Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Draghi, primo obiettivo: vaccinare tutti

sabato, Febbraio 27th, 2021

di BRUNO VESPA

Giorno dopo giorno è sempre più chiaro che Mario Draghi ha come obiettivo primario la vaccinazione di massa il più presto possibile. Lo si è visto nelle ultime ore con due mosse: la ferma presa di posizione sui vaccini con la Commissione europea e la sostituzione alla guida della Protezione civile di Angelo Borrelli con Fabrizio Curcio. Borrelli, bravissima persona, aveva esperienza contabile e aveva dovuto cedere le armi a Domenico Arcuri. Curcio è un vigile del fuoco specialista in emergenze e questo lascia supporre un progressivo depotenziamento della struttura di Arcuri.

Né si può escludere una conversione italiana alla linea inglese (una prima dose per il maggior numero di persone) o che si arrivi perfino all’approvazione urgente da parte dell’ Agenzia italiana del farmaco di vaccini ancora non autorizzati dall’Agenzia europea, come suggerito ieri dall’ex direttore generale di Aifa, Luca Pani, sulla base di una norma del 2006.

Draghi deve muoversi su un binario molto stretto, mentre i contagi risalgono e i colori si accendono. Da un lato il rischio di nuove chiusure come quella delle scuole paventata ieri dal direttore generale della Prevenzione Gianni Rezza. Dall’altro la riapertura di cinema e teatri dal 27 marzo nelle zone gialle annunciato dal ministro Franceschini, nell’entusiasmo del settore, mentre Salvini e Zingaretti si scontrano sulla possibile riapertura serale dei ristoranti.

Le opinioni politico-sanitarie sono influenzate dalle turbolenze successive al completamento dell’assetto di governo con la nomina dei sottosegretari. Il Pd – che aveva soddisfatto le tre correnti con altrettanti ministri – ha dovuto rinunciare ad avere sottosegretari in un posto simbolico come l’Interno e ha ceduto con fortissimo imbarazzo l’Editoria a Forza Italia di Berlusconi. Salvini, spiazzato dalla scelta di ministri ‘dialoganti’ nella Lega, è stato risarcito con suoi uomini all’Interno, all’Agricoltura (a dispetto dei rispettivi ministri) e all’Economia. Il PD è lacerato per il sacrificio di pedine importanti come Misiani all’Economia e Zampa alla Salute: uno schiaffo a Prodi, quest’ultimo.

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Mamma la Dad

sabato, Febbraio 27th, 2021
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di   Massimo Gramellini

Sono completamente d’accordo a metà con la madre di Caserta che ha denunciato alla facoltà di Medicina l’esaminatore di sua figlia e promette esposti contro chi ha diffuso il video dell’interrogazione. Ciò che rende contemporanea questa scena è che si è svolta dentro i riquadri di un computer. La ragazza sbaglia una risposta e il professore esplode: «Al sesto anno parli ancora di divisione cellulare nel morto? T’hannà arrestà!». Appena la studentessa scoppia in lacrime, si materializza la madre: «Ci sono modi e modi. Mia figlia è esaurita». «Signora, è colpa mia se sua figlia si è esaurita? Deve andare a curare la gente, ma li ammazza!».

Capisco il cuore di mamma davanti alle lacrime della prole, ma anche lo scoramento del prof, che magari era alla decima interrogazione e non ne poteva più di ascoltare strafalcioni. Qui però entra in ballo il contesto: la didattica a distanza. Un rimprovero solo sgradevole a porte chiuse diventa violento in presenza di uno strumento capace di spararlo all’istante in tutto il pianeta. L’avvento della rivoluzione digitale ci obbliga a comportamenti irreprensibili, dato che ogni nostro gesto si trova potenzialmente sotto gli occhi del mondo. A meno che non si riesca a subordinare la circolazione delle immagini al consenso delle persone coinvolte. Perciò sono d’accordo solo a metà con la signora: ha fatto bene a denunciare i diffusori del video, non il prof esasperato. Lui, come la ragazza, merita una seconda occasione, possibilmente in presenza.

CORRIERE.IT

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Misure a confronto/Il governo del sociale con i criteri delle aziende

venerdì, Febbraio 26th, 2021

ALBERTO BRAMBILLA*

Globalizzazione, paesi senza rispetto dei diritti civili e sociali, migrazioni, dazi, disoccupazione, aumento della spesa assistenziale, aumento del welfare, rischi per la coesione sociale e investimenti socialmente responsabili con i criteri Esg. Che cosa hanno in comune tutte queste tematiche?

Apparentemente nulla, ma se ci soffermiamo a riflettere per qualche minuto,  scopriamo che questi temi sono fortemente legati tra loro e l’adozione da parte dei governi di scelte  politico-commerciali simili ai criteri Esg in uso per la valutazione e gli investimenti nelle imprese, farebbero fare un enorme salto di qualità al nostro modello sociale e di produzione. Imboccheremmo la “terza via”, quella del capitalismo solidale, una evoluzione dei modelli capitalisti e socialisti nelle loro varie declinazioni. Cosa sono i criteri Esg? Environmental Social Governance è l’acronimo di un metodo che è sempre più utilizzato nel settore degli investimenti finanziari per valutare l’impatto ambientale, sociale e di governance delle imprese nella gestione del loro business. Un criterio che consente di premiare con l’investimento solo le aziende che nello svolgimento della loro attività tutelano l’ambiente, rispettano i loro lavoratori, i fornitori, i clienti attraverso una gestione (la governance) socialmente responsabile e non basata solo sul profitto.


Se allargassimo la valutazione Esg non solo alle imprese ma anche ai governi dei vari Paesi che non rispettano l’ambiente, i diritti umani, i lavoratori e i loro cittadini, la società intera farebbe un enorme salto di qualità, con vantaggi sia per i cittadini dei Paesi che già li applicano ma anche per quelli dei Paesi che subiscono la privazione di quei diritti. Se poi l’azione fosse condivisa da tutta l’Europa nei confronti dei Paesi con cui si hanno robusti scambi commerciali, si risolverebbero anche gran parte dei problemi che abbiamo elencato quali migrazioni, disoccupazione, spesa e coesione sociale.
Facciamo qualche esempio. Nel mondo ci sono situazioni di gravi violazioni dei diritti e delle libertà civili e spesso, come accade in Birmania, Venezuela o Bielorussia a favore della “casta” dei militari o dei grandi proprietari terrieri o di vicini ingombranti come la Russia per la Bielorussia. Più vicini a noi i casi di Libia, Siria, Iran, Libano, gran parte dell’Africa sub sahariana o Afganistan.

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l subgoverno dei peggiori

venerdì, Febbraio 26th, 2021

ANDREA MALAGUTI

Siamo vittime di una distorsione ottica. Avevamo creduto al governo dei migliori, ci troviamo di fronte a un pericoloso ircocervo che prima ci ammalia e poi ci atterrisce. E’come se ogni cosa fosse fuori fuoco. Da un lato Draghi e i suoi tecnici superqualificati, algoritmi a sangue freddo apparentemente capaci di tutto, ma di discutibile empatia e abituati a fissare il nulla con un’espressione messa a punto negli anni, dall’altro gli ego arroventati e le competenze rudimentali di leader politici (absit iniuria verbis) che a meno di due settimane dall’insediamento del nuovo esecutivo extralarge hanno ripreso a gracchiare, insensibili al dovere del contenimento istituzionale. Un governo afflitto da un evidente disturbo bipolare. Dell’umore, del sapere e persino dell’essere.

Così, mentre Salvini e Zingaretti litigano sull’ipotesi di lockdown pasquale, come se non facessero parte della stessa squadra e fossero concentrati su una poco probabile (eppure spesso evocata) campagna elettorale estiva, la scelta dell’Armata Brancaleone dei sottosegretari solleva dubbi sugli orizzonti di un premier che è costretto ad accettare la convivenza tra la sua marziale task force da Recovery e il rumoroso pollaio che gli è cresciuto intorno. Draghi non ha i numeri per fare da solo, ma per quanto il panorama dei partiti sia sconfortante, aveva il carisma per fare di più. I profili dei sottopancia da ministero farebbero ridere se non fossero imbarazzanti. Non importa che Palazzo Chigi si affretti a prendere le distanze dai nuovi sottosegretari pretesi dalla politica. Anzi, è persino un’aggravante. Il governo, l’intero governo, dipende dal premier, risponde a lui, lo rappresenta e soprattutto ci rappresenta. L’ex numero uno della Bce ha poca dimestichezza con i social, ma se ieri avesse investito mezz’ora del suo tempo a leggere i tweet corrosivi dei connazionali, avrebbe capito in quale guaio si è ficcato. Stavolta non per colpa del veleno dei leoni da tastiera, ma della qualità sconfortante dei nuovi capetti di seconda fila.

La leghista Lucia Borgonzoni, dopo aver dichiarato di “non avere letto un libro negli ultimi tre anni” (era “Il Castello” di Kafka, se ha accettato l’incarico evidentemente non l’ha capito), che “il Trentino confina con l’Emilia Romagna” e aver pubblicizzato un comizio a Bologna con una foto di Ferrara, è stata rinominata sottosegretario alla Cultura. Fa ridere? E’ solo la punta dell’iceberg. Il suo compagno di partito, Rossano Sasso, dopo avere confuso Dante con Topolino (non con Shakespeare o Proust), è finito all’Istruzione (dove sennò?) e il pentastellato Sibilia, che ha definito Draghi un bankster, sofisticata crasi tra banchiere e gangster, è stato confermato agli Interni, forse perché agli Esteri, dopo aver messo in dubbio lo sbarco dell’uomo sulla luna, sarebbe stato considerato troppo competente.

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Il “Sistema” ora ha paura

giovedì, Febbraio 25th, 2021

Alessandro Sallusti

Per il Csm la figura del magistrato «è stata appannata dai suoi comportamenti», ma Marco Mescolini, fino a ieri procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, potrà continuare a fare il magistrato, con l’unica limitazione di non poter esercitare le sue funzioni nel distretto giudiziario di Bologna.

Capito come funziona l’organo di autogoverno della magistratura? Sarebbe come dire che un’ipotesi di reato – quale è quella contestata a Mescolini di aver rallentato indagini sulla sinistra e accelerato quelle su esponenti di centrodestra – vale non in assoluto, ma a livello territoriale. E anche se vogliamo limitarci alla «capacità dirigenziale» il discorso non cambia. Che Mescolini vada pure a fare danni altrove, perché non è che uno diventa meno fazioso o più capace solo perché, che ne so, da Reggio si trasferisce a Latina.

Non c’è verso di uscirne: il «Sistema» raccontato da Luca Palamara – dalle cui rivelazioni nasce il caso Mescolini – nell’omonimo libro-intervista con il sottoscritto, non molla di un millimetro la sua presa sulla regolare vita democratica del Paese. E non basta, a mio avviso, la logica spiegazione della spontanea autodifesa

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Contenuti a pagamento. Il primo passo dei giganti della Rete

giovedì, Febbraio 25th, 2021

di PIERFRANCESCO DE ROBERTIS

Facebook riconoscerà agli editori di tutto il mondo la somma di un miliardo di dollari diluiti in tre anni (820 milioni di euro) per lo “sfruttamento” delle notizie prodotte da editori e giornalisti, e sul quale il social Usa guadagna miliardi. Qualche giorno fa Google e Murdoch avevano reso noto un accordo commerciale in base al quale al grande editore australiano venivano riconosciuti i “diritti” sulle notizie che Google rilanciava dai media di Murdoch. Nelle settimane scorse sempre Google aveva raggiunto un’intesa con gli editori francesi, anche in questo caso per poter «utilizzare» le news contenute nei giornali e nei siti d’oltralpe.

Al di là dell’aspetto commerciale (probabilmente 800 milioni di euro triennali a livello mondiale a fronte dei miliardi di guadagno realizzato ogni anno sono pochissimi, una briciola) la decisione di Facebook e Google riconosce un principio importante, non solo e non tanto per gli editori, quanto per tutti i cittadini: l’informazione di qualità, quella che non si trova a buon mercato gratis in giro per la rete, si paga, come si paga ogni bene di qualità. Poco o tanto, ma si paga. E nonostante gli stessi Google e Facebook siano pieni di notizie, spesso piratate, spesso dragate a casaccio nei bassifondi del web, sono le notizie “verificate”, quelle trattate professionalmente, che fanno la differenza per gli stessi social che le utilizzano, e che pertanto vale la pena per loro rilanciare e di conseguenza pagare agli editori.

Dopo anni di ubriacatura da fake news e di disprezzo per qualsiasi tipo di intermediazione (citofonare Movimento 5 Stelle), ci si sta in sostanza accorgendo che il grande mercato dei falsi in rete era un danno per tutti. Se ne stanno accorgendo i lettori, sempre più stanchi di essere trattati come pecoroni e diventati ormai sospettosi di informazioni buttate là a casaccio, in cui il cittadino-lettore è il vero obiettivo “commerciale” di qualche lupo nascosto nel bosco; se ne stanno accorgendo i big tech, che non a caso si sono decisi a pagare, perché la richiesta per le notizie di qualità aumenta il loro stesso giro d’affari.

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La politica oscura di chi odia

giovedì, Febbraio 25th, 2021

di Angelo Panebianco

L’aggressione verbale di un professore universitario nei confronti di Giorgia Meloni, con connesso linguaggio da trivio, ci ricorda che la politica, oltre a un lato chiaro e pulito, ha anche un lato oscuro. Tenuto conto dei termini usati e dato che l’insultata è una donna, si può anche ritenere l’aggressione a Meloni un caso di sessismo. Ma sicuramente c’è dell’altro, di stretta attinenza con la politica. Escludendo tanto i professionisti, coloro che se ne occupano per mestiere, quanto i tantissimi che le prestano poca o nessuna attenzione, ciò che resta è una minoranza di cittadini che si interessa alla politica amatorialmente ma in modo continuo. Questa minoranza va divisa in due categorie. C’è la categoria di quelli che manifestano per la politica un interesse sano, non viziato da morbosità o da turbe di alcun genere. Sono coloro che, legittimamente, si sforzano di comprendere se e come la politica possa avere un influsso, positivo o negativo, sul loro Paese, su loro stessi, sui loro figli. Hanno ovviamente simpatie e antipatie partitiche o ideologiche. Apprezzano quello e detestano quell’altro. In ciò non c’è nulla da eccepire. C’è però anche una seconda categoria di persone che si interessa alla politica. Ne fanno parte individui, diciamo così, problematici. Sono coloro che usano la violenza verbale contro quelli che ritengono propri nemici politici. Sono gli odiatori in servizio permanente. Rappresentano il lato oscuro della politica. La loro aggressività, in certe circostanze, può anche tradursi in violenza fisica. In ogni caso, può innescarla e alimentarla. È questo il «vivaio» che fornisce la manovalanza che entra in azione tutte le volte che la politica attraversa una fase di forte turbolenza.

Si noti che, talvolta, ci si può anche imbattere in persone che all’inizio danno l’impressione di essere normalissime. Poi, a un certo punto, ti accorgi che c’è qualcosa che non va, il loro cervello, che sembrava ben funzionante, va in tilt appena si mettono a parlare di politica. Ricordo un tale, ad esempio, apparentemente sano di mente, che, alla fine degli anni Novanta, affermava che per lui tutti gli elettori di Forza Italia (stava parlando di milioni di persone) erano dei delinquenti e dei depravati. Egli era uguale in tutto e per tutto ad altri che, ai tempi della Guerra fredda, consideravano farabutti e assassini gli elettori del Partito comunista. Diciamo, per lo meno, che esistono casi borderline (non mi riferisco allo specifico disturbo così chiamato), persone a cavallo fra la categoria dei sani e quella degli insani.

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Covid, indicateci l’uscita

mercoledì, Febbraio 24th, 2021

di Beppe Severgnini

Minimizzatore, malato, guarito, ansioso, coraggioso, confuso, battagliero, sfortunato: Boris Johnson ha cambiato spesso idea sul Covid, lo scorso anno. In gennaio il Regno Unito ha registrato un picco di contagi, poi sono arrivate le vaccinazioni e la situazione è migliorata. L’irruenza e la spettinatura – «s» iniziale – sono rimaste uguali, ma il primo ministro ha potuto pronunciare parole confortanti, finalmente. Un esempio anche per noi?

Nel Regno Unito – la popolazione è di poco superiore a quella dell’Italia, 66 milioni contro 60 milioni – sono morte purtroppo 121 mila persone, a causa della pandemia. Si registrano circa diecimila nuovi casi al giorno. Ma un quarto degli abitanti – il 26,8%, per l’esattezza – ha già ricevuto la prima dose del vaccino, la campagna vaccinale procede speditamente e i primi risultati si vedono.

Non staremo a fare confronti sanitari con l’Italia. Non solo la Gran Bretagna è fuori dall’Unione europea. Ogni Paese ha difficoltà, forniture, sistemi e strategie diverse. Ma un confronto politico e psicologico si può e, forse, si deve fare. Boris Johnson, nel corso dell’ultima esternazione, ha detto che «un anno miserabile» – a wretched year – si avvia alla conclusione. In primavera e in estate, ha assicurato, le cose saranno «incomparabilmente migliori». Una previsione o solo una speranza?

L’uomo – intelligente – è un ottimista patologico, con una certa tendenza alla faciloneria: i connazionali, ormai, hanno imparato a conoscerlo. Consapevole di questo, il primo ministro, stavolta, è stato preciso: fino al 29 marzo si sta a casa, dal 29 marzo si potrà uscire e fare sport all’aperto, dal 12 aprile riapriranno i negozi non essenziali, le biblioteche, i musei e i giardini dei pub. Il 17 maggio si potrà tornare negli stadi di calcio e sarà possibile ritrovarsi per ascoltare un concerto. Il 21 giugno, tutto aperto. Si torna alla vita normale. Boris Johnson è un entusiasta che ama buttare il cuore oltre l’ostacolo? Certo. Potremmo aggiungere che la Gran Bretagna, nelle difficoltà, è coesa: da Brexit alla pandemia. Ma aver annunciato questo programma, tanto ottimista da apparire ingenuo, ha un merito: offre una prospettiva. Indica una direzione, alcune tappe, un arrivo. Le cose possono cambiare nel corso di una pandemia, ormai lo sappiamo: ma avere un obiettivo aiuta.

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Guarda e passa

martedì, Febbraio 23rd, 2021

Buongiorno

mattia feltri

A me Giorgia Meloni fa una simpatia irresistibile. La conosco da una vita, ci diamo del tu, quando ci incontravamo prima del Covid ci scambiavamo sorrisi e bei bacetti sulle guance e una volta che la intervistai in video per il sito della Stampa lei si raccomandò: vedi de nun mena’.

Figuriamoci, sono una persona animata dai sentimenti più nobili e squisiti, e se mi capita di biasimare Giorgia è per amore, solo per amore: di me e di lei. Oddio, in omaggio alla lingua della verità, ammetto che mi capita spesso di biasimarla. Confesso: mi capita sempre. La ascolto e penso due cose: prima, accidenti quanto è simpatica; seconda, accidenti non ne dice una giusta. Indugio sulla simpatia: mi è simpatica perché è tenace, battagliera, sa ridere, se ne fotte delle convenzioni, ribatte muso a muso e non per niente è una che ce l’ha fatta.

Però, nonostante io sia animato dai sentimenti più squisiti eccetera, sono anche un vile. Sono il più vile dei giornalisti attualmente iscritti all’Ordine. E dunque postillo sempre meno Giorgia Meloni perché da qualche tempo lei l’indomani mi manda degli sms vibranti dell’oltraggio subito, e io non sono capace di sostenerli, non ho la forza morale di accettare il dibattito, mi dolgo della piccola grande Giorgia allineata al lacrimificio twitterista e facebookista, in cui ognuno si scopre e dichiara preda dell’odio, e si edifica sul vittimismo e sul compatimento. Va bene Giorgia, quel tizio come un ragazzetto di strada ti ha dato della vacca e della scrofa, non dicendo nulla di te e tutto di sé, e non saprei che altro aggiungere, tantomeno una solidarietà per inerzia.

LA STAMPA

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Crisi Covid, le conseguenze asimmetriche

lunedì, Febbraio 22nd, 2021

di   Federico Fubini

Non tutti i Paesi reagiranno con la stessa prontezza. L’urgenza di agire: sul Recovery il nuovo governo ha già cominciato a muoversi

Noi italiani siamo fatti come siamo fatti: quando la situazione si complica, di solito operiamo un transfer sul singolo chiamato a turno a farsene carico. Prima gli scarichiamo tutta la responsabilità di tirarci fuori dai guai, abbandonandoci a lui (e ora infatti Mario Draghi trionfa nei sondaggi). Poi, non appena la realtà presenta il conto, frapponendosi fra noi e una soluzione magica dei nostri problemi, gli diamo anche le colpe non sue. Gli diamo le nostre.

Ovviamente non tutti i leader sono uguali, uno non vale uno e non tutti sono altrettanto inermi di fronte all’artrite dell’amministrazione, alla miopia dei capipartito o all’opportunismo dei capi locali. Avere Draghi e molti dei suoi ministri nelle stanze del potere non è come avere la galleria di improbabili che ci è scorsa davanti agli occhi da un po’ di tempo in qua. Ma proprio le vicende recenti stanno lì a ricordarci che fra gli italiani la gloria rischia di passare in fretta, quando invece sarebbe utile che restasse il più a lungo possibile almeno sotto forma di rispetto e comprensione. Perché le riforme e il rimettersi in marcia di una collettività nazionale dopo anni tremendi, la missione per cui Draghi è stato chiamato, non sono un ingranaggio meccanico: non bastano una legge fatta bene o una generosa decisione di spesa. Dev’esserci il coinvolgimento psicologico di coloro che ne ricevono gli effetti, anche dopo la luna di miele. Dev’esserci il senso di far parte di una comunità in cui ciascuno comprende di non poter di separare fondamentalmente la propria buona sorte dalle difficoltà di milioni di altri. In questo l’Italia presenta un ambiente impervio e sappiamo bene che questa cornice civica e culturale è proprio ciò che in una società evolve più lentamente. Non cambia in un anno o due, perché noi italiani siamo e restiamo spesso ambivalenti verso la nostra stessa nazione. La amiamo ma non ci piace, ci incute anche un po’ di paura e ci porta a tenere sempre aperta mentalmente una via di fuga personale dal retro. Li conosciamo bene i gesti di quell’illudersi di poter divorziare dall’Italia. Per i giovani è l’emigrazione, per i meno giovani il portare i soldi in Svizzera: quanti di noi lo hanno fatto o ci hanno pensato almeno per un giorno in questi anni?

Draghi mercoledì in Senato ha pronunciato un paio di frasi da cui si intuisce che ha perfettamente presenti questi temi: «La crescita di un Paese non scaturisce solo da fattori economici – ha detto –. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e speranze». Non è solo questione di sondaggi, ma di capire che – cittadini, partiti, istituzioni – che siamo davvero tutti sulla stessa barca e ci conviene remare tutti nella stessa direzione se vogliamo arrivare in acque più tranquille.

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