Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Quella parola sbagliata: pacificazione

venerdì, Ottobre 15th, 2021

di MICHELE BRAMBILLA

Per scongiurare il caos provocato dalla rivolta dei lavoratori No Green pass, da più parti si invoca una “pacificazione“ nazionale. E il solo fatto che si usi questo termine, “pacificazione“, la dice lunga su quanto abbiamo smarrito il senso, il significato delle parole che pronunciamo. L’esigenza di una pacificazione nazionale si pone infatti dopo guerre civili, o comunque dopo forti contrapposizioni ideologiche ma direi anche ideali: e sono processi comunque lenti e difficili. Qualche esempio. Alla fine della guerra civile spagnola, Francisco Franco fece costruire un enorme monumento poco fuori Madrid, la Valle de los Caidos, per onorare la memoria di tutti i caduti, nazionalisti e repubblicani.

Ma Franco non era esattamente la persona giusta per pacificare un Paese profondamente diviso e ferito (lo è tuttora, su quella guerra civile) e la Valle de los Caidos si trasformò di fatto in un altare che rendesse imperitura la memoria della sua vittoria.

Anche l’Italia visse una guerra civile (ma si discute molto se questa definizione sia corretta, ricordando lo scontro fra fascisti e partigiani) e quando Luciano Violante, nel suo discorso di insediamento come presidente della Camera nel 1996, disse che bisognava capire perché molti italiani scelsero la Repubblica Sociale, fu sommerso dalle critiche. Di un bisogno di “pacificazione“ nazionale parlò anche Francesco Cossiga riguardo agli anni di piombo: e gli fu detto che non si possono mettere sullo stesso piano i terroristi e uno Stato democratico. Insomma la pacificazione non è facile: ma, in ogni caso, è una cosa seria.

Non si capisce invece che cosa dovrebbe esserci di serio in una “pacificazione“ quale quella che viene ora invocata. C’è stata una guerra civile? No. C’è stato terrorismo? No. C’è una battaglia fra democrazia e dittatura? No. Qui c’è stata una pandemia, c’è stata una medicina che ha fornito in un tempo record un vaccino del quale è ormai difficile mettere in dubbio l’efficacia, c’è stato un governo che ha fissato delle regole per tornare a lavorare e a vivere in sicurezza. Certo si può dire che l’Italia ha fissato regole più severe di altri Paesi, forse nell’illusione che tutti si sarebbero fatti vaccinare. Ma basta leggere i cartelli innalzati durante le manifestazioni di questi giorni per capire quali motivazioni ci siano dietro il “no“ al Green pass: “Basta terrorismo di Stato”, “Le cure esistono le avete sepolte” (Le avete chi? Riecco la teoria del complotto).

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La farsa dolorosa del neofascismo

venerdì, Ottobre 15th, 2021

Massimo Cacciari

Nessuna reale potenza oggi ha il benché minimo interesse a sostenere prospettive analoghe. La “verità di fatto” è che i movimenti che si richiamano a quella tragedia sono farse, per quanto dolorose, che nulla politicamente potranno mai contare, e il cui unico risultato è e sarà quello di ridurre tutto al bianco-o-nero, di impedire ogni seria discussione sull’incredibile susseguirsi di emergenze in cui viviamo e sulla possibilità di affrontarle con spirito democratico. Se volessimo dirla tutta, che ancora esistano ghetti culturali in cui dei giovani si dicono “fascisti” dovrebbe anzitutto farci ragionare sulle straordinarie qualità del nostro sistema formativo e della nostra azione politica, sull’esemplare funzionamento delle nostre istituzioni. Ma altra “verità di fatto” è che risulta sempre assai più facile deprecare e accusare che auto-criticarsi e “riformarsi”.

Il professor Irti ha perciò del tutto ragione nel ritenere insensato il riferimento nel mio precedente articolo allo “Stato etico”, cosa serissima, di cui gli sciagurati all’assalto della Cgil non hanno la più pallida idea. A discolpa posso dire che lo intendevo in senso un po’ ironico come l’opposto di quel relativismo in materia di “gerarchia di valori” connaturato all’idea stessa di democrazia, eppure così arduo da definire e difendere. Qui sta il problema stesso dell’“essere o non essere” di un regime democratico: il suo relativismo non può essere assoluto, deve essere relativo anch’esso, se non altro per difendersi da chi ritiene di possedere “valori” e di voler giungere sulla loro gerarchia a tiranneggiare. D’altra parte, la democrazia, nel difendersi, trova un limite insuperabile, che è anche il suo vero, unico “valore”: mai può esercitare il proprio governo, e quindi anche la “violenza legittima” di cui deve disporre, sopra individui-massa, ma solo in rapporto a persone. Il termine persona è l’opposto di “individuo”. I medievali lo interpretavano come significasse “per se ad alium”. Ognuno esiste soltanto in rapporto all’altro, sodale con l’altro ed è chiamato a conferire a questa solidarietà il senso più ricco, più pieno. Ma sempre per sé, a partire dal sé, altrimenti tale relazione si trasforma in alienazione. Dunque, il governo si esercita su chi per sé, cosciente di sé, preparato e informato, può vedere nel nomos, nella legge, l’espressione, per quanto sempre relativa, della propria stessa libertà. Condizione-limite, si dirà. Ma questa e solo questa è la prospettiva in cui può muoversi un regime democratico, a questo orizzonte esso deve tendere in ogni suo atto se vuole difendere davvero se stesso.

È una “verità di fatto” che decenni di stati di emergenza variamente dichiarati vanno rendendo tale orizzonte sempre più lontano, quasi spettrale. Dobbiamo realisticamente riconoscerlo. Ma più difficile è tener salda quell’idea di democrazia, più diventa necessario. E, per carità, tranquilli: nessun fascismo sarà comunque nei nostri destini. Il pericolo che cresce quotidianamente è tutto un altro: che la persona scompaia fagocitata dalle paure, dalle avarizie, dalle invidie, dai risentimenti dell’individuo, in cerca affannosamente di chi lo rassicuri, lo protegga, lo consoli – quell’individuo che non riconosce nessuno oltre se stesso e che insieme esige forti pastori – che in nessuno confida se non in chi di volta in volta gli sembra potente abbastanza da servire al proprio individuale interesse.

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Come disinnescare la rabbia sociale

giovedì, Ottobre 14th, 2021

di Stefano Folli

Si arriva alla data cruciale del 15 ottobre (domani) in un’atmosfera pesante. L’obbligo del Green Pass trova un’Italia percorsa da tensioni e da un malessere che non è solo figlio della strumentalizzazione da parte di frange estremiste. Il ricordo delle violenze di sabato scorso – opera dei “pochi facinorosi” condannati da Draghi – si mescola a nuove inquietudini per quello che ci attende nelle prossime ore. Sarà un problema di ordine pubblico, ma certo non solo. Il caso del porto di Trieste sta facendo da battistrada a situazioni analoghe in altre città marinare, con argomenti e stati d’animo destinati a coinvolgere via via ulteriori categorie di lavoratori in caso di successo anche parziale della protesta. Ci si attende quindi che le condizioni di disagio siano disinnescate in fretta, prima che si traducano in uno smacco politico per il governo. Con quali strumenti?


S’intende che il Viminale e le prefetture continuano ad avere un ruolo centrale, ma pesano gli interrogativi ancora senza risposta legati alla drammatica giornata romana, di cui si è avuta un’eco ieri alla Camera. In ogni caso la risposta dello Stato non può che essere articolata. C’è un livello che prevede l’uso della forza pubblica in caso di illegalità violente, tali da mettere a rischio la convivenza civile. È quello che non è stato fatto l’altro giorno a Roma per una serie di errori e anche per le considerazioni che il ministro dell’Interno ha illustrato a Montecitorio senza essere del tutto convincente. Poi c’è un livello che riguarda, si potrebbe dire, la psicologia di massa: vale a dire la capacità di persuadere chi si oppone al Green Pass non per ragioni pseudo-ideologiche o di convenienza politica, bensì perché lo ritiene in buona fede una violazione delle libertà individuali. Qui i manganelli servono a poco, conta molto di più la credibilità delle istituzioni nello spiegare che l’Italia è tutto tranne che una dittatura. Il presidente del Consiglio, in prima persona o attraverso i suoi collaboratori, è senza dubbio in grado di chiarire perché il certificato verde in questa fase appare necessario e per quali motivi l’Italia ha adottato delle regole molto più rigide di altri Paesi europei.

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La pacificazione impossibile

giovedì, Ottobre 14th, 2021

Marcello Sorgi

Alla vigilia dell’entrata in vigore del Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro c’è un clima di forte tensione che non promette nulla di buono. Esistono due problemi, la resistenza dei No-vax, maggiore delle previsioni, e il “caso Lamorgese”, riaperto ieri alla Camera da Meloni, ma a cui non è estraneo Salvini, ieri a Palazzo Chigi di nuovo a colloquio con Draghi.

Sul fronte dei No-vax, mentre si fa strada, in molte aziende, la possibilità di ricorrere a tamponi gratuiti per i non vaccinati, si aggrava il problema dei porti. A quelle di Trieste, si sono aggiunte le proteste dei portuali di Genova e Gioia Tauro, che minacciano di bloccare le operazioni di carico e scarico delle merci. A ciò bisogna aggiungere le migliaia di poliziotti e carabinieri assenti per malattie spesso connesse a mancate vaccinazioni, proprio nel momento in cui le esigenze di ordine pubblico potrebbero farsi più complesse, con una maggior richiesta di personale. Malgrado i venti giorni trascorsi tra il primo annuncio del governo e la scadenza del 15 ottobre, il numero dei resistenti al vaccino si sta rivelando più alto del previsto: medie oscillanti tra il 10 e il 15 per cento dei lavoratori, che in alcune aree superano il 20. Con queste percentuali, potrebbe diventare difficile assicurare i normali processi produttivi o le forniture alimentari. Anche perché una parte del problema riguarda i trasporti, affidati in larga parte ad autisti stranieri di camion, i quali, o sono non vaccinati, oppure sono stati immunizzati con sieri non riconosciuti per ottenere il Green Pass. Lo stesso vale per la manodopera agricola che assicura la raccolta nei campi. Un rallentamento, o addirittura un blocco delle consegne, avrebbe conseguenze immediate sull’economia del Paese, oltre che sulla vita di tutti i giorni.

Il secondo aspetto allarmante della situazione riguarda l’ordine pubblico e il nuovo caso politico che sta montando attorno alla ministra dell’Interno. Non più tardi del 21 settembre, la Lamorgese aveva avvertito del rischio di una saldatura tra No-vax ed estremismo politico. È esattamente quel che è accaduto sabato scorso a Roma con l’assalto alla Cgil.

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Se il supereroe si dichiara bisessuale

mercoledì, Ottobre 13th, 2021

Assia Neumann Dayan

Su Jon Kent, figlio di Clark Kent/Superman e Lois Lane, si sono accese le luci della ribalta durante il coming out day, l’11 ottobre. La notizia, che sicuramente sua madre avrebbe fatto uscire in edizione straordinaria sul giornale di Metropolis, è che Jon è bisessuale. Ma è davvero una notizia? Siamo nel 2021, viviamo chiedendoci se la vera inclusività stia nell’iper-frammentazione della realtà in identità, abbiamo spaccato l’atomo, ma con risultati dubbi. Lo confesso, non ho dimestichezza con i generi, le identità, le etichette, le sigle. Ho sempre paura di sbagliare, come in questo preciso istante, ma credo anche che la mia sia una difficoltà che hanno in molti, sono abbastanza sicura che il mio pensiero non turberà il sonno di nessuno. Faccio fatica a capire il mondo, ma quello che penso è che sarà un sollievo quando non avremo più bisogno di mettere tutto in un diagramma di Venn.
I personaggi dei fumetti, e confesso che non ho dimestichezza nemmeno con loro, li ho sempre considerati completamente asessuati. Devono ammazzare i cattivi, combattere il crimine, salvare i bambini sullo scuolabus, deviare meteoriti, con chi vanno a letto mi sembra la minore di tutte queste fatiche. Questo pensiero mi porta spesso al cinema di Sergio Leone, a quante poche, pochissime donne siano rilevanti nei suoi film. Così come il sesso. “Il buono, il brutto, il cattivo” probabilmente a qualcuno oggi sembra meno capolavoro perché ci sono solo uomini con una sola espressione, un cappello e una pistola. La nostra sensibilità cambia, il mondo cambia, ma i capolavori rimangono tali anche se raccontano un mondo poco giusto; o perlomeno, un mondo che a noi non piace. L’arte non dovrebbe rispondere a criteri educativi o divulgativi, dovrebbe solo rispondere a se stessa. Tornando ai fumetti, ammettiamolo, tutti abbiamo pensato che Batman e Robin fossero più che amici. È altrettanto vero che dubito che qualcuno si possa essere sentito turbato da questo pensiero. Che l’amore di Jon Kent sia un giornalista, Jay Nakamura, mi sembra la vera notizia. La replica di un copione familiare che si tramanda di generazione in generazione -in questo caso la storia d’amore tra supereroe e giornalista – è sempre rischiosa.

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La destra, le nostalgie di troppo e l’assenza di chiarezza

martedì, Ottobre 12th, 2021

di Marco Imarisio

Gli assalti dei no vax alla sede della Cgil e al pronto soccorso del Policlinico di Roma sono fatti gravi che meriterebbero la risposta di una classe politica matura

Gli assalti dei no vax alla sede della Cgil e al pronto soccorso del Policlinico di Roma sono fatti così gravi che meriterebbero almeno la risposta chiara di una classe politica matura. Quella che si è sentita finora, non lo è. È vero che non esiste l’esclusiva degli scontri di piazza, è vero che molti dei confronti violenti degli ultimi anni vanno ascritti a un radicalismo di estrema sinistra, presente anche nei movimenti che si oppongono alla vaccinazione e al green pass. Ma quel che è andato in scena sabato pomeriggio aveva una connotazione politica ben precisa, e innegabile, un rigurgito di fascismo dal quale i primi ad avere interesse a prendere le distanze in modo netto dovrebbero essere Giorgia Meloni e Matteo Salvini, due leader che aspirano a governare l’Italia. Anche perché è proprio questa assenza di chiarezza che autorizza la concorrenza a evocare i fantasmi di un passato tragico, a marciare, è il caso di dirlo, sopra l’accaduto per mettere in difficoltà l’avversario.

Quel che sembra mancare nelle parole di alcuni esponenti del centrodestra è la cognizione del rischio che può derivare dalla sovrapposizione della propria agenda con quella delle frange più violente e nostalgiche. Se l’intenzione è di non contrariare il bacino elettorale no vax, proprio gli scontri di Roma, e la bufera non solo politica che si è scatenata subito dopo, dimostrano che il gioco, seppur legittimo in democrazia e per questo anche criticabile, non vale la candela. Perché l’ostinazione a non chiamare le cose con il loro nome rende strumentale e poco credibile ogni altra osservazione. Nel momento in cui vengono malmenate le forze dell’ordine da parte di un manipolo di personaggi con una storia politica ben riconoscibile, se non si prendono le distanze in modo netto da quella identità, anche gli attacchi al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese perdono legittimità e risultano strumentali, dando l’impressione che si guardi il dito e non la luna.

Può sembrare ingiusto, chiedere patenti di democrazia a leader di partiti che sono lontani anni luce da pratiche violente. E sarebbe poco onesto non riconoscere a Meloni di aver mandato un segnale nei giorni scorsi, quando l’oggetto del contendere era l’inchiesta di Fanpage sulle frequentazioni di estremissima destra da parte di alcuni membri del suo partito. «Nel Dna di Fratelli d’Italia non c’è posto per nostalgie fasciste», aveva detto alla nostra Paola Di Caro. Proprio quelle nostalgie, quei germi di fascismo, sono ancora ben presenti nella nostra società. E non vanno sottovalutati. Ma neppure si può ignorare il richiamo esercitato dalla presenza nelle proprie liste di candidati locali in bilico tra folclore e apologia di reato, nonché della fiamma tricolore all’interno del simbolo, come nel caso di Fdi.

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Più presidenti che sindaci

lunedì, Ottobre 11th, 2021

di Ilvo Diamanti

Mentre ci troviamo – letteralmente – in mezzo alle elezioni amministrative di questo ottobre 2021, appare chiaro, anzitutto, che non è chiaro che significato abbiano. E quale effetto avranno, oltre i confini dei Comuni interessati. Infatti, come abbiamo già osservato, è difficile trovare una chiave di lettura per interpretarne le ragioni. E le conseguenze. Locali e nazionali. Per quanto si tratti di elezioni amministrative, è indubbio che avranno implicazioni politiche “nazionali”. Com’è avvenuto, negli stessi comuni, alle consultazioni precedenti. Segnate dal successo del M5S a Roma e Torino. Una svolta, nella biografia del M5S. Che non si è ripetuta.

Il successo alle elezioni politiche del 2018 ha, infatti, sottolineato il carattere “nazionale” del voto al M5S. Un “non-voto” attribuito a un “non-partito”, in due metropoli ad alta capacità simbolica. Segni di un cambiamento in atto. Non è un caso che, in quell’occasione, siano state elette due donne, in un Paese nel quale i sindaci hanno assunto un ruolo importante, da oltre vent’anni. Perché interpretano una domanda di cambiamento e di governo che parte dal territorio. Dai cittadini. Attraverso i luoghi e le autorità più vicini a loro.

Ma oggi questa tendenza appare in declino. A Roma, la sindaca uscente, Virginia Raggi, è stata esclusa dal ballottaggio. Mentre a Torino, Chiara Appendino non si è ricandidata, per problemi emersi durante la sua esperienza amministrativa. Peraltro, se si considerano i capoluoghi di provincia delle Regioni a statuto ordinario dove si è votato, nessuna donna è stata eletta. Non c’è da sorprendersi, visto che le candidate erano solo 25, cioè: il 17%. Tuttavia, i problemi delle città, nell’ambito del sistema di governo nazionale, vanno oltre le ragioni di “genere”. Riflettono, invece, cambiamenti profondi, che, da tempo, hanno ri-disegnato la mappa politica del Paese. Ne hanno cambiato profondamente i “colori”, che sottolineano l’ampiezza e la persistenza degli orientamenti di voto.

Nel corso del dopoguerra, nella storia repubblicana, fino al primo decennio degli anni 2000 – per la precisione: fino alle elezioni del 2008 – in oltre il 70% delle province si è votato in modo pressoché analogo. Si osserva, cioè, una sostanziale continuità. Dettata, fino agli anni ’90, dalla “frattura” anticomunista e, in generale, anti-sinistra. Una distinzione interpretata, in seguito, da Berlusconi. A sua volta simbolo – e artefice – della linea di divisione e continuità politico-elettorale del Paese. Non per caso, lo “scongelamento” del voto coincide con la caduta del muro di Arcore. Cioè, con il progressivo declino di Berlusconi, nell’ultimo decennio.

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Cercando la matrice

lunedì, Ottobre 11th, 2021

MASSIMO GIANNINI


Dopo il Sabato Nero, avevamo chiesto ai leader della destra italiana un’assunzione di responsabilità. Riflettete sui fatti di Piazza del Popolo. Guardate le immagini di quella truce Marcetta su Roma. Osservate le facce degli squadristi che hanno assaltato la Cgil, come gli arditi del Ventennio devastavano le Camere del lavoro. Fate tutto questo, e poi abbiate il coraggio di riconoscere che quei fatti e quelle facce appartengono al vostro «album di famiglia», ancora macchiato dalle scorie del neofascismo. Purtroppo non l’hanno fatto. Giorgia Meloni ha detto “è squadrismo, ma non conosco la matrice”. Dunque non bastano i 12 arresti, tra i quali due capi-bastone di Forza Nuova e un fondatore dei Nar.
A quanto pare, bisogna ancora cercare la «matrice». Questa mistificazione politica è inaccettabile. Tanto più che la presidente di FdI, parlando di quella violenza, aggiunge «sarà fascista, non sarà fascista, non è questo il punto». Fermi restando i pasticci del governo sul Green Pass, il caos tra le aziende e i lavoratori, la rabbia sociale esacerbata dalla pandemia, le gravi carenze degli apparati di sicurezza, vogliamo dire a Meloni che invece il punto è proprio questo: quella feccia è fascista, è diffusa e lei ce l’ha in casa. Finché non lo riconosce e non fa piazza pulita, invocando lei per prima la messa al bando di tutte le sigle e le teste calde che inneggiano al Duce, può guidare Fratelli d’Italia, ma non governare l’Italia.

LA STAMPA

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Guerriglia a Roma dei no vax, superato il livello di guardia

lunedì, Ottobre 11th, 2021
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di   Fiorenza Sarzanini

Le scene dei manifestanti che protestano contro l’obbligo di green pass tentando l’attacco ai palazzi delle istituzioni sono immagini che sfregiano un intero Paese. Ma soprattutto offendono le vittime di questa pandemia, i cittadini che si sono ammalati e ancora portano i segni e le conseguenze del virus. Per una giornata Roma, la capitale d’Italia, è stata ostaggio di poche centinaia di violenti che sono riusciti ad aggregare migliaia di persone. La risposta delle forze dell’ordine è apparsa inadeguata, debole rispetto alla minaccia. L’assalto alla sede della Cgil è un’azione intollerabile, la dimostrazione che la protesta ha evidentemente passato il segno. Anche perché rende visibili gli effetti della degenerazione che può causare.

Da giorni le forze politiche — comprese quelle che sostengono il governo Draghi — si fronteggiano sull’obbligo di green pass. E in alcuni casi sembrano fomentare o addirittura sfruttare il malcontento di una parte dei cittadini che rifiutano il vaccino. Decidere di non immunizzarsi è un diritto, almeno fino a che non dovesse essere ritenuto necessario imporlo con una legge. Ma in questa situazione di emergenza sanitaria deve prevalere il diritto di chi invece non vuole ammalarsi e per questo si è già sottoposto alla doppia dose, pronto — se necessario — alla terza.

È l’unica strada, come più volte è stato chiarito dagli scienziati, per uscire davvero da una tragedia che ci attanaglia tutti da quasi due anni. L’unico rimedio per tornare a lavorare in sicurezza, fare vita sociale, riaprire le attività, sostenere l’economia. L’unica possibilità che abbiamo di riprenderci la vita, quella normale.

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Lo specchio appannato della democrazia

sabato, Ottobre 9th, 2021

di Ezio Mauro

La democrazia come garanzia di pace e sicurezza. E la libera informazione come garanzia di democrazia, anzi sua precondizione fondamentale e necessaria. Da oggi questo principio è iscritto nella carta del Nobel, con la decisione del comitato norvegese del premio di assegnare il riconoscimento annuale a due giornalisti perseguitati dal potere, Dmitrij Muratov, direttore della Novaja Gazeta di Mosca, il giornale d’inchieste di Anna Politkovskaja, la cronista uccisa nel 2006, e Maria Ressa, fondatrice del sito Rappler, che da anni indaga sugli abusi del presidente filippino Rodrigo Duterte nella sua sanguinosa guerra alla droga, subendo la rappresaglia continua del potere tra arresti, indagini giudiziarie, minacce di morte e messaggi con annunci di violenze e stupro. Per questo il Nobel è certo la testimonianza davanti al mondo, come dice la motivazione, dell’impegno dei premiati “per salvaguardare la libertà di espressione”, ma è anche un segnale d’allarme, per chi vuole intenderlo, sulle difficili condizioni in cui si gioca l’eterna partita tra l’informazione e il potere, e non soltanto nei regimi dittatoriali o nei sistemi neo-autoritari, dov’è in corso l’ultima metamorfosi della democrazia: la questione investe anche l’Occidente, chiama in causa anche noi che non siamo immuni o vaccinati per sempre.


La frontiera della libertà è in continuo mutamento sotto i nostri occhi, perché il suo perimetro è frutto di piccoli e grandi spostamenti costanti nel rapporto tra la classe di comando e la popolazione, dovuti ai rapporti di forza, alla sensibilità collettiva, alla possibilità di reazione, agli interessi in campo, alla capacità del sistema di governo di convincere o in qualche caso di decidere aggirando il consenso. Oggi la formula universale di tutela della libertà – la democrazia dei diritti e delle istituzioni – non è attaccata frontalmente, come negli Anni Venti del secolo scorso, ma soffre di una sorta di malattia autoimmune, con due patologie. La prima è la sua difficoltà a mantenere le promesse di cui è garante, come se la sua realizzazione concreta nella pratica di ogni giorno non riuscisse ad essere all’altezza dei suoi principi ispiratori, col risultato di un deperimento organico, con una debolezza evidente nell’efficacia e nell’efficienza quotidiana. La seconda è la strategia esplicita dei gerarchi delle democrature, i sistemi neo-autoritari, che puntano dichiaratamente a separare la forma della democrazia dalla sua sostanza. La sovrastruttura, cioè l’impianto formale e istituzionale, può essere conservata: purché venga svuotata del suo significato profondo e dei meccanismi che lo alimentano e lo riproducono, sostituiti da un nuovo sistema di regolamentazione del potere. L’obiettivo è esplicito e punta a liberare il leader investito del consenso popolare da qualsiasi condizionamento democratico, da ogni bilanciamento costituzionale, da tutti i tipi di controllo: il controllo di legalità della magistratura, il controllo di legittimità della Corte costituzionale, il controllo politico del parlamento e il controllo nell’esercizio del potere legittimo da parte dell’informazione.

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