Archive for the ‘Esteri’ Category

Bornholm, il pivot baltico della Nato al centro del caso Nord Stream

mercoledì, Settembre 28th, 2022

Andrea Muratore

La vicenda del guasto di Nord Stream porta al centro della scena Bornholm, un’isola da meno di 600 chilometri quadrati di dimensione (pari a meno di tre volte l’Isola d’Elba) e circa 40mila abitanti che si trova all’imbocco del Mar Baltico. Sottoposta alla sovranità danese, e dunque all’interno del perimetro della Nato, Bornholm fu strategica già ai tempi della Seconda guerra mondiale, quando i tedeschi che occupavano la Danimarca la utilizzarono per interdire ai sovietici il Baltico e oggi gioca un ruolo fondamentale nell’interdire a Mosca la possibilità di fuoriuscire dal “lago” atlantico che il Baltico è diventato negli ultimi anni.

Le accuse di Polonia e Ucraina a Mosca su presunte manovre “terroristiche” contro i gasdotti baltici volte a giocare artificialmente sui prezzi del gas e i dubbi Nato e Ue sulla possibilità di un sabotaggio danno l’idea della liquidità della situazione e dell’importanza della partita scatenata proprio dal rilevamento da parte danese di anomale fuoriuscite di gas proprio attorno a Bornholm nella sera del 26 settembre.

Bornholm è la piccola ma non indifferente spina nel fianco che la Russia teme maggiormente nel Baltico. Il pivot atlantico che con l’ingresso della Svezia nella Nato potrà aggiungersi a Gotland e Aland per consolidare un perimetro insulare di difese e una zona d’interdizione aerea e marittima. Oggi, il Mar Baltico è generalmente considerato come uno specchio d’acqua conteso, con la Russia che ha una flotta di dimensioni moderate che opera dalle sue basi a Kaliningrad e nel Golfo di Finlandia e che con la costruzione di un asse Bornholm-Aland-Gotland e lo schieramento massiccio potrebbe subire una prima forma di contrapposizione in attesa che un numero significativo di navi moderne progettate per le condizioni litoranee vegnano aggiunte agli assetti Nato, compresa la flotta svedese di sottomarini moderni

Anche gli Stati Uniti sono interessati a presidiare la “porta” del Baltico puntando a far sì che la cooperazione, come ha ricordato War on the Rocks, lo consolidi come “lago” atlantico: in primavera il premier danese Mette Frederiksen ha detto che un futuro accordo tra Copenhagen e gli Usa potrebbe portare i soldati americani di stanza sull’isola danese del Mar Baltico. Tutto questo nel quadro di un’interoperatività capace di condurre le truppe Usa a far base nei porti danesi o in una delle tre basi aeree militari del paese.

Con lo scoppio della guerra russo-ucraina Bornholm è diventata sempre più importante per il fronte Nord della Nato. E proprio mentre la guerra a Est infuriava a Bornholm il 24 maggio scorso i membri della Guardia Nazionale dell’Esercito del Colorado hanno collaborato con le controparti danesi in servizio attivo, i membri del servizio dell’aeronautica statunitense e i partner internazionali per condurre un raid aereo-terrestre simulato durante un’esercitazione di infiltrazione rapida dei sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità M142. Un progetto pensato da tempo e caduto in concomitanza con l’aumento delle forniture Nato di armamenti missilistici a medio raggio all’Ucraina.

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Ucraina Russia, news sulla guerra di oggi |Nord Stream, il ministro dell’economia tedesco: gasdotti sotto attacco

martedì, Settembre 27th, 2022

di Francesco Battistini e Redazione Online

Le notizie di martedì 27 settembre, in diretta. Sotto indagine il forte calo di pressione segnalato ieri sulle due linee: un incidente è ritenuto «altamente improbabile»

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• La guerra in Ucraina è arrivata al 216esimo giorno. Migliaia di uomini in età da combattimento continuano a fuggire dal Paese per sfuggire al reclutamento
Le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk hanno definito «validi» i referendum in corso anche nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia per l’annessione alla Russia. I risultati non sono ancora noti. Gli Usa: «Il mondo non riconoscerà mai l’esito dei referendum».
Cos’è la mobilitazione parziale ordinata da Putin in Russia e perché è una dichiarazione di guerra.
• Vladimir Putin concede la cittadinanza russa a Edward Snowden.
• Viktor Orbán vuole un referendum sulle sanzioni contro Mosca.

Ore 08:00 – Intelligence britannica: l’annuncio dell’annessione sarà probabilmente venerdì

Il presidente russo Vladimir Putin si rivolgerà a entrambe le Camere del parlamento russo venerdì 30 settembre e potrebbe utilizzare il suo discorso per annunciare formalmente l’annessione dei territori occupati dell’Ucraina alla Russia: lo riferisce il ministero della Difesa britannico, riportando informazioni della sua intelligence militare, nel suo bollettino quotidiano sul conflitto. «Esiste una possibilità realistica che Putin utilizzi il suo discorso per annunciare formalmente l’adesione delle regioni occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa. I referendum attualmente in corso all’interno di questi territori dovrebbero concludersi il 27 settembre».

Ore 06:36 – Forze armate Kiev, tensione in centrale Zaporizhzhya

«La situazione nella centrale nucleare di Zaporizhzhya è tesa. I dipendenti non vogliono collaborare con i russi e cercano di lasciare i territori temporaneamente occupati dalle forze armate di Mosca. La parte occupata della regione di Kherson è completamente chiusa in ingresso e in uscita». Lo scrive su Facebook lo Stato Maggiore Generale delle Forze Armate dell’Ucraina nel consueto messaggio delle 6 sulla situazione militare.

Ore 06:31 – Esercito Kiev distrugge chiatta militare russa a Kherson

L’esercito ucraino ha distrutto una chiatta militare russa e 3 sistemi missilistici Pantsir. Le forze armate ucraine hanno distrutto una chiatta vicino a Kherson mentre le truppe russe tentavano di stabilire un ponte tra le rive del fiume Dnipro. Lo ha riferito il comando operativo meridionale dell’Ucraina come riportato dal Kiev Indipendent.

Ore 06:06 – Nord Stream, perdita gas: per il ministro dell’economia tedesco «i gasdotti sono stati attaccati»

Il «forte calo di pressione» annunciato ieri dall’operatore di Nord Stream, una «emergenza immediatamente segnalata alle autorità di Germania, Danimarca, Svezia, Finlandia e Russia, mentre è in corso un’indagine», sarebbe stato causato da un attacco ai gasdotti 1 e 2. A sostenerlo è il ministro dell’economia tedesco, secondo il quale «un incidente è altamente improbabile»: per Berlino entrambe le linee «sono state attaccate».

Il Nord Stream è un gasdotto che, attraverso il Mar Baltico, trasporta direttamente il gas proveniente dalla Russia in Europa occidentale, passando per la Germania.

Ore 05:13 – Missili su Zaporizhzhia, danni alle infrastrutture

Il nemico ha attaccato Zaporizhzhia. I razzi erano mirati alle infrastrutture, che sono state colpite. Informazioni su eventuali vittime e sui danni sono in corso di chiarimento». Lo scrive su Telegram il capo dell’amministrazione militare regionale di Zaporizhzhia, Oleksandr Starukh. L’allarme per attacco aereo è scattato verso le 5 ora locale (le 4 in Italia) e subito dopo — come riportato sui social — in città si sono sentite numerose esplosioni.

Ore 05:13 – Cremlino: nessuna decisione su chiusura confini russi

Il Cremlino ha affermato ieri che non è stata presa alcuna decisione sulla chiusura dei confini russi mentre migliaia di persone fanno la fila per lasciare il Paese dall’annuncio della mobilitazione parziale. Le decisione sulla eventuale chiusura dei confini della Russia deve ancora essere presa, ha detto il Cremlino. La mobilitazione parziale del presidente russo Vladimir Putin ha visto centinaia di tentativi di fuga dalla Russia, e sta spingendo verso un divieto per gli uomini in età militare di attraversare il confine.

Ore 05:39 – Cremlino: nessuna decisione su chiusura confini russi

Un uomo ha aperto il fuoco ieri in un centro di reclutamento dell’esercito russo, ferendo gravemente un ufficiale che lavorava lì, mentre il Cremlino ha ammesso «errori» nel mobilitare centinaia di migliaia di riservisti per combattere in Ucraina. Dall’annuncio di una mobilitazione parziale la scorsa settimana, sono stati denunciati molti casi di persone anziane, malati o studenti richiamati, mentre le autorità avevano assicurato che erano esenti. La sparatoria è avvenuta in una stazione di polizia militare a Oust-Ilimsk, una remota cittadina nella regione siberiana di Irkutsk. Il governo russo è accusato di cercare di mobilitarsi in via prioritaria nelle aree povere e isolate. Il comitato investigativo russo ha affermato che il sospetto, un residente di 25 anni, è stato arrestato. La vittima è ricoverata in gravissime condizioni. «I medici stanno combattendo per la sua vita», ha affermato il governatore della regione di Irkutsk Igor Kobzev..

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La Cina nel mirino degli Usa: il THAAD “punta” Pechino

martedì, Settembre 27th, 2022

Federico Giuliani

Guam rappresenta il cuore della strategia Usa per il controllo dell’Indo-Pacifico. La piccola isola di 549 chilometri quadrati, grande all’incirca come l’isola d’Elba, la più meridionale delle Isole delle Marianne, è un territorio statunitense. Si trova in una posizione altamente strategica, nell’Oceano Pacifico occidentale, a tre giorni di navigazione da Manila, a sei dalle Hawaii, a nove da Seattle e ad una decina dalla base militare navale statunitense di San Diego, in California.

Un terzo del suo territorio è occupato da tre basi militari degli Stati Uniti. Troviamo la Naval Base Guam, che ospita quattro sottomarini nucleari e uno squadrone di elicotteri, la Andersen Air Force Base (Andersen AFB), con bombardieri strategici B-52, centri di comando e controllo, e poi il Joint Region Marianas, ovvero il quartier generale che controlla le due basi.

Dal 2013, a Guam è presente il THAAD, Terminal High Altitude Area Defence, un sistema di difesa missilistica fondamentale, agli occhi di Washington, per tenere sotto scacco tanto Pechino quanto Pyongyang.

A proposito di Cina e Corea del Nord, le recenti tensioni con i due attori asiatici stanno spingendo il Pentagono a riorganizzare le difese statunitensi di Guam. In particolare, secondo quanto riportato da Asia Times, gli Stati Uniti starebbero pensando di “disperdere” i loro lanciamissili terra-aria e radar su diverse isolette limitrofe alla stessa Guam, per limitare i danni nel caso in cui dovesse scoppiare una guerra tra Usa e Cina nella regione.

Non è difficile immaginarne la ragione: di fronte ad un eventuale conflitto con Pechino, le strutture strategiche aeree e navali di Guam si trasformerebbero in obiettivi principali del Dragone.

La base navale di Guam

Quest’isola, infatti, è la base americana sul territorio statunitense più vicina alla Cina continentale. La più grande città commerciale cinese, Shanghai, si trova a 2.897 chilometri da qui, mentre l’Andersen AFB, in caso di guerra, diventerebbe una location vitale per il lancio, il riarmo e la riparazione degli aerei d’attacco Usa. Dal momento che sul tavolo ci sono numerosi nodi spinosi – dalla questione taiwanese alle controversie territoriali nel Mar Cinese Meridionale –, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di correre rischi inutili.

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La vittoria di Meloni vista dagli Usa, il “New York Times”: radici del post-fascismo, futuro nel populismo

lunedì, Settembre 26th, 2022

Alberto Simoni

DAL CORRISPONDENTE DA WASHINGTON. La vittoria di Giorgia Meloni trova risalto sulla stampa americana che già nelle ultime settimane aveva fatto un copertura delle elezioni italiane tutta centrata sulla figura della leader di Fratelli d’Italia. Cronache, notizie live (sul New York Times) analisi e commenti a salutare la svolta a destra di un Paese del G7. Tre sono i tratti distintivi che accomunano gli articoli sui siti dei grandi giornalistI e media Usa. Il primo è la probabile ormai nomina della prima donna a Palazzo Chigi; il secondo riguarda la vittoria di un partito che «affonda le sue radici nel post fascismo» ha scritto il Washington Post. Infine, notava la Cnn, la vittoria di Giorgia Meloni offre il ritorno del populismo. Evidenzia la Cnn: «La sua piattaforma politica sarà famigliare per tutti coloro che hanno seguito la retorica dell’estrema destra negli anni recenti: Lei (Meloni) mette apertamente in discussioni i diritti LGBTQ+ e sull’aborto, punta a frenare l’immigrazione e appare ossessionata all’idea che i valori tradizionali e il modo di vita siano sotto attacco per tutta una serie di cose dalla globalizzazione ai matrimoni omosessuali».

Oltre a sottolineare che il più contento di questo vittoria sarà Steve Bannon, guru di Trump e ispiratore di un’internazionale delle estreme destre, la Cnn sottolinea che la vittoria di Meloni «emerge dai recenti trionfi dell’estrema destra ovunque in Europa». Sul Washington Post – il giornale che una settimana fa aveva fatto un’intervista esclusiva alla leader di FdI – si sottolinea la svolta epocale italiana e il rischio di un compattamento delle destre illiberali in Europa. Il riferimento è a Polonia e Ungheria. In una analisi tutta incentrata sul successo della Meloni e sulle sfide che questo pone al Paese trova spazio una riflessione sul buon risultato dei Cinquestelle alimentato dalla difesa del reddito di cittadinanza.

Il Wall Street Journal addirittura nobilita la vittoria della coalizione di centrodestra affiancando alla cronaca dall’Italia un commento in cui l’Editorial Board (che incarna la linea del giornale) evidenzia come «finalmente l’Italia abbia quel governo di destra che non è riuscita a formare nel 2018». Anche il giornale del mondo economico Usa evidenzia il nodo delle relazioni con Bruxelles sottolineando la debolezza dei conti pubblici italiani, il debito in primis «arrivato al 150% del Pil».

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Andrea Margelletti: “Il Cremlino ci sta dicendo che è pronto alla Terza guerra mondiale. L’Occidente smetta di nascondere la testa sotto la sabbia”

domenica, Settembre 25th, 2022

Emanuela Minucci

Professore, ha visto che cosa ha detto Suslov, il politologo vicino al Cremlino? Che l’Occidente continuerà a fornire armi all’Ucraina, dopo i referendum sarà guerra mondiale…
«I russi continuano a mandarci messaggi chiari. Naturalmente da fonti indirette, facilmente smentibili al momento opportuno. Ma intanto ce li mandano, netti e forti: “La Russia è pronta a combattere la terza guerra mondiale”».
Per quale ragione lo fa?  Soltanto per impaurirci o perché è sul serio convinto di farlo?
«Per entrambe le ragioni. Intanto Putin sa bene che l’arma più potente a sua disposizione è proprio quella di terrorizzarci, e poi perché arrivato a questo punto non si fermerà, non può fermarsi, altrimenti è finito».
Quindi abbiamo due alternative: mandare meno armi oppure tentare con altri negoziati…
«Sono entrambi opzioni spuntate. Intanto perché ci hanno provato tutti a tentare di farlo ragionare e tentare appunto la via del negoziato. E poi perché se noi cominciamo a cedere su qualcosa  lui alzerà di nuovo la posta, e così via all’infinito».
Quindi da geopolitico esperto non ci può anticipare come andrà a finire questo film dell’orrore?
«Semplice: o lui si ferma da solo, e la vedo molto improbabile, oppure qualcuno lo dovrà fermare».

LA STAMPA

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La campagna elettorale e gli errori da matita blu in Italia (e all’estero)

sabato, Settembre 24th, 2022

di Francesco Verderami

Da destra e da sinistra scivoloni e precipitose precisazioni. Il tema è la scomparsa delle forme che da sempre regolano i rapporti partitici e istituzionali nella fase della contesa elettorale

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È stata una campagna elettorale sgrammaticata, zeppa di errori da matita blu.

In due mesi di comizi il campionario di strafalcioni e di affannose precisazioni ha coinvolto leader di partito e rappresentanti delle istituzioni, dentro e fuori i confini nazionali. Nelle ultime ore poi è stato un florilegio. A Roma, Berlusconi si è lanciato in una sconcertante ricostruzione del conflitto ucraino, spiegando che Putin voleva arrivare a Kiev solo per insediare «un governo di persone perbene al posto di Zelensky». Tranne correggersi l’indomani, dicendo di aver riportato «da giornalista» opinioni altrui, quasi simili a quelle dell’ambasciatore russo.

A Bruxelles, come non fossero bastate le inusuali interviste di membri della Commissione europea sulle elezioni italiane, al limite dell’ingerenza, anche von der Leyen è scivolata su una frase costruita come un avvertimento a Meloni e a chi intendeva votarla. Perciò è stata costretta a una contorta spiegazione, visto le polemiche suscitate. Se la candidata di centrodestra a Palazzo Chigi ha atteso la precisazione prima di glissare sulle parole di von der Leyen, è perché — come spiega un dirigente di FdI — «dopo il 25 settembre arriverà il 26. E sarà con la presidente della Commissione che dovremo trattare sul Pnrr, la Finanziaria, l’energia, l’immigrazione…».

Ma il punto non è questo. Il tema è la scomparsa delle forme che da sempre regolano i rapporti partitici e istituzionali nella fase della contesa elettorale: è come se si fosse smarrito l’abecedario della politica. Se non è un fenomeno di analfabetismo di ritorno, è quantomeno il segno di un’impreparazione collettiva davanti al precipitare verso le urne. Un evento che ha spiazzato (quasi) tutti in Italia e in Europa. Questa è la tesi sostenuta da Giorgetti, che da ministro aveva ricevuto i maggiori fondi d’investimento e che ad alcuni dirigenti leghisti ha raccontato come «nessuno mettesse in preventivo l’uscita di Draghi»: «Davano per scontato un dato immutabile. E la crisi del governo, accaduta in modo improvviso, ha prodotto uno choc anche a livello internazionale».

A livello nazionale si è visto, se possibile, di peggio. Nel giro di un paio di settimane a sinistra sono saltate due alleanze: il campo largo (tra Pd e M5S) e il campo più stretto (tra Pd e Azione), nonostante l’accordo fosse stato ufficializzato. Letta, siglata a quel punto l’intesa con i soli Bonelli e Fratoianni, si è affrettato ad avvisare che «con loro però non farò il governo». Calenda, dopo un anno trascorso a dire «mai con Renzi», ha impiegato poche ore per stringere il patto con Iv. Berlusconi aveva annunciato che il centrodestra avrebbe scelto il candidato premier «dopo il voto», tranne poi rimangiarsi tutto per la reazione di Meloni.

Anche sui tempi, che in politica rappresentano un fattore importante, si assiste a un totale scollamento dalle regole. Nel Pd, per esempio, il congresso si è aperto prima ancora della chiusura delle urne: l’altro giorno il segretario si era appena espresso sull’impossibilità di riallacciare un dialogo con M5S dopo le elezioni, e la giovane Schlein — incoronata dal Guardian come l’astro nascente dei Democratici — rilasciava un’intervista a Repubblica per dire che «dopo le elezioni dovremo dialogare con i grillini». Il governo Meloni non è ancora nato e il Cavaliere per la seconda volta ieri ha minacciato di non farne parte se ci fossero «distonie sull’Atlantismo».

Persino sugli accordi internazionali la politica nazionale è riuscita a fare delle figuracce. L’altro ieri il ministro della Difesa Guerini si è recato da Zelensky per assicurare che l’Italia «con qualsiasi governo» terrà fede al patto con Kiev. Non era ancora finito l’incontro che le agenzie battevano le tesi giustificazioniste di Berlusconi su Putin e l’attacco di Conte a Draghi per aver «seguito la linea sbagliata di Washington e Londra sul conflitto». D’altronde l’ex premier è capace di smentirsi nel giro di poche ore, se è vero che giorni fa si è mostrato prima «orgoglioso» per l’avanzata degli ucraini contro i russi e poi si è detto contrario a un nuovo invio di armi alla resistenza.

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La mobilitazione in Russia diventa retata, chi protesta viene reclutato

venerdì, Settembre 23rd, 2022

Anna Zafesova

Donne che piangono senza nemmeno cercare di nascondere le lacrime ai figli che tengono in braccio. Ragazze che non riescono a staccarsi dall’ultimo abbraccio con i loro fidanzati. Bambini che fanno ciao con la manina gridando «torna presto», e i loro papà che salutano da dietro il vetro del pullman, con un sorriso appena accennato sul volto sgomento. Nessuno sembra essere animato da spirito marziale o esaltato da orgoglio patriottico: più che gruppi di riservisti mobilitati, gli uomini caricati sui pullman sembrano condannati in attesa di partire per i lavori forzati, spaventati e rassegnati. Sono scene che arrivano da diverse regioni russe, dove i primi reclutati dalla “mobilitazione parziale” indetta per decreto del presidente russo vengono chiamati sul fronte ucraino.

La guerra non è più soltanto in tv, e milioni di famiglie sono in ansia, non solo per i figli, ma anche per i padri: in numerosi filmati si vedono riservisti non giovanissimi, e da diverse regioni arrivano segnalazioni di convocazioni arrivate anche agli over 60, in quella che appare sempre più chiaramente una mobilitazione che di “parziale” non ha nulla.

Il ministero della Difesa russo continua a rassicurare che la chiamata in guerra non riguarderà studenti, ma a Ulan-Ude gli studenti sono stati convocati in caserma direttamente dall’aula universitaria, e nelle periferie di Mosca ieri sera i poliziotti consegnavano le lettere di coscrizione ai ragazzi in uscita dalla metropolitana, a tappeto, studenti e non. Gli avvisi di convocazione ai commissariati militari sono piovuti a migliaia, distribuiti porta a porta da messi comunali e portinai, insegnanti e capi ufficio, nelle scuole e nelle fabbriche. Il giornale Novaya Gazeta ha rivelato ieri che il punto segreto del decreto di Putin sulla mobilitazione – nel testo pubblicato dopo il punto 6 si passa direttamente all’8 – riguarderebbe i numeri della chiamata alle armi: non i 300 mila annunciati dal Cremlino, ma un milione, diviso in tre ondate fino al febbraio 2023, in altre parole un russo su 25 nella fascia di età 18-65. Un numero che viene confermato anche da Volodymyr Zelensky, che nel suo appello serale si è rivolto ai russi in russo: «Prenderanno tutti, dovete scegliere se vivere o morire, rimanere mutilati o restare sani».

La fuga di notizie su un milione di riservisti è stata smentita dal portavoce presidenziale Dmitry Peskov, che però non gode di molta fiducia dopo aver negato risolutamente pochi giorni fa l’ipotesi di una mobilitazione. Intanto il figlio di Peskov è diventato oggetto di un clamoroso scherzo dei giornalisti dell’opposizione di Alexey Navalny, che gli hanno telefonato fingendosi dei militari che lo chiamavano alle armi: il giovanotto ha risposto sprezzante che non ha nessuna intenzione di presentarsi e che «risolverà la questione a un altro livello». L’esilarante video della telefonata ha alimentato la rabbia che molti russi stanno riversando anche sulle bacheche dei capi del regime putiniano, lamentandosi che a venire chiamati al fronte saranno i figli dei poveri e non quelli dei ricchi e potenti: «Non abbiamo presente, non abbiamo futuro», gridavano ieri i coscritti in un commissariato militare del Daghestan, una delle zone più povere del Caucaso.

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Kadyrov, Medvedev e gli altri: chi sono i «falchi» di Putin che lo spingono ad accelerare

venerdì, Settembre 23rd, 2022

di Fabrizio Dragosei

L’ex presidente Medvedev: «I nostri missili ipersonici sono capaci di raggiungere in maniera garantita obiettivi in Europa e Usa, molto più rapidamente di qualsiasi loro arma»

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Tra i più accesi sostenitori del pugno duro contro Kiev e l’Occidente c’è sempre lui, Dmitrij Medvedev che quando prese il posto di Putin alla presidenza si presentò come il campione dei democratici e dei riformatori. Adesso che sembra contare sempre meno, cerca di collocarsi alla guida della pattuglia dei falchi, coloro che nelle ultime settimane avevano iniziato a mugugnare per l’«esitazione» del capo supremo. Trionfante, ieri Medvedev ha detto che i nuovi territori saranno difesi con «qualsiasi arma russa, inclusa quella strategica nucleare». E sulle possibili ritorsioni Nato ha detto: «I nostri missili ipersonici sono capaci di raggiungere in maniera garantita obiettivi in Europa e negli Usa molto più rapidamente di qualsiasi loro arma», ha sostenuto.

Negli ultimi mesi gli schieramenti attorno allo Zar sono cambiati profondamente, soprattutto visto l’andamento non proprio esaltante dell’Operazione militare speciale in Ucraina. Personaggi che venivano visti come guerrafondai o sostenitori a oltranza della politica del confronto duro con l’Occidente si sarebbero invece mossi dietro le quinte per convincere il presidente a non esagerare, a tenere a freno le teste più calde. E al fianco di Medvedev starebbero emergendo figure che fino a ieri erano di secondo piano ma che guadagnano status con le loro posizioni oltranziste, ancora più convinti dell’opportunità di pigiare sull’acceleratore di quanto non lo sia Putin.

Innanzitutto Ramzan Kadyrov , signore e padrone della Cecenia che negli ultimi giorni aveva annunciato di aver già attuato la mobilitazione generale nella sua repubblica e aveva invitato altri governatori a fare altrettanto. Senza aspettare le decisioni del ministero della Difesa che continuava a rimandare. Parimenti deciso sembra il comandante della Rosgvardia Viktor Zolotov, ex capo degli agenti addetti alla protezione del presidente. La Rosgvardia, una sorta di guardia nazionale, è formata dalle ex truppe anti sommossa dell’Interno. Questi uomini sono impegnatissimi nelle azioni belliche e contribuiranno a portare a termine il richiamo dei trecentomila veterani di cui c’è bisogno immediato al fronte.

Sulla stessa linea è schierato anche Andrej Turchak, primo vicepresidente del Consiglio di Federazione e soprattutto numero due del partito Russia Unita. Anche lui ieri si è precipitato ad approvare i provvedimenti presi: «Sono tempestivi e corrispondono agli obiettivi della difesa della nostra patria, della nostra sovranità e della nostra gente». Turchak ha poi comunicato che numerosi parlamentari sono pronti a rimettere il mandato per arruolarsi. Il più autorevole dei falchi è forse Vyacheslav Volodin, speaker della Duma, il quale sostiene che le truppe russe stanno combattendo già non solo «contro le formazioni naziste armate ma anche contro la Nato».

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Se lo Zar trasforma in realtà la minaccia atomica

giovedì, Settembre 22nd, 2022

DOMENICO QUIRICO

E adesso? Adesso dopo il discorso di Putin? Il tempo trattiene il fiato. Pare che null’altro, avanzate controffensive vittoriose missili a pioggia riti sempre più scaduti dell’Onu, getti un’ombra sotto quella trasparente e irreale della Grande Minaccia. È come se una enorme cometa medioevale stesse insieme con il sole nel cielo luminoso di autunno. Tutto potrebbe disgregarsi. E tutto è possibile. Una inesplicabile pazzia addenta il cervello della povera umanità. Eppure da duecento giorni è l’eterna scena della umanità che si prolunga: gli sgherri della forza, la vittima e il solito terzo, noi, lo spettatore che difende la vittima fino a un certo punto, fa il conto dei danni di quell’aiuto e spera, senza dirlo, che la realtà lo cavi dai guai così, per miracolo.

Il discorso di Putin dà il nome alle cose, disocculta il non detto: la Bomba non è più silenzio, una disgrazia di cui è meglio tacere, una insoluta possibilità che appartiene alle ipotesi possibili. Lo stesso Putin, lo sconfitto, l’umiliato, il deriso per la sua potenza di cartapesta e il suo esercito di generali imbelli e soldati predoni, corrode dall’interno esplicitamente i nostri tenaci luoghi comuni. Produce senso, guardate che non sto bluffando. Con l’avvio della mobilitazione generale dei russi e la clausola atomica che scatterebbe al momento in cui gli ucraini, come annunciano e ripetono con l’orgoglio di chi in questo momento avanza, metteranno piede in Russia, che non è più la annessa Crimea ma anche il Donbass. Siamo entrati tutti, anche noi europei, i sostenitori dell’Ucraina, negli eventi possibili, la guerra atomica, a cui non si aveva, finora, il coraggio di dare parola e storia.

Già li sento, i sicuri di sé, gli analisti infallibili della vittoria strasicura, li sento aggrapparsi al fuscello: ma via! È la mossa disperata di un cadavere vivente, il blaterale al vuoto di uno sconfitto. Non oserebbe, non oserà! Già: ma siete sicuri di avere il coraggio di andare a vedere il colore della sua Carta?

Lo sconfitto Putin rovescia il senso della guerra che ha criminalmente voluto, ora non parliamo più dello stesso oggetto. L’assurdità di una guerra atomica che si fa possibile determina una condotta paradossale. Essa consiste nel persuadere l’avversario che si ha la volontà di preferire il nulla all’essere e di far saltare in aria il pianeta mediante un suicidio collettivo. La oscillazione tra il nulla e l’essere, tra la morte e la sopravvivenza, tra il suicidio e la vita non è più affare degli ucraini sventurati e dei russi. Diventa di ognuno di noi. La Storia forse ieri è finita come è finita la preistoria, forse siamo entrati nella post Storia di cui è arduo e forse inutile prevedere la lunghezza e gli esiti.

Allora militarmente parlando. Gli ucraini e i loro alleati, gli Stati Uniti, devono porsi la domanda finora rinviata accuratamente: se avanziamo nel Donbass e cerchiamo di sbarcare in Crimea che cosa succederà? Chi avrà il coraggio di superare la linea tracciata su questa prepotenza nel 2014 e ieri sapendo che la deterrenza non è più deterrenza ma un’arma normale, utilizzabile, possibile? Finora nel giudicare questa guerra gli elementi erano semplici a meno che non si fosse partigiani o in malafede: la giustizia delle vittime, gli ucraini, il torto dell’aggressore, la Russia. Putin che non riusciva a vincere doveva complicare il quadro, drammatizzarlo fino a sconvolgerlo. Deve imporre la domanda che non è più possiamo vincere e punire l’aggressore, ora è: possiamo sopravvivere alla vittoria? O meglio esisterà ancora qualcosa che assomigli alla vittoria, dopo?

C’è un leader che ha già dovuto affrontare questa domanda tremenda attraversando la valle scura della prima Guerra fredda, Kruscev per la crisi di Cuba. Sapeva che se avesse tentato di portare a fondo la sua sfida Kennedy avrebbe usato la Bomba, lo disse: non bluffo. Tornò indietro. Ma allora il vertice del regime sovietico, una dittatura come quella putiniana ma meno primitiva, era di tipo collegiale, falchi e colombe si scontrarono e prevalse la ragione. Le navi russe con i missili tornarono indietro.

Oggi l’autocrazia putiniana non è di tipo collegiale, è personale, shakespiriana nella sua solitudine. Dopo che è scoppiata la guerra abbiamo volontariamente rinunciato a cercare di capire cosa succedeva a Mosca, abbiamo fatto scendere il buio: è il regno del Male assoluto, la Gorgone che non bisogna guardare, solo distruggerla. In fondo che sappiamo di Putin, di perché ha agito a febbraio, di quali erano, fin dall’inizio i sui obiettivi, di come li ha adattati alle nostre reazioni e agli imprevisti che ogni guerra crea nel suo cammino?

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La nuova fase della guerra di Putin e l’appello della Cina: «Serve una tregua e il ritorno al dialogo»

giovedì, Settembre 22nd, 2022

di Guido Santevecchi

Il presidente Xi Jinping teme il «caos mondiale» e le ricadute economiche per il Paese. E pensa a Taiwan

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Vladimir Putin e Xi Jinping a Samarcanda lo scorso 16 settembre (Afp)

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – Che cosa pensa Xi Jinping della nuova fase della guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina e il campo occidentale? Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, a domanda ha risposto: «La posizione della Cina è stata sempre coerente e chiara nel chiedere un cessate il fuoco attraverso il dialogo e il negoziato, il rispetto della sicurezza, sovranità e integrità territoriale di tutti i Paesi, l’osservanza dei principi contenuti nella carta delle Nazioni Unite». Il diplomatico ha aggiunto che «servono sforzi internazionali per una risoluzione pacifica delle crisi».

Sono mesi che Pechino parla in linea di principio della necessità di un dialogo che porti a una tregua. All’inizio ha invocato ragioni umanitarie, ora comincia a fare i conti anche economici su quello che Xi chiama «il caos mondiale» e fa riferimento all’Onu (dove peraltro si è ripetutamente astenuta nei voti sulla crisi ucraina). Parlare di nuovo ora di cessate il fuoco potrebbe essere uno sviluppo? Anche il rifiuto cinese di definire l’azione russa per quello che è, un’aggressione, era stato letto da alcuni governi ottimisti come un espediente di Xi per mantenersi neutrale e poter agire da mediatore (prima o poi). Di fatto, la Cina ha solo mantenuto la sua ambiguità strategica, non ha mai segnalato una volontà di impegnarsi in un negoziato tra le parti. L’interesse strategico di Pechino sembra la disunione dell’Occidente, più che la vittoria della Russia.

Una novità notevole è venuta da Vladimir Putin, che incontrando Xi a Samarcanda la settimana scorsa ha ammesso che «la Cina è preoccupata e ha delle domande sulla questione ucraina». Tradotto: significa che in questi mesi sono emerse tensioni con l’alleato. E che in realtà gli interrogativi cinesi sono centrati non sulla sorte di Kiev ma sulla tenuta di Mosca.

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