozioni di statue ritenute controverse. La missiva, pubblicata dal Telegraph, porta la firma del segretario di stato alla Cultura, Oliver Dowden, e sottolinea: “Il governo non supporta la rimozione di statue o oggetti similari. La storia comporta complessità morale. Le statue e altri oggetti storici sono stati creati da generazioni con diversi punti di visita e diversi modi di comprendere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Alcune rappresentano figure che hanno detto o fatto cose che oggi potremmo ritenere profondamente offensive, e che non difenderemmo”. “Anche se”, continua la lettera, “oggi potremmo non essere d’accordo con coloro che hanno creato quegli oggetti o con coloro che quegli oggetti rappresentano, gli stessi rivestono comunque un ruolo importante per insegnarci il nostro passato, con tutti i suoi errori”. 

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Dante, i tedeschi non lo infangano: storia (e bugie) di un blitz inventato

lunedì, Marzo 29th, 2021

di Roberto Saviano

Dante, i tedeschi non lo infangano: storia (e bugie) di un blitz inventato

Un articolo intelligente ha scatenato l’ira di chi è abituato a fare della cultura l’occasione per un derby, allo scopo di farsi animatore della curva, perché più la tifoseria si arrabbia, più ti si stringe attorno. A nulla vale spiegare che la cultura non è né gara né derby né competizione né status symbol, perché è evidente che, in questa storia, la cultura non c’entra nulla. L’articolo in questione è dell’intellettuale tedesco Arno Widmann ed è uscito sul quotidiano Frankfurter Rundschau nel giorno più simbolico di questo settimo centenario della morte di Dante, il 25 marzo. Commenti indignati, sbigottiti, reazioni isteriche da ogni parte, su siti web, nei telegiornali, e poi prese di posizione scomposte di ministri ed ex ministri, e persino di giallisti, che si sono mobilitati contro il «tizio tedesco».

L’attacco truffa

Il motivo? Dante Alighieri sarebbe stato attaccato. E, all’apparenza si tratta quindi di un nobile motivo e potrebbe anche sembrare ottimo segno l’attività culturale che diventa dibattito, la politica che si nutre di letteratura, i telegiornali che danno finalmente spazio non residuale e notturno alla cultura. Ma è una truffa. Non c’è stato nessun attacco in quest’articolo tradotto qui, in modo che chiunque possa leggerlo e capire facilmente che non aggredisce Dante, non lo definisce plagiatore, non afferma che è anni luce dietro a Shakespeare, non dice che era un arrivista, non dichiara, infine, che gli italiani non hanno proprio niente da festeggiare. Nulla di tutto questo. L’autore dell’articolo vuole dire una cosa diversa sulla quale concorda ogni persona che abbia un minimo di reminiscenze di quello che ha studiato sui manuali di scuola: un testo letterario non nasce mai dal nulla, è come il buon vino, mantiene traccia degli umori della terra da cui è nato. L’idea del genio romantico che si sveglia una mattina e di colpo crea il capolavoro, senza aver prima letto, visto, studiato, approfondito, rimescolato, contaminato, è romantica, appunto!

Dante e l’Islam

La colpa di Widmann è di aver detto questo, che Dante non nasce dal nulla, ma nasce nel solco di diverse tradizioni, come quella della poesia provenzale, che inventa per prima la poesia in volgare. Un’operazione quella della poesia in volgare che, Widmann precisa, Dante fa lievitare. Il fatto che esistano dei precedenti, dice Widmann, non sminuisce Dante, così come non lo sminuisce il fatto che esista persino un testo arabo tra le possibili fonti d’ispirazione dantesca. A torto — ricorda Widmann — gli italiani credettero che Miguel Asìn Palacios volesse sminuire Dante, quando sostenne questo nel suo saggio, «Dante e l’Islam», pubblicato nel 1919. Palacios ipotizzava che tra i materiali che avevano ispirato Dante ci fosse il «Libro della Scala» o della ascesa di Maometto in cielo, un testo escatologico arabo, tradotto in castigliano da un medico ebreo, nel 1264. Proprio questo era del resto la cultura medievale: un ebreo che traduce dall’arabo, e un cristiano che trova la sua traduzione interessante! Nessuno però grida al tradimento della patria o di Dante, quando i nostri italianisti dicono che probabilmente tra le fonti d’ispirazione di Dante si deve considerare lo scrittore lombardo Bonvesin de la Riva, morto nel 1315, e autore di un poema in tre parti: la «scriptura negra», dove si descrivono le pene dell’Inferno, quella «rossa» dove si descrive la passione di Cristo e quella «dorata» dove si parla dei beati del cielo.

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Massimo Gramellini: “Cogito ergo sum è la frase più truffaldina della storia”

domenica, Marzo 28th, 2021

Prevede già che nei commenti a questa intervista si scateneranno gli spiriti bipolari del nostro tempo: “Ci sarà chi urlerà che sono uno stronzo, un buono a nulla, un ciarlatano; chi controbatterà che non hanno capito niente, che la mia è una voce da ascoltare, a differenza della loro che non ha nulla da dire. Ogni mattina alle 7 e 30 succede la stessa cosa appena la rubrica che scrivo sul Corriere della Sera, il Caffè, viene pubblicata online. Sembra che per affermare il proprio punto di vista sia diventato necessario contrapporlo a quello dell’altro, almeno sui social. Credo sia stato Voltaire a dire che dovremmo essere capaci di nutrire dei dubbi, senza farci paralizzare dall’incertezza. Invece, siamo diventati insuperabili nel farci paralizzare dalle certezze”.

Il giorno prima di incontrarlo a casa sua, a Roma, mi scrive di non spaventarmi quando lo vedrò: “Mi troverai influenzato e scatarrante, ma ho fatto il tampone un’ora fa e sono negativo”. La febbre che in questo momento mi sembra gli faccia più paura è quella che sale online. “Non mi capita mai di scendere giù in strada e di sentir gente che mi insulta, come accade quotidianamente online. Finire in pasto al pubblico ludibrio della rete è un fenomeno tipico del nostro tempo. Nel mondo reale magari le persone vorrebbero sbranarsi allo stesso modo. Però, le regole della convivenza glielo impediscono. E sapere che esiste ancora al mondo un po’ di sana ipocrisia è un sollievo. Se la vita vera fosse come quella che si vive online ci sarebbero risse a ogni angolo di strada, episodi di guerriglia urbana nei centri commerciali, gli uffici postali dovrebbero essere presidiati dai caschi blu dell’Onu. Sarebbe un inferno”.

Sapevo che Gramellini era un lettore di Carl Gustav Jung, l’iniziatore della psicoanalisi del profondo. Mi racconta che per alcuni anni è stato in analisi con un junghiano, “allievo del padre di Emanuele Trevi, un pioniere della materia”. Non sospettavo però il suo interesse per il pensiero esoterico. “Questo è l’angolo della mia libreria dedicato all’esoterismo” dice, cercando un libro di un autore di cui mi ha parlato, Georges Ivanovič Gurdjieff. “Franco Battiato l’ha studiato molto. Deve a lui l’idea del centro di gravità permanente. Io l’ho conosciuto grazie a Jovanotti. Sostiene che noi uomini siamo veramente noi stessi solo quando siamo completamente immersi in quello che stiamo facendo nel momento preciso in cui lo stiamo facendo. In tutti gli altri momenti in cui ricordiamo il passato, oppure fantastichiamo il futuro, siamo vissuti da un’entità esterna che in realtà ci governa. Oggi è un concetto alla moda, ma rimane un’esperienza che, quando si traduce in parole, dice sempre meno di quel che veramente è. Una prova della sua validità l’abbiamo avuta durante la pandemia. Quanto siamo riusciti a stare nel presente, in quello che succedeva, anziché dedicarci col pensiero a quel che verrà, o a quello che non è più? Non guardarmi così. Nemmeno io ci riesco per più di trenta secondi al giorno. Però Gurdjieff scriveva che ciò che ti fa bene non è il risultato, ma lo sforzo per raggiungerlo.”

Durante quest’anno, Gramellini è andato nel futuro sino al dicembre del 2080 per scrivere C’era una volta adesso (Longanesi), un romanzo che racconta questi mesi dal punto di vista di un vecchio che ricorda cosa è stato viverlo da bambino.  

Due anni fa sei diventato padre, perché hai scritto da figlio?

In realtà, il vero protagonista non sono io. Con me e mia moglie Simona vive anche suo figlio di nove anni, a cui sono molto legato. Quando ha capito che avrei dato la sua voce a quella del protagonista, mi ha detto: “Guai a te!” Poi se n’è fatta una ragione: ormai ha capito che vivere in casa con due scrittori è una iattura. 

Ipotizzo fosse perché diventare padre non fa smettere di essere figli.

Se intendi dire che essere padri ti fa smettere immediatamente di porre te stesso al primo posto posso confermare che è successo anche a me. Mio padre è cresciuto durante la guerra, aveva sempre paura che io non mangiassi. Noi oggi, invece, siamo ossessionati dal dolore. Una parte di me già si preoccupa di come proteggere mio figlio da qualsiasi cosa possa fargli male. Anche se un’altra parte sa che il dolore è una condizione inevitabile della vita e che sperimentare è il miglior modo per imparare a non farsi travolgere.  

Cosa ti ha reso così diverso da tuo padre?

Mentre aspettavo la nascita di Tommaso, ho letto “Il codice dell’anima” di James Hillman. Hillman dice che noi non siamo fatti solo dai cromosomi che abbiamo ereditato dai nostri genitori, né dall’ambiente che ci ha formato – che, naturalmente, sono molto importanti. Ognuno di noi, sostiene, ha dentro un daimon, un demone, parola che per i greci aveva un’accezione positiva. Riuscire a riconoscerlo e, soprattutto, a seguirlo è ciò che fa di una persona indiscutibilmente quella persona, e non un’altra. Credo sia grazie a lui che ognuno di noi è diverso dai suoi genitori. E questo spesso i genitori fanno fatica ad accettarlo.

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“Ce lo dice Dante, ci riabbracceremo”. Il canto della speranza nella lettura di Benigni

venerdì, Marzo 26th, 2021

Michela Tamburrino

Il silenzio del Salone dei Corazzieri in Quirinale, anomalia per un luogo uso ad accogliere ospiti. Il volto gigantesco di Dante Alighieri a tappezzare il vuoto ci ricorda che qui si celebra il Dantedì, nel giorno presunto nel quale iniziò il suo viaggio ultraterreno. Un evento trasmesso in diretta su Rai1 con Roberto Benigni invitato a leggere il canto XXV del Paradiso.

A settecento anni di distanza dalla morte di Dante si sente il peso dell’oggi, persino nelle mascherine dei pochissimi presenti. Entra il Presidente Sergio Mattarella, che di Dante è un appassionato lettore fin dai tempi dell’adolescenza, con lui il ministro della Cultura Dario Franceschini. «Eviterei analogie tra l’Italia di Dante e l’Italia di oggi», aveva ammonito il Presidente in un’intevista sul Corriere della Sera, «sono figure che vanno esaminate sotto la luce dell’universalità più che dell’attualità, per la capacità di Dante di trascendere il suo tempo. Il lascito del Poeta sta nella particolare attitudine di penetrare nel profondo dell’animo umano». Ma è difficile non accostare il canto delle tre virtù teologali, tra le quali spicca la speranza, ai giorni d’oggi così tribolati.

Ci pensa l’ospite d’onore, il Premio Oscar Roberto Benigni, a riportarci quella speranza che per Dante è una certezza di beatitudine mai toccata dal dubbio. E la riporta al presente avvertendo: «Dante ci dice, ci riabbracceremo». Benigni è stato preceduto dalla formazione di musica antica Al Qantara, introdotto dalla giornalista Serena Bortone e da uno speciale nel quale parlano il Presidente Mattarella, il ministro Franceschini, che pone l’accento sulla via comune indicataci dal Poeta, gli esperti come lo studioso Andrea Riccardi che riporta il pensiero di Papa Francesco sul valore universale del messaggio dantesco.

Benigni finalmente arriva ed è festa. Ed è anche show con il Presidente che lo segue divertito. Dice il Premio Oscar: «L’abbraccerei per quanto l’ammiro. Mi tenga presente sempre, se ha bisogno di qualsiasi cosa, Presidente, io arrivo. Se un corazziere si ammala lo sostituisco, se ha bisogno del barbiere, mi vesto da corazziere e le faccio la barba. La vedo e dentro di me tutto danza». E ancora: «Apro le celebrazioni al Quirinale e ne sono onorato. Luogo politico adatto a Dante, che oltre a essere il Sommo Poeta era pure un politico di peso e di influenza e aveva partecipato ricoprendo ruoli importanti. Fino all’esilio, al cambio di bandiera, a dire basta con la politica. Fino a fondare un suo partito personale, il Pd, partito senza pace. E non ha mai vinto, in settecento anni, mai una volta». Il Partito dantesco come il nostro Pd.

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700 anni dalla morte del poeta Mattarella: «Dante, una lezione di coerenza (per tutti, politici inclusi)»

giovedì, Marzo 25th, 2021

di MARZIO BREDA

Mattarella: «Dante, una lezione di coerenza (per tutti, politici inclusi)»

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella davanti a un ritratto di Dante

Alberto Cavallari, chiosando una famosa riflessione di Elias Canetti, sosteneva che «ci si rifugia nel calendario per rivivere il presente attraverso i suoi anniversari e per cercare una garanzia verso ciò che avverrà. Date e ricorrenze di determinati giorni sono di capitale importanza nella paranoia generale e servono anche ad assorbire la paura».

Chissà se coloro che oggi celebrano il settimo centenario della morte di Dante Alighieri(anniversario se non altro per questi motivi da onorare) sono pienamente consapevoli del valore che ancora riveste la sua opera. Tutti siamo debitori di quel che il suo genio ci ha trasmesso, e lo provano le iniziative in corso ovunque nel mondo. Noi italiani in particolare, dato che è stato l’artefice della nostra lingua e che ci ha trasmesso un’idea di Nazione, quando la nostra una Nazione ancora non era.

Tra chi Dante l’ha amato fin dai banchi del liceo, c’è Sergio Mattarella. Il quale, per formazione intellettuale, è un umanista. Si è accostato alla Divina Commedia già dall’adolescenza, e non ha mai smesso di coltivarne la lettura. Fatale dunque proporgli il tema di un’opera che, come fu detto del lavoro dello storico francese Fernand Braudel, è «paragonabile al famoso buco magico di Borges… Infatti, attraverso di esso vediamo il più piccolo granello di sabbia insieme a tutti i deserti, il passato insieme all’avvenire, la primavera insieme all’inverno».

Signor Presidente, un anno fa, annunciando questo anniversario, lei disse che «figure come quella di Dante vanno esaminate sotto la luce dell’universalità più che dell’attualità». Ma anche oggi parrebbe inevitabile citare l’invettiva che scaturisce dopo l’incontro con Sordello: «Ahi serva Italia, di dolore ostello…». È l’apice delle descrizioni che il poeta fa di un Paese scosso da lotte intestine e particolarismi, schiacciato da intermittenti decadenze. Guardando al presente, alla nostra cronica carenza di autostima e alla retorica del declino che ci ossessiona, poco sembra cambiato rispetto al 1300.
«Devo dirle che non mi ha mai convinto il tentativo di attualizzare personaggi ed epoche storiche diverse. Eviterei, quindi, analogie tra l’Italia di Dante, uomo del Medioevo, e l’Italia di oggi. Ci separano settecento anni, un tempo incommensurabile. Peraltro, alcune delle difficoltà e dei punti critici, che lei individua nel nostro carattere di italiani, affondano le radici in tempi a noi molto più vicini: in un’Unità nazionale che si è formata in ritardo rispetto ad altri Stati europei e che ha proceduto — inevitabilmente — per strappi e accelerazioni progressive e che ha visto la coscienza popolare assimilare l’esperienza unitaria con più lentezza e fatica rispetto al progetto che animava i protagonisti del movimento unitario».

Dobbiamo insomma ricordare che, al di là delle suggestioni e degli infiniti livelli di lettura, l’autore della «Commedia» parla a ogni epoca e chiunque può trovare chiavi per rispecchiarsi nel suo poema.
«È così. Anche per questo motivo, nel discorso dello scorso ottobre, ho parlato dell’universalità di Dante. Cioè della sua capacità di trascendere il suo tempo e di fornire indicazioni, messaggi e insegnamenti validi per sempre. Dante è stato punto di riferimento e di ispirazione per generazioni di italiani a prescindere dalle specifiche situazioni di secoli ed epoche differenti. Pensiamo, per esempio, alla riscoperta da parte dei romantici, al vero e proprio “culto” civile di cui fu oggetto durante Risorgimento o all’esaltazione retorica che ne fece il fascismo. Proprio la sua fortuna lungo l’arco del tempo dovrebbe indurci a riflettere di più sul lascito — artistico, culturale, morale, quindi unificante — del sommo poeta».

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Dantedì, il 25 marzo 1300 iniziava il viaggio oltremondano del Poeta

giovedì, Marzo 25th, 2021


Ernesto Ferrero

Con il Dantedì, il giorno scelto per celebrare la presunta data d’inizio del viaggio oltremondano, il 25 marzo 1300, il Sommo Poeta ritorna con tutti gli onori sugli altari del culto nazionale che gli è dovuto nel settecentenario della morte. È un’iniziativa che ci allinea ad altri Paesi, giustamente intenti a tenere viva la presenza di autori fondativi che spesso coincidono con l’identità della nazione, da Shakespeare e Cervantes in giù.

In Italia il culto di Dante è ripreso con vigore nella seconda metà dell’800, che ritrovava orgogliosamente in lui non soltanto il profeta dell’Unità, ma il fondatore di una lingua che per secoli ha rappresentato il cemento ideale, la ragione stessa di un’unione tanto difficile da realizzare quanto imprescindibile. Fiorivano le pubbliche letture, si moltiplicavano commenti sempre più dotti e approfonditi. Ma non meno rilevante è stata la fruizione popolare. Non era infrequente trovare nelle campagne toscane contadini che sapevano a memoria la Commedia, vissuta come un patrimonio famigliare di bellezza e di sapienza, e pazienza se non si capiva tutto. Un Dante posseduto con il cuore, prima ancora che con la mente.

Nel furioso corpo a corpo con un tempo che è il suo, ma è diventato quello di tutti, Dante è narratore potente, capace di concentrare in pochi versi vicende diventate archetipi, chiavi universali per raccontare la storia umana. Valga per tutte quella di Ulisse. È a Dante che Primo Levi si aggrappa nel Lager per non soccombere alla disumanizzazione in atto. Perché è più che mai consigliabile un uso massiccio di Dante, non meno indispensabile dei vaccini? Quale senso pratico dare ai centenari, all’obbligatorietà delle celebrazioni? Cominciamo col dirci che di quello che fa la grandezza di Dante abbiamo metabolizzato assai poco. Non abbiamo le sue curiosità enciclopediche, tanto più stupefacenti perché sviluppate in un’epoca in cui il sapere era difficilmente accessibile. Abbiamo trasformato la sua passione politica, agitata da uno pneuma visionario, nella triste pratica di un sottogoverno spicciolo, gestito da mediocri comitati d’affari, incapaci di guardare al di là del trimestre e dell’egoismo più cieco.

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Mai visti così. Ecco come i buchi neri “mangiano” materia ed emettono getti fortissimi

mercoledì, Marzo 24th, 2021
Esa
Esa

Una nuova immagine di M87 rivela informazioni su come i buchi neri mangiano materia ed emettono getti fortissimi. Oggi, la collaborazione dell’Event Horizon Telescope (EHT), che nel 2019 ha prodotto la prima immagine in assoluto di un buco nero, ha pubblicato una nuova immagine dell’oggetto massiccio al centro della galassia Messier 87 (M87): il suo aspetto in luce polarizzata. Questa è la prima volta in cui gli astronomi sono stati in grado di misurare la polarizzazione, un segnale della presenza dei campi magnetici, così vicino al confine di un buco nero. Le osservazioni sono fondamentali per spiegare come la galassia M87, a 55 milioni di anni luce di distanza da noi, sia in grado di lanciare dal nucleo getti energetici. 

Negli ultimi anni le scoperte legate ai buchi neri si sono moltiplicate grazie alle osservazioni dirette realizzate dall’Event Horizon Telescope insieme a quelle indirette realizzate dagli osservatori di onde gravitazionali e altri telescopi dell’ESO.

Solo pochi mesi fa, infatti, un team di astronomi osservava per la prima volta “in diretta” il pasto cosmico di un buco nero che ingoiava una stella e dopo emetteva un potentissimo getto di luce. Il meccanismo con cui questo getto di luce potentissimo viene emesso non è ancora chiaro. Ma oggi, grazie alle nuove osservazioni dell’EHT è possibile fare dei passi avanti per comprendere i meccanismi che animano questi giganti dell’Universo. 

A spiegarci meglio i dettagli di questa nuova scoperta sarà Mariafelicia De Laurentis, professoressa di Astronomia e Astrofisica alla Federico II e ricercatrice dell’ Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), coautrice dell’articolo pubblicato oggi su Astrophysical Journal Letters.

Nel 2019 avete pubblicato la prima immagine del un buco nero M87, lo stesso che avete fotografato oggi. Che differenza c’è fra la foto premiata nel 2019 e quella di oggi? 

Rispetto alla prima immagine, siamo riusciti ad approfondire ulteriormente l’analisi dei dati raccolti nel 2017, riuscendo a osservare che una frazione significativa della luce attorno al buco nero di M87 è polarizzata. Questo si traduce in una foto più definita che presenta delle striature che prima non eravamo in grado di osservare. La foto ora sembra quasi un dipinto ottenuto per “spatolatura”. Questo lavoro rappresenta una pietra miliare in questo campo perché, studiando la polarizzazione della luce, è possibile ricavare informazioni che permettono di comprendere meglio la fisica che sta dietro l’immagine del 2019.

Che si intende per luce polarizzata?

La luce è un’onda elettromagnetica oscillante. Se le onde hanno una direzione di oscillazione preferita, sono polarizzate. Nello spazio, il gas caldo in movimento, o “plasma”, attraversato da un campo magnetico emette luce polarizzata. I raggi di luce polarizzati che riescono a sfuggire all’attrazione del buco nero viaggiano verso una telecamera distante. L’intensità di quei raggi di luce e la loro direzione è ciò che osserviamo con l’Event Horizon Telescope. 

Che informazioni riuscite a ricavare da questa immagine?

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Aldo Cazzullo in viaggio con Dante nell’Aldilà, la prima puntata: «Nel mezzo del cammin…»

mercoledì, Marzo 24th, 2021
Moriva 700 anni fa Dante Alighieri. L’iniziativa multimediale del Corriere, con Aldo Cazzullo – Aldo Cazzullo /CorriereTv
Aldo Cazzullo ci conduce in venti video a ripercorrere la discesa agli Inferi del Sommo Poeta: un contributo al giorno, weekend esclusi, su Corriere.it. Su «7» in edicola il 19 marzo abbiamo presentato la mappa completa del viaggio (leggi qui). Il primo video racconta «L’inizio»: «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Il viaggio comincia così — scrive Cazzullo — . La parola chiave è «nostra». Dante ci dice subito che la storia parla di noi. Ci riguarda in quanto esseri umani, perché il viaggio all’Inferno è anche un viaggio interiore, sino ai confini di ciò che è in noi. E ci riguarda in quanto italiani. Dante parla di Italia fin dal primo canto. È lui a inventare l’espressione «Belpaese». Dante ci ha dato non soltanto una lingua, ma soprattutto un’idea di noi stessi. Per lui l’Italia non era uno Stato, ma appunto un’idea: un patrimonio di cultura e di bellezza.
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Giovanni Agnelli *1921-2021* – L’avvocato

venerdì, Marzo 12th, 2021

Marcello Sorgi

Si celebra il centenario del più grande industriale italiano, il più conosciuto all’estero, il capo riconosciuto di una delle maggiori famiglie imprenditoriali italiane, tra le poche ad aver attraversato due secoli di storia. Agnelli è stato anche il modello invidiato e irraggiungibile di una certa Italia elegante, colta e ormai quasi scomparsa; un grande editore, un grande collezionista e amante dell’arte, oltre che un grandissimo sportivo.
 

Gianni Agnelli – di cui oggi ricorre il centenario della nascita – è stato il più grande industriale italiano, il più conosciuto all’estero, il capo riconosciuto di una delle maggiori famiglie imprenditoriali italiane, tra le poche ad aver attraversato due secoli di storia senza uscire di scena, ed anzi conquistando, sotto la guida del nipote John Elkann, una dimensione mondiale. Agnelli è stato anche il modello invidiato e irraggiungibile di una certa Italia elegante, colta e ormai quasi scomparsa; un grande editore, un grande collezionista e amante dell’arte, un grandissimo sportivo. E’ stato un soldato, ha combattuto durante la Seconda guerra mondiale in Africa e in Russia, e al fianco della Quinta Armata americana ha preso parte alla Liberazione. Nel 1991, dodici anni prima di morire, era stato nominato senatore a vita per i meriti di una vita di lavoro, e forse anche per il distacco con cui aveva trattato per anni i politici italiani, molti dei quali non lo amavano. Qui però – i lettori lo perdoneranno – questo articolo cesserà di essere scritto al passato prossimo o remoto – perché, pensando all’Avvocato, vengono in mente per prime la sua straordinaria vitalità, la passione per la velocità, l’impazienza, la curiosità per il futuro, l’ironia, l’estrema capacità di sintesi, racchiusa nelle sue battute memorabili. Tal che qualsiasi malinconia, qualsiasi tono commemorativo o di circostanza, di quelli che in Italia tendono sempre a costringere tutti i grandi personaggi in un busto di marmo, fatto della stessa pietra, con lo stesso pallore, lo stesso sguardo fisso, la stessa immobilità, proprio non gli si addicono. Così si può cominciare dalle sue intuizioni, due in particolare: aver compreso anzitempo, con venti o trenta anni di anticipo, il valore dell’immagine, in una società che in ritardo e a suo modo ne avrebbe colto l’importanza, stravolgendola e trasformando la vita pubblica in un infinito ed estenuante talk show (Draghi a parte, che l’Avvocato conosceva bene e di cui avrebbe salutato con soddisfazione l’approdo a Palazzo Chigi). E poi aver capito molto prima di tanti altri le implicazioni, non solo economiche, della globalizzazione, nel Paese che già suo nonno Giovanni considerava piccolo e che da sempre stenta a rapportarsi ai cambiamenti del mondo. «Per un uomo come mio nonno, liberale europeista – ha ricordato Agnelli in occasione del centenario della Fiat, nel 1999 – le angustie del regime, l’autarchia, la tutela protezionistica, rappresentavano un ostacolo alle sue aspirazioni internazionali di imprenditore».

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John Elkann e il secolo dell’Avvocato: “Non avrebbe temuto il virus e sarebbe orgoglioso di Draghi”

domenica, Marzo 7th, 2021

MASSIMO GIANNINI

«Se potessimo festeggiare con lui i suoi 100 anni, pensi che momento straordinario sarebbe… Ci sarebbero tante cose di cui parlare: tutte quelle che sono successe negli ultimi vent’anni». «Lui» è Gianni Agnelli, e il 12 marzo avrebbe compiuto appunto 100 anni. Un secolo di vita, per un uomo che la vita l’ha attraversata come un lampo, ma lasciando tracce profonde di sé nella sua famiglia, nelle sue aziende, nella sua città, nel suo Paese, nel suo mondo. Di lui parla adesso John Elkann, il nipote che dall’Avvocato ha ereditato un po’ tutto: le aziende, la responsabilità, il comando. I piccoli ricordi personali sono tanti, e il presidente di Exor e Stellantis li ha rievocati tante volte: dalle regate in barca a vela in Corsica alle discese di skeleton a Saint Moritz, dalle visite alla Pinacoteca di Torino ai film nei cinema di Parigi. E questi ricordi personali si intrecciano fatalmente con i grandi problemi attuali: il Coronavirus e la Grande Recessione, l’Europa e l’America da Trump a Biden, il neo-imperialismo cinese e Greta Thunberg, le disuguaglianze sociali e le sfide ambientali, i populismi e Mario Draghi. Temi sui quali l’opinione di Agnelli avrebbe pesato, e sui quali ora ragiona anche Elkann. «Del Covid non dobbiamo avere paura, come sono sicuro avrebbe fatto mio nonno: ma dobbiamo esercitare la massima attenzione, questo sì». E anche su Draghi, Elkann non ha dubbi: «Sarebbe stato molto orgoglioso di un presidente del Consiglio come lui». Soprattutto, Agnelli avrebbe cercato un dialogo con i giovani, a partire da Greta Thunberg: «Sono certo che avrebbe voluto incontrarla». Navigando in mezzo al secolo dell’Avvocato, il suo erede dice la sua anche sui business e le passioni della famiglia. Su Stellantis, prima di tutto: «E’ un traguardo importante, ma per noi è un punto di partenza, non di arrivo». Poi la Juve: «Abbiamo fiducia in un allenatore e in una squadra giovane». E infine la Ferrari: «Siamo delusi, come tutti i tifosi della Rossa, ma sono ottimista perché abbiamo due piloti giovani, che con la loro umiltà e determinazione stanno contagiando tutto il team».

Ingegner John Elkann, da cosa sarebbe rimasto più colpito Gianni Agnelli, in quest’ultimo anno?
«Da quasi tutto, direi. A partire dalla pandemia, col suo impatto devastante sulla vita delle persone, dalle conseguenze più gravi a quelle apparentemente futili: le limitazioni ai viaggi, per esempio, sarebbero state gravose per un viaggiatore innamorato della libertà come lui…Ma poi pensiamo anche a tutto il resto, all’economia, alla società, alla cultura. La globalizzazione e il boom del commercio elettronico, Twitter e Netflix. L’incredibile avventura dell’uomo che si spinge oltre i confini del cosmo andando su Marte. E per ritornare sulla Terra: la forza della Cina, la Brexit, l’assalto a Capitol Hill. In Italia: un governo a larga maggioranza, le piazze e gli stadi vuoti, il coraggio degli infermieri, dei medici e delle forze dell’ordine di fronte al virus».

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