Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Colle, ora la matassa è più ingarbugliata

domenica, Gennaio 23rd, 2022

di Stefano Folli

L’illusione di Berlusconi è finita come doveva finire: con l’addio a un progetto tanto ambizioso quanto irrealistico; anzi, surreale. Non si poteva immaginare un uomo meno adatto dell’ex presidente del Consiglio a occupare il vertice istituzionale del Paese. Da settimane quasi tutti ne erano convinti, tranne lui. Ma negli ultimi giorni l’epilogo della vicenda era nell’aria. Ora, ritirandosi nel segno della “responsabilità nazionale”, Berlusconi ha tenuto insieme i vari spezzoni del centrodestra: se avesse preteso di essere votato al quarto scrutinio, l’unità dello schieramento, che vale circa 450 voti, sarebbe andata in pezzi.

Questo non vuol dire che Salvini, Giorgia Meloni e il cerchio ristretto berlusconiano siano davvero compatti sulle prospettive, a cominciare da come porsi di fronte a una legislatura che sembra molto vicina alla sua conclusione. Tuttavia ieri sera la coesione si è affermata sull’altro punto, il più significativo in termini politici: il “no” all’ipotesi di eleggere Draghi al Quirinale. Questa è la vera novità della giornata, persino più del ritiro dell’uomo di Arcore. Molti si aspettavano infatti che la rinuncia berlusconiana andasse di pari passo con l’investitura del presidente del Consiglio: una mossa attesa con particolare ansia dal centrosinistra, o almeno da una parte di esso, perché avrebbe confermato un senso di inevitabilità intorno all’ex presidente della Bce, sollevando tutti dal peso di una decisione difficile.

Viceversa, come abbiamo visto, le cose sono andate diversamente. La spiegazione ufficiale è che Draghi deve restare a Palazzo Chigi a completare il lavoro. E l’argomento, non c’è dubbio, è solido, ma forse la verità non è tutta qui. Esistono fattori caratteriali e psicologici non meno decisivi. L’uomo che per un quarto di secolo ha condizionato il dibattito pubblico non ha voluto sgombrare la strada davanti a un’altra forte personalità destinata a prendere il suo posto al centro di quel che resta della scena politica. Forse, se i due si fossero parlati, avrebbero risolto l’equivoco.

Ma è evidente che Draghi non ha mai avuto intenzione di esporsi chiedendo il voto di Berlusconi. Per cui ora la matassa si è aggrovigliata ed è arduo immaginare che possa essere sbrogliata nei prossimi giorni. Il nome del premier finisce quindi sullo sfondo, in attesa che il centrodestra avanzi subito, come è stato promesso, una candidatura in grado di unire e non dividere. Vedremo. La soluzione Draghi potrebbe ripresentarsi alla fine di uno scontro senza vincitori e vinti, ossia dopo numerosi scrutini falliti: in quel caso saremmo di fronte alle macerie del sistema politico, con l’esigenza di affidarsi a un salvatore. È uno scenario che nessuno si augura.

Rating 3.00 out of 5

Quirinale e scelta del Presidente: non è solo politica

domenica, Gennaio 23rd, 2022

di   Sabino Cassese

Una volta l’opinione pubblica si appassionava alla contesa tra Coppi e Bartali. Ora alla gara per assumere la più alta carica della Repubblica. Intanto, il Paese è in pausa e nell’opinione pubblica si affaccia l’idea sbagliata che la politica consista in quella che Tocqueville chiamava la «passion des places», cioè nell’attribuzione di cariche, invece che nel guidare il Paese.

Perché questa volta tanta maggiore attenzione per la scelta del prossimo presidente? I motivi sono due. Molte forze politiche pensano che si possa prendere una decisione a pacchetto: eleggere il presidente, decidere chi governerà, stabilire le sorti del Parlamento. Insomma, una decisione che coinvolga tutti i palazzi del potere, Quirinale, Chigi, Montecitorio, Madama.

Più importante il secondo motivo. Quello attuale è un Parlamento di minoranze, e le minoranze sono al loro interno frammentate. È cruciale, quindi, il ruolo di chi dovrà metter domani insieme tutti i frammenti, di chi — come il regista di un film — farà il montaggio. Basti pensare alla esperienza di questi quattro anni di legislatura, nei quali abbiamo sperimentato tre diverse combinazioni politiche.

I presidenti italiani — i registi delle crisi — hanno dovuto sempre correre ai ripari e sedare conflitti: Leone e Pertini hanno dovuto gestire 8 crisi di governo ciascuno; Segni 3, nei soli due anni della sua presidenza; Einaudi, Gronchi, Cossiga 7; Scalfaro, Ciampi e Napolitano 5. Questo vuol dire che nel settennato presidenziale ciascun capo dello Stato ha dovuto dedicarsi ogni anno a questo compito.

Mai, però, la frammentazione è stata tanto alta come oggi. Il continuo dissenso finisce per prestare al presidente un compito aggiuntivo, una ulteriore forza. Per rendersi conto di questo, basta guardare quel che succede in Germania. Lì hanno una Costituzione che ha la stessa età di quella italiana e un regime parlamentare come quello italiano. Hanno un presidente con una dote di poteri paragonabili a quelli del presidente italiano. Ma hanno anche una norma costituzionale secondo la quale il «Bundestag» può esprimere la sfiducia al Cancelliere federale soltanto nel caso in cui, a maggioranza dei suoi membri, elegga un successore e chieda al Presidente federale di revocare il Cancelliere federale. Il Presidente federale è tenuto ad accogliere la richiesta e a nominare l’eletto. In altre parole, la sfiducia costruttiva, che era stata proposta (e scartata) in Italia prima ancora che in Germania.

Rating 3.00 out of 5

Il “creator spiritus” che manca alla politica

domenica, Gennaio 23rd, 2022

MASSIMO GIANNINI

Dunque, l’impossibile non è accaduto. Con un sussulto di “responsabilità nazionale”, Silvio Berlusconi ha infine gettato la spugna. Difficile dire se si sia arreso all’anagrafe o all’aritmetica. Se il suo sia stato davvero il primo capriccio senile o l’ultimo sogno di gloria. Quel suo “avevo i numeri ma mi ritiro”, scritto nero su bianco in un comunicato ufficiale che suona come testamento morale, è assai poco credibile. E addirittura incredibile è lo psicodramma che si è scatenato intorno a quel comunicato, tra i soliti dubbi sullo stato di salute del Capo-non-più-figura-adatta e i soliti sospetti sulle trame oscure di rito Forza-Leghista. Sta di fatto che il suo “Gran Rifiuto” nella corsa al Colle chiude la patetica fase uno della pseudo trattativa Stato-partiti sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, e apre una fase due che si preannuncia drammatica. Il centrodestra a brandelli ha concesso al Cavaliere un inutile giro di giostra, per deferenza o per insipienza. Il centrosinistra a pezzi si è perso nel gorgo degli incontri triangolari e bilaterali a Casa Conte e Casa Renzi che, come i trenini di Casa Jep Gambardella, “non portano da nessuna parte”.
Infatti, dopo una settimana di falso movimento e ad appena ventiquattrore dalla fatidica “prima chiama” delle Camere riunite, ora siamo esattamente qui: da nessuna parte. Nel non-luogo di una politica che ha avuto mesi e mesi a disposizione per litigare sul profilo, ragionare sull’identikit e infine convergere sul nome del nuovo Capo dello Stato. E che invece adesso si ritrova a vagare senza meta e ad affrontare l’appuntamento cruciale come un salto nel buio.

Con un presidente galantuomo ma uscente come Sergio Mattarella, che si ritira a Palermo per non assistere alle meste liturgie romane, non prima di aver fissato da settimane la sua priorità irrinunciabile: non forzatemi la mano, perché la nostra è una Repubblica parlamentare e non una monarchia costituzionale, e dunque tocca a voi assumervi l’onore e l’onere di scegliere il mio successore. Con un premier autorevole ma insofferente come Mario Draghi, che richiama da un mese l’attenzione sulla sua necessità inderogabile: la maggioranza che elegge il prossimo inquilino del Colle non può essere diversa da quella che sostiene l’attuale governo di (sedicente) “unità nazionale”, pena la caduta del medesimo. E con un Italia ancora sospesa, tra i colpi di coda di un’Omicron che uccide e contagia e purtroppo non è ancora Omega, e i colpi di frusta di un’inflazione che dissangua famiglie e imprese non solo con il caro-bolletta, ma ormai anche con il caro-pane, il caro-pasta, il caro-caffè.

Non era questo il “Quirinal Game” che il Paese si aspettava, e meno che mai quello che si merita. Non era il solito, penoso teatrino degli incontri segreti e i veti incrociati. Il solito gioco dei candidati contrapposti, buttati in campo e abbattuti uno dopo l’altro come avviene nel truce reality sudcoreano. Qui non siamo su Netflix, non c’è in ballo un Calamaro.

Siamo nel Parlamento della quinta democrazia del Pianeta, e la posta in gioco è la carica più importante della nazione. Con le emergenze irrisolte che incombono, con più di 300 vittime prevalentemente No Vax mietute dalla pandemia e un sovraccosto energetico di 37 miliardi che rischia di compromettere la ripresa dell’economia, era lecito sperare in un solido patto no-partisan, che permettesse ai Grandi Elettori di votare il meglio che l’Italia può esprimere. Magari al primo colpo, come successe non tanto per Francesco Cossiga, ma per Carlo Azeglio Ciampi nel 1999, stagione di un’altra emergenza e di un’altra sfida, quella dell’euro, che il Paese seppe affrontare e vincere. Stavolta, in un tornante della Storia ancora più critico, non sta andando così. Le prime tre votazioni che iniziano domani, a maggioranza dei due terzi, si trasformano in uno stress test senza senso. E dalla quarta in poi, a maggioranza assoluta, trasfigurano in roulette russa. L’ennesimo sintomo di un Paese che non guarisce. Come scrive la Suddeutsche Zeitung: “Se l’elezione dovesse andare per le lunghe, l’Italia rischierebbe di perdere la credibilità internazionale appena riconquistata, e tornare ai tempi dei vecchi luoghi comuni, quando si diceva «è sempre la solita Italia»… Un triste spettacolo”.

Rating 3.00 out of 5

Se torna la paura dell’inflazione

sabato, Gennaio 22nd, 2022

Pietro Garibaldi

“Quirinal game”, nel mercato del lavoro italiano si aggira un pericoloso spettro che si chiama inflazione e che quasi nessuno osa menzionare. L’Istat ha da poco certificato che a dicembre 2021 su base annuale (quindi rispetto al dicembre 2020) i prezzi sono aumentati di quasi il quattro per cento, un aumento che in Italia non si registrava da circa 25 anni, addirittura prima dell’introduzione dell’euro. L’aumento generalizzato dei prezzi- trainato da un’esplosione dei prodotti energetici – colpisce in prima battuta imprese e consumatori attraverso il caro bollette. Non a caso il governo sta preparando un provvedimento fiscale straordinario di due o tre miliardi per alleggerire le famiglie dagli effetti della stangata energetica. Se però l’aumento dei prezzi continuerà nei prossimi mesi, l’aumento generalizzato dei prezzi si estenderà a tutto il mercato del lavoro.

Il meccanismo e il problema che affronteremo sono semplici da descrivere mentre sono terribilmente difficili da risolvere. Per quel che riguarda le imprese, nel breve periodo l’aumento dei prezzi energetici si trasforma in un aumento dei costi di produzione e in una riduzione dei margini di profitto. Tuttavia, le imprese alla lunga hanno anche la possibilità di scaricare parte dell’aumento dei costi sull’aumento dei prezzi. Ovviamente l’aumento dei prezzi dei prodotti rischia di diminuire la domanda, ma rimane un meccanismo di aggiustamento disponibile. Nel caso dei lavoratori, invece, la stessa possibilità di auto-difesa non esiste. Per almeno 20 milioni di lavoratori italiani, l’aumento dei prezzi nel medio periodo finirà inevitabilmente per ridurre il potere d’acquisto di salari e stipendi. Per un dato contratto di lavoro, il lavoratore non ha infatti possibilità di chiedere alla propria impresa un risarcimento per il fatto che il potere d’acquisto del salario pattuito è stato eroso dal caro prezzi. Il silenzio dei sindacati su questi temi fa abbastanza rumore. E’ probabilmente un misto di silenzio e imbarazzo legati alla storia economica del nostro Paese.

Negli anni Settanta dopo le crisi petrolifere, in Italia fu introdotto un aggiustamento automatico dei salari ai prezzi che prese il nome di scala mobile. La storia ci insegna che il rischio di quell’aggiustamento automatico è la spirale “prezzi salari”. L’aumento dei salari necessario a restituire il potere d’acquisto dei lavoratori finisce per spingere le imprese ad aumentare nuovamente i prezzi, generando ulteriore inflazione e creando una rincorsa perversa tra prezzi e salari. Invece che controllare l’inflazione, l’indicizzazione finirebbe per sostenerla. Scartando quindi un meccanismo automatico, dobbiamo comunque porci il problema di come difendere i lavoratori da un’inflazione che – lo scongiuriamo tutti – potrebbe rimanere con noi nel medio periodo.

Rating 3.00 out of 5

È necessaria una prova di serietà

sabato, Gennaio 22nd, 2022

di Antonio Polito

Si tratta di individuare l’erede di Sergio Mattarella, e non è lavoro da tutti. Ci vuole un «cursus honorum». Ci vuole uno standing internazionale, ci vuole prestigio e autorevolezza. Si tratta di eleggere il successore di Mattarella senza dare il solito spettacolo di agguati, sgambetti, tradimenti

E leggete chi volete, ma non disperdete il piccolo capitale di serietà, credibilità, fiducia in sé stessa, che questa nazione ha accumulato negli ultimi due terribili anni. Verrebbe voglia di spedire una letterina ai 1009 elettori del prossimo capo dello Stato. Perché sì, è politica, è manovra, è potere, e non c’è niente di male, in fin dei conti il governo della «polis» è da sempre anche questo. Ma poi, alla fine, cari grandi elettori, dovrete innanzitutto e soprattutto scegliere chi «rappresenta l’unità nazionale», come dice l’articolo 87 della Costituzione. E lì non c’è manovra che tenga. Il dettato costituzionale non significa infatti soltanto che sarebbe meglio eleggere il presidente a grande maggioranza, così che nessun cittadino, o quasi, possa sentirsi escluso o penalizzato, e tutti possano fidarsi. Quella frase significa anche che la donna o l’uomo prescelti rappresenteranno di fronte al mondo l’Italia. L’Italia come è oggi. E, per la prima volta dopo tanto tempo, l’Italia è oggi vista nel mondo come un Paese che sta mostrando il suo valore, una «success story», se non addirittura un esempio da seguire: quasi un prodigio per chi da troppo tempo era considerato il «malato d’Europa».

L’asticella su cui verrà misurata la prova che attende il Parlamento è dunque posta più in alto che in passato: bisognerà che sia al livello di quella che sta offrendo il Paese. L’altissimo prezzo di vite umane e di dolore che abbiamo pagato quando la falce della pandemia ci ha colpito a sorpresa non è stato invano. Ci ha insegnato a reagire, e a muoverci velocemente. La campagna vaccinale prosegue con la speditezza e l’efficienza che siamo abituati a invidiare ai Paesi nordici. Così la quarta ondata, seppure micidiale, non ci ha sommerso come la prima e la seconda, e stavolta non abbiamo chiuso praticamente niente. Con tutte le polemiche che ha provocato, e qualche indiscutibile bizantinismo, il green pass è di gran lunga il miglior surrogato all’obbligo vaccinale finora sperimentato in Europa. Di conseguenza l’economia è in crescita. Il nostro prodotto interno lordo è aumentato nel 2021 del 6,3%, cifra record in Europa. Non è ancora una ripresa in grado di rassicurarci sul futuro occupazionale dei nostri figli, ma non è neanche «jobless»: nell’ultimo trimestre rilevato gli occupati sono aumentati di più di mezzo milione rispetto all’anno precedente.

Abbiamo finora fatto tutti i compiti a casa necessari per aver diritto all’erogazione dei fondi europei, e per quanto un’inflazione importata dall’aumento del costo dell’energia penda come una spada di Damocle sulle nostre speranze, sperare è di nuovo possibile. Sperare innanzitutto di curare le tante piaghe sociali, le sacche crescenti di povertà, l’assottigliarsi dei risparmi, gli effetti di troppi mesi di economia di guerra. Così i giornalisti stranieri che affluiscono in queste ore a Roma per l’elezione del capo dello Stato per una volta non ci chiedono come sia possibile avviare una svolta che inverta la marcia dell’Italia, ma piuttosto come evitarla, per proseguire sulla strada intrapresa.

Rating 3.00 out of 5

Cosa distingue la «buona politica»

venerdì, Gennaio 21st, 2022

di   Angelo Panebianco

Ci sono due domande rispondendo alle quali diventa possibile chiarire quale sia la reale posta in gioco nella partita del Quirinale. La prima domanda è: perché alcuni auspicano e altri (a occhio, molti di più) temono che, una volta eletto il presidente della Repubblica, il governo Draghi lasci il posto — con o senza elezioni anticipate — a un altro governo questa volta totalmente controllato dai partiti? All’apparenza non ci sarebbe niente di male: non è forse la regola in democrazia? Perché l’eventualità che un governo siffatto si formi getta nello sconforto tanti italiani nonché chi, fuori d’Italia ci chiede stabilità e affidabilità? Questa prima domanda è collegata a una seconda: esiste un criterio, non banalmente moralistico, per distinguere la «buona politica» dalla «cattiva politica»?

La prima domanda mette in gioco l’eterna discussione sul cosiddetto «governo dei tecnici». Poco importa che il suddetto sia un animale inesistente , mitologico (come l’Unicorno o il Minotauro) . Poco importa che già all’inizio del Ventesimo secolo Benedetto Croce sbertucciasse chi non capiva che i governi dei tecnici non esistono. Il cosiddetto governo dei tecnici è semplicemente un governo guidato da un «intruso» (anche lui un politico ma che, per storia personale, non è stato allevato entro le consorterie politiche esistenti) . Se non che, l’intruso, soprattutto se di qualità, non è lì per uno scherzo del destino. È lì perché le consorterie in questione (i partiti), non sono state in grado di dare vita a soluzioni di governo efficienti, all’altezza della situazione di emergenza che il Paese deve fronteggiare. L’alternativa non è mai fra governo dei tecnici e governo «politico» o dei partiti. L’alternativa è solo fra governi all’altezza e governi non all’altezza. Nel caso di Draghi , data la sua storia personale, alla diffidenza dei partiti per l’intruso si somma l’ostilità di quelli che, tetragoni assertori di fossilizzate ideologie novecentesche (diffuse a sinistra come a destra), lo bollano come «uomo della finanza internazionale», longa manus dei «poteri forti» che reggono, a loro dire, i destini del mondo.

Ciò che temono coloro che guardano con preoccupazione a nuove combinazioni di governo senza più intrusi, è che i partiti in questa fase non siano in grado di dare vita a governi capaci di fronteggiare i problemi incombenti: irrobustire la ripresa economica in atto, tenere sotto controllo la pandemia, spendere in modo efficiente i fondi europei, fare le riforme necessarie eccetera.
Ciò ha a che fare con la seconda domanda: cosa distingue una buona da una cattiva politica? E perché sono (siamo) quasi tutti convinti che, non più tenuti a bada dall’intruso, difficilmente i partiti riuscirebbero a fare una buona politica?

Che cosa è una buona politica? È una politica in grado di mantenere un certo equilibrio fra la soddisfazione di interessi di breve termine e il perseguimento di interessi di medio-lungo termine. È una politica che rinuncia a consumare oggi tutte le uova disponibili (ne consuma solo alcune) in modo da avere qualche gallina domani.

Rating 3.00 out of 5

Una nemesi storica

giovedì, Gennaio 20th, 2022

Augusto Minzolini

Beppe Grillo vittima del grillismo. Viene quasi da ridere. Il fondatore e il suo braccio armato, cioè il comico e la Casaleggio Associati, sono incappati in una di quelle leggi indecifrabili, dai connotati misteriosi, inasprite dalla mente perversa di Alfonso Bonafede e compagni: il reato di traffico d’influenze. Siamo all’epilogo dell’apprendista stregone: Grillo che finisce nel mirino della magistratura, innescata dalla cultura giustizialista del suo Movimento. Oggi, giorno del 22esimo anniversario della morte di Bettino Craxi, che in vita fu uno dei bersagli preferiti del comico, si consuma una nemesi della Storia anche per la tesi accusatoria dell’inchiesta: il fondatore avrebbe favorito attraverso i suoi parlamentari gli interessi dell’armatore Vincenzo Onorato, suggerendo provvedimenti di legge ed emendamenti in cambio, secondo gli inquirenti, di un compenso. Di fatto uno dei meccanismi classici per cui la classe politica è stata messa alla sbarra nella Prima e nella Seconda Repubblica.

Roba da non credere. «L’Elevato» è stato inghiottito da quella palude che è al confine tra politica e società e che ha dato modo alla magistratura di aumentare la sua influenza. È la conferma che il tritacarne non finirà mai. Che una certa mentalità, che punta a «criminalizzare la politica» in tutte le sue forme, ormai è entrata nella cultura, o «subcultura», del Paese. Al punto che ne pagano il fio anche i «puri» di turno, quelli che hanno avuto la bella idea di creare un partito sul giustizialismo.

Questo magma culturale è il richiamo della foresta da trent’anni per certi mondi. Quelli che gioivano del linciaggio di Bettino Craxi e che ora, un po’ attempati, resuscitano l’anti-berlusconismo in tutte le sue forme, anche le peggiori, per bloccare la corsa del Cavaliere verso il Quirinale. Ma sono gli stessi che si sono scagliati contro Renzi o contro Salvini. Mondi che non hanno più seguito (le manifestazioni anacronistiche del Popolo Viola vanno deserte), ma che continuano ad avere peso nei media e, soprattutto, nel meccanismo mediatico-giudiziario che da decenni punta a condizionare il Paese.

Rating 3.00 out of 5

Quirinale, centrodestra prigioniero di ambizioni e ambiguità

mercoledì, Gennaio 19th, 2022

di Massimo Franco

A cinque giorni dal voto per il Quirinale la tattica dello schieramento sta diventando un rebus

desc img

La tattica del centrodestra sul Quirinale sta diventando un rebus. Un Matteo Salvini che l’altro ieri annunciava un proprio piano, ieri ha fatto sapere di essere «rassicurato» da Mario Draghi a Palazzo Chigi; ma anche di non essere «padrone del destino del premier». Non è chiaro a che cosa alluda la postilla: se a un benservito, o a una candidatura al Quirinale.

Quanto a FI, Antonio Tajani declassa a «posizioni personali» quelle di Vittorio Sgarbi, l’uomo incaricato da Silvio Berlusconi di chiamare i parlamentari ostili per convincerli a votare il Cavaliere; e che ieri ha ammesso: l’operazione «si è fermata».

A questo va aggiunta una precisazione dello stesso Tajani sul governo. Il coordinatore di FI sostiene che «nessun dirigente né Berlusconi hanno mai dichiarato di voler lasciare» l’esecutivo se Draghi va al Quirinale: ipotesi che invece era stata fatta circolare in precedenza. E intanto Giorgia Meloni, leader della destra d’opposizione, rivendica un ruolo da «king maker» .

La somma di prese di posizione così contraddittorie incoraggia una previsione: più aumenta la confusione nel centrodestra, più emergeranno di rimbalzo candidature diverse. Salvini assicura che il suo schieramento si presenterà compatto alle votazioni a Camere riunite. Ma non è chiaro a favore di chi, perché Berlusconi non si ritira ancora, pur tra perplessità palpabili; e i suoi alleati glissano.

È una confusione non solo tattica ma politica che il centrodestra condivide col M5S, il gruppo più numeroso e insieme il più diviso. I grillini non hanno un candidato e sanno di non poterlo avere, se non «di bandiera». Qualunque ipotesi avanzata dal leader Giuseppe Conte, peraltro, si scontrerebbe con la parte del M5S che fa capo al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

La prospettiva di dovere accettare e subire un’indicazione altrui è più che un’eventualità. E questo promette di avere conseguenze sulla tenuta del gruppo dirigente grillino, già squassato da tensioni vistose. Probabilmente occorreranno altri passaggi per capire la ricaduta finale di questa fase convulsa e inconcludente. Il profilo basso scelto di recente dall’ex presidente della Camera,

Rating 3.00 out of 5

Condividere un Presidente e salvare la legislatura, l’unica via d’uscita possibile

martedì, Gennaio 18th, 2022

Federico Geremicca

Un passo avanti ed uno indietro. Una svolta a destra e un’altra a sinistra. Spostamenti verso l’alto e poi verso il basso. E il risultato, a fine giornata, è sempre lo stesso: si è dove si era prima. Sì, l’autocandidatura a Presidente di Silvio Berlusconi sembra incamminarsi verso un imbarazzante tramonto: ma terrà comunque in ostaggio la cittadella politica per ancora qualche giorno. E soprattutto, tolto dal campo questo impiccio, sullo sfondo non si intravede uno straccio di soluzione.

La situazione è così confusa che più ancora che ad un labirinto fa pensare – ormai – al vecchio gioco dello Shanghai, dove se tocchi il bastoncino sbagliato perdi, e magari fai crollare tutto. Sono necessarie prudenza e pazienza. E allora: nel vecchio gioco del Quirinale – cioè nella partita in corso – da dove partire e qual è il bastoncino da non toccare?

Dopo troppe settimane passate a giocare con i nomi dei possibili presidenti, si è finalmente inteso che quella strada – con ognuno a insistere sul “suo” presidente: patriota, europeista, senza tessera del Pd… – non avrebbe portato da nessuna parte. Stavolta, infatti, il nome del Capo dello Stato va necessariamente calato in un contesto ampio, e non semplice da costruire. La novità è che le forze politiche sembrerebbero aver finalmente individuato il punto di partenza, la premessa, il bastoncino – insomma – da non toccare: che è la tenuta della legislatura e quindi del governo. Di questo o – più improbabilmente – di un altro governo.

Rating 3.00 out of 5

Il Cavaliere non è votabile, ora sul Colle vada il premier

martedì, Gennaio 18th, 2022

Massimo Giannini

L’incredibile pochezza dei sedicenti leader e l’insostenibile leggerezza dei presunti moderati trasfigura il Cav Berlusconi in Sir Winston Churchill. Anche nell’era della post-pandemia globale e della post-democrazia digitale, il demiurgo dell’antipolitica pre-sovranista e del tele-populismo analogico continua a essere la sola “figura adatta” della destra italiana. Sopravvissuto alle sue inverosimili disgrazie e ai suoi implausibili delfini, continua a tenere in catene i suoi alleati e in ostaggio il Paese. Diciamolo subito, per essere chiari: è grottesco, o addirittura pazzesco, ma tutto questo è assolutamente legittimo. Nulla osta alla sua ennesima “discesa in campo”.

Berlusconi è perfettamente candidabile. È candidabile sul piano giuridico. Pregiudicato, e condannato a quattro anni di reclusione per un reato assai grave, ha scontato la sua pena. Non in carcere, ma ai servizi sociali presso la struttura di Cesano Boscone. E la sua originaria “incandidabilità”, applicata in base alla legge Severino del novembre 2012 e scattata in seguito alla sentenza definitiva che lo ha riconosciuto colpevole di frode fiscale, è stata cancellata dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, che lo ha “riabilitato” nel maggio 2018. Ma è candidabile anche sul piano politico. È e resta il fondatore di un’anomala destra tricolore (a-repubblicana, a-fascista, a-europeista), che nel ’94 mescola il partito-azienda forgiato da Marcello Dell’Utri sulla rete Publitalia, i frammenti della diaspora democristian-socialista, gli ex missini lavati con l’acqua di Fiuggi e i padani di Bossi ripuliti da Miglio. È a sua volta portatore di un’anomalia gigantesca e irrisolta, il conflitto di interessi, incistato nella coalizione e introiettato dal sistema. Resta ancora il padre-padrone di un campo largo persino più anomalo – in cui convivono il governismo di ministri azzurri e cacicchi verdi, il nazionalismo dei leghisti salviniani, l’estremismo dei Fratelli meloniani – e tuttavia probabilmente maggioritario nelle urne. Lo dicono tutti i sondaggi, anche al netto delle potenziali e ulteriori annessioni di rito nazareno con quel che resta del partitino di Renzi.

Dunque, non è uno scandalo che oggi il Cavaliere, alla veneranda età di 85 anni, cerchi ancora una volta di far coincidere la sua biografia politica con quella dell’intera nazione. Di comprare grandi elettori e piccoli peones non più grazie ai bonifici dell’affarista Lavitola (come accadde ai tempi del senatore De Gregorio) ma ai buoni uffici del telefonista Sgarbi (come succede oggi con quella che è stata ribattezzata “operazione scoiattolo”). Di fulminare Draghi sulla via del Colle, minacciando di uscire dalla maggioranza “di unità nazionale” se l’attuale premier lascia il governo. Il vero scandalo è che glielo consentono i suoi alleati. Salvini e Meloni, figli irresoluti, non vogliono o non possono affrancarsi dall’abbraccio mortale dell’anziano genitore, e così ne assecondano i capricci senili. È grave se ci credono davvero, a dispetto delle chiacchiere vuote sullo “spirito Sassoli” che dovrebbe caratterizzare l’elezione no-partisan della figura chiamata a rappresentare tutti gli italiani e a perseguire il bene comune. Ma è grave anche se non ci credono, a dispetto dell’endorsement ufficiale, e magari si illudono di risolvere il problema lasciando che l’Autocandidato fallisca la compravendita nello squallido outlet del gruppo misto o vada a sbattere contro il muro nelle prime tre votazioni. In tutti i casi, sottovalutano le rovinose macerie che l’urto finirà per produrre. Sulla solidità delle istituzioni e sulla credibilità degli stessi partiti, sulla tenuta del governo e sulla vita quotidiana dei cittadini.

Rating 3.00 out of 5
Marquee Powered By Know How Media.