Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Perché ci serve il gendarme Usa

giovedì, Giugno 30th, 2022

Nathalie Tocci

Il vertice Nato a Madrid segna una svolta: l’ufficializzazione che il post-Guerra fredda è finito e che la Russia rappresenta non più un partner strategico, ma una minaccia diretta per l’Europa. Associata ad una mano tesa a Mosca, la deterrenza è rimasta un pilastro per l’Alleanza Atlantica anche nel periodo che si è aperto dopo la fine della Guerra fredda. A seguito della crescente aggressività della Russia, soprattutto dal 2014 in poi, la deterrenza è andata via via aumentando, fino agli attuali 40mila militari in alta allerta che oggi si trovano sul territorio Nato. 40mila militari rappresentano sì un’efficace deterrenza, ma non una vera e propria difesa laddove ce ne fosse bisogno. Come è noto, la Russia aveva mobilitato ben più di 200mila uomini ai propri confini occidentali prima di dare il via all’invasione dell’Ucraina.

Il vertice Nato non poteva non prendere atto che la guerra c’è e che non dà segni di poter finire in tempi brevi. Finché Vladimir Putin rimarrà al potere è difficile, se non impossibile, immaginare una reale pace. È per questo che la postura militare cambia: sarebbe semmai irresponsabile non farlo. Saranno così 300mila i militari Nato in alta allerta per rispondere ad un eventuale “spillover” nel resto del continente della guerra in corso in Ucraina. Gli Stati Uniti in particolare hanno risposto positivamente alle richieste degli alleati est-europei, con una base permanente in Polonia e 5mila uomini aggiuntive in Romania. Il vertice dell’Alleanza segna una svolta anche perché inquadra la guerra in Ucraina e lo scontro con Mosca come parte di una sfida molto più ampia che vede come protagonista la Cina. Il nuovo Concetto Strategico non dipinge esplicitamente un mondo diviso tra democrazie e autocrazie, ma è chiaro nel definire quella posta da Pechino come una sfida sistemica non soltanto ai nostri interessi, ma anche ai nostri valori. Probabilmente, se gli Stati Uniti non vedessero lo scontro con Mosca collegato all’antagonismo con la Cina, non si spenderebbe tanto su una potenza, quella russa, tanto pericolosa quanto palesemente in declino. Infine, il vertice di Madrid ha visto l’invito formale dell’Alleanza Atlantica alla Finlandia e alla Svezia, in risposta alle richieste di adesione dei due Paesi nordici minacciati da Mosca. Il nodo del veto della Turchia è stato sciolto con un memorandum d’intesa tra Svezia, Finlandia e Turchia, e la luce verde di Joe Biden alla vendita di caccia F-16 ad Ankara. La ratifica dell’adesione da parte dei trenta Stati membri della Nato non sarà immediata, ed è prevedibile che Ankara dia ancora del filo da torcere mentre si avvicina a elezioni presidenziali l’anno prossimo il cui risultato è tutto tranne che scontato. Detto questo, l’allargamento dell’Alleanza è una questione di quando, non più di sé; un altro segnale di drammatica presa d’atto della “Zeitenwende” che stiamo vivendo. L’era in cui vivevamo era confortevole, non c’è dubbio: un’era segnata da pace e prosperità, ma anche da una buona dose di ipocrisia e convenienza, visto che ci ostinavamo a non vedere che qualcosa di radicale stava cambiando a Mosca. C’è chi lo fa ancora, puntando il dito contro l’espansione della Nato, e citando le preoccupazioni della Russia o i diritti delle minoranze russofone in Ucraina orientale (le prime vittime della guerra criminale del Cremlino). Eppure Putin e l’intero establishment russo parlano ormai apertamente del reale obiettivo di questa guerra: la restaurazione del territorio “storico” della Russia. È evidente che un progetto del genere non si ferma volontariamente nel Donbas. Inevitabilmente l’Alleanza Atlantica, che ruota attorno alla difesa collettiva e che include e includerà Paesi che rappresentano potenziali prede di Putin, deve fare i conti con questa nuova realtà.

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I due nodi dei partiti più forti

giovedì, Giugno 30th, 2022

di Angelo Panebianco

Le amministrative non possono dirci cosa accadrà quando si terranno le elezioni politiche. Se non altro perché l’astensione, presumibilmente, sarà più bassa e le situazioni locali non peseranno sugli orientamenti di voto. Come i sondaggi, esse confermano solo che i principali sfidanti saranno Fratelli d’Italia e il Partito democratico. La frammentazione partitica resterà forte, la somma dei voti dei due partiti maggiori, plausibilmente, non raggiungerà la metà dei voti validi. Ma essi saranno, l’uno per l’altro, l’avversario da battere. Ciascuno dei due partiti ha oggi, accanto a elementi di forza, anche qualche seria debolezza. Mentre la sua posizione sull’Europa è il tallone d’Achille di FdI, il cosiddetto «campo largo» è quello del Pd.

A differenza dei suoi (confusi) partner del centrodestra, Giorgia Meloni ha conferito al suo partito caratura e piglio di forza di governo con la decisa scelta atlantista in difesa dell’Ucraina. Adesso FdI (al pari del Pd) è un partito che ha acquistato un forte credito presso i nostri alleati occidentali. Chi pensa che in politica queste cose contino poco è afflitto da provincialismo. A dispetto delle apparenze, e di ciò che è accaduto in queste amministrative, è possibile che FdI riesca anche a presentarsi alle elezioni con uno schieramento di destra relativamente coeso. A causa del fatto che la stella politica di Salvini sembra al tramonto. Con Forza Italia e con una Lega in cui tornino a contare i presidenti di Regione e gli amministratori locali, forse non sarà difficile per FdI trovare intese su questioni strategiche come, per esempio, tasse o politica dell’immigrazione.

L ’Unione europea, invece, è una specie di macigno sulla strada che conduce a Palazzo Chigi. La difesa della «sovranità nazionale» e la conseguente postura polemica nei confronti dell’«Europa che c’è» sono per FdI elementi identitari. Un po’ come lo ius soli o il sostegno al movimento Lgbt per il Pd. Ma la differenza è che mentre ius soli e battaglie Lgbt, quali che possano esserne gli effetti di lungo termine sulla società, non incidono sul gioco degli interessi qui ed ora, non hanno un rapporto immediato con il tenore di vita degli italiani o con l’andamento della vita economica, le posizioni che si assumono sull’Europa hanno, eccome, un rapporto diretto e immediato con tutto ciò.

Come ha scritto Sergio Fabbrini (Il Sole 24ore, 26 giugno), a causa della stretta interdipendenza fra i Paesi europei, è un grave errore trattare il tema dell’Europa come se avesse a che fare con la «politica estera». L’Unione europea e tutto ciò che la riguarda sono ormai parte integrante della politica interna. Per accettarlo FdI dovrebbe fare un piccolo strappo identitario, dovrebbe riconoscere che, a differenza dei secoli passati, sovranità e interesse nazionale non coincidono. Ormai si difende l’intereresse nazionale partecipando al gioco dell’integrazione, non tentando di allentarne i vincoli. E occorre l’autorevolezza per riuscirci. Non è andando lancia in resta contro l’Europa che Mario Draghi ha spianato la strada per l’Ucraina nella Ue o che ora sembra riuscire nell’impresa di spingere una Germania indecisa a tutto a porre un tetto al prezzo del gas. Non è che FdI debba fare abiure ma qualche seria correzione di rotta sì. Quale che sia la compatibilità con l’appartenenza al gruppo dei conservatori europei. Se andrà a Palazzo Chigi Meloni non potrà inseguire fantomatiche «confederazioni». Dovrà piuttosto gestire al meglio, in stretta cooperazione con le autorità di Bruxelles e gli altri governi europei, i fondi del Pnrr. Quando si va al governo finisce il tempo della poesia e comincia quello della prosa.

L’Europa non è certo un ostacolo per il Partito democratico. Esso è partito europeista per antonomasia. In realtà, proprio la Nato (date le posizioni ostili che persistono in certe aree della sinistra) avrebbe potuto essere per il Pd un problema ma la decisa posizione assunta da Enrico Letta sull’Ucraina ha sgombrato il terreno da ogni equivoco. Il Pd ha il vantaggio di essere da tanti anni (salvo il breve periodo giallo-verde) forza di governo. Nella prossima campagna elettorale dovrà guardarsi dall’accusa, che certamente il centro-destra gli scaglierà contro, di volere la patrimoniale. In un Paese di ceto medio diffuso e di proprietari di case, se il sospetto si diffonderà per il Pd la sconfitta sarà pressoché sicura.

Ma il suo vero punto debole è la politica delle alleanze. Qui gioca un vecchio riflesso, una tradizione che risale ai tempi del Partito comunista. I comunisti, durante le campagne elettorali, non presentavano programmi. Era l’ideologia il programma. Essi si limitavano a chiamare a raccolta gli elettori «contro il potere democristiano». La conventio ad excludendum, la convenzione che escludeva la possibilità che il Pci andasse al governo, lo esimeva dal presentare proposte concrete. Era sufficiente fare promesse di «grandi trasformazioni» che, comunque, il Pci non sarebbe mai stato chiamato a mantenere. Echi del passato ritornano quando esponenti del Pd ci spiegano che un’alleanza con i 5Stelle (magari imbarcando anche Renzi e Calenda) è oggi necessaria «per battere le destre». Ma batterle per fare cosa? Un’alleanza fra forze così eterogenee, una alleanza solo «contro», costruita all’unico scopo di «battere le destre», nelle nuove condizioni, ha ottime probabilità di contribuire a farle vincere. In una recente intervista Enrico Letta sembra consapevole del problema. Ma, per come si esprimono, diversi esponenti del suo partito non paiono averlo compreso. Finite le vecchie ideologie, se vuoi vincere le elezioni devi spiegare che cosa vuoi fare. E solo dopo, di risulta, devi dire contro chi sei. Qui la difficoltà per il Pd è indubbia. Si tratti di politica estera o di politica energetica (caso del termovalorizzatore a Roma) ci sono pochi temi su cui Pd e 5Stelle potrebbero concordare. Per non dire della possibilità di aggregare uno come Calenda, il cui credito presso settori del Paese dipende proprio dalla sua indisponibilità a stringere accordi con i vari populisti. Altro che campo largo.

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Ius Scholae, un dovere morale

mercoledì, Giugno 29th, 2022

Annalisa Cuzzocrea

C’è una legge su cui si combatte da anni che sancisce un principio tanto semplice quanto inoffensivo: se sei un bambino e vivi in Italia da molto tempo, se frequenti le nostre scuole, se magari sei nato qui da genitori arrivati da lontano, per avere la cittadinanza italiana ti basta fare una richiesta al tuo Comune. E nessuno troverà strani motivi per non concedertela. Viste da chi vive nel mondo reale, quello in cui i nostri figli hanno compagni di classe filippini, cingalesi, rumeni, ucraini, russi, cinesi, le ragioni di chi si oppone a questa legge, che nella sua nuova versione si chiama “ius scholae”, ma è già stata “ius culturae” e prima ancora “ius soli temperato”, sono incomprensibili.

Ci sono un milione e mezzo di ragazzi nati o cresciuti in Italia che aspettano la cittadinanza. Di questi, 877mila sono studenti. Magari non hanno le gambe lunghissime, non volano nei 100 metri, non sono star di Tik Tok, ma a quella cittadinanza avrebbero diritto perché non si tratta di un premio. «Devi maturarla», ha detto il segretario della Lega Matteo Salvini mentre il suo partito faceva di tutto per ostacolare la legge alla Camera. «Bisogna aspettare i 18 anni per richiederla, come adesso», ha spiegato più volte. E peccato che quelle richieste siano spesso evase con molta lentezza, almeno due anni, quando non mancano documenti, continuità abitativa e chissà che altro. E’ un percorso tardivo, lungo, a ostacoli. «Cosa cambia?», chiede sempre chi non capisce cosa sia una discriminazione. Cambia che se sei un campione e vuoi correre con la maglia dell’Italia, il Paese di cui ti senti parte, non puoi. Ma cambia anche che se sei un ragazzo normale, hai finito gli studi e vuoi fare un concorso pubblico, ti è vietato l’accesso. Cambia che tu sei uguale, ma la burocrazia di uno Stato cieco ti legge diverso. E se anche hai le stesse passioni, lo stesso dialetto, gli stessi interessi del ragazzino figlio di italiani che ti siede accanto sui banchi di scuola, ci sarà qualcuno – in un ufficio pubblico, mentre invii un documento, fai una gara o un concorso – che ti dirà no, non lo sei. In tutte le rilevazioni recenti, almeno il 60 per cento degli italiani si dichiara favorevole alla cittadinanza per i bambini figli di immigrati. Perché nessuno, neanche chi vi si oppone, è in grado di negare una verità incontrovertibile: maggiori diritti portano maggiore integrazione. Se sono i contrasti sociali quelli che si temono, è ampliando la sfera dell’accoglienza che li si combatte, non restringendola.

E così, lo Ius scholae diventa il perfetto terreno di incontro tra diritti civili e diritti sociali. E ha come luogo di elezione la scuola, l’istituzione che per antonomasia è il luogo di emancipazione di ogni cittadino. Perché deputata, da sempre, a costruire possibilità, ad abbattere diseguaglianze. Fallire adesso su una legge che consente a chi è nato qui da genitori stranieri, o è arrivato da piccolo e ha concluso un ciclo scolastico, di diventare italiano, sancirebbe – ancora una volta – il distacco del Parlamento dal Paese reale. Come per il fine vita. Come per il ddl Zan. A chi dice «non serve», basta ricordare cos’è successo a Lodi solo cinque anni fa. Quando l’amministrazione leghista della città decise che per consentire ai figli di immigrati di accedere alle mense e ai pulmini scolastici a prezzo agevolato, come per tutte le persone con redditi bassi, serviva qualcosa in più. Una “certificazione relativa al patrimonio di beni immobili rilasciata dagli Stati di origine e corredata di traduzione in italiano legalizzata dall’Autorità consolare italiana”. Era un documento difficilissimo da reperire. Ed era, a tutti gli effetti, una trappola. Un modo per praticare una discriminazione. Su dei bambini. Costringendoli a tornare a casa per pranzo o a mangiare panini da soli in classe. Si sono mossi i comitati cittadini e l’Asgi, l’associazione Studi Giuridici.

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L’Occidente unito manda un segnale allo zar

mercoledì, Giugno 29th, 2022

di Paolo Valentino

La democrazia sarà anche un esercizio complicato e difficile. Ma il messaggio di unità e determinazione che gli alleati occidentali lanciano a Vladimir Putin in queste ore non può essere equivocato. In una sorta di grande slam iniziato la scorsa settimana al Consiglio europeo a Bruxelles, proseguito al G7 chiusosi ieri sulle Alpi bavaresi e giunto oggi all’appuntamento conclusivo del vertice Nato a Madrid, l’Occidente dice al leader del Cremlino che è pronto a contrastare le sue mire imperiali e la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina «per tutto il tempo che sarà necessario». E che intende far salire i costi politici e economici che il capo Cremlino deve affrontare, in modo da costringerlo un giorno a sedersi al tavolo del negoziato.

Che poi le nuove misure e sanzioni messe in cantiere contro Mosca abbiano ancora bisogno di tempo per essere operative, come il price cap su gas e petrolio fortemente voluto da Mario Draghi, toglie poco al valore di questo risultato. Sul piano della tempistica, in primo luogo. Dopo l’escalation su Kaliningrad e l’annuncio di Putin di voler consegnare i missili Iskander alla Bielorussia, eventualmente armati di testate nucleari, era assolutamente necessario mandare un segnale chiaro, in grado di rompere i calcoli dello Zar.

Il quale sembra avvertire la pressione. Proprio ieri ha iniziato il suo primo viaggio all’Estero da quando è cominciata la guerra, diretto ad Ashgabat, in Turkmenistan, per un vertice dei Paesi del Mar Caspio. Prima però Putin ha trovato il tempo di ribattere piccato a Draghi, il quale citando il presidente indonesiano, aveva escluso la sua presenza al G20 di novembre a Bali: «Non decide il premier italiano sulla partecipazione di Putin al vertice», ha detto il suo consigliere Jurij Ushakov. Se non è nervosismo questo.

Due figure di leader emergono dal vertice di Elmau. Quella del presidente americano Joseph Biden, che ha fatto della compattezza e dell’unione delle democrazie occidentali nel sostegno all’Ucraina il suo tema, restituendo agli Stati Uniti un ruolo di guida: senza la forza militare, economica e politica americana l’Occidente non ci sarebbe. E senza le armi fin qui fornite dagli Stati Uniti, la causa ucraina sarebbe già finita.

Ma questo non può e non deve significare affidarsi in tutto e per tutto all’America, tanto più che gli equilibri politici degli Stati Uniti sono così fragili da rendere perfettamente plausibile anche un ritorno dell’incubo Trump al potere fra meno di tre anni. Per questo è stato importante che dopo alcune false partenze, anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz abbia fatto la sua parte. Superate le incertezze sulle forniture d’armi tedesche all’Ucraina, Scholz ha saputo interpretare bene il ruolo di presidente di turno del G7. Non ultimo, cercando di ampliarne il raggio d’azione, con l’invito ai leader di Senegal, Indonesia, India, Argentina e Sud Africa, nel tentativo di trovare punti in comune con quei Paesi che non si sono schierati e continuano ad avere rapporti con Mosca. È un modo per definire una «Gestaltungswille», una volontà creativa europea. Ed è una strada che Mario Draghi considera valida anche per il futuro: «Se si vuole che i nostri temi, come la difesa delle democrazie e il rifiuto delle autocrazie, si diffondano, occorre avvicinare e rendere compartecipi anche altri Paesi».

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Se il premier veste i panni del politico

lunedì, Giugno 27th, 2022

Lucia Annunziata

La questione dell’Ucraina, e della crisi economica che l’accompagna, ha per l’Europa una unica ricaduta – ed è eminentemente politica: il rischio di una nuova ondata di populismo. Così, nel primo giorno di riunione del G7 nel Castello di Elmau in Baviera, Mario Draghi cambia direzione, scarta, e, in una riunione improntata a un linguaggio il più tecnico possibile, evoca uno scenario politico: «Dobbiamo evitare gli errori commessi dopo la crisi del 2008: la crisi energetica non deve produrre un ritorno del populismo». Non è esattamente imbracciare un bazooka, ma non è nemmeno un passaggio irrilevante. Dal 16 giugno si è messa in moto una carambola politica tesa a tastare e consolidare le intenzioni dei paesi europei e degli Stati Uniti. Una mega consultazione: visita dei tre leader europei in Ucraina (il 16), Consiglio Europeo a Bruxelles (23 e 24), in Germania il G7 di oggi (26/28). Tappa finale, il Summit Nato a Madrid del 29 e 30 giugno, che, secondo il segretario Stoltenberg, «trasformerà la Nato».

Nel percorso è risultato chiaro che Europa e Usa sono d’accordo nel formalizzare l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Chiaro è anche che l’invio delle armi non è davvero una questione aperta, anche se la decisione è applicata in maniera ondivaga, per le vicende interna a ogni paese. Sono rimasti aperti invece quasi tutti i dossier economici – grano, inflazione, crisi energetica – perché ciascuno riapre la scatola nera dei diversi interessi nazionali. Mario Draghi è entrato in questa nuova fase di riunioni con un sussulto di impegno. Il suo governo, preso in mezzo da una serie di tremori di crisi, è parso non trovare una efficace azione nei primi mesi di guerra. In questo anticipo d’estate, tuttavia, l’Inquilino di Palazzo Chigi è ripartito prendendo in mano proprio i dossier economici, vestendo di nuovo il ruolo dell’economista di status, relazionandosi con alcuni suoi naturali interlocutori, come gli Stati Uniti – dove continua a contare ( dai segnali che si hanno) molti amici, come la influente ex governatrice della Fed, oggi ministro del tesoro, Janet Yellen. Soprattutto, il premier italiano si è intestato la proposta di un price cap, cioè un tetto al prezzo del gas russo. Proposta lodata come necessaria, ma in pratica avversata da molti, a partire dalla Germania. Nei fatti rimandata a ottobre, proprio al Consiglio Europeo.

In questo G7, forse perché gli Stati Uniti si sono mostrati più favorevoli ( riecco l’influenza della Yellen, si dice), Draghi sembra aver cambiato tattica, scendendo sul terreno della politica. La dichiarazione sul populismo che abbiamo citato sopra, continua così: «Mettere un tetto al prezzo dei combustibili fossili importati dalla Russia ha un obiettivo geopolitico oltre che economico e sociale. Dobbiamo ridurre i nostri finanziamenti alla Russia. E dobbiamo eliminare una delle principali cause dell’inflazione. Abbiamo gli strumenti per farlo: dobbiamo mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, compensare le famiglie e le imprese in difficoltà, tassare le aziende che fanno profitti straordinari». Evocare il populismo, nel contesto europeo, significa parlare di destabilizzazione.

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Il segnale (forte) che arriva dalle elezioni comunali

lunedì, Giugno 27th, 2022

di Massimo Franco

Il centrodestra ha trasformato il caso del ballottaggio a Verona — dove ha trionfato Tommasi — nell’emblema di una profonda divisione interna

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Sarebbe consolante pensare che l’ennesimo calo della partecipazione sia soprattutto figlio della calura estiva. Il sospetto, purtroppo, è che dipenda da un’offerta politica così frammentata e altalenante da tenere lontano l’elettorato. Per questo, il risultato dei ballottaggi di ieri in sessantacinque Comuni può dare qualche indicazione sul futuro; ma quasi più in negativo che in positivo. I sindaci sono stati scelti da minoranze più ristrette del passato. E le coalizioni che li hanno espressi trasmettono un’immagine di precarietà soprattutto perché non riflettono un sistema politico in piena evoluzione. Su questo sfondo controverso, tuttavia, due elementi colpiscono. Il primo è il rafforzamento del Pd di Enrico Letta. E non solo perché è tornato a vincere a Parma ed ha strappato il sindaco a Monza, Alessandria, Catanzaro, Piacenza. Nonostante un declino grillino che ha i contorni della disfatta, il suo partito ha ottenuto buoni risultati in modo geograficamente omogeneo. Il secondo elemento è una sconfitta del centrodestra perfino in alcune roccaforti del nord: un epilogo che sottolinea la crisi vistosa della Lega nella sua culla territoriale e di potere.

I risultati definitivi delle elezioni comunali

Il caso più eclatante è Verona, dove si è visto il contraccolpo tossico dello scontro tra Carroccio e FI, e Fratelli d’Italia. Lì un conflitto locale si è trasformato nell’emblema di una profonda divisione interna. L’irriducibilità del contrasto tra i due candidati di centrodestra al primo turno ha causato una sconfitta pesante al ballottaggio; e aperto la strada all’elezione dell’ex calciatore Damiano Tommasi, candidato di Letta e dei suoi alleati. Il risultato assume oggettivamente un riflesso nazionale, perché incarna lo scontro strisciante per il primato tra Salvini e Giorgia Meloni. Ridimensiona le ambizioni della destra d’opposizione di poter prescindere dagli alleati: nel senso che li può «trainare» ma non rinunciare al loro apporto, sfidandoli. Evoca il rischio concreto di una spaccatura che trasformerebbe le politiche del 2023 in una roulette. Si tratta di una prospettiva che l’intero centrodestra ha sempre escluso, additando l’unità come condizione per vincere, come è successo al primo turno a Palermo e a Genova. Ma il protagonismo e la crescita di FdI sta avendo il doppio effetto di galvanizzare il partito di Meloni e acuire i timori di subalternità da parte di Lega e berlusconiani. Per questo il percorso che porterà al voto politico è una strada verso la vittoria, lastricata di potenziali inciampi. Basti pensare allo scontro irrisolto alla regione Sicilia, dove si vota in autunno; con la possibilità non del tutto remota che si replichi la «sindrome veronese». L’analisi non può ignorare la variabile grillina: un crollo che probabilmente ha ingrossato il numero delle astensioni, riproponendo le riserve a sinistra su un asse privilegiato tra Pd e M5S. La visita del «garante» Beppe Grillo oggi a Roma sa di viaggio della disperazione di un ex demiurgo al quale non riesce più la magìa: la scissione decisa dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ne è la controprova. L’implosione del M5S si sprigiona sul sistema con una carica in grado di destabilizzarlo. Ma a livello locale non ha danneggiato il Pd, tanto da far dire a Letta che il «campo largo» esiste ancora. In realtà, sulla carta, il centrosinistra partiva da posizioni perdenti. E lo schieramento da proporre alle Politiche appare tuttora allo stato embrionale.

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I pericoli della nuova variante Omicron e l’utilità di una quarta dose di vaccino

domenica, Giugno 26th, 2022

Antonella Viola

La crescita dei positivi – ben oltre i numeri ufficiali – e il rialzo dell’indice di contagio Rt ci indicano che la variante Omicron BA.5 è arrivata e si sta ampiamente diffondendo sul nostro territorio. Un picco di contagi in estate rappresenta l’ennesima spiacevole sorpresa che questo nuovo coronavirus ci propone. Del resto, molti di noi avevano spiegato che il motivo per cui d’estate il virus colpiva di meno era essenzialmente legato alle nostre abitudini, più che ad una sua intrinseca insofferenza al caldo. La vita all’aperto sfavorisce la trasmissione del virus; i contagi, prima di Delta e, soprattutto, di Omicron, avvenivano quindi prevalentemente in luoghi chiusi. Tuttavia, maggiore è la trasmissibilità di un virus, maggiore sarà pure la probabilità che i contagi si verifichino anche all’aperto. Ecco che dunque, nonostante le alte temperature di questi giorni, Omicron BA.5 trova il modo di diffondersi nella popolazione, complici anche l’assenza di misure di contenimento e l’abbandono della mascherina da parte di gran parte della popolazione.

I vaccini, così efficaci contro la prima versione del SARS-CoV-2, hanno via via perso la capacità di bloccare l’infezione e iniziano anche a proteggere meno dalla malattia sintomatica, soprattutto in quelle persone che, per ragioni anagrafiche o per condizioni di salute, hanno un sistema immunitario indebolito. Cosa fare allora per evitare l’aumento dei ricoveri e dei decessi?

Nei mesi passati, molti dati sono stati pubblicati a supporto dell’utilità della quarta dose per proteggere le persone che sono più a rischio di Covid severo. Stimolando la produzione di anticorpi, la quarta dose conferisce una protezione aggiuntiva utile per proteggere dall’infezione sintomatica. Utile soprattutto se la circolazione del virus è alta, come adesso.

Negli USA, la quarta dose (o secondo richiamo) è stata approvata a partire dai 50 anni; in Francia è raccomandata per gli over 60. In Italia si è invece deciso di autorizzarla solo agli over 80 o, se più giovani, solo in presenza di condizioni cliniche severe e molto limitate. Lasciando di fatto fuori una grossa fetta di popolazione fragile. Questa scelta, già scientificamente discutibile ma tutto sommato non troppo preoccupante se il virus non circolasse, diventa assolutamente incomprensibile di fronte ad una nuova ondata di contagi. L’unico strumento che abbiamo per limitare ricoveri e decessi consiste nel permettere immediatamente l’accesso alla vaccinazione a tutti gli over 60 e nel comunicare l’importanza di effettuare il richiamo.

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Lezioni americane sulle democrazie, nessuna libertà è data per sempre

domenica, Giugno 26th, 2022


MASSIMO GIANNINI

No, non è stata «la mano di Dio». Solo Donald Trump, nel suo permanente delirio iconoclasta, poteva evocare l’intervento divino per giustificare la sentenza con la quale la Corte Suprema degli Stati Uniti ha privato le donne di una delle conquiste più importanti dell’ultimo secolo. Come cantava il poeta De Andrè, Nostro Signore «ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi». Vale anche nel Paese che scrisse la sua Costituzione come un testo spirituale, ricalcato dalla Bibbia. Dunque il buon Dio non c’entra nulla. Cancellare cinquant’anni di giurisprudenza consolidata, eliminando il diritto all’aborto come principio generale e fondamentale dell’ordinamento, è stata una scelta degli uomini. Uomini che odiano le donne, purtroppo. E che hanno deciso di riportare indietro le lancette della civiltà e della storia. Certo, la decisione è intrisa di implicazioni religiose, delle quali si nutre non da oggi la predicazione dei “teo-con” americani. Ma è soprattutto densa di conseguenze politiche, di cui in queste ore già vediamo la traiettoria. Dopo l’aborto, toccherà alle unioni di fatto e ai matrimoni gay. Poi alla disciplina degli anti-concezionali e poi chissà a cos’altro. Un’inquietante escalation oscurantista, che mescola intolleranza e discriminazione. E che si consuma nella culla dei diritti civili, oggi avviata a diventarne la tomba.

Lo strappo è ancora più doloroso, proprio per tutto quello che l’America ha sempre rappresentato per noi europei e occidentali. Una terra di frontiera e di sfida, dove ogni conquista è stata ed è parsa possibile. Metro dopo metro, giorno dopo giorno, diritto dopo diritto.

La patria di Thomas Jefferson e della Dichiarazione di indipendenza, dove «tutti gli uomini sono stati creati uguali» e dotati di «diritti inalienabili» come «la vita, la libertà e la ricerca della felicità». Oggi tutto sembra dissolto, in questa lenta e penosa agonia del secolo americano, dove molti Stati praticano ancora la pena di morte, sciamani impellicciati invadono Capitol Hill, primatisti bianchi sparano nei licei, e il diritto a possedere armi automatiche vale più del diritto a interrompere una gravidanza pericolosa.

Eppure, c’è ben poco da stupirsi. È tutto scritto in quella che Philip Roth, ne La controvita, chiamava «l’agenda ideologica della nazione». Una nazione spaccata e avvelenata da una contrapposizione irriducibile. Politica: i repubblicani contro i democratici. Etica: i cristiani contro i laici. Geografica: gli Stati centrali della Bible Belt contro quelli della West e della East Coast. Un coacervo di conflitti morali e materiali. In un colloquio con un amico, l’io narrante del più grande scrittore americano, Nathan Zuckerman, dice «qui tutto è bianco e nero, tutti gridano e tutti hanno sempre ragione. Qui gli estremi sono troppo grandi per un Paese così piccolo…». Roth parla di Israele, ma il concetto è ancora più vero, per un Paese grande come gli Stati Uniti. I nove giudici della Corte Suprema non hanno fatto altro che trascrivere su carta i sentimenti e i risentimenti che scorrono nelle vene dell’America. Un’America sempre più polarizzata, impaurita e divisa. Pervasa da una “culture war” che, in ogni campo, influenza e intossica il discorso pubblico.

C’è una specificità nazionale, nella Grande Restaurazione avviata dalla Corte Suprema. Come insegnano i costituzionalisti, questa pronuncia è «over ruling»: facendo piazza pulita della giurisprudenza precedente, non abolisce il diritto all’aborto ma lo affida alla legislazione dei 51 stati federali, che sul tema possono decidere autonomamente, senza più avere sopra di sé la copertura giuridica dei principi generali previsti dalla vecchia sentenza Roe vs Wade. Si instaura un’epoca di “fai da te” legislativo, che produrrà anarchia normativa e ingiustizia sociale. I 25 stati repubblicani si adegueranno, cancellando il diritto all’interruzione di gravidanza e le strutture socio-sanitarie che lo gestivano. Gli altri stati, a guida democratica, resisteranno. Risultato: se abortisci in Mississippi vai in galera, se lo fai in California hai l’ospedale. In generale, le donne e le famiglie più ricche se la caveranno, quelle più povere sono condannate alla solitudine, al dolore, alla vergogna.

Così la faglia ideologica che attraversa il Paese diventerà ancora più radicale e profonda. È la versione moderna della secessione: la nuova guerra civile americana. Con un pericolo in più: l’ulteriore delegittimazione delle istituzioni. La Presidenza e il Congresso sono già logori, dopo il trauma subito nella stagione trumpiana culminata con il tentato golpe del gennaio 2021. Ora anche la Corte Suprema patisce un vulnus, politicizzata com’è dalle nomine degli ultimi anni. Questa decisione sull’aborto riscrive la storia dei rapporti tra potere giudiziario e potere legislativo. Finora, come ha ricordato Concita De Gregorio, la Corte Suprema ha vissuto dell’impronta lasciata per decenni dalla giudice progressista Ruth Bader Ginsburg, teorica della “Constitution living”, la Costituzione vivente, secondo la quale la Corte è parte della forma di governo e accompagna con le sue scelte l’evoluzione dei costumi sociali. Il principio usato stavolta dal presidente della Corte Samuel Alito, all’opposto, è quello dell’originalismo: il 14esimo emendamento della Costituzione del 1791, scritto nel 1868, non prevede il diritto all’aborto.

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Quanto ci costa la svolta di Di Maio

sabato, Giugno 25th, 2022

Veronica De Romanis

«Non ci sono soluzioni facili a problemi complessi». «Lo studio e la competenza in politica servono». «Bisogna dire la verità». Così il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in occasione della conferenza nella quale ha annunciato la scissione dal Movimento 5 Stelle. Queste frasi, ai limiti dell’ovvietà, devono essere accolte con favore. E, speranza. Suggellano la fine di un percorso che ha condotto a un mutamento. Radicale. La protesta ha lasciato spazio all’ascolto; la radicalizzazione al compromesso. L’ex capo politico dei grillini è cambiato. Lo ha fatto in modo graduale. Negli anni, ha applicato il learning by doing, il metodo che consente di imparare sul campo. Un privilegio che la maggior parte dei giovani non ha. Chi cerca lavoro deve dimostrare di avere seguito un percorso di studio e avere acquisito qualche competenza, seppur generica. In politica, invece, è diverso. Il curriculum non è indispensabile, purtroppo. Con l’ascesa dei pentastellati lo è diventato ancora meno. “Uno vale uno” è stato lo slogan che ha contribuito alla loro vittoria nel 2018. E, così nei palazzi romani è aumentata, se possibile, la quota di politici privi di esperienza e competenza. Eppure, il nostro Paese avrebbe un disperato bisogno di leader capaci di gestire la complessità e le sfide del mondo contemporaneo e di coglierne le opportunità. Di Maio lo ha capito. Si è adattato. In questi mesi al governo con Mario Draghi è diventato un politico (di professione) apprezzato in patria e all’estero. Meglio così. Resta, tuttavia, da chiedersi quale sia il prezzo di tutto ciò. Il suo learning by doing non è gratis. Almeno non lo è per i contribuenti. Gli errori compiuti (prima dell’applaudita conversione) hanno un costo in termini di spreco di risorse pubbliche e mancata crescita economica. Per provare a fare qualche calcolo si deve – inevitabilmente – partire dal reddito di cittadinanza. La misura fu introdotta poco prima delle elezioni europee del 2019 con l’obiettivo ambizioso di «eliminare la povertà». Lo sentenziò lo stesso Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi. A oggi, i risultati raggiunti non sono stati quelli sperati. Il sussidio non ha eliminato la povertà. Il 70 per cento di chi lo ha ricevuto per la prima volta tra aprile e giugno del 2019 è ancora beneficiario a fine 2021. Non è andato a chi ne aveva più bisogno. Il 56 per cento di chi è in povertà assoluta non lo riceve. E, infine, non ha contribuito a ridurre la disoccupazione. Solo una piccola parte degli occupabili (ossia coloro che possono svolgere un lavoro) ha trovato un impiego.

Questi esiti non devono stupire. Che cosa ci si poteva aspettare da una misura introdotta senza aver riformato i centri per l’impiego e, ancor più grave, rafforzato i servizi sociali? La spesa complessiva ammonta a circa 22 miliardi. È in crescita e, difficilmente, potrà essere ridotta. Non ci è riuscito neanche Draghi. Oltre a un uso inefficiente e iniquo delle risorse pubbliche, il metodo dell’apprendimento sul campo ha un costo anche in termini di instabilità. E, quindi, di un minore tasso di sviluppo del Paese. Sotto questo aspetto, l’esempio migliore riguarda il posizionamento di Di Maio sull’appartenenza dell’Italia all’Unione monetaria europea. Quando era vicepremier del governo Conte 1 sosteneva che l’euro era il motivo per cui «l’Italia ha perso il 25 per cento di ricchezza nazionale». Di conseguenza, in un eventuale referendum consultivo, avrebbe votato a favore dell’uscita dalla moneta unica. Una volta a capo della Farnesina, si è ricreduto. Purtroppo per noi, però, la sua convinzione ha avuto un costo: circa 20 miliardi di maggiore spesa per interessi da sostenere nei prossimi anni. La stima è stata elaborata dall’Osservatorio dei Conti pubblici della Cattolica di Milano. Come si è arrivati a questa cifra monstre? È sufficiente calcolare l’impatto che l’impennata dello spread durante i mesi del Conte 1 (oltre 330 punti base) ha avuto sulle finanze pubbliche. In particolare, nell’autunno del 2018, quando fu presentata una manovra che non rispettava – praticamente – nessuna delle regole di bilancio europee. A cominciare da quella (il cosiddetto Fiscal Compact) sul disavanzo strutturale, ossia il disavanzo depurato dagli effetti del ciclo economico. Senza entrare in tecnicismi inutili, ciò che è opportuno ricordare in questa sede è la reazione di chi compra il debito – forte tensione – e quella dei leader a Bruxelles – forte preoccupazione. I fatti sono noti. A fronte di turbolenze crescenti sui mercati finanziari che minavano i risparmi delle famiglie, il governo dovette ridurre il deficit: dal 2,4 al 2,04 per cento del Pil. Cifre scelte non a caso: l’obiettivo era quello di dare l’impressione che nulla fosse cambiato. Del resto, agli italiani più distratti 2,4 e 2,04 potevano sembrare molto simili. E, invece c’erano oltre 7 miliardi di differenza.

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Ritorno al 1973

sabato, Giugno 25th, 2022

di Massimo Gaggi

La decisione della Corte Suprema sull’aborto non è grave sollo per le donne ma per lo stesso futuro dell’America

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Una marcia contro l’aborto negli Usa (Afp)

Impossibile non considerare gravissima non solo per le donne americane ma per lo stesso futuro dell’America la decisione presa ieri dalla Corte Suprema. Il rovesciamento della sentenza Roe vs Wade di mezzo secolo fa sull’aborto è la più vasta cancellazione di diritti costituzionali (riconosciuti dalla stessa Corte) della storia: una sentenza che spacca anche fisicamente un Paese estremamente polarizzato. In Missouri la messa al bando è già attiva e altrettanto faranno gli altri 25 Stati a guida repubblicana. Chi vorrà abortire dovrà cercare aiuto negli altri Stati che continueranno ad ammettere l’interruzione della gravidanza. Avremo caos, emergenze sanitarie ed economiche, proteste di massa, rischio di violenze. E Clarence Thomas, uno dei giudici arciconservatori che controllano la Corte, già dice che è ora di intervenire anche sui matrimoni gay e sul diritto alla contraccezione.

In termini politici generali la cosa è anche più grave. Un Paese che ha un disperato bisogno di ritrovare il senso della politica che è dialogo, ricerca di soluzioni comuni facendo prevalere i valori condivisi sulle controversie, sprofonda sempre più nelle guerre culturali: conflitti basati su convincimenti ideologici che rendono pressoché impossibile ricucire i fili di un dialogo democratico.

Appena 24 ore dopo la sentenza che ha cancellato i limiti all’acquisto di armi che sono stati in vigore per 111 anni nello Stato di New York — una decisione che peserà anche su altri Stati Usa e che fa somigliare sempre più l’America a un gigantesco poligono di tiro al bersaglio, con molte più armi da fuoco che abitanti (neonati compresi) — la Corte Suprema ha preso un’altra decisione dagli effetti devastanti: una scelta temuta e anche attesa dopo le fughe di notizie di qualche tempo fa, ma non per questo meno grave.

La cancellazione del diritto ad abortire unisce gli Stati a guida repubblicana alla pattuglia di nazioni, non esattamente le più progredite, che vietano totalmente l’aborto: Honduras, Nicaragua e Suriname nel continente americano, Laos, Filippine e Iraq in Asia, Andorra e Malta in Europa, Egitto, Senegal e Madagascar in Africa.

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