Archive for the ‘Esteri’ Category

Shaked-Michaeli, il tandem al femminile che ha le chiavi del governo israeliano

martedì, Giugno 15th, 2021

Fabiana Magrì

Chi cerca le crepe che potrebbero intaccare l’intonaco, fino a provocare dissesti più profondi e tali da far crollare il governo israeliano del cambiamento, deve certamente analizzare i comportamenti di Benjamin Netanyahu. Come la sua eccessiva sbrigatività nel liquidare in mezz’ora il passaggio di consegne al neo premier Naftali Bennett, senza nemmeno la consueta stretta di mano a favore di fotografi. Ma dovrebbe anche tenere d’occhio Ayelet Shaked e Merav Michaeli, le due donne «alpha» tra le nove ministre nel 36esimo esecutivo israeliano.

Non solo – o non tanto – perché sono lontane tra loro come il giorno dalla notte. Shaked, braccio destro e donna ombra del premier Naftali Bennett, è il numero due del partito Yamina. Michaeli è leader di Havoda. Di più: ha acchiappato per i capelli il partito laburista un attimo prima che sprofondasse, l’ha riportato sopra la soglia di sbarramento alle ultime elezioni e oggi lo rappresenta al governo. Shaked è ingegnere informatico, ha fiducia nel sistema, ama le uniformi ed è sposata con un ex pilota da combattimento. Michaeli è giornalista, femminista e attivista per i diritti civili. E’ contraria all’istituzione del matrimonio ma è legata sentimentalmente al comico Lior Schleien, che conduce una trasmissione satirica in tv. I due non sono sposati e non convivono. Abitano in due appartamenti separati, lui al piano di sopra e lei in quello sotto. Entrambe sono Telavivian, hanno all’incirca lo stesso seguito di follower su Instagram e sono laiche, ma Shaked ha un buon ascendente sul pubblico ortodosso, mentre l’altra lo contrasta.

Il divario tra le due, una a destra e l’altra a sinistra della coalizione di governo, è oltremodo ideologico. L’analista politica Gayil Talshir, della Hebrew University di Gerusalemme, mette in evidenza proprio questo elemento: «Lo scontro ideologico all’interno di questo governo, che non sarà un esecutivo di centro né di comodo, sarà profondo. E Shaked e Michaeli ne rappresentano al meglio gli opposti su molti posizioni. Anche se queste ministre sono entrambe donne, non credo che vedremo una relazione pacifica tra le due». Shaked parte da una posizione di vantaggio rispetto a Michaeli. Nei negoziati per arrivare a formare la coalizione, la prima ha ottenuto tutto quello che voleva, la seconda nulla.

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Vertice Nato, l’Alleanza Atlantica sulla linea di Biden: Cina rischio per la sicurezza, Russia minaccia militare numero uno

martedì, Giugno 15th, 2021

di Giuseppe Sarcina

Vertice Nato, l'Alleanza Atlantica sulla linea di Biden: Cina rischio per la sicurezza, Russia minaccia militare numero uno

Il comunicato finale del vertice Nato sembra una fotocopia della proposta presentata da Joe Biden. Per la prima volta la Cina viene inserita nella lista dei «rischi» per la sicurezza comune. La Russia resta la minaccia militare numero uno. Si allarga, come sollecitato dagli americani, il campo di intervento dell’Alleanza, con un’interpretazione più ampia dell’articolo 5. Tutti i partner dovranno correre in aiuto di chi subisce un attacco non solo militare o terroristico, ma anche se «ibrido»: incursioni cibernetiche, sabotaggi delle attività spaziali, campagne di disinformazione, da valutare caso per caso. Donald Trump aveva messo in discussione il meccanismo del mutuo soccorso, seminando l’allarme soprattutto sul versante est-europeo. Biden ha ripristinato la tradizione: «Per gli Stati Uniti l’impegno previsto dall’articolo 5 è sacro». E ieri ha rassicurato, in una serie di incontri diretti, i leader di Lituania, Lettonia ed Estonia.

Nel vertice dei 30 Paesi Nato, a Bruxelles, Biden ha raccolto un consenso più netto rispetto a quello ottenuto dal G7. In cambio, ha decisamente allentato la presa sulla questione dei contributi: ciascun partner si è impegnato a stanziare il 2% del proprio Prodotto interno lordo per la difesa entro il 2024. Per Trump questa era la priorità numero uno, ma anche per Barack Obama. Biden, invece, vede «importanti progressi: dieci Stati sono già in regola». Il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha condensato il sospiro di sollievo collettivo: «Grazie presidente Biden per il suo forte impegno personale e per la leadership in questo legame transatlantico».

Il confronto ha preso le mosse dall’Afghanistan. Il ritiro dei militari, deciso dagli Stati Uniti, rischia di destabilizzare il Paese. Tutti hanno concordato che sarà necessario proteggere l’aeroporto di Kabul; Stoltenberg ha detto che «la Turchia potrebbe avere un ruolo importante». Biden ne avrebbe discusso ieri sera con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Poi è arrivato il momento della discussione sul cosiddetto «Strategic concept». L’ultima versione, del 2010, citava la Russia come «possibile partner costruttivo». Per capire come sia cambiata la prospettiva della Nato, bisogna leggere il paragrafo 3 del documento diffuso ieri.

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Ecco perché la Gran Bretagna rinvia di un mese le riaperture: si rischiano 100 mila contagi al giorno

lunedì, Giugno 14th, 2021

Vittorio Sabadin

LONDRA. Il governo britannico ha deciso di rinviare di un mese la fine delle restrizioni decise per il Covid, inizialmente prevista per il 21 giugno. Quello che era stato pomposamente chiamato il «freedom day», il giorno della libertà, dovrà aspettare: la mutazione indiana è troppo pericolosa, si diffonde con grande rapidità e il mese di luglio, avvisano gli esperti, potrebbe trasformarsi in un incubo. 

I professor Anthony Costello, consulente del governo e docente al London University College, è stato molto chiaro: «Nel giro di un mese potremmo avere 100.000 nuovi casi al giorno», ha fatto sapere a Boris Johnson. Il premier era restio a rimangiarsi la promessa che aveva fatto ai cittadini a suggello della vittoriosa campagna contro il virus. Ma i dati dei contagi e dei ricoveri invitano a una grande prudenza: il 2 maggio i contagi erano scesi a 1.600 al giorno, domenica 13 giugno hanno toccato i 7.500, realizzando nell’ultima settimana una crescita del 50%.   A questi tassi di incremento, la possibilità di raggiungere in luglio i 100.000 contagi al giorno è molto concreta. Gli ospedali non sarebbero in grado di far fronte ai ricoveri e il sistema sanitario rischierebbe nuovamente il collasso. Tutti nuovi contagiati hanno contratto la variante Delta indiana, che colpisce anche chi ha fatto la prima dose di vaccino, ma non la seconda. Chi le ha avute entrambe ha comunque a sua volta il 30% di possibilità di essere contagiato da questa mutazione. La variante del Kent, che aveva colpito l’Inghilterra e parte dell’Europa nei mesi scorsi, è invece quasi scomparsa. 

La mutazione Delta è più aggressiva ma è meno letale: se aumenta il numero dei contagiati non cresce per fortuna quello dei morti, anche perché gli anziani sono ormai tutti protetti dal vaccino. Colpisce invece di più i giovani, finora risparmiati dagli effetti più devastati del Covid. In ogni caso, Johnson ha deciso di non rischiare e ha firmato con il Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, con l’influente leader dei Tory Michael Gove e con il ministro della Salute, Matt Hancock, la decisione di rinviare le riaperture di un mese. Nel partito conservatore non tutti sono d’accordo: si temono la reazione negativa della gente, che già faceva progetti per le vacanze di luglio e di agosto, la perdita di credibilità per il governo, e i riflessi di un’altra prolungata chiusura su molte aziende che rischiano il collasso. Anthony Lloyd Webber, mitico compositore e proprietario di numerosi teatri del West End, ha detto che il sistema della cultura collasserà, se si rinviano ancora le aperture.  

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Cosa si è deciso al G7 del 2021 in Cornovaglia su Cina, clima e vaccini

lunedì, Giugno 14th, 2021

di Luigi Ippolito

Il G7 e la Cina

DAL NOSTRO INVIATO
FALMOUTH (CORNOVAGLIA) — La questione del rapporto con la Cina ha dominato il vertice: alla fine si è raggiunto un compromesso fra la linea dura americana e quella più sfumata degli europei.

Il comunicato finale chiede a Pechino il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, soprattutto nel Xinjang, la patria degli uiguri.

Il G7 chiede anche un’inchiesta da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità sull’origine del Covid in Cina.

L’alternativa alla Via della Seta

Su impulso americano, i Sette Grandi daranno vita a un programma di investimenti in infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo che possa rappresentare una alternativa alla Via della Seta, l’iniziativa cinese per investire e costruire nelle nazioni del Sud del mondo.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato che l’Italia «valuterà con attenzione» l’accordo sulla Via della Seta.

Le future pandemie e il vaccino Covid

I leader si sono impegnati a prevenire future pandemie, attivando un sistema di monitoraggio e allerta di fronte a nuovi virus. Impegno anche a ridurre a 100 giorni il tempo necessario per sviluppare nuovi vaccini.

I Paesi ricchi doneranno un miliardo di dosi di vaccini contro il Covid ai Paesi in via di sviluppo.

Il clima

Il G 7 si è impegnato a investire 100 miliardi all’anno per aiutare i Paesi in via di sviluppo nella transizione ecologica. Gli ambientalisti hanno però criticato l’impegno come tardivo e insufficiente.

Irlanda del Nord

La questione nordirlandese non figurava nell’agenda del vertice, ma ha finito per dominare i colloqui fra Boris Johnson e gli europei, che accusano Londra di non rispettare gli accordi presi al momento della Brexit. Citando Draghi, Johnson ha replicato che farà «whatever it takes», qualunque cosa necessaria a proteggere l’integrità del Regno Unito, il che equivale alla minaccia di stracciare i trattati.

CORRIERE.IT

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Successi e menzogne di Bibi, il leader aggrappato al potere

lunedì, Giugno 14th, 2021

ASSAF GAVRON

Sto scrivendo a poche ore di distanza dall’annuncio ufficiale del nuovo governo, e la sensazione principale che provo è di apprensione. Incredulità. Circospezione. Sospetto. Diffidenza. Sta accadendo sul serio? Benjamin Netanyahu è stato Primo ministro di Israele per quindici anni, dodici dei quali consecutivi, dal 2009 a oggi, e soprattutto gli ultimi due delle quattro campagne elettorali ci hanno insegnato che farà di tutto per restare al potere. Si aggrapperà alla sua poltrona di Primo ministro con le unghie, fino a esserne allontanato di peso. Ricorrerà a qualsiasi stratagemma da manuale per scongiurare ciò che per lui è inimmaginabile: che qualcun altro guidi questo Paese.

Oggi dovremmo essere onesti e menzionare gli aspetti positivi dei governi Netanyahu. Prima di tutto, è stato un Primo ministro attento e restio, quando si trattava di interventi militari e guerre. Durante tutto il lungo periodo del suo mandato, nella nostra regione non c’è stata una guerra di grande portata, e poter dire una cosa del genere riguardo 15 anni della storia di Israele è già dire molto. In secondo luogo, ha contribuito a contrastare in modo tempestivo il coronavirus in Israele, grazie alle pressioni che ha esercitato assai presto sull’amministratore delegato di Pfizer affinché rifornisse il Paese di milioni di dosi di vaccino. In terzo luogo, gli accordi di pace che ha firmato con numerosi Paesi arabi del Golfo sono stati passi avanti importanti e decisivi per integrare Israele in una regione a maggioranza musulmana. Quarto, i suoi governi hanno varato riforme che hanno stabilizzato e aperto l’economia, tra cui un investimento senza precedenti in una società araba. Certo, si possono avere riserve su tutti e quattro i punti elencati: non c’è stata una guerra a tutto campo, ma si sono susseguite grandi e sanguinose operazioni belliche, oltre a un’occupazione di cui non si intravede la fine; c’è stata una riluttante gestione iniziale della pandemia da coronavirus, specialmente tra gli ebrei ultraortodossi; non si è fatto nessun passo avanti decisivo nel processo di pace con i palestinesi; e l’anno scorso l’indebitamento del Paese è diventato colossale. Eppure, Bibi qualche merito ce l’ha.

Netanyahu ha una forte personalità, scoppia di energia, lavora sodo, in qualche caso in modo maniacale. Queste caratteristiche avrebbero potuto essere messe al servizio e a beneficio dei cittadini, se solo fosse stata questa la sua priorità numero uno. Purtroppo, con il passare degli anni al potere, questa sua forza è stata messa a servizio soltanto dei suoi traguardi legali e politici.

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Draghi difende la linea Ue sulla Cina: “Serve realismo, bisogna cooperare”

lunedì, Giugno 14th, 2021

ILARIO LOMBARDO

DALL’INVIATO A CARBIS BAY. Mario Draghi insiste a guardare con «realismo» all’approccio da tenere verso la Cina. La parola traduce tutto il pragmatismo della linea italiana ed europea, incarnata nel G7 della Cornovaglia soprattutto da Germania e Italia, in contrapposizione all’irriducibilità degli Stati Uniti. «Il comunicato finale rispecchia perfettamente la nostra posizione – spiega il presidente del Consiglio al termine dell’ultima giornata del summit prima di tornare a Roma –. Non abbiamo preso una strada particolarmente dura verso la Cina. Perché con la Cina bisogna cooperare, in vista del G20, degli impegni sul clima, e per la ricostruzione del mondo dopo la pandemia, ma lo faremo in maniera franca, dicendo cosa non va bene secondo noi, e che cosa non si concilia con la nostra visione del mondo». Questa è la linea che secondo Draghi alla fine ha prevalso, nel quadro comunque di una mediazione con le pretese di Joe Biden. E in un certo senso non poteva andare diversamente visto che il presidente americano, gli riconosce il premier, ha voluto ricostruire con l’Unione europea «quell’alleanza tradizionale che il periodo di Trump aveva seriamente incrinato».

Sul realismo come metodo d’azione per declinare il ritrovato spirito multilaterale Draghi insisterà per tutta la conferenza stampa. E così se Biden, durante il vertice, come ricorda il premier, ha ammonito i colleghi che «il silenzio sulla Cina è complicità», l’ex banchiere si prende una manciata di secondi per condannare con durezza «le autocrazie che inquinano l’informazione, interferiscono nei processi elettorali, usano la disinformazione, fermano gli aerei in volo, rapiscono, uccidono, non rispettano i diritti umani, usano il lavoro forzato». Non manca nulla delle violazioni della Cina ma anche della Turchia, della Russia e della Bielorussia, e l’elenco che ne fa Draghi è il suo modo di riconoscersi nella battaglia di Biden. «Tra i Paesi del G7 – assicura – il risentimento verso le autocrazie è condiviso».

È su come delineare i rapporti con Pechino, però, che resta differente la strategia tra Europa e Usa. L’Italia è l’unico Paese europeo che ha firmato, ai tempi del governo sovranista del Conte I, il memorandum sulla Via della Seta cinese, contro il quale Biden ha proposto un gigantesco piano alternativo di investimenti. Draghi si limita a dire che l’atto firmato dal suo predecessore «verrà esaminato con attenzione». Come per la cancelliera tedesca Angela Merkel e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, anche per il premier però non deve essere lo spirito di antagonismo alla Cina a muovere le democrazie occidentali. L’approccio va «fondato su tre principi fondamentali». «Di cooperazione, di competizione e di franchezza». Di cooperazione, sul clima innanzitutto. Perché la sola Cina, ricorda Draghi, è responsabile del 30% delle emissioni globali di Co2. Come farebbe l’Europa, che arriva appena al 7%, a combattere il cambiamento climatico senza un dialogo con Pechino? Per quanto riguarda la competizione in ambito economico, invece, la Cina deve rispettare «le regole multilaterali», e non avvantaggiarsi di pratiche sleali come la vendita dei prodotti frutto delle detenzioni ai lavori forzati nella zona dello Xinjang. Tutto questo, spiega Draghi, va detto con «franchezza». Ed è il terzo principio: «Essere franchi con le autocrazie che non condividono la nostra visione del mondo».

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La Regina Elisabetta al G7 ha fatto ridere i leader

domenica, Giugno 13th, 2021

di Redazione Online

La Regina Elisabetta al G7 ha fatto ridere i leader

La regina Elisabetta (AFP)

A Carbis Bay, in Cornovaglia, è in corso il G7 con i leader e i Capi di Stato di alcuni dei più importanti Paesi del mondo. Parte del cerimoniale di questi grandi eventi istituzionali è il photocall con tutti i partecipanti. Che, grazie alla presenza della 95enne regina Elisabetta II, si è trasformata in un momento divertente.

Venerdì 11 giugno la Regina ha ospitato un ricevimento per i leader e i Capi di Stato. Mentre tutti erano in posa, la Regina ha rotto il silenzio, dicendo: «Dovrebbe sembrare che ci stiamo divertendo?» (»Are you supposed to be looking as if you’re enjoying yourself?»). Un modo per rompere il ghiaccio nel momento — quello che precede lo scatto ufficiale — in cui le personalità più importanti al mondo sono immobili, in silenzio, in attesa di sentire il rumore delle macchine fotografiche che immortalano il momento.

Alla battuta della Regina, gli altri capi di Stato e premier si sono sciolti in una risata spontanea. Alla sovrana ha risposto il premier britannico Boris Johnson, accanto a lei nello scatto: «Sì, decisamente. Ci stiamo divertendo, nonostante le apparenze!».

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Draghi fa sponda con Merkel, Biden sorpreso dai toni sulla Cina

domenica, Giugno 13th, 2021

ILARIO LOMBARDO, PAOLO MASTROLILLI

DAGLI INVIATI A CARBIS BAY E PLYMOUTH.  Dai finestroni l’azzurro splendente del mare sovrasta la stanza del vertice. È mattino e l’imprevedibilità del clima della Cornovaglia regala un sole che scaccia la bruma con cui Carbis Bay era stata avvolta la sera prima. I leader del G7 sono seduti ad ascoltare Angela Merkel che sintetizza così la posizione europea sulla Cina a Joe Biden: «Non si tratta di essere contro qualcosa ma per qualcosa». Mario Draghi è d’accordo e lo è anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Biden è stupito. Si aspettava le resistenze della cancelliera tedesca, meno quelle del presidente del Consiglio italiano. Il presidente americano era arrivato con un’idea precisa e una serie di proposte agli alleati. Il nuovo avversario globale è la Cina e va neutralizzata con un’operazione che dimostri l’esistenza di due blocchi: da una parte l’alleanza delle democrazie, dall’altra le autocrazie.

Ma Biden non vuole solo generiche prese di distanza, pretende un segnale. Chiede che nel comunicato ufficiale di fine G7 venga espressa una forte condanna alla sistematica violazione dei diritti umani in Cina, citando i trattamenti riservati alla minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang. L’obiettivo massimo che si era dato Biden all’inizio del vertice è di esplicitare il divieto di importare prodotti realizzati con il lavoro forzato. Quello minimo è l’impegno a fermare i maltrattamenti, negati da Pechino, e le pratiche commerciali sleali. In ogni caso, gli Stati Uniti si assicurerebbero di vedere menzionata la Cina nel testo. Non tutti sono d’accordo e in una bozza circolata nel pomeriggio Pechino non è ancora citata. Le diplomazie dei singoli Paesi trattano per ore sui dettagli del comunicato e in un briefing serale la Casa Bianca appare sollevata e fiduciosa della convergenza conquistata. Prima di dare un giudizio definitivo, però, vuole vedere come sarà confezionata oggi la dichiarazione congiunta finale.

La giornata era infatti cominciata in tutt’altro modo. In un primo incontro con i media, fonti della presidenza Usa erano apparse più preoccupate delle «divergenze» emerse al tavolo dei leader. In particolare, l’Europa intende mantenere il suo approccio tradizionale con la Cina, più pragmatico, ricco di sfumature. È la posizione storica dell’Ue che Biden punta a incrinare. Gli Stati Uniti calibrano d’astuzia briefing e indiscrezioni anche per lavorare sulle reazioni degli alleati. E ci riescono. Perché, dopo aver fatto filtrare che alle prevedibili resistenze di Merkel si era sommato il muro innalzato da Draghi, lo staff della presidenza del Consiglio si è affrettato ad articolare meglio il pensiero dell’ex banchiere. Il premier concorda con la posizione espressa «dalla maggioranza dei Paesi del G7» sulla necessità di avere relazioni di tre tipi con la Cina: cooperative su temi come la lotta al cambiamento climatico, più competitive su altri, come il commercio e le catene globali del lavoro, e in contrapposizione su diritti umani e civili.

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Covid in Gran Bretagna, nuovo picco di casi: Johnson pensa di rinviare le riaperture di un mese

sabato, Giugno 12th, 2021

Un mese di distanziamento sociale e di controlli in più.

La Gran Bretagna pensa a rinviare la riapertura — che era prevista per il 21 giugno — secondo quanto riferito da fonti governative al quotidiano britannico Guardian.

La notizia arriva mentre i casi di contagio da coronavirus in Inghilterra stanno aumentando.

E lo stanno facendo — a causa della diffusione della variante Delta, la ex «variante indiana» — ad un ritmo più veloce di quest’inverno, riporta ancora il giornale britannico.

In vista dell’annuncio che il primo ministro dovrebbe fare lunedì, nel fine settimana è stato fissato un incontro tra Boris Johnson e tre alti ministri: il cancelliere, Rishi Sunak; il ministro dell’Ufficio di Gabinetto Michael Gove; e il segretario alla salute, Matt Hancock.

Sebbene non sia stata presa alcuna decisione definitiva, è probabile che un ritardo «da due a quattro settimane» sarà necessario, mentre gli scienziati parlano già di nuovo «picco».

«È chiaro», ha detto il premier Johnson a Sky News, «che la variante indiana è più trasmissibile, e che i casi e le ospedalizzazioni stanno crescendo. Non sappiamo con esattezza quanto questi dati si tradurranno in nuovi decessi, ma questo andamento desta seria, seria preoccupazione».

I nuovi contagi giornalieri stanno ora aumentando dal 3% al 6% in tutta l’Inghilterra, secondo i dati pubblicati venerdì, il che indica un tasso di crescita che non si vedeva da quando i casi hanno iniziato a salire alla fine dello scorso anno. L’ondata è alimentata da casi nel nord-ovest, dove il tasso di crescita giornaliero ha raggiunto l’8%, e da Londra e nell’est dell’Inghilterra, dove l’epidemia sta crescendo tra il 2% e il 6%.

Alla luce di queste cifre, la British Medical Association ha esortato il governo a ritardare il previsto allentamento delle restrizioni «La migliore protezione dai vaccini si ottiene solo a circa due settimane dopo la seconda dose, in particolare con la variante Delta, e non avremo abbastanza della popolazione adeguatamente protetta entro il 21 giugno», ha affermato il presidente del consiglio della BMA, Il dottor Chaand Nagpaul.

Venerdì 11 giugno sono stati segnalati altri 8.125 casi di Covid nel Regno Unito, livelli che non si vedevano dalla fine di febbraio.

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G7, Biden lancia il suo piano per arginare il potere di Pechino. Ma l’Europa sta già frenando

sabato, Giugno 12th, 2021

di Luigi Ippolito

G7,  Biden lancia il suo piano per arginare il potere di Pechino. Ma l'Europa sta già frenando

DAL NOSTRO INVIATO Falmouth (Cornovaglia) – Tutto lo forzo del G7 in Cornovaglia è diretto a proiettare unità di intenti e di vedute: «È genuinamente meraviglioso vedere ciascuno in persona», ha detto Boris Johnson dando il via ai lavori. «Dobbiamo assicurarci che impariamo la lezione della pandemia, che non ripetiamo gli stessi errori», ha esortato: e ha sottolineato il consenso di tutti per «ricostruire in maniera più verde, più giusta, più eguale, più gender neutral (cioè senza distinzioni di sesso) e perché no, più femminile».

Ma oltre le immagini ufficiali si intravedono quelle increspature che i sorrisi di circostanza non riescono a dissimulare. Questo summit doveva essere il segnale del «ritorno dell’Occidente», coeso di fonte alle sfide globali e forte dei suoi valori: ma è una famiglia che dietro le quinte si ritrova più rissosa che mai.

Già gli europei sono arrivati in Cornovaglia col dente avvelenato a causa dell’Irlanda del Nord: l’accordo sulla Brexit è diventato terreno di scontro fra Londra e Bruxelles e all’orizzonte si staglia la minaccia di una guerra commerciale a colpi di sanzioni reciproche. Prima dell’inizio del G7 Merkel, Macron, Draghi, Von der Leyen e Michel si sono seduti a un tavolo assieme per sottolineare che la Ue parla con una voce sola: e oggi andranno tutti in processione da Boris a ripetergli la stessa cosa, cioè che gli accordi sull’Irlanda vanno applicati senza se e senza ma, perché i britannici devono capire che non c’è altra via di uscita.

Lo scontro Londra-Ue è un grattacapo anche per Joe Biden, venuto in Europa per ricostruire quei ponti che Trump aveva bruciato dietro di sé. Ma pure tra le due sponde dell’Atlantico la sintonia fa fatica a decollare: e il nodo del contendere è il rapporto con la Cina. Gli europei chiedono un «approccio bilanciato» con Pechino, che riconosca un rapporto sfaccettato e su più livelli: dunque una Cina partner per le sfide globali, oltre che concorrente economico e rivale sistemico.

Ma gli americani sono arrivati in Cornovaglia lancia in resta, vogliono dare alla luce un comunicato finale dai toni forti nei confronti di Pechino, con un linguaggio netto. Gli europei non ci stanno e stanno dando vita a un vero braccio di ferro sulla formulazione finale: «Il comunicato dovrà essere bilanciato, non naif», spiegano dalla delegazione Ue. E quindi alla fine nel testo conclusivo non dovrebbe trovare posto la domanda di un’inchiesta sull’origine del coronavirus, che gli europei considerano materia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Più in generale, la preoccupazione dei leader della Ue è che il G7 non finisca per trasformarsi in una specie di piattaforma anti-cinese. Mentre per gli americani dovrebbe offrire anche un programma di investimenti che sia un’alternativa alla Via della Seta.

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