Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Quei democrat bipolari con l’identità perduta

domenica, Ottobre 2nd, 2022

Andrea Malaguti

Con gli occhi infossati, bui, il mento abbassato, il segretario democratico, Enrico Letta, annuncia amaro e solenne un nuovo Congresso Costituente, mettendo di fatto in liquidazione quel che resta del Pd, un partito che, a guardarci bene, non è mai esistito. Riformista o laburista? Cattolico o socialdemocratico? Macroniano o melenchoniano? Schiavo dei poteri forti o attento ai fragili, agli invisibili e persino (bestemmia) al lavoro e alle periferie? Dieci segretari, tre reggenti, quindici anni di vita e un unico ininterrotto psicodramma. Da Veltroni a Letta, passando per il bis di Renzi, solo due cose non sono cambiate: “Lo sfacelo della psiche” (copyright Massimo Cacciari) e una irrimediabile mancanza di identità, prologo ed esito di ogni prevedibile sconfitta.

Invocando il ritorno dell’ “Io collettivo”, spirito santo per comunità smarrite, per lo meno Letta evita al suo popolo la stucchevole farsa del reggente. Non ci saranno un Orfini o un Martina a cui passare temporaneamente lo scettro in attesa della rivelazione, ma si proverà a ricorrere al gigantesco lettino psichiatrico del confronto con i tesserati e con i simpatizzanti di ogni ordine e grado. Una ripartenza dal basso che alla sinistra manca dalla svolta della Bolognina, ispiratrice persino del film di Moretti. Anche la rivoluzione ulivista e la scelta di Romano Prodi furono operazioni di massa, certo, però gestite dall’alto.

Questa volta la diafana Araba Fenice dell’ “Io Collettivo” sarà chiamata a scolpire un profilo finalmente umano allo sgraziato mostriciattolo nato dalla fusione a freddo tra Ds e Margherita. È quello il legno storto da cui quotidianamente germoglia un equivoco senza eguali in Occidente. Uno sdoppiamento di personalità che ha portato a lungo i Dem a interrogarsi sulla collocazione europea (al centro o a sinistra?) è da lì, con l’effetto domino delle contraddizioni, sui valori, sulle idee e sulla visione da consegnare al Paese, con l’unico risultato di non averne trovata nessuna.

Difficile dimenticare il paradosso pre-elettorale di un ministro della Difesa, Guerini, che chiede di aumentare le spese militari al 2% del Pil mentre alla festa dell’Unità di Bologna sventolano in ogni stand le bandiere della pace.

Partito di nessun luogo e di tutte le posizioni, il Pd pirandelliano di questi ultimi anni, è diventato una banale macchina di potere per il potere. Quando non sai più chi è il tuo elettorato e, peggio, che cosa dire, ti avviti nella ricerca affannosa di rendite di posizione, finendo per candidare il torinese Fassino in Veneto e il ferrarese Franceschini in Campania, ma portandoti sempre in tasca una spiegazione comoda, estetica, mai quella vera.

Facile allora per Calenda farsi testimonial del riformismo, sbertucciando la favoletta del campo largo, e per Conte diventare il Masaniello delle battaglie sociali. Ma la differenza tra l’assistenzialismo di utile quanto opinabile prospettiva e l’idea di un welfare largo, moderno ed efficace, è la stessa che passa tra il populismo nazionalista e una socialdemocrazia compiuta e contemporanea, concentrata su scuola, sanità, lavoro giustamente retribuito e diritti, grammatica di base dei progressisti nel mondo.

Rating 3.00 out of 5

Sorella d’Italia, sarai Evita Melòn o la Thatcher de noantri?

domenica, Ottobre 2nd, 2022

MASSIMO GIANNINI

Viviamo un difficile interregno. Come l’inferno, per Giorgia Meloni la via per Palazzo Chigi è lastricata di buone intenzioni. Alla sua prima uscita ufficiale, dal palco milanese della Coldiretti, la Sorella d’Italia dispensa piccole cose di non pessimo gusto. “Abbiamo in mente di dare risposte efficaci e immediate ai principali problemi”. E questo è (quasi) tutto. Manca infatti un solo dettaglio, non trascurabile: “La priorità sarà il costo dell’energia, come sapete siamo in costante contatto con il governo, impegnato in una trattativa molto complessa a livello europeo”.

La premier entrante ci tiene a farci sapere che insieme a quello uscente si sta adoperando per garantire la famosa “transizione ordinata” tra le due legislature, senza la quale l’Italia si gioca l’osso del collo: un posto a sedere tra i grandi di un mondo minacciato dalla guerra nucleare, un ruolo dignitoso in un’Europa travolta dalla crisi energetica, la stabilità economica e la pace sociale del Paese. È un messaggio confortante. Per l’oggi, indica senso della misura e della responsabilità. Ma per il domani, chissà. È questo l’interregno, questa la terra di mezzo nella quale vaghiamo, sapendo molto di ciò che lasciamo, niente di ciò che troveremo.

La Vecchia Epoca tramonta: la Politica fallita che cede lo scettro alla Tecnica, specchio di una crisi di sistema che costringe due civil servant a fare i presidenti del Consiglio e due presidenti della Repubblica a prolungare il mandato al Quirinale. Il 2011 e il 2022: undici anni racchiusi tra due Mario. Monti che prova a tamponare i disastri del berlusconismo, Draghi che cerca di ricostruire tra le macerie del contismo.

In mezzo, il lungo kamasutra del demo-grillo-leghismo, dove populisti capaci di niente si contendono e si scambiamo il potere con governisti pronti a tutto.

Tutto cambia, dopo le elezioni di domenica scorsa. Quattro italiani su dieci disertano le urne, e questo è un virus micidiale per tutte le democrazie d’Occidente. Ma la Politica si prende lo stesso la sua rivincita. C’è una maggioranza chiara, trainata da un “ex-partitino” sopravvissuto all’eclissi finiana che in dieci anni decuplica i consensi ed espugna il Palazzo d’Inverno. Le tre destre riunite conquistano Camera e Senato, anche se incassano più o meno gli stessi voti del 2018, circa 12 milioni. Ma hanno 18 punti di vantaggio sulla coalizione avversaria: un distacco che non ha precedenti nella Storia repubblicana. Aspettiamo dunque la Nuova Era che sorge. E ci facciamo domande. Chi sono, questi Fratelli d’Italia? A che razza di destra si ispirano e si ispireranno? Soprattutto, chi è Giorgia Meloni? Sarà una Thatcher de noantri, più corriva ma non meno cattiva della Lady di Ferro inglese? O sarà Evita Melòn, più “sfascista” ma non meno sovranista della First Lady argentina?

Nulla è chiaro, al momento. Se non l’ennesimo paradosso italiano. In Patria (e mai come oggi parola fu più esatta) siamo diventati immediatamente e sospettamente “patriottici”. Come osserva Domenico Starnone, le preoccupazioni che trapelano da Washington, Parigi o Bruxelles ci innervosiscono di più delle congratulazioni che piovono da Mosca, Budapest o Varsavia. I timori delle democrazie più amiche ci infastidiscono più dei clamori delle peggiori democrature. Come si permettono, Lorsignori, di intromettersi nei nostri affari interni? Con che faccia di palta si permettono di ricordare il passato “post-fascista” di questa destra nata dalle costole del Msi? Ammettiamolo: ancora una volta, funziona il solito riflesso condizionato da Strapaese, in continuo andirivieni tra servo encomio e codardo oltraggio. Ma non è un bello spettacolo. Anzi, è una vergogna. E se nel caso della premier in pectore come di chiunque altro è sicuramente inaccettabile far ricadere sui figli le colpe dei padri (tanto più se i secondi sono malamente scomparsi dalle vite dei primi), è altrettanto insopportabile la violenza verbale con cui si manganella chiunque si azzardi a sollevare un dubbio etico, un distinguo politico o anche solo un giudizio storico. Fa orrore il pestaggio mediatico di un intellettuale come Antonio Scurati, colpevole di aver scritto una trilogia su Mussolini, e per questo bollato come “uomo di M…” da palafrenieri del giornalismo che in passato, per ossequiare il Cavaliere, ci hanno regalato qualunque dolosa nefandezza: dai dossier-patacca su Telekom Serbia e i soldi a “Ranocchio, Cicogna e Mortadella”, alle false veline sull’allora direttore di Avvenire Dino Boffo. Meloni non ha alcun bisogno di “soccorso ai vincitori”, né di mediocri apparatciki da servizio pubblico a caccia di poltrone, né di “volonterosi carnefici” da Minculpop privato in cerca di medaglie. Al contrario: certi “favori”, che immaginiamo non richiesti, le arrecano solo danno.

Fatevene una ragione: il futuro dell’Italia non sta a cuore solo agli italiani. Siamo un Paese fondatore della Madre Europa. Siamo economia “sistemica” per l’Eurozona. Siamo cerniera tra Ovest e Est. Siamo gancio della Nato nel Mediterraneo, al quale si possono appendere o impiccare il Medioriente e il Corno d’Africa. Nulla è indifferente, all’estero, di ciò che accadrà a Roma nei prossimi mesi. Dobbiamo saperlo. E dobbiamo sapere che al momento la paura prevale sulla speranza. In pubblico lo dice Joe Biden, che ragionando sul destino delle democrazie liberali e sulla minaccia trumpiana in vista del voto di Midterm avverte i suoi governatori “guardate cosa è appena successo in Italia”. In privato lo dicono i banchieri centrali, che da Francoforte ci esortano a “preparare i sacchi di sabbia davanti alle finestre”. Non hanno torto. Nonostante i prudenti silenzi della leader, tra i “patrioti” fibrilla l’anima autarchica e isolazionista incarnata dalla dottrina Fazzolari-Pera. Ribadire anche dopo il voto che “il diritto italiano deve prevalere su quello comunitario” è un altro modo per tenere sempre accesa la fiamma tricolore, che arde nel cuore dei nostalgici post-missini e tiene in continua ebollizione la pentola della destra eurofobica.

Rating 3.00 out of 5

La doppia trappola del troppo debito

sabato, Ottobre 1st, 2022

Stefano Lepri

In Europa i governi per proteggerci dal ricatto russo sull’energia subiscono una tentazione irrefrenabile a spendere a debito. La Banca centrale europea per difenderci dall’inflazione ora giunta al 10% sarà costretta ad alzare ancora i tassi di interesse. Sono due scelte che possono giocare l’una contro l’altra, purtroppo. Ogni nuovo debito (pericolosissimo per l’Italia, agevole per la Germania) dovrà quindi essere restituito a tassi di interesse molto più alti. D’altra parte ampi sussidi a famiglie e imprese potrebbero attutire l’effetto frenante dei tassi, rendendo necessario elevarli ancor più.

La politica di bilancio dei governi e la politica monetaria della banca centrale, che durante la pandemia avevano operato in buon accordo, ora si trovano contrapposte come mai prima. Al momento, la reazione tranquilla dei mercati ieri al maxi-pacchetto tedesco di sussidi può far sperare che questo tipo di danni possa essere contenuto. Il danno c’è già, invece, nelle divisioni che il ricatto del Cremlino sta aprendo fra gli europei. La Germania ha per sua colpa una grave debolezza, essere dipendente dal gas russo più degli altri grandi Paesi europei; ha per suo merito una forza, il bilancio dello Stato sano che le permette di indebitarsi con facilità. Ha deciso di gettare tutto il peso della sua forza a rimedio della debolezza senza discutere prima una strategia comune con gli altri Paesi. Al di là dell’invidia italiana quanto al debito, la preoccupazione generale degli altri governi si concentra sui vantaggi impropri che il sistema produttivo tedesco potrebbe ricevere da sussidi troppo ingenti, a danno di imprese degli altri Paesi.

Finora la Germania aveva speso, come aiuti per il caro-energia ai suoi cittadini, in proporzione, circa metà dell’Italia. Spendendo davvero tutti i 200 miliardi di euro ora annunciati andrebbe a oltre il doppio di noi. Sgradevole è che adotti un trucco di bilancio, per non violare formalmente la regola costituzionale severissima del “freno al debito” che si è data pretendendo di dare l’esempio agli altri Paesi euro. Se gli altri europei potranno lamentare che Berlino approfitta per favorire le sue imprese anche a danno delle loro, Putin avrà colto una vittoria. Dividerci tra di noi fa il gioco di quello stesso nemico che ci infligge il caro-energia. Per fortuna, è ancora possibile rimediare. Devono essere stabiliti criteri comuni per reagire, ben oltre ai punti concordati ieri. In sé, la controversia sul tetto al prezzo del gas ormai npn conta gran che, perché di gas dalla Russia ormai ne arriva pochissimo. Sarebbero invece utili criteri il più possibile omogenei sui risparmi di gas (dove siamo indietro tutti, Italia come Germania) e sulla misura dei sussidi, con un parziale ricorso a debito comune per i Paesi più deboli: se si è usato questo strumento per reagire alla pandemia, perché non usarlo contro la guerra?

Rating 3.00 out of 5

La libertà, il voto e i giudizi sbagliati

sabato, Ottobre 1st, 2022

di Sabino Cassese

In Italia non è a rischio la democrazia, e neanche le alleanze che ai «sovranisti» non conviene mettere in dubbio, perché così facendo danneggerebbero l’interesse nazionale. Preoccupa invece l’astensione, cresciuta repentinamente

D emocrazia e libertà non sono a rischio, in Italia, e coloro che temono attentati derivanti dalla polarizzazione asimmetrica uscita dalle elezioni (da un lato una coalizione, dall’altro frantumi) e dalla guida del governo affidata a una forza politica che ne è stata finora lontana, muovono da un giudizio errato sulla stabilità del nostro sistema politico-costituzionale.

Una società abituata da tre quarti di secolo a democrazia e libertà non vi rinuncia facilmente; inoltre, non va sottovalutata la forza educatrice della democrazia e del suo indissolubile legame con il rispetto dei diritti. La Costituzione, i cui principi fondamentali sono immutabili (secondo un orientamento della Corte costituzionale che risale a molti anni fa), prevede presidi istituzionali alla partecipazione dei cittadini e al rispetto dello Stato di diritto, e contiene barriere sufficientemente alte alle sue stesse modificazioni. Il radicamento sociale di democrazia e libertà ha prodotto e produce anticorpi che consentono al sistema di autocorreggersi. La diffusione delle democrazie interne (8 mila comuni, 20 regioni, i cui vertici sono eletti) assicura un forte pluralismo istituzionale. La forza dei poteri indipendenti, che possono agire all’occorrenza da contropoteri, è indiscussa.

Non dovrebbe neppure preoccupare la dis-proporzionalità prodotta dalla legge elettorale. Il numero di voti andato al centrodestra non è molto diverso da quello del 2018, e anche il centrosinistra non è molto distante dal 201 8; solo il M5S si è dimezzato.

Tuttavia, secondo gli ultimi dati, la prima coalizione avrà 237 dei 400 seggi della Camera e 115 dei 200 seggi del Senato. Con il 44 per cento dei voti, avrà poco più del 59 per cento dei seggi. È un premio pari a quello previsto dalla legge del 1953, presentata da De Gasperi (anche se quest’ultima lo riconosceva alla forza politica che raggiungesse la maggioranza dei voti). Nel saliscendi della politica, quella che viene chiamata democrazia dell’alternanza — e che faceva ritenere la democrazia della cosiddetta Prima Repubblica una «uncommon democracy» perché un partito restava sempre al governo — stare all’opposizione rigenera e premia, come dimostrato dalle scelte elettorali a favore di FdI, che si è valsa anche di una leader donna e più giovane di tutti gli altri capi-partito, ma soprattutto della forza di rappresentare l’unico partito che non aveva avuto la guida del governo.

Anche le dichiarazioni «sovraniste» non dovrebbero preoccupare. Le alleanze di cui lo Stato italiano fa parte sono dettate da reciproche convenienze. Se vogliamo bere birra tedesca, dobbiamo essere sicuri della sua sanità e qualità, e dobbiamo quindi affidare a una autorità europea il controllo della sicurezza degli alimenti. Se vogliamo spendere per la difesa meno della metà, rispetto al prodotto interno lordo, degli Stati Uniti, ci conviene affidare alla Nato la difesa comune. Se vogliamo esportare prodotti manufatturieri (l’Italia è il secondo Paese in Europa), abbiamo interesse ad abbattere le barriere commerciali, e quindi a fare parte dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il «sovranismo» è mosso dalla difesa dell’interesse nazionale, ma questo si difende proprio cedendo una parte della sovranità, in alcuni campi, come fanno i membri di un condominio, che non rinunciano alla proprietà dell’abitazione, ma mettono in comune la gestione delle scale, la loro illuminazione, la retribuzione del portiere, e non hanno interesse a rinunciare ai benefici che traggono mettendo in comune beni, servizi e costi. Insomma, ai «sovranisti» non conviene mettere in dubbio le alleanze dell’Italia, perché così facendo danneggerebbero l’interesse nazionale. Infine, i «sovranisti» verbali, quelli che vorrebbero mettere il diritto italiano al di sopra di quello europeo, forse non sanno che sono anni che la Corte costituzionale italiana ha configurato la teoria dei controlimiti, per cui le norme internazionali da immettere nell’ordinamento italiano vanno rese compatibili con i principi irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale nazionale.

Rating 3.00 out of 5

La sinistra al bivio decisivo

venerdì, Settembre 30th, 2022

di Angelo Panebianco

Il Pd deve scegliere se puntare ad allearsi con i 5 Stelle o con quello che possiamo forse definire il nuovo «Partito repubblicano», ossia con Calenda e Renzi

Tanto ciò che fanno un governo e la sua maggioranza quanto ciò che accade all’opposizione decidono il futuro di una democrazia. Nei primi tempi, ragionevolmente, sul governo che formerà Giorgia Meloni non ci sarà molto da dire. Per cominciare a esprimere giudizi su un nuovo esecutivo occorre almeno aspettare che abbia completato il rodaggio. Un primo bilancio, se scevro da pregiudizi, non si può fare se non dopo alcuni mesi . Tanto più in una fase così difficile come l’attuale. Si potrà solo commentare inizialmente la composizione del futuro governo, la scelta delle varie personalità che occuperanno i ministeri, eccetera. Ma con la cautela che è sempre necessaria in questi casi.

L’interrogativo principale riguarda i comportamenti che adotterà Matteo Salvini. In queste elezioni è stato sconfitto, al pari di Enrico Letta, ma è uno sconfitto, come egli stesso ha tenuto a precisare , che siede con i vincitori. Salvini è, nel suo partito, statutariamente protetto, ed è difficile per i tanti leghisti che vorrebbero sostituirlo riuscire presto nell’impresa. Per conseguenza, l’ipotesi più plausibile è che egli, cercando la massima visibilità possibile, voglia rendere faticosa la navigazione del futuro governo. Pare che abbia già cominciato. È normalmente ciò che fanno i leader in difficoltà. Facciamo un esempio. È probabile che la nuova presidente del Consiglio voglia cercare di instaurare un modus vivendi con Bruxelles, Parigi e Berlino che sono rapporti essenziali per l’Italia. In tal caso le difficoltà e l’imbarazzo sarebbero notevoli se dai fedelissimi di Salvini partissero continue bordate contro l’Europa, contro Bruxelles, contro Francia e Germania.

Ma il futuro di una democrazia non dipende solo da ciò che farà il governo. Dipende anche da come andrà a riorganizzarsi, dopo la sconfitta, l’opposizione, componente altrettanto essenziale del governo nel gioco democratico.

Con la serietà e lo stile che lo caratterizzano Enrico Letta, preso atto della sconfitta, traghetterà il partito fino al congresso e si metterà da parte. Non è esagerato definire drammatiche le scelte che ha di fronte a sé il Pd. Da quelle scelte dipenderà il futuro dell’opposizione e quindi, anche, in larga parte, quello della democrazia italiana. Si dice che il Pd non abbia una identità. Ma il suo problema è che ne ha troppe. Per questo Letta ha dovuto fare l’equilibrista fra le opposte fazioni, con le loro diverse visioni del mondo. Per questo è stata trasmessa agli elettori un’immagine confusa e insipida.

Per orientarci, e per rispettare le convenzioni, usiamo i termini che definiscono la tradizionale, storica, divisione della sinistra, quella fra massimalisti e riformisti. Anche se con adattamenti ai tempi, quella divisione esiste tuttora, entro e a ridosso del Pd. Sceglierà quel partito di diventare ciò che non è mai stato sul serio, ossia un autentico partito riformista? In tal caso, la strada è tracciata: netta chiusura verso i 5 Stelle e incontro con quello che possiamo forse definire il nuovo «Partito repubblicano», ossia con Calenda e Renzi. Oppure, come propone la sua (forte) componente massimalista, sceglierà l’alleanza con i 5 Stelle, la nuova Lega Sud? Per dirla con Renzi, opterà per il jobs act o per il reddito di cittadinanza? Il riformismo o l’assistenzialismo di stampo peronista? Con tutte le differenze del caso, il Pd ricorda il Partito socialista di Pietro Nenni all’epoca del Fronte Popolare. La scelta di allearsi con il partito antisistema di allora, il Partito comunista, venne pagata cara dai socialisti. E costrinse i riformisti ad andarsene (con la scissione di Palazzo Barberini del 1947 e la nascita del Partito socialdemocratico). C’è da scommettere che, in caso di alleanza o convergenza, sarebbero i 5 Stelle alla fine, checché ne pensino i massimalisti del Pd, a fagocitare il loro partito.

L’apertura ai 5 Stelle, quale che sia il prezzo che il Pd pagherebbe nel medio-lungo termine, è in un certo senso la scelta più facile e forse persino più ovvia. In questo modo il Pd non lascerebbe a Conte e ai suoi il monopolio dell’opposizione urlata, più vociante, contro il governo. E inoltre, darebbe soddisfazione a quella parte, a occhio molto ampia, del Pd che si sente affine ai 5 Stelle, che non ha vere ragioni di contrasto con loro.

Rating 3.00 out of 5

Le eurocrazie che ora temono la nuova Italia

mercoledì, Settembre 28th, 2022

Lucio Caracciolo

Il problema dell’Italia è che vale molto più di quanto conti. In tempo di guerra questo sbilancio fa tutta la differenza. Perché è l’ora della verità. Le narrazioni lasciano il fumo che trovano. Contano i rapporti di forza basati sui duri fatti, sulla capacità di interpretarli e di comunicarli strategicamente. Misto di hard e soft power, con le brevi pause e le accelerazioni brusche delle montagne russe. Sul mercato delle relazioni fra Stati, lo iato fra soggetti e oggetti, fra potenze e impotenze, continuerà ad allargarsi fino alla prossima pace, che non pare così prossima. Il nostro paese, che per quasi otto decenni ha goduto dei formidabili vantaggi della sovranità limitata nel contesto euroatlantico, è molto meno attrezzato di altri ad affrontare l’emergenza.

Oggi sia il protettore di ultima istanza (America) sia i soci del sistema europeo – allestimento da bel tempo che si sfarina quando comincia a piovere forte – hanno priorità diverse dall’Italia. Si occupano della stretta tutela dei propri immediati interessi, meno del sistema internazionale di riferimento. Ognuno protegge sé stesso, usa per quanto può risorse altrui a fini propri. Non per ostile disposizione d’animo. Pura necessità. Oggi il Belpaese è preda troppo attraente per non suscitare appetiti in amici e nemici che scrutano le “eccellenze” – tradotto: gli oggetti di valore che ornano il nostro open space – e studiano come appropriarsene. O impedire che lo facciano i rivali. Se compariamo l’invidiabile patrimonio materiale e immateriale di noi italiani con le istituzioni che dovrebbero amministrarlo otteniamo la misura del rischio che stiamo correndo. La drammatica carenza di Stato è sopportabile e perfino virabile in vantaggi particolari nelle fasi di bonaccia, insopportabile e pericolosa durante la tempesta. Si può restare incuranti del debito fuori controllo, dunque della dipendenza dai mercati finanziari – strutture geopolitiche, non banalmente economiche – e dell’impossibilità di difenderci in caso di aggressione per mancanza di mezzi e di volontà? Parrebbe di sì. L’uragano ci coglie in assorta contemplazione del nostro ombelico. Esercizio dominante nella campagna elettorale, che da noi comincia dopo le elezioni e non finisce col voto. Quando i nostri rappresentanti alzano lo sguardo oltre confine è per spendere le sentenze di autorevoli media europei o americani – non informatissimi sull’Italia – sul mercato politico nostrano. Spesso producendo acrobatici autogol.

Il tema del momento è se il governo di centrodestra ci rende più deboli in ambito comunitario e atlantico. Temiamo di sì mentre speriamo di no (qualcuno spera di sì, forse perché domiciliato altrove). Dopo 67 governi repubblicani dovremmo aver colto che il nostro destino è largamente indipendente da chi siede a Palazzo Chigi e dall’esecutivo che presiede. E che il glorioso vincolo esterno, non concesso fosse un’idea geniale, nel mondo del ciascun per sé nessun per tutti è contraddizione in termini. La funzione essenziale del governo di uno Stato che non funziona in un sistema geoeconomico e geopolitico in fibrillazione è di vendere al meglio l’immagine del paese presso le opinioni pubbliche e i decisori esteri che contano. Per proteggere il residuo capitale di fiducia di cui possiamo ancora godere, se possibile allargandone i margini, con l’interessata complicità delle superiori potenze o di quel che ne resta. Contiamo sull’interesse altrui a partecipare alla seduta d’illusionismo. Fin quando esiste.

Rating 3.00 out of 5

Le province rosse che hanno punito la nomenklatura

mercoledì, Settembre 28th, 2022

Concita De Gregorio

Il figlio del portuale, il nipote del fattore hanno votato “Giorgia”, la chiamano per nome. Il padre, il nonno si sono spaccati la schiena tutta la vita, entrambi in cooperative di lavoratori, in mare e nei campi. Il primo a Livorno, dove il Pci è nato. Il secondo fra Modena e Reggio nell’Emilia, in un borgo dove il 25 aprile è per tradizione una festa più grande e più bella di quella del Patrono. Famiglie comuniste senza bisogno di chiedere perché: è chiaro, perché. È nelle cose, nelle mani, è così. Il nipote del fattore ha 26 anni e si è laureato, è andato a vivere in città, in campagna non ci vuole tornare. Lavoretti saltuari, una stanza in una casa condivisa. «Non ci voglio litigare, con mio nonno, perciò non mi metta in difficoltà. Io lo capisco, lo rispetto. Però non sono sicuro che lui capisca me, d’altra parte non lo pretendo. Ho votato Pd da quando voto.

Ma sempre meno volentieri, l’ultima volta per esempio alle regionali non ci sono andato. Ho pensato: protesto così. Ma non basta. Non andare a votare non basta. Non capiscono. Allora ora vediamo se capiscono. Magari adesso capiscono». La dorsale appenninica, la famosa linea Maginot da cui la destra non passa, non può passare, ha ceduto. Toscana e Emilia sono diventate la Caporetto del Pd in una sconfitta dalle proporzioni inemendabili, umilianti, e c’è anche questo da dire: è stata una punizione.

Non solo, non sempre ma anche: il voltafaccia delle provincie rosse ha il sapore di un castigo, come quando i genitori dicono ai figli questa volta ti tolgo la playstation, la seconda stai senza telefono, la terza ti mando in collegio. Ecco, questo: te ne vai da casa, e vediamo.

Se ne sono andati da casa, i figli e i nipoti dei Padri Fondatori. Livorno, la città del comunismo anarchico, fatto di menefreghismo e solidarietà, di fratellanza e di vento. Pisa, nelle cui università si è formata la classe dirigente del Pci del Novecento, Mussi e D’Alema che giocavano a biliardino, la scuola di Storia Moderna di Furio Diaz. Grosseto, la Maremma. Prato, l’industria. Massa, Arezzo Lucca. Centomila voti persi a Rimini e Piacenza. Una disfatta a Modena, Ravenna, Rimini, Forlì. Non è più nemmeno una questione di mappe e di numeri, è un crollo simbolico che non si spiega fino in fondo se non si attinge al lessico familiare, appunto: lì dove il Partito era famiglia. Delusione amarissima e rimprovero estremo, offesa della fiducia incondizionata, incredulità, esasperazione, reazione. Non capivano, ora vediamo se capiscono.

Ma cosa. Cosa non hanno capito? Beh, che non sarebbe stato per sempre. Che il consenso si coltiva e si guadagna, non è una dote: non è vero, non è più vero che i “tuoi” elettori sono disposti a votare anche una mucca, se metti in lista una mucca. Con tutto il rispetto per animali e umani: è per non fare esempi che potrebbero offendere qualcuno e risparmiare ingiustamente qualcun altro. Che togliere dalle liste le persone popolari e amate dai concittadini per mandare da fuori un “candidato blindato” che deve essere eletto – per ragioni di potere, di corrente: anche basta, davvero, come dicono i ragazzi. Anche no. Perché così tutte le Giuditta Pini (ecco, ho fatto un esempio) sacrificate in base a un incomprensibile manuale Cencelli restituiscono l’idea che lavorare sul campo non serve, la passione non serve, i risultati sono inutili. L’unica cosa che conta è assicurare un posto a gente che “deve” essere eletta. E deve perché? In nome di cosa? Rinnegare l’identità in favore del compromesso, pur di restare al potere e salvare qualche seggio, ti può riservare la sorpresa amara di farti perdere l’uno e l’altro: l’identità, il potere. La scelta difatti questa volta non era fra perdere bene o vincere male. Era come perdere. Se farlo riconquistando la tua natura, le ragioni dell’appartenenza a una comunità, o perdendone ancora con opache manovre a beneficio di uno zero virgola in più, che poi non è venuto.

Rating 3.00 out of 5

Meloni a un bivio, il primo banco di prova sarà il ministro dell’Economia

martedì, Settembre 27th, 2022

di Aldo Cazzullo

Da quale strada sceglierà Giorgia Meloni dipendono la nostra (precaria) salute economica e il nostro futuro nell’Europa turbata dalla guerra che infuria sulle sue frontiere orientali

Sono quasi trent’anni che l’Europa si indigna, e sono quasi trent’anni che la destra più o meno populista è in maggioranza nelle urne (con l’effimera eccezione dei 24 mila voti in più di Prodi nel 2006), e quando è unita vince. Segno che l’indignazione non serve. Un po’ di preoccupazione, tuttavia, è legittima. Ora Giorgia Meloni è davanti a un bivio. Tra l’istinto e la ragione. Tra sovranisti ed europeisti. Tra protezionisti e liberali.

Da una parte, la strada che conduce alle sue alleanze tradizionali: Viktor Orban a Budapest, Jarosław Kaczyński a Varsavia, Marine Le Pen a Parigi, Santiago Abascal a Madrid. Dall’altra, la strada che conduce a chi governa davvero l’Europa: Ursula von der Leyen a Bruxelles, Christine Lagarde a Francoforte, Olaf Scholz a Berlino, Emmanuel Macron a Parigi (a Madrid governa invece il socialista Pedro Sanchez; che se dovesse perdere le elezioni l’anno prossimo cederebbe il posto non ad Abascal, ma al leader del partito popolare Alberto Núñez Feijóo).

Da quale strada sceglierà Giorgia Meloni dipendono la nostra (precaria) salute economica e il nostro futuro nell’Europa turbata dalla guerra che infuria sulle sue frontiere orientali. I sovranisti non sono un monolito. Il governo ungherese è il miglior amico di Putin; quello polacco è il miglior amico di Zelensky. Orban straparla di difesa della “razza bianca”; Abascal teorizza l’iberosfera, invita i venezuelani a venire in Spagna, candida i cubani anticastristi. Quanto a Marine Le Pen, tecnicamente in Europa fa parte del gruppo di Salvini e non di quello della Meloni. Tuttavia, non prendiamoci in giro: le radici e il cuore della prima donna presidente del Consiglio sono da quella parte.

Poi però c’è la realtà. C’è un Paese che veleggia verso i tremila miliardi di euro di debito pubblico, e non è fallito perché quel debito è di fatto garantito dai tedeschi, è posseduto per almeno il 10% dai francesi, è finanziato dalla Banca centrale europea, è alleggerito dal debito comune varato dalla Commissione di Bruxelles. Questo ovviamente non può e non deve piacerci. Però è l’amaro destino di chi ha tutti i record negativi d’Europa, di chi fa meno figli e ha meno abitanti al lavoro, di chi ha più evasori e più giovani che il lavoro non lo cercano, di chi non riesce a spendere soldi pubblici in cantieri, progetti, infrastrutture ma solo in sussidi. Un Paese così va profondamente cambiato.

Tutti ci auguriamo che la Meloni riesca dove centrodestra, centrosinistra, grillini hanno fallito. Tuttavia, c’è una sola cosa che un Paese così deve assolutamente evitare: rompere con l’Europa. Su molti temi, ma innanzitutto sull’Ucraina, sulla politica energetica, sulla tenuta dei conti pubblici. In campagna elettorale, a parte le sbandate degli ultimi giorni per Orban e Abascal, la Meloni ha dato assicurazioni su questi tre punti. Vedremo se ora sarà coerente. La scelta del ministro dell’Economia, da concordare con Sergio Mattarella, sarà il primo banco di prova.

È vero che Fratelli d’Italia ha raccolto un voto di protesta, antisistema. Ma ha anche raccolto il voto dei moderati che – come disse al Corriere Fedele Confalonieri alla vigilia della caduta di Draghi – hanno visto nella Meloni la leader in grado di riportare dopo undici anni il centrodestra a Palazzo Chigi . Dall’altra parte, anche l’Europa commetterebbe un grave errore a trattare l’Italia dall’alto in basso. Il passato dimostra che le interferenze non aiutano, semmai rafforzano lo spirito antieuropeo. L’ammonimento della von der Leyen alla vigilia del voto – “abbiamo gli strumenti…” -, e il rimbrotto della prima ministra francese Elizabeth Borne all’indomani – “vigileremo…” -, come se l’Italia fosse un Paese da tenere sotto tutela, rischiano di essere controproducenti. Anche Scholz e Macron hanno i sovranisti in casa. Spingere la Meloni in quella direzione non conviene neppure a loro. Al contrario, Berlino e Parigi hanno tutto l’interesse a costruire con il nuovo governo italiano un rapporto rispettoso e produttivo. Un segnale in questa direzione ieri Macron l’ha dato, ribadendo che, com’è ovvio, la Francia rispetta l’esito del voto italiano.

Rating 3.00 out of 5

La stagione della nuova responsabilità

martedì, Settembre 27th, 2022

MASSIMO GIANNINI

«Oggi abbiamo scritto la Storia». Onusta di gloria, Giorgia Meloni scandisce il Tempo Nuovo che comincia con un’epica degna del Cinegiornale Luce. E sia chiaro: non c’è ironia, in questa constatazione. Quello che scrive sui social la prima donna che porterà la Destra post-fascista al governo del Paese è la pura verità. Come ha detto Charles Kupchan al nostro giornale, la sua vittoria è in ogni senso una “svolta epocale” per l’Italia, per l’Europa, per l’Occidente. Ma a differenza di quel che sostiene il grande politologo americano, il pendolo della Storia non “è tornato” nel campo dei populisti, in virtù della somma trasversale dei voti di Fratelli d’Italia, Lega e Cinque Stelle. In realtà il pendolo sempre lì è rimasto, essendo il trionfo meloniano la terza fase evolutiva di un ciclo populista e sovranista iniziato col berlusconismo e poi sfociato nel grillo-leghismo.

Oggi, come l’Angelo Nuovo di Paul Klee e Walter Benjamin, Meloni ha le ali spiegate al futuro, benché i vecchi cumuli di rovine non si rassegnino a liberarla dal passato. Ma è proprio di questo che adesso c’è bisogno. Se davvero vuole scriverne un pezzo importante, la Sorella d’Italia deve chiudere in fretta e senza rimuoverli i conti con la Storia, che come insegnava Croce è per definizione “sempre contemporanea”. E poi provare davvero, come dice, a curare le ferite antiche e moderne del Paese. A farlo, come promette, “per tutti gli italiani, per unire questo popolo”.

D’ora in avanti noi vogliamo prenderla in parola. Gli italiani l’hanno votata, conferendole l’onore e l’onere di guidare il prossimo governo, se il Presidente della Repubblica deciderà di conseguenza. La legittimità democratica di questa scelta è netta e indiscutibile con buona pace di qualche filosofo francese.

Quello che potremmo chiamare “Fattore F” come Fascismo resta ancora idealmente irrisolto dentro l’autobiografia della nazione, in attesa che chi discende da quella tragedia novecentesca lo sciolga con i fatti e gli atti. Tuttavia, politicamente, dobbiamo riconoscere che quella pregiudiziale è già caduta dentro l’urna, domenica scorsa.

E a prescindere dalla natura e dalla postura del prossimo esecutivo, sul quale continuiamo a mantenere le nostre riserve, siamo tutti convinti che sia un bene, come lei stessa sottolinea, che l’indicazione di “un governo di centrodestra a guida Fratelli d’Italia” esca finalmente proprio da quell’urna. Complice l’insipienza dei partiti e l’incongruenza delle leggi elettorali, e pur nel rispetto delle regole di un Repubblica parlamentare, sono undici anni che i governi non riflettono fino in fondo la volontà popolare. Ora non è più così, e questo oggettivamente può dare più forza al governo che verrà.

Ci sarebbe molto da dire sugli sconfitti di questa tornata elettorale, che ha spaccato in due la vicenda repubblicana. Dal cupio dissolvi della fu Lega Nazionale di Capitan Salvini, che ha bruciato 7 milioni di voti in due anni, all’harakiri definitivo del Pd di Letta, ormai poco più che un “partito fallito” vittima della “catastrofe mentale” di cui parla Massimo Cacciari. Ma conviene concentrare l’attenzione sui vincitori. Il merito di Meloni è quello di aver condotto una lunga traversata nel deserto, portando FdI dall’1,9 per cento delle elezioni del 2012 al 26 per cento di oggi. Di aver trasformato Fratelli d’Italia da piccola formazione di una destra radicale, resistenziale e assistenziale, a grande partito interclassista, per cui oggi vota il 25 per cento dei lavoratori autonomi, il 21 per cento degli impiegati, il 22 per cento degli operai, il 19 per cento dei disoccupati.

Di aver acceso la fiamma tricolore non più solo nelle sedi romane dell’extra-parlamentarismo missino, ma anche nelle aree urbane del Nord industriale, dove oggi conquista il doppio dei voti della Lega rubandoglieli persino nei suoi feudi del Lombardo-Veneto. Di aver capitalizzato al meglio una cospicua rendita di opposizione in quest’ultima disgraziata legislatura, chiamandosi fuori dall’orgia trasformistica che ha generato solo creature innaturali: prima l’accozzaglia gialloverde, poi l’ammucchiata giallorossa, e infine la pseudo unità nazionale, a sostegno dell’ennesimo governo tecnico.

In una fase caotica in cui non un solo leader politico può dire di non essersi rimangiato un’idea, una proposta o una promessa, Meloni è rimasta coerente con se stessa. Sposando le peggiori destre conservatrici e xenofobe d’Europa ma senza accodarsi ai “pupazzi prezzolati” di Putin. Vellicando i peggiori istinti del bestiario No-Vax ma senza esagerare con lo “sfascismo sanitario”. Contrastando l’Agenda Draghi ma cercandone la tutela da Lord Protettore presso la business community e le cancellerie internazionali. L’operazione è riuscita, per lo più a danno dei suoi alleati Salvini e Berlusconi, ai quali ha scippato qualcosa come 5 milioni di voti. E quindi è logico e giusto che la premier in pectore ringrazi gli italiani “che ci hanno creduto”, quelli “che non hanno mollato”.

Ma adesso questi toni non servono e non valgono più. Soprattutto nella misura in cui riflettono una vecchia attitudine da partitino che custodisce l’eredità di Almirante, tenendone ancora vivi i vizi e i vezzi. Non serve il vittimismo al contrario, su “una campagna elettorale non bella, violenta e aggressiva” e sui cittadini che “non hanno ceduto a menzogne e mistificazioni”, come se FdI non fosse anche il partito della destra dura e pura amica di Vox ma una congrega di fraticelli francescani. Non serve lo spirito di rivalsa postumo, su “questa notte che significa tante cose, orgoglio e riscatto, lacrime e ricordi”, come se adesso i ragazzi dei movimenti studenteschi missini che negli anni ‘70 e ’80 praticavano violenza a piene mani, diventati adulti, avessero ancora un deposito di rabbia da svuotare. Non serve evocare la categoria della fedeltà e del tradimento, come si faceva nell’epoca dell’ubriacatura ideologica degli “opposti estremismi”, rivolgendosi all’Italia “che ha scelto noi e noi non la tradiremo”.

Rating 3.00 out of 5

“Dopo il voto, nulla è scontato per Giorgia Meloni: ci saranno scogli da superare”

lunedì, Settembre 26th, 2022

di Annalisa Cuzzocrea

La vicedirettrice de La Stampa Annalisa Cuzzocrea commenta le proiezioni durante la diretta dedicata alle elezioni politiche.

Rating 3.00 out of 5
Marquee Powered By Know How Media.