Archive for the ‘Cultura’ Category

Ci sono due Cacciari: dell’inizio e della cosa ultima

giovedì, Gennaio 13th, 2022

Che Massimo Cacciari sia uno dei più importanti filosofi italiani, una delle nostre più brillanti intelligenze, non vi sono dubbi. Come non ho mai dubitato, neppure per un attimo, che potesse non vaccinarsi. Ieri, in fila per la terza dose, ha salutato le telecamere con il pollicione in evidenza e dichiarato: “Alle leggi si obbedisce. Socrate insegna. Chi può, vada a vaccinarsi”.

Be’, Socrate insegna anche tante altre cose, soprattutto ad ascoltare. Le ospitate televisive, che non si prestano al ragionamento filosofico, insegnano invece a parlare tanto, forse troppo. E, parlando troppo, si può anche finire fuori strada, in quella terra di nessuno dov’è possibile incontrare scontenti e rivoltosi e, talvolta, alimentarne la rabbia. La costante riflessione filosofico-politica di Cacciari, però, non poteva impedirgli di prendere posizione sulla continua emergenza del Paese, sui rinnovati provvedimenti che, in qualche modo, lo bloccavano, facendo del Covid l’unico tema su cui discutere e (non) vivere. Si è trovato anche in compagnia, lungo la strada, di chi ha avuto il torto imperdonabile di evocare Auschwitz, Hitler, stato d’eccezione, di ricorrere a metafore infelici, mentre i morti venivano seppelliti a migliaia, medici e infermieri tentavano di salvare vite e molti di loro perdevano la propria.

Ci sono due Cacciari, potrei dire, citando due dei suoi libri migliori, editi da Adelphi: “Dell’inizio” e “Della cosa ultima”. Il filosofo dell’inizio ha commesso diversi errori di comunicazione, pur avendo legittimamente segnalato alcune forzature, quella torsione volontaria di chi è stato chiamato, e continua a essere chiamato, a decisioni impopolari ma necessarie e inevitabili. Il filosofo della cosa ultima, al contrario, ha dato dimostrazione di intelligenza, facendo l’unica cosa che l’intelligenza detta: vaccinarsi e invitare a vaccinarsi.

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La «cultura» che vuole cancellare il passato

mercoledì, Gennaio 12th, 2022

di Antonio Polito

Colpisce che sia il Papa a criticare l’ansia di abbattere statue, ostracizzare classici della letteratura, censurare autori e registi che dilaga negli Usa e in Inghilterra

I più recenti discorsi di papa Francesco smentiscono ulteriormente, se mai ce ne fosse stato bisogno, le accuse di chi lo vorrebbe «cripto-comunista», o «globalista», se non addirittura propenso al relativismo culturale. E forse per questo sono passati per lo più sotto silenzio. «L’inverno demografico — ha detto per esempio all’Angelus il giorno di Santo Stefano — è contro le nostre famiglie, contro la Patria, contro il futuro»; dove quel riferimento alla Patria contesta l’illusione della accoglienza indiscriminata, e l’idea in fondo un po’ razzista che immagina di poter usare la manodopera di un popolo in migrazione, quello africano, per risolvere i problemi di un popolo in declino demografico, quello italiano, in una sorta di nuova «società servile».

Ma ancor più significativo è stato il durissimo attacco che il Pontefice ha mosso, davanti ai membri del corpo diplomatico in Vaticano, contro la cosiddetta «cancel culture», che negli Stati Uniti e nell’anglosfera dilaga come presunto strumento di affermazione dei diritti delle minoranze, bollata dall’Economist in quanto arma della «illiberal left». Il punto critico per Francesco è che quest’ansia di abbattere statue e monumenti, ostracizzare classici della letteratura e del teatro, censurare autori e registi, «rinnega il passato» nel nome di un «bene supremo indistinto e politicamente corretto». Un falso idolo, insomma, si potrebbe chiosare; con il rischio di una «colonizzazione ideologica che non lascia spazio alla libertà di espressione». F rancesco vede insomma un problema liberale che sembra sfuggire a molti liberal: e cioè che «si va elaborando un pensiero unico, pericoloso, costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi».

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Houellebecq ovvero la coppia eterosessuale contro l’Apocalisse

venerdì, Gennaio 7th, 2022
SAN SEBASTIAN, SPAIN - SEPTEMBER 25: French writer Michel Houellebecq attends 'Thalasso' photocall during...
SAN SEBASTIAN, SPAIN – SEPTEMBER 25: French writer Michel Houellebecq attends ‘Thalasso’ photocall during 67th San Sebastian International Film Festival at Kursaal, San Sebastian on September 25, 2019 in San Sebastian, Spain. (Photo by Carlos Alvarez/Getty Images)

L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, “Annientare”, da oggi in libreria per La Nave di Teseo, è ambientato nel 2026-2027, un futuro prossimo nel quale si sono compiute inesorabilmente tutte le rovine che i precedenti romanzi di Houellebecq hanno annunciato: la disintegrazione dei legami sociali, la solitudine, l’anomia, la miseria affettiva, sentimentale, sessuale. Niente di tutto ciò suscita più dramma, né conflitto, né innesca un principio di rivolta come accadeva invece, seppur con vane speranze, nei precedenti romanzi. Semplicemente, per i giovani che popolano questo nuovo mondo è diventato naturale sigillarsi dentro se stessi, anzi la sola idea “di una relazione sessuale tra due individui autonomi” gli appare ormai come “una fantasia superata e, a dirla tutta, deplorevole”. Il contrario di quel che gli uomini e le donne hanno fatto fino a non molto tempo fa, ossia scopare, amarsi, formare coppie, costituire famiglie, e ancora più in precedenza comunità, partiti, movimenti, scuole, chiese. Così pare abbia scelto di finire l’Occidente.

Il protagonista del romanzo, Paul, è il consigliere e il confidente del ministro dell’Economia, Bruno Juge, “probabilmente il più grande ministro dell’Economia dai tempi di Colbert” – un personaggio chiaramente ispirato all’attuale ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. Bruno Juge è un tecnico colto e pragmatico, in un governo di centrosinistra, che studia fino a notte fonda ogni dossier, complice una vita matrimoniale disastrosa. Aggira le direttive europee in nome degli interessi nazionali e sta cercando con successo di riportare la Francia all’industria. È anche uno dei possibili candidati alle prossime elezioni presidenziali e anche per questa ragione finisce nel mirino di una serie di indecifrabili cyber attacchi terroristici sui quali Paul indaga senza riuscire a capirci molto. In uno dei più preoccupanti video di computer grafica diffusi online, il ministro viene ghigliottinato come gli aristocratici durante la rivoluzione francese, e si capisce che la minaccia semini il panico nelle stanze del Ministero e del Governo.

Di tutti i romanzi di Houellebecq, “Annientare” è senz’altro il più romanzo di tutti. Le pagine che sconfinano apertamente nel saggio, come accadeva spesso nei precedenti romanzi, sono ridotte al minimo. Nelle più di settecento pagine di questa storia si passa invece dal thriller politico, al romanzo sul potere francese, al feroce show della campagna per le presidenziali senza capire per pagine e pagine dove si andrà veramente a parare. In un mondo in cui la mutazione annunciata da Houellebecq fin dal suo primo romanzo, “Estensione del dominio della lotta”, è quasi totalmente compiuta, accade però qualcosa di assolutamente inedito per un romanzo di Houellebecq. Il protagonista, Paul, l’uomo a cui l’autore presta più frequentemente i suoi pensieri, viene strappato dal suo lavoro quotidiano al fianco del ministro dell’Economia a Parigi ed è scaraventato nuovamente nella sua vita da ragazzo nella campagna francese. La causa è un ictus che colpisce il padre e lo lascia completamente paralizzato. Ma questo fatto, anziché precipitarlo ancora più profondamente nell’assurdità della vita, come accade alla maggior parte dei personaggi dei precedenti romanzi di Houellebecq, gli fa compiere invece un movimento inverso: la malattia, l’agonia e la prossimità alla morte non solo lo riavvicinano alla famiglia e alla moglie, con la quale non andava a letto da più di dieci anni, non solo gli fanno capire qualcosa di quel che succede nella Francia lontana dal centro, nelle campagne dove fioccano i voti per il Rassemblement national, ma lo riconnettono a un senso sacro dell’esistenza. “La foresta sembrava animata da un respiro calmo”, pensa Paul osservando la natura, “infinitamente più calmo di qualsiasi respiro animale. Era la vita nella sua essenza”.

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Chi ha svelato il problema dell’austerità

martedì, Dicembre 21st, 2021

Andrea Muratore

Allievo di Keynes e Einaudi, amico di Gramsci, Wittgenstein, Mattioli, il torinese Piero Sraffa è stato il gigante dimenticato del pensiero economico italiano del Novecento

Nel Novecento l’Italia ha dato vita a una scuola di pensatori economici di assoluto livello che hanno saputo far evolvere la disciplina e, soprattutto, capire la complessità delle grandi trasformazioni in corso nel tempestoso XX secolo. Tra questi, un maestro dell’economia del Novecento, tra i principali allievi di pensatori come Luigi Einaudi e John Maynard Keynes, il torinese Piero Sraffa (1898-1983).

Sraffa, l’economista della complessità

Sraffa interpretò la complessità della sua epoca andando oltre la classica dicotomia tra Stato e mercato, capendo quanto a partire dall’era successiva alla Grande Guerra l’ingresso di grandi masse nella partecipazione attiva alla società contemporanea, i cambiamenti industriali e le crescenti rivendicazioni imponessero nuove chiavi di lettura capaci di superare le spigolature del modello liberista di inizio Novecento e le tentazioni della reazione autoritaria.

Filosofo e pensatore politico prima ancora che economista, pur essendo estremamente attento al lato quantitativo della disciplina, Sraffa fu uno dei grandi critici delle dinamiche del suo tempo, fornendo sul piano economico le visioni che autori come José Ortega y Gasset o Johan Huizinga fornirono su quello socio-politologico. Così come questi grandi pensatori ritenevano inevitabile un’unione tra le grandi mutazioni sociali dell’epoca e gli sconvolgimenti politici che avevano portato all’era dei totalitarismi, Sraffa portò avanti un’analisi che imponeva di considerare l’economia come arma e strumento politico in grado di condizionare tali sviluppi.

Non a caso durante tutta la sua vita fu fortemente focalizzato sul rifiuto di ogni misura che imponesse paradigmi economici come assunti religiosi, prima fra tutta qualsiasi scelta recessiva che andasse nella direzione di misure di austerità promosse per subordinare l’uomo alle leggi di mercato.

Alessandro Roncaglia, già professore ordinario di Economia politica alla Sapienza Università di Roma, e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei ha scritto nel saggio L’età della disgregazione dedicato al pensiero economico contemporaneo molto del ruolo di Sraffa come pensatore poliedrico e capace di dare lezioni al presente. In questi tempi, ha scritto Roncaglia, “un conto è concepire la teoria economica come il modo in cui gli esseri umani affrontano il problema della scarsità, altro conto è guardare all’insieme delle relazioni economiche dal punto di vista della divisione del lavoro in un flusso circolare di produzione, distribuzione e consumo”. Quanto fatto durante l’intera sua carriera da Sraffa, che ha saputo confrontarsi come detto con i maggiori pensatori della sua epoca.

Un economista filosofo

Formatosi con Einaudi, suo relatore all’Università di Torino di una tesi sull’inflazione dell’Italia durante la Grande Guerra, docente dal 1923 a Cagliari e amico del filosofo Antonio Gramsci, dal 1927 chiamato da Keynes a Cambridge dove resterà fino alla morte, prima al Trinity College (fino al 1939) e poi al King’s College e ove fu lecturer per tre anni, poi director of researches, infine bibliotecario della Marshall Library fino all’ultimo giorno della sua vita, Sraffa si confrontò anche con altri importanti personaggi. Primi fra tutti il filosofo Ludwig von Wittgenstein, conosciuto nel 1929, e il “banchiere umanista” Raffaele Mattioli, che con Sraffa intrattenne una lunga corrispondenza negli anni in cui formava la classe dirigente della Banca Commerciale Italiana (Comit) all’ombra del regime fascista, allevando una generazione di pensatori liberi nell’ufficio studi formato anche grazie alle intuizioni sraffiane in cui saranno accolti, tra gli altri, Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Guido Carli ed Enrico Cuccia, con cui costruì il progetto dell’IRI e di Mediobanca, e le influenze dei “Quaderni dal Carcere” sraffiani conservati in segreto nei caveau dell’istituto.

Per Sraffa le teorie economiche, siano esse antiche o moderne, non emergono semplicemente come frutto di mera curiosità intellettuale. Esse hanno origine da problemi di natura pratica che interessano la comunità e necessitano una soluzione, concernenti la produzione, il lavoro, la distribuzione dei mezzi. Sapere umanistico, ovvero una conoscenza della storia e delle società, e sapere matematico, per la modellizzazione di tali teorie, devono andare di pari passo: Sraffa sottopose a rilettura critica tutti i grandi classici, da Marx a Ricardo, ricordando l’importanza della dialettica politica nel promuovere una soluzione piuttosto che un’altra.

“Interessi opposti sostengono una soluzione o un’altra e adottano argomentazioni teoriche, ovvero universali, per provare che la soluzione da loro proposta è conforme alle leggi naturali, o che essa sarebbe attuata nell’interesse pubblico, o nell’interesse della classe dirigente o di qualunque sia l’ideologia dominante in un dato momento”, scrisse Sraffa nelle sue “Lezioni avanzate sulla teoria del valore”. Con la sua ricerca Sraffa ha fornito tutti i tasselli fondamentali al perseguimento dell’obiettivo di un abbandono della tradizione marginalista, che fondava sull’atomizzazione sociale e la negazione dell’utilità sociale del lavoro i suoi presupposti, a favore di un approccio omnicomprensivo che mirava a unire la ricerca del pieno impiego e lo sviluppo della produzione industriale come obiettivi armoniosi e non alternativi.

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La filosofia di Cacciari e Agamben è diventata uno spettacolo. Brutto

domenica, Dicembre 12th, 2021

Un discorso sopra lo stato presente del costume della filosofia italiana dovrebbe forse muovere dalla stessa situazione in cui era Giacomo Leopardi. Il passeggio, gli spettacoli e le chiese: la società italiana – diceva il poeta di Recanati – a conti fatti si riduce a questo. Ma le chiese pesano oggi molto meno che allora, mentre il passeggio, in tempi di pandemia, è sottoposto a severe limitazioni: restano gli spettacoli a far la società. Ora, che spettacolo dà di sé la filosofia?

Non il migliore, a considerare quel che si è potuto ascoltare a Torino, durante i lavori della neonata Commissione Dubbio e Precauzione. Sui dubbi e le precauzioni non vorrei però tornare: se avessero voluto filosofeggiare davvero, avrebbero fatto bene a impegnare la lunga giornata chiedendosi anzitutto che cos’è un dubbio, come si esercita, come lo si coltiva, quando ha ragione di essere e quando invece è solo un sofisma, quando è fondato e quando invece è pretestuoso, con quali argomenti lo si porta avanti, in quali contesti e regimi di discorso, a quali fini e con quali conseguenze, e così via.

Ma così non è stato, visto che si è potuto ascoltare di tutto, e sotto quella pregevole intestazione sono passati per dubbi cose molto diverse tra loro: poche ragionevoli, molte strampalate. Però non importa: Giorgio Agamben, il più illustre tra i partecipanti, ha detto che quello non era un convegno: i convegni sono infami, diceva (giustamente) Deleuze, e di sicuro, ha aggiunto Agamben, nessuno in epoca nazista avrebbe mai pensato di riunire la resistenza a convegno. Non gli è sicuramente sfuggito che la resistenza, Hitler imperante, non faceva convegno perché a convegno non poteva riunirsi neanche se avesse voluto, a differenza dei dubbiosi amici torinesi. Ma neanche di questo vorrei parlare.

Vorrei invece fare un paio di brevi osservazioni muovendo dal credito o discredito che la filosofia italiana guadagna da tutta questa vicenda. Con una premessa (faticosa: me ne scuso con i lettori), che dispiacerà a quanti, filosofi o no, sono convinti che la produzione del sapere filosofico dovrebbe osservare le stesse regole – per non dire lo stesso metodo – che osserva il sapere scientifico. Così non è, in realtà. Non è così nei fatti, e su questo non c’è discussione (e c’è anzi chi proprio di ciò si lamenta, e ne trae la sbrigativa conclusione che quindi non vale la pena perder tempo coi filosofi), ma non è così neanche in linea di principio, perché se così fosse verrebbe meno il luogo in cui di quel metodo o di quelle regole si intende far questione («motivatamente» questione: l’avverbio è importante, anzi decisivo, e farebbe, qualora osservato – osservato anche a Torino – la differenza fra il rigore filosofico e il tana liberi tutti). A non dire infine che «scienza» e «sapere» non sono sinonimi neanche di striscio: non lo sono per un filosofo, che non si dirà mai scienziato, né per uno scienziato, che tuttavia si spera non pensi per questo di potersi sbarazzare della filosofia, né per nessuno di noi altri, che assistiamo più o meno volentieri allo spettacolo.

Premesso tutto ciò, a Torino non c’era «la» filosofia italiana. Non vorrei che la cosa suonasse troppo burocratica (è solo una prima considerazione), né vorrei che si pensasse che si fa filosofia solo da una cattedra universitaria (le cattedre universitarie sono infami), ma insomma, se uno guarda ai docenti in organico nelle università italiane trova che della Commissione Dupre ne fa parte un numero molto, molto piccolo. Non ho fatto calcoli, ma penso che la percentuale sia inferiore a quella dei no vax sul totale della popolazione italiana. Quindi: tranquilli.

Ma c’era Cacciari! Ma c’era Agamben! È vero, e c’erano anche altri autorevoli studiosi, di cui – per quel che vale – ho sincera stima. Ma neanche così è possibile mettere le cose come se la filosofia italiana fosse rappresentata da, o allineata su, le loro posizioni (né è quanto essi mi pare pretendano). Né credo sia necessario far nomi di filosofi altrettanto autorevoli (ce ne sono), che considerano a dir poco rovinose le posizioni assunte da Cacciari e Agamben.

Di cosa si tratta, allora? Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia. Sto citando – devo dirvelo – il titolo di un libro di Jacques Derrida, uno di quei filosofi che gli spregiatori del pensiero continentale mai si sognerebbero di citare, mettendolo anzi volentieri tra i venditori di fumo. Obscurum per obscurius, si diceva una volta: le oscurità dei primi due, dei Cacciari e degli Agamben, giudicate per il mezzo di un pensatore ancora più oscuro, Derrida! Ma io ho bisogno di distinguere: penso infatti che un conto sia il tipo di esercizio critico al quale la filosofia praticata da Cacciari e Agamben abitua, un altro il tono che questo esercizio ha assunto nelle ultime esternazioni.

Bisogna però sapere di quale esercizio parliamo, prima ancora di occuparsi del tono. Perché la ricerca filosofica è ampia e varia, in Italia e nel mondo. C’è chi fa ottimamente filosofia a distanze siderali da Cacciari e da Agamben. Ci sono fior di filosofi della scienza, di filosofi del linguaggio, di filosofi della mente, che proprio non sanno che farsene dei loro libri (e la cosa è ovviamente reciproca). Ma c’è una cosa che una volta si chiamava metafisica, oppure filosofia prima, o anche filosofia speculativa, e che oggi in genere si indica come filosofia teoretica (neanche questi sono sinonimi, ma termini abbastanza strettamente imparentati fra di loro), che non fa filosofia della scienza, perché si domanda prima: che è scienza?

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Sophia Loren: “Lina, la mia amica geniale”

venerdì, Dicembre 10th, 2021

Maria Corbi

«Sono molto triste». Sophia Loren risponde dalla sua casa di Ginevra per ricordare la sua amica Lina. «E’ una giornata molto triste. Eravamo grandi amiche. Quando mi ha chiamato sua figlia per dirmi quello che era successo mi sono piombati addosso dolore e ricordi».

Vi sentivate spesso?
«Spesso alla nostra età è un concetto sfumato. Ma si, ci sentivamo e comunque siamo sempre state legate, eravamo amiche, legate da quel filo potente che è l’aver vissuto esperienze, passioni, professione, comuni».

E’ stata lei a consegnarle l’Oscar alla carriera. Ma rileggendo le cronache di allora sembra quasi che la Wertmüller non fosse così emozionata…
«Ma no, era emozionatissima ed io più di lei. Riuscivo a stento a trattenere le lacrime. Mi sembrava di doverlo ricevere io l’Oscar. Ricordo la sala enorme che faceva paura e noi due vicine, mano nella mano, l’affetto di tutte quelle persone. Era meraviglioso, sentivamo che la gente ci amava tanto. Attraverso quel tributo a Lina si volevano dimostrare la stima e l’affetto per quel cinema italiano che avevamo portato nel mondo. E Lina Wertmüller è stata, ed è ancora, amatissima da Hollywood. La nostra più grande regista».

Una donna. Questo ci rende ancora più orgogliosi, no?
«A me no. Io valuto la persona . Lei è stata una eccezionale regista, grande per il talento non per il suo genere».

Giancarlo Giannini ha raccontato che sapeva essere molto aspra con gli attori sul set . È vero?
«Era severa, questo sì. Lo era quando non poteva ottenere quello che aveva in mente e che cercava di trasmettere. Allora diventava burbera, lo è stata certe volte anche con me, anche se poi io riuscivo a stemperare la tensione con il mio parlare napoletano. Ma faceva bene, dirigere significa anche questo».

E nel privato?
«Era una grande amica, e con lei si rideva sempre molto. Ironica, originale, spiritosa, geniale. Raccontava delle meravigliose barzellette. Era generosa, piena di vita. Amava accontentare il pubblico, ma anche se stessa facendo le cose che le andava di fare. Una donna elegante, intelligente che sapeva vivere bene. E’ stata benedetta dal talento e dall’amore ».

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Alla Camera c’è un tesoro: il mistero della Gioconda a Montecitorio

martedì, Dicembre 7th, 2021

Valeria Di Corrado e Alberto Di Majo

C’è un tesoro alla Camera dei deputati ma nessuno ne è consapevole: è una Gioconda della scuola di Leonardo, alla cui realizzazione potrebbe aver contribuito anche il maestro da Vinci. Per cent’ anni circa se ne erano perse le tracce. Era appesa sopra il termosifone della stanza di uno dei questori di Montecitorio, il grillino Federico D’Inca, svilita, opacizzata dal passare dei secoli e considerata una delle tante copie posticce del capolavoro esposto al museo del Louvre. 

Invece dopo il restauro della Gioconda dell’ex collezione Torlonia è emerso che i due dipinti hanno più o meno la stessa età, le stesse correzioni nel disegno (che solo l’autore poteva conoscere) e forse, addirittura, la stessa mano. Ad alimentare il mistero ci sono alcuni documenti storici che lasciano aperta l’ipotesi che Leonardo abbia dipinto almeno due Gioconde; anche se si tratta di teorie non ancora suffragate da evidenze. D’altronde non è una novità nella storia dell’arte che i pittori- spesso aiutati dai loro allievi – dipingessero più versioni di uno stesso soggetto, non solo in fase di studio preparatorio, ma anche nella fase esecutiva, proprio per dare la possibilità al committente di scegliere la copia che più lo avrebbe soddisfatto. Ad esempio, della «Maria Maddalena in estasi» di Caravaggio ce ne sono 4 o 5 copie, tutte considerate originali. Può accadere addirittura che alcune opere ritenute per secoli autentiche si rivelino in realtà delle copie, come sembra essere l’«Ecce Homo» di Caravaggio esposto a Genova; quello considerato ora autentico, nei mesi scorsi stava per andare all’asta a Madrid per un migliaio di euro. La Gioconda di Leonardo rappresenta Lisa Gherardini, cioè Monna Lisa (un diminutivo di «Madonna»: «mia signora»), moglie del commerciante fiorentino Francesco del Giocondo.

Ad alimentare la fama del ritratto, diventato il più celebre della storia, è stato il suo furto, avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1911, ad opera di un ex impiegato del Louvre: l’italiano Vincenzo Peruggia. Convinto che il dipinto appartenesse all’Italia, poiché sottratto da Napoleone, lo rubò con l’intenzione di riportarlo in Patria. Uscì dal museo con il ritratto sotto il cappotto. Lo tenne nascosto prima sotto il letto di una pensione di Parigi dove alloggiava e poi appeso nella cucina di casa sua, a Luino, in provincia di Varese. Nel 1913 si recò a Firenze per rivendere l’opera: si rivolse all’antiquario Alfredo Geri, che, accompagnato dall’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi, lo fece arrestare dai carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale.

Tornando alla gemella di Montecitorio, c’è un aneddoto sulla sua «riscoperta» che la dice lunga su come il nostro patrimonio artistico spesso e volentieri non venga valorizzato come meriterebbe. In occasione del cinquecentenario dalla morte di da Vinci, l’Accademia dei Lincei nel 2019 aveva affidato all’architetto e restauratore Antonio Forcellino l’incarico di curare la mostra «Leonardo a Roma».

Convocato nell’ufficio del sottosegretario alla Cultura, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, Forcellino aveva proposto di esporre proprio la Gioconda della collezione Torlonia, di cui però si erano perse le tracce dal 1925: anno a cui risaliva l’unica immagine del ritratto a loro disposizione. Il senatore della Lega Stefano Candiani, presente alla riunione, ha avuto un’illuminazione. «Ho detto: scommetto un caffè che so dove si trova. Sono entrato a Montecitorio e infatti ho ritrovato la Gioconda nella stanza dell’allora questore della Camera, Federico D’Incà (attuale ministro per i rapporti con il Parlamento in quota M5S, ndr). Era appesa sopra un calorifero. Mi piangeva il cuore».

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“Una galassia di persone refrattarie alla scienza. Ma i virologi siano cauti”

sabato, Dicembre 4th, 2021

Marco Leardi

La razionalità del divulgatore scientifico non l’abbandona mai. Nemmeno quando è a casa propria, lontano dalle telecamere. Piero Angela pronuncia ogni parola selezionandola con cura, con il tono pacato ma vivace di chi ha molte cose da raccontare. E sa perfettamente come farlo. “Bisogna essere molto precisi, soprattutto quando si parla di argomenti delicati”, osserva il popolare giornalista, premurandosi del fatto che le sue affermazioni risultino chiare e non vengano fraintese. Dall’alto dei suoi 93 anni, il decano della divulgazione in tv ha uno sguardo attento su tutto ciò che lo circonda, dall’attualità ai temi sociali più dibattuti. Pure sulla sessualità e sui rapporti di coppia ha voce in capitolo, lui che da oltre 60 anni è sposato con la stessa donna, la sua amata Margherita. Ma la nostra conversazione non poteva che iniziare dall’argomento che più sta impegnando la comunità scientifica.

Ormai tutti dicono la loro sul Covid, ma chi fa divulgazione è sempre stato all’altezza del suo compito?

“Diciamo subito che per avere una certezza su qualsiasi scoperta scientifica, bisogna averla verificata con una serie di controlli. Il pubblico deve capire che un conto sono le cose accertate, sulle quali tutti sono d’accordo, ma quando si chiede di prevedere cosa accadrà per un determinato fenomeno nessuno è in grado di dirlo con sicurezza. Per cui si esprimono delle opinioni, che vanno però divise dai fatti. Quello che si sa, lo si può dimostrare in modo preciso, il resto sono soltanto ipotesi”

In tempi non sospetti, lei aveva anche parlato di “virologi oracoli”. In che senso?

“Gli scienziati nei dibattiti sono spesso provocati dalle domande dei giornalisti. Ma bisogna far capire, appunto, che ci sono due livelli diversi: quello delle cose che si conoscono e quello delle cose ancora ignote. Molti scienziati giustamente dicono: ‘Questo non lo so, però secondo me…’. Dovrebbe essere sempre così. A volte però capita anche che ci siano opinioni legittimamente diverse, che potranno essere validate o meno da quello che si scoprirà in seguito”

Ma in questo caso non si rischia di generare confusione nel pubblico meno attrezzato?

“Sì, capisco. Ma allora bisognerebbe evitare di chiedere agli esperti la loro opinione”

Cosa pensa di chi ancora oggi si dichiara no-vax?

“Quello è un universo fatto di personaggi diversi tra loro. Ci sono alcuni che semplicemente hanno paura del vaccino e non si lasciano convincere dai risultati scientifici. Questo credo sia il nucleo forte dei no-vax e penso che la loro sia una reazione simile a quella di chi ha paura dell’aereo: è un sentimento che prevale sulle dimostrazioni logiche. Poi ci sono anche persone che si riconoscono nei fenomeni paranormali, e nella mia attività in giro per il mondo ne ho conosciute diverse. Il problema è che questi individui si lasciano convincere specialmente sulla rete, dove circolano messaggi di tutti i tipi. Il trucco è che, sempre, questi messaggi vogliono far credere che ci sia qualcosa di nascosto da svelare. ‘Non ve l’avevano detto…’. Infine ci sono persone che si infiltrano nelle manifestazioni solo per portare violenza. In Francia si chiamano casseur, guastatori”.

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Cosa resta del pensiero

giovedì, Dicembre 2nd, 2021

Donatella Di Cesare

Quale ruolo può avere ancora la filosofia in questo mondo senza fuori e senza oltre? Quale margine ha il pensiero, se a dominare è ovunque una diffusa exofobia, la paura e l’orrore per ciò che è esterno? Il mondo in cui viviamo ha fagocitato, bandito, distrutto ciò che è altro da sé, nella pretesa vana di restare indenne. In questo globo senza finestre del capitalismo in stato avanzato, dove di umano resta ben poco, ogni focolaio di resistenza immaginativa sembra esaurito.

Tanto più che l’esistenza è condannata al torpore sfinito dell’allarme prolungato, all’inesausto dormiveglia che non conosce notte. Qui regnano mancanza di sensibilità, privazione di memoria, difficoltà di riflessione.

Prima si poteva ancora speculare sulla fine della filosofia, o sulla fine della storia. Adesso la questione è la fine del mondo. Non è un mistero che i discorsi sulla “fine del mondo” vengano presi sul serio dalle scienze empiriche: climatologia, geofisica, oceanografia, biochimica, ecologia. La virata dell’umanità verso la catastrofe appare imminente.

Tremenda e imperscrutabile, la fine ha agitato nei secoli il mondo. Ma oggi ha un significato reale. E ciò dà il timbro a questo terzo millennio, un’epoca che si delinea in uno scenario apocalittico dove mancano risonanze teologiche e promesse politiche. L’apocalisse si profila in piena modernità laica e scientifica. Si fa strada l’idea che la morte del singolo potrebbe coincidere con la fine del mondo. Nulla resterebbe dopo, né il ricordo degli altri, né la memoria condivisa, né lascito, né eredità. Tutto terminerebbe per sempre, in un autosterminio, che è ben più di una semplice estinzione. Noi siamo oggi i primi a dover pensare di essere forse gli ultimi.

L’urlo prometeico minaccia di soffocare in un rantolo apocalittico. Sta qui, peraltro, l’enorme divario tra la conoscenza scientifica e l’impotenza politica, un’impotenza che, concentrata sul presente senza domani, procede di emergenza in emergenza.

Come può tutto questo non avere effetti sul pensiero, che è sempre un movimento dell’oltre, che si spinge sempre al di là. Pensare estranea, rende stranieri. Sono molte le voci filosofiche a dirlo – da Aristotele a Hannah Arendt. Che cosa resta allora della filosofia, questo territorio paradossale, abitato dall’atopia, dall’eccentricità, dal fuori-luogo?

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La fatale dichiarazione di guerra agli Usa. Così Hitler perse la sua scommessa mortale

mercoledì, Dicembre 1st, 2021

Gianni Riotta

La sera dell’11 dicembre 1941, raccontava mio padre Salvatore, gli studenti universitari dei gruppi fascisti Guf sfilarono nella sua città, inneggiando alla dichiarazione di guerra che Benito Mussolini e Adolf Hitler avevano consegnato agli ambasciatori del presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Quattro giorni prima, il 7 dicembre, le forze aeronavali giapponesi avevano attaccato, e colpito con efficacia, la flotta Usa, in rada a Pearl Harbor, Hawaii, aprendo il conflitto con Washington nel Pacifico. Ma il presidente Roosevelt, che dal 1939 sperava di battersi al fianco della Gran Bretagna contro i nazisti, non riusciva a persuadere il riottoso Congresso, popolato da senatori democratici del Sud, isolazionisti, a votare le ostilità contro Berlino e Roma, riuscendo solo a combattere contro il Giappone imperiale. È la scelta di Hitler, dissennatamente imitato da Mussolini, a suggellare il destino finale della guerra 1939-1945. Il ricordo di mio padre si completava con la disperazione del suo barbiere, emigrato per anni a Pittsburgh, operaio alle acciaierie, che nel clamore dei fascisti, gli confida dopo aver chiuso, per cautela, la bottega: «L’America forte è!».

Quei giorni che han segnato la storia, 7-11 dicembre 1941, sono al centro di un saggio degli studiosi inglesi Brendan Simms e Charlie Laderman, Hitler’s American Gamble, Pearl Harbor and Germany’s march to global war, tradotto da Vittorio Ambrosio per Newton Compton come I cinque giorni che hanno cambiato la Seconda guerra mondiale. Da Pearl Harbor alla dichiarazione di guerra di Hitler agli Usa: come la guerra diventò mondiale. In oltre 500 pagine Simms e Laderman documentano un mondo in bilico tra esiti opposti, vicino a una diversa storia, con gli Usa isolati contro il Giappone e Hitler padrone d’Europa, con il vassallo Mussolini.

Nel dicembre 1941 il premier britannico Winston Churchill dispera di convincere Roosevelt ad entrare nel conflitto e teme che i giapponesi attacchino le colonie inglesi e olandesi, ricche di risorse e indifendibili, senza coinvolgere gli Usa. Il leader sovietico Stalin sa, dalla spia tedesca a Tokyo Richard Sorge, che la cricca dei generali nazionalisti non intende attaccare Mosca, e, di soppiatto, ritira dal fronte orientale 20 divisioni, per farle affluire verso la capitale dove, il 5 dicembre, lancia una controffensiva contro la Wermacht che, per la prima volta dall’invasione, arretra. Le buone notizie dal fronte russo non rallegrano però Churchill che, nelle memorie del capo di gabinetto, Lord Alanbrooke, viene dipinto come depresso, alticcio, irascibile, convinto che dalle trame segrete fra Hitler, Stalin e i generali dell’imperatore Hirohito possa scaturire un’intesa per distruggere l’impero di Sua Maestà.

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