Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Una campagna per rassicurare chi ha paura Le piazze No vax

lunedì, Luglio 26th, 2021

di GABRIELE CANE’

Ripartiamo da Mario Draghi: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire”. Così stanno le cose. Si può arzigogolare quanto si vuole sul modo “pugilistico” con cui si è espresso il Presidente, ma non sul merito che trae la sua forza dalla scienza, quella vera. Il contrario dell’incoscienza che si è diffusa in materia, che sabato ha riempito le piazze, ma che soprattutto non riempie gli ambulatori, i centri vaccinali. Tanti. Troppi per essere tutti granitici no-vax. Per non avere altra bandiera che quella della libertà contro il Green pass. Allora bisogna ragionare, distinguere

Partendo da un presupposto che esce facilmente dalla lettura dei social, dalle chiacchiere nei bar: il rifiuto ideologico c’è, senza dubbio, ma è minoritario. Certo, non hanno una carta di identità, ma il riconoscimento è molto facile: dicono che questo non è un vaccino, ma al massimo una “pozione”; dicono che il virus è roba che potrebbe essere curata anche a casa senza problemi; dicono che sono falsi i dati che circolano, e da cui risulta che i vaccinati sono molto protetti da tutte le varianti e difficilmente finiscono in ospedale; dicono che è tutto un imbroglio di Big Pharma e dei suoi accoliti, che chissà cosa succederà a ognuno di noi fra 10 anni: magari ci spunta la coda. E via discorrendo.

Intendiamoci. Siamo in un campo in cui il dubbio e il timore sono legittimi fino al punto in cui i risultati (veri!) ci raccontano una cosa molto semplice: di Covid si muore in massa, di vaccino può succedere in rarissimi casi. Bene, con il no-vax che ha un convincimento ideologico radicato, non c’è niente da fare. Pazienza. Ma con gli altri sì. Perché è vero che chiedono in piazza quella libertà parziale a cui però hanno rinunciato in modo totale (e senza fiatare) durante il lockdown.

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Così ostili in nome del popolo (disprezzando le persone reali)

lunedì, Luglio 26th, 2021

di Angelo Panebianco

Le posizioni dei 5 Stelle sui procedimenti giudiziari e della destra sull’immunizzazione: al fondo un’identica avversione per le condizioni che consentono a una società di essere libera

Apparentemente non hanno nulla in comune la volontà dei 5 Stelle, affiancati da certi settori della magistratura, di difendere l’imprescrittibilità dei procedimenti giudiziari e la campagna della destra contro l’obbligatorietà dei vaccini. Eppure, al fondo, si scopre un’identica ostilità per le condizioni che consentono a una società di essere libera, un’identica incomprensione di come si possa alimentare un regime di libertà. Non è solo colpa dei politici suddetti, sia chiaro. È, indubbiamente, un effetto del meccanismo democratico: quei politici rappresentano (al peggio o al meglio, giudicate voi) settori della società che nutrono la stessa ostilità e la stessa incomprensione.

A un primo sguardo, fra la visione forcaiola della giustizia («vale la presunzione di colpevolezza e pertanto un imputato può benissimo rimanere tale a vita») e la visione pseudo-libertaria («sui vaccini fate un po’ come ve pare») non c’è punto di contatto. Se l’ideale di società della prima sembra corrispondere a un immenso carcere nel quale condannati e detenuti in attesa di giudizio stiano tutti insieme ammassati e con l’obbligo del silenzio, l’ideale di società dei secondi sembra quello di una grande stanza affollata da gente che strepita e si lancia addosso uova, ortaggi e qualunque cosa a disposizione. Il problema è che tanto il primo quanto il secondo ideale non hanno nulla a che spartire con una società libera.

Detto in modo più realistico, si può sostenere che, anche se una società autenticamente libera non è mai esistita (e forse non esisterà mai), le due suddette visioni fanno a pugni con i tentativi — più o meno riusciti in giro per il mondo occidentale — di creare o mantenere condizioni che per lo meno si avvicinino a quelle di una società libera.

Partiamo dai campioni della «libertà dal vaccino». Persino loro dovrebbero essere in grado di capire che la libertà dell’uno finisce dove comincia la libertà dell’altro. Dovrebbero capire che le persone che non si vaccinano mettono a rischio altre persone. O dobbiamo aspettarci che, per coerenza, propongano anche di eliminare l’obbligo (liberticida?) di assicurare i veicoli in circolazione? E dunque perché tanto accanimento sui vaccini? La risposta probabilmente è che costoro hanno individuato un interessante bacino elettorale in quella parte — purtroppo, a quanto pare, piuttosto estesa — di nostri concittadini che si è bevuta l’una o l’altra delle teorie del complotto circolanti, persone che, non sapendone nulla, non avendo nessuna preparazione che li metta al riparo dalle bufale raccattate in rete, disprezzano gli scienziati, pensano che la scienza, come l’informazione, sia al servizio delle multinazionali, della Cia, dell’Uomo Nero. Le recenti manifestazioni di piazza dei più esagitati fra loro sono, temo, solo la punta dell’iceberg. Chi li corteggia e li vezzeggia contribuisce a indebolire le condizioni su cui si regge una società libera (o ciò che vi si avvicina). Teorie del complotto, rifiuto della scienza, se si diffondono, finiscono per inceppare i meccanismi di una tale società, la quale vive di delicati equilibri, e, nello specifico, di fiducia nella competenza di chi ne sa più di noi e della necessità di raccordare sapienza e rappresentanza democratica. La scienza è fallibile? Certo che lo è. Per definizione. Ma l’alternativa alla scienza fallibile è solo l’ignoranza, la superstizione. Anche il più addestrato dei piloti può commettere un errore ma persino il no vax preferisce che a guidare l’aereo su cui vola sia un pilota addestrato piuttosto che un avvocato, un sarto o un medico che non abbiano mai visto prima i comandi di un aereo. In una società libera non si rifiuta a priori la competenza. Si accetta che sia la politica rappresentativa, ascoltati i competenti, a trovare la sintesi migliore che tuteli la libertà (e in questo caso anche la salute) dei cittadini.

Anche i campioni della presunzione di colpevolezza per chiunque risulti indagato o imputato (l’imprescrittibilità ne è una conseguenza) hanno in uggia la libertà e gli equilibri su cui si regge. In una società libera la giustizia deve contemperare l’esigenza di tutelare le vittime e di salvaguardare i diritti degli accusati. Habeas corpus, presunzione di non colpevolezza, limiti temporali alla durata dei procedimenti giudiziari e altri istituti collegati, sono stati costruiti nel tempo per salvaguardare quei diritti. I suddetti campioni, se volessero davvero, come ipocritamente affermano, tutelare le vittime, non dovrebbero calpestare i diritti di indagati e accusati. Dovrebbero chiedere processi rapidi (ossia il contrario di ciò che accade in Italia). Perché è proprio la lunghezza dei procedimenti giudiziari ciò che impedisce di rispettare i diritti delle vittime.

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Non scherziamo con la prescrizione

domenica, Luglio 25th, 2021

Vladimiro Zagrebelsky

La prescrizione dei reati è divenuta terreno di discussione in ambito politico, non solo per la fase in cui si trova la relativa riforma (Parlamento, dopo la deliberazione del Consiglio dei ministri), ma anche per i facili e contrapposti slogan che permettono all’una e all’altra forza politica di sventolare bandierine identitarie. Il livello del dibattito, quando semplicemente non è adeguato alla serietà del tema, è ora offeso dal prevalere di considerazioni puramente politiche sui tempi e modi di risoluzione del garbuglio in cui il governo si è cacciato. Il governo e la sua eterogenea maggioranza -anche profondamente, ma senza averne la parvenza- stanno cercando di modificare gli effetti della legge che va sotto il nome del ministro Bonafede (di eliminazione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado). All’esito dei lavori della Commissione ministeriale Lattanzi, la soluzione adottata e portata in Consiglio dei ministri, come base di successivi affrettati interventi per consentire ai ministri 5Stelle di approvarla, consiste nell’aggiungere al decorso dei termini di prescrizione del reato, una specie di prescrizione del processo che conduce alla improcedibilità se il processo non si conclude entro due anni in appello e poi un anno in Cassazione. Quei termini sono allungati per certi reati (come la corruzione), ma definiti in astratto, senza considerazione della maggiore o minore gravità del fatto in concreto e della complessità dei processi che, caso per caso, li riguardano. Basta pensare a un processo per corruzione, che può vedere imputato chi è stato fotografato o sorpreso con la mazzetta in mano oppure un altro con uno o più imputati in una articolata vicenda di passaggi di denaro all’estero con difficili perizie finanziarie e necessità di collaborazione di stati esteri. E il giudizio della Corte europea dei diritti umani cui si pretende di richiamarsi, conformemente a ciò che suggerisce il buon senso, segue certo qualche automatismo nel definire i tempi ragionevoli, ma considera sempre le circostanze (complessità, interessi in gioco, ecc.) che rendono possibili tempi più brevi o giustificano tempi più lunghi.

In più il meccanismo adottato assegna un’importanza determinante all’operare delle Corti di appello, diverse delle quali sono ora ben lontane dal livello di efficienza richiesto per rimanere nei termini che la legge dovrebbe fissare. La conseguenza è che un imputato condannato in primo grado potrebbe facilmente vedere vanificata la sua sentenza con una sopravvenuta improcedibilità in appello, che lascerebbe senza risposta la domanda sulla innocenza o colpevolezza. E così un imputato assolto in primo grado con una sentenza appellata dal pubblico ministero. Se nei due anni non sopravvenisse la sentenza della Corte d’appello, la sentenza di assoluzione cadrebbe nel nulla della improcedibilità che colpirebbe il processo (anche se si prevede che l’imputato possa rinunciare allo scattare della improcedibilità). Il tutto mentre il reato in sé non è prescritto. Non prescritto, ma non giudicabile! Le conseguenze negative sono facilmente immaginabili sulla posizione dell’imputato e su quella delle parti offese: queste ultime costrette a sopportare una loro nuova corvée giudiziaria per ottenere soddisfazione.

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La velenosa demagogia negazionista

domenica, Luglio 25th, 2021

MASSIMO GIANNINI

Di fronte alle piazze anarcoidi e destrorse che urlano a vanvera “libertà”, le parole pronunciate da Mario Draghi dopo l’ultimo Consiglio dei ministri segnano un confine etico, politico, democratico del nostro tempo. Dire “chi invita a non vaccinarsi invita a morire” non è solo una messa in mora per chi, come Matteo Salvini, ha finora beatamente flirtato con il mondo no-vax. È anche una scossa alle coscienze di chi, per incompetenza o per diffidenza, ha ascoltato il canto delle sirene complottiste e ha preferito rifugiarsi nel limbo agnostico dell’attesa. Il premier inchioda i partiti alle loro responsabilità. E chiama gli italiani a una scelta di campo. Dopo un anno e mezzo di battaglia contro il virus dovremmo averlo capito: il vaccino è vita, il non-vaccino è morte. Fisica, civica, economica. Per questo la stagione degli opportunismi elettorali e degli equilibrismi lessicali è finita. O si sta di qua, o si sta di là. O si sta con quelle piazze, o si condannano senza appello.

L’operazione-verità dà qualche frutto. Ma non è abbastanza. Sul fronte politico si registra un’evoluzione. Le due destre, che cercano consensi danzando sotto il vulcano della pandemia, si avvicinano a Canossa. Salvini fa la prima dose, sia pure “auto-certificandosi” con un Qr-Code mentre beve un cappuccino. Meloni annuncia che la farà, sia pure tuonando contro il “terrore draghiano”. Sul fronte sociale si nota una polarizzazione. Da una parte c’è una spinta a vaccinarsi in una maggioranza silenziosa di indecisi, che adesso è finalmente in coda davanti agli hub. Dall’altra c’è una spinta a mobilitarsi in una minoranza rumorosa di irriducibili, che torna a berciare pericolosamente nelle piazze da Torino a Palermo.

Sappiamo bene quale delle due spinte sia più propulsiva: la prima può far ripartire il Paese, la seconda lo può affossare. In ogni senso. Lo prova il nuovo leader dei ribelli Ugo Mattei, intellettuale della Rive Gauche, già allievo di Rodotà e amico di Zagrebelski, che oggi pontifica contro la “dittatura sanitaria” insieme ai capetti neofascisti di Forza Nuova come ieri “Nuto Revelli combatteva a fianco di Edgardo Sogno”. Icastica conferma del perfetto Teorema-Odifreddi: da “No-Vax, No-Pass, No-Mask” a “No-Brain” il passo è davvero breve. La tesi che considera l’invito a non vaccinarsi equivalente a un invito a morire non ha solo fondamento politico, ma anche scientifico. Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri, spiega che oggi esistono “due epidemie”: quella dei vaccinati che è paragonabile a un’influenza, e quella dei non vaccinati che è un’infezione potenzialmente letale. Lo dicono tutti i responsabili delle terapie intensive, dal Sacco di Milano al Weill Cornell di New York: il 97 per cento dei ricoverati per Covid non è vaccinato. Dovrebbe essere pacifico, ma non lo è ancora. Per questo serve il Green Pass obbligatorio, e per questo il nostro giornale ne sostiene la necessità senza se e senza ma. Siamo ben consapevoli delle contraddizioni con le quali ci siamo arrivati, e lo diciamo al governo con serena chiarezza. Lamentarsi ancora per gli assembramenti, dopo aver consentito alle folle entusiaste di festeggiare la vittoria degli azzurri agli Europei per le strade di Roma, è quasi grottesco. Accusare ancora le regioni che obiettano o le discoteche che protestano, dopo aver ceduto con disonore le armi dell’ordine pubblico nell’impropria “Trattativa Stato-Bonucci”, è quasi offensivo.

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Le scelte decise del premier e i fragili equilibri dei partiti

sabato, Luglio 24th, 2021
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di   Francesco Verderami

Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio l’altro ieri dimostrano come i partiti fatichino a comprendere Draghi e il suo metodo. Il premier non è un mediatore: per gestire l’eterogenea maggioranza che lo sostiene non ricerca compromessi, ma mira a comporre le differenti posizioni in modo dinamico, per evitare che il governo resti incastrato in equilibri fragili e perciò instabili. E una volta trovata la sintesi, traduce l’accordo in decisioni e provvedimenti. Le forze politiche hanno avuto modo di verificare la novità di approccio ma non riescono ad adeguarsi. Ripropongono sempre gli schemi e i riti del passato, che Draghi non manca di additare e respingere: dal Pd alla Lega, passando per M5S, in questi mesi nessuno è stato preservato dai suoi richiami.

Se giovedì ha impresso un’accelerazione, con toni forti e irrituali, è stato per superare manovre tattiche e dilatorie che sembravano una prova generale in vista del semestre bianco, quando il Parlamento non potrà essere sciolto in caso di crisi. È chiaro che nessuno ha la forza e nemmeno l’intenzione di far cadere il governo, semmai le fibrillazioni riflettono le contraddizioni interne ai partiti e alle coalizioni, l’avvicinarsi delle scadenze elettorali e l’imminenza della corsa per il Quirinale.

Ma il premier — pur rispettando la natura della sua maggioranza e le esigenze di chi la compone — ha voluto porre tutti davanti alle loro responsabilità. È consapevole di come la fase politica sia problematica, tuttavia non è disposto a veder scaricato sul governo un surriscaldamento eccessivo dei rapporti tra alleati che sono al tempo stesso avversari.

C’è un patto che i partiti hanno firmato quando gli hanno accordato la fiducia. C’è un impegno verso il Paese che vive una difficile fase sociale, economica e sanitaria. E c’è un contratto sottoscritto con l’Europa per i fondi del Recovery plan. Il governo ha questi impegni: vincere la sfida contro il Covid e aiutare il sistema nazionale a ripartire. Nel primo caso, l’annuncio dell’introduzione del green pass ha fatto immediatamente aumentare le prenotazioni per le vaccinazioni. Nel secondo, ci si muove con realismo misto a prudenza. È vero che i dati economici fanno ben sperare, eppure tanto il premier quanto il ministro dell’Economia tengono un profilo basso per non alimentare illusioni: tranne alcune grandi aziende pubbliche, l’Italia non dispone di multinazionali ma di realtà industriali medio-piccole. La ripresa dipenderà dalla capacità del tessuto produttivo di rispondere agli stimoli.

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Vaccini e Green pass, un Fico di Palazzo

venerdì, Luglio 23rd, 2021

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

Roberto Fico arriva alla Camera in autobus

Tutto muta, e i politici spesso mutano più in fretta. Sono i miracoli del Palazzo. Così il presidente della Camera Roberto Fico può proprio dirsi un uomo diverso da quello che tre anni fa si recò in autobus ad assumere l’onere e l’onore di presiedere Montecitorio. Era il periodo della scatoletta di tonno, della lotta ai privilegi, quelle cose lì. Fico era tra i più convinti. Ricordiamo ancora la prima volta che per ragioni d’ufficio dovette salire al Quirinale, e lo fece a piedi in mezzo a due ali di fotografi e cronisti festanti. Poi il furore anticasta si è man mano allentato, e già quando qualche settimana fa andò all’Olimpico con 9 (nove) uomini di scorta la mutazione poteva dirsi a buon punto. Per concluderla serviva un ulteriore salto di qualità, quello dal privilegio passivo, la scorta (io politico usufruisco di una facilitazione di cui tu comune mortale non disponi) al privilegio attivo, l’esenzione dal green pass (io politico scanso un obbligo a cui i cittadini devono invece sottostare).

Fico ha infatti sostenuto che non è buona cosa chiedere ai parlamentari se sono o meno vaccinati e che quindi di green pass per entrare nel Palazzo per il momento non se ne parla. Tre anni fa, prima di entrare nel Palazzo, i grillini avrebbero fatto fuoco e fiamme di fronte a un’affermazione del genere, adesso che il tonno della scatoletta sono loro, beh insomma, che volete che sia.

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A proposito di nazismo

venerdì, Luglio 23rd, 2021

MATTIA FELTRI

Ho promesso al mio amico Giovanni di non spendere più sarcasmo quando scrivo degli antivaccinisti, e manterrò la promessa. Forse. Non garantisco niente. Ci provo. Comunque, sono un vaccinista convinto, ho fatto la prima dose, la seconda fra pochi giorni, e sono in ritardo perché ogni volta che mi infilo in qualche impresa burocratica scopro l’inferno della carta bollata.

Ora, peggio, l’inferno del click bollato. Quella mattina mi ero messo lì, sereno: è facilissimo, mi avevano detto. Bene. Mi connetto al sito della regione, compilo tutto, è tutto ok. Finché non mi chiedono la tessera sanitaria. E non la trovo. Per vaccinarsi è obbligatoria la tessera sanitaria. Sono fregato.

Però c’è una soluzione: inserire la dichiarazione dei redditi (è obbligatorio anche pagare le tasse) per ottenere il numero della tessera. Non compare niente. Si può provare a risalire col codice fiscale (super obbligatorio) ma di nuovo, zero. In capo a due settimane perso fra siti, link, in cui richiedo lo spid (non ho ancora capito che sia però ora ce l’ho), telefono a call center eccetera, scopro l’arcano: la mia tessera sanitaria non esiste. Perché per fare il vaccino è obbligatorio avere la tessera sanitaria, ma per avere la tessera sanitaria è obbligatorio avere il medico di base (e per avere il medico di base è obbligatorio avere la residenza, quella ce l’ho, per fortuna). Ecco, io non avevo mai preso il medico di base. Solo per dire ai miei amici antivaccinisti (apprezzi lo sforzo, Giovanni?), convinti dell’avanzare di un nazismo di stampo sanitario, che dopo una tale odissea di obblighi io al ristorante ci entrerò al passo dell’oca.

LA STAMPA

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Il premier apre la nuova fase

venerdì, Luglio 23rd, 2021

MARCELLO SORGI

Le decisioni del consiglio dei ministri in materia di Covid e di giustizia ci dicono essenzialmente una cosa: in Italia il vento sta cambiando, l’economia è in ripresa oltre ogni ottimistica previsione, come ha spiegato Draghi, e gli italiani vogliono che le cose continuino così e sono disposti a pagare qualsiasi prezzo perché questo avvenga e non si rischi di tornare indietro, al passato recente della pandemia e del lockdown, che oggi sarebbe insopportabile. Anche la riforma della giustizia – per la quale il governo ha annunciato la fiducia, cioè il taglio a un certo punto di un percorso parlamentare che dev’essere rapido, e insieme la disponibilità ad alcuni “aggiustamenti tecnici” – si inquadra in questo clima e nel desiderio, testimoniato dai trecentomila cittadini che hanno firmato per i referendum di Radicali e Lega, che il sistema giudiziario e i comportamenti della magistratura cambino decisamente. Quello predisposto dalla ministra Cartabia è un testo che rappresenta un primo passo in questa direzione, ed è anche – non va dimenticato – qualcosa che viene incontro alle richieste della Commissione europea, che si prepara a sostenere l’Italia con un piano di aiuti e prestiti da 209 miliardi.

La conferenza stampa di Draghi, Speranza e della stessa Cartabia, dopo una riunione tutto sommato breve del governo e un pieno accordo con le Regioni a cui si era lavorato nei giorni precedenti, è servita essenzialmente a questo: sgomberare il campo, per quanto possibile, dalle divisioni e dalle resistenze di parti della maggioranza, per far sì che la nuova fase in cui il Paese è entrato possa svilupparsi senza ostacoli, consentendo al Pnrr, il progetto di ricostruzione dopo il disastro della pandemia, di dispiegare pienamente i suoi effetti, magari in un tempo minore di quello preventivato. Si spiegano così il venir meno dei dubbi di Conte sulla giustizia, dopo una telefonata con il premier, e di Salvini sull’estensione del “green pass”, per il pieno ritorno alla normalità della vita della gente e per far sì che possa godersi le vacanze senza timori e senza fare i danni della scorsa estate, dato che per ottenere il “green pass” è necessario vaccinarsi. E ci sono ancora aree delle generazioni a rischio over 60 che inspiegabilmente prendono tempo, rischiando di più di contagiarsi con le varianti del virus e di perderci la vita, che non ad affrontare le incognite minime della vaccinazione.

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Il virus e la vera libertà

giovedì, Luglio 22nd, 2021

di Aldo Cazzullo

Sui vaccini, la politica sia responsabile, almeno adesso che quasi tutti i partiti sono nella maggioranza. Si rinunci a vellicare gli incerti; semmai li si convinca a vaccinarsi, o almeno li si incentivi. Destra e sinistra non c’entrano nulla

La discussione sul vaccino è viziata da un grande equivoco. Il confronto non è tra chi difende la libertà e chi la nega. Il confronto è tra chi vuol essere — o si illude di poter essere — libero qui e ora, e chi vuol essere libero in modo duraturo; senza ritrovarsi a fine estate (se non prima) in questo frustrante giorno della marmotta, senza dover ricominciare da capo con i bollettini delle terapie intensive e i decreti di chiusura. Dovrebbe essere chiaro che la scelta giusta è la seconda. Nessun Paese democratico ha imposto l’obbligo di vaccino, se non (com’era inevitabile) agli operatori sanitari. Quasi tutti i Paesi democratici, però, hanno deciso di incentivare le vaccinazioni. Il diritto al lavoro è inviolabile; quindi è impossibile legare l’ingresso sul posto di lavoro al green pass. Ci sono però lavori che si svolgono a contatto con il pubblico. Un conto è difendere la libertà di non vaccinarsi; un altro è attentare alla libertà di lavorare — o usufruire di un servizio — senza venire in contatto con una persona che ha deliberatamente scelto di non vaccinarsi. Distinguere tra le generazioni, per arrivare a sentenziare che i giovani possono anche non immunizzarsi perché tanto non muoiono, significa non aver capito come si muove questa pandemia. Il virus resiste e muta proprio perché non è molto letale, ma è molto contagioso. L’unico modo per bloccarne o limitarne la circolazione e la mutazione è vaccinarsi tutti, o quasi tutti. Qualsiasi dato scientifico ed empirico è lì a dimostrarlo. Purtroppo non ci sono altre possibilità, se vogliamo riaprire le scuole in sicurezza, consolidare la ripresa economica, recuperare la socialità, i rapporti tra le persone, il clima di scambio e di incontro che resta di gran lunga il modo migliore di lavorare e di vivere.

L’alternativa è un altro anno a singhiozzo. È richiudere le scuole e tornare alla didattica a distanza, i cui limiti erano già ben chiari a insegnanti, allievi e famiglie prima ancora che venissero certificati dalle prove Invalsi. È ripiombare nell’incertezza e nella paura sui luoghi di lavoro (perché ci sono lavori che da casa non si possono fare, o che non riescono allo stesso modo). È abituarsi definitivamente alla vita virtuale e impaurita di questi diciotto mesi: le riunioni a distanza, gli impegni cancellati all’ultimo momento, le vagonate di autocertificazioni inutili, i talk-show con i virologi catastrofisti, le gomitate di saluto, e tutte le altre cose di cui non vediamo l’ora di fare a meno.

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Quelle piccole bandiere piantate in giro dai partiti

mercoledì, Luglio 21st, 2021

di Antonio Polito

Per quante tempeste le forze politiche provino a sollevare, ora non hanno vento nelle vele; ma con il tempo queste tattiche potrebbero produrre danni seri

Che cosa può spingere un segretario di partito come Salvini a indicare per quali fasce di età è adatto il vaccino, concludendo che agli under 40 «non serve»? Che cosa può indurre un ex premier come Conte a paventare la morte del processo per il crollo del Ponte Morandi se venisse modificata una legge del suo governo, quando quel processo non c’entra niente perché i fatti sono precedenti?

Diciamoci la verità: in questa inquietante estate, a metà del guado tra il Covid di ieri e quello di domani, i partiti non stanno dando uno spettacolo di serietà. E questo avviene innanzitutto perché pretendono troppo da se stessi. Immaginano di poter — o di dover — svolgere una funzione etica, un ruolo di guida morale delle persone e del Paese. Per questo sollecitano costantemente l’indignazione a basso costo, evocano valori supremi come la Libertà e la Giustizia per piccole battaglie di piccolo cabotaggio, si arrogano competenze che non hanno. È un antico vizio italiano; di un Paese che, forse per la sua eredità storica di inventore del totalitarismo nel Novecento, ètotus politicus, in cui cioè la politica ha troppo peso, s’impiccia di tutto, e presume di poter raddrizzare con la forza delle ideologie il legno storto dell’umanità. Ma così facendo i partiti finiscono per collezionare brutte figure, implicitamente rivelando essi stessi la loro scarsa rilevanza.

Hanno infatti voglia a piantare bandierine: il fronte della battaglia si sposta di continuo travolgendole, e il governo procede sulla sua strada con un’agenda che è quasi obbligata, oltre che sensata. Anzi, alzando in parallelo una bandierina di destra e una di sinistra rendono perfino più facile per Draghi fare lo slalom, senza scontentare nessuno, e puntare così al traguardo sia del «green pass» sia della «riforma Cartabia».

È una strana situazione: Calvino l’avrebbe chiamata la «grande bonaccia delle Antille». Per quante tempeste i partiti provino a sollevare, non hanno vento nelle vele; e la nave del governo appare stabile perché senza alternative, e perché nessuno dei politici che lo sostengono ha il benché minimo interesse ad affondarla per dover poi nuotare da solo in mare aperto, affrontando le elezioni.

Però, allo stesso tempo, non è una buona situazione. E non solo perché la goccia scava la roccia e a furia di creare tensioni e diversivi il governo può essere rallentato se non fermato, o piano piano svuotato della carica riformista di cui l’Italia avrà tra breve molto bisogno per riaprire le scuole e non far chiudere le fabbriche. Questa fibrillazione è negativa anche perché conferma e rafforza un serio dubbio sulla credibilità di entrambe le coalizioni politiche. Viene da chiedersi (qualcuno all’estero già se lo chiede): sarebbero capaci, sarebbero pronte per governare, il giorno che l’attuale stato di eccezione finirà? Perché se si comportano così mentre c’è ancora il governo Draghi, se per marcare il loro territorio arrivano a smentire o mettere in ombra il lavoro dei loro stessi ministri, che faranno il giorno che si riprendessero il controllo del potere (e delle nomine)? Basta del resto vedere quello che sta accadendo al disegno di legge Zan: sull’unica questione per la quale il governo è estraneo e neutrale, scontro, caos e quasi certo rinvio.

Ma il piano di Recovery non si può rinviare, gli investimenti arrivano fino al 2026. Il timore di quello che potrebbe accadere da qui ad allora se si tornasse alla politica di prima deve essere una delle ragioni per cui le scommesse su Draghi al Quirinale sono in calo: meglio tenerselo dove sta.

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