Archive for the ‘Politica’ Category

Chi gioca a perdere

lunedì, Novembre 29th, 2021
Letta / Conte / Salvini /
Letta / Conte / Salvini / Meloni

Serpeggia tra i leader una voglia di elezioni anticipate che non nasce, per assurdo, dall’ambizione di vincere e di governare, ma dalla più mediocre speranza di cadere in piedi. Nessuno ha la vittoria in tasca, nemmeno il centrodestra che sta avanti di 3-4 punti negli ultimi sondaggi ma dopo le Comunali ha smarrito un po’ delle sue certezze. Però tutti – ecco la novità – potrebbero accontentarsi di una sconfitta e, in qualche caso limite, addirittura desiderarla per motivi che pubblicamente non si possono confessare. Ad esempio, per evitare una batosta ancora più pesante se tornassimo alle urne tra un anno e mezzo; oppure per eleggere in Parlamento i propri amichetti senza farli attendere fino al 2023; o al limite per far fuori i rompiscatole interni. Vediamo situazione per situazione.

Iniziamo da Matteo Salvini. Al Capitano votare subito conviene, comunque vada e perfino nel peggiore dei modi. Se il centrodestra dovesse farcela, lui potrebbe sperare nel contro-sorpasso della Lega sui Fratelli d’Italia che, sulla carta, è ancora plausibile; ma se Palazzo Chigi dovesse sfuggirgli, e la guida del governo toccasse a Giorgia Meloni, lui tornerebbe a fare il ministro, magari di nuovo all’Interno (in fondo non vede l’ora). Perfino nel caso di sconfitta elettorale Salvini avrebbe un grosso vantaggio, anzi due. Frenerebbe il declino del suo partito che, continuando di questo passo, tra un anno verrebbe a trovarsi intorno al 10 per cento dal 18 che vale oggi e dal 34 delle scorse elezioni europee. “Salvare il salvabile” è la nuova parola d’ordine salviniana. Inoltre Matteo farebbe un bel repulisti, regolerebbe i conti con chi dentro il partito ha osato sfidarlo purgando le liste dagli amici di Giancarlo Giorgetti oppure relegandoli in coda cosicché, nel caso di sconfitta, sarebbero i primi a venire trombati.

Anche per Giorgia Meloni votare sarebbe un “win-win”. Nella migliore delle ipotesi diventerebbe la prima donna premier nella storia d’Italia; o in alternativa la prima a guidare l’opposizione che, in fondo, sembra più consono alla sua vera natura, alla sua indole protestataria. Ma perfino se restasse dietro a Salvini, Giorgia triplicherebbe i voti a confronto del 2018, idem la rappresentanza parlamentare. Sarebbe comunque un trionfo. A una sconfitta del genere chiunque metterebbe la firma. Scontato che la “ducetta” non veda l’ora.

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Antonio Socci, “i compagni si rassegnino”. Quirinale, perché Draghi sconvolgerà i loro piani

lunedì, Novembre 29th, 2021

L’elezione del nuovo presidente della Repubblica è un appuntamento che – nelle cronache dei giornali – sembra un gioco a nascondino o un banale Risiko (per qualcuno un “rosico”). I partiti non sanno dove sbattere la testa. In questa nebbia fitta di chiacchiere però ha fatto irruzione finalmente un pensiero, una riflessione geopolitica che fa capire almeno la vera posta in gioco nella partita del Colle. Il piccolo e denso libro di Giulio Sapelli e Lodovico Festa – «due sovranisti molto chic» li ha definiti Giuliano Ferrara – ha un titolo perentorio: «Draghi o il caos. La grande disgregazione: l’Italia ha una via d’uscita?» (Guerini e Associati). Il pamphlet ha dietro l’erudizione storica, politica ed economica di Sapelli, nella prima parte, per sfociare poi nella brillante analisi dell’oggi (e qui si sente di più la prosa giornalistica di Festa). Riprendo, dalle loro pagine, alcuni flash perché aiutano a inquadrare i termini del problema. Cominciamo dal primo, ovvero Mario Draghi che – secondo loro – fu «nominato grazie agli Stati Uniti al vertice della Bce».

Perché quella scelta? «Nella contesa globale di potenza» scrivono i due autori «quella americana è una forma di capitalismo differente da quella “renana”, franco-tedesca, attribuendo da sempre un ruolo ben diverso alla deflazione e al debito pubblico. E proprio per questo motivo richiede anche forze intellettuali in grado di contestare il verbo tedesco, austero e filocinese». Dunque «l’originalità e la forza di Draghi rispetto alla retorica europeista imperante» scrivono Sapelli e Festa «risiede nel fatto che ha rappresentato la versione americana e non tedesca di tale capitalismo, come prova il suo ruolo – sempre contestato dalla Bundesbank -nella Bce e la lotta che ha condotto per anni contro l’austerità stupida che ancora oggi sta distruggendo l’Europa… e il suo intervento riparatore a Francoforte, intervento che gli ha conferito quella speciale autorevolezza che ora pone al servizio dell’Italia». Veniamo agli altri elementi del titolo: il caos e la «grande disgregazione». Sono un’amara descrizione della situazione dell’Italia, sprofondata in una crisi economica ventennale (che è anche crisi politica, crisi di identità e crisi demografica), ora aggravata dal ciclone del Covid, nonché da una delegittimazione sempre più preoccupante delle istituzioni, dei partiti e del tessuto democratico. Se è stato decisivo che un tecnico come Draghi, uomo delle istituzioni, assumesse quest’ anno in prima persona la guida di un governo di unità nazionale, per affrontare l’emergenza più drammatica, è anche vero – secondo Sapelli e Festa – che ora la politica deve riprendere il suo ruolo di governo.

PROFILO IDEALE –  Mentre il profilo di Draghi è perfetto per l’istituzione massima dello Stato: la presidenza della repubblica. Perché «quel che serve alla nostra nazione» argomentano i due autori «è un periodo di garanzia dall’alto che protegga la nostra vita politica e aiuti a far crescere partiti radicati sul territorio dove tra storia, famiglia e piccola impresa si esprime la nostra principale “forza”». Per chiarire il prezioso ruolo che Draghi può svolgere dal Quirinale i due autori ricordano «due “tecnici” senza l’azione dei quali non avremmo avuto lo sviluppo capitalistico nazionale che impetuosamente si è realizzato negli anni Cinquanta per poi consolidarsi fino alla fine degli anni Ottanta. Senza un “tecnico” come Alberto Beneduce, la sua Iri, il salvataggio della Commerciale da lui reso possibile non ci sarebbe stato neanche un “tecnico” come Raffaele Mattioli che poi tra Mediobanca ed Eni, collaborando con i governi Dc e dialogando con i comunisti, è stato tra gli uomini decisivi per porre le basi del miracolo economico post Seconda guerra mondiale. In questo senso la perfetta potenza di un supertecnico» concludono Sapelli e Festa «si manifesta non quando sostituisce il potere politico ma quando con la massima influenza possibile, si affianca al potere politico e lo indirizza verso lo sviluppo».

La logica del libro è ferrea: «Se la nostra analisi sullo stato disperato in cui versano le istituzioni italiane è fondata, se si ritiene che la ricostruzione della disgregazione italiana, precipitata del decennio 2010-2020, sia corretta… allora quella che abbiamo definito “la chance” Draghi per salvare la Repubblica, va giocata nella partita del Quirinale con il massimo della consapevolezza». A rinforzo di questa tesi Sapelli e Festa sottolineano che «il caos italiano» è determinato da due fattori: «Una carenza di credibilità internazionale accentuata dalle mosse franco-tedesche tese a semplificare così la loro egemonia sulla governance europea, e una parallela e gravissima rottura tra società e istituzioni italiane».

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La partita per il Colle

lunedì, Novembre 29th, 2021

Alessandro Di Matteo, Francesco Olivo

Cosa succederà se Mario Draghi si trasferisse al Quirinale? «Un gran casino». Quella di Carlo Calenda, leader di Azione, oltre che una facile profezia è la premessa per formulare un appello: «Tutti i leader della maggioranza devono andare in processione a chiedere solennemente a Draghi di restare presidente del Consiglio fino al 2023 e possibilmente oltre». L’operazione per far restare Draghi a capo del governo è pienamente in corso e non coinvolge soltanto i politici: «Non possiamo permetterci un’incertezza politica» ha detto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Anche l’allarme per la nuova variante del Covid è un argomento che viene utilizzato per sottolineare l’importanza della continuità dell’azione di governo e, per estensione, della permanenza di Sergio Mattarella al Quirinale. Il primo avviso di giornata, pur con parole di stima, arriva da Silvio Berlusconi, sul quale pende il sospetto di conflitto d’interesse (diverso dal passato), vista l’ambizione quirinalizia del Cavaliere: «Saremo i primi a collaborare lealmente all’attività di questo governo, che deve rimanere in carica per tutto il tempo necessario, fino al 2023, fin quando saremo usciti dall’emergenza – ha detto in una riunione di Forza Italia a Villa Gernetto –. Allora si potrà tornare alla naturale alternanza fra due schieramenti in competizione fra loro». Concetti già esposti in passato, ma che somigliano sempre più a una pressione verso il premier. Luigi Di Maio va oltre: «L’Italia non può permettersi di perdere Mario Draghi – dice alla festa del Foglio a Firenze –. È interesse del Paese che continui a guidare una situazione così difficile. Nel 2022 dovremo affrontare la riforma del patto di stabilità», concludendo con un messaggio (non rivolto a Giuseppe Conte, chiarisce il ministro degli Esteri): «Chi pensa al voto anticipato farà un danno storico al Paese». Anche dai centristi arrivano segnali: «Draghi è, con Mattarella, l’italiano più autorevole che abbiamo oggi – dice Marco Marin, capogruppo di Coraggio Italia –. Sta affrontando l’emergenza economica e sanitaria da vero leader e i risultati sono evidenti». Mara Carfagna lancia una proposta: «Se non dovesse esserci la candidatura di Berlusconi – dice la ministra per il Sud – sarebbe molto bello se davvero si ragionasse su un profilo femminile. Di donne in giro competenti, autorevoli e credibili ne vedo tante». Carfagna, come già Matteo Renzi una settimana fa, teme che il partito del voto sia più largo di quanto appaia in superficie, ognuno avrebbe un interesse, «il Pd per arrivare a gruppi parlamentari più gestibili, Salvini e Meloni per risolvere la loro competizione interna, il M5S per consolidare la nuova leadership». Uno dei diretti interessati, Enrico Letta, sempre dal palco del Foglio, smentisce: «Non vogliamo andare a votare in questo momento di pandemia, vogliamo che il Parlamento possa fare delle cose», anche perché l’ipotesi «Draghi al Quirinale e elezioni anticipate» agita anche gli alleati di Articolo 1 che hanno ufficializzato la partecipazione alle Agorà democratiche. Massimo D’Alema, in un editoriale sul prossimo numero della rivista «Italianieuropei», ha definito «oltre il limite della stravaganza» l’idea di eleggere l’attuale premier al Colle.

Il segretario del Pd non si unisce al coro di quanti chiedono a Draghi di restare dov’è, insistendo che non si debba alimentare il toto-nomi con così tanto anticipo. Ma Letta è anche preoccupato che le manovre per il Quirinale possano destabilizzare il quadro, perché Matteo Salvini ha ribadito che per la Lega è «un sacrificio» stare in questo governo», mentre Matteo Renzi dice esplicitamente che il suo obiettivo è ridisegnare gli schieramenti politici, con la creazione di un polo di centro e mettendo un cuneo tra Pd e M5s. Lo scenario di un capo dello Stato eletto magari senza il consenso dei 5 stelle non piace a Letta e non solo perché un’alleanza con il Movimento di Giuseppe Conte è cruciale in vista delle prossime politiche. Per evitare trappole, ci sarebbe già un’intesa con i 5 stelle per tenere un comportamento comune durante le votazioni per il Colle: Pd e M5s potrebbero uscire dall’aula in caso di candidature non gradite, per evitare il gioco dei franchi tiratori. Ma è da vedere se il patto reggerà di fronte a nomi magari autorevoli ma sgraditi ai grillini.

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Quirinale, Anna Finocchiaro e le donne nel totonomi sul Colle: ci sono, non vengono viste

domenica, Novembre 28th, 2021

di Maria Teresa Meli

«Quando si arriva alla fine dell’imbuto, scompaiono». Nel 2006 Prodi l’avrebbe voluta al Colle: «Non c’era una vera possibilità»

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Lei sull’argomento sfoggia quella flemma che è un tratto distintivo dei siciliani (è nata a Modica il 31 marzo del 1955). Troppe volte Anna Finocchiaro è finita nel totonomi del Quirinale. La prima nel 2006, quando Romano Prodi, che la conosceva bene (era stata, nel suo primo governo, ministra della Pari opportunità, un dicastero che era una novità assoluta per l’Italia), ebbe a dire: «Ci vorrebbe un segnale di novità per la presidenza della Repubblica, ci vorrebbe una donna».

Finocchiaro non andò al Colle, ma certo non si macerò tra rimpianti e recriminazioni: «Secondo me non c’era nessun possibilità concreta che accadesse». Anche perché allora l’Italia era molto indietro su quel fronte, persino più di oggi: le donne, in politica come su altri terreni, facevano una gran fatica a imporsi. Adesso non è che fili proprio tutto liscio come l’olio da questo punto di vista. Ma ora, pure lei ne è convinta, la possibilità di una donna (non parla di sé, è un errore che non commetterebbe mai) al Quirinale apparirebbe più a portata di mano. «In giro c’è tanta competenza femminile e in Italia ci sono donne che hanno la qualità, l’esperienza, la preparazione per essere presidenti della Repubblica e per fare tante altre cose. Il problema è che le donne devono essere “viste”, nel senso che quando si arriva alla fine dell’imbuto le donne non si vedono, scompaiono e invece ci sono».

Finì che nel 2006, invece, Finocchiaro, da capogruppo, resse con le unghie e con i denti la traballante baracca dell’Ulivo al Senato, cosa per cui Prodi, che in quel ramo del Parlamento aveva pochi voti di scarto, le fu grato. Senza la sua tenacia, senza la sua capacità di parlare anche con gli avversari, quel governo sarebbe crollato ancor prima.

Il 2006, quindi, per Finocchiaro fu la prima volta. La seconda arrivò nel 2013. Anche allora si parlò di lei come di una possibile candidata al Colle. A sbarrarle il passo, però, arrivò Matteo Renzi, non ancora segretario del Pd: «Sarebbe bello avere un presidente donna, ma sui giornali leggo nomi improbabili». E così l’allora sindaco di Firenze rovesciò su Finocchiaro uno scandalo di qualche tempo prima, che del resto Renzi aveva già utilizzato quando lanciò la sua campagna per la rottamazione dei dirigenti dem. Ossia alcuni scatti fotografici che ritraevano la senatrice dem all’Ikea, con la scorta che le portava il carrello. In realtà non era vero niente. Chi l’aiutava era un compagno di partito, ma il clamore fu notevole. Lei, per una volta, perse la flemma e replicò con inusitata durezza al fiorentino: «Non mi sono mai candidata a nulla. Trovo che l’attacco di cui mi ha gratificato Renzi sia davvero miserabile, per i toni e per i contenuti. Trovo inaccettabile e ignobile che venga da un esponente del mio partito». Amarezza e stupore. E la convinzione che «un uomo con il mio curriculum sarebbe già al Quirinale».

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Luigi Di Maio e il patto del Quirinale: dai gilet gialli ai salotti di Macron e Draghi

sabato, Novembre 27th, 2021

Tommaso Montesano

La parabola è compiuta. Qualcuno ricorderà il Luigi Di Maio del giugno 2019, quando, fresco di vittoria alle elezioni politiche del marzo del 2018, l’allora ministro dello Sviluppo economico, e vicepresidente del Consiglio, insieme ad Alessandro Di Battista, altro cavallo di razza del Movimento 5 Stelle, incontrò a Levavasseur, a Montargis, una cittadina a un centinaio di km a sud di Parigi, una delegazione dei “gilet gialli”, il movimento populista francese nato per protestare contro l’aumento dei prezzi del carburante e l’elevato costo della vita. Bersaglio delle manifestazioni: proprio l’attuale presidente francese, Emmanuel Macron. Qualcuno avrà sicuramente negli occhi, anche, la foto di ieri mattina, che ritrae lo stesso Di Maio, nel frattempo diventato ministro degli Esteri, dietro il presidente francese, ancora Macron, nel momento in cui il capo dell’Eliseo e il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, siglano il trattato di cooperazione italo-francese. In queste due istantanee c’è tutta la parabola politica di Gigino, passato in poco più di due anni da capo politico di una formazione anti-sistema, il Movimento 5 Stelle partner della Lega nel “governo del cambiamento”, a capo della diplomazia di un’Italia governata da una larga coalizione – comprensiva del suo M5S- guidata dall’ex governatore di Banca d’Italia e Banca centrale europea.

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Amendola: “Siamo noi il motore della Ue inutile tornare al rigore fiscale”

sabato, Novembre 27th, 2021

Francesco Grignetti

ROMA. Enzo Amendola, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, uomo del Pd, ha salutato la firma del Trattato del Quirinale con tre parole in francese: «Relance, puissance, appartenance». Rilancio, forza, appartenenza. «È lo slogan della presidenza francese dell’Unione che inizia a gennaio. Mi sembrava calzante. Non è certo un caso se firmiamo il Trattato proprio in vista di questa presidenza». Perché di questo si tratta: rinforzare i rapporti tra Roma e Parigi, perché sia l’intera Europa a fare uno scatto in avanti.

Amendola, che cosa vi aspettate dal semestre a guida francese?

«Sarà molto importante per le scelte che faremo nei prossimi mesi. Ricordo solo i grandi negoziati sul digitale e sull’economia sostenibile, e la riforma del Patto di stabilità e crescita. Sa, il vero cuore di questo Trattato è nel segno di cambiare l’Europa. Noi alziamo il livello dei rapporti tra i nostri due Paesi con l’obiettivo di fare dell’Europa finalmente un Continente più autonomo, più sovrano sulle grandi questioni, e anche più forte».

Mario Draghi ha voluto rimarcare anche lui l’obiettivo di una maggiore sovranità. Il premier l’ha legata a una difesa comune e alla protezione dei confini.

«L’Europa è un attore globale che deve avere una politica di sicurezza e difesa all’altezza delle crisi che si sviluppano nel mondo».

Si dice di noi europei in giro per il mondo: giganti economici, nani politici.

«Devo ricordare che quest’estate noi europei abbiamo vissuto la tragedia afghana da spettatori? In passato, è andata così anche con le vicende del Mediterraneo. Ecco, quando si parla di autonomia, non significa rinnegare le alleanze. L’atlantismo resta alla base della politica estera europea. Ma dobbiamo diventare protagonisti del nostro destino. Perché i fatti della storia che accadono, non possiamo pensare che non abbiano effetti dentro i nostri confini. Dalla Bielorussia, all’Ucraina, fino alla Libia».

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Riforme (e partiti) al palo: perché nulla è pronto in caso di elezioni anticipate

sabato, Novembre 27th, 2021

di Francesco Verderami

Per il voto nel 2022servirebbero nuovi regolamenti parlamentari dopo la riforma del taglio di deputati e senatori. Ma si parla solo della corsa al Quirinale

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Draghi doveva essere la loro «safety car» ma dopo nove mesi i partiti sono ancora ai box. All’ombra del governo di larghe intese, nato per gestire la pandemia e l’attuazione del Pnrr, il sistema politico avrebbe il tempo per rendere agibile la pista prima di tornare a competere. E invece, mentre il premier parla di cambiare in Europa il Patto di Stabilità, le Camere in Italia nemmeno riescono a discutere sulle riforme che le competono e che peraltro interessano direttamente i partiti: se non la modifica della Costituzione o della legge elettorale, servirebbe almeno modificare i regolamenti parlamentari, che avranno grande rilevanza nella prossima legislatura visto il taglio di deputati e senatori. L’innovazione — varata frettolosamente e senza dare seguito ai necessari contrappesi — inciderà infatti sulla vita quotidiana del Palazzo, tra i lavori delle commissioni e l’attività delle Aule. E avrà quindi un impatto anche sull’azione del governo.

Si tratta di una riforma neutra, che già si sarebbe potuta approvare senza influire nelle competizioni elettorali che in questi mesi hanno impegnato i partiti. Se non è andata (finora) così il motivo è chiaro: le forze politiche sono ripiegate su se stesse, divise al loro interno più di quanto non lo fossero prima dell’avvento di Draghi, e dunque non sono in grado di trovare un punto di convergenza. Ecco perché — come riconosce un autorevole ministro — «finora sul terreno degli interessi comuni in Parlamento non si è costruito nulla. Per certi versi è un’occasione persa»: «Il fatto è che l’attenzione è concentrata su altro». Cioè sul Quirinale, che è «fattore condizionante» per dirla con il centrista Quagliariello: «E siccome al momento non si capisce niente, bisognerà attendere l’esito della vicenda presidenziale per sapere se dopo si aprirà una stagione di riforme o si precipiterà verso le urne».

Ecco il punto. In Parlamento, in modo trasversale, cresce la percezione che la legislatura abbia esaurito il suo corso, a prescindere dall’esito della corsa al Colle . Non a caso nei partiti l’interesse primario di peones e dirigenti si va focalizzando sulle liste elettorali. Lo si è notato nella Lega, quando Salvini ha annunciato la Conferenza programmatica. Ed è evidente nel Pd, dove il rimescolamento delle correnti anticipa uno scontro all’arma bianca: questione di vita o di morte visto che la prossima volta ci saranno meno seggi per tutti.

Inevitabilmente le tensioni interne si riflettono sulla partita del Quirinale e provocano un corto-circuito nei partiti. Il conflitto nel Movimento non fa più notizia: giorni fa in Transatlantico un gruppo di grillini «tendenza Di Maio» sosteneva animatamente che «non si può delegare a Conte la trattativa» sul capo dello Stato. «E comunque — ha chiosato ad alta voce uno dei presenti — se ci sarà Casini, io voterò Casini». In Forza Italia l’attivismo di Berlusconi deve fare i conti con la fronda di quanti denunciano di esser stati messi da parte. Nel Pd c’è un caleidoscopio di posizioni, che va da chi — come Portas — è pronto a dare «un oscar alla carriera a Berlusconi», a chi — come Ceccanti — accende ogni giorno un cero votivo perché «vedrete che sarà rieletto Mattarella». E si avverte tra i dem un fronte anti-Draghi, a cui un esponente della segreteria come Boccia dà elegantemente voce: «Abbiamo ancora bisogno del talento del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi»…

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La variante Omicron è in Europa. Servirà aggiornare i vaccini? Pfizer: «Ci occorrono 100 giorni»

sabato, Novembre 27th, 2021

di Adriana Logroscino

Ordinanza di Speranza che blocca accessi e voli dall’Africa meridionale. Oms in allerta: «Molto contagiosa, può reinfettare e può eludere le protezioni». Von der Leyen: aggiornare i vaccini, Europa agisca compatta. Ma l’Ema frena

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Il Tambo’s airport di Johannesburg

La nuova variante è in Europa. Almeno un caso, individuato in Belgio: una giovane donna, non vaccinata, in arrivo dall’Egitto, attraverso la Turchia. E fa paura. All’Italia, che cerca di tenerla lontana bloccando l’ingresso a chi negli ultimi quattordici giorni abbia soggiornato in uno degli otto Paesi che ne sono stati investiti. E all’Unione europea che, tramite la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, invoca un aggiornamento dei vaccini «come da contratti con i fornitori». All’Organizzazione mondiale della sanità, in «massima allerta».

Variante più contagiosa

Si tratta della variante B.1.1.529, ribattezzata dall’Oms «Omicron» , che presenta un numero molto alto di mutazioni sulla proteina spike. Più contagiosa, con un maggior rischio di reinfezione e, si teme, resistente ai vaccini (per ora quest’ultima è solo un’ipotesi) le caratteristiche che innescano le contromosse allarmate.

Quale impatto sui vaccini?

Di «maggiore capacità» di eludere i vaccini parla l’inviato speciale dell’Oms per il Covid-19, David Nabarroanto. Maria Van Kerkhove, che guida l’area dell’Oms dedicata al coronavirus, precisa che «serviranno alcune settimane per capire l’impatto di questa variante sui vaccini». L’Ema (agenzia europea per il farmaco) frena: «È prematuro prevedere al momento se per la nuova variante sudafricana del Covid è necessario un adattamento dei vaccini».

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Prodi: “Il sovranismo dei francesi frena l’Europa. Pd troppo piccolo per dare le carte sul Colle”

venerdì, Novembre 26th, 2021

Annalisa Cuzzocrea

ROMA. Se gli si chiede «Come sta?», Romano Prodi risponde: «Troppo bene». E si sente – nella voce – che è così. Ha scritto un libro che racconta attraverso 100 immagini il senso dell’Europa ai suoi nipoti, e a tutti noi. Lo ha fatto con una sorta di candore: ricorda, l’ex presidente del Consiglio e della Commissione europea, che da quando i nostri Paesi si sono uniti, nel continente sono cessate le guerre. Ripercorre questa prima conquista e poi tutte le altre, parla delle ferite, dei pericoli, ma sempre – costantemente – delle possibilità. Di quel che c’è ancora da fare e di come bisogna agire. Sul Quirinale dice: «So contare, quindi seppure questo Pd non fosse più quello dei 101, è troppo piccolo per dare le carte». Quanto a Silvio Berlusconi: «La sua aspirazione è legittima, ma dovrebbe imparare a contare anche lui».

Come mai ha scelto 100 immagini per raccontare l’Europa?
«Perché bisogna far entrare il senso dell’Europa nell’immagine quotidiana della vita politica, come un fatto familiare e nello stesso tempo fatale. Non è un caso che abbia dedicato questo libro ai miei nipoti: spero vedano l’Europa compiuta, ma non ne sono sicuro perché i processi democratici, se vogliono essere tali, sono molto lenti. È il nostro problema nella sfida con i regimi autoritari, che sono molto più veloci».

Scrive che bisogna superare il meccanismo dell’unanimità per far marciare l’Unione, troppo spesso bloccata da interessi contingenti dei singoli Stati.
«Sia per la politica contingente che per il semplice fatto che con il diritto di veto un nano si sente un gigante».

A commento di un’immagine che ricorda il piano Marshall, spiega che per una vera ricostruzione servono forza e coesione della società. Oggi le abbiamo?
«Parliamo soltanto di soldi! O di generici macro-processi di riforme. E invece il cambiamento si fa con i mutamenti nella vita quotidiana. Servono il funzionamento della pubblica amministrazione, della giustizia, ma anche delle imprese, della struttura economica. Altrimenti avremo solo un bellissimo respiro che rischia di durare poco. Non è approfittando di un incentivo temporaneo che si cambia il Paese».

Visto quello che accade nei Paesi dell’ex blocco sovietico, si è mai pentito dell’allargamento a Est?
«Ci ho pensato spesso, ma non mi sono pentito. A parte che i treni della storia passano una volta sola, si immagini oggi una Polonia uguale all’Ucraina. Il dramma delle tensioni che ci sono oggi con Polonia e Ungheria è estremamente inferiore rispetto a quel che sarebbe successo senza l’allargamento. Quando vedo che a Versavia c’è un governo che fa tutti i dispetti possibili, ma i sondaggi scoprono che il 90% dei polacchi dice sì all’Unione, penso che queste tensioni siano fortemente negative, ma temporanee. E il disegno europeo invece sano e permanente. Anche se non passerei il mio tempo libero con Katczynski e Orban».

Giorgia Meloni guarda molto a Orban, alla destra spagnola di Vox.
«Ma è amore o è ancora una volta politica interna pura pura pura? Che adocchia un elettorato di “no vax politici” per curare la diversità della sua base? Così facendo mette in difficoltà un grande disegno per un interesse breve, accodandosi a una storia arretrata».

L’Europa dei sovranisti arretra davvero?
«Sì, ma quello che mi preoccupa è un rigurgito di sovranismo in Francia. Che per motivi di politica interna un uomo come Michel Barnier metta delle piccole zeppe perché è entrato in una situazione pre-elettorale, mi colpisce. Sa bene che il diritto europeo deve stare sopra quello degli Stati, sennò si sfascia tutto. Ancora una volta c’è un aspetto della Francia profonda che rallenta la corsa».

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Si salda l’asse Draghi-Macron. Via al Trattato del dopo Merkel

venerdì, Novembre 26th, 2021

Adalberto Signore

Nei giorni in cui in Germania sta prendendo forma il governo guidato dal futuro cancelliere Olaf Scholz che, di fatto, archivia gli oltre tre lustri dell’era Merkel, Italia e Francia suggellano un asse che potrebbe condizionare la politica europea dei prossimi anni.


Questa mattina a Roma, infatti, Mario Draghi ed Emmanuel Macron firmeranno il Trattato del Quirinale, dodici articoli frutto di quello che Palazzo Chigi definisce un «lungo e complesso impegno negoziale proseguito per tutto il 2021». L’obiettivo è quello di rafforzare il rapporto bilaterale tra Roma e Parigi attraverso il «dialogo tra le due amministrazioni», «consultazioni periodiche» e «l’individuazione di un’agenda comune» con «grandi temi e priorità condivisi». L’intenzione, insomma, è quella di creare un asse permanente tra Italia e Francia, tanto che il Trattato viene paragonato in quanto a importanza a quello sottoscritto nel 1963 tra Parigi e Berlino. Di certo, la firma di oggi mette fine ad anni di incomprensioni e attriti, soprattutto quelli tra l’Eliseo e il governo gialloverde, che hanno di molto rallentato il lavoro degli sherpa. Quando l’allora vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio decise di volare in Francia e incontrare il leader dei gilet gialli Cristophe Chalençon, si aprì infatti una profonda crisi diplomatica. Sulla quale pesarono anche gli affondi dell’allora vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, molto critico con Macron sul tema migranti. Non è un caso, che anche il secondo governo guidato da Giuseppe Conte abbia faticato a riprendere il filo del negoziato. Rilanciato solo a febbraio scorso, con l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi.


Tra l’ex numero uno della Bce e il presidente francese, infatti, il rapporto è solido da tempo. Al punto che oggi che l’uno è premier in Italia e l’altro presidente della Repubblica in Francia, capita spesso che l’interlocuzione sia diretta, scavalcando i consueti canali della democrazia. L’uscita di scena di Angela Merkel, peraltro, ha contributo a velocizzare il via libera al Trattato del Quirinale che, di fatto, spinge verso una collaborazione permanente su alcuni dossier decisivi per la politica europea dei prossimi anni.


Macron è arrivato a Roma ieri pomeriggio da Zagabria. Primo appuntamento in agenda, un incontro con Sergio Mattarella, convinto che «la firma del Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata» sia «un risultato importante». Perché, spiega il capo dello Stato, «unisce due Paesi fondatori dell’Ue che condividono l’impegno per la costruzione del grande progetto europeo». Insomma, un rapporto più forte tra Italia e Francia «contribuisce a costruire un’Unione europea più forte». Dopo essere stato al Quirinale, Macron ha incontrato Draghi a Palazzo Chigi.

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