Archive for the ‘Cultura’ Category

Dall’iperinflazione all’ascesa del nazismo: alle radici della grande paura tedesca

martedì, Agosto 16th, 2022

Andrea Muratore

L’inflazione è la grande paura per la Germania e la sua economia, un nemico ritenuto insidioso la cui pericolosità è percepita a livello sociale. Non poteva essere altrimenti in un Paese la cui economia è figlia dell’incontro tra il modello renano di capitalismo, di matrice protestante, e quello cattolico-bavarese, fondato sull’economia sociale di mercato: per la Germania e la sua società l’economia e i suoi modelli informano la società, gli equilibri interni, i rapporti tra i corpi intermedi. E l’inflazione è la perturbazione per eccellenza: danneggia il meccanismo di mercato, turba i rapporti tra salari, dinamiche delle imprese, organi sociali, crea incertezza. E in prospettiva, quella povertà che il modello vuole evitare.

La memoria dell’inflazione di Weimar

Il precedente storico del lungo decennio che condusse dall’iperinflazione di Weimar all’ascesa del nazismo (1923-1933) ha segnato radicalmente la storia e la politica tedesche. Tanto da portare l’inflazione stessa ad essere il grande tabù nel discorso politico germanico. Lo ricordiamo bene, pensando ai tempi dell’austerità merkelianain cui la deflazione interna e la compressione delle economie mediterranee ad alto indebitamento, spesso guidate da leader totalmente allineati alle logiche economiciste di Berlino (vedasi Mario Monti), fu ritenuta dalla Germania preferibile a qualsiasi politica monetaria e fiscale interventista. Il timore? L’aumento dell’inflazione. Che anche Mario Draghi ha dovuto limitare, come target, al 2%, per far digerire ad Angela Merkel il quantitative easing.

E di fronte a un’inflazione che in Germania, soprattutto per i rincari dei prezzi energetici, è arrivata nel luglio 2022 al 7,5% non si può non pensare al fatto che l’impatto psicologico e politico di questi rincari, senza precedenti per la Germania tornata unita, possono giocare un ruolo nel condizionare le scelte strategiche che Berlino prenderà per condizionare le politiche europee. “Il problema con cui abbiamo vissuto negli ultimi anni è stata piuttosto la pressione deflazionistica, cioè tassi di inflazione troppo bassi”, ha dichiarato all’Huffington Post lo studioso austriaco Philipp Heimberger, economista dell’Istituto di studi economici internazionali di Vienna. “I salari sono cresciuti poco, la disoccupazione è rimasta alta. È quindi difficile immaginare come in questo contesto possa innescarsi una spirale salari-prezzi che apra la strada all’inflazione galoppante. Siamo lontani, molto lontani dalla piena occupazione”. Motivo per cui, secondo l’economista austriaco, il problema ora “non è tanto l’inflazione ma le preoccupazioni eccessive per l’inflazione”. Vero nodo da tenere in considerazione quando di mezzo c’è la Germania.

Come esplose il costo della vita

Racconta Tucidide che nella marcia di avvicinamento alla Guerra del Peloponneso fu il timore reciproco di Atene e Sparta a creare le condizioni per la guerra aperta tra le due potenze elleniche. Lo stesso si può dire dell’inflazione. Spesso è il timore di conseguenze rovinose per i rincari dei prezzi a generare, per una strana eterogenesi dei fini, politiche economiche contraddittorie tali da far avverare i più foschi presagi. Accadde ai tempi della recessione dell’Eurozona: il mito dell’austerità espansiva, del pareggio di bilancio, della deflazione interna portò l’euro a un passo dal fallimento, diede fiato alle trombe dei movimenti populisti, da ultimo provocò la recessione che si temeva avrebbero causato manovre eccessivamente libertarie sui conti pubblici e inflattive. Soprattutto, esiste il grande precedente del 1923-1933.

Terrorizzata dallo choc dell’iperinflazione del 1923, la classe dirigente della Repubblica di Weimar finì per mettere in campo le scelte politiche distruttive che, al momento della verità, alimentarono i consensi del Partito Nazionalsocialista, esploso come movimento populista ed eversivo ai tempi del Putsch di Monaco guidato da Adolf Hitler e, dopo la sua scarcerazione in seguito al fallito golpe, esploso come forza di protesta capace di catalizzare la rabbia del ceto medio impoverito.

La Repubblica di Weimar aveva prodotto, soprattutto per la convergenza sui temi di Zentrum, il partito cattolico, e Spd, la principale formazione socialdemocratica, una Costituzione di avanzatissimo livello sociale per costruire le basi della Germania uscita sconfitta dalla Grande Guerra: suffragio universale esteso alle donne, libertà di assemblea, tutela delle libertà individuali e della proprietà, massime libertà sindacali. La cui attuazione fu messa fin dall’inizio in difficoltà dai vincoli con cui Berlino si confrontava. Come ha ricordato nel 2015 dall’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio in una lectio magistralis tenuta a Trento per parlare delle conseguenze economiche della Grande Guerra, la pace punitiva di Versailles fu una di queste problematiche: “A causa delle esagerate riparazioni di guerra richieste dagli Stati vincitori, la Germania viveva gravi difficoltà dell’economia, anche per tentare di venire incontro, con sussidi e forme di occupazione fittizia, a quasi 6 milioni di uomini che dalla guerra erano rientrati nelle attività civili” e considerati la base sociale più fragile del Paese.

L’equilibrio, ha ricordato Fazio, venne trovato “ricorrendo progressivamente alla stampa di moneta. Il marco inizia a perdere valore nei confronti delle altre monete: salgono i salari e i prezzi, lo Stato riduce la disoccupazione creando nuova moneta. Nel 1919 l’aumento dei prezzi sale in un anno al 60%, nel 1920 del 240%. Nel 1923, a causa anche dell’invasione della Ruhr da parte dei francesi, sale tra il 15 e il 40% al giorno”. A novembre 1923 un chilo di pane costava 428 miliardi di marchi, un francobollo 100 miliardi. Il governo di Weimar ritirò il Reichsmark e lo sostituì con una nuova versione per decapitarne i rincari. Da allora in avanti, qualsiasi espansione di bilancio fu vista per anni in Germania come una vera e propria eresia. E sul fronte politico si prepararono i primi segni della svolta che si sarebbe concretizzata dieci anni prima.

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L’Italia unita per l’ultimo saluto a Piero Angela

lunedì, Agosto 15th, 2022

Michela Tamburrino

ROMA. Un Ferragosto velato di mestizia, la scomparsa di un grande divulgatore, di un grande uomo di cultura come Piero Angela, pesa su una città, Roma, che quest’anno non accenna a svuotarsi. Colpa del Covid, dell’economia, quella stessa che Angela aveva voluto a tutti i costi spiegare ai giovani e ai semplici, viatico indispensabile per emancipare il Belpaese, intriso di cultura umanistica ma poco incline a capire l’importanza della scienza.

Era la sua missione, perseguita con tenacia e delicatezza, in un’altra Italia, in un’altra Rai, complice dello sviluppo intellettuale collettivo. E proprio in Rai il ricordo di Piero Angela è fortissimo grazie anche alla capacità lavorativa del grande giornalista che ha continuato a registrare fino all’ultimo, a giugno inoltrato, oltre lo stremo delle forze, puntate su puntate nella consapevolezza di avere ancora poco tempo davanti. A parlare di lui i tecnici, entusiasti di avere avuto a che fare con una persona dal grande stile umano e intellettuale, i registi, i collaboratori, gli autori. Tante vite in una, grande corrispondente dall’estero e poi la capacità di aprire porte complicate e rendere la scienza accessibile e i grandi uomini del passato vicini ai telespettatori.

Addio a Piero Angela, dal figlio Alberto a Mattarella: il cordoglio sui socia

I primi ad esprimere vicinanza alla famiglia e dolore per la scomparsa sono stati la presidente Marinella Soldi e l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes, i componenti del cda e l’Azienda tutta: «Profondo cordoglio ci unisce al dolore del figlio Alberto e di tutti i familiari per la scomparsa di Piero Angela, maestro nella divulgazione scientifica. Al suo entusiasmo per la conoscenza e per la scoperta, la Rai e l’Italia intera devono molto. Le sue trasmissioni hanno mostrato come si possa fare un uso alto e insieme popolare del mezzo televisivo, realizzando un modello esemplare di servizio pubblico». Appassionato e coinvolgente è il ricordo di Gaia Tortora che ritorna sulla grande amicizia che legava Angela a suo padre Enzo e soprattutto si sofferma su come Angela rimase sempre al fianco del padre con sincero affetto a differenza dei tanti che gli voltarono le spalle.

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L’ultima lezione di Piero Angela

domenica, Agosto 14th, 2022

ALESSANDRA COMAZZI

Da certe persone ti aspetti l’immortalità, la Regina Elisabetta, Clint Eastwood, Piero Angela. Ma poi accade. E così ieri, con un breve messaggio del figlio Alberto sui social, «Buon viaggio, papà», e soprattutto con uno suo pubblicato nella pagina di Superquark, si è congedato a 93 anni (ne avrebbe compiuti 94 il 22 dicembre) questo giornalista, pianista, divulgatore, scienziato-non scienziato con 12 lauree honoris causa, una quarantina di libri, onorificenze di ogni ordine e grado, uomo di tv amatissimo e torinesità da gran signore.

Era infatti nato per l’esattezza in corso Galileo Ferraris 14, nel 1928. Diceva di aver imparato la razionalità dal padre Carlo, medico, antifascista, insignito dell’onorificenza di “Giusto tra le nazioni” per aver aiutato molti ebrei durante la Shoah. Il giovane Piero frequentò il Liceo d’Azeglio, il liceo dell’aristocrazia e della buona borghesia, era un ragazzo molto curioso e a scuola si annoiava. Ma il pianoforte lo appassionava. E lo appassionò per tutta la vita. Così come per tutta la vita l’ha accompagnato la curiosità, lo ha sostenuto l’originalità.

Dunque per salutare tutti ha scritto sapete quei messaggi dei telefilm, se leggi questa lettera, se guardi questo video, vuol dire che io non ci sono più. Ecco, più o meno. «Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi». Ritmi che fino a mercoledì scorso, il 10 agosto, forse non casualmente classica notte delle stelle cadenti, lui ha rispettato davanti alle telecamere, presentando una nuova puntata di Superquark su Rai1. La prima parte era dedicata al gioco della seduzione. «Trovare il partner giusto non è facile per nessuno – diceva con quel fare cui il tempo non aveva appannato la proverbiale ironia – per certe specie animali è ancora più difficile. Per riprodursi hanno sviluppato strategie straordinarie». E via con quegli a loro volta straordinari documentari della Bbc con riprese di mirabolante definizione, dove c’è sempre qualcosa da imparare.

Imparare. Una parola chiave per comprendere il lungo percorso umano e professionale che ha portato questo jazzista/giornalista a diventare un non-scienziato più convincente di uno scienziato. È impressionante constatare come, nell’inevitabile girotondo dei social, Piero Angela sia persona, non personaggio, di gradimento trasversale. Qualcuno lo avrebbe voluto persino presidente della Repubblica, o moderatore super partes nel dibattito tra i candidati di svariate elezioni fa, Prodi e Berlusconi. Ma lui aveva declinato l’invito. Non si occupava di politica in senso stretto, ma in senso etimologico, la polis dei Greci, la vita delle città e soprattutto degli abitanti. Aveva cominciato la sua attività di divulgatore, di giornalista scientifico, negli Anni 70 e non ha mai smesso fino a mercoledì scorso. Quark, 1981, il capostipite di tante germinazioni, è un nome tratto dalla fisica delle particelle, «è un po’ come un andare dentro le cose», aveva spiegato. Scegliendo come sigla L’aria sulla quarta corda di Bach. Molta cultura, molta sapienza, nessuna apparenza.

Gli riuscì pure, tra un Quark, un Superquark, un Ulisse, un Viaggio nel cosmo, un esperimento finale, su RaiPlay, nel 2020, anno di pandemia e di paura. Proprio in quel momento così difficile, lui, giovane novantenne, confezionò per i giovani quindicenni Prepararsi al futuro, una serie di temi sviluppati in un quarto d’ora, con l’aiuto di fumetti e slide, massimamente divulgativi e comprensibili. Le «pillole», come le chiamava, erano dedicate a macro-argomenti che lui aveva seguito per tutta la vita, e che ancora si intestardiva a voler spiegare ai ragazzi, prima ancora che agli adulti: il clima e l’energia, la genetica e l’alimentazione, gli sviluppi dell’informatica tra ricerca e intrattenimento, l’intelligenza artificiale, l’economia globale e il problema demografico, sul quale insisteva moltissimo, il lavoro e il welfare.

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Piero Angela è morto, aveva 93 anni: l’addio del figlio Alberto

sabato, Agosto 13th, 2022

di Chiara Severgnini

Addio al giornalista e conduttore, storico volto della Rai. L’annuncio del figlio Alberto: «Buon viaggio papà». Nel 2020 aveva dichiarato al Corriere: «La cosa che mi gratifica di più è avere inciso nella formazione dei ragazzi». Mattarella: «Scompare un grande italiano cui la Repubblica è riconoscente»

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Piero Angela, il più grande divulgatore scientifico della televisione italiana, si è spento all’età di 93 anni. A dare l’annuncio è stato il figlio Alberto, che ha scritto sui suoi account social:«Buon viaggio papà». Giornalista, ideatore di format tv di grande successo e divulgatore scientifico, Angela è stato tra i volti più amati e stimati della tv pubblica italiana. Nel 2017, intervistato da Elvira Serra per il Corriere della Sera, aveva parlato della morte in questi termini: «La considero una scocciatura». Nei giorni scorsi aveva scritto un messaggio di addio che è stato diffuso oggi dai canali social della sua trasmissione SuperQuark. «Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese», ha detto, in quello che si può considerare il suo ultimo saluto ai telespettatori.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha diffuso una nota di cordoglio in cui esprime «grande dolore» per la scomparsa di Angela. «Ha segnato in misura indimenticabile la storia della televisione in Italia», ha detto il Capo dello Stato, ricordando come il giornalista abbia «avvicinato fasce sempre più ampie di pubblico al mondo della cultura e della scienza». «Esprimo le mie condoglianze più sentite alla sua famiglia», aggiunge Mattarella, «scompare un grande italiano cui la Repubblica è riconoscente». Anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha voluto ricordare Angela con un messaggio: «È stato un grande italiano, capace di unire il Paese come pochi», ha detto, «ha reso l’Italia un Paese migliore».

La vita

Nato a Torino il 22 dicembre 1928, figlio di uno psichiatra antifascista (riconosciuto anche tra i «Giusti delle nazioni» per aver salvato alcuni ebrei dai nazifascisti), Angela ha iniziato a lavorare per la Rai nel 1952. Di recente, aveva ironizzato sulla sua lunga carriera nella tv pubblica in questi termini: «Se è vero che la regina Elisabetta ha festeggiato da poco il suo giubileo di 70 anni dall’incoronazione, dobbiamo dire che anche noi, molto più modestamente, festeggiamo 70 anni. Sono 70 anni che lavoro ininterrottamente per la Rai».

La carriera in tv

Angela ha dedicato la sua vita alla professione giornalistica e, in particolare, alla divulgazione scientifica. Dopo l’esordio nel Giornale Radio della Rai nel 1952, dal 1955 al 1968 è stato corrispondente del Telegiornale, prima a Parigi e poi a Bruxelles. Con Andrea Barbato ha presentato la prima edizione del TeleGiornale delle 13.30, poi nel 1976 è stato il primo conduttore del TG2. Alla fine del 1968 ha girato una serie di documentari, dal titolo «Il futuro nello spazio». Nel luglio del 1969, seguì il lancio dell’Apollo 11 da Cape Canaveral, negli Stati Uniti.

La divulgazione scientifica

Nel 1981 Angela ha dato vita alla rubrica scientifica «Quark», la prima trasmissione televisiva italiana di divulgazione scientifica rivolta al pubblico generalista. «Con un po’ di scetticismo mi dissero di farlo: temevano che non avrebbe fatto grandi ascolti. Ma io, che da qualche anno facevo documentari, avevo voglia di misurarmi in un progetto di respiro più ampio», ha raccontato il giornalista nel 2021. Il programma — nelle sue varie reincarnazioni, da «Il mondo di Quark», a «Quark Economia», da «Quark Europa» a «SuperQuark» — ha avuto un successo straordinario, diventando uno dei più longevi della tv italiana. Il segreto del suo successo? Lo ha spiegato Angela stesso: «Il mio linguaggio sta dalla parte del pubblico, i contenuti dalla parte degli scienziati». ADDIO A PIERO ANGELA

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Borsellino, un mistero lungo 30 anni

mercoledì, Luglio 20th, 2022

Francesco La Licata

I misteri siciliani, che sono misteri italiani e in più d’una occasione si sono rivelati misteri internazionali, sono storie del potere della peggiore specie. Da Salvatore Giuliano in poi – per rimanere al contemporaneo – non c’è avvenimento che abbia ottenuto almeno una spiegazione ufficiale, se non un riscontro giudiziario. L’elenco sarebbe troppo lungo e si rischierebbe qualche dimenticanza: per saperne di più basterebbe sfogliare i giornali della nostra «meglio gioventù». Oppure consultare gli accurati, quanto inutili, atti parlamentari custoditi nella polvere degli archivi delle numerose Commissioni, raramente aperti al pubblico e solo dopo un numero di anni sufficiente a garantire l’impunità di presunti colpevoli mai condannati.

In questo panorama la storia di Paolo Borsellino «merita» un posto di assoluto rilievo perché contiene in sé tutti gli elementi del grande «affaire», concepito ed eseguito per rimanere insoluto o quantomeno relegato alla soluzione minimalista del «buono» ucciso per volontà del «cattivo», mafioso e crudele. E tre decenni di inchieste, processi, condanne, assoluzioni, revisioni e inchieste parlamentari non hanno dato nessuna certezza, anzi hanno prodotto un’unica certezza consacrata in sentenza: che le indagini sulla strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992, rappresentano il più grande depistaggio della storia giudiziaria della Repubblica. E, ancora dopo trent’anni, non sappiamo perché è stato ucciso il giudice Borsellino.

Ma questa storia non è destinata all’oblio. Mai come in questo momento gode di una risonanza mediatica che difficilmente consentirà un’archiviazione indolore. E questo per merito dei figli di Paolo Borsellino, Fiammetta, Lucia e Manfredi che hanno portato pesantemente all’attenzione generale le precondizioni e il «contesto» cupo che hanno consentito l’isolamento del giudice e, quindi, l’eliminazione fisica di un ostacolo che dava fastidio non solo alla mafia delle giacche di velluto di Corleone ma a quella delle grisaglie delle segreterie di partito e delle stanze della finanza dei salotti buoni.

I figli di Borsellino hanno intrapreso, dopo anni di silenzio in ossequio all’educazione istituzionale del padre, un percorso di richiesta di giustizia «per amore della verità». Ma le loro richieste non sono grida scomposte e sete di vendetta. Fiammetta ha parlato a lungo nella sede appropriata, dopo l’inattesa ed esplosiva confessione del pentito Gaspare Spatuzza che rivelava l’esistenza del grande depistaggio: la costruzione a tavolino, da parte di magistrati e investigatori dell’epoca, di una falsa verità che (oltre a mandare all’ergastolo mafiosi, ma innocenti rispetto alla strage) impediva la ricerca di un movente (inconfessabile?) che apriva le porte di un potere ben più importante di quello gestito di Totò Riina.

Fiammetta è andata davanti ai giudici, sostenuta dai fratelli e dall’ostinato avvocato di parte civile, Fabio Trizzino, a dire semplicemente: se il depistaggio è provato (tanto da doversi rifare il processo) voglio sapere i nomi dei depistatori, anche i nomi dei magistrati, e perché è stato messo in atto. E ha ragione, Fiammetta. Un depistaggio, infatti, serve a proteggere l’identità di un colpevole nascosto o impedire che venga fuori un intreccio di collusioni e di illegalità. Normale, dunque, che la parte lesa faccia una simile richiesta non per vendetta ma «per amore di verità», come recita il libro che Fiammetta, Lucia e Manfredi hanno scritto affidandone la «tessitura» alla lucida competenza del giornalista Piero Melati.

È un prezioso documento, questo scritto. Perché racconta una parte inedita della dolorosa perdita della famiglia Borsellino. Racconta dell’assedio subito dalla signora Agnese, la moglie di Paolo, da parte delle cosiddette Istituzioni; di come tutto il falso affetto riservatole si concludesse puntualmente con la domanda «su cosa stava indagando Paolo»?

Già, perché è quello il punto critico: a chi avrebbe nuociuto quanto andava scoprendo il giudice? Perché Borsellino, reduce da colloqui con un pentito, disse che stava venendo fuori di tutto («Altro che Tangentopoli»). E perché i verbali delle audizioni dei magistrati della Procura di Palermo (28-31 luglio 1992) sono rimasti sepolti negli archivi di Palazzo dei Marescialli? Conoscere lo stato d’animo di Borsellino dopo la strage di Capaci, il suo totale isolamento per mano del suo capo, Pietro Giammanco, i dubbi sull’amico «che mi ha tradito», sul perché non riceveva risposta dal procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, a cui chiedeva di essere interrogato sulla morte dell’amico Falcone. Ecco conoscere tutto ciò, forse, avrebbe aiutato le indagini. Forse avrebbe potuto svelare l’incongruenza macroscopica di una strage imponente affidata ad un organizzatore ed esecutore (Vincenzo Scarantino, il pentito «inventato») di infimo livello.

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Jonathan Safran Foer: “Siamo nell’Apocalisse, ma ci stiamo abituando”

sabato, Luglio 9th, 2022

Annalisa Cuzzocrea

«La crisi climatica è una crisi della capacità di credere», scriveva già tre anni fa Jonathan Safran Foer in Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi. Da tempo, il grande scrittore americano – l’autore di Ogni cosa è illuminata, Molto forte incredibilmente vicino, Eccomi, Se niente importa – riflette sul nostro rapporto con l’ambiente. Che è, al fondo, una storia che non siamo in grado di raccontare. Scriveva Amitav Ghosh ne La grande cecità: la crisi climatica è anche «una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione».

La settimana scorsa in Italia un pezzo del ghiacciaio della Marmolada si è staccato uccidendo undici persone. Tutti sappiamo, tutti abbiamo scritto e raccontato, che è accaduto per via del riscaldamento climatico. In cima, sopra i 3000 metri, la temperatura arriva a 10 gradi. Non è normale, e i ghiacciai vengono giù. Eppure continuiamo le nostre vite come se nulla fosse. Com’è possibile che non crediamo a quel che tutti i giorni è ormai davanti ai nostri occhi?

«Il mondo intorno a noi sta cambiando, ma la più grande benedizione degli esseri umani – e la loro grande maledizione – è la capacità di adattarsi. Lo vediamo tutti i giorni. Io adesso sono a Parigi e penso alle cose alle quali ci siamo abituati con il Covid. Se solo pochi anni fa avessimo visto persone che camminano per strada indossando mascherine, postazioni mobili per effettuare test di positività, se avessimo dovuto mostrare il green pass per prendere un aereo, avremmo pensato di essere finiti dentro a un film post-apocalittico. Ma l’esperienza che abbiamo fatto di tutto questo ci porta oggi a non farci letteralmente più caso. Ed è avvenuto tutto molto velocemente. Ecco, anche rispetto al clima siamo dentro a un film post-apocalittico. Ne siamo i protagonisti, non gli spettatori. I disastri, le inondazioni, ci appaiono ormai completamente normali. Nella mia casa di Brooklyn, in cantina, ho creato una sorta di dispositivo anti-inondazioni che è una metafora perfetta perché per farlo ho dovuto costruire un muro che mi separa dal resto del mondo, in modo da preservare la mia qualità della vita».

È quello che stiamo facendo tutti?

«Su larga scala, è così. Cerchiamo modi per proteggere il nostro stile di vita, sebbene sappiamo che tutto questo non sarà sostenibile a lungo. Queste soluzioni non proteggeranno noi e soprattutto non proteggeranno i nostri figli e i nostri nipoti. E, allo stesso tempo, peggioriamo le cose, perché la maggior parte della popolazione del pianeta non è in grado di proteggersi. L’adattabilità degli esseri umani, la capacità di dire “ok risolvo così le inondazioni”, oppure “ok metto le mascherine, faccio un test ogni due giorni, accetto che per lunghi periodi i bambini non vadano a scuola in presenza”, crea una tranquillità apparente. Ma la verità è che siamo allarmati, ci sono livelli di ansia mai raggiunti, depressione. E tutto questo, invece di spingerci a fare qualcosa, è diventato carburante per la rassegnazione. Se fossimo capaci di indirizzarlo in maniera diversa, di andare verso un cambiamento, potremmo avere una chance. Ma non mi sembra stia accadendo».

Quanto c’entra, in questa inazione, la politica? Uno dei primi atti di Donald Trump fu quello di cancellare dal sito internet della Casa Bianca i documenti sui cambiamenti climatici. Nel suo libro, lei scrive che il 97% degli scienziati è d’accordo sull’esistenza e sulle conseguenze del riscaldamento globale, eppure è come se le persone non volessero crederci.

«Penso che le persone sappiano quello che sta accadendo, ma c’è una differenza tra sapere e credere. La maggioranza degli americani, inclusi i repubblicani, sa che il riscaldamento globale è causato dagli esseri umani e sa che ci avviamo verso l’autodistruzione, ma è molto diverso portare questa conoscenza fino al cuore. Se lo facessimo, saremmo motivati a fare tutto il necessario. Trump e tutto quel che rappresenta sono solo una distrazione. Ci sollevano dalle nostre responsabilità, possiamo dire “è tutta colpa dei repubblicani, dei negazionisti climatici”. Ma in America abbiamo un presidente democratico, un Senato democratico e un Congresso democratico. È difficile che una simile combinazione si ripeta per un bel po’. Eppure Biden è riuscito a realizzare solo il 9% delle promesse sul clima. E questo non è colpa di Trump».

E di chi?

«Al Congresso c’è una minoranza di blocco che non lo consente e l’aggressione russa all’Ucraina ha drammaticamente cambiato la politica energetica almeno nel breve termine, ma questo è il mondo in cui viviamo e la nostra è una corsa contro il tempo. L’attivista climatico Bill McKibben ha detto: “Vincere lentamente è come perdere”. E noi ora stiamo vincendo molto, molto lentamente. Nonostante sia aumentato il numero delle persone che crede in questa causa e nella scienza, e nonostante la politica finalmente si muova nella giusta direzione, siamo troppo lenti. Christiana Figueres ha detto di recente che il mondo ha cominciato un cammino suicida. Quindi non penso sia utile preoccuparsi delle poche persone che non vogliono affrontare la situazione, ma del perché la grande maggioranza di noi, mainstream, liberali, conservatori, non crediamo a quel che sappiamo. E non è perché siamo cattivi o ignoranti. Prenda me: le sto parlando da Parigi, dove sono arrivato in aereo con i miei figli. Viviamo vite piene di scelte ipocrite, ma anche le nostre scelte politiche individuali sono molto meno efficaci di quanto potrebbero essere. Io mi preoccupo del benessere dei miei figli, cerco un bravo insegnante se hanno problemi con la matematica e posso impiegare un giorno intero per trovare il miglior corso di recupero in caso abbiano avuto un brutto voto in pagella, ma in realtà sto facendo molto poco per il loro futuro. E non per mancanza di amore, ma per mancanza di immaginazione».

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A Firenze nasce il Museo della lingua italiana. Nel segno di Dante

martedì, Luglio 5th, 2022

di Lorella Bolelli

Si comincia da due sale. Quelle che inaugurano il prossimo 6 luglio, come prologo del Museo Nazionale dell’Italiano (MUNDI) che nascerà a fine 2023 nell’ex monastero della Santissima Concezione, nel cuore del complesso storico di Santa Maria Novella, dove per quasi un secolo c’è stata la scuola di formazione di marescialli e brigadieri dei Carabinieri.

L’accesso è attraverso un’elegantissima scala in pietra elicoidale con corrimano in ferro, legno e ottone realizzata nel 1826 da Giuseppe Martelli. Al secondo piano le due sale accolgono il visitatore con un fregio illuminato che reca la scritta “Sì”, in italiano e in molte altre lingue. E’ un omaggio esplicito a Dante che nel Canto XXXIII dell’Inferno così definisce gli italiani ‘Le genti del Bel paese là dove il sì suona’ a indicare un popolo politicamente frazionatissmo ma unito dall’idioma che il Poeta usò proprio per la ‘Commedia’.

Nella seconda sala campeggia invece l’originale del ‘Placito’ di Capua prestato dall’abbazia di Montecassino. Il documento, verbale di una causa discussa a Capua nel 960, è considerato l’atto ufficiale della nascita della nostra lingua nazionale. Il giudice Arechisi usa infatti il tradizionale latino ma quando deve trascrivere le deposizioni di alcuni abitanti che si esprimono in volgare campano ecco che riporta esattamente ciò che costoro pronunciarono in merito al possesso di alcune terre contese tra il cittadino Rodelgrimo e l’abbazia di Montecassino. Nella stessa location anche le proiezioni di molte frasi celebri. “Non c’è dubbio che gli italiani nel cielo parlino italiano” è di Thomas Mann, il compianto Raffaele La Capria è presente con “Nella bella lingua che abito, e che è la mia patria” mentre il linguista Tullio De Mauro scandisce “La distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione”.

Il progetto completo di Mundi prevede un’estensione di duemila metri quadrati di spazi espositivi. Con questa mostra -prologo che rimarrà allestita fino al 6 ottobre c’è già una prima scansione temporale dal ‘900 (prima emersione del volgare nella scrittura) al 1900 quando l’italiano è veramente diventato la lingua di tutti. Tra i documenti storicamente più rilevanti il Codice Riccardiano 1035 (ultimo decennio XIV secolo) che contiene la trascrizione fatta da Boccaccio della Divina Commedia e delle quindici canzoni di Dante. Poi le “Prose della volgar lingua” di Pietro Bembo nell’edizione veneziana del 1525 pubblicata da Giovan Tacuino o i “Promessi Sposi” che Manzoni licenziò come versione definitiva nel 1840-42 e la Tipografia milanese Guglielmini e Radaelli stampò. E nel centenario pasoliniano ecco anche il dattiloscritto originale della sceneggiatura del film “Mamma Roma” in prestito dal Gabinetto Viesseux

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Morto Raffaele La Capria, lo scrittore che aveva Napoli nell’anima

lunedì, Giugno 27th, 2022

di ANTONIO CARIOTI

Con il suo capolavoro «Ferito a morte» vinse il premio Strega nel 1961. E da sceneggiatore vinse il Leone d’Oro a Venezia per il film «Le mani sulla città» di Rosi

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Raffaele La Capria (1922-2022; foto Effigie)

Viveva a Roma dal 1950, una vita. E aveva scritto regolarmente dal 1978 per le pagine culturali di un quotidiano milanese, il «Corriere della Sera». Eppure l’opera di Raffaele La Capria, scomparso all’età di 99 anni, era imperniata su Napoli: la metropoli dove era nato e con la quale si era confrontato di continuo nella sua attività di scrittore, sceneggiatore, saggista. Per lui era la «Foresta Vergine» capace d’inghiottire ogni cosa. L’aveva definita «una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutte e due le cose insieme». Ma Dudù, come era chiamato familiarmente, non aveva mai smesso di evocarla, amarla e spronarla a ripensarsi. In fondo non se ne era mai veramente andato.

A Napoli era ambientato il suo capolavoro Ferito a morte (Bompiani, poi Mondadori), il romanzo con cui aveva vinto il premio Strega nel 1961. Un denuncia vibrante del malgoverno partenopeo era il messaggio del film Le mani sulla città, con cui insieme al suo amico regista Francesco Rosi, che lo aveva diretto nel 1963, La Capria si era aggiudicato da sceneggiatore il Leone d’Oro al Festival del cinema di Venezia. A Napoli e alle cause della sua decadenza civile è dedicata la sua opera saggistica più acuta e originale, L’armonia perduta (Mondadori, 1986).

Nato il 3 ottobre 1922, La Capria era cresciuto nello splendido palazzo monumentale Donn’Anna a Posillipo. Aveva vissuto gli anni della sua prima formazione sotto l’influenza fuorviante del fascismo, nutrendosi però anche di letture poco ortodosse. Poi, durante la guerra, si era ritrovato ventenne dalle parti di Brindisi «in una divisa troppo larga, con un fucile troppo antiquato, uno zaino troppo pesante, goffo e impreparato in ogni senso».

Per fortuna l’esperienza sotto le armi era durata poco: anche se la Napoli occupata dagli angloamericani era una specie di Babilonia caotica e corrotta, quella vitalità selvaggia aveva offerto opportunità e speranze a ragazzi come lui e i suoi amici più cari, molti dei quali destinati a carriere importanti: nel giornalismo Antonio Ghirelli, Tommaso Giglio, Massimo Caprara e Maurizio Barendson; nel cinema il già citato Rosi; in campo teatrale Giuseppe Patroni Griffi; in politica Francesco Compagna e soprattutto Giorgio Napolitano, futuro capo dello Stato.

Allora forte era il fascino del Pci. Ma La Capria non ne era rimasto pienamente catturato, a differenza di alcuni suoi amici. Di certo guardava a sinistra ed era rimasto assai deluso dalla stabilizzazione moderata seguita alle elezioni politiche del 1948. Ai suoi occhi Napoli era riprecipitata nella mediocrità provinciale, era tornata ad essere un «mortorio» da cui aveva preferito andarsene. Frutto del disagio avvertito allora è il primo romanzo di La Capria, Un giorno d’impazienza (Bompiani, 1952), che avrebbe avuto diverse stesure. Un prodotto ancora acerbo rispetto al successivo e ben più elaborato Ferito a morte.

Nella sua opera più importante, uscita nove anni dopo l’esordio, La Capria sperimenta una narrazione su piani multipli, che sovverte la successione temporale degli eventi, nel caleidoscopio dei ricordi che attraversano il dormiveglia del giovane Massimo De Luca (personaggio in cui l’autore raffigura sé stesso) la mattina del giorno che lo vedrà partire da Napoli per trasferirsi a Roma. Non era un romanzo facile, anche se il pubblico lo aveva gradito ed era stato tradotto all’estero.

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La cultura a rischio fallimento

domenica, Giugno 26th, 2022

di Aldo Grasso

Tutto quello che non pensiamo sia cultura è cultura. Tutto quello che pensiamo sia cultura è a rischio fallimento, in certi casi a fallimento totale. Come testimonia «ItsArt», «la Netflix italiana della cultura», secondo la definizione del suo promotore, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

Il bilancio del 2021 di «ItsArt», controllata da Cassa depositi e prestiti e dalla piattaforma Chili, dice che la società ha perso quasi 7,5 milioni di euro nel corso del primo anno di attività.

Di fatto ha dimezzato la sua liquidità, visto che l’impresa era decollata con circa 15 milioni di euro effettivi.

Secondo un’analisi di Luciano Capone sul Foglio, la piattaforma ha grosse perdite e incassi bassissimi: 240 mila euro (0,7 € l’anno per utente). La riserva messa da Cdp è finita e servono altri soldi.

La cosa più triste non sono i tre amministratori delegati cambiati in poco tempo, ma la totale mancanza di una linea culturale: «ItsArt» è un modesto catalogo di varia umanità: con i soldi investiti, Rai Cultura avrebbe ora un’offerta più ricca e interessante, anche internazionale.

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Sviatihirsk Lavra, bombe sul monastero della Santa Dormizione cinquecentesco. L’ira di Zelensky

domenica, Giugno 5th, 2022

di Lorenzo Cremonesi

L’attacco sulla struttura lignea di Tutti i Santi a Sviatohirsk Lavra, uno dei più noti monasteri ortodossi della regione di Donetsk. Il presidente: «60 bambini all’interno». Mosca: «Sono stati gli ucraini»

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Dal nostro inviato
UMAN (Ucraina occidentale) — Ancora il patrimonio culturale, religioso e architettonico dell’Ucraina torna vittima della guerra scatenata dall’invasione russa cominciata ormai 101 giorni fa. Questa volta ad essere in fiamme è la magnifica e antica struttura lignea di Tutti i Santi, nel complesso del Sviatohirsk Lavra, uno dei più noti monasteri ortodossi della regione di Donetsk, proprio nel cuore del Donbass conteso.

Le accuse di Zelensky

Colpito da alcune bombe in mattinata, l’intero corpo centrale è in fiamme: bruciano i campanili, le torri e la parte alta dalla basilica. Di chi è la colpa? Mosca e Kiev da parte loro negano ogni responsabilità e si accusano a vicenda. «Un altro crimine commesso dai barbari russi, i quali non hanno alcun rispetto per il sacro», scrive su Facebook Yuri Kochevenko, un ufficiale dell’esercito ucraino sul posto, allegando diverse immagini del monastero che arde come un cerino. Il governo di Kiev conferma l’incendio, aggiungendo che al momento del bombardamento nel monastero si trovavano oltre 300 sfollati. Il presidente Zelensky denuncia via Telegram: «Gli occupanti sapevano cosa stavano bombardando. Sanno che non ci sono militari nel territorio del monastero, solo 300 laici che avevano trovato rifugio e tra loro 60 bambini. Ma i russi l’hanno bombardato lo stesso, come il resto del Donbass».

La versione di Mosca

Il ministero della Difesa a Mosca accusa direttamente le «truppe nazionaliste» ucraine e in particolare i soldati della 79esima Brigata d’assalto aviotrasportata. «Secondo fonti locali, sono state sparati proiettili incendiari da una potente mitragliatrice montata su di un mezzo blindato del tipo Kozak», si legge con l’aggiunta per cui in questo momento le unità russe non starebbero operando nella zona del monastero proprio per evitare di danneggiarlo.

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