Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Cuore di cane

sabato, Maggio 8th, 2021

Mattia Feltri

Immagino, immaginandovi sani di mente, che la gran parte di voi ignori o abbia scordato la brillante figura di Michele Geraci, economista di buon curriculum e caro alla Lega, sottosegretario allo Sviluppo economico nel primo governo di Giuseppe Conte.

Da tempo è in Cina dove investe i residui delle sue migliori energie a produrre documenti multimediali sulla delizia che è la vita cinese: gli uiguri se la spassano come non mai, le operaie guadagnano da favola, di libertà non ce n’è poi tanta meno e di sicurezza ce n’è tanta di più. Se qualcuno ribatte, Geraci risponde, sempre molto educatamente, venga qui e se ne faccia un’idea, oltre la propaganda occidentale. Per carità, in Cina io non ci sono mai stato, ma mi sono venuti in mente i pellegrinaggi novecenteschi in Unione sovietica. I grandi intellettuali ci andavano con un pregiudizio positivo e nove volte su dieci tornavano col medesimo pregiudizio.

Persino un grande come Arthur Koestler, che ne diede conto nel formidabile “La scrittura invisibile”, non riuscì a chiudere gli occhi davanti all’abbaglio. Raccontò di un mondo rigenerato nell’umanità nuova, e se vedeva contadini rivestiti di cenci, neonati stremati dalla fame, un popolo dedito alla delazione, se lo spiegava come gli ultimi dolorosi effetti collaterali nella costruzione della terra promessa.

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Davigo e Ardita, le toghe rotte

sabato, Maggio 8th, 2021

Gian Carlo Caselli

Un buon incipit potrebbe essere – parafrasando Gadda – “Quer pasticciaccio brutto der CSM”. Ma c’è poco da scherzare con la bufera abbattutasi sul Consiglio superiore della magistratura, sulla ANM e sulla Magistratura tutta, con l’uno-due da KO dei casi Palamara-Amara. Il labirinto alimentato da corvi, faccendieri e “postini” che collega i due casi, investendo il CSM e quattro Procure della Repubblica (Milano, Roma, Perugia e Brescia) è molto insidioso, per alcuni profili torbido e inquietante. Personalmente mi preoccupa anche la querelle insorta fra Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, rispettivamente ex componente l’uno e tuttora membro del CSM l’altro. Dico subito che stimo e sono amico di tutti e due. Di Ardita ho recentemente recensito per Huffington Post il suo ”Cosa nostra S.p.a.”. Un ottimo libro, che racconta la mafia attraverso le esperienze sul campo dell’autore, di cui rivela l’indubbio spessore umano e professionale. Davigo lo apprezzo per le sue prese di posizione sui problemi della giustizia, sempre esposte con linguaggio non felpato e spesso urticante, perciò temuto da chi preferisce le cortine fumogene. Dissentire anche con vigore è ben possibile. Ma su Davigo politici e avvocati hanno spesso scaricato accuse spropositate e grevi, tipo: “la sua non è civiltà; fa paura; butta a mare secoli di cultura giuridica; è l’anticamera della giustizia del popolo o fai da te; è la conferma dell’impazzimento giustizialista”. Tanto livore perché Davigo è il simbolo di Mani Pulite, un’icona della magistratura, per la capacità dimostrata di applicare la legge in maniera eguale per tutti, senza timori reverenziali o condiscendenza per nessuno. Quindi un magistrato scomodo per chi strilla più giustizia, ma in realtà ne vuole sempre meno. Da attaccare applicando la tecnica di infausta memoria del ”colpiscine uno per educarne cento”, così mirando al bersaglio “grosso” della magistratura tutta, da riportare ai bei tempi di una sostanziale sintonia col potere.

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Ripartenze a rilento: la cautela aiuta. La paura ci paralizza

venerdì, Maggio 7th, 2021

di MICHELE BRAMBILLA

Un anno fa di questi giorni non stavamo messi meglio di adesso. I vaccini non soltanto non esistevano ancora, ma neppure erano un’ipotesi vicina. “Ci vorrà più di un anno, forse due, forse tre”, dicevano gli esperti in servizio effettivo e permanente in tv. Il numero dei guariti – e quindi degli italiani immuni – era molto, molto più basso di quello attuale. Negli ospedali per decidere i farmaci per le cure si andava a tentoni. Eppure, vedendo i contagi in calo riaprimmo tutto, anche i ristoranti la sera, anche al coperto. Un anno dopo abbiamo parecchi ragionevoli motivi per essere più ottimisti, ma siamo molto, molto più cauti nelle riaperture e manteniamo il coprifuoco. Perché?

Che cosa è cambiato? È che in noi è penetrata poco alla volta, e poi sempre più, la paura. “Cautela”, ha detto piuttosto, ieri sera in tv, uno di quegli esperti. Ma è paura.

Certo, l’anno scorso ci fu dell’incoscienza. Visto il crollo dei contagi, pensammo che tutto fosse già così finito, naturalmente, da solo, per il semplice motivo che tutto passa, perfino la rogna. Arrivò l’estate e ci sentimmo liberi, pensando che in autunno saremmo perfino tornati al cinema e allo stadio. E invece.

Ecco, forse è perché siamo stati scottati da ottobre in poi, forse è per questo che adesso abbiamo programmato così a rilento le riaperture; che stiamo dicendo che perfino i vaccinati devono mantenere mascherina e distanziamento (e allora cosa cambia?); che abbiamo mantenuto il ritorno a casa due ore prima di Cenerentola; che paragoniamo una festa di tifosi in piazza alla sventurata processione imposta al cardinal Federigo, la quale anziché sconfiggere la peste ne moltiplicò la diffusione. Forse l’anno scorso ci fu incoscienza, dicevo: ma quest’anno non è solo cautela. È anche paura.

Perfino di fronte ai vaccini, che avevamo invocato come salvezza dell’umanità, oggi abbiamo paura. Non mi faranno venire un accidenti? Non mi modificheranno il dna? Non mi faranno spuntare, fra qualche anno, la coda o le orecchie da lupo mannaro? E poi siamo sicuri che bastino due dosi? No, non siamo più sicuri, infatti stiamo già parlando della terza.

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A pesci in faccia

venerdì, Maggio 7th, 2021
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di   Massimo Gramellini

Uno si immagina le risate amare dell’ammiraglio Nelson e di Napoleone nel sapere che, due secoli dopo Trafalgar, le navi militari inglesi e francesi sono tornate a guardarsi in cagnesco, stavolta non più per contendersi il mondo, ma il diritto di pesca intorno a un’isoletta. Allora l’Europa era il centro di tutto e Francia-Inghilterra una sorta di finalissima con la Russia nei panni del terzo incomodo. Adesso la finalissima è America-Cina, la Russia resta il terzo incomodo, mentre l’Europa è un continente decentrato e invecchiato che conta qualcosa soltanto se unito. Da quando la parte più spaventata dell’elettorato britannico ha deciso di uscirne, gli effetti si riverberano persino sulla piccola Jersey, isola inglese, ma vicina alla Normandia. I francesi, che si sono visti ridurre le licenze di pesca, minacciano di vendicarsi togliendo l’energia elettrica agli abitanti. E questo ha provocato l’esibizione di muscoli da parte di Johnson e Macron, pallidi epigoni dei giganti del passato.

«La Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa», scrisse Marx mettendo a confronto il colpo di Stato del generale Bonaparte con quello del nipote. Nella settimana a lui dedicata, l’ultima parola è giusto lasciarla proprio a chi per primo intuì che per restare forte l’Europa avrebbe dovuto unirsi, sia pure sotto il suo pugno. Napoleone avvertiva che «dal sublime al ridicolo c’è soltanto un passo». Ho il sospetto che a Jersey quel passo sia stato compiuto.

CORRIERE.IT

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Affrontare il virus, un problema di postura

giovedì, Maggio 6th, 2021

Antonella Viola

In anteprima un estratto del nuovo libro di Antonella Viola “Danzare nella tempesta”

Nessuno ci ha avvertito, ma il mondo è già cambiato. Di fronte a una trasformazione epocale e definitiva come quella che stiamo vivendo, le reazioni possibili sono tante. Le abbiamo davanti agli occhi: la maggior parte delle risposte provenienti dalla politica e anche dai cittadini è dettata dallo sgomento e dalla paura, dalla difficoltà di rinunciare alle vecchie abitudini e alla forma che il mondo aveva prima. È così che si generano i mostri ed è così che, anche senza volerlo, partecipiamo al divenire delle cose danneggiando noi stessi. Il problema è che la realtà sfugge a ogni nostro tentativo di lettura e di comprensione: non riusciamo a mettere ordine, non abbiamo alcun controllo. Perché?

Evidentemente non si tratta di un difetto o di una «colpa» della realtà, ma del nostro modo di porci nei confronti degli avvenimenti che ci circondano o, peggio, ci travolgono. Finora abbiamo affrontato il fenomeno enorme e ingovernabile del Covid-19 con un atteggiamento muscolare e scomposto. Se non saremo capaci di rinnovare la nostra postura nei confronti del mondo, la convivenza forzata col virus ci lascerà sfiniti e dilaniati. […]

L’infezione da Sars-Cov-2 ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica non solo su virus e pandemie ma anche sui misteri e i delicati equilibri di questa parte così affascinante e complessa del nostro organismo. Da subito abbiamo tutti imparato a temere la «tempesta citochinica», che si manifesta nei pazienti più gravi ed è la causa di un’infiammazione sistemica. Abbiamo capito che in questi pazienti il danno ai polmoni viene amplificato dall’azione del nostro sistema immunitario, dalla sua attivazione deregolata che «ostruisce» i bronchi e causa i problemi a livello respiratorio che abbiamo tristemente imparato a conoscere. E sappiamo che l’infiammazione provoca alterazioni pericolose in diversi organi tra cui i reni, il sistema nervoso centrale, i vasi sanguigni e il cuore.

All’improvviso siamo diventati esperti di anticorpi e di test sierologici, abbiamo sperato di ricevere un patentino d’immunità che ci consentisse di circolare tranquillamente per le città deserte e abbiamo ascoltato telegiornali e talk show ansiosi di sentirci dire: «Abbiamo il vaccino!». Che è arrivato. Il vaccino è lo strumento più potente a nostra disposizione per superare la fase critica della pandemia e raggiungere un nuovo equilibrio. La sua è una logica precisa: prevenire la malattia e favorire la costruzione delle difese e della memoria del nostro organismo. Se è vero che l’infiammazione, ovvero la rapida risposta messa in atto dal nostro corpo di fronte al virus, può degenerare e danneggiarci, la corretta attivazione del sistema immunitario ci permette anche di guarire e di diventare, almeno temporaneamente, immuni a una seconda infezione.

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L’importanza di investire bene e presto

giovedì, Maggio 6th, 2021

di Daniele Manca

Nel decreto Sostegni bis che il governo si avvia ad approvare la prossima settimana, ci sono 38 miliardi da spendere per sostenere famiglie e imprese. Fanno parte di quei 40 miliardi di deficit aggiuntivo che hanno già ricevuto il via libera dal Parlamento. Oltre la metà dei 38 miliardi, tra i 20 e i 22, andrà al mondo produttivo, alle aziende e non solo. Un fiume di denaro. Ma perché esso produca effetti duraturi sull’economia deve trasformarsi in investimenti e consumi. Sta accadendo? Meno di quanto ci si sarebbe potuto attendere. Che le misure colgano nel segno è fondamentale sempre, ancor di più durante una crisi profonda come questa. Lo choc è stato forte ed è tutt’altro che passato. Lo dimostra l’ancora elevatissima quota di liquidità che viene mantenuta sui conti correnti bancari. Mal contati si tratta di circa 1.900 miliardi. Se riuscissimo a mobilitarne solo il 10% raggiungeremmo la stessa cifra che, tra risorse a fondo perduto e debiti, l’Europa si appresta a girarci sotto forma di Recovery plan. Tra soldi sui conti correnti e sussidi che il governo ha messo a disposizione, si dovrebbe assistere a un sussulto dell’economia. Tutti gli istituti di ricerca giudicano le prospettive del Paese buone. Ma è come se il rimbalzo fosse meno potente di quanto atteso: assomiglia poco a una robusta ripresa.

S i dice che la manifattura abbia retto. In realtà ad aprile, secondo l’indagine flash condotta da Confindustria, c’è stata persino una leggera frenata della produzione. E comunque l’industria in senso stretto pesa sul Prodotto interno lordo per meno del 20% (poco più di 320 miliardi). I servizi che sono l’altra parte importante dell’attività economica, restano ancora in frenata. Rivelatore è l’indice PMI, quello che tiene conto degli acquisti dei manager delle aziende e che quando è superiore a 50 indica una fase di ripresa mentre sotto segnala recessione. Per l’industria a marzo era pari a 59,8, per i servizi era addirittura in calo a 48,6. In Italia probabilmente tendiamo a sottovalutare un settore come quello del turismo. Essere rimasti chiusi, giustamente per combattere la prima emergenza che è quella sanitaria, ha avuto effetti sulla fiducia ben più profondi. E bene ha fatto il premier a rimetterlo sotto i riflettori con il pass verde. Seppur pesi solo per il 13% del Pil, è evidente che ha un indotto molto più esteso.

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Troppi distratti in Europa

martedì, Maggio 4th, 2021

di Angelo Panebianco

Troppi distratti in Europa

Appena è stato annunciato l’accordo fra Francia e Italia per la riconsegna alle nostre autorità degli ex terroristi rifugiati in Francia, è accaduto quanto era prevedibile: è stato subito diffuso un manifesto di protesta di intellettuali francesi, alcuni di prestigio, in difesa degli ex brigatisti. La pubblicazione di quel manifesto si presta a due considerazioni. La prima, forse la meno interessante, riguarda gli atteggiamenti (sempre gli stessi) di certi intellettuali. La seconda, meno scontata, riguarda i sentimenti negativi che, da tempo immemorabile, ampi strati dell’opinione pubblica di ciascun Paese europeo nutrono nei confronti degli altri europei. Il pregiudizio anti-italiano a cui si ispira il manifesto di quegli intellettuali è presente in certi settori dell’opinione pubblica francese. Ma gli italiani non sono da meno, l’antipatia per la Francia non manca nel nostro Paese. E poi c’è ciò che i tedeschi o gli inglesi pensano degli italiani, gli italiani dei tedeschi, eccetera.

Consideriamo prima di tutto il manifesto degli intellettuali. Alcune affermazioni si possono condividere. È vero che quegli ex brigatisti sono persone ormai anziane e che non possono essere giudicate oggi con lo stesso metro con cui avrebbero dovuto essere giudicate allora. Ma il tono generale del manifesto è al di là della ragionevolezza. La difesa, totalmente acritica, della scelta che fece Mitterrand di dare protezione ai brigatisti contiene una implicita, insultante e infondata, valutazione sull’Italia.

Alcuni fra coloro che hanno firmato il manifesto sono recidivi: avevano firmato anche per Cesare Battisti. Forse è vero che tutti possono imparare dall’esperienza tranne certi intellettuali. Ovvero, non può essere accettata a scatola chiusa la tesi di Umberto Eco secondo cui una persona che legge, per ciò stesso, ne vale due che non lo fanno. Poiché ci sono anche infaticabili lettori incapaci di formulare giudizi sensati sul mondo che li circonda, la tesi di Eco, quanto meno, va meglio precisata. Certi che fanno un mestiere intellettuale(in Francia, in Italia e ovunque) possono essere troppo innamorati delle proprie idee — che sono spesso le idee di moda nei circoli che frequentano — per essere disposti a rivederle. Dal j’accuse di Émile Zola sull’affare Dreyfus al je me pavane (mi pavoneggio) dei tempi nostri. È la storia di molti manifesti — in favore della Pace, ma in versione sovietica, all’epoca della Guerra fredda, in favore della libertà del «perseguitato» Cesare Battisti, e in favore di tante altre sballatissime cause — firmati da intellettuali europei nel corso del tempo. Raramente chi firma ha approfondito l’argomento. Si firma per narcisismo, per farsi notare, per conformismo.

Il gesto di una congrega di disinformati narcisi non meriterebbe tanto spazio se non fosse per il pregiudizio anti-italiano che rivela. In pratica quel manifesto fa apparire, implicitamente, l’Italia degli anni Settanta come qualcosa di simile al Cile di Pinochet e i brigatisti come dei perseguitati. Stupidaggini che possono però essere sostenute senza correre il rischio di perdere faccia e reputazione perché sono compatibili con certe credenze dell’opinione pubblica, non sono in contrasto con un diffuso pregiudizio anti-italiano.

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Renzi, lo 007 e i “Babbi”

martedì, Maggio 4th, 2021

FEDERICO GEREMICCA

Le colpe dei padri, è noto, non possono ricadere sui figli. Ma se la colpa, invece, è dei Babbi? Vale la stessa regola o i figliuoli ne devono rispondere? Difficile dire. Ma intanto: chi sono, cosa sono i Babbi? Secondo i produttori: “Capolavori artigianali conosciuti in tutto il mondo per la loro fragranza e unicità”. Biscotti, insomma. Per la Treccani: “È voce familiare e affettuosa, specialmente comune in Toscana”. Babbo, dunque, come sinonimo di papà.

Ora possiamo dirlo con certezza: Matteo Renzi ha problemi con gli uni e con l’altro. Fino a qualche giorno fa, sapevamo perfettamente quanti gliene avesse procurati Tiziano, il papà (il babbo), che entra ed esce dalle aule dei tribunali per vicende o malinconicamente minori (bancarotte, falsi) o terribilmente delicate (il caso-Consip, con Verdini, Romeo e Bocchino). Da ieri, purtroppo, sappiamo che anche i Babbi, per Renzi, possono diventare una rogna. Soprattutto se l’ex premier li evoca per spiegare il suo singolare incontro con Marco Mancini, agente segreto al centro di casi più o meno scottanti: doveva portarmi dei Babbi – ha spiegato Renzi – qual è il problema?

Il problema sta forse nelle modalità dell’incontro? I due, stando alla cronaca, sono stati sorpresi a colloquio in un’area di servizio dell’autostrada Roma-Milano, non proprio l’ideale se si vuol tener segreto un faccia a faccia ma la scena – certo – sembra presa da una spy-story americana. Il problema, allora, è forse nella tempistica? Renzi, infatti, ha incontrato Mancini il 23 dicembre 2020, subito dopo aver fatto visita in carcere a Denis Verdini (coimputato con babbo Renzi nel processo-Consip). O il problema – infine – è nel contesto, nella tempistica, nel fatto – insomma – che il colloquio si è svolto proprio nei giorni dell’attacco di Renzi a Conte, che al centro aveva anche la delega sui servizi segreti, che il premier voleva tenere per sé? Ognuna delle tre circostanze, naturalmente, può costituire un problema: e a determinarlo sarebbero stati, appunto, quei maledetti Babbi. L’ipotesi è suggestiva, certo. Ma in verità – e non se ne abbia l’ottimo biscottificio romagnolo – si può ormai serenamente affermare che il vero problema di Matteo Renzi ha il nome di una ex speranza della politica italiana, sulla quale molti avevano puntato: Renzi Matteo.

Fino a qualche tempo fa, si è molto insistito sul fatto che sarebbe il “carattere” (un certo egocentrismo, diciamo così) il tallone d’Achille del giovane ex premier: la spiegazione, però, appare sempre più insufficiente. Bisogna ormai annotare, infatti, che molti dei suoi guai recenti nascono da scelte nette e precise (come quella di collaborare con un regime che Draghi definirebbe certamente dittatoriale) che col carattere hanno davvero poco a che fare. C’entrano i soldi, magari: e non ci sarebbe niente di male, se non fosse per il profilo del committente di articoli e conferenze (il principe saudita Bin Salman) e per la circostanza che il binomio politica-danaro è sempre la via più veloce verso l’inferno.

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Povero Paese ostaggio di un Fedez

lunedì, Maggio 3rd, 2021

di GABRIELE CANE’

Il dubbio è legittimo: siamo caduti in basso, o ci eravamo già? Probabilmente sono veri tutti e due i quesiti. L’Italia di oggi offre il vino che ha, modesto, e il caso Fedez, che da due giorni appassiona il mondo politico e quello dei social, è un ulteriore gradino che il Paese scende nella scala della qualità. Perché la vicenda che ha oscurato pandemia, vaccinazioni, Recovery, è un nulla in cui si mescolano modestia e ipocrisia. 
Fedez (e lo sa bene anche lui) non è Sartre e neppure Dario Fo, tanto per citare un intellettuale e un artista che hanno animato dibattiti culturali e politici, diviso le opinioni pubbliche. 

È Fedez, buon cantante, ragazzo sveglio con ottimi appoggi familiari, molto impegnato sui social da cui trae ulteriore fama e benessere. Bravo. Ma non abbastanza da scuotere le coscienze, salvo quelle liquide, e strumentali, della politica. Risultato: il suo j’accuse innesca una messa in scena da avanspettacolo più che da concertone. In cui l’artista, fornito di apposita video registrazione, denuncia la censura della TV pubblica sul suo intervento in tema (o meglio fuori tema) di omofobia, con incorporato attacco alla Lega, nemica della relativa, discutibile, legge in discussione. Peccato che la contro registrazione della dirigente Rai testimoni che di censura non si è neppure parlato. Anzi.

Ma forse Letta e Di Maio non l’hanno neppure sentita nella fretta di gridare allo scandalo, chiedendo scuse e dimissioni: che sarebbe il censore che censura se stesso, visto che sono proprio i partiti gli editori della Rai, che sono loro a occupare pro quota ogni posto, strapuntino, scrivania. Che nel caso in questione, ironia della sorte, il tutto accade proprio nella rete, la Terza, che della sinistra è feudo incontrastato.

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Superuomini e no

domenica, Maggio 2nd, 2021

By Mattia Feltri

L’ultima babilonia del Consiglio superiore della magistratura è difficile da decifrare, figuriamoci da spiegare. Ci provo, partendo da Piero Amara, questo mirabolante avvocato siciliano, un po’ pupo un po’ puparo, itinerante di cronaca in cronaca e di procura in procura, imputato qui, pentito là, talvolta condannato, testimone di ogni sulfureo sottoscala. Per dire: era la pietra angolare dell’ultimo processo milanese per le tangenti africane dell’Eni, concluso in assoluzioni sparse e diffuse dopo anni di indagini. In una chat di magistrati il procuratore capo, Francesco Greco, cercò di respingere le accuse di smania di sospetto, e un sostituto procuratore, Paolo Storari, gli rispose sprezzante: “Francesco, non ci prendere in giro”.

Ora si capisce meglio. Amara era capitato anche fra le grinfie di Storari a raccontargli di una loggia segreta (siamo irredimibili, anche lessicalmente) chiamata Ungheria di cui erano membri politici, magistrati, imprenditori, vertici delle forze dell’ordine dediti alla gestione di affari e carriere.  Fra di  loro – racconta Amara, la cui credibilità, meglio sottolinearlo, è come quella di una moneta di cioccolato – ci sarebbe pure Sebastiano Ardita, consigliere del Csm eletto nella corrente fondata con Piercamillo Davigo. Quando Storari è colto dal sospetto che la sua inchiesta non sia adeguatamente sostenuta dalla procura, va da Davigo e gli consegna dei verbali con le rivelazioni di Amara. Anche Davigo è nel Csm (ora non più, è in pensione), ma nel frattempo ha litigato con Ardita, e le loro strade correntizie di sono separate. Davigo non consegna i verbali al Csm perché, dice, sennò lo viene a sapere anche Ardita, e l’indagine va a farsi benedire. Ne parla invece con il vicepresidente David Ermini, che riferisce al Quirinale. Il Quirinale non conferma e non smentisce. Poi Davigo ne parla col procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, ma senza dargli copia dei verbali, e Salvi ne parla col procuratore di Milano, Francesco Greco, che lo rassicura.

Mi è evidente che non ci si capisca assolutamente nulla. Chiedo soltanto un ultimo sforzo. Perché qui entra in scena l’ex segretaria di Davigo, Marcella Contraffatto. Chissà perché chissà come, Contraffatto si ritrova fra le mani i verbali e, chissà perché chissà come, ne spedisce alcune copie ai giornali e una a Nino Di Matteo, già pm della trattiva Stato-mafia e nel frattempo lui pure salito al Csm. Dico chissà perché chissà come in un supremo sforzo di garantismo, per conservare il dubbio che Davigo non sapesse della corrispondenza della segretaria. Comunque, Di Matteo non si fa gli stessi scrupoli di Davigo, e parla dei verbali con Ardita. Poi li consegna al procuratore di Perugia, Raffaele Cantone (ex presidente dell’Autorità anticorruzione). Cantone sta indagando sul sistema Palamara, e infatti metà o due terzi dei nomi fin qui citati nell’articolo sono contenuti nel libro scritto da Luca Palamara con Alessandro Sallusti.

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