Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Il Conte Verde vuole debuttare anche in Europa

giovedì, Gennaio 26th, 2023

Alessandro Usai

Ci mancava il Conte verde. Dopo aver guidato un governo con la Lega e poi uno con il Pd, ecco la svolta ecologista del leader dei 5 Stelle. Cosa significhi essere ambientalista nessuno lo sa con certezza, ma pare vada di moda soprattutto nel campo del centrosinistra. In assenza di grandi idee o di valori condivisi da portare avanti, meglio il qualunquismo ambientale a tutti i costi. Basta dire no all’inquinamento e sì alla sfrenata ecologia e tutto passa. Così cosa c’è di meglio che professarsi genericamente difensore dell’ambiente? Chi non lo è in fondo, in linea di principio? Poi però bisogna saper fare i conti con la realtà perché senza il fossile le aziende e il Paese si fermano. Dettagli. Può far ottenere qualche voto in più quindi basta emissioni, stop al gas, viva il fotovoltaico, le pale eoliche, le auto elettriche e chi più ne ha, più ne metta. Viva le case green come vuole l’Europa. E pazienza se questa transizione ecologica debbano pagarla gli italiani di tasca propria. Chi ha i soldi per acquistare un’auto elettrica? Come si rinuncia al nostro modo di vivere, viaggiare, consumare seguendo una ideologia non applicabile nella vita di tutti i giorni? E poi, le batterie o i pannelli fotovoltaici, spesso cinesi, come si smaltiscono? Non inquinano? Problemi secondari. Difendiamo l’ambiente dagli speculatori. Hai la fortuna di avere una casa, magari comprata dopo tanti sacrifici? Ecco la sventura di doverla mettere a norma secondo i dettami di Bruxelles. In fondo, chi al giorno d’oggi tra rincari e stagnazione non ha 60 mila euro da investire sulla casa?

Ma il dado è tratto. Senza polifosfati. Viva il Green. Perché il verde sta bene su tutto. Giuseppe Conte è pronto a lanciare la nuova campagna con lo slogan «Green is the new black» ma forse è già stata parafrasata da altri. Intanto, Conte vola a Bruxelles per un grande progetto politico: l’ingresso del Movimento 5 Stelle nel gruppo parlamentare dei verdi europei. «A noi non interessa trovare una casa come se fosse contingente, a noi interessa un progetto politico, abbiamo chiaro il nostro». Meno male che Conte lo ha chiaro. Non ha però tenuto conto che sono i Verdi europei un filo scettici verso i magnifici 5 eurodeputati grillini, pronti a indossare la casacca ambientalista. Ma il Conte verde non molla e ha un sogno: leader dell’opposizione in Italia con una casa ecologista in Europa.

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Presidenzialismo o premierato, l’importante è la governabilità

giovedì, Gennaio 26th, 2023

Riccardo Mazzoni

La rilettura degli atti dell’Assemblea costituente sulla forma di governo offre ancora oggi spunti di estrema attualità, all’inizio di una legislatura che dovrebbe portare a termine le riforme istituzionali in agenda nel programma della maggioranza. Einaudi, ad esempio, spiegò che la Repubblica presidenziale funziona bene negli Stati Uniti perché là c’è il bipartitismo, e che in Inghilterra funziona altrettanto bene il regime parlamentare, perché anche lì ci sono (c’erano…) solo due partiti, e concluse che dove non esistono i due partiti, ma una pluralità, «uno sminuzzamento», non funziona bene né la Repubblica presidenziale, né quella parlamentare. Un parere condiviso dall’onorevole Lussu, il quale aggiunse una considerazione figlia della situazione dell’Italia nel secondo Dopoguerra: sussistendo il pericolo della guerra civile occorreva mettere alla testa dello Stato un uomo che cercasse di evitarla. Il dilemma dunque era lo stesso che si ripropone tre quarti di secolo dopo: quale delle due forme di Repubblica, presidenziale o parlamentare, è più idonea ad avvicinare l’Italia ai Paesi in cui la democrazia funziona da secoli? La scelta allora cadde sul parlamentarismo, ma l’ormai famoso ordine del giorno Perassi per evitarne le degenerazioni non è mai stato applicato, per cui la nostra è una storia, salvo rare eccezioni, di precaria governabilità e di crisi politiche frequenti.

Eppure, è dimostrato che una democrazia, per funzionare, deve saper dotarsi di un esecutivo stabile, e che – a proposito del bipartitismo di cui parlavano i padri costituenti – in Italia il tentativo di semplificare il quadro politico si è fermato, nella seconda Repubblica, al bipolarismo Berlusconi-Prodi, accompagnato però da una nascita esponenziale di partitini che grazie all’utilità marginale hanno sempre condizionato negativamente la vita dei governi. Quindi il problema resta lo stesso posto da Calamandrei alla Costituente: «Come si fa a far funzionare una democrazia che non possa contare sul sistema dei due partiti, ma che deve funzionare sfruttando o attenuando gli inconvenienti di quella pluralità di partiti la quale non può governare altro che attraverso un governo di coalizione?». La democrazia italiana, tra mille travagli, ha retto a prove anche durissime, ma nonostante nel corso degli anni sia apparsa sempre più urgente una revisione della seconda parte della Costituzione, i tentativi di modernizzarla sono sempre sistematicamente falliti. Ora il centrodestra, forte di un ampio mandato popolare, ci riprova con l’opzione presidenzialista, ma senza porre pregiudizi o preclusioni su altri modelli di riforma che mettano comunque i cittadini al centro delle scelte, attraverso un legame diretto tra voto e governo per superare definitivamente la stagione degli esecutivi di diretta emanazione quirinalizia o che hanno restituito centralità politica e ministeri a chi, come il Pd, ha sempre perso le elezioni.

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Europa e Stati Uniti, un fronte che resiste

giovedì, Gennaio 26th, 2023

di Paolo Mieli

Più che l’invio dei carri armati all’Ucraina quel che conta (e che irrita Mosca) è il valore simbolico del fatto che ancora una volta l’alleanza a sostegno di Kiev abbia tenuto

Non è vero che con il discorso pronunciato ieri sera dal presidente americano Biden e la decisione congiunta di Stati Uniti ed Europa di inviare in Ucraina — con modalità diluite nel tempo — alcune decine di carri armati di nuova generazione si sia saliti di un gradino sulla scala che porta alla guerra mondiale. Forse è stato consentito all’Ucraina di resistere ancora per l’anno in corso. Niente di più. Del resto, gli stessi russi minimizzano il potenziale impatto dei carri armati tedeschi e americani. In assoluto, quel che conta — e che irrita Mosca — è il valore simbolico del fatto che ancora una volta Stati Uniti ed Europa sono riusciti a restare assieme. E, se guardiamo indietro all’anno iniziato con l’aggressione del 24 febbraio 2022, ha del miracoloso che il fronte della Nato non sia inciampato nelle numerose pietre che ha incontrato sul suo cammino.

Allo stesso modo ha dello straordinario il fatto che il Parlamento italiano si sia impegnato a comportarsi nel 2023 negli identici modi degli undici mesi trascorsi. Certo, si è perso per strada il M5S. Ma Giuseppe Conte già a luglio provocò la crisi del governo Draghi per rimettere in discussione le modalità del sostegno italiano all’Ucraina.

Assai importante è invece che il Pd sia rimasto sostanzialmente sulle posizioni che ebbe l’anno scorso. E che sia rimasto compatto (con l’eccezione di qualche elemento proveniente dalla diaspora bersaniana). A Enrico Letta va riconosciuto il merito d’aver inchiodato saldamente il partito a posizioni atlantiche. Posizioni che, chiunque vinca al prossimo congresso, dubitiamo saranno tenute in vita con altrettanta convinzione. Nel Pd, al di là di chi sarà il prossimo segretario, avrà un peso maggiore la componente «filocontiana». E, ad ascoltare i rumori di fondo, appare possibile che prendano il sopravvento personalità più refrattarie a rinsaldare il rapporto con l’Alleanza atlantica. Tant’è che la questione del «pacifismo» (forse di proposito) è stata tenuta fuori — al di là di qualche cenno assai generico — dalla non breve campagna che porterà all’elezione del nuovo vertice.

Del resto, di posizioni pacifiste o sottilmente filorusse, ne sono emerse in tutta Europa. Anche negli Stati Uniti e in tutti i Paesi i cui governi, pure, hanno preso le parti dell’Ucraina. Una cosa assolutamente normale, fisiologica, del tutto prevedibile. Di più: ci saremmo preoccupati se avessimo ascoltato solo voci inneggianti alla guerra come capitò quasi ovunque nel 1914 alla vigilia del primo conflitto mondiale. Bisogna anche riconoscere che talvolta nelle argomentazioni dei predicatori che fin dal giorno successivo a quello dell’invasione russa hanno sostanzialmente suggerito a Kiev di arrendersi, si son potuti cogliere ragionamenti meritevoli di un qualche interesse e di essere pubblicamente discussi.

Ma solo in Italia questi ragionamenti sono stati poi accompagnati da espressioni di dozzinale dileggio nei confronti di Zelensky. Zelensky — secondo loro — altro non sarebbe che un disgraziato attorucolo, in cerca di visibilità, cinico, nemico — per convenienza — di ogni soluzione pacifica. Sono piuttosto i pacifisti di sinistra che volentieri hanno ripiegato su questo genere di denigrazione. Quelli cattolici — va riconosciuto — raramente hanno fatto ricorso all’oltraggio antizelenskiano. Ed è una differenza non trascurabile.

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Il secolo dell’Avvocato

mercoledì, Gennaio 25th, 2023

A vent’anni dalla morte Ezio Mauro racconta Gianni Agnelli. La figura dell’Avvocato ha attraversato il Novecento in tutti i suoi aspetti, qui ripercorsi in un viaggio tra fabbrica e politica, vicende personali e successi pubblici, Italia e mondo, ma che mantiene come suo centro Torino e la torinesità.

LA STAMPA

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La memoria da curare (sempre)

mercoledì, Gennaio 25th, 2023

di Ferruccio de Bortoli

La «giornata» è stata istituita soltanto nel 2000. Se dovesse trasformarsi in un esercizio rituale, di semplice buona educazione, non avrebbe senso

La memoria da curare (sempre)
Illustrazione di Doriano Solinas

La memoria è come un giardino. Va curata. Altrimenti si ricoprirà di erbacce. E i fiori dei giusti scompariranno. Divorati. Quei fiori sono persone che hanno lottato anche per la nostra libertà o hanno pagato, con la vita, per la sola colpa di essere nati. Quello che siamo noi oggi lo dobbiamo a loro. Se li dimenticassimo morirebbero una seconda volta. Ma, senza accorgercene, cominceremmo anche noi — fortunati cittadini di una democrazia e di uno Stato di diritto — a svuotarci di valori, a dare poca importanza al coraggio delle idee, al sacrificio personale per un bene collettivo, a impoverirci nella nebbia storica dei fatti. Inerti. Privi di vaccini per difenderci da nuove barbarie.

Liliana Segre è infaticabile nella sua testimonianza della Shoah. Una tragedia immane nella quale alcuni dei nostri antenati furono anche complici, al di là del racconto rassicurante, e a tratti eroico, degli «italiani brava gente». Ma le pagine buie le abbiamo rimosse. Per convenienza. Chissà che non ci fosse anche qualche nostro parente — che abbiamo certamente e giustamente amato — o loro amici, da quella parte? Magari nello spingere i deportati, ebrei, oppositori del regime, sui vagoni della morte; oppure facendo solo finta di non vedere, adattandosi. Chissà come ci saremmo comportati tutti noi nel 1938 davanti alla vergogna delle leggi razziali?

I camion che dal carcere di San Vittore — con il loro carico di vite, tra cui quella di Liliana Segre — diretti verso la Stazione Centrale, sfilarono in una Milano con le persiane chiuse. Ignara, impaurita.

Per quasi tutto il Dopoguerra, fino alla soglia di questo millennio, il sotterraneo della Stazione Centrale di Milano — che vide l’orrore della trasformazione delle persone in pezzi numerati, in oggetti di scarto — era ai nostri occhi un semplice deposito postale. Anonimo nella sua utilità. Nella città medaglia d’oro della Resistenza, pochissimi sapevano quello che era accaduto, lì nel cuore di Milano, sotto il piano dei binari calpestato in tanti viaggi di lavoro, svago, sogni e speranze. Da tutti. Nel nostro comodo oblio quei concittadini, che non erano più tornati, morivano ancora una volta nell’invisibilità della loro storia di ingiuste sofferenze.

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L’Europa rischia l’esclusione dal grande gioco africano

martedì, Gennaio 24th, 2023

di Federico Rampini

Riaffiora la vecchia retorica antioccidentale. Ne approfittano la Russia e la Cina, facendo incetta di appalti

L’Europa rischia l’esclusione dal grande gioco africano

È il momento dell’Africa: contesa da tutti. La missione di Giorgia Meloni in Algeria avviene mentre i leader del mondo intero corteggiano questo continente da Nord a Sud.

Tra le ultime visite importanti: il nuovo ministro degli Esteri cinese, quello russo, e la segretaria al Tesoro americana. L’Africa attrae per ragioni evidenti. Ha risorse naturali immense, dall’energia fossile alle rinnovabili, dai minerali all’agricoltura. Malgrado la nostra visione pauperistica e catastrofista, è un mercato in espansione. In un mondo dove la decrescita demografica è arrivata anche in Cina, è una delle aree dove la popolazione cresce ed è giovane. È una posta in gioco nella divisione del pianeta in aree d’influenza geopolitiche.

In Occidente fa scalpore l’annuncio di manovre militari congiunte tra Sudafrica, Russia e Cina. La marina militare di Putin vi manderà una nave armata di missili ipersonici dell’ultima generazione. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha visitato Pretoria prima di proseguire verso l’Angola e il Botswana. Il governo sudafricano giustifica le manovre militari come «una componente naturale delle relazioni tra Paesi amici». Queste relazioni si sono rafforzate dall’inizio della guerra in Ucraina. Nei primi mesi dell’aggressione russa il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa invocò un ritiro unilaterale di Putin e si offrì come mediatore. Poi ci ha ripensato.

Ora non solo il Sudafrica non aderisce alle sanzioni, ma critica le forniture di armi all’Ucraina e contesta che l’Occidente condanni la Russia ma non l’occupazione di territori palestinesi da parte d’Israele. È la vecchia retorica antioccidentale e anticoloniale che riaffiora come nella prima guerra fredda, quando il Terzo mondo sceglieva il «non allineamento» fra i due blocchi, e al tempo stesso simpatizzava con il comunismo sovietico considerandolo un alleato nelle lotte per l’emancipazione dell’emisfero Sud.

La Cina è la campionessa su questo terreno. Pur essendo una superpotenza economica e finanziaria, ormai la principale «banchiera» di molti Paesi africani, continua a presentarsi come un Paese emergente che sta dalla loro parte contro l’avido capitalismo occidentale. Non appena nominato, il nuovo ministro degli Esteri cinese Qin Gang ha scelto Addis Abeba come tappa del suo primo viaggio all’estero: capitale dell’Etiopia e anche sede dell’Unione africana. Poi ha proseguito in Gabon, Angola, Benin, Egitto. Tra i suoi slogan preferiti: «Questo sarà il secolo dell’Asia e dell’Africa».

La missione africana della segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, prende di mira l’espansionismo cinese. La Yellen denuncia le gravi difficoltà in cui versano quegli Stati come lo Zambia, eccessivamente indebitati con Pechino, e oggi alle prese con un creditore ben più esoso e rigido rispetto al Fondo monetario internazionale o alla Banca mondiale. La Yellen ha ragione, dallo Zambia al Ghana si allunga l’elenco di nazioni africane che scoprono l’altra faccia della «generosità» di Xi Jinping. Gli americani aggiungono che il titanico programma delle Nuove Vie della Seta (il nome ufficiale è Belt and Road Initiative) accumula errori e problemi. In quei mille miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali che la Cina ha disseminato nel mondo intero, ci sono opere pubbliche mal concepite, inefficienti, con danni all’ambiente, abusi contro i diritti umani. Tra gli esempi recenti vengono citate due dighe «made in China» lungo il corso del Nilo che attraversa l’Uganda: opere afflitte da una miriade di difetti di costruzione. Le critiche sono fondate però pochi altri soggetti si fanno avanti per contrastare la continua avanzata cinese in Africa, tant’è che il 60% degli appalti per infrastrutture africane sono in mano ad aziende della Repubblica Popolare.

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Il ritorno (dannoso) dei muri

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

di Danilo Taino

Ha iniziato Trump imponendo sanzioni e tariffe, Biden lo segue. Ora la Ue sta reagendo allo stesso modo

L’Occidente ha imboccato una strada che ha ottime possibilità di finire in un vicolo cieco. Improvvisamente convinti che la globalizzazione dell’economia sia finita — mentre non lo è, sta solo cambiando sentieri —, Stati Uniti e Unione europea si stanno chiudendo a fortezza nei rispettivi confini. Con la possibilità che si scontrino tra loro e con la certezza di mettersi contro il resto del mondo: non tanto la Russia e la Cina, che per cercare conflitti non hanno bisogno di stimoli occidentali, ma con Paesi che stanno emergendo in modo potente dal ridisegno delle rotte dell’economia dopo il Covid-19 e dopo l’invasione dell’Ucraina. Perché chiudersi all’India, alla Malaysia, a Taiwan, alle Filippine, alla Thailandia, al Sudafrica, al Messico?

Da Washington a Bruxelles, da Berlino a Parigi passando per Roma, il concetto che sta mettendo radici è «Politica industriale». È il ritorno di un’idea di economia che non era mai scomparsa ma che per tre-quattro decenni — appunto quelli della globalizzazione — è andata via via sbiadendo. Fondamentalmente, i governi americano ed europei intendono riproporre un intervento massiccio degli Stati nella gestione dell’economia: attraverso pacchetti di sussidi con i quali indicano quali settori e quali business devono essere privilegiati e in generale con politiche che puntano a dare una direzione alle scelte delle imprese (e spesso dei cittadini).

In passato, prima degli Anni Ottanta del secolo scorso, questo dirigismo ha forse prodotto qualche risultato, date le grandi quantità di fondi impiegati. Però, ha causato notevoli sprechi di denaro pubblico, allocato non sempre in modo produttivo (l’Italia ne sa qualcosa), e soprattutto ha frenato l’innovazione e la dinamicità delle imprese, attratte più dai finanziamenti di Stato che dal mercato.

Quando le barriere agli scambi sono cadute, quando i capitali hanno preso a muoversi liberamente per finanziare idee e opportunità, quando la tecnologia ha permesso un boom infinito di scambi di informazioni, le politiche industriali e il dirigismo hanno iniziato a declinare. Oggi, però tornano. Il Partito comunista della Cina in realtà non ha mai smesso di guidare l’economia. In Occidente, invece, ha iniziato Donald Trump con il protezionismo, imponendo sanzioni e tariffe, e Joe Biden lo segue con due massicce iniziative: 370 miliardi di dollari di sussidi alle imprese americane per investire soprattutto nelle auto elettriche (ma non solo) e cento miliardi per bloccare l’emergere tecnologico di Pechino. A questo, la Ue sta reagendo: teme che le imprese europee siano allettate dai sussidi di Biden e lascino l’Europa. A sua volta, dunque, si prepara a creare un fondo — o un fondo sovrano, secondo la presidente della Commissione Ursula von der Leyen — per sostenere le aziende del continente e non farle emigrare. Inoltre, la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, una liberale, si è detta (moderatamente) favorevole ad addolcire le norme che vietano gli aiuti di Stato — un pilastro del mercato unico — a patto che questi siano europei e non nazionali. In più, la Ue punta a una tassa «climatica» all’ingresso delle merci extra-Ue per prodotti realizzati con eccesso di emissioni serra, misura accusata di essere protezionismo mascherato dal resto del mondo. Parigi e Berlino guidano da tempo la battaglia a favore di questa svolta.

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Ecco perché è sbagliato rinunciare al 41 bis

domenica, Gennaio 22nd, 2023

Vincenzo Scotti*

Caro direttore, Roberto Saviano su La Stampa di martedì 17 obietta che l’“ergastolo ostativo”, al quale è stato sottoposto Messina Denaro, al pari di tanti altri boss della criminalità organizzata, “è oggettivamente una misura che contraddice la natura stessa della pena che serve a reinserire e non ad escludere” e ci ricorda anche che “l’ergastolo ostativo contraddice la natura stessa della Costituzione”. Saviano si inserisce in un dibattito anti 41 bis che ha ripreso forza da qualche tempo e si è allargato dopo la cattura del latitante di Castelvetrano. Già, dopo l’ultimo degli stragisti, Riina, la mafia aveva cambiato volto. Sarà forse un volto umano? Fosse così, certo, si potrebbero mettere finalmente da parte quegli articoli del codice, proposti con decreto legge da me insieme ai colleghi di governo, in cui non c’era solo il 41 bis ma un insieme di norme che completavano specificamente le leggi antimafia del 1991 e 1992 e consegnavano, soprattutto agli investigatori e ai magistrati, “strumenti” rivelatisi concretamente efficaci anche se rischiosi nella lotta alla mafia. In pratica agli uomini dello Stato veniva chiesto un prezzo altissimo: rischiare la propria vita.

In queste ultime settimane ho letto a proposito del 41 bis le stesse obiezioni e critiche che mi vennero rivolte in quei tormentati anni 1991-1993. Forse è il caso di chiarire come e perché si adotta quella misura. Quando sono diventato ministro, una delle questioni più urgenti da affrontare era quella del funzionamento della “macchina” del crimine. I boss mafiosi in carcere gestivano con estrema facilità tutti gli affari in contatto con l’esterno cioè con i capi delle cosche. Nei primi giorni di giugno del 1992 dovevamo dare una dura risposta alla mafia per la strage di Capaci. Il governo approvò un decreto legge, l’8 giugno, con un numero elevato di misure necessarie per rafforzare i poteri di indagine e di giudizio della magistratura e chiudere il cerchio delle norme antimafia. Alla riunione finale dei due ministri chiesi di affrontare la questione del rapporto tra mafiosi in carcere e fuori. La proposta fu quella dell’isolamento per impedire in ogni modo i rapporti tra i boss in carcere e quelli fuori, offrendo ai carcerati di scegliere tra collaborare e andare in isolamento.

Dibattiti di stagione, si dirà. La criminalità organizzata però non è un fatto di stagione. Lo stesso Saviano sottolinea che “nessuno può essere chiuso a chiave senza appello” e io sono d’accordo con lui. Se fosse vero che Messina Denaro, come dice lo scrittore, “è al corrente di molte cose” questa nostra legge gli dà opportunamente la possibilità di liberarsi dell’afflizione prevista dal 41 bis: basta che ci dica quelle “cose”. Questo vale per il fresco detenuto come per gli altri boss che popolano le nostre carceri. Il 41 bis è un chiavistello che costoro hanno in mano e se decidono di parlare serve ad aprire se non le porte del carcere almeno quelle che li separano dal mondo, in modo da rompere il circuito tra chi sta dentro da chi sta fuori che è appunto il fine di quella misura.

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Meloni, la mafia e la retrotopia dei garantisti alle vongole

domenica, Gennaio 22nd, 2023

MASSIMO GIANNINI

Aveva ragione Bauman: la civiltà occidentale soffre di “retrotopia”. Ha invertito la rotta e naviga a ritroso. Il futuro è un posto troppo incerto e inaffidabile, mentre il passato è uno spazio in cui le speranze non sono state ancora screditate. In Italia il fenomeno è persino più grave. La nostra retrotopia non è solo nostalgia: è anche il nastro della Storia che si riavvolge in continuazione, tra vecchi miti che vanno e vecchi fantasmi che tornano. Basta guardare i telegiornali, i siti e le prime pagine dei giornali di martedì scorso, per sentirsi risucchiati nella macchina del tempo, a fare i conti con un Paese spesso prigioniero di un passato che non passa. Matteo Messina Denaro che viene arrestato, Gina Lollobrigida che muore. L’Ultimo Padrino da una parte, l’Ultima Diva dall’altra. Stragi coppola e lupara di qua, pane amore e fantasia di là. L’Italia inchiodata ai suoi rituali e ai suoi clichè, a fare i conti con i crimini e i misteri di sempre, e a cercare conforto nella solita Grande Bellezza. Naturalmente e fortunatamente siamo molto di più di tutto questo. Ma l’impressione è che non si riesca mai a voltare pagina davvero, sospesi come siamo tra l’eterno ritorno dei peggiori e l’eterno riposo dei migliori.

A questa sensazione sgradevolmente passatista si aggiunge adesso un altro classico della Seconda Repubblica: lo scontro tra politica e magistratura. Un conflitto che ci portiamo dietro dai tempi di Tangentopoli e Mani Pulite. Un fiume carsico che ha rotto gli argini nel ventennio berlusconiano. Che si era inabissato dall’estate del 2013, quando il Cavaliere fu condannato in via definitiva ed “espulso” dal Senato.

E che adesso, con le destre nuovamente al potere, riemerge in tutta la sua truce virulenza. Perché? A chi giova riaprire le ostilità in questo momento, destabilizzando un esecutivo nato solo da tre mesi e rimettendo nel mirino un potere dello Stato che insieme alle forze dell’ordine ha appena dato prova della sua competenza e della sua efficienza?

La domanda va rivolta alla presidente del Consiglio. Il giorno stesso dell’arresto di Messina Denaro, Giorgia Meloni è corsa a Palermo a festeggiare. E ha fatto bene, perché siamo tutti felici che finalmente sia finito nelle patrie galere un mafioso assassino, responsabile delle mattanze di Capaci e di Via D’Amelio e degli attentati del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Sorvoliamo pure su qualche scivolata della premier, che ha nuovamente ceduto al complesso dell’underdog, e accusando un’imprecisata “opposizione” di non voler gioire dell’arresto del super boss siciliano. Come se non fosse possibile esultare per questo successo dello Stato, ma al tempo stesso chiedersi perché ci sono voluti trent’anni a incastrare “u Siccu”, nascosto non nelle grotte afgane di Tora Bora, come Bin Laden, ma in un paesello di undicimila anime a un tiro di schioppo da Trapani. E come se fosse vilipendio per le istituzioni compiacersi per l’esito felice della cosiddetta “Operazione Tramonto”, ma al tempo stesso ricordare tutti i segreti mai svelati sulle coperture di Cosa Nostra, dall’agenda rossa di Borsellino al papiello di Riina, dalle relazioni pericolose del generale Mori ai mancati arresti di Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano. Lo spirito di rivalsa meloniano lo tradisce un titolo di Libero: “La sinistra rosica”. È inventato, sia perché nessuno ha rosicato sia perché la sinistra non ha più la forza di fare neanche quello. Ma è utile a svelare la cifra politico-culturale dei nuovi patrioti, sempre a caccia di un nemico anche quando non esiste. Arrivati al governo, si comportano come quando sfilavano nei cortei del Fronte della Gioventù, “reietti” dell’arco costituzionale.

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Quelle vite spezzate che non vediamo più

sabato, Gennaio 21st, 2023

Marco Revelli

«Saranno state le dieci, le dieci e un quarto, Metello affondava la cazzuola nella calcina, quando sentì un urlo, che durò un baleno e fu sepolto dal tonfo di un corpo andato a schiacciarsi sulla massicciata. Quinto Pallesi era precipitato dall’impalcatura». È un passaggio cruciale del grande romanzo sociale di Vasco Pratolini, che segna una svolta nella vicenda del protagonista. Da allora la morte sul lavoro o “per lavoro” ha fatto la sua comparsa carsicamente, nella letteratura d’impegno del nostro Paese. Si pensi al furibondo, blasfemo, durissimo “Il nemico” (2009) di Emanuele Tonon, sulla vita invivibile di Settimo, destinato a morire soffocato, trovandosi i polmoni intasati di polvere di legno, quella stessa “che ha inalato per trentaquattro anni” nella fabbrica-mostro del Nordest. O a “Veleno” (2013) di Cristina Zagaria, sulla strage quotidiana che silenziosamente si consuma all’Ilva di Taranto, per molti versi parallelo ad “Amianto”. Una storia operaia (2014), il romanzo famigliare in cui Alberto Prunetti ripercorre la storia del padre, metalmeccanico saldatore che aveva lavorato in tutte le fabbriche più contaminate, da Piombino a Taranto, da Busalla a Casale Monferrato con la famigerata Eternit. Per non parlare dello splendido e terribile poemetto in versi liberi di Giorgio Luzzi sul “Rogo alla Thyssen-Krupp”, utilizzato poi come libretto dal compositore Adriano Guarnieri per un’opera dal titolo diverso, “Lo stridere luttuoso degli acciai” (regia di Alberto Jona).

In tutte queste opere la morte sul lavoro appare indissolubilmente legata alla persona del lavoratore, figura in carne e ossa, e per questo assume il carattere dello “scandalo” che le compete: segna una fine irrimediabile, lo spezzarsi di una biografia personale, e apre – nel lettore – un percorso di riflessione e di ricerca sul “senso” dell’accaduto. In tutti questi casi la morte rimane una ferita aperta, cui si associa un moto di rabbia e di rivolta. Nella statistica che invece si dipana, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, nella cronaca ormai atrocemente ripetitiva che segna il presente, tutto questo si perde. Nella sola giornata di ieri due lavoratori sono morti, a Roma e a Brescia, quasi nello stesso modo: schiacciati dal carico che avevano trasportato. L’incidente bresciano è avvenuto nello stesso momento in cui, a poca distanza, si stava celebrando il funerale di un’altra vittima del lavoro: un operaio di 28 anni morto dilaniato dal nastro trasportatore a fianco del quale lavorava. Nei primi tre giorni del 2023 sono state 7 le vittime sul lavoro. Nel 2022 gli incidenti mortali erano stati 1006, in crescita rispetto al 2021 del 18% per i maschi e addirittura del 49% per le donne. Le denunce di infortunio avevano raggiunto la cifra impressionante di 652.002, il 30% in più rispetto all’anno precedente. Numeri da stato di guerra, che tuttavia si scolorano e affondano nel mare opaco della statistica, perdendo il loro vero significato.

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