Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

L’arte di dire e rincuorare

venerdì, Aprile 10th, 2020

di   Antonio Scurati

Arrivano momenti nella storia dei popoli nei quali le parole non solo sono importanti ma addirittura vitali. Questo è uno di quei momenti. Eppure, purtroppo, proprio ora quelle parole mancano, le bocche che dovrebbero pronunciarle tacciono. Mi riferisco all’oratoria politica, alla capacità del leader di guidare un popolo attraverso la sola forza della parola.

Il linguaggio umano verbale è prodigo di numerose funzioni: con le parole si può nominare, spiegare, descrivere, inventare, informare, raccontare, conoscere e via dicendo. Con le sole parole si può addirittura agire ma la prestazione più alta cui la parola umana possa elevarsi è niente meno che la sopravvivenza stessa. La lotta interminabile con cui la specie umana — costantemente sottoposta a minaccia mortale — tenta faticosamente di mantenersi in vita trova nella parola un alleato fondamentale.

Ciò accade soprattutto nei frangenti del dramma collettivo. È allora che il discorso pubblico può e deve persuadere a tenere linee di condotta prudenti (l’autoreclusione, nel nostro caso) o muovere a un agire straordinario (la militanza «eroica» del personale sanitario). Ma quel tipo speciale di parola può avere un raggio ancora più vasto: l’eloquenza pubblica può dare una versione accettabile di una realtà terribile. Non si tratta di mistificare, nascondere, ingannare. Al contrario, si tratta di narrazioni veritative che illuminino il dramma con una luce che lo renda sopportabile, che renda il vivere possibile e, in taluni casi estremi, anche il morire accettabile. Proteggere gli uomini dalla violenza brutale della realtà conferendole un senso. Rincuorare. Di questo è capace l’arte oratoria degli uomini eminenti nei frangenti drammatici.

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I nemici nascosti della ripresa

venerdì, Aprile 10th, 2020

di Sabino Cassese

C’è unanimità di vedute: la ripresa, nella fase 2, ci sarà se ci liberiamo della burocrazia. Si propone di ridurne il peso, ripensarla, scavalcarla, saltarla, toglierla di mezzo, smantellarla, sconfiggerla. Ma, come ha osservato su questo giornale Daniele Manca il primo aprile, dietro questo nemico si nascondono in molti. È bene, allora, accertare dove sono le responsabilità, da dove vengono tutti i mali che attribuiamo alla burocrazia.

Primo: gli uffici pubblici si muovono su una trama che è disegnata dai legislatori (Parlamento e governo). I poteri degli uffici sono attribuiti dalle leggi, che ne disciplinano l’esercizio. Il codice vigente dei contratti, uno dei principali responsabili del deficit italiano di infrastrutture, è il frutto di numerose addizioni rispetto alle direttive europee (un fenomeno che si chiama «goldplating», placcare in oro), addizioni non necessarie, che hanno prodotto l’attuale stallo. Molte altre procedure potrebbero esser sfoltite, altre abbreviate, altre poste in parallelo, invece che in sequenza (una si svolge mentre avanza l’altra, invece che dopo l’altra), dotate di «corsie di emergenza» in caso di necessità. Questo eccesso legislativo è subito dalla burocrazia (che talvolta se ne fa scudo, e talora addirittura lo sollecita, per scaricarsi da responsabilità) e va imputato principalmente a chi adotta ogni giorno una procedura nuova che si aggiunge, senza mai sottrarre, a una precedente, a chi richiede un parere in più. Di questo sono responsabili in ultima istanza il Parlamento e il governo. Solo leggere l’ultimo decreto legge richiede – come ha osservato ieri su queste pagine Gian Antonio Stella – uno straordinario studio: figuriamoci quando si tratta di metterlo in pratica, come deve fare la burocrazia. Quindi, responsabile maggiore di questo agente patogeno è la politica (salvo poi lamentarsene).

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Ma che fine hanno fatto i robot?

giovedì, Aprile 9th, 2020

di RICCARDO LUNA

Sarà che in pandemia certi giorni e certe notti non finiscono mai. Ma ogni tanto mi sono ritrovato a chiedermi: ma questi famosi robot, adesso che servivano, dove sono finiti? Perché non sono negli ospedali dove medici e infermieri rischiano la vita, quando loro, i robot, non hanno una vita e quindi non avrebbero nulla da perdere? Perché non ci consegnano la spesa a casa al posto di giovani fattorini sottopagati che ci lasciano il pacco fuori dal portone per paura di rimanere contagiati? Perché non fanno compagnia agli anziani, tappati in casa da settimane, quasi sempre da soli per il timore che un familiare possa infettarli quando i robot non contagerebbero nessuno visto che il virus non si trasmette via silicio? E infine perché non fanno didattica ai nostri bambini?

Quanti ne abbiamo visti di robottini parlanti che ti promettevano di insegnarti la qualunque. Sì, certo, qualcuno c’è, lo so: qualcuno. Li ho visti. Eccezioni spesso ad uso del marketing. Ma complessivamente i robot all’appuntamento con la pandemia non erano pronti. Sarà per la prossima volta. Poi arriva una notizia che ribalta ogni ragionamento. Questa: a Taiwan, dove il coronavirus è stato contenuto molto meglio che altrove, il campionato di baseball sta riprendendo (sabato) ma con gli stadi ancora vuoti per il distanziamento sociale fra le persone (sono ammesse duecento persone in tutto, giocatori compresi). E allora la squadra dei Rakuten Monkeys ha deciso che giocherà davanti ad un pubblico plaudente fatto di robot. Cinquecento robot.

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E ora siate semplici

giovedì, Aprile 9th, 2020

di   Gian Antonio Stella

E ora siate semplici

«Provvedimenti per la riforma delle Amministrazioni dello Stato, la semplificazione dei servizi e la riduzione del personale». Sono passati novantanove anni dal giugno 1921 in cui l’allora ministro del tesoro Ivanoe Bonomi presentò un suo progetto per cambiare la burocrazia italiana. Novantanove. Eppure lo stesso titolo di quella lontana legge pare scritto ieri mattina. Non perché fosse spericolatamente futurista allora: perché è stravecchio il linguaggio burocratico di oggi.

La bozza del «Decreto-legge recante disposizioni urgenti per il sostegno alla liquidità delle imprese e all’esportazione» dice tutto. Le migliori intenzioni, le più generose aperture, i più volenterosi obiettivi, rischiano infatti di impantanarsi in un testo che si srotola per cento pagine in 37.157 parole. Il quadruplo di quelle usate dai padri costituenti per la nostra Carta. Sinceramente: tutte parole indispensabili?

Un metro più in là del confine, in Svizzera, il modulo che un imprenditore deve riempire per avere un prestito pari a un decimo del fatturato 2019 a interessi zero fino a 500.000 euro, credito da restituire entro cinque anni, consiste in una pagina. Una. Una pagina che chiede una dozzina di dati dell’impresa (nome, indirizzo, numero di dipendenti, iban, telefono, cifra d’affari, email…) ed elenca due manciate di condizioni contrattuali. Tipo quella che chi chiede soldi non può avere in corso una procedura di fallimento. Seguono luogo, data e firma. Fine. Tutto facile. Come di facile lettura, spiegata con chiarezza sul Web, è l’intera legge su questi «crediti transitori». Breve. Asciutta. Alla portata di tutti.

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Coronavirus, non basta dire «state a casa»

mercoledì, Aprile 8th, 2020

di Aldo Cazzullo

Per il Sabato santo, la Curia di Torino terrà un’ostensione della Sindone in diretta tv mondiale. Tradizionalmente, il Lino veniva esposto per invocare la fine delle epidemie. Ma nel 1630, l’anno della peste manzoniana, i Savoia e il sindaco Giovanni Francesco Bellezia concordarono di tenere la Sindone nel Duomo, per evitare assembramenti in piazza che avrebbero esteso il contagio. Solo alcuni privilegiati – forse antenati di coloro che oggi riescono a fare tampone e cura virale in casa – poterono venerarla. Non è noto, ma non è escluso che alla popolazione sia stato raccomandato di lavarsi spesso le mani, cantando per due volte un ritornello augurale. Il morbo infuriò, raggiunse il picco, defluì. La vita riprese.

Quasi quattro secoli dopo, i provvedimenti che l’Italia ha preso contro la pandemia Covid-19 sono gli stessi. In sintesi: non uscire, aspettare, eventualmente pregare. Tutto giusto. Ma non basta. Perché nel frattempo la tecnologia e la ricerca ci hanno resi molto diversi da come eravamo nel Seicento. Perché non usarle? Ci sarà tempo per verificare meriti e responsabilità. È evidente che sono stati commessi errori: non prepararsi all’arrivo del virus, non predisporre scorte di mascherine, non proteggere medici e infermieri, lasciare che molti ospedali diventassero focolai, non fare della Val Seriana una zona rossa.

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Coronavirus, Paolo Giordano: «La vita dopo? Il futuro è un puzzle che va costruito insieme»

mercoledì, Aprile 8th, 2020

di Paolo Giordano

Invochiamo gli esperti. Ma sarebbe il momento di accettare, per quanto ci spaventi, che non esistono veri esperti di questa crisi. Esperto è colui che ha fatto esperienza e nessuno ne ha mai fatta una simile, non su questa scala, non con questa gravità. Nessuno, poi, è competente nella totalità dei campi che sarà necessario gestire e armonizzare da qui in avanti. Abbiamo virologi eccellenti, immunologi, analisti di dati, informatici, economisti e psicologi; se capiamo quali domande rivolgere, avremo indietro delle risposte sensate. Da ognuno un pezzetto del nostro futuro. Ormai sono parecchi, sparpagliati sul tavolo: pezzi di virologia e immunologia ed epidemiologia e macro e microeconomia, pezzi inquietanti di sociologia e di psicologia. Ricomporli è il compito arduo della politica. Ma per completare un puzzle siamo abituati a guardare la figura sulla scatola, e stavolta la figura non c’è. Va inventata. Noi che scriviamo, esperti di nulla, ci limitiamo a contare i pezzi e magari a suddividerli in base al colore, come ci veniva raccomandato da bambini prima d’iniziare l’assemblaggio.

Primo pezzo. È passato un mese dall’inizio del lockdown. Ci sono cresciuti i capelli, siamo notevolmente più trasandati e cominciamo a chiederci se sapremo ancora indossare un paio di pantaloni normali al posto della tuta. La primavera, intanto, preme contro i vetri di casa, le giornate si allungano e ogni mattina è un po’ più calda e seduttiva della precedente. L’infilata di feste comandate si estende davanti a noi con un’inedita aria minacciosa. Sarà un’impressione personale, ma mi sembra che in molti inizino a vacillare. Che ci sia più movimento nelle strade. O forse sono io a cedere. Ma non è ancora il tempo: mollare adesso vorrebbe dire precipitare in un istante al punto di partenza. I nuovi infetti, plausibilmente, sono molti di più di quelli che ascoltiamo nel bollettino delle 18. L’epidemia continua nelle strutture ancora aperte, nelle interazioni residue, nei cortili delle case e dentro le case stesse. Abbiamo bisogno subito, però, di una narrazione nuova che ci motivi a resistere. L’affollamento degli ospedali e il bisogno di supportare medici e infermieri ci hanno incoraggiato a lungo, gli appelli delle star hanno aiutato, le minacce d’inasprire le sanzioni molto meno; la retorica delle pubblicità sulla meraviglia di restare a casa è diventata stucchevole e rischia di ottenere l’effetto opposto. Senza una narrazione nuova, senza una descrizione anche vaga di come si presenterà il coronapuzzle una volta completato, la gente smetterà di sacrificarsi. Ricominceremo a uscire più del dovuto e ci troveremo daccapo.

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L’impresa da salvare. Nelle industrie dei robot è ora di ripartire

martedì, Aprile 7th, 2020

di DAVIDE NITROSI

Protezione sanitaria, distanze rispettate, attenzione alla salute dei dipendenti con un filtro in ingresso di chi va a lavorare, spinta al digitale e alla robotizzazione, telelavoro dove possibile per evitare uffici o stabilimenti con troppe presenze.
Di fronte all’emergenza del Coronavirus la risposta del mondo del lavoro deve essere complessa perché non potrà ridursi per troppo tempo alla chiusura ermetica di ampi settori e allo stop conseguente delle filiere. Lo choc economico non è più sopportabile. Certo, l’iniezione di liquidità e il sostegno dello Stato, quanto mai fondamentali oggi, potranno dare ossigeno alle imprese, ma prima o poi finiranno. E sarà dura risorgere.

Chiudere e basta alla fine non salverà nessuno. Almeno non dalla povertà. Bisogna ragionare con criteri più affinati. Chiude chi non può garantire le misure necessarie per proteggere chi lavora. Chiude temporaneamente chi è in una zona rossa. Ma chi può, deve ripartire. Perché l’importante è proseguire le attività economiche di un Paese, attività che non arricchiscono una cricca di ricconi, ma che mandano avanti una nazione, garantiscono il benessere, la capacità di tenere in vita uno stato democratico e civile. E assicurano anche, con le tasse, le spese sanitarie.

Quali criteri? Le aziende a bassa tecnologia non possono essere valutate allo stesso modo delle imprese robotizzate, dove gli operai agiscono su linee autonome e con strumenti di comando a distanza. Penso alle perle dell’automotive, alla meccatronica, alle multinazionali tascabili altamente tecnologiche. Altre imprese, come nel tessile o nella trasformazione, si stanno adeguando e hanno l’occasione per modificare i loro modelli gestionali e garantire i requisiti per operare in sicurezza anche in caso di epidemie. Ogni passo va fatto di concerto con parti sociali ed enti locali che devono garantire, ad esempio, trasporti pubblici sicuri. 

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La potenza dei simboli

lunedì, Aprile 6th, 2020
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di   Antonio Polito

Ha suscitato scandalo la proposta di Salvini di riaprire le chiese a Pasqua. Non altrettanto scandalo aveva suscitato l’idea di Renzi di riaprire le librerie, né quella della Confindustria di tenere aperte le imprese. Il leader della Lega mescola certo con troppa superficialità il profano della politica con il sacro della preghiera. E le esigenze di distanziamento sociale rendono evidentemente impossibile ciò che chiede. Ma le reazioni che ha ricevuto, quasi sdegnate, fanno riflettere. La paradossale verità è che oggi cultura e industria ci appaiono strumenti di rinascita e riscatto più idonei della religione. Il processo di secolarizzazione, anche nel Paese più cattolico d’Europa, ha ormai espunto la fede dal dibattito pubblico, come se fosse un sentimento privato, rispettato sì, ma in definitiva inutile al corpo sociale.

Invece il sacro è sempre stato un formidabile strumento di tenuta e coesione delle società umane, e forse è addirittura nato per questo scopo. Émile Durkheim, il fondatore della sociologia, definiva la religione «una cosa eminentemente sociale», il modo con cui le comunità degli uomini, attraverso credenze e riti, costruivano la propria rappresentazione collettiva.

Non è dunque neanche indispensabile credere per capire perché, di fronte alla forza della natura maligna, a una catastrofe, a un’epidemia, gli esseri umani di tutti i tempi si siano sempre raccolti intorno a un rito religioso, in preda al timore di Dio e sperando nel suo aiuto. Il caso, o forse la Provvidenza, ci mettono oggi proprio davanti agli occhi la potente forza simbolica del sacro.

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La Cura e la Pietà

domenica, Aprile 5th, 2020

di Marco Damilano – foto di Fabio Bucciarell

La Cura e la Pietà

La Cura e la Pietà. Cosa ci porteremo dietro, tutto quello che di queste giornate non potremo dimenticare, è solo questo, è tutto qui. Lo smarrimento degli sguardi, la fragilità dei corpi, l’impossibilità di dire Dio, di dirsi addio. La carezza che saluta chi sta lasciando la sua casa su una barella trascinata giù per le scale, era il luogo sicuro, il condominio, la palazzina, con le scale da salire e scendere ogni giorno, è qui che ora ogni gesto si consuma come definitivo, con l’angoscia che sia l’ultimo.

Chi ha affrontato un momento simile, chi ha veduto un genitore o una persona cara uscire di casa per andare in un ospedale in emergenza, conosce la paura non espressa perché reale e terribile, l’esplodere nel petto dell’ansia, il precipitare allucinato di ogni istante, così rapido che non te ne accorgi, così lento che sarai destinato a riviverlo mille volte. Tutto risucchiato, in un unico momento convulso. Il pigiama, le pantofole, il copriletto colorato e caldo, le foto accanto al letto con la cornice, le madonnine alle pareti, le mensole affollate di ricordi, lo specchio sul comò davanti al quale ogni giorno ti pettinavi prima di uscire e oggi invece non ci sarà neppure il tempo di dare l’ultimo sguardo, per vedere se almeno sei in ordine, mentre vai via.

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I dialoghi sul nostro tempo: Marco Damilano e Fabio Bucciarelli

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Un secondo virus nel mondo

domenica, Aprile 5th, 2020

di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

I virus oggi in giro per il mondo sono due. Per uno, il Covid-19, speriamo che prima o poi una cura e un vaccino si trovino (e chissà se quel giorno i «no vax» si scuseranno). L’altro è un pericolo per le nostre democrazie. È un virus che, oggi aiutato dal Covid-19, attacca la democrazia liberale e si manifesta in almeno quattro forme: Putin, Trump, autocrati stile Erdogan e Orbán ai nostri confini e i sovranisti europei. Insomma, il populismo nelle sue diverse manifestazioni. Per questo la cura, fortunatamente, la conosciamo: rafforzare la democrazia liberale e i «checks and balances» tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario.

Il rischio è serio. E non solo perché il rifiuto della scienza, che accomuna i populisti, ha fatto perdere all’inizio della pandemia settimane preziose, ad esempio in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con morti che avrebbero potuto essere evitate. Donald Trump fino ai primi di marzo diceva che negli Stati Uniti tutto era sotto controllo, che erano i democratici ad esagerare e che un miracolo e la primavera avrebbero fatto sparire il virus. Oggi ci sono quasi 300 mila contagiati negli Usa e alcune proiezioni prevedono tra i 100 mila e i 200 mila morti nei prossimi mesi. C’e un ospedale da campo a Central Park e una nave militare attrezzata a ospedale ancorata all’isola di Manhattan. «Tutto sotto controllo» appunto.

Alcuni populisti, ad esempio in Ungheria, hanno sfruttato la pandemia per sospendere la democrazia. Trump stesso usa falsità o mezze verità per denigrare i governatori democratici di vari Stati, in particolare quelli come il Michigan che saranno cruciali nelle prossime elezioni. Il virus come strumento di campagna elettorale. In un momento di emergenza nazionale un vero leader riunisce la nazione, Trump la divide ancor di più. C’è addirittura chi teme per la regolarità delle elezioni di novembre. La Costituzione americana proibisce di spostarle ma da Trump e dal partito repubblicano oggi ci si può aspettare di tutto. Se si diffondesse, il virus del populismo renderebbe gli europei irrilevanti e impoveriti.

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