Archive for the ‘Cultura’ Category

Da Salman Rushdie e Riccardo Muti: chi resiste ai guardiani del nuovo oscurantismo

mercoledì, Giugno 30th, 2021

Una buona notizia, anzi due: se anche persone miti, intellettuali moderati e comunque poco inclini all’agonismo ideologico e refrattari allo scontro come Salman Rushdie e Riccardo Muti, allora, forse, speriamo, il predominio finora indisturbato dei pasdaran del nuovo oscurantismo comincia a scricchiolare, e la nuova, intollerante polizia del pensiero troverà sacche di opposizione e di resistenza sinora non previste.

Rushdie, più di trent’anni fa inseguito dalla fatwa lanciata dall’ayatollah Khomeini e braccato da stuoli di fanatici fondamentalisti, ha finito di scrivere un libro, “Languages of Truth”, in cui scrive: “Sento che il vecchio apparato religioso della blasfemia, dell’Inquisizione, dell’anatema, tutto questo potrebbe essere sulla via del ritorno sotto forma laica”. E ancora, ne scrive Giulio Meotti sul “Foglio”: “Sostengo che un a società aperta debba consentire l’opinione che alcuni membri di quella società possono trovare spiacevoli; altrimenti, se accettiamo di censurare i sentimenti sgradevoli, entriamo nel problema di chi dovrebbe avere il potere di censura. Chi ci proteggerà dai guardiani”. Concetti chiari, che fino a poco sembravano scontati dentro un orizzonte di rifiuto liberale della censura, del bavaglio alle idee, della messa a bando del dissenso. Ma ora, chiari non lo sono più.

E anche Riccardo Muti, in una bella intervista ad Aldo Cazzullo del “Corriere”, sembra oramai preso dalla stessa insofferenza per l’avanzare imperioso e arrogante del Regno della Stupidità Universale: “Con il Metoo, Da Ponte e Mozart finirebbero in galera.

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Inchinatevi, parla ancora Indro Montanelli

lunedì, Giugno 28th, 2021

Francesco Storace

L’unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio”. Tutti in piedi, è Indro Montanelli che parla e anzi scrive. Anche lui con le tante contraddizioni che ha coltivato, ma con quella dote della libertà assoluta che lo ha portato ad essere osannato ovunque come Il Maestro.

Giornalista di razza, che l’editrice Solferino ha voluto riproporre agli amanti del bel libro e delle appassionanti storie della cultura nazionale, pubblicando «Un italiano contro – il secolo lungo di Indro Montanelli». Ne scriviamo con emozione, sapendo che ogni parola può essere sbagliata in memoria di un grandissimo raccontatore del suo tempo e non solo. Ma talmente libero, che nessuno al mondo avrebbe potuto imporgli di inginocchiarsi a chicchessia. Nella sua storia personale anche quella giovanissima etiope che prese in sposa e che lo portò ad essere praticamente linciato decenni dopo, addirittura imbrattandone le statue erette in sua memoria. Ma tanti sono stati i meriti di un giornalista ineguagliabile per stile e col dono di servire la parola come una pietanza profumata.

Sono passati vent’anni dall’addio di Montanelli a questa terra ed è difficile che il suo nome possa essere dimenticato in una qualsiasi delle redazioni italiane. È stato il meraviglioso cronista del Novecento: attraverso la sua penna il secolo è a disposizione dello storico e del cittadino comune che voglia saperne di più. Protagonista come pochi anche dei teatri di guerra. Non solo l’Abissinia. Ma la Spagna in piena guerra civile, la Polonia invasa dalla Germania, e i Paesi Baltici e la Finlandia sotto il giogo sovietico, sono stati pure raccontati da Montanelli, come ci ricorda il curatore dell’opera, l’inviato del Corriere della Sera Pier Luigi Vercesi. Ogni storia messa nero su bianco dalla sua penna, è valsa a Montanelli l’onore della lettura in quantità industriale quanto a copie vendute, ma anche l’onere delle contestazioni più radicali. Lui sempre al centro della polemica, che sembrava amare come una bella donna.

E quando la sua carriera sembrava giunta al termine – rievoca la copertina di «Un Italiano contro» – «Egli fondò e diresse due giornali, senza mai rinunciare alla sua indipendenza e al ruolo di bastian contrario. Negli anni bui della Prima Repubblica venne preso di mira e gambizzato dalle Brigate rosse. Alla fine, tornò a occupare la sua stanza al Corriere della Sera, il giornale che aveva sempre considerato come la sua “casa”».

Di lui, nel libro dedicato al suo «secolo lungo», scrivono 14 personalità del giornalismo e non solo, che a metterli in fila vengono i brividi: Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli; Pier Luigi Vercesi e Sergio Romano; Antonio Carioti e Gian Antonio Stella; Isabella Bossi Fedrigotti e Fernando Mezetti; Dino Messina e Luigi Offeddu; Beppe Severgnini e Aldo Cazzullo; Donata Righetti e Giangiacomo Schiavi. Testimoni e cantori di un grandissimo, straordinario giornalista.

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Vita da Millennial

lunedì, Giugno 28th, 2021

FEDERICO TADDIA

Ecco, la solitudine la respiro in posti come questi. Sono luoghi sospesi, eterni, che mi parlano e mi trasmettono un’energia, una sensazione, che nient’altro mi sa dare. Qui sono sola. Ma qui sono anche con molto altro». Non è facile stare al passo di Anita, mentre agile come un furetto s’inerpica tra le rovine di una vecchia stalla abbandonata, a pochi metri dallo scorrere lento del fiume Reno. «Quello che più mi piace fare è stare qui, immobile, e registrare i rumori. Ho ore intere di nulla, lunghi silenzio interrotti solo da qualche crepitio, il cinguettare di uccelli, il miagolio di un gatto randagio, il rumore del vento che attraversa i pertugi. È la mia bolla, la mia protezione naturale contro i rumori che ci invadono». Capelli color lavanda, il nome della matematica greca Ipazia tatuato sulla mano e un fresco piercing al naso ancora da nascondere alla nonna: 21 anni, studentessa di giurisprudenza e cameriera cinque sere su sette in un ristorante nella periferia bolognese, Anita da qualche anno gira in lungo e in largo per la provincia – prima in bicicletta e poi in auto – alla ricerca di antiche case lasciate morire: casolari, cascine, antichi ristori per animali, ammassi di mattoni rossi e tegole malmesse in cui ergere per qualche ora il proprio eremo. «Ho un sacco di amici, da sempre ho il sorriso facile e la tendenza a socializzare con le persone, insomma sto bene tra la gente. Ma per starci al meglio ho poi bisogno di staccare, di trovare i miei spazi, di perdermi in me. Spegnere smartphone e cervello per immergermi in un altrove tutto mio».

I compagni di università, gli amici di sempre, la famiglia, i colleghi di lavoro e i clienti dell’osteria in cui lavora: Alice non sa tenere il conto degli sguardi che incrocia ogni giorno, delle relazioni instaurate, delle chiacchiere fatte. Per non parlare dei messaggi che corrono tra WhastApp e Instagram. Ma solo pochi intimi conoscono le sue fughe per isolarsi da tutto il resto.

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Riccardo Muti: «Mi sono stancato della vita. I direttori gesticolano e studiano poco»

domenica, Giugno 27th, 2021

di Aldo Cazzullo

Riccardo Muti: «Mi sono stancato della vita. I direttori gesticolano e studiano poco»

Dal nostro inviato
RAVENNA – Maestro Muti, qual è il suo primo ricordo?
«La guerra: mio padre in divisa da ufficiale medico. Poi, nel 1946, una gita in carrozza a Castel del Monte. Partimmo da Molfetta, viaggiammo tutta la notte. All’alba il cocchiere Nicola aprì la tendina, e apparve quella corona di pietra. Rimasi stupefatto. Da allora sono ossessionato da Federico II, ho la casa piena di libri su di lui. Ho anche comprato un pezzetto di terra lì vicino, con qualche piccolo trullo, che chiamano casedde, dove a maggio tra gli ulivi fioriscono le orchidee selvatiche. Spero di passare in contemplazione del castello questi ultimi anni che mi restano».

Lei ne compie ottanta tra un mese.

«E mi sono stancato della vita».

Perché dice questo?
«Perché è un mondo in cui non mi riconosco più. E siccome non posso pretendere che il mondo si adatti a me, preferisco togliermi di mezzo. Come nel Falstaff: “Tutto declina”».

Insisto: perché dice questo?

«Perché ho avuto la fortuna di crescere negli anni 50, di frequentare il liceo di Molfetta dove aveva studiato Salvemini, con professori non severi; severissimi. Ricordo un’interrogazione di latino alle medie. L’insegnante mi chiese: “Pluit aqua”; che caso è aqua? Anziché ablativo, risposi: nominativo. Mi afferrò per le orecchie e mi scosse come la corda di una campana. Grazie a quel professore, non ho più sbagliato una citazione in latino. Oggi lo arresterebbero».

Rimpiange le punizioni corporali?
«Certo che no. Rimpiango la serietà. Lo spirito con cui Federico II fece scolpire sulla porta di Capua, sotto il busto di Pier delle Vigne e di Taddeo da Sessa, il motto: “Intrent securi qui quaerunt vivere puri”; entrino sicuri coloro che intendono vivere onestamente. Questa è la politica dell’immigrazione e dell’integrazione che servirebbe».

Non riconosce più neanche il suo mestiere?

«Purtroppo no. La direzione d’orchestra è spesso diventata una professione di comodo. Sovente i giovani arrivano a dirigere senza studi lunghi e seri. Affrontano opere monumentali all’inizio dell’attività, basandosi sull’efficienza del gesto, talora della gesticolazione».

Gesticolazione?
«Toscanini diceva che le braccia sono l’estensione della mente. Oggi molti direttori d’orchestra usano il podio per gesticolazioni eccessive, da show, cercando di colpire un pubblico più incline a ciò che vede e meno a ciò che sente».

Chi? Faccia i nomi.
«No».

I nomi.
«Non voglio polemiche personali: farei il gioco dei promotori di se stessi. Il mio maestro, Antonino Votto, diceva che il direttore doveva aver respirato la polvere del palcoscenico. Invece le orchestre, i cori, i cantanti lamentano una mancanza sempre più evidente di informazioni musicali e drammaturgiche da parte dei direttori. Non si fanno neppure più prove serie».

Neanche le prove?
«Le prove di sala, con il direttore al pianoforte che prepara la compagnia di canto, diminuiscono sempre più, in favore di settimane e settimane di prove date spesso a registi ignari di musica, che non soltanto non sanno leggere una partitura, ma sempre più sovente inventano storie che vanno contro il discorso musicale. Nel carteggio con Kandinsky, Schoenberg sottolinea che, se la regia e la scenografia disturbano la musica, sono sbagliate. E certo Schoenberg non era un reazionario».
Forse lei sì.
«Non credo. Sono il direttore che ha fatto più produzioni, nove dagli anni 70, insieme con Ronconi, che certo non era un reazionario, soprattutto a quell’epoca. Sono ancora sotto l’influenza di Strehler, che non soltanto conosceva la musica ed era in grado di leggere una partitura, ma perseguiva il Bello: non come fatto estetico, come necessità della vera arte. Le mie produzioni con Strehler —Le Nozze di Figaro, il Don Giovanni, il Falstaff— mi hanno accompagnato e mi accompagneranno per tutta la vita e mi hanno insegnato molto. Ecco perché talvolta, forse esagerando, dico che sono stanco della vita. Penso di non appartenere più a un mondo che sta capovolgendo del tutto quei principi di cultura, di etica nell’arte con cui sono cresciuto e che i miei insegnanti al liceo e al conservatorio mi hanno comunicato».

Ha qualche rimpianto?
«Sì. Proprio adesso che ho finito di dirigere Aidain forma di concerto all’Arena, il mio rimpianto è non aver potuto fare Aida con Strehler, com’era nei nostri piani».

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La Calabria importa il modello Ville Venete per 800 dimore storiche

giovedì, Giugno 3rd, 2021

di Donata Marrazzo

Il modello veneto delle Ville Palladiane per rilanciare le 800 dimore storiche calabresi. Un patrimonio significativo di castelli, ville, palazzi, case, cascine, anche giardini e tenute agricole che, se ben mantenuto e gestito, potrebbe dare un contributo importante allo sviluppo dei territori.

Il confronto è alto: le Ville Venete rappresentano un sistema complesso di enorme valore paesaggistico, 4000 residenze che hanno determinato l’identità culturale dei luoghi e oggi rappresentano un eccezionale sistema turistico diffuso. Producono cultura, gastronomia, tradizioni, natura e attività imprenditoriali. L’istituto regionale (nato con la legge 24 agosto 1979, n. 63), che si occupa della catalogazione, del restauro e della valorizzazione, interviene direttamente con la concessione dei supporti finanziari ai proprietari.

È a questa esperienza che si ispira l’Adsi (Associazione dimore storiche) della Calabria: il presidente Gian Ludovico De Martino si è di recente confrontato in un webinair con Amerigo Restucci, presidente dell’Istituto delle Ville Venete. Ne è nata una collaborazione: «L’ossatura della nostra legge è a vostra disposizione», ha dichiarato Restucci, sottolineando come la gestione delle dimore storiche rappresenti una forma di tutela e di governo del territorio.

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I musei ripartono con il tutto esaurito. Agli Uffizi carica di 102mila visitatori

giovedì, Giugno 3rd, 2021

di Marilena Pirrelli

Il PNRR e la cultura, il contributo del patrimonio privato

Con la cultura ci si nutre, eccome, e si muove anche l’economia. Soprattutto dopo la lunga e dura esperienza della pandemia. Le Gallerie degli Uffizi sono le prime a uscire allo scoperto: nel primo mese di riapertura si è sfondato il muro dei 100mila visitatori, 102mila per l’esattezza, con un +40% di presenze tra la prima e la quarta settimana di maggio, tra Uffizi, Palazzo Pitti e Giardino di Boboli, con un trend crescente nell’ultima domenica del 30 maggio con 8.418 visitatori, con elevata qualità e sicurezza della visita, assicurano dal museo. Hanno incentivato la visita anche le diverse formule dei biglietti come il Passepartout 5 days acquistato ben 3.625 volte (biglietto cumulativo al circuito museale).

Effetto-traino in Toscana

«Si riconferma il ruolo sociale del museo: agli Uffizi oltre agli italiani da tutta la Penisola, sono arrivati anche i primi visitatori stranieri – commenta il direttore Eike Schmidt – con un benefico effetto-traino per l’economia non solo di Firenze, ma dell’intera Toscana. È un segno concreto che fa tirare un sospiro di sollievo alla città e agli operatori del settore turistico, dopo quasi un anno e mezzo di fermo».

Il museo, nei momenti di necessità trasformato anche in hub vaccinale – da Capodimonte a Napoli al Castello di Rivoli passando per il Museo della Scienza di Milano, sempre accanto alla comunità, – torna ora a svolgere il suo ruolo di agorà culturale, finestra sui mondi e luogo d’incontri. Grazie anche alla forza degli interventi di sostegno 502 milioni di euro dal Ministero della Cultura per piccoli e grandi musei, statali, partecipati e privati, per i servizi educativi e le mostre e, soprattutto, per la digitalizzazione, insomma per non lasciare indietro la cultura.

Il volano del Pnrr

Anche il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza finanzierà progetti e investimenti per cultura e turismo per un valore totale di 6,68 miliardi di euro, pari al 3,5% sul totale di 191,5 miliardi, contro l’1,5% del Portogallo, il 2% della Francia, l’1,2% della Spagna e 0 della Germania, secondo lo studio comparato tra i recovery plan condotto da Civita su cinque paesi europei. E se ci vorrà tempo per tornare a recuperare quel 77% di visitatori persi dai musei statali, pari a 40 milioni tra appassionati e turisti e circa 200 milioni di incassi, la luce si comincia a vedere in fondo al tunnel.

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Morta Carla Fracci, diva assoluta della danza mondiale

giovedì, Maggio 27th, 2021

di Maurizio Porro

Morta Carla Fracci, diva assoluta della danza mondiale

Carla Fracci, 84 anni, è morta oggi nella sua casa di Milano. Negli ultimi giorni c’era stata grande apprensione per le sue condizioni di salute. Fracci è stata una delle ballerine più famose di tutto mondo. «Il Teatro, la città e la danza perdono una figura storica, leggendaria, che ha lasciato un segno fortissimo nella nostra identità e ha dato un contributo fondamentale al prestigio della cultura italiana nel mondo», ha fatto sapere la Scala in una nota ufficiale.

La Fracci, Carla, Carlina o Fraccina, come la chiamarono tutti nel corso del tempo per la dolcezza intrinseca della sua espressione, è stata per tutti il simbolo della Scala, tra le figlie speciali di Milano la cui fama si è sparsa per il mondo che l’ha accolta nei sui migliori teatri gettando ai suoi piedi milioni di fiori.

Le origini

«Prendee anca questa questa, la ghà un bel faccin» disse nel 1946 la direttrice della scuola di danza, rendendo felice in primis Fracci Luigi, il manovratore che col suo tram linea 1 passava tutti i giorni davanti al Piermarini facendo scorta di speranza per la figlia. Amava il tango, il Luigi, e attraverso un amico di famiglia, fa entrare la sua Carlina, nata il 20 agosto 1936, alla scuola di ballo, dove inizia la vera fatica, ore giorni anni di dedizione assoluta a un’arte che deve essere rinvigorita ogni mattina.

Il debutto

Tanta danza, la sbarra,ma anche un po’ di aritmetica e latino e alcune apparizioni indimenticabili, come Margot Fonteyn, che diventa il suo idolo: saranno insieme in un Romeo e Giulietta a New York, una agli inizi e l’altra in finale di partita. Diplomata nel ’54, l’anno dopo è chiamata a far parte del corpo di ballo scaligero, balla in Le spectre de la rose con Mario Pistoni, proprio mentre la Callas debutta in Sonnambula con Visconti e Bernstein. E, come accade nelle migliori occasioni, dopo il «passo d’addio» avviene il colpo di fortuna. Alla Scala è in scena Cenerentola ma Violette Verdy, ètoile dell’Opera di Parigi, rinuncia ad alcune recite e la Fracci la sostituisce in un debutto trionfale il 31 dicembre ’55. Un Capodanno che non si scorda mai. E poco dopo Massine le affida Mario e il mago di Mannino e lo stesso Visconti.

La carriera

Inizia così una luminosissima carriera che la fede al fianco dei migliori talenti del ballo classico: nel ’57 un trionfo al Festival di Nervi, nel 58 diventa prima ballerina della Scala, incontra John Cranko il coreografo che la vuole protagonista del suo Romeo e Giulietta nel verde dell’Isola di San Giorgio a Venezia, mentre la prima volta di Giselle è a Londra nel ’59, ma con repliche poi in tutto il mondo.

Le esibizioni con Nureyev, Miskovich, Vassiliev

Eroina del balletto, la Carlina non rimpiange più, come dicevano, i prati della periferia milanese alla Testori, ma insegue i festi della diva divina, nel luccichio dorato di teatri meravigliosi dal cui cielo senza nuvole piovono fiori e ovazioni. Balla in memorabili, aeree serate, con Nureyev, il suo partner d’eccezione, Miskovich, Vassiliev. Lei si presenta al pubblico con un look di firmata, estrema semplicità: pizzi, veli, abiti, scarpe e calze bianchi, capelli raccolti da preziosi pettinini e collo ornato da collane ambrate e di corallo.

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Terribili, folli, nuovi, creativi. Ecco cosa furono gli anni Venti

martedì, Maggio 11th, 2021

Luigi Mascheroni

Come abbiamo cambiato il modo di guardare le cose, come abbiamo superato la catastrofe, come abbiamo imparato a sopravvivere e tornare a sperare, creare, ballare… come fosse una nuova vita. E se tutto questo fosse successo negli anni Venti?

Gli anni Venti del ‘900, per l’Europa, furono il decennio più nuovo di quel secolo. Usciti da un conflitto mondiale di oltre quattro anni, uomini e donne reagirono al trauma della guerra, alla pandemia del 1918 e alla grande recessione economica che seguì, con un desiderio di vivere dirompente e irripetibile. O forse, chissà, si ripeterà anche in questi anni Venti, oggi.

Anni di straordinario progresso, nuovi paradigmi, esplosione di creatività e di liberazione nei costumi. Anni di trasformazione, di avanguardie, di invenzioni. Anni geniali. Anzi, folli. I folli anni Venti, come racconta la maestosa mostra inauguratasi sabato al museo Guggenheim di Bilbao (fino al 19 settembre) e che, parlando di ieri, allude naturalmente a oggi.

Due anni di studio e uno per selezionare le opere. Due curatori: Cathérine Hug del Kunsthaus di Zurigo e Petra Joos del Guggenheim. Un regista teatrale come Calixto Bieito per mettere in scena un decennio loco e drammatico. Oltre 350 opere fra dipinti, sculture, fotografie, disegni, poster, filmati, collage, pezzi di design, riviste e costumi. Un percorso lungo sette enormi sale che – tra Dada, Surrealismo e Bauhaus – sono altrettanti capitoli narrativi. E una Storia che diventa, rivista da vicino, cronaca quotidiana.

Eccoli, gli anni Venti. Quando, usciti dal conflitto, si cominciò a ballare. Quando le donne si accorciarono i capelli e cominciarono a fumare (ci sono le cartoline postali di femme che non sono più fatale ma del tavolino accanto, fotografate da Julian Mandel). Quando l’emancipazione femminile passava anche dal sesso come professione (le chine di Jeanne Mammen o i disegni di Otto Dix, fra prostitute, marinaie, donne allo specchio). Quando l’automobile non era più una novità ma un lusso: e com’è moderna la rivista Die Dame con quella copertina di Tamara de Lempicka, luglio 1929. Quando si poteva girare per l’Europa senza passaporto, mentre dopo abbiamo dovuto aspettare Schengen. Quando le città crebbero a una velocità vertiginosa (c’è un progetto di Le Corbusier del 1922 per una Città contemporanea di tre milioni di abitanti…). Quando il concetto di famiglia patriarcale fu messo per la prima volta davvero in discussione, e i gruppi sociali svantaggiati fecero sentire la loro voce nella cultura e nella politica. Quando l’intrattenimento, a partire dal cinema, divenne un’industria. Quando si affacciarono inediti modelli femminili e nuovi modi di vivere la sessualità. E bisogna fermarsi a vedere alcuni minuti del film Anders als die Andern, in italiano Diversi dagli altri, diretto nel 1919 da Richard Oswald sui temi dell’omosessualità e dell’omofobia… E siamo ancora all’oggi.

«Gli anni Venti del ‘900 significano trauma, lotta, economia selvaggia e spietata. Ma sono anche un’esplosione di creatività, liberazione erotica, pulsione sessuale e femminismo» racconta Petra Joos, che ci accompagna per le sale di un Guggenheim sempre più bello (da poco nell’atrio del museo è stata collocata una grande struttura al neon del 1951 di Lucio Fontana…).

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Il politicamente corretto è un nemico immaginario

lunedì, Maggio 10th, 2021

di Michela Murgia   

C’è una linea diretta che collega le svarionate televisive alla Pio e Amedeo, gli editoriali che strillano alla dittatura del politicamente corretto e le polemiche sul presunto revisionismo di Biancaneve. Questa linea è il potere che attribuiamo alle parole, ma soprattutto il potere che le parole attribuiscono a noi; non a tutti però, ma solo chi può permettersi di sceglierle, per se stesso e per gli altri. Lungo quella linea, tutt’altro che sottile, chi lavora con le parole sa che controllare il linguaggio vuol dire controllare il mondo e che la battaglia più importante è impedire all’altro – all’antagonista ideologico – di levarti di bocca le tue parole e metterci le sue.

La cosiddetta libertà di continuare a dire ricchione, bella figa, handicappato e negro non è altro che la pretesa di tenere in piedi un mondo in cui le parole per dire chi sono gli omosessuali, le donne, i disabili e le persone di altra etnia siano solo quelle scelte dagli eterosessuali, dai maschi, dai bianchi e dagli abili, che si ergono a norma e lasciano agli altri il folkloristico compito di essere l’eccezione. Per proteggere la rivendicazione di questo dominio, da anni assistiamo alla costruzione di fantasmi lessicali che esistono solo in forza della frequenza con cui vengono nominati. Le espressioni “cancel culture” e “politically correct” sono un buon esempio di questa attitudine a dare per reali fenomeni che nella realtà non esistono. Entità concettualmente misteriose anche solo per il fatto di essere state generate in contesti culturali che non sono quelli italiani, la cancel culture e il politically correct assumono da noi la forma di nebulose minacce censorie che ci assalgono da ogni cespuglio, indefinibili e quindi più temibili.
 

Come accaduto con il fantomatico gender, con i mai trovati anarco-insurrezionalisti o altri oggetti lessicali non identificabili, l’uso di queste espressioni per proteggere il proprio sistema di potere rivela però un ritardo dello sviluppo intellettuale.

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Il museo di Jane Austen mette sotto accusa Jane Austen

mercoledì, Aprile 21st, 2021
Ritratto di Jane Austen
Ritratto di Jane Austen (1775-1817)

È una verità universalmente riconosciuta che le distese del politicamente corretto possono essere ampie e sconfinate. Così può accadere che il museo dedicato a Jane Austen voglia indagare la stessa Jane Austen con l’intento di approfondirne i presunti legami col contesto coloniale. In altre parole, è in corso “un’indagine” per capire se la scrittrice sia colpevole di aver fatto uso di tè, zucchero e cotone, considerati “prodotti dell’impero”. 

Lizzie Dunford, direttrice Jane Austen’s House Museum di Chawton, ha riferito al Telegraph la volontà di mettere in luce aspetti poco discussi della storia personale della scrittrice. Per esempio – viene evidenziato – il padre di Austen, il Reverendo George, oltre che pastore di una parrocchia locale fu amministratore di una piantagione di zucchero di Antigua. “La tratta degli schiavi e le conseguenze del colonialismo dell’era regency toccarono ogni famiglia possedesse mezzi economici durante quel periodo. La famiglia di Jane Austen non fece eccezione”, ha affermato la direttrice del museo. Dunford ha proseguito evidenziando che “in quanto acquirenti di tè, zucchero e cotone, gli Austen erano consumatori dei prodotti del commercio coloniale, con cui avevano legami anche più stretti tramite famiglia e amici”.

È stato dunque reso noto che tali circostanze saranno evidenziate con apposite indicazioni installate presso il Jane Austen’s House Museum, nell’ambito di un “processo costante e ponderato” di indagine storica sull’autrice. L’annuncio, ça va sans dire, ha scatenato subito polemiche. C’è chi ha definito l’iniziativa una “follia”, affermando che il museo sarebbe caduto vittima degli eccessi della cultura woke. 

L’istituzione austeniana non è sola. Durante l’ultimo anno, l’ondata di proteste di Black Lives Matter ha portato diverse organizzazioni storiche e di alto profilo a “rivalutare” eventuali legami con schiavitù e razzismo. Tanto che il governo del Regno Unito, lo scorso settembre, ha inviato una lettera a 26 musei che ricevono finanziamenti pubblici per imporre lo stop alle rimozioni di statue ritenute controverse. La missiva, pubblicata dal Telegraph, porta la firma del segretario di stato alla Cultura, Oliver Dowden, e sottolinea: “Il governo non supporta la rimozione di statue o oggetti similari. La storia comporta complessità morale. Le statue e altri oggetti storici sono stati creati da generazioni con diversi punti di visita e diversi modi di comprendere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Alcune rappresentano figure che hanno detto o fatto cose che oggi potremmo ritenere profondamente offensive, e che non difenderemmo”. “Anche se”, continua la lettera, “oggi potremmo non essere d’accordo con coloro che hanno creato quegli oggetti o con coloro che quegli oggetti rappresentano, gli stessi rivestono comunque un ruolo importante per insegnarci il nostro passato, con tutti i suoi errori”. 

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