Archive for the ‘Esteri’ Category

Ucraina, l’aiuto a Kiev che arriva dall’Italia: droni e sistemi satellitari

giovedì, Gennaio 26th, 2023

di Francesco Verderami

L’assistenza ai militari impegnati sul campo passa da un pacchetto di aiuti «fuori sacco». Roma contribuisce con informazioni di intelligence e strumenti per un conflitto prolungato

Ucraina,  l’aiuto a Kiev che arriva dall’Italia: droni  e sistemi satellitari

È cambiata la parola d’ordine tra i partner dell’Occidente: da «aiutare per salvarli» si è passati ad «aiutarli per vincere». Ma è evidente che il conflitto in Ucraina era e resta una guerra di attrito il cui esito non è scontato. A quasi un anno dall’invasione russa «non si vedono ancora spiragli per una soluzione diplomatica» secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, che entro due settimane formalizzerà il sesto decreto di sostegno a Kiev, illustrato ieri per grandi linee al Copasir. Il governo ha deciso di inviare alle Forze armate ucraine un’unità del sistema terra-aria Samp-T dotato di una ventina di missili, insieme a pezzi di artiglieria pesante, carri di movimento e gruppi elettrogeni.

Ma nel pacchetto di aiuti ci sarebbe anche una spedizione «fuori sacco», non direttamente riconducibile alla lista stilata dall’esecutivo. Fonti accreditate raccontano infatti che a Zelensky verrebbero consegnati «droni originati dal progetto israeliano e assemblati in Italia», più utili a contrastare i droni di fabbricazione iraniana che vengono usati da Mosca. Più utili e soprattutto più economici, dato che ogni missile lanciato dal sistema Samp-T costa circa un milione di dollari. Insomma Roma fa quel che può per sostenere Kiev in vista di un «inasprimento del conflitto da parte di Mosca — come dice Crosetto — con massicci attacchi di cielo e di terra».

Nonostante l’impegno non sia paragonabile allo sforzo di americani e inglesi, c’è un motivo se all’ultimo vertice Nato il segretario generale del Patto Atlantico è tornato a plaudere al contributo italiano. La collaborazione con Kiev sarà meno visibile ma non per questo meno importante. A parte l’addestramento delle Forze armate ucraine sul territorio nazionale, Roma fornisce una particolare assistenza ai militari ucraini impegnati sul campo: le loro operazioni contro i russi vengono guidate «da remoto» grazie a informazioni di intelligence e sistemi satellitari. È un’attività che — sottolineano fonti dei servizi — «va avanti dai tempi del governo Draghi». E sul dossier Ucraina, Meloni si muove «in piena continuità con il suo predecessore», come riconosce un autorevole esponente dell’opposizione. E come ribadisce il sottosegretario alla Difesa Perego: «L’Italia continuerà a fare la sua parte a supporto di un popolo aggredito».


In attesa di verificare se le previsioni diplomatiche verranno confermate, se cioè «bisognerà attendere l’estate per immaginare l’apertura di una trattativa politica», l’accelerazione militare decisa dall’Occidente con l’invio dei carri armati è insieme «un segnale a Mosca per anticipare la sua riorganizzazione sul terreno e un visibile gesto di sostegno all’Ucraina». «Un gesto», appunto. Perché passerà del tempo prima che i tank americani e tedeschi vengano effettivamente utilizzati dagli ucraini sul campo di battaglia. Il governo italiano ha seguito la complicata trattativa tra alleati sull’invio dei carri armati. Rappresentanti della Farnesina raccontano che lo stallo è stato superato dopo «un’aspra controversia» tra Berlino e Parigi.

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Carri armati all’Ucraina, la Russia si sente aggredita e cita Kruscev: «Vi seppelliremo»

giovedì, Gennaio 26th, 2023

di Marco Imarisio

I media vicini al Cremlino e i diplomatici moscoviti reagiscono all’invio dei tank, rispolverando la storica retorica della guerra fredda

Carri armati all’Ucraina, la Russia si sente aggredita e cita Kruscev: «Vi seppelliremo»
Vladimir Putin all’università Lomosonov di Mosca (foto Ap)

La Russia non l’ha presa bene, e come potrebbe. «My vas pochoronim!». Molti utenti di Tsargrad, il sito di informazione ultranazionalista, fanno ricorso al celebre «Vi seppelliremo!» usato nel 1956 da Nikita Kruscev durante un discorso agli ambasciatori del blocco occidentale.

Ma qui ormai siamo ben oltre la Guerra fredda, almeno a giudicare dai toni. E non da ieri, anche se la decisione quasi congiunta dell’invio di carri armati da parte di Usa e Germania viene letta e presentata come la prova definitiva di un conflitto contro i «poteri forti» americani ed europei, i nemici di sempre, con l’Ucraina che rimane sullo sfondo, quasi fosse un dettaglio.

In ordine temporale, la prima reazione è arrivata da Washington. L’ambasciatore russo Anatolij Antonov, già viceministro della Difesa e poi degli Esteri, ha scritto sul suo canale ufficiale Telegram che «gli Usa stanno continuamente alzando l’asticella del soccorso militare al loro governo fantoccio (…). Persino molti loro esperti riconoscono che stanno combattendo una guerra per procura contro il nostro Paese. A questo punto dovrebbe essere chiaro chi è il vero aggressore nell’attuale conflitto».

Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina, in diretta

Che sia declinato in maniera più o meno aggressiva, ripetuto nei talk-show o dai politici più agguerriti, il messaggio è questo. Fuori dalla Russia appare come un capovolgimento dei ruoli, ma al suo interno è un argomento che invece ha molta presa. Ieri, Santa Tatiana, si celebrava la giornata dello studente. Vladimir Putin non ha fatto commenti diretti su Leopard e dintorni. Ma agli allievi dell’Università moscovita Lomonosov ha riservato la propria lezione di storia, affermando che i contingenti militari presenti in Germania vanno considerati come truppe di occupazione risalenti alla fine della Seconda guerra mondiale. «Noi ce ne andammo volontariamente, legalizzando la fine di questo stato di possesso. Gli Stati Uniti invece, no».

Per dovere di cronaca e di censo va segnalato il commento dell’ex presidente Dmitry Medvedev, che prima di abbandonarsi a una considerazione sull’eventuale fornitura di sottomarini a Kiev condita da riferimenti non proprio chiari alla Yellow submarine dei Beatles, ha scritto sul suo profilo Telegram che l’appetito vien mangiando. «E per chi soffre di bulimia, il senso della fame è infinito. Così i capetti da strapazzo della Piccola Russia vogliono sempre di più. Più carri, macchine, cannoni». Tutte armi che secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov «bruceranno come le altre, ma costeranno molto di più, con il prezzo che come al solito verrà pagato dagli europei e non dagli americani».


Le dichiarazioni sono molte e tutte dello stesso tenore. Si distingue per originalità quella di Konstantin Gavrilov, capo della delegazione russa dell’Osce a Vienna. «I Leopard 2 e gli autoblindo americani sono dotati di proiettili dal nucleo di uranio, il cui uso conduce alla contaminazione del terreno come è successo in Jugoslavia e Iraq. L’eventuale fornitura a Kiev di questa dotazione verrà valutata come un utilizzo contro la Russia di bombe nucleari sporche, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare».

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Henry Kissinger: “Il mio amico Gianni era un vero atlantista, ma diceva sempre che la Russia sta in Europa”

mercoledì, Gennaio 25th, 2023

Lucio Caracciolo

Henry Kissinger, cento anni a maggio, ricorda con emozione il suo amico Gianni Agnelli a vent’anni dalla scomparsa. Il più influente teorico e pratico della politica estera americana, tuttora attivo sulla scena pubblica internazionale con opinioni spesso controcorrente, ha fama di uomo freddo. Non le è. Certo non quando parla del presidente della Fiat, con il quale ha condiviso una lunga e profonda amicizia: «Gianni Agnelli era un uomo di visione, di grande umanità e apertura mentale. Aveva uno charme leggendario, a cui anche io – sulle prime – ho cercato di resistere. Ma non è stato lo charme a creare l’amicizia. È stata l’ampiezza dei suoi interessi. E così siamo diventati amici».

Quando?

«Ci siamo conosciuti nel 1969, quando accompagnai il presidente Nixon durante una visita a Roma. Ci fu una meravigliosa cerimonia al Quirinale, con molti politici e uomini d’affari italiani. La nostra amicizia si è cementata nei due anni successivi. Ogni volta che veniva in America mi chiamava. Ci siamo sempre tenuti in contatto, ma non mi ha mai chiesto nemmeno un favore. Non mi ha mai chiesto aiuto per la Fiat. Mi chiedeva di come andasse il mondo in generale. Parlavamo delle nostre vite, di quello che ci succedeva».

Lei ha definito l’Avvocato «un uomo del Rinascimento».

«Ho usato quell’espressione perché Gianni era un uomo curioso di tutto. Era appassionato di arte, di sport, non solo di politica. Ovviamente, era anche molto interessato all’industria italiana e, aggiungerei, europea. Gianni era capace di appassionarsi a tutto. Per questo i suoi interessi erano così ampi e intensi».

Agnelli era pro-americano nel senso più ampio del termine, un atlantista convinto. Come vedeva il rapporto fra Italia e Stati Uniti?

«Gianni pensava che il mondo stesse andando incontro a una profonda trasformazione. Era convinto che le nazioni atlantiche dovessero affrontare insieme quel cambiamento. Ma era anche convinto che fosse necessario cooperare con tutti i paesi. Gianni era molto orgoglioso delle sue origini italiane. Credeva che l’Italia fosse qualcosa di speciale. Allo stesso tempo, pensava che l’Europa dovesse essere unita e fortemente legata all’America».

Non tutti i leader italiani del tempo, specialmente se politici, erano così atlantici. Non le sembra che l’Italia della guerra fredda tendesse verso il neutralismo?

«No. Secondo me l’Italia era un paese completamente atlantico, sia in termini industriali che politici. Anche perché l’evoluzione della storia europea ha dato all’Italia un indirizzo particolare. Gianni si interessava di politica ed era in contatto con i massimi politici italiani. Ma non si interessava tanto dei problemi immediati. Gli interessava di più capire come i problemi potessero svilupparsi e impattare sulla società nel lungo termine. È per questo che si è impegnato a formare giovani leader, alcuni dei quali sono diventati molto importanti. Gianni è sempre stato aperto a discutere con qualsiasi leader politico. Certo, aveva le sue idee. All’epoca l’Europa era divisa in due. Lui era a favore della Nato, ma credeva che bisognasse sforzarsi di tenere insieme paesi e società diverse. Ed era sicuro che con la Russia – allora Urss – si potesse collaborare».

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Ecco come e dove stanno già viaggiando i carri armati Abrams e Leopard-2

mercoledì, Gennaio 25th, 2023

Jacopo Iacoboni

Per Mosca – parole dell’ambasciatore russo a Washington Anatoly Antonov – l’invio di cari armati americani Abrams in Ucraina è una «sfacciata provocazione», la prova che gli Stati Uniti vogliono infliggere una «sconfitta strategica» alla Russia.

Secondo diverse fonti convergenti, Washington dovrebbe annunciare mercoledì ufficialmente l’invio di carri armati M1 Abrams, e anche il dettaglio sui numeri. Berlino ha infine deciso di inviare i suoi carri armati Leopard 2, e anche qui si attendono dettagli sulle quantità (si ritiene che in tutto, anche a breve, possa no arrivare una sessantina di mezzi, equamente divisi). Si tratterebbe di un’inversione di rotta nella politica che, secondo Kyiv, contribuirà a rimodellare il conflitto. Un game changer, come lo furono gli Himars.

In realtà sottotraccia esistono già diversi elementi – nella comunità osint – per provare a ricostruire come sta avvenendo il trasferimento degli Abrams e dei Leopard verso la frontiera occidentale dell’Ucraina, principalmente dalla Polonia.

I mezzi vengono per lo più spostati in treno, e negli ultimi due giorni hanno cominciato a emergere, soprattutto sui canali telegram più vicini al mondo dell’intelligence, specialmente militari russi, dei brevi video che lo testimoniano. Qui siamo in grado di farvene vedere qualcuno.

In uno è possibile osservare il movimento di attrezzature nell’Europa orientale, tra queste carri armati Abrams M1 e Leopard 2, cannoni semoventi M109 Paladin e anche il veicolo da combattimento di fanteria M2 Bradley. Si tratta di video non ripresi in Ucraina, stando alle fonti che le hanno postate (per esempio il canale telegram “Supernova”, o il Canale Grey Zone, il più vicino al Gruppo Wagner), ma nelle zone orientali dei paesi europei confinanti, in direzione Ucraina.

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Ucraina, dimissioni a raffica nel governo: chi lascia Zelensky (e perché)

martedì, Gennaio 24th, 2023

Dimissioni importanti nel governo ucraino. Nelle ultime ore sia Kyrylo Tymoshenko, vice capo dell’ufficio della presidenza ucraina, sia Vyacheslav Shapovalov, vice ministro della Difesa, hanno deciso di lasciare. Il primo ha scritto: “Ringrazio il presidente Volodymyr Zelensky per la fiducia e l’opportunità di compiere buone azioni ogni giorno ed ogni minuto”. Lo ha annunciato su Telegram, specificando di aver chiesto al presidente di sollevarlo dall’incarico.

Per quanto riguarda Shapovalov, invece, la notizia è apparsa sul sito web del ministero della Difesa di Kiev. Secondo la nota ufficiale, il vice del ministro avrebbe chiesto di lasciare il suo incarico per non “creare minacce alle Forze armate in seguito alle accuse sull’acquisto dei servizi di ristorazione”. Il riferimento è a un’inchiesta giornalistica, da cui è emersa l’accusa nei confronti del ministero della Difesa di aver pagato prezzi eccessivi per le razioni di cibo dei soldati. Anche se il fornitore ha risposto parlando di errore tecnico e ha escluso passaggi di denaro. “Nonostante il fatto che le accuse annunciate siano prive di fondamento, le dimissioni sono un atto degno nelle tradizioni della politica europea e democratica, dimostrazione che gli interessi della Difesa sono superiori a qualsiasi gabinetto o presidenza”, si legge sul sito del ministero.

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La Russia ha più uomini, mezzi, risorse: o la Nato entra in campo o Kiev perderà

lunedì, Gennaio 23rd, 2023

LUCIO CARACCIOLO

La guerra in Ucraina avrà una soluzione militare o non ne avrà. Immaginare una soluzione diplomatica è buono e giusto. Lavorarci in segreto, come stanno tentando da mesi emissari russi e americani più qualche mediatore sparso, è necessario per mantenere oggi i contatti e preparare una tregua domani, fors’anche una miracolosa pace dopodomani. Ma il negoziato serio sarà frutto della vittoria di una parte o dell’altra. O dell’esaurimento materiale e spirituale di entrambe.

Il conflitto è ormai esistenziale per i russi come per gli ucraini. Chi perde non perde una guerra ma la patria. Come minimo, ne riduce formato, benessere e prestigio a dimensioni inconcepibili prima del 24 febbraio scorso. Dunque inaccettabili dai rispettivi popoli e regimi. Quanto ai decisori di ultima istanza, Putin e Zelensky, un passo indietro e sono finiti.

Vittoria o sconfitta non si misurano nei metri quadri conquistati o persi nel lungo fronte ucraino. La guerra è di taglia mondiale. Perché vi si scontrano sempre meno indirettamente Russia e America. E perché la Cina, partner insofferente e disilluso di Mosca, entra nell’equazione principale – lo scontro con gli americani per il primato mondiale – ed è trattata come tale da Washington, che non considera vitale il fronte ucraino. Siccome gli europei non sono attrezzati alla guerra né i cinesi vogliono entrarvi per i begli occhi dei russi, i gestori di questa carneficina apparentemente interminabile sono Mosca, Washington e Kiev. Tradotto: solo gli Stati Uniti sono in grado di imporre la fine della guerra.

Tre possibili vie: ridurre il sostegno militare a Kiev fino a convincere Zelensky dell’impossibilità di vincere, dunque della necessità di compromettersi con Mosca; entrare in guerra per salvare l’Ucraina e distruggere la Russia a rischio di distruggere anche sé stessi; negoziare con i russi un cessate-il-fuoco alle spalle degli ucraini per imporlo agli aggrediti. Scenari molto improbabili (primo e terzo) o semplicemente assurdi (il secondo). Né la Casa Bianca ha fretta di interrompere un duello nel quale la Russia, unico anche se non spontaneo socio del nemico principale, paga ogni giorno un alto prezzo materiale, umano e soprattutto immateriale, perdendo quota nella gerarchia delle potenze.

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L’Fbi a casa di Biden: trovati altri 6 documenti top secret

domenica, Gennaio 22nd, 2023

Francesca Galici

Nella casa di Joe Biden nel Delaware sono stati trovati sei nuovi documenti classificati come riservati. A dare l’annuncio l’avvocato personale di Biden, Bob Bauer, spiegando che i documenti sono stati sequestrati dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, dopo la perquisizione avvenuta venerdì 20. Il Dipartimento ha anche preso per un’ulteriore revisione appunti scritti a mano personalmente dagli anni della vicepresidenza, ha detto l’avvocato. Agli investigatori è stato dato “pieno accesso” alla casa, ha aggiunto Bauer.Scoperti altri documenti in casa Biden

Come ha riferito l’avvocato, le ricerche della Fbi a casa di Joe Biden sono durate 12 ore in presenza degli avvocati ma non dei coniugi Biden, che non erano in casa in quel momento. Nonostante Jill e Joe Biden stiano trascorrendo ogni weekend in Delaware ultimamente, la loro destinazione è la casa al mare, a Rehoboth Beach. La perquisizione del dipartimento di Giustizia nell’abitazione del presidente Biden, a Wilmington, è iniziata venerdì alle 9.45 e si è conclusa alle 22.30. I sei documenti risalgono alcuni al periodo in cui Biden era senatore (1973-2009) e altri al periodo in cui è stato vicepresidente di Barack Obama (2009-2017).

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La guerra dei carri armati è alle porte. Così possono ribaltare le sorti del conflitto

sabato, Gennaio 21st, 2023

Fausto Biloslavo

Trecento carri armati occidentali moderni è la richiesta del capo delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny. La guerra dei tank è alle porte nel cuore dell’Europa, dove si è svolta durante la seconda guerra mondiale la più grande battaglia di carri armati della storia. Nel 1943, all’apice del carnaio di Kursk, in territorio russo a nord di Kharkiv, erano impegnati tremila mezzi corazzati.

Anche se arrivassero un centinaio di carri occidentali riuscirebbero a sconfiggere l’armata di Putin? Forse no, ma potrebbero servire a smorzare la temuta offensiva di Mosca, dopo un anno di guerra, che punterà a conquistare tutto il Donbass o peggio. I tank occidentali rischiano di non arrivare in tempo e di svuotare gran parte delle riserve europee. Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi difesa, evidenzia che le forniture «presentano molti aspetti critici tra i quali spicca innanzitutto il fatto che l’Europa dispone appena dei carri armati sufficienti ad equipaggiare pochi reparti dei propri eserciti».

Gli inglesi guidano il «partito dei tank». Polonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Slovacchia ed Estonia hanno siglato il patto di Tallinn per «la consegna di una serie senza precedenti di donazioni tra cui carri armati, artiglieria pesante, difesa aerea, munizioni e veicoli da combattimento di fanteria alla difesa dell’Ucraina». Il tabù dei tank occidentali moderni è stato rotto dal Regno Unito, che ha deciso di inviare 14 Challenger 2. La Germania nicchia sui Leopard 2. Mezzi corazzati da 60 tonnellate con cannoni da 120 millimetri e sistemi di puntamento che danno filo da torcere a gran parte dei tank russi. La Polonia che scalpita per fornirli all’Ucraina ha bisogno dell’autorizzazione tedesca. Il viceministro degli Esteri, Pawel Jablonski, ha dichiarato, però, che il suo paese «è pronto a intraprendere azioni inusuali» per potenziare Kiev.

I russi stanno preparando forze corazzate fresche composte dai T-14 Armata e da poco hanno schierato nel Donbass i T-90, dopo aver perso migliaia di tank meno avanzati.

Gli olandesi sono altrettanto decisi a partecipare alla guerra dei tank, ma contribuendo al pagamento di nuovi carri armati. Gaiani evidenzia che «di fatto nessun esercito Nato dispone di flotte di tank in eccesso di cui potersi privare senza azzerare o quasi le rispettive componenti carri continuamente ridotte negli ultimi 20 anni».

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Nuova Zelanda, la premier Jacinda Ardern annuncia le dimissioni in lacrime

giovedì, Gennaio 19th, 2023

di Irene Soave

Lascerà l’incarico il 7 febbraio. In una conferenza stampa a sorpresa la leader laburista ha detto: «Non ho più l’energia per continuare». Poi la proposta al compagno: «Clarke, sposiamoci». Le elezioni si terranno il 14 ottobre

 Nuova Zelanda, la premier Jacinda Ardern annuncia le dimissioni in lacrime

Diventata premier a 37 anni, progressista nelle scelte politiche, empatica e salda nella gestione delle emergenze — dall’attentato terroristico di Christchurch alla pandemia — la leader neozelandese Jacinda Ardern è per molti analisti la premier più importante della storia del suo Paese. Dopo cinque anni e mezzo di governo, «i più appaganti della mia vita», ha annunciato in una conferenza stampa a sorpresa che si dimetterà il prossimo 7 febbraio, alludendo ai sintomi di un burnout. Il suo secondo mandato dura da poco meno di tre anni. Le prossime elezioni si terranno il 14 ottobre.

Davanti ai giornalisti, molto emozionata, non è riuscita a trattenere la commozione e le lacrime. La 42enne leader laburista ha detto che durante l’estate aveva sperato di trovare l’energia per andare avanti «ma non sono stata in grado di farlo». «Guidare un Paese», ha detto con voce strozzata, «è un compito di massimo privilegio, ma anche uno tra i più faticosi», ha detto. «Non puoi e non dovresti affrontarlo a meno di non avere un serbatoio pieno. E un po’ di riserva per le sfide inaspettate».

Le sfide inaspettate non sono mancate nei cinque anni di governo di Jacinda Ardern, e il mondo l’ha osservata con crescente ammirazione mentre ne gestiva una dopo l’altra. L’assalto alle due moschee di Christchurch nel 2019 è stata la prima: 51 fedeli musulmani uccisi, 40 feriti da un suprematista bianco australiano. Ardern ha incontrato il giorno seguente la comunità musulmana della città, indossando un hijab e proclamando due minuti di silenzio nazionali. Empatia; ma anche fermezza. Sei giorni dopo ha promulgato leggi decisive per un giro di vite sull’uso delle armi, vietando del tutto l’uso delle semi-automatiche. E ha rifiutato di dire il nome dell’attentatore: «Cercava molte cose in questo atto, tra cui la notorietà. Ed è per questo che non me lo sentirete mai nominare». Pochi mesi dopo il vulcano di Whaakari, un’isola del Paese, erutta e Ardern si trova di nuovo a consolare una comunità; i morti questa volta sono ventuno.

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Jacinda Ardern durante la conferenza stampa a Napier in cui ha annunciato le sue dimissioni da premier (Getty Images)

Eletta nel 2017, era la premier più giovane degli ultimi 150 anni nel Paese, nonché la terza donna in quel ruolo dopo Jenny Shipley (1997-1999) e Helen Clark (1999-2008). Già dopo pochi mesi di governo aveva collezionato una serie di apparizioni più che simboliche: è stata la prima premier del Paese a partecipare a un Pride, nel 2018; a incontrare la regina Elisabetta, al verti ce dei leader del Commonwealth dello stesso anno, è andata indossando il korowai, abito tradizionale Maori. A giugno del 2018 è diventata madre (prendendo sei settimane di maternità): la figlia Neve è stata la prima bambina allattata al seno da un leader nel palazzo delle Nazioni Unite, dove all’Assemblea Generale di quell’anno ebbe persino il suo minuscolo pass.

Ma la massima popolarità all’estero — in patria negli ultimi mesi i sondaggi continuano a declinare — Jacinda Ardern l’ha guadagnata per la gestione, ferrea, della pandemia. Subito chiusura delle frontiere e lockdown, già dopo i primi casi nel 2020; emergenza contenuta efficacemente (nonostante qualche difficoltà nel rimpatrio dei suoi connazionali dall’estero). Un anno fa, in piena ondata di Omicron, ha posticipato le sue nozze: l’emergenza era ancora alta.

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Cina: qualcosa si è rotto, calano anche le nascite

mercoledì, Gennaio 18th, 2023

Stefano Stefanini

Per decenni in Cina tutto è stato in ascesa. Qualcosa si è rotto? La popolazione più numerosa del mondo è un gran punto di forza. Cosa succede se diminuisce? Nel 2022 ha perso quasi un milione di abitanti. Si sapeva del calo demografico in arrivo ma la spia si è accesa prima del previsto. Le conseguenze vanno oltre i confini del Celeste Impero. La Cina è la fabbrica del mondo, locomotiva dell’economia internazionale, potenza planetaria seconda solo agli Stati Uniti e in corsia di sorpasso, da ultimare nel 2050 – nei disegni cinesi almeno, senza fare i conti con l’oste americano. Quanto cambia l’emorragia di popolazione? Su 1400 milioni di abitanti un calo dello 0,0007% è un’inezia statistica. Nessuno se ne accorge – quest’anno. Il problema sorge nei prossimi decenni. È il primo calo netto ma le nascite sono in diminuzione da sei anni. Dopo il tardivo abbandono della “one child policy” Pechino è passata agli incentivi per tre figli. Hanno scarsa presa sulla massa di popolazione nelle città dove per tirare avanti servono due stipendi. La forbice si stava allargando da tempo. L’allungamento della durata media della vita ha drasticamente ridotto la mortalità e mascherato l’impatto del calo di natalità. L’invecchiamento della popolazione porrà presto problemi di sicurezza sociale e capacità lavorative, analoghi a quelli delle nostre società senza però beneficiare di immigrazione. Il problema non è un milione di abitanti in meno all’anno, è la bomba a scoppio ritardato della drastica riduzione di forza lavoro nei prossimi due-tre decenni.

Nel 2022 ha rallentato anche la crescita: 3% secondo le statistiche ufficiali. In Europa faremmo i salti di gioia. In Cina è il tasso più basso in mezzo secolo. Non basta per continuare l’innalzamento delle condizioni di vita e la sottrazione dalla povertà di larghi strati della società cinese. Il modello cinese è basato sul binomio benessere economico in cambio di ossequienza politica. Il 3% in più annuo del Pil non lo garantisce. Xi Jing Ping si è appena aggiudicato il terzo mandato quinquennale alla guida del Paese. Può anche riuscire a farlo permanente come quello del suo idolo, Mao Zedong. Ma ha bisogno di consenso e il consenso ha bisogno di crescita.

La pandemia, o meglio l’infelice strategia “zero Covid” di Xi, è stata la causa principale del rallentamento economico. L’abbandono dovrebbe permettere un rilancio a partire da quest’anno. Sono però maturate altre difficoltà: le restrizioni americane all’esportazione di tecnologie, le crescenti diffidenze europee e il disinvestimento di operatori multinazionali a favore di altri Paesi asiatici politicamente più sicuri. La Cina ha cavalcato brillantemente la globalizzazione. Adesso dovrà accontentarsi di una globalizzazione meno ebulliente, prova ne siano le diserzioni di quest’anno dal tempio della globalizzazione – Davos. Come adombrato nel XX Congresso Xi intende compensare almeno in parte col mercato interno.

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