Archive for the ‘Cultura’ Category

Fate presto: uscite dai social

giovedì, Gennaio 19th, 2023

Concita De Gregorio

Non mi preoccuperò, nello scrivere queste righe, delle reazioni che scatenerà sui social domattina. Ce la posso fare, devo solo pensare alla vita di prima. Me lo ricordo, quando la libertà di dire non era mai in nessun momento attraversata dal pensiero: pensa che giornata mi aspetta domani. Era meglio, senza un filo di dubbio. Era sano lavorare senza la preoccupazione preventiva del sabba infernale che comunque, anche se ti sforzi di ignorarlo, non ignora te: entra dagli interstizi, si fa spiffero e poi tempesta, c’è sempre un amico che ti avvisa: sei in tendenza, hai visto? Tendenza. Che parola assurda, senza l’indicazione di un approdo. Verso cosa tende, esattamente, questa tendenza? Che trappola. La reputazione, la popolarità. E invece, pensa: prima contavano l’identità, l’autorevolezza.

La costruzione di una reputazione a uso del popolo del web là fuori (in verità là dentro: stanno tutti a casa loro) ha fagocitato l’identità. La popolarità e il consenso hanno preso il posto della competenza, della fatica che serve. Non importa chi sei, importa quello che fai credere di essere. Funziona così. Non penserai mica di sottrarti? Se esci sei fuori, fuori piove. Fa freddo. Nessuno ti vede, smetti di esistere. Esci dal mercato, non te lo ha spiegato il tuo agente? Ho vissuto cinquant’anni senza un’agente, rispondevo prima. Ma allora sei scema. E un assistente, un social media manager, un consulente per l’immagine? No, niente, ma siccome è una conversazione da binario morto non lo dico più.

Ora però. Mi pare di intravedere qualche piccolo, timido indizio di saturazione perciò ripeto qui la proposta che feci anni fa all’uomo più illuminato che abbia mai conosciuto il quale mi rispose, saggio: è presto. Forse tra poco sarà tardi, però. Allora, amici: usciamo dai social. Non esistono senza di noi. Si sono impadroniti delle nostre vite per il semplice motivo che gliele abbiamo consegnate. Vivono del nostro sangue che gli forniamo ogni giorno: una bella edificante foto su Instagram, un post che ci renda interessanti e certo migliori di quello che siamo, che nasconda per carità le nostre fragilità, le vite occulte, le nostre vere pulsioni e passioni. E invece: un pensierino, una provocazione, un ricordo accorato, una foto col morto del giorno che certifichi io c’ero, lo conoscevo. Guardate come sono giusto, opportuno, apprezzabile. Ma se non gli dessimo materia, ai mangiamorte, ci pensate? Non esisterebbero.

Lo so, ci sono milioni di persone che ci lavorano: per mancanza di alternativa, sovente. I social media manager, i costruttori di immagine del politico, della celebrità. Ma siamo sicuri che facciano un lavoro utile a loro e a noi, camuffando continuamente la vera natura delle persone? La disillusione, il sospetto, il complottismo che dilaga, il non ce la contate giusta non nascono anche dalla costante dissimulazione della verità come imperativo? La verità, insomma: sparita dietro la rappresentazione. Parli con il mio addetto stampa, con il mio manager, non è una bella risposta da sentirsi dare e neanche una bella frase da dire.

Le persone migliori che conosco non sono sui social. Senza offesa per chi ci campa e lo capisco: i mestieri di una volta non ci sono più, questo è il mondo come va, bisogna arrangiarsi e starci. Però ripeto: statisti, inventori, poeti, navigatori, gente che pensa e scrive e lavora a costruire mondi. Gente che accudisce persone. Gente che lavora tutto il giorno e che poi si dedica a chi ha intorno, fisicamente: che parla e guarda in faccia chi c’è. Non sono sui social. Non hanno il tempo per farlo, né l’interesse. Hanno da fare.

Che poi. Pensavo leggendo le cronache sul Grande Latitante. Hai vissuto trent’anni alla luce del sole, a casa tua. A parte le complicità che certo ci sono e ci sono sempre state, le massonerie, i piccoli politici locali che hai fatto votare e ti hanno protetto, le borghesie contigue con la mafia, le connivenze, va bene. Ma per non essere notati la cosa più semplice è sempre la stessa: non esibirsi, stare nei propri panni. È quando vuoi essere notato che hai bisogno di avere tribuna: un megafono social serve a questo. Quindi prendiamo nota: senza un profilo Facebook o quello che sia, TikTok la dannazione, puoi persino latitare per decenni. Potremmo noi, che non siamo Messina Denaro, vivere sereni la nostra vita di prima: fare cose che ci va di fare e di dire, o non farle, e tornare a essere chi siamo. Restare chi eravamo.

Il grande problema è il terrore di non essere all’altezza delle aspettative altrui. Familiari, professionali, sociali: se scoprono chi sono davvero son rovinato. Dissimulare, costruire vite da recitare, recitarle (i professionisti dello spettacolo sono, in questo, in effetti, avvantaggiati: possono mettere in scena vite domestiche come fossero un film d’autore). Ne parla Niccolò Ammanniti nel suo ultimo libro, La vita intima (Einaudi): nell’intervista che Annalisa Cuzzocrea gli ha fatto su La Stampa, dice cose semplici e mirabili. Intanto, appunto, niente social. Non c’è tempo, la vita è una ed è breve.

Ma poi: quanta energia, quanto tempo e lavoro quanta ansia ci costa sembrare diversi da quello che siamo. E perché. Per chi? Pensate ai ragazzi: alle loro vite tutte quante virtuali, ormai, al sesso imparato sui siti porno alle relazioni mediate dal giudizio del mondo intero, un mondo sconosciuto. Se parlo con qualcuno che ho di fronte so a chi parlo, se parlo con il web non so chi mi ascolta: e come faccio, se ho 12 anni, a piacere a chi mi ascolta senza sapere chi è? Posso solo fare come mi dicono di fare, imitare quelli già popolari. Essere uguale a qualcuno, rinunciare a essere chi sono. È una tragedia, per i ragazzi. Molto più che per noi. Ma è reversibile? Si può uscire dai social? Possono, gli adolescenti, tornare a parlarsi? Dipende anche da noi. Loro arrivano nel mondo che gli abbiamo apparecchiato. Possiamo sparecchiare.

C’è qualche timido segnale, dicevo. «Prospettive economiche più deboli per i colossi di Silicon Valley», leggo. Dopo Amazon, Facebook, Tesla (Twitter) ora tocca a Microsoft licenziare: diecimila dipendenti di troppo. Qualcosa si è rotto. Non sembrano averlo compreso i grandi gruppi editoriali che abbandonano la carta (e la qualità, e le competenze, e la storia delle persone e delle cose) per inseguire i clic, la pubblicità, un mercato vicino al punto di collasso. È una gara a perdere, alla lunga: economicamente, culturalmente. Piantare semi, si dovrebbe. Non raccogliere frutti di alberi esausti. «La verità è nelle mani, negli occhi e nel silenzio», scrive Christian Bobin, poeta. La paura di non piacere, l’ansia di nascondere le nostre debolezze ci ha portati al più fasullo dei mondi che pretende da noi ogni momento qualcosa di più: che ci consegniamo, come comparse.

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Niccolò Ammaniti: “La paura dice la verità”

martedì, Gennaio 17th, 2023

ANNALISA CUZZOCREA

Abbiamo forse troppa paura della nostra vita intima. Di come possa essere giudicata dagli altri, di come possa non corrispondere all’idea che sapientemente, di noi stessi, costruiamo. Nell’ultimo romanzo, il primo dopo otto anni, Niccolò Ammaniti ci mostra con pazienza da entomologo quello che siamo diventati: l’ossessione per l’immagine pubblica, la politica capace solo di inseguire il consenso veloce e fortuito, le decisioni prese in base a intuizioni di presunti guru tecnologici, la difficoltà di fare quel che fa sentire bene davvero, l’inclinazione al sospetto e alla paranoia.

Ne La vita intima, in uscita oggi per Einaudi Stile Libero, tutto questo è raccontato attraverso Maria Cristina Palma: la donna più bella del mondo, moglie del presidente del Consiglio italiano, ex modella, una vita costellata di dolori, ma non per questo esente dagli attacchi feroci dei social network e dalle critiche spietate di chi la circonda.

Anche in Anna c’era una protagonista femminile. Ma si trattava di una ragazzina e la trama apocalittica era completamente diversa da questa, del tutto contemporanea. Come mai ha scelto di calarsi, e immergere il lettore, nella testa di Maria Cristina Palma?
«Di solito quando scrivo in terza persona tendo a creare molti personaggi. Stavolta ho scelto una terza persona diversa, con la protagonista al centro. C’è solo un momento in cui il narratore descrive quel che pensa la sua assistente, una cosa come “chi me l’ha fatto fare”, ma è un attimo, quasi un errore dal punto di vista stilistico. L’idea era di stare sempre con lei e usare il presente, per storicizzare meno la storia. All’inizio ho fatto molta fatica, poi è andata».

La fatica non si vede. Sono 301 pagine che filano via come fossero 80. Non si percepiscono tentativi di impressionare il lettore, di dimostrare una tesi, di esibire le proprie capacità narrative. Emerge la storia.
«Dopo otto anni senza scrittura ho usato una tecnica che mi permettesse di rivolgermi a chi legge. Alla maniera dei libri dell’’800 o delle favole. Ho sentito il bisogno di riprendere il rapporto con i lettori, che avevo perso. E poi ho messo più riflessioni personali: che vanno da Darwin all’etologia fino ai processi che riguardano la memoria. Nella fase del racconto però sono stato il più vicino possibile a Maria Cristina, ho usato una sorta di terza persona mimetica: un lavoro più complesso del solito non a livello di scrittura, ma a livello psicologico. E alla fine sono soddisfatto».

Ma perché un personaggio così distante da lei?
«Non sono uno che scrive un libro all’anno, scrivo quando mi va. Quindi penso che ogni libro debba essere un passo in avanti. L’ultima volta avevo scrutato l’animo di una ragazzina in un mondo post-apocalittico, questa volta ho pensato a una donna matura. Volevo vedere cosa succedeva mettendosi in quei panni e capire se sarei riuscito a renderla credibile».

Una sfida.
«Resa più difficile dal fatto che ho scelto una donna particolare, che non ha certo le credenziali per essere la più simpatica del mondo. Bellissima, ricca, all’apparenza ha tutto: una vita spenta, ma assolutamente privilegiata. Ho sempre pensato che le donne così diventino donne immagine, trofei per gli uomini che le conquistano. Come le mogli dei calciatori, come la moglie di Trump. Scelgono di essere la compagna dell’uomo potente e vengono classificate in un certo modo, senza che nessuno abbia voglia di scavare».

Il New Yorker ha pubblicato un lungo articolo sull’abuso del trauma-plot nella letteratura contemporanea. Ho pensato, magari vale anche per quest’ultimo di Ammaniti. Poi ho letto e ho capito che per quanto avvenimenti luttuosi siano presenti nella vita d Maria Cristina, per quanto sia uno choc scoprire che esiste un video porno di lei a venti a anni, l’unico vero trauma della sua vita è la bellezza.
«C’è una scena in cui la sottosegretaria-rivale dice a Maria Cristina mentre guardano l’Opera: “Io penso che una bellezza come la tua metta soggezione. C’è qualcosa di assoluto che ti sovrasta e quando uno ti sta vicino fa fatica a essere sé stesso. Tu non sei sullo stesso piano del resto dell’umanità”».

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La pace non si fa con le armi

lunedì, Ottobre 17th, 2022

Massimo Giannini e Renzo Piano

È diritto e dovere di tutti chiedere ai grandi della terra di fermare il conflitto in Ucraina che non è solo la guerra di Putin ma un nuovo scontro di civiltà le autocrazie russe e cinesi si contrappongono alle democrazie euroatlantiche per distruggere l’Occidente.

In nome di Dio, fermate la guerra». La preghiera di Francesco squarcia questo buio dell’umanità, dove ci aggiriamo come i sonnambuli di Block, credendo incubo notturno una realtà quotidiana fatta di civili massacrati, di donne stuprate e di bambini torturati in Ucraina. Qualche giorno fa mi ha telefonato Renzo Piano – “il Geometra”, come lo chiamano gli amici, e non certo per dileggio – per non rimarcare troppo il fatto che in realtà lui è il più grande architetto-progettista italiano e uno dei più grandi del mondo. «Ho un peso immenso sul cuore – mi ha detto – e ne voglio parlare con te. Tu ed io eravamo amici di Gino Strada. Insieme a lui, ti ricordi, abbiamo fatto a Milano un bellissimo dibattito, tre anni fa, intitolato Di guerra e di pace. Mi piacerebbe riprendere il filo di quei ragionamenti». Sono partito subito per Genova, ospite di Renzo per un’intera mattinata, nella meravigliosa Punta Nave, un monumento alla grande bellezza dove ha sede la sua Fondazione, il suo studio, il suo buen ritiro. Dal nostro incontro è nato questo dialogo. Di guerra e di pace, appunto.

GIANNINI: «Caro Renzo, forse ha ragione il Papa, quando dice che la Terza guerra mondiale è già cominciata da mesi, frammentata in cento focolai “minori” ma figli di un unico incendio globale nel quale gli Imperi sono impegnati a ridefinire le rispettive sfere di influenza geostrategica, politica, economica. Ma certo la sporca guerra di Putin in Ucraina ci ha fatto compiere un salto ulteriore, portando il Pianeta sulla soglia dell’Armageddon nucleare, come si è lasciato sfuggire Joe Biden. A me, da quel maledetto 24 febbraio quando l’invasione russa è iniziata, colpisce una cosa: i Grandi della Terra parlano solo di guerra, nessuno parla più di pace. È questo il peso che ti porti nel cuore?».

PIANO: «Grande Papa Francesco. Io vivo una vita felice, come edificatore, come costruttore, vivo in mezzo ai giovani e facciamo progetti pubblici dappertutto in giro per il mondo. In questo momento stiamo lavorando per la John Hopkins University, per i grandi ospedali di Parigi. È una vita piena, una vita intensa. Ma mi devi credere: ogni giorno io la sento oscurata da questa terribile angoscia per quello che sta succedendo in Ucraina. E voglio raccontare questo mio tormento. Perché credo che in questo momento il mio stesso tormento lo vivano tante persone. E perché spero che se ti racconto in modo sincero di questo mio tormento, tanti altri facciano la stessa cosa, raccontando il loro».

GIANNINI: «E tu speri che la somma di questi tormenti, se resa pubblica, possa cambiare le cose? Ho paura che non basti».

PIANO: «Io non so se basta. Ma so che è la cosa più seria che posso fare. E so che tutte le persone con cui parlo, in qualche modo, mi spiegano che sentono dentro questo tormento. Nessuno lo esprime, perché forse siamo tutti annichiliti di fronte all’orrore che vediamo. Ma ora dico basta. Dobbiamo trovare la voglia e il coraggio di dire no a questa guerra. E mi auguro che anche gli altri lo dicano, che la massaia lo dica al marito, che il muratore lo dica al suo capocantiere, che tutti tirino fuori questo tormento. Ora mi dirai che questo è un discorso intimista. Ma ti chiedo: che altra forza abbiamo, noi cittadini normali, se non la parola? Il nostro unico potere è la voce. Bene, adesso tiriamola fuori, questa voce. Facciamola risuonare limpida, da persona a persona, nelle piazze, nelle strade, nei villaggi, nei paesi, nelle città di tutto il mondo».

GIANNINI: «Condivido la tua angoscia. Ma se mi guardo intorno, in verità, io almeno in Italia vedo un Paese frammentato. Da una parte c’è un’élite, politica, culturale e anche giornalistica, che si divide in un derby grottesco dove non c’è più spazio per ragionare e discutere, perché qualunque cosa dici viene risucchiata dal penoso tifo da stadio tra filo-ucraini e filo-russi. Dall’altra parte c’è un popolo che, comprensibilmente, è preoccupato soprattutto per il caro-bollette, per il costo del gas alle stelle che si porta dietro l’intera filiera dei prezzi delle materie prime e dei beni essenziali, dal pane al latte. La tua angoscia per la guerra, come la tua ansia di pace, sono così forti in te perché sei cittadino del mondo e perché costruisci le cose, e sai quanta passione, quanta fatica e quanto lavoro costino all’uomo».

PIANO: «Questo è sicuro, come ti ho detto io sono un architetto-costruttore, costruisco ponti dappertutto, non solo qui a Genova: l’ultimo l’abbiamo fatto a Los Angeles, unisce due edifici. Costruisco luoghi di pace, costruisco luoghi per la gente, università, biblioteche, scuole, ospedali, tribunali».

GIANNINI: «I luoghi del vivere civile. Tu costruisci luoghi di pace, laguerra li distrugge».

PIANO: «Esattamente. Vedi, per me costruire la pace è un po’ come costruire una città pietra per pietra, una città meravigliosa che non esiste, una città immaginaria, la città che descrive la Sacra Scrittura. Ci vuole tempo a edificare, e non è solo un atto fisico ma anche etico: non a caso da edificare viene l’aggettivo “edificante”, che vuol dire buono, bello, positivo, istruttivo. Perché poi quelli che costruisci diventano luoghi dove la gente condivide valori e impara l’arte dello stare assieme, del nutrirsi delle diversità. La guerra nega e distrugge tutto questo. L’altro giorno hanno bombardato il ponte di Kerch, in Crimea. Ci credi che mi è venuto un colpo al cuore? Subito dopo sì, ma lì per lì non mi sono neanche chiesto chi aveva colpito chi. Ho solo provato sofferenza. Una sensazione di lutto, che mi accompagna costantemente».

GIANNINI: «Mi torna in mente il Ponte di Mostar, ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia».

PIANO: «Ci ho pensato anch’io, sai? Ma poi c’è un’altra cosa che ti voglio spiegare sul valore del costruire. Non c’è nulla di più solidale e, di fatto, anche pacifico di un cantiere. Io di cantieri di costruzione ne ho avuti di difficilissimi. Ricordo quello di Potsdamer Platz, a Berlino, quello lungo la Miljacka a Sarajevo, quello di Manhattan dove ho ricostruito il palazzo del New York Times subito dopo la caduta delle Torri Gemelle. Quando sei in un cantiere, sei in un luogo miracoloso dove la solidarietà e l’orgoglio del costruire qualcosa vincono su tutto. A Londra, nel cantiere della Torre Shard, avevo 1.500 operai di 70 nazionalità diverse. A Berlino avevamo 5.000 operai, solo 500 erano tedeschi, gli altri venivano da tutto il mondo, Turchia, Russia, ovunque. Un giorno venne a trovarmi Mario Varga Llosa, che abitava in Germania, proprio nella capitale, e mi disse: “Questa piazza, dove c’era il bunker di Hitler, è stata teatro della più grande ferocia della Storia moderna, e ora con questi 5.000 operai di tutte le nazionalità è diventata un luogo di tolleranza, di comprensione, di condivisione”».

GIANNINI: «La stessa cosa potremmo dirla della musica. Non a caso a Kherson i russi compiono il più insopportabile dei crimini: uccidono un direttore d’orchestra ucraino perché si rifiuta di suonare dopo l’annessione dei territori del Donbass».

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La neolingua dei furbi che dà la colpa alla vittima

martedì, Ottobre 11th, 2022

di Paolo Mieli

Sia a destra sia a sinistra, uscito di scena Draghi riemergerà chi vuole ridurre le armi a Kiev e le sanzioni a Mosca

Antica scuola comunista, quel furbone del governatore campano Vincenzo De Luca ha preso tutti in contropiede. Appena ha sentito che Giuseppe Conte (reduce da un successo elettorale proprio nella sua regione) annunciava una manifestazione nel segno della colomba, ha preso per il braccio il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e ha convocato una parata tutta sua. Il 28 ottobre, per giunta, nel centenario della marcia su Roma. Meno lesti di De Luca, tutti o quasi i dirigenti del Partito democratico, piccoli e grandi, si sono messi in sintonia con i tempi nuovi. Così, per gettarsi tra le braccia del Movimento Cinque Stelle, stanno cercando un modo non disdicevole di invertire la rotta e abbracciare la causa pacifista. I deputati Pd al Parlamento europeo, in otto, assieme a leghisti e pentastellati, hanno fatto proprio un emendamento di due deputati della sinistra irlandese anti Nato, Mick Wallace e Clare Daly. Altri europarlamentari Pd, compresa l’antifona, si sono trattenuti. Del loro capodelegazione, Brando Benifei, si è capito soltanto che nel caos ha votato prima sì e poi no (o viceversa). Chiaro che non si stavano dividendo tra chi era più o meno favorevole al negoziato. Bensì sul riavvicinamento al M5S.

Nelle settimane iniziali della guerra d’Ucraina, Enrico Letta era stato il più esplicito sostenitore delle ragioni degli aggrediti. Mentre altri leader politici italiani si perdevano in uno specioso dibattito sulle responsabilità remote del conflitto nonché sull’opportunità o meno di armare l’Ucraina e sanzionare la Russia, l’Italia ha avuto — anche grazie a Letta — una posizione coerentemente filoatlantica. Per merito soprattutto di Sergio Mattarella e di Mario Draghi. Così come dei terzopolisti. E persino, le va riconosciuto, di Giorgia Meloni, la quale, pur stando all’opposizione, in politica internazionale si è sempre schierata con il governo.

Uscito di scena Draghi, le cose saranno meno semplici. Giorgia Meloni avrà il suo daffare nel tenere a bada la voglia matta di Salvini e Berlusconi di riallacciare il dialogo con Putin. E a sinistra, pur restando Letta segretario pro forma per i prossimi sei mesi, già si annunciano festeggiamenti arcobaleno sulla scia di Conte e De Luca. In un labirinto di formule nelle quali sarà arduo individuare dov’è che si è imboccata la via che conduce ad un’unica meta: togliere (o ridurre) le armi a Kiev e togliere altresì (o ridurre) le sanzioni a Mosca.

Per quel che riguarda il tragitto sarà sufficiente dare un’aggiustatina alle parole. Basterà presentare come tappa dell’«escalation» ogni atto di guerra ucraino. Mai invece quelli russi siano anche missili su un campo giochi di Kiev. Quelle saranno sempre «reazioni». Il capo del governo di Kiev andrà poi definito «guitto», «fantoccio», un «irresponsabile», al quale lo stesso Blinken è costretto a inviare «pizzini perché si dia una calmata». La primavera scorsa le parti erano invertite. Biden e il segretario della Nato Stoltenberg avrebbero — secondo le stesse fonti — «bloccato tra marzo e aprile una bozza d’accordo Mosca-Kiev». Adesso invece il presidente statunitense, evidentemente, starebbe cercando un’intesa con Putin ed ecco che Zelensky, capo del «partito della guerra a tutti costi», prende iniziative inconsulte per far naufragare quelle trattative.

Il che legittimerebbe una lunga serie di stravaganti domande: fino a dove vuoi spingerti Zelensky? Vuoi destabilizzare Putin portandolo a compiere gesti inconsulti? Intendi forse trascinarci in una guerra mondiale? Dicci una buona volta a quali parti del tuo Paese sei disposto a rinunciare e lascia a noi il compito di trattare al posto tuo dal momento che tu non hai la serenità necessaria per dialoghi di questo genere. E fallo in fretta perché siamo stufi di pagare aumenti in bolletta per comprarti armi sempre più sofisticate. Nel frattempo, limitati a difendere le posizioni che hai già e non azzardarti a compiere azioni di guerra su terre che furono sì Ucraina ma che ora sono state incamerate dai tuoi aggressori.

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“Ecco chi muove i fili del sistema (in)visibile padrone dei nostri destini”

sabato, Ottobre 8th, 2022

Andrea Indini

"Ecco chi muove i fili del sistema (in)visibile padrone dei nostri destini"

“Perché non siamo padroni del mondo”. Per Marcello Foa non è una domanda. Sa che è così. D’altra parte ce lo aveva già spiegato anni fa dando alle stampe il suo – al tempo avveniristico, oggi possiamo dire predittivo – Gli stregoni della notizia. Il punto è che per l’ex presidente Rai, firma storica del nostro Giornale ed ex responsabile del Giornale.it, la vita di ognuno di noi è profondamente condizionata da fattori che sono al contempo visibili e invisibili e che vanno identificati, se si vuole capire davvero il malessere che colpisce le società occidentali. Foa lo fa con coraggio e autorevolezza nel suo ultimo libro Il sistema (in)visibile (Guerini e Associati). “Pensavamo di essere padroni del nostro destino – si legge – mentre altri, in luoghi che nemmeno immaginavamo e che non necessariamente coincidevano con governi e parlamenti, decidevano per noi”.

Marcello, qual è oggi lo stato di salute della democrazia?

“Non è positivo. In tutti i Paesi occidentali c’è uno scollamento tra la volontà popolare espressa col voto e la reale capacità di riforma dei governi.”

Dove nasce questo scollamento?

“Da un fatto storico, noi vincemmo la guerra contro il comunismo sovietico anche perché esisteva una coerenza tra i nostri valori, una società a benessere diffuso con un capitalismo bilanciato anche da istanze sociali e la propaganda. Chiunque poteva osservarci e dire: ‘Gli occidentali vivono bene’. Dall’altra parte, invece, il paradiso dei lavoratori era un incubo fatto di oppressione e sussistenza. Questo confronto è stato decisivo per conquistare i cuori e le menti dei cittadini che vivevano oltre il muro di Berlino. Quando, però, è caduto il Muro, è caduta anche la coerenza tra i tre punti citati.”

Cosa è successo dopo?

“Sono cambiati gli obiettivi strategici. La globalizzazione non è solo un fenomeno economico, ma anche sociale, culturale, politico, istituzionale. Tende a uniformare mercati, popolazioni, culture e attua meccanismi per cui armonia ed equilibrio non sono più indispensabili. Anzi, diventano un impedimento. Il nuovo paradigma crea un paradosso: omologa disomologando. E troppo in fretta. Questo ha generato squilibri che paghiamo oggi; tra l’altro anche spostando i centri decisionali fuori dagli Stati ma pretendendo che la volontà del popolo sia ancora sovrana.”

Perché non capiamo più la nostra società?

“Perché nessuno spiega davvero le regole del gioco. La società è determinata da condizionamenti impliciti istituzionali, economici, sociali, psicologici, mediatici e ultimamente anche digitali che non vengono dichiarati né illustrati in modo esaustivo ma di cui i cittadini sentono gli effetti. Ci sono tante polemiche ma il quadro complessivo resta offuscato..”

Da qui il titolo del libro Il sistema (in)visibile?

“Certo collegando i condizionamenti espliciti a quelli impliciti il puzzle si compone e la nostra caotica realtà diventa comprensibile”.

A dividersi il potere sono i monopoli. La democrazia può conviverci?

“Fino a vent’anni fa il liberalismo e il capitalismo avevano una virtù: evitare l’eccesso di concentrazione di potere, anche economico, nel presupposto che la parità di opportunità fosse un requisito fondamentale affinché l’economia di mercato espletasse le sue innegabili virtù. Questo principio è caduto e oggi, senza ammetterlo, si incoraggia la creazione di oligopoli. Poche grandi aziende dominano singoli mercati.”

Non stai esagerando?

“Purtroppo no. Alla fine del 2021, la capitalizzazione di Apple era superiore al Pil di tutti i Paesi del mondo eccetto Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone, mentre Microsoft era più ricca del 92% dei Paesi al mondo. Quando ci troviamo di fronte a queste realtà si genera uno squilibrio inaccettabile.”

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Dall’iperinflazione all’ascesa del nazismo: alle radici della grande paura tedesca

martedì, Agosto 16th, 2022

Andrea Muratore

L’inflazione è la grande paura per la Germania e la sua economia, un nemico ritenuto insidioso la cui pericolosità è percepita a livello sociale. Non poteva essere altrimenti in un Paese la cui economia è figlia dell’incontro tra il modello renano di capitalismo, di matrice protestante, e quello cattolico-bavarese, fondato sull’economia sociale di mercato: per la Germania e la sua società l’economia e i suoi modelli informano la società, gli equilibri interni, i rapporti tra i corpi intermedi. E l’inflazione è la perturbazione per eccellenza: danneggia il meccanismo di mercato, turba i rapporti tra salari, dinamiche delle imprese, organi sociali, crea incertezza. E in prospettiva, quella povertà che il modello vuole evitare.

La memoria dell’inflazione di Weimar

Il precedente storico del lungo decennio che condusse dall’iperinflazione di Weimar all’ascesa del nazismo (1923-1933) ha segnato radicalmente la storia e la politica tedesche. Tanto da portare l’inflazione stessa ad essere il grande tabù nel discorso politico germanico. Lo ricordiamo bene, pensando ai tempi dell’austerità merkelianain cui la deflazione interna e la compressione delle economie mediterranee ad alto indebitamento, spesso guidate da leader totalmente allineati alle logiche economiciste di Berlino (vedasi Mario Monti), fu ritenuta dalla Germania preferibile a qualsiasi politica monetaria e fiscale interventista. Il timore? L’aumento dell’inflazione. Che anche Mario Draghi ha dovuto limitare, come target, al 2%, per far digerire ad Angela Merkel il quantitative easing.

E di fronte a un’inflazione che in Germania, soprattutto per i rincari dei prezzi energetici, è arrivata nel luglio 2022 al 7,5% non si può non pensare al fatto che l’impatto psicologico e politico di questi rincari, senza precedenti per la Germania tornata unita, possono giocare un ruolo nel condizionare le scelte strategiche che Berlino prenderà per condizionare le politiche europee. “Il problema con cui abbiamo vissuto negli ultimi anni è stata piuttosto la pressione deflazionistica, cioè tassi di inflazione troppo bassi”, ha dichiarato all’Huffington Post lo studioso austriaco Philipp Heimberger, economista dell’Istituto di studi economici internazionali di Vienna. “I salari sono cresciuti poco, la disoccupazione è rimasta alta. È quindi difficile immaginare come in questo contesto possa innescarsi una spirale salari-prezzi che apra la strada all’inflazione galoppante. Siamo lontani, molto lontani dalla piena occupazione”. Motivo per cui, secondo l’economista austriaco, il problema ora “non è tanto l’inflazione ma le preoccupazioni eccessive per l’inflazione”. Vero nodo da tenere in considerazione quando di mezzo c’è la Germania.

Come esplose il costo della vita

Racconta Tucidide che nella marcia di avvicinamento alla Guerra del Peloponneso fu il timore reciproco di Atene e Sparta a creare le condizioni per la guerra aperta tra le due potenze elleniche. Lo stesso si può dire dell’inflazione. Spesso è il timore di conseguenze rovinose per i rincari dei prezzi a generare, per una strana eterogenesi dei fini, politiche economiche contraddittorie tali da far avverare i più foschi presagi. Accadde ai tempi della recessione dell’Eurozona: il mito dell’austerità espansiva, del pareggio di bilancio, della deflazione interna portò l’euro a un passo dal fallimento, diede fiato alle trombe dei movimenti populisti, da ultimo provocò la recessione che si temeva avrebbero causato manovre eccessivamente libertarie sui conti pubblici e inflattive. Soprattutto, esiste il grande precedente del 1923-1933.

Terrorizzata dallo choc dell’iperinflazione del 1923, la classe dirigente della Repubblica di Weimar finì per mettere in campo le scelte politiche distruttive che, al momento della verità, alimentarono i consensi del Partito Nazionalsocialista, esploso come movimento populista ed eversivo ai tempi del Putsch di Monaco guidato da Adolf Hitler e, dopo la sua scarcerazione in seguito al fallito golpe, esploso come forza di protesta capace di catalizzare la rabbia del ceto medio impoverito.

La Repubblica di Weimar aveva prodotto, soprattutto per la convergenza sui temi di Zentrum, il partito cattolico, e Spd, la principale formazione socialdemocratica, una Costituzione di avanzatissimo livello sociale per costruire le basi della Germania uscita sconfitta dalla Grande Guerra: suffragio universale esteso alle donne, libertà di assemblea, tutela delle libertà individuali e della proprietà, massime libertà sindacali. La cui attuazione fu messa fin dall’inizio in difficoltà dai vincoli con cui Berlino si confrontava. Come ha ricordato nel 2015 dall’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio in una lectio magistralis tenuta a Trento per parlare delle conseguenze economiche della Grande Guerra, la pace punitiva di Versailles fu una di queste problematiche: “A causa delle esagerate riparazioni di guerra richieste dagli Stati vincitori, la Germania viveva gravi difficoltà dell’economia, anche per tentare di venire incontro, con sussidi e forme di occupazione fittizia, a quasi 6 milioni di uomini che dalla guerra erano rientrati nelle attività civili” e considerati la base sociale più fragile del Paese.

L’equilibrio, ha ricordato Fazio, venne trovato “ricorrendo progressivamente alla stampa di moneta. Il marco inizia a perdere valore nei confronti delle altre monete: salgono i salari e i prezzi, lo Stato riduce la disoccupazione creando nuova moneta. Nel 1919 l’aumento dei prezzi sale in un anno al 60%, nel 1920 del 240%. Nel 1923, a causa anche dell’invasione della Ruhr da parte dei francesi, sale tra il 15 e il 40% al giorno”. A novembre 1923 un chilo di pane costava 428 miliardi di marchi, un francobollo 100 miliardi. Il governo di Weimar ritirò il Reichsmark e lo sostituì con una nuova versione per decapitarne i rincari. Da allora in avanti, qualsiasi espansione di bilancio fu vista per anni in Germania come una vera e propria eresia. E sul fronte politico si prepararono i primi segni della svolta che si sarebbe concretizzata dieci anni prima.

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L’Italia unita per l’ultimo saluto a Piero Angela

lunedì, Agosto 15th, 2022

Michela Tamburrino

ROMA. Un Ferragosto velato di mestizia, la scomparsa di un grande divulgatore, di un grande uomo di cultura come Piero Angela, pesa su una città, Roma, che quest’anno non accenna a svuotarsi. Colpa del Covid, dell’economia, quella stessa che Angela aveva voluto a tutti i costi spiegare ai giovani e ai semplici, viatico indispensabile per emancipare il Belpaese, intriso di cultura umanistica ma poco incline a capire l’importanza della scienza.

Era la sua missione, perseguita con tenacia e delicatezza, in un’altra Italia, in un’altra Rai, complice dello sviluppo intellettuale collettivo. E proprio in Rai il ricordo di Piero Angela è fortissimo grazie anche alla capacità lavorativa del grande giornalista che ha continuato a registrare fino all’ultimo, a giugno inoltrato, oltre lo stremo delle forze, puntate su puntate nella consapevolezza di avere ancora poco tempo davanti. A parlare di lui i tecnici, entusiasti di avere avuto a che fare con una persona dal grande stile umano e intellettuale, i registi, i collaboratori, gli autori. Tante vite in una, grande corrispondente dall’estero e poi la capacità di aprire porte complicate e rendere la scienza accessibile e i grandi uomini del passato vicini ai telespettatori.

Addio a Piero Angela, dal figlio Alberto a Mattarella: il cordoglio sui socia

I primi ad esprimere vicinanza alla famiglia e dolore per la scomparsa sono stati la presidente Marinella Soldi e l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes, i componenti del cda e l’Azienda tutta: «Profondo cordoglio ci unisce al dolore del figlio Alberto e di tutti i familiari per la scomparsa di Piero Angela, maestro nella divulgazione scientifica. Al suo entusiasmo per la conoscenza e per la scoperta, la Rai e l’Italia intera devono molto. Le sue trasmissioni hanno mostrato come si possa fare un uso alto e insieme popolare del mezzo televisivo, realizzando un modello esemplare di servizio pubblico». Appassionato e coinvolgente è il ricordo di Gaia Tortora che ritorna sulla grande amicizia che legava Angela a suo padre Enzo e soprattutto si sofferma su come Angela rimase sempre al fianco del padre con sincero affetto a differenza dei tanti che gli voltarono le spalle.

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L’ultima lezione di Piero Angela

domenica, Agosto 14th, 2022

ALESSANDRA COMAZZI

Da certe persone ti aspetti l’immortalità, la Regina Elisabetta, Clint Eastwood, Piero Angela. Ma poi accade. E così ieri, con un breve messaggio del figlio Alberto sui social, «Buon viaggio, papà», e soprattutto con uno suo pubblicato nella pagina di Superquark, si è congedato a 93 anni (ne avrebbe compiuti 94 il 22 dicembre) questo giornalista, pianista, divulgatore, scienziato-non scienziato con 12 lauree honoris causa, una quarantina di libri, onorificenze di ogni ordine e grado, uomo di tv amatissimo e torinesità da gran signore.

Era infatti nato per l’esattezza in corso Galileo Ferraris 14, nel 1928. Diceva di aver imparato la razionalità dal padre Carlo, medico, antifascista, insignito dell’onorificenza di “Giusto tra le nazioni” per aver aiutato molti ebrei durante la Shoah. Il giovane Piero frequentò il Liceo d’Azeglio, il liceo dell’aristocrazia e della buona borghesia, era un ragazzo molto curioso e a scuola si annoiava. Ma il pianoforte lo appassionava. E lo appassionò per tutta la vita. Così come per tutta la vita l’ha accompagnato la curiosità, lo ha sostenuto l’originalità.

Dunque per salutare tutti ha scritto sapete quei messaggi dei telefilm, se leggi questa lettera, se guardi questo video, vuol dire che io non ci sono più. Ecco, più o meno. «Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi». Ritmi che fino a mercoledì scorso, il 10 agosto, forse non casualmente classica notte delle stelle cadenti, lui ha rispettato davanti alle telecamere, presentando una nuova puntata di Superquark su Rai1. La prima parte era dedicata al gioco della seduzione. «Trovare il partner giusto non è facile per nessuno – diceva con quel fare cui il tempo non aveva appannato la proverbiale ironia – per certe specie animali è ancora più difficile. Per riprodursi hanno sviluppato strategie straordinarie». E via con quegli a loro volta straordinari documentari della Bbc con riprese di mirabolante definizione, dove c’è sempre qualcosa da imparare.

Imparare. Una parola chiave per comprendere il lungo percorso umano e professionale che ha portato questo jazzista/giornalista a diventare un non-scienziato più convincente di uno scienziato. È impressionante constatare come, nell’inevitabile girotondo dei social, Piero Angela sia persona, non personaggio, di gradimento trasversale. Qualcuno lo avrebbe voluto persino presidente della Repubblica, o moderatore super partes nel dibattito tra i candidati di svariate elezioni fa, Prodi e Berlusconi. Ma lui aveva declinato l’invito. Non si occupava di politica in senso stretto, ma in senso etimologico, la polis dei Greci, la vita delle città e soprattutto degli abitanti. Aveva cominciato la sua attività di divulgatore, di giornalista scientifico, negli Anni 70 e non ha mai smesso fino a mercoledì scorso. Quark, 1981, il capostipite di tante germinazioni, è un nome tratto dalla fisica delle particelle, «è un po’ come un andare dentro le cose», aveva spiegato. Scegliendo come sigla L’aria sulla quarta corda di Bach. Molta cultura, molta sapienza, nessuna apparenza.

Gli riuscì pure, tra un Quark, un Superquark, un Ulisse, un Viaggio nel cosmo, un esperimento finale, su RaiPlay, nel 2020, anno di pandemia e di paura. Proprio in quel momento così difficile, lui, giovane novantenne, confezionò per i giovani quindicenni Prepararsi al futuro, una serie di temi sviluppati in un quarto d’ora, con l’aiuto di fumetti e slide, massimamente divulgativi e comprensibili. Le «pillole», come le chiamava, erano dedicate a macro-argomenti che lui aveva seguito per tutta la vita, e che ancora si intestardiva a voler spiegare ai ragazzi, prima ancora che agli adulti: il clima e l’energia, la genetica e l’alimentazione, gli sviluppi dell’informatica tra ricerca e intrattenimento, l’intelligenza artificiale, l’economia globale e il problema demografico, sul quale insisteva moltissimo, il lavoro e il welfare.

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Piero Angela è morto, aveva 93 anni: l’addio del figlio Alberto

sabato, Agosto 13th, 2022

di Chiara Severgnini

Addio al giornalista e conduttore, storico volto della Rai. L’annuncio del figlio Alberto: «Buon viaggio papà». Nel 2020 aveva dichiarato al Corriere: «La cosa che mi gratifica di più è avere inciso nella formazione dei ragazzi». Mattarella: «Scompare un grande italiano cui la Repubblica è riconoscente»

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Piero Angela, il più grande divulgatore scientifico della televisione italiana, si è spento all’età di 93 anni. A dare l’annuncio è stato il figlio Alberto, che ha scritto sui suoi account social:«Buon viaggio papà». Giornalista, ideatore di format tv di grande successo e divulgatore scientifico, Angela è stato tra i volti più amati e stimati della tv pubblica italiana. Nel 2017, intervistato da Elvira Serra per il Corriere della Sera, aveva parlato della morte in questi termini: «La considero una scocciatura». Nei giorni scorsi aveva scritto un messaggio di addio che è stato diffuso oggi dai canali social della sua trasmissione SuperQuark. «Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese», ha detto, in quello che si può considerare il suo ultimo saluto ai telespettatori.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha diffuso una nota di cordoglio in cui esprime «grande dolore» per la scomparsa di Angela. «Ha segnato in misura indimenticabile la storia della televisione in Italia», ha detto il Capo dello Stato, ricordando come il giornalista abbia «avvicinato fasce sempre più ampie di pubblico al mondo della cultura e della scienza». «Esprimo le mie condoglianze più sentite alla sua famiglia», aggiunge Mattarella, «scompare un grande italiano cui la Repubblica è riconoscente». Anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha voluto ricordare Angela con un messaggio: «È stato un grande italiano, capace di unire il Paese come pochi», ha detto, «ha reso l’Italia un Paese migliore».

La vita

Nato a Torino il 22 dicembre 1928, figlio di uno psichiatra antifascista (riconosciuto anche tra i «Giusti delle nazioni» per aver salvato alcuni ebrei dai nazifascisti), Angela ha iniziato a lavorare per la Rai nel 1952. Di recente, aveva ironizzato sulla sua lunga carriera nella tv pubblica in questi termini: «Se è vero che la regina Elisabetta ha festeggiato da poco il suo giubileo di 70 anni dall’incoronazione, dobbiamo dire che anche noi, molto più modestamente, festeggiamo 70 anni. Sono 70 anni che lavoro ininterrottamente per la Rai».

La carriera in tv

Angela ha dedicato la sua vita alla professione giornalistica e, in particolare, alla divulgazione scientifica. Dopo l’esordio nel Giornale Radio della Rai nel 1952, dal 1955 al 1968 è stato corrispondente del Telegiornale, prima a Parigi e poi a Bruxelles. Con Andrea Barbato ha presentato la prima edizione del TeleGiornale delle 13.30, poi nel 1976 è stato il primo conduttore del TG2. Alla fine del 1968 ha girato una serie di documentari, dal titolo «Il futuro nello spazio». Nel luglio del 1969, seguì il lancio dell’Apollo 11 da Cape Canaveral, negli Stati Uniti.

La divulgazione scientifica

Nel 1981 Angela ha dato vita alla rubrica scientifica «Quark», la prima trasmissione televisiva italiana di divulgazione scientifica rivolta al pubblico generalista. «Con un po’ di scetticismo mi dissero di farlo: temevano che non avrebbe fatto grandi ascolti. Ma io, che da qualche anno facevo documentari, avevo voglia di misurarmi in un progetto di respiro più ampio», ha raccontato il giornalista nel 2021. Il programma — nelle sue varie reincarnazioni, da «Il mondo di Quark», a «Quark Economia», da «Quark Europa» a «SuperQuark» — ha avuto un successo straordinario, diventando uno dei più longevi della tv italiana. Il segreto del suo successo? Lo ha spiegato Angela stesso: «Il mio linguaggio sta dalla parte del pubblico, i contenuti dalla parte degli scienziati». ADDIO A PIERO ANGELA

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Borsellino, un mistero lungo 30 anni

mercoledì, Luglio 20th, 2022

Francesco La Licata

I misteri siciliani, che sono misteri italiani e in più d’una occasione si sono rivelati misteri internazionali, sono storie del potere della peggiore specie. Da Salvatore Giuliano in poi – per rimanere al contemporaneo – non c’è avvenimento che abbia ottenuto almeno una spiegazione ufficiale, se non un riscontro giudiziario. L’elenco sarebbe troppo lungo e si rischierebbe qualche dimenticanza: per saperne di più basterebbe sfogliare i giornali della nostra «meglio gioventù». Oppure consultare gli accurati, quanto inutili, atti parlamentari custoditi nella polvere degli archivi delle numerose Commissioni, raramente aperti al pubblico e solo dopo un numero di anni sufficiente a garantire l’impunità di presunti colpevoli mai condannati.

In questo panorama la storia di Paolo Borsellino «merita» un posto di assoluto rilievo perché contiene in sé tutti gli elementi del grande «affaire», concepito ed eseguito per rimanere insoluto o quantomeno relegato alla soluzione minimalista del «buono» ucciso per volontà del «cattivo», mafioso e crudele. E tre decenni di inchieste, processi, condanne, assoluzioni, revisioni e inchieste parlamentari non hanno dato nessuna certezza, anzi hanno prodotto un’unica certezza consacrata in sentenza: che le indagini sulla strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992, rappresentano il più grande depistaggio della storia giudiziaria della Repubblica. E, ancora dopo trent’anni, non sappiamo perché è stato ucciso il giudice Borsellino.

Ma questa storia non è destinata all’oblio. Mai come in questo momento gode di una risonanza mediatica che difficilmente consentirà un’archiviazione indolore. E questo per merito dei figli di Paolo Borsellino, Fiammetta, Lucia e Manfredi che hanno portato pesantemente all’attenzione generale le precondizioni e il «contesto» cupo che hanno consentito l’isolamento del giudice e, quindi, l’eliminazione fisica di un ostacolo che dava fastidio non solo alla mafia delle giacche di velluto di Corleone ma a quella delle grisaglie delle segreterie di partito e delle stanze della finanza dei salotti buoni.

I figli di Borsellino hanno intrapreso, dopo anni di silenzio in ossequio all’educazione istituzionale del padre, un percorso di richiesta di giustizia «per amore della verità». Ma le loro richieste non sono grida scomposte e sete di vendetta. Fiammetta ha parlato a lungo nella sede appropriata, dopo l’inattesa ed esplosiva confessione del pentito Gaspare Spatuzza che rivelava l’esistenza del grande depistaggio: la costruzione a tavolino, da parte di magistrati e investigatori dell’epoca, di una falsa verità che (oltre a mandare all’ergastolo mafiosi, ma innocenti rispetto alla strage) impediva la ricerca di un movente (inconfessabile?) che apriva le porte di un potere ben più importante di quello gestito di Totò Riina.

Fiammetta è andata davanti ai giudici, sostenuta dai fratelli e dall’ostinato avvocato di parte civile, Fabio Trizzino, a dire semplicemente: se il depistaggio è provato (tanto da doversi rifare il processo) voglio sapere i nomi dei depistatori, anche i nomi dei magistrati, e perché è stato messo in atto. E ha ragione, Fiammetta. Un depistaggio, infatti, serve a proteggere l’identità di un colpevole nascosto o impedire che venga fuori un intreccio di collusioni e di illegalità. Normale, dunque, che la parte lesa faccia una simile richiesta non per vendetta ma «per amore di verità», come recita il libro che Fiammetta, Lucia e Manfredi hanno scritto affidandone la «tessitura» alla lucida competenza del giornalista Piero Melati.

È un prezioso documento, questo scritto. Perché racconta una parte inedita della dolorosa perdita della famiglia Borsellino. Racconta dell’assedio subito dalla signora Agnese, la moglie di Paolo, da parte delle cosiddette Istituzioni; di come tutto il falso affetto riservatole si concludesse puntualmente con la domanda «su cosa stava indagando Paolo»?

Già, perché è quello il punto critico: a chi avrebbe nuociuto quanto andava scoprendo il giudice? Perché Borsellino, reduce da colloqui con un pentito, disse che stava venendo fuori di tutto («Altro che Tangentopoli»). E perché i verbali delle audizioni dei magistrati della Procura di Palermo (28-31 luglio 1992) sono rimasti sepolti negli archivi di Palazzo dei Marescialli? Conoscere lo stato d’animo di Borsellino dopo la strage di Capaci, il suo totale isolamento per mano del suo capo, Pietro Giammanco, i dubbi sull’amico «che mi ha tradito», sul perché non riceveva risposta dal procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, a cui chiedeva di essere interrogato sulla morte dell’amico Falcone. Ecco conoscere tutto ciò, forse, avrebbe aiutato le indagini. Forse avrebbe potuto svelare l’incongruenza macroscopica di una strage imponente affidata ad un organizzatore ed esecutore (Vincenzo Scarantino, il pentito «inventato») di infimo livello.

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