Archive for the ‘Ambiente’ Category

Tonga, arrivati i primi aiuti dopo l’eruzione. Ora si teme uno tsunami di Covid

venerdì, Gennaio 21st, 2022

Sydney – A cinque giorni dall’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Hàapai e del conseguente tsunami s’interrompe l’isolamento delle isole Tonga: nell’aeroporto principale dell’arcipelago sono atterrati i primi aerei militari australiani e neozelandesi con gli aiuti. Si stima che tra case distrutte, infrastrutture danneggiate e black out di telefoni e Internet, l’attività eruttiva abbia colpito più dell’80% della popolazione delle isole.

Tutti i numeri dell’eruzione

Sydney ha inviato un aereo C17 Globemaster e presto ne invierà un altro. La ministra degli Esteri neozelandese, Nanaia Mahuta: “L’aereo neozelandese “trasporta aiuti umanitari e materiale di soccorso in caso di catastrofe, in particolare contenitori d’acqua, kit igienici, rifugi temporanei, generatori e apparecchi di comunicazione”.

Ma la macchina dei soccorsi si è appena messa in moto e aiuti aerei sono stati promessi dal Giappone, Cina e Francia. Sempre dalla Nupva Zelanda domani dovrebbero arrivare gli aiuti via mare. 

Tonga ha bisogno di aiuto, ma l’arcipelago è al momento considerato “libero” dal Covid e le autorità chiedono ai soccorritori di attenersi ai rigidi protocolli per la consegna degli aiuti.

Le vittime sono tutte investite dallo tsunami, tre donne due peruviane e una britannica), ma sull’isola “sono stati segnalati dei feriti”, anche se non è ancora chiaro il numero per le difficoltà a raggiungere alcune aree remote. Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha spiegato: “Tutte le case sono state distrutte sull’isola di Mango e solo due sono rimaste sull’isola di Fonoifua, mentre danni significativi sono stati segnalati a Nomuka”. Sono in corso le operazioni di “evacuazione delle persone su queste isole”.

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Plastica, da oggi addio a piatti e sacchetti monouso

venerdì, Gennaio 14th, 2022

Luca Monticelli

Scatta lo stop alla plastica monouso. Entra in vigore oggi il decreto legislativo 196, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 30 novembre scorso, che recepisce la Direttiva europea «Sup» (Single Use Plastic) del 2019. Addio agli oggetti usa e getta e agli attrezzi da pesca non biodegradabili e non compostabili.

Niente più piatti e bicchieri di plastica, bastoncini per le orecchie, posate e bacchette, cannucce, aste da attaccare a sostegno dei palloncini, agitatori da cocktail, buste e pacchetti. Messi al bando pure i contenitori per alimenti e liquidi, tazze, coppette da caffè, bicchieri per frullati in polistirene espanso (ovvero il polistirolo, un materiale rigido e leggero). La stretta non finisce qui e continuerà in futuro. A partire dal 2025, le bottiglie devono contenere almeno il 25% di plastica riciclata e il 30% dal 2030.

Il decreto, emanato «con l’intento di promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili», punta a promuovere l’uso di plastica riciclata «idonea al diretto contatto alimentare». Vengono fissate multe sostanziose per i trasgressori, da 2.500 a 25 mila euro. Ma gli effetti di questa legge non saranno così repentini. Per esercenti e produttori, sarà infatti possibile vendere le scorte esistenti fino a esaurimento.

Inoltre, per promuovere l’uso di prodotti alternativi a quelli vietati, il decreto stabilisce agevolazioni per le aziende che ne fanno uso, sotto forma di credito d’imposta, nel limite massimo di nove milioni di euro per il prossimo triennio. Sono previste campagne di sensibilizzazione, e gradualmente anche regole per lo smaltimento. Entro un anno, il ministero della Transizione ecologica dovrà indicare con un decreto i criteri ambientali minimi per i servizi di ristorazione, così come i criteri per l’organizzazione di eventi e produzioni cinematografiche e televisive.

Le associazioni ambientaliste criticano però il governo, accusandolo di aver creato deroghe e «trucchi» per aiutare le imprese ad aggirare le restrizioni. Secondo il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, in queste ultime settimane «stanno comparendo prodotti in plastica molto simili a quelli monouso ma “riutilizzabili” per un numero limitato di volte, come indicato nelle confezioni. Un modo, a nostro avviso, per aggirare il bando che porta a un incremento dell’utilizzo di plastica, piuttosto che a una sua diminuzione».

Greenpeace attacca «l’approccio miope che favorisce solo una finta transizione ecologica», perché viene sostituito un materiale con un altro (biodegradabile e compostabile) o promuovendo soluzioni basate sul riutilizzo. Un’ulteriore violazione, sostiene l’organizzazione ecologista, è l’esclusione dall’ambito di applicazione della direttiva dei prodotti dotati di rivestimento in plastica con un peso inferiore al 10% dell’intero prodotto. Su questa tipologia di articoli i dettami comunitari non hanno fissato alcuna deroga. Perciò, «c’è il concreto rischio che venga avviato l’iter per una procedura d’infrazione», avverte Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

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Le mani dell’industria mineraria sui fondali dell’Oceano Pacifico

martedì, Gennaio 11th, 2022

Monica Perosino

Lo scorso novembre, alla conferenza sul clima di Glasgow, le parole dei delegati dei piccoli Stati insulari (Aosis), i primi condannati a scomparire a causa del riscaldamento globale, avevano commosso e colpito il mondo. Tutti ricordano l’appello di Simon Kofe, delle Tuvalu, Stato insulare polinesiano nell’Oceano Pacifico, che aveva inviato un videomessaggio al mondo con le gambe immerse nel mare fino alle ginocchia per denunciare i rischi legati al cambiamento climatico: «Per noi, per le piccole isole – aveva detto – si tratta di vita o di morte».

Oggi, proprio una di quelle piccole isole minacciate dall’azione dell’uomo sulla natura, potrebbe cambiare – in peggio – la storia. Nauru, un puntino di foresta e spiagge bianche nell’Oceano Pacifico meridionale, 20 chilometri di superficie e diecimila abitanti, sta per spostare ancora un po’ più in alto – meglio dire in basso – il limite di sfruttamento delle risorse naturali.

Il presidente di Nauru, Lionel Aingimea, che grazie a una clausola della convenzione Unclos ha il controllo esclusivo su 75mila chilometri quadrati di fondali nella zona nordpacifica di Clarion-Clipperton (tra le Hawaii e il Messico), ha deciso che era il momento di sfruttarli, questi fondali. E si avvia, con una sussidiaria di The Metals Co (ex DeepGreen), la Nauru Ocean Resources, ad avviare – secondo una complessa catena di richieste e permessi – il progetto mineriario entro 18 mesi. Se Nauru riuscisse, come sembra, a mettere in atto il progetto, enormi bulldozer potrebbero scendere nell’ecosistema più grande e ancora incontaminato del mondo, il fondale marino, con danni irreversibili all’ecosistema. L’unico stop potrebbe arrivare dall’Isa, l’autorità internazionale dei fondali marini, che ha 18 mesi, appunto, per completare il suo “codice minerario” e (che avanza estremamente a rilento) e bloccare il progetto, ma che in 30 anni non è riuscita a stabilire nemmeno le regole per le estrazioni in alto mare.

Dalle acque profonde si estrarrebbero cobalto, rame, nichel e manganese – materiali chiave delle batterie – da rocce delle dimensioni di una patata chiamate «noduli polimetallici» che si trovano sul fondo del mare a una profondità di 4-6 km, che verrebbero risucchiati usando enormi macchinari subacquei.

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“Nucleare o transizione impossibile”. “No, puntare sulle rinnovabili”

sabato, Gennaio 8th, 2022

Ora il tema del nucleare pulito divide la maggioranza. Ecco le posizioni del senatore forzista Massimo Mallegni e del capogruppo del M5S alla Camera Davide Crippa

Francesco Curridori

"Nucleare o transizione impossibile". "No, puntare sulle rinnovabili"

Ora a dividere la maggioranza è il tema del cosiddetto nucleare pulito che l’Unione Europea vorrebbe inserire tra le fonti green. Per la rubrica Il bianco e il nero ne abbiamo parlato con il senatore di Forza Italia Massimo Mallegni e il capogruppo del M5S alla Camera Davide Crippa.

È favorevole all’utilizzo del nucleare pulito?

Mallegni: “È complicato in un momento come questo e come imprenditore dire no al Nucleare. La dipendenza italiana per la produzione dì energia è tale che il Paese si deve assumere delle responsabilità. Dire no oggi non va più bene!”.

Crippa: “Ma cosa significa nucleare pulito? Per ora parliamo al più di sperimentazioni, non certo di tecnologie pronte all’uso. Oggi l’unico nucleare di cui potremmo disporre è quello contro cui si sono espressi ben due volte gli italiani con un referendum, molto costoso e altrettanto rischioso. Quanto all’aggettivo “pulito”, vedo che se ne fa un uso troppo disinvolto: vorrei ricordare che è stato usato troppo spesso, in passato, per ammantare di una presunta aura di sostenibilità fonti energetiche che non lo erano affatto. Dunque, per rispondere alla domanda: non posso essere favorevole a una tecnologia che non è disponibile e che deve ancora dimostrare la sua eventuale capacità di ridurre costi, rischi e scorie. Se oggi per assurdo dicessimo di sì a una centrale, per prima cosa dovremmo stabilire il luogo dove farla. Chi propone una nuova stagione dell’atomo dovrebbe dirci anche dove vuole costruire gli impianti: dato che nessuno lo fa, devo riscontrare un primo elemento di scarsa serietà. I leader del centrodestra sono così certi che i loro sindaci e amministratori locali siano disposti a ospitarne una? Le difficoltà che si stanno evidenziando con l’individuazione del deposito unico delle scorie nucleari italiane sono un campanello d’allarme da non sottovalutare: non mi pare di vedere file di sindaci della Lega pronti a trovare spazio per una centrale nei loro territori. Poi c’è il fattore tempo: dobbiamo ridurre il caro bollette oggi o quando tra 10-15 anni sarebbe operativa la prima centrale? Dobbiamo azzerare le emissioni al 2050 o quando tra 60 o 70 anni si passerà al nucleare abbandonando le altre fonti? E poi: dove le mettiamo tutte le scorie prodotte? La ‘pandemia energetica’ e la crisi climatica sono problemi troppo seri per lasciare spazio alla propaganda nuclearista: è il caso di guardare alle tecnologie di cui già disponiamo e non a ricette vecchie, pericolose e per nulla economiche. Il reattore di Olkiluoto, in Finlandia, è costato tre volte più di quanto preventivato. Il cantiere è iniziato nel 2005 e solo oggi è partita la fase di test, con 12 anni di ritardo. Nasce vecchio, con costi esorbitanti e di certo l’energia che produrrà non sarà ‘a buon mercato’: il nucleare senza sussidi pubblici non sta sul mercato”.

Senza il nucleare pulito, si può comunque raggiungere la transizione ecologica?

Mallegni: “Direi quasi impossibile. Sostenere il contrario significa mettere la testa sotto la sabbia e imbrogliare gli italiani. Oggi l’Italia già acquista energia da Nucleare per oltre 10% del fabbisogno e per il 50% dal gas, entrambi comprati all’estero. Quindi ok a eolico, fotovoltaico ma solo con questo non si va da nessuna parte”.

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Nucleare: la Sogin doveva smantellare le centrali, ma dopo 21 anni i rifiuti radioattivi sono ancora lì

lunedì, Dicembre 20th, 2021

di Milena Gabanelli

Nemmeno con la Salerno-Reggio Calabria si era arrivati a tanto. Ci sono voluti dieci anni per costruirla e quaranta per ammodernarla. Il caso in questione ha un’aggravante pericolosa: si tratta di scorie e rifiuti nucleari. È il 1987 e con un referendum popolare l’Italia chiude le centrali nucleari. Nel 1999 nasce la Società di Stato «Sogin», incaricata di chiudere il ciclo delle centrali di Caorso, Trino Vercellese, Garigliano, Latina.

Nemmeno con la Salerno-Reggio Calabria si era arrivati a tanto. (…) Il caso in questione ha un’aggravante pericolosa: si tratta di scorie e rifiuti nucleari. I decreti Bersani (2001) e Marzano (2004) definiscono la tabella di marcia: entro il 2014 Sogin deve mettere in sicurezza i rifiuti nucleari di tutti gli impianti, inclusi quelli dell’ex-Enea, ed entro il 2019 smantellare le centrali. I materiali ottenuti vanno custoditi sui siti in depositi dedicati e, a fine lavori, conferiti in un unico deposito nazionale che, nel frattempo, sarà individuato e che Sogin costruirà e gestirà (lasciando le aree completamente decontaminate). I costi previsti per l’intera operazione ammontano a 3,7 miliardi di euro, caricati sulla bolletta elettrica secondo un sistema regolatorio fissato dall’autorità per l’Energia (Arera) nella voce «oneri di sistema».

Le attività previste e quelle realizzate

I primi dieci anni passano a definire gli interventi per la disattivazione delle centrali, la sistemazione del combustibile irraggiato, la valutazione della possibilità di esportarlo temporaneamente per il riprocessamento, richieste delle autorizzazioni ecc. In breve: inerzia. Nel 2010 vengono richiesti i «piani a vita intera», cioè il programma di attività previsto anno per anno, fino al completamento dei lavori (il cosiddetto decommissioning). L’amministratore delegato è Giuseppe Nucci, che dichiara: «ll nuovo piano industriale intende migliorare l’efficienza e l’efficacia delle nostre attività con l’obiettivo di ottimizzare tempi e costi, consapevoli che Sogin è allineata alle migliori esperienze internazionali». Il costo totale sale a 5,71 miliardi e la fine lavori spostata al 2025. Il piano a vita intera prevede attività per 790 milioni entro il 2016. Ne sono state effettuate per 239 milioni (circa 30%). Luglio 2013 Nucci aggiorna il piano: il costo totale cresce a 6,48 miliardi. Previsti per i sei anni successivi lavori per 890 milioni. Lo stesso anno cambia il governo e il nuovo amministratore delegato è Riccardo Casale, ex ad di Geam, società di raccolta e smaltimento rifiuti urbani del porto di Genova. Nel 2018 attività effettivamente eseguite per 380 milioni, invece degli 890 (circa il 43%). A novembre 2017 il nuovo amministratore delegato è Luca Desiata: il costo totale sale a 7,25 miliardi di euro e la fine lavori spostata al 2036. Nei primi 6 anni previsto decommissioning per 966 milioni. Il documento consegnato alla Commissione Industria del Senato a dicembre 2018 riporta che l’azienda ha avviato l’efficientamento degli iter di gara, internalizzato attività, rafforzato la direzione dei lavori e dell’ingegneria. Tuttavia, dopo i primi 3 anni, invece dei 385 milioni di lavori previsti sono state eseguite attività per 176 milioni (il 46%). Nel 2019 viene nominato amministratore delegato Emanuele Fontani, dirigente Sogin da 12 anni, che presenta il suo piano: il costo totale cresce a 7,9 miliardi.

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Doglioni, presidente dell’Ingv: «Il terremoto a Milano? La placca adriatica si avvicina a quella europea di 1 o 2 millimetri all’anno»

domenica, Dicembre 19th, 2021

di Carlotta Lombardo

In città le scosse possono arrivare anche a magnitudo 6 solo che avvengono raramente. Quello che cambia moltissimo, a livello di percezione delle scosse, è il tipo di suolo dove sono state costruite le case

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Un anno fa, il 17 dicembre 2020, una scossa di terremoto di magnitudo 3.9 era stata registrata in provincia di Milano alle 16.59, con epicentro a 4 km da Pero, a 56 km di profondità secondo quanto rilevato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).La magnitudo della forte scossa avvertita questa mattina con epicentro a Bonate Sotto, in provincia di Bergamo, l’ha superata: secondo le prime stime la magnitudo è stata di 4.4 (poi è stata quantificata dal punto di vista energetico a 3.9). Milano si trova nella Zona 3 della classificazione sismica dell’Italia, con alcune aree in Zona 4, quindi la pericolosità sismica del Milanese è considerata «bassa» e i terremoti sono eventi rari.

Dopo questa ulteriore scossa la città deve cominciare a preoccuparsi? Lo abbiamo chiesto al professor Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

«In Italia ci sono in media all’anno 15-20 eventi di magnitudo tra 4 e 5 e quindi è un evento del tutto naturale ed è considerato leggero. La mappa di cui parla lei trae in inganno perché indica una probabilità di eventi. Non è che nella Zona 3 non ci possano essere eventi forti, qui possono arrivare anche a magnitudo 6 solo che magari avvengono ogni 2000 anni, per quanto ne sappiamo. A Verona, nel 1117, c’è stato il terremoto più forte conosciuto nel Nord Italia, fu di magnitudo intorno a 6.5. L’evento avvenuto l’anno scorso era a Sud di Milano, in una zona molto diversa, con un’altra struttura tettonica. In realtà ce ne sono stati anche di più recenti, a Caviaga a metà del 1951, di magnitudo 5.4».

Milano è in una zona sismica?
«Il fronte Sud delle Alpi, quello vero, non le montagne che si vedono a nord di Milano, si trova anche sotto Milano perché è sepolto sotto i sedimenti della Pianura Padana e continua verso Bergamo a muoversi. Quello che è avvenuto stamattina è un terremoto di tipo compressivo, vuol dire che è la placca adriatica che si avvicina relativamente di 1 o 2 millimetri all’anno rispetto alla placca europea. Una velocità molto lenta rispetto ai movimenti delle grandi placche in Giappone, per esempio, o nelle Ande dove le velocità possono raggiungere anche gli 8 o 9 centimetri l’anno, cioè 80 volte più veloci. La magnitudo di questi terremoti è quindi enormemente più grande. Qui stiamo invece parlando di terremoti leggeri, più moderati, che possono arrivare anche a eventi forti ma molto rari. Attenzione, però, questo non significa ìche a Milano non possano esserci».

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Previsioni meteo: l’inverno si prende l’Italia. Neve a bassa quota e freddo. Le mappe

venerdì, Novembre 26th, 2021

Roma – Sarà una serie di giorni caratterizzata dal brutto tempo. Le previsioni meteo di ilMeteo.it non lasciano spazio a dubbi: irrompe l’inverno dal prossimo weekend. Tutta colpa di un’intensa perturbazione, pilotata da un vortice centrato sulle Isole Baleari, che sta investendo l’Italia. Già domani è prevista un’intensificazione del maltempo, con rischio nubifragi a Roma e Napoli. C’è anche un’allerta meteo della Protezione civile.

Il maltempo delle prossime ore

Il meteorologo Andrea Garbinato avvisa che nella giornata odierna (giovedì 25 novembre) temporali e piogge abbondanti o molto abbondanti colpiranno soprattutto Toscana, Lazio, Sicilia, Calabria e Puglia, ma pioverà anche sul resto delle regioni. Da domani, venerdì 26 novembre, inizierà ad affluire aria via via più fredda in quota. Altri impulsi fortemente perturbati colpiranno duramente le regioni tirreniche dalla Toscana alla Campania anche con nubifragi a Roma e Napoli.

Allerta rossa in Calabria

La Protezione civile annuncia per domani allerta rossa su parte della Calabria, e allerta arancione su settori di Calabria, Basilicata, Campania e su gran parte della Puglia. E ancora,allerta gialla su gran parte dell’Italia centro-meridionale e su Sicilia e Sardegna.

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Tre scosse di terremoto a Livorno, le scuole restano chiuse

sabato, Novembre 20th, 2021

LIVORNO. Una scossa di terremoto di magnitudo 3.5 è stata registrata alle 6,21 davanti alla costa livornese. Secondo i rilevamenti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 13 chilometri di profondità ed epicentro 15 da Livorno. La scossa è stata chiaramente avvertita dalla popolazione, ma al momento non si segnalano danni a persone o cose.

La protezione civile del Comune di Livorno informa che in via precauzionale le scuole di ogni ordine e grado saranno chiuse oggi per valutare eventuali criticità nelle strutture. Al momento non si segnalano comunque danni a persone o cose. Vi sono state anche due scosse successive da 2.0 e 2.1. 

LA STAMPA

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Cop26, raggiunta l’intesa per il Patto sul clima di Glasgow: la firma da tutti i 197 Paesi Onu | Ma il carbone non sarà eliminato

domenica, Novembre 14th, 2021

Alla Cop26 arriva il nuovo accordo mondiale sul clima: tutti i 197 partiti appartenenti delle Nazioni Unite hanno aderito, nonostante la forte riserva e la delusione espressa da molti. A lasciare l’amaro in bocca è stata la mediazione sul taglio dell’uso del carbone come fonte energetica. Ad anticipare la notizia è stata la Bbc.

L’India punta i piedi sul carbone – Il Patto sul clima di Glasgow è stato adottato dei delegati delle 197 parti riunite alla Cop26 in Scozia. Il testo è stato siglato dai circa 200 Paesi dopo un intervento dell’ultimo minuto da parte dell’India per annacquare la stesura finale nella parte relativa al taglio delle emissioni derivanti dal carbone. L’India è intervenuta nella plenaria finale per chiedere di sostituire nel testo la formula “phase-out”, cioè “eliminazione graduale” del carbone, inserendo l’espressione “phase-down”, cioè “riduzione graduale”.

La delusione di alcuni Paesi – Diversi Paesi, Svizzera in testa, ma anche i piccoli Stati insulari, hanno espresso profonda delusione per questo cambiamento del testo. Alcuni hanno definito la revisione odiosa e contraria alle regole, ma hanno aggiunto che hanno dovuto accettarlo per arrivare a una conclusione del vertice. Il presidente della Cop26, Alok Sharma, ha singhiozzato dicendosi “profondamente dispiaciuto” per quanto accaduto: “Capisco la profonda delusione, ma e’ vitale che proteggiamo questo pacchetto”, ha aggiunto.

L’accordo mantiene l’obiettivo prioritario di tenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi dai livelli pre-industriali: un grosso passo avanti rispetto all’Accordo di Parigi, che puntava di più sul restare sotto 2 gradi. I tagli alle emissioni rimangono il 45% al 2030 rispetto al 2010, e zero emissioni nette intorno alla metà del secolo. E un invito ai Paesi ad accelerare sulle fonti rinnovabili, a chiudere al più presto le centrali a carbone e ad eliminare i sussidi alle fonti fossili.

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L’allarme del fisico Peter Wadhams: “Cop26 è l’ultima possibilità di fermare il disastro, la prossima potrebbe essere troppo tardi”

venerdì, Novembre 12th, 2021

di Luca Fraioli

GLASGOW – “I miei amati ghiacci polari? Sono condannati a sparire, stando alla bozza di accordo che circola in queste ore”. Peter Wadhams ha passato la vita a studiarli, anche “dal di sotto” quando viaggiava nell’Artico a bordo dei sommergili di Sua maestà. Oggi è professore emerito di fisica oceanica e capo del Polar Ocean Physics Group presso il Dipartimento di Matematica Applicata e Fisica Teorica dell’Università di Cambridge. Ed è tra gli scienziati che per primi hanno lanciato il grido d’allarme sul riscaldamento globale, finora inascoltato dalla politica.

Lo ascolteranno in questa Cop26, professor Wadhams?

“Lo spero. Anche perché è l’ultima Cop nella quale il mondo si trova nella posizione di poter fare qualcosa che effettivamente inverta il cambiamento climatico. L’anno prossimo potrebbe essere troppo tardi per fermare la caduta verso il disastro”.

L’accordo tra Cina e Stati Uniti sta alimentando molte speranze. Anche lei crede si tratti di una svolta?

“L’esistenza stessa di una intesa sul clima tra Pechino e Washington è positiva e importante, qualunque cosa contenga, dato che le due nazioni stavano divergendo su un percorso di reciproca aggressione. Mi ha colpito in particolare l’enfasi sulle emissioni di metano: forse è più facile per le due nazioni mettersi d’accordo sulla riduzione del metano che su quella della CO2, considerando tutto il carbone che ancora userà la Cina per anni”.

Cosa pensa delle bozze di documento finale che circolano in queste ore?

“E’ un documento deludente. E non perché non si occupi di tutti i possibili aspetti del cambiamento climatico, ma perché lo fa senza concentrarsi su alcuna area specifica con soluzioni concrete. Spero che nelle ultime ore si adotti un testo più incisivo. E poi ci sono molti numeri che non tornano”.

Per esempio?

“C’è un errore sulla temperatura attuale. Nel testo si legge che è di 1,1 gradi più alta rispetto all’era pre-industriale. In realtà siamo già a 1,5 gradi. E questo perché i calcoli vengono fatti partendo dal diciannovesimo secolo, mentre invece dovrebbero partire dall’inizio la rivoluzione industriale, quando si è iniziato a bruciare carbone nelle macchine a vapore. Facendo così si scoprirebbe che siamo già a 1,5 e che non abbiamo una ulteriore finestra per rimediare, va fatto adesso. Un’altra incongruenza numerica riguarda la CO2 presente in atmosfera. Se in un paragrafo della bozza si sollecita entro il 2030 un taglio del 45% rispetto ai livelli del 2010, poco più avanti si fa notare che è già salita del 13,7% rispetto a dieci anni fa”.

Cosa consiglia la scienza per uscire da questa situazione?

“Ridurre le emissioni per cercare di rallentare il riscaldamento non basta, perché tutta la CO2 emessa negli ultimi due secoli rimarrà comunque lì a creare l’effetto serra. L’alternativa è catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera, ma non ci sono riferimenti a questa possibilità nel documento. E invece ci vorrebbe un piano di investimenti in ricerca e sviluppo, uno sforzo tecnologico straordinario, paragonabile a quello del progetto Manhattan. Questa volta non per creare un’arma ma per salvare il Pianeta”.

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