Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Le riforme un passo alla volta

giovedì, Settembre 24th, 2020

di Antonio Polito

La senatrice Barbara Lezzi, per rimarcare la portata della sconfitta dei Cinquestelle alle regionali, ha detto al Corriere: «È un disastro, il 70% che ha votato Sì al referendum non ha votato per noi». Dalla parte opposta Carlo Calenda, leader di Azione, ha scritto che il 30% di No sono altrettanti elettori «in cerca di rappresentanza politica», ovviamente proponendosi per rappresentarli. Quattro anni fa, di fronte alla sconfitta del suo progetto di riforma costituzionale, Matteo Renzi si consolò individuando nel 40% di chi aveva votato Sì una base politica da cui poter ripartire. Non andò così allora, non andrà così adesso. Ma l’antico vizio di confondere i risultati dei referendum con il consenso politico è difficile da estirpare. Colpa anche un po’ nostra, di noi commentatori, che tendiamo spesso a trascurare il merito della domanda posta agli italiani e della risposta da loro espressa, per concentrarci invece sui (presunti) significati politici. Invece è possibile individuare nei comportamenti degli elettori in materia costituzionale una coerenza, un filo rosso, che può tornare utile a chi volesse ricominciare a tessere la tela dell’aggiornamento della Carta. Consiste in questo: dicono di solito No a una Grande Riforma, mito ormai quarantennale della politica italiana, cioè a un radicale rifacimento della nostra democrazia; ma possono dire Sì a una Piccola Riforma, cioè a interventi mirati, comprensibili nella loro semplicità, chirurgici, che cambiano un connotato senza stravolgere il volto.

Si è detto che la riforma di Berlusconi e quella di Renzi furono duramente bocciate nei rispettivi referendum per via dell’«antipatia» politica che al momento del voto riscuotevano i due proponenti. Il referendum del 2006 si svolse poche settimane dopo la sconfitta del centrodestra alle elezioni politiche. Quello del 2016 servì a mettere fine al governo di Renzi. Non c’è dubbio che il clima politico influì. Ma forse ancor di più contò il fatto che entrambi i progetti vennero presentati dagli avversari e considerati dalla maggioranza degli italiani come un salto nel buio. Spaventarono gli elettori. I quali ritennero più saggio fidarsi dei padri costituenti, che dei politici del momento.

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L’indifferibile necessità di una destra liberale

giovedì, Settembre 24th, 2020

Per un residuo di senso del ridicolo, e considerati i precedenti, non parlerei di rivoluzione liberale. Oltretutto che liberali in Italia si dicono in molti, ma lo sono in pochi, e però il risultato del referendum e delle elezioni regionali non annunciano la fine del sovranismo e del populismo – lo spiega bene oggi Giovanni Orsina sulla Stampa – ma ne segnalano difficoltà e limiti non da poco.

A sinistra, con prudenze qui e là sovrabbondanti – e al prezzo di riforme pessime, come il taglio dei parlamentari praticato con denti aguzzi, o agghiaccianti, come il sequestro dei cittadini attraverso processi senza prescrizione, o come il totalitario annullamento della loro privatezza confiscata via trojan – il Pd è riuscito a portare i cinque stelle dai gilet gialli ad Angela Merkel. A pensarci vien quasi da ridere: da uscire dall’euro subito, slogan dei bei tempi piazziaioli, a prendersi gli euro subito, nella quantità di 209 miliardi. E il premier espresso dal grillismo, Giuseppe Conte, che diventa la marmorea garanzia del nostro ormai irrinunciabile europeismo. Non è poco. Restare agganciati all’Europa non è garanzia soltanto per i conti.

Ma a destra? Il lento, lungo, a questo punto esasperante declino di Forza Italia non è una giustificazione per il silenzio dei liberali, chiamiamoli così, dei cattolici adulti, dei post socialisti, o per accontentarsi di qualche voce solitaria spersa nel chiasso. Non ha nessun senso restare a ruota del sovranismo salviniano e meloniano, replicare le dinamiche fiacche del bipolarismo destra/sinistra: qui si è saldi nell’opinione che il nuovo bipolarismo è fra chi considera le istituzioni il luogo sacro, al di là di chi le abita, della democrazia liberale occidentale, e chi le considera lo sfondo per il selfie. I tanti, a destra, esausti dello strepito antieuropeista (noi siamo parte, non controparte dell’Unione, la soluzione è tutta lì), della desolante retorica autarchica, dell’uso feroce e propagandistico dell’immigrazione, del rinfocolamento programmatico delle paure popolari, della promozione della giustizia come strumento di vendetta e afflizione retributiva, dello Stato onnivoro e onnipresente, compreso lo Stato imprenditore, i tanti convinti che la globalizzazione non è una scelta, ma una condizione irrimediabile e dunque irrinunciabile, e va governata perché rifiutarla è una fantasia da imbonitori, convinti che i vari pistoleri della democrazia, da Putin a Orban a Erdogan a Xi Jinping, vanno tenuti il più possibile alla larga, ecco, tutti questi hanno spazi non ancora maggioritari ma immensi e, senza metterla giù troppo dura, hanno anche qualche dovere.

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Migranti e Ue, così l’Italia paga il conto del Recovery

giovedì, Settembre 24th, 2020

di RAFFAELE MARMO

Doveva essere l’occasione per il superamento delle trappole del Trattato di Dublino sulla gestione dell’immigrazione. E, invece, il nuovo Patto su asilo e migrazioni, proposto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, rischia di rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, l’ennesimo compromesso al ribasso ai danni dell’Italia. E, dunque, tradursi in un esito gattopardesco per consentire al nostro governo di dire che tutto cambia senza che niente cambi davvero. Ma potrebbe essere anche qualcosa di peggio: una merce di scambio per i miliardi che ci sono stati attribuiti con il Recovery Fund. Una contropartita per quello che incasseremo.

Insomma, nella ipotesi di cambiamento presentata a Bruxelles si passa dall’assenza di vera solidarietà tra gli Stati dell’Unione a una sorta di cooperazione à la carte, senza obblighi di ricollocamenti per i migranti che arrivano nel nostro Paese. E, anzi, con oneri rafforzati per gli Stati di primo ingresso. Diciamolo: la soluzione Von der Leyen, sbandierata come il superamento di quella di Dublino, non è neanche un passaggio intermedio verso un assetto più solidale nell’affrontare l’emergenza immigrazione. E’ solo una versione edulcorata della responsabilità quasi totale sul destino del migrante che il vecchio (ma attualmente in vigore) accordo assegna allo Stato del primo ingresso.

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Masticare l’italiano

mercoledì, Settembre 23rd, 2020
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di   Massimo Gramellini

Della truffa del calciatore Suarez, promosso in italiano senza spiccicarne una parola con la benedizione e addirittura i ringraziamenti del Rettore, mi ha sorpreso soltanto la rapidità, davvero insolita, dell’inchiesta. Il resto era tutto prevedibile, a cominciare dalla spregiudicatezza di chi mette sempre il fine davanti ai mezzi, per finire con la connivenza compiacente e compiaciuta degli esaminatori, talmente sfacciati nella propria rivendicazione di impunità da ridurre a una manciata di minuti una prova che, nella versione non farsesca riservata ai comuni mortali, dura molto di più. Potrei fingermi sconvolto per la giustificazione che si ascolta nelle intercettazioni («Con uno stipendio da dieci milioni l’anno, deve passarlo per forza»), ma basta andare sui social per leggere decine di commenti che la ritengono assolutamente plausibile: evviva se a prendere la cittadinanza è un ricco & famoso «che mastica l’italiano dai tempi del morso a Chiellini» (complimenti al battutista che l’ha scritta su Twitter), perché costui spenderà qui i suoi soldi e farà girare la nostra economia; se invece a prenderla è un ignoto poveraccio, che magari è in Italia dalla nascita e parla la lingua di Dante meglio di un ministro, allora è un guaio perché dopo ci toccherà pure mantenerlo. Quanta ipocrisia in chi predica da tutti i pulpiti che la fama e il denaro non sono poi così importanti, e intanto scrive regole che valgono solo per chi non è abbastanza ricco e famoso da poterle violare.

CORRIERE.IT

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Il dopo Covid è un’occasione per rilanciare la scuola

mercoledì, Settembre 23rd, 2020

di Mauro Magatti

Buona parte dell’estate è stata spesa a discutere della riapertura della scuola. E finalmente, dopo mesi di incertezze e discussioni, gli studenti sono tornati in classe. I problemi certo non sono finiti. Sarà una battaglia. Ma al di là di tutto, un obiettivo è già stato raggiunto: dopo anni di trascuratezza, il Covid ha riportato alla ribalta la scuola. Oggi c’è più consapevolezza che senza una buona offerta formativa non c’è futuro. Una nuova sensibilità filtrata fin dentro le linee guida approvate dal governo per il Recovery Plan, dove «istruzione e formazione» costituiscono una delle sei macro aree su cui si intendono spendere le risorse in arrivo dall’Europa (le altre sono: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica e rivoluzione verde; infrastrutture per la mobilità; equità, inclusione sociale e territoriale; salute).

Un ottimo proposito. Come un aereo, una società avanzata si regge solo su due ali: l’infrastruttura tecnica e la qualità delle sue persone. La realtà però è un’altra: in questo campo, infatti, abbiamo accumulato un grave ritardo. Nella fascia d’età 25-34 anni, il 44% ha una laurea, ma siamo comunque indietro: in Corea sono al 70% e in Canada e in Irlanda al 60%. Soprattutto siamo ancora lontani da un livello accettabile di efficacia del percorso scolastico: ancora oggi uno studente italiano su quattro non raggiunge il livello 2 di competenza in lettura, che significa riuscire a identificare l’idea principale in un testo, trovare informazioni basate su criteri espliciti, e riflettere sullo scopo e la forma del contenuto proposto (dati test Pisa).

Va male anche per le competenze digitali dove, nel 2018, l’Italia si piazza quart’ultima fra i Paesi dell’Unione Europea (seguita solo da Bulgaria, Grecia e Romania). Si stima che, ad oggi, il 40% dei lavoratori non è nelle condizioni utilizzare in modo efficiente gli strumenti digitali.

Nonostante questi dati, da anni stiamo disinvestendo: secondo Eurostat, nell’ultimo decennio la nostra spesa in istruzione (dalla scuola dell’infanzia all’università) è diminuita ponendoci all’ultimo posto in Europa rispetto alla spesa pubblica totale (circa l’8%, più o meno quanto spediamo per gli interessi sul debito) e al quintultimo posto rispetto al Pil (meno del 4%). Con il Nord — in primis la Lombardia — che ha dati peggiori del Sud. Né le cose vanno meglio se guardiamo il mondo delle imprese, dove la voce formazione dei dipendenti rimane più bassa della media dei paesi Ocse. Senza dir nulla poi del nodo irrisolto della formazione professionale e della difficoltà nell’avvicinare il pensare con il fare.

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Il Pd, il M5S, il governo: due messaggi dalle urne

martedì, Settembre 22nd, 2020

di Massimo Franco

Il sopravvissuto solitario delle Regionali è il politico che fino a ventiquattr’ore prima veniva indicato come il capro espiatorio di una disfatta data per quasi certa. Da agnello sacrificale, bersagliato dalle opposizioni e insidiato dall’interno della coalizione di governo, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti riemerge dalle doppie urne con le stimmate del quasi vincente dell’alleanza giallorossa. Ha perso una regione, le Marche, ma ha tenuto Toscana, Puglia e Campania. E questo, politicamente e psicologicamente, basta e perfino avanza per accreditare un successo: tanto più con una partecipazione superiore alle attese e alla paura del Covid. Il Movimento Cinque Stelle naturalmente gioisce per il quasi 70 per cento ottenuto dai Sì al taglio dei parlamentari, col 53,84 di affluenza. Ma solo per quello, e con un’enfasi tipica di chi deve nascondere l’altra faccia della medaglia del 20 e 21 settembre. Ormai, a livello elettorale naviga al confine di percentuali a una cifra: almeno sul piano locale. E, quel che è peggio per i seguaci di Beppe Grillo, il Movimento appare ininfluente per far vincere o perdere lo schieramento di governo. Per paradosso, nell’unica realtà in cui hanno presentato un candidato comune, la Liguria, M5S e Pd hanno perso: come era accaduto nove mesi fa in Umbria.

La promessa di passare adesso alla riduzione degli stipendi di deputati e senatori suona soprattutto come un omaggio stanco a un populismo a caccia di argomenti «facili». È anche il tentativo disperato di offrire un’unità di facciata da parte di una forza percorsa da tensioni scissionistiche potenti. I peana alla portata «storica» del risultato e, in parallelo, la raccomandazione dell’attuale capo politico, Vito Crimi, a «non commentare i risultati parziali» prima che «venga indicata la linea ufficiale del M5S», mostrano una discrasia vistosa.

Non solo. Ammettendo che le Regionali «per il Movimento potevano essere organizzate con un’altra strategia», il ministro degli esteri grillino Luigi Di Maio sfiora il tema della sconfitta; e anticipa un’inevitabile resa dei conti interna. Ma per il governo l’esito è una boccata di ossigeno dopo una lunga, timorosa apnea. La somma tra Sì al referendum e tenuta del Pd può far riemergere Giuseppe Conte dall’assenza studiata nella quale si era immerso nelle ultime settimane: un tentativo di sottrarsi ai contraccolpi di un indebolimento non avvenuto di Pd e M5S, dopo che aveva invocato invano un’alleanza tra dem e grillini nelle regioni.

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Elezioni regionali 2020, il Pd brinda solo. Sconfitto il patto con i 5 Stelle

martedì, Settembre 22nd, 2020

di RAFFAELE MARMO

Nicola Zingaretti ha sicuramente buoni motivi per festeggiare. A rischio era la sua leadership, ma per una serie di combinazioni per lo più non derivanti da suoi meriti, può rimanere saldo in sella. Vincenzo De Luca, Michele Emiliano e il risultato della Toscana hanno salvato il Pd e il suo segretario dal rischio di una rovinosa caduta. Il paradosso, però, è che le vittorie dei democratici sono arrivate proprio laddove non c’era nessuna alleanza con i grillini. Anzi, laddove c’era aperta contrapposizione. E, al contrario, in Liguria ma anche nel collegio senatoriale del Nord Sardegna, il patto Pd-5 Stelle è stato sconfitto nelle urne.

Eppure, Zingaretti continua a sostenere la prospettiva di un accordo stretegico con il Movimento. Ma se la retorica pubblica appartiene ai riti delle dichiarazioni post-elettorali a caldo, quello che conterà davvero sarà la sostanza delle decisioni delle settimane che verranno. In che modo, insomma, lo stato maggiore del Nazareno farà valere il radicale cambio di equilibrio e di forza nella maggioranza certificato dal voto popolare?

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Elezioni regionali 2020, cambia tutto. Zaia e Toti danno le carte

martedì, Settembre 22nd, 2020

di GABRIELE CANE’

Stavolta, comunque la rigirino, non è andata bene. Ci sarà la conquista delle Marche (non poco!), il buon risultato in Valle d’Aosta, una Ceccardi che risale la china spaventando Giani in Toscana. Ci saranno buoni esiti locali. Ma tirate le somme, il bilancio del centrodestra ha un segno meno. Sia in termini assoluti, sia soprattutto in confronto alle aspettative che in politica valgono ancora di più.Sono in rosso i partiti, che non sfondano, e pure i leader che restano in una palude in cui non si capisce bene chi esca più forte degli altri, perché quasi tutti sembrano uscire un po’ più deboli di prima.

Non c’è effetto Berlusconi post San Raffaele, non c’è effetto Salvini azzoppato dalla seconda sconfitta post Papeete, ci sono chiari sintomi di crescita della Meloni che vanta il successo di Acquaroli, ma si carica sulle spalle la Caporetto di Fitto. Ora, è probabile che nulla sarà più come prima: Zaia che prende con la sua lista il triplo dei voti della Lega, sente già stretto l’abito del governatore; come Toti che ha riconquistato la Liguria.

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La Rossanda, le Br e l’album di famiglia

lunedì, Settembre 21st, 2020

di MICHELE BRAMBILLA

Ogni volta che si parla delle Brigate Rosse – e m’è capitato, solo questa settimana, ben due volte, a Bologna e a Forlì – c’è sempre qualcuno che sostiene la seguente tesi: le Br in realtà erano la longa manus della Cia, della polizia e dei carabinieri, della Dc e del Vaticano. Questa tesi, sostenuta dalla sinistra negli anni Settanta, oggi è curiosamente abbracciata anche da molti che non sono di sinistra, ma che hanno un certo compiacimento nel vedere ovunque il mistero, il complotto, le trame oscure. A tutti costoro rispose già in diretta Rossana Rossanda, la giornalista e intellettuale di estrema sinistra morta ieri a 96 anni.

Nel 1978, quando ancora molti chiamavano “sedicenti” le Br, Rossana Rossanda scrisse sul “manifesto” un memorabile articolo in cui diceva che, leggendo il linguaggio dei sequestratori di Aldo Moro, si riconosceva evidente il marchio di un album di famiglia: quello del comunismo italiano, soprattutto della parte più stalinista. Quando poi cominciarono gli arresti dei brigatisti, l’appartenenza a quell’album di famiglia risultò ancor più chiara. Rossana Rossanda era una comunista convinta ma eretica, e poteva permettersi di contraddire la colossale rimozione che la sinistra italiana aveva fatto del terrorismo rosso. Perché il punto è questo: nella sinistra italiana (una sinistra democratica, legalitaria, sicuramente pacifista) non si volle accettare l’idea che qualcuno avesse potuto scegliere la lotta armata.

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Caso Palamara: quanta fretta al Csm

lunedì, Settembre 21st, 2020

di Paolo Mieli

In principio fu, la sera dell’8 maggio 2019, un incontro malandrino all’Hotel Champagne di Roma. C’erano cinque magistrati che, assieme ai deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri, discussero in modo probabilmente improprio di nomine ai vertici di importanti procure. Di lì in poi un curioso trojan — che intercettava con modalità intermittenti — mise agli atti una gran quantità di altrettanto impropri scambi d’opinione, tra Palamara e altri suoi amici togati. Ne nacque una tempesta. Oltre un terzo dei consiglieri del Csm dovette lasciare l’incarico allorché furono riconosciute le loro voci captate dal trojan. Alcuni, non identificati, tremano tuttora. Ascoltate le registrazioni, il magistrato Nino Di Matteo disse che quel modo di trattare sottobanco l’affidamento di incarichi gli ricordava i «metodi mafiosi». Un suo collega, Giuseppe Cascini, osservò che mercanteggiamenti del genere gli facevano tornare alla mente «i tempi della P2». Sembrava fosse giunta l’ora del giudizio universale. Ma siamo pur sempre in Italia e, a poco a poco, abbiamo dovuto arrenderci alla costatazione che si è proceduto (e si procederà) alla maniera di sempre. E che a pagare il conto per quei tramestii sarà il solo Luca Palamara, ex potentissimo capo dell’Associazione nazionale magistrati, ora abbandonato da tutti (quantomeno dagli ex colleghi). Per quel che riguarda poi l’annunciata riforma di purificazione della magistratura che, dopo la scoperta di quel verminaio, sembrava improcrastinabile — pulizia che fu sollecitata in più occasioni persino dal Capo dello Stato — se ne sono perse le tracce.
Nel procedere contro Palamara gli ex colleghi del Csm per un bel po’ di tempo se la sono presa comoda. Più che comoda. Adesso invece, all’improvviso, mostrano di aver fretta e di voler giungere rapidissimamente alla sentenza che segnerà la conclusione del procedimento disciplinare contro di lui. Si tratterà quasi sicuramente di un verdetto di condanna che porterà, con identica probabilità, alla espulsione di Palamara all’ordine giudiziario. Allo stesso modo con cui lo stesso Palamara è stato cacciato dall’Associazione nazionale magistrati.

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