Archive for the ‘Politica’ Category

“Deficit politico”, “Ora basta”. Nel M5S si scatena la rissa su Conte

domenica, Maggio 22nd, 2022

Luca Sablone

Ormai nel Movimento 5 Stelle è un tutti contro tutti. Il partito grillino si è trasformato sempre più in una polveriera, in cui le diverse correnti di pensiero finiscono quotidianamente per contrastarsi e creare una situazione del tutto caotica. L’ultimo punto della discordia è stata la figura di Giuseppe Conte, che per molti rappresenta una leadership debole e non in grado di risollevare le sorti di un M5S dilaniato. L’ultima rissa tra i pentastellati si è consumata proprio in merito all’ex presidente del Consiglio, in una battaglia tra i più critici e i fedelissimi.

L’attacco di Spadafora

Ad andare all’attacco senza mezzi termini è stato Vincenzo Spadafora, convinto che il Movimento stia pagando in maniera “molto forte” quello che lui ritiene essere “un deficit politico” di Conte. E ha fatto sapere di avere la percezione che il leader dei 5 Stelle “voglia accompagnare all’uscita tante persone”. L’ex ministro Spadafora ritiene inoltre che tra le intenzioni di Conte ci sia quella di uscire dal governo: in Parlamento l’incidente è sempre dietro l’angolo “e sembra che ce lo stiamo un pò cercando”

L’ira dei fedeli di Conte

Una replica di primo rilievo è arrivata da parte di Stefano Patuanelli, che ha negato la presenza di deficit all’indirizzo di Conte e ha sferzato direttamente Spadafora: “Dai un contributo intervenendo sempre e solo contro Giuseppe?”. Il ministro per le Politiche agricole ha pungolato ancora una volta il grillino ribelle e lo ha invitato a rivedere le sue posizioni e le sue ultime uscite pubbliche: “Non ti sembra di limitare la tua intelligenza politica indiscutibile così?”.

Non si è fatta attendere anche la risposta di Paola Taverna, che non ha usato giri di parole per sfidare frontalmente Spadafora anche senza mai citarlo. La senatrice del Movimento 5 Stelle, intervenuta sul proprio profilo Twitter, non le ha di certo mandate a dire: “Deficit politico di Conte? Ma per favore… Paghiamo altri tipi di deficit da parte di alcuni colleghi… Anche basta”.

Il fronte dei critici

Tra i critici grillini rientra Dino Giarrusso, che si è sempre schierato al fianco del nuovo corso di Conte ma che ultimamente non ha nascosto la propria delusione rispetto a quanto sta avvenendo all’interno del M5S: l’europarlamentare si è detto “perplesso” e ha detto che da mesi cerca di parlare con Conte “ma non risponde ai messaggi, non risponde alle telefonate, non ha una segreteria”.

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Gentiloni: “Chi è al governo non freni sulle riforme, senza il Recovery si rischia la recessione”

domenica, Maggio 22nd, 2022

ALEX BARBERA

Paolo Gentiloni ripete il concetto più volte, per essere sicuro che il cronista lo registri. «Siamo in un mondo molto diverso da quello di tre mesi fa. Oltre a distruggere l’Ucraina l’invasione russa ha cambiato verso all’economia mondiale. Quella che era un’espansione è diventata una frenata globale. E per l’Italia in questo nuovo contesto il piano nazionale delle riforme è l’antidoto al rischio della stagnazione. Anzi, si potrebbe dire che senza l’attuazione del Recovery Plan l’Italia rischia la recessione». Finché c’è stata la pandemia il commissario italiano all’economia ha avuto vita facile: nessuno metteva in discussione la necessità di nuovo debito a sostegno della crisi. Ora nella crisi ci siamo di nuovo, ma stavolta l’Unione deve fare i conti con un problema «che non si vedeva dal secolo scorso»: l’inflazione.

Commissario, da qualche settimana lei mette in guardia l’Italia dal chiedere nuova spesa corrente. Però la crisi è grave, e la politica se ne deve fare carico. Perché tanta prudenza?

«La forte ripresa prima e la guerra poi hanno stravolto il quadro. Se pensassimo di essere ancora in una fase in cui sono possibili sostegni di ogni tipo credo prenderemmo un abbaglio. Non sto teorizzando il ritorno all’austerity, ma quello che abbiamo fatto durante la pandemia non è più possibile, per almeno due ragioni. La prima: non è necessario. Due: sarebbe un azzardo. La forte crescita dei prezzi e il probabile aumento dei tassi di interesse entro l’estate sono due fattori con i quali siamo costretti a fare i conti».

Insomma non ci resta che spendere bene quel che possiamo. Oltre al deficit concordato per quest’anno c’è l’attuazione del Recovery Plan, che però è complicata. I partiti non vogliono le riforme, e quando le accettano poi è difficile spendere i soldi. Da ex premier ha consigli per Draghi?

«Draghi ha messo l’attuazione del piano al centro del suo impegno, con chiarezza e determinazione. È necessario che l’intera classe dirigente prenda atto del contesto, e vedo una certa fatica al riguardo. Lo capisco: negli ultimi due anni abbiamo tenuto in vita l’economia con un sostegno universale. Oggi però non si può più. Tutti stanno uscendo da questa logica, e i Paesi ad alto debito sono ancor di più richiamati a farlo».

Una strada ci sarebbe, a vantaggio di tutti. Allargare gli strumenti di debito comune. Francia e Italia insisitono per farlo, ma incontrano resistenze. Sbaglio?

«Il pacchetto approvato questa settimana sull’energia e che rafforza il Recovery Plan è un primo contributo in questa direzione».

In gran parte però si tratta di fondi inutilizzati del precedente piano. Non proprio uno sforzo all’altezza della crisi.

«Certo che non basta. Se guardo all’insieme degli investimenti necessari per la transizione ecologica e digitale, per l’indipendenza energetica e per la ricostruzione dell’Ucraina, sarà inevitabile in futuro porsi il problema di come contribuire anche con nuove risorse comuni. Oggi il punto è tuttavia far funzionare il primo, storico, strumento a disposizione che è il Recovery Plan. La discussione non è se renderlo permanente. Sappiamo che se avrà funzionato, sarà riproposto lo stesso metodo per obiettivi diversi. E qui torniamo alla responsabilità italiana: il trenta per cento delle risorse finora allocate sia con il Pnrr che con i prestiti “Sure”, sono andati all’Italia».

A fine maggio e a giugno ci saranno due importanti vertici dei Ventisette. L’Italia spinge per introdurre almeno prestiti europei utili a finanziare il caro energia. Il costo del finanziamento sarebbe comunque inferiore a quello necessario a vendere titoli di Stato. Ci sono margini perché la proposta passi?

«In una certa misura è già nel piano della Commissione. Ma il grosso verrà dai bilanci dei singoli Paesi e occorrono risposte mirate e temporanee. Nei primi quattro mesi di quest’anno i Ventisette hanno speso mediamente lo 0,6 per cento della ricchezza a sostegno del caro energia. Altre misure possono arrivare, ma – ripeto – devono essere mirate. Le famiglie più vulnerabili sono quelle che spendono un pezzo di reddito in benzina ed elettricità. Ma una cosa è aiutare loro, altro è immaginare altre misure permanenti o universali, magari a sostegno delle energie fossili che diciamo tutti di voler superare».

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Forza Italia archivia le tensioni interne: si discute da anni… I ministri spingono sul ddl Concorrenza

sabato, Maggio 21st, 2022

Pasquale Napolitano

Forza Italia archivia i contrasti e lancia da Napoli la volata per le politiche. È il ministro del Sud Mara Carfagna, leader di fatto del «partito draghiano» in Forza Italia, che sigla la tregua, entrando alla kermesse azzurra: «La presenza di Silvio Berlusconi alla convention di Napoli di Forza Italia è un segnale molto bello e nessuno vuole deturparla alimentando polemiche».

L’invito a superare le fibrillazioni arriva anche dalla senatrice Licia Ronzulli, giunta all’evento nel tardo pomeriggio in compagnia del presidente del Piemonte Alberto Cirio: «Io non penso mai che le polemiche possano aiutare un partito a crescere, anzi». Polemiche alle spalle. Nel partito degli azzurri si gioca una doppia partita. «Il vero terreno di scontro – spiega un parlamentare azzurro è sulla legge elettorale. La fronda governista vuole il ritorno al proporzionale per smarcarsi dall’abbraccio con la destra. Più timida sull’addio al maggioritario è l’area che fa capo a Tajani e Ronzulli». È questo il nodo da sciogliere. Alle porte ci sono le Politiche. Ecco la seconda partita: i governisti temono di essere depennati dalle liste dal nuovo cerchio di comando. Temono vendette e decapitazioni. «Ma un anno è un tempo lunghissimo», assicura un parlamentare dell’ala governista. Getta acqua sul fuoco anche il ministro Renato Brunetta, arrivato con largo anticipo a Napoli. Viene interpretato come un segnale di distensione. «In Forza Italia meno fibrillazioni che all’interno del Movimento 5 Stelle. Dentro tutti i partiti ci sono discussioni. Dentro Forza Italia, vi svelo un segreto, ci sono discussioni dall’inizio, da 25 anni», sorride Brunetta. Nel suo intervento insiste su due punti: ripensare l’Europa e non perdere il treno Pnrr. Però avverte: «Far saltare il governo in questo momento significherebbe far saltare il Pnrr, la nostra credibilità la nostra faccia, tornare l’Italietta di una volta». Messaggio identico arriva dal ministro Carfagna, sollecitata dal direttore del Giornale Augusto Minzolini sui malumori nel governo sul Dl Concorrenza: «Esistono scadenze da rispettare, abbiamo fatto un patto con l’Europa. Se non rispettiamo il patto, si rischia di perdere i fondi. La riforma delle concessioni dei balneari non è un capriccio c’è una sentenza. Altro tempo non servirà a trovare una mediazione migliore». Il ministro Carfagna, reduce dalla due giorni di Sorrento assicura che «i fondi per il Mezzogiorno, previsti dal Pnrr, saranno spesi». Antonio Tajani detta i tempi e introduce gli ospiti. L’organizzazione è affidata all’europarlamentare Fulvio Martusciello. Tra un richiamo e l’altro, Tajani lancia una frecciatina al governo: «Sui balneari faremo la nostra battaglia in Europa». Il finale è affidato al ministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini, terzo tenore dei governisti, al centro delle polemiche nei giorni scorsi dopo la nomina della senatrice Ronzulli alla guida del partito in Lombardia. Nessun accenno alla lite ma un intervento carico di contenuti sulle opportunità per le Regioni con i soldi del Pnrr: «La parola concorrenza non può spaventare Fi».

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Di Maio: “La pace la sceglie l’Ucraina, Putin sblocchi i porti per il grano o scoppieranno nuove guerre”

sabato, Maggio 21st, 2022

Annalisa Cuzzocrea

Nel salone immenso della Reggia di Venaria risuona una voce che arriva da Kiev. Dmytro Kuleba, il ministro degli Esteri del governo ucraino, si collega con la 132esima sessione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa: esordisce con un «Caro amico Luigi», ringrazia l’Italia, la pronta risposta all’aggressione russa del nostro Paese. Ricorda la comunanza di valori che unisce il suo popolo a quelli europei. Incassa il sostegno e gli applausi di tutti i presenti, che qui non hanno voluto la Russia di Vladimir Putin, sancendo da subito una cesura inevitabile dopo l’aggressione di Mosca sul territorio ucraino.

Luigi Di Maio passa il testimone di presidente del comitato dei ministri al capo della diplomazia irlandese Simon Coveney, ringrazia la regione Piemonte e il comune di Torino per l’organizzazione impeccabile e si ferma con La Stampa per tracciare un bilancio di quanto l’Italia e l’Europa hanno fatto fin qui. Partendo da un’ammissione: «Gli sforzi per la pace vanno moltiplicati. Ma nessuna pace può prescindere da quel che l’Ucraina desidera per sé».

C’è un pezzo di Parlamento che pensa che l’Italia e l’Europa non stiano facendo abbastanza per fermare la guerra in Ucraina. È così?

«Fin quando non riusciremo a fermare la guerra sono il primo a dire che come comunità internazionale dobbiamo fare tutti di più. E lo dico per prima cosa ai miei colleghi europei, perché siamo noi per primi a dover sentire questa responsabilità. Adesso la priorità assoluta dev’essere mettere fine alle ostilità. Nel frattempo, è essenziale programmare la fase postbellica».

È a questo che serve il piano italiano per la pace?

«Si tratta di un lavoro messo a punto dal corpo diplomatico italiano in stretto coordinamento con Palazzo Chigi. Lo abbiamo condiviso con gli sherpa del G7, ne ho parlato con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Come ho già detto in diverse occasioni, ora serve una controffensiva diplomatica».

Il piano poggia su un approccio binario: riconoscere l’esigenza del sostegno finanziario e militare a Kiev, «unica vittima della guerra di aggressione», mantenendo però «la necessità di un canale di trattativa». È davvero realizzabile?

«Il primo impegno rispetto a documenti di lavoro come questo è costruire un consenso intorno alle idee di fondo. Il cuore del progetto è il gruppo internazionale di facilitazione: Nazioni Unite, Unione europea e Osce sono il gruppo di lavoro principale che può mano a mano coinvolgerne altri. Tirando dentro, faccio degli esempi, la Turchia, l’India. A essere diverso è il punto di partenza: finora a provare la mediazione erano i singoli Stati. Adesso stiamo dicendo che bisogna prendere tutte le più rilevanti organizzazioni internazionali e metterle al lavoro su degli obiettivi. Il primo è quello di avere tregue localizzate. Poi ci sono il cessate il fuoco, il lavoro sulla neutralità e infine l’accordo di pace. Una cosa che ha detto Mario Draghi in aula, e che sottoscrivo, è che la pace non si impone. Si parte da quella che immagina l’Ucraina».

Kiev ha già ripetuto che i suoi confini vanno rispettati.

«Ci mancherebbe e lo ripeto: la pace si costruisce prima di tutto sulla base delle esigenze dell’Ucraina».

Quest’iniziativa sembra rispondere alle polemiche delle scorse settimane, provenienti soprattutto dal suo partito, con il no all’invio di nuove armi e la richiesta di un maggiore sforzo diplomatico.

«È nato su nostra iniziativa settimane fa e messo a punto dai nostri diplomatici. Prima dell’intensificarsi delle polemiche politiche, dalle quali prescinde completamente».

Dopo quasi tre mesi di guerra vede più vicina l’apertura di un vero negoziato oppure no?

«Non voglio sembrare disfattista, ma non vedo nessun negoziato su nessun tavolo. Per questo adesso serve un’iniziativa collegiale a livello internazionale. Non saranno azioni singole a convincere Vladimir Putin a trattare».

Ci sono idee diverse su chi in questo momento stia vincendo sul terreno: l’Ucraina che resiste o la Russia che le ha quasi tolto ogni sbocco al mare?

«Se penso alle migliaia di vittime di civili ucraini non riesco a pensare a chi vince e chi perde. Questa guerra può durare oltre un anno e più dura, più porterà alla morte di civili innocenti ucraini per colpa della Russia. Si tratta della guerra con più alta densità di morti al giorno, tra civili e soldati, dalla Seconda guerra mondiale. Se non si trova al più presto una soluzione di pace a uscirne con le ossa rotte sarà l’Europa».

Come si risolve la questione della sicurezza alimentare? Crede sia possibile sbloccare le esportazioni di cereali dall’Ucraina?

«A Venaria c’erano diversi colleghi del G7 e dell’Unione europea con i quali abbiamo parlato a lungo proprio di questo. Tutti gli studi fatti dimostrano che c’è un solo modo per superare la carenza di grano e cereali: creare un corridoio protetto per consentire di trasportare il grano via mare dalle coste ucraine. Via terra è troppo complesso. La Russia, se continua a bloccare lo sbocco sul mare, sarà responsabile di nuove guerre. Quello che non sta uscendo dal porto di Odessa può causare altra instabilità, altro terrore anche a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. La Russia deve dimostrare di voler collaborare consentendo questo corridoio attraverso il Mar Nero. Sarebbe un segnale importante. Altrimenti non ci troveremo davanti a una semplice crisi alimentare, ma a una guerra alimentare dagli effetti incalcolabili».

C’è abbastanza consapevolezza – nelle cancellerie europee – di quel che può significare per l’Africa quanto sta accadendo?

«Le assicuro che tra G7, Unione europea, Nazioni Unite e Nato la questione della sicurezza alimentare è il punto fondamentale di discussione. A New York ne ho parlato con Antony Blinken. Per questo l’8 giugno, insieme al direttore generale della Fao a Roma, abbiamo organizzato la prima iniziativa con i Paesi del Mediterraneo che più stanno soffrendo: bisogna costruire dei percorsi per calmierare i prezzi del grano».

In aula al Senato Salvini l’ha attaccata per le parole dure che ha usato in passato contro Vladimir Putin. Crede di aver sbagliato?

«Penso che Salvini sia un provocatore seriale quindi non gli rispondo. Sono però contento che anche lui dica di cercare la pace perché di fronte a una guerra tutte le forze politiche dovrebbero stare dalla stessa parte. Quindi prima di tutto condannare la Russia per l’invasione ingiustificata e aiutare gli ucraini, senza dare l’idea che ora li vogliamo abbandonare».

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Draghi, ultimatum a Lega e Forza Italia: avanti con il ddl concorrenza o saltano i fondi Ue

venerdì, Maggio 20th, 2022

di Monica Guerzoni e Francesco Verderami

La riunione lampo: pronto a mettere la fiducia. E tutti i ministri approvano. Per il premier chi non ci sta deve assumersi la responsabilità di staccare la spina

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«Il provvedimento sulla Concorrenza non può slittare dopo le Amministrative. Non è accettabile ritardare ancora la sua approvazione per esigenze elettorali. Perciò o si chiude subito un accordo oppure chiederò al Senato di votare il testo attuale e voi deciderete come comportarvi. C’è in gioco il Pnrr». È Draghi che parla. Il premier sta lasciando l’Aula di Montecitorio dopo il dibattito sulla crisi ucraina e il modo inusuale in cui gesticola mentre si rivolge al capogruppo di Forza Italia Barelli, segnala un momento di forte tensione. E quando a stretto giro Palazzo Chigi annuncia la convocazione urgente del Consiglio dei ministri senza ordine del giorno, si diffonde il panico persino tra i membri del governo. Figurarsi in Transatlantico.

L’effetto drammatizzazione riesce. Alla riunione Draghi si presenta con un breve testo, spiega che «sulla base degli impegni assunti» con l’Europa è necessario approvare entro dicembre di quest’anno «non solo la legge delega» sul ddl Concorrenza «ma anche i relativi decreti delegati». Ricorda che il provvedimento è fermo in commissione al Senato dallo scorso dicembre, malgrado «numerose riunioni svolte con le forze parlamentari». Perciò è intenzionato a ottenere il voto dell’Aula «entro fine maggio» . E chiede di porre la questione di fiducia, siccome «il mancato rispetto della tempistica metterebbe a rischio, insostenibilmente, il raggiungimento di un obiettivo fondamentale del Pnrr, punto principale del programma di governo».

Così nella stessa giornata il premier regola Conte sulla politica estera e Salvini sulla politica interna, ponendoli entrambi davanti a una scelta. E se il leader grillino vive l’isolamento in Parlamento sulla richiesta di un nuovo voto sulle armi all’Ucraina, il segretario della Lega insieme al capo di Forza Italia devono subire la frattura tra i loro gruppi parlamentari e le loro delegazioni ministeriali. Perché la mossa di Draghi di chiedere la fiducia «entro maggio» — appoggiata in Consiglio da Giorgetti e Garavaglia come da Gelmini e Brunetta — sconfessa la nota con la quale i capigruppo del Senato Romeo e Bernini avevano chiesto in mattinata «ulteriori approfondimenti sul tema delle concessioni balneari».

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M5s alla fine viene beffato: l’azzurra Stefania Craxi prende il posto di Petrocelli

giovedì, Maggio 19th, 2022

Massimo Balsamo

Dopo tante discussioni e diverse tensioni, è arrivata la svolta sulla presidenza della Commissione Esteri del Senato. E non è quella che si aspettava il Movimento 5 Stelle: a prendere il posto del pentastellato Vito Petrocelli sarà l’azzurra Stefania Craxi. Forza Italia ottiene in questo modo la prima presidenza di una commissione, finora non ne aveva a Palazzo Madama.

La votazione per il post-Petrocelli è destinata ad alimentare nuove polemiche, soprattutto da casa grillina. In seguito alle dimissioni di massa del filo-putiniano, si è creata una profonda spaccatura all’interno del M5s. Dopo aver proposto il nome di Gianluca Ferrara (altro filo-putiniano), nella serata di martedì sono emersi i nomi di Simona Nocerino e Ettore Licheri. La scelta è ricaduta su quest’ultimo, ma l’esito del voto non ha sorriso alle truppe di Giuseppe Conte. Stefania Craxi ha ottenuto 12 preferenze, tre in più di Licheri. L’azzurra è stata sostenuta dal centrodestra unito, mentre il grillino ha raccolto il sostegno del suo gruppo e del Partito Democratico. A fare la differenza, dunque, i voti del misto.

“Non ha i numeri”. L’autogol del M5S per il post-Petrocelli

La votazione per l’elezione del nuovo presidente della Commissione Esteri del Senato si è tenuto a scrutinio segreto – registrata una scheda bianca – e la prima non era andata a buon fine. La senatrice berlusconiana aveva raccolto 11 voti, insufficienti per la fumata bianca. Ora la seduta della Commissione di Palazzo Madama è stata sospesa, riprenderà più tardi per l’elezione dei due vicepresidenti e dei due segretari.

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La sconfitta di Conte

giovedì, Maggio 19th, 2022

FEDERICO CAPURSO

 Entrando nella sede romana del Movimento 5 stelle, a pomeriggio inoltrato, si sentono delle urla provenire dall’ultima stanza in fondo al corridoio, quella di Giuseppe Conte. Non si è ancora placata l’ira del leader, esplosa al mattino per essersi visto soffiare la presidenza della commissione Esteri in Senato che fu dell’ex grillino Vito Petrocelli. «Spettava a noi di diritto», sottolinea al termine della riunione della segreteria pentastellata convocata d’urgenza. E invece il blitz del centrodestra, con l’appoggio di Italia viva e di parte del gruppo Misto, ha portato all’incoronazione di Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia, con 12 voti contro i 9 del candidato M5S, Ettore Licheri. Conte, parlando con la Stampa, la definisce «un’operazione di basso conio», un «tradimento dei patti», una «azione minatoria per il governo». Ma non la chiama mai per quello che è davvero: una sconfitta.

Lo schiaffo ricevuto in Commissione Esteri «certifica che questa maggioranza esiste solo sulla carta. Registriamo che se ne è formata una nuova, da Fratelli d’Italia a Italia viva», sostiene l’ex premier, e la maggioranza rischia così «di perdere il senso di minima coesione e di leale collaborazione che sono premesse fondamentali per sostenere l’azione di governo». Ma lo spettro di una crisi imminente viene allontanato: «Noi continueremo ad appoggiare lealmente l’esecutivo», chiarisce.

Semmai, per Conte, «questa è la riprova che ci sono delle forze che stanno tramando per spingerci fuori dal governo, ma sbaglia chi pensa che da parte nostra ci sarà una reazione di frustrazione». Serve però ritrovare un dialogo, «di cui deve farsi carico il presidente del Consiglio». Tira quindi in ballo Mario Draghi, con cui però i rapporti sono ormai gelidi. Tanto che un faccia a faccia per discutere del problema viene rimandato ad un futuro non meglio precisato. D’altronde, confessa Conte, «l’ultima volta che l’ho incontrato non è stata un’occasione felice. Io ponevo un problema sul riarmo, insostenibile per il Paese, e mi sono ritrovato con un presidente del Consiglio che andava al Quirinale e denunciava platealmente che il Movimento voleva una crisi di governo».

Segno di un rapporto logoro. Anche se, sull’incidente in commissione Esteri, «non sto coinvolgendo Draghi in alcun modo», ma si aspettava un altro comportamento. Che richiamasse Matteo Salvini, con cui si era incontrato recentemente, e magari gli chiedesse conto del perché ha ritenuto di creare, con una forza di opposizione come Fdi, «una conventio ad escludendum del Movimento 5 stelle».

A questo punto è inutile, per Conte, anche un vertice di maggioranza con gli altri leader: «Io caminetti non ne voglio fare», dice. Semmai, «voglio confrontarmi in Parlamento», con un voto, quando Draghi riferirà alle Camere prima del Consiglio europeo straordinario di fine mese. E va chiarito, in tempi più brevi, «se si pensa di acquisire Fratelli d’Italia all’interno della maggioranza o se Italia viva, visto il consenso molto basso da cui non riesce a schiodarsi, ha deciso di essere organica al centrodestra».

L’attacco innesca uno scambio di tweet al vetriolo con Giorgia Meloni, che smentisce ogni desiderio di lasciare l’opposizione: «È successa una cosa scontata, abbiamo appoggiato una candidata di centrodestra». Per la Lega, infatti, è la conferma che «uniti si vince». Unito è stato anche il fronte progressista – «Non posso rimproverare nulla a Pd e Leu», dice Conte – che in occasione del voto aveva contrassegnato le schede per riconoscere i voti e «tornavano tutti», confermano Dem e Cinque stelle. Eppure non è bastato.

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Letta: “Il governo deve arrivare al termine della sua missione. Svezia e Finlandia nella Nato? Sta all’Ue costruire la nuova architettura europea”

mercoledì, Maggio 18th, 2022

«Le elezioni del prossimo anno si devono svolgere alla scadenza naturale della legislatura, nella primavera del prossimo anno, per dare modo al governo di svolgere fino in fondo la sua missione». Lo ha detto Enrico Letta alla direzione del Pd. Il segretario ha spiegato che «questa esperienza di governo e quello che sta succedendo sulla vicenda dei diritti conferma la nostra alternità alle destre. Ma sono convinto che la autosufficienza non sia sintomo di forte, ma di debolezza. Questa ricerca di alleanze va svolta qualunque sia la legge elettorale con la quale voteremo». «Il nostro partito – ha aggiunto – è largamente consensuale attorno all’idea di cambiare la legge elettorale, a maggior ragione alla luce del taglio dei parlamentari».

Ucraina, Letta: “Vogliamo pace duratura; chi sta con Orban è automaticamente alleato con Putin”

E sulla guerra in Ucraina ha detto che «pace vera vuol dire spingere perché la pace arrivi nelle condizioni possibili, soprattutto questa spinta che il governo italiano stra portando avanti e che noi vogliamo fortemente. Quello diremo giovedì quando il premier verrà in Parlamento. Le condizioni oggi per una pace vera ci sono grazie alle scelte che abbiamo fatto nei giorni scorsi», ha aggiunto Letta: «Scelte faticose, ma necessarie. Oggi è necessario continuare ad essere uniti attorno all’Europa e attorno al governo». Mentre sull’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato ha rimarcato il «sì convinto con questo caveat: sta all’Unione Europea costruire una nuova architettura europea, non alla Nato». «Da qui – ha specificato – la nostra proposta di una Confederazione Europea. Dobbiamo arrivare alla convocazione della Convenzione Europea per arrivare all’eliminazione del diritto di veto».

La relazione di Letta è stata approvata all’unanimità dalla direzione del partito. Per Letta, «in queste ultime settimane, è ricominciata una storia che si ripete: dopo le elezioni francesi è ricominciato un film per cui dobbiamo essere quelli che copiano qualcuno. Ora dobbiamo scegliere se essere Macron o Melenchon. Io ho l’ambizione di avere la capacità di essere noi innovatori e modello per l’Europa». «Non vogliamo essere copie sbiadite di scelte altrui», ha aggiunto, ricordando tuttavia che «l’Italia si trova in una difficoltà oggettiva sui temi dei diritti. Il nostro è un impegno per l’oggi e per il domani per una società che sia perno di un moderno umanesimo». 

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Ucraina, scontro Draghi-Conte: è mosso da ragioni elettorali

mercoledì, Maggio 18th, 2022

Adalberto Signore

Nelle stesse ore in cui Emmanuel Macron assicura a Volodymyr Zelensky che la Francia «rafforzerà» l’invio di «forniture belliche» e «aiuti umanitari» all’Ucraina, Mario Draghi è costretto a respingere l’assedio di un Giuseppe Conte sempre più critico verso il sostegno militare dell’Italia a Kiev e, soprattutto, deciso a chiedere un nuovo «confronto in Parlamento». Perché, spiega l’ex premier, il voto delle Camere dello scorso inizio marzo – praticamente all’unanimità, con il via libera granitico dello stesso M5s – autorizza sì l’invio di armi in Ucraina fino al 31 dicembre 2022, ma «non tiene conto dei mutamenti» che «si stanno delineando a livello internazionale». Le condizioni, insomma, sono cambiate. Così come le convinzioni di Conte.

E diverso – tornando al parallelo tra Francia e Italia – è anche lo scenario interno. Perché Macron è stato appena riconfermato all’Eliseo e le legislative francesi di giugno sono sì un cruccio, ma non particolarmente ingombrante. Il presidente francese, insomma, può muoversi senza guardare i sondaggi, a differenza di un Conte – e con lui anche altri importanti pezzi della maggioranza – sempre più condizionato dalle amministrative di giugno, una sorta di prequel delle politiche di inizio 2023. Il leader del M5s, insomma, è sulle barricate anche e soprattutto per ragioni elettorali. Questo dicono apertamente non solo a largo del Nazareno, ma pure a Palazzo Chigi. Dove le minacce di aprire un fronte in Parlamento sul posizionamento dell’Italia nel conflitto in corso tra Russia e Ucraina vengono considerate serie ma derubricate senza troppe preoccupazioni. Il leitmotiv, d’altra parte, è lo stesso che Draghi ha ripetuto a Matteo Salvini lunedì scorso: siamo tutti per la pace e per il negoziato, che restano le nostre bussole, ma il sostegno militare e umanitario a chi è stato invaso può essere messo in discussione solo in tv, non certo con un voto in Parlamento che finirebbe per aprire una crisi di governo. Il premier, insomma, sul punto non arretra. Non solo perché il governo ha preso impegni internazionali chiari e sostenuti a larghissima maggioranza dalle Camere, ma anche perché se oggi l’auspicio è che l’Ucraina possa davvero reggere all’invasione russa è solo perché l’Occidente ha sposato una posizione di deciso sostegno alla causa di Kiev. Insomma, se due mesi fa avessimo seguito la linea di Conte – a cui spesso strizza l’occhio Matteo Salvini – oggi l’Ucraina sarebbe già stata annessa alla Russia.

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La poltronissima trinità: Conte, Di Battista e Di Maio si giocano le spoglie di M5s

martedì, Maggio 17th, 2022

di Alessandro De Angelis

Certo, se Giuseppe Conte, per ogni volta che ha invocato Draghi in Aula, fosse andato a Montecitorio per incontrare, discutere, salutare i suoi, magari lì dentro non servirebbe il bromuro per i nervi. E invece, e le malelingue mormorano, è dai tempi del Quirinale che non si vede, perché preferisce semmai andare al Senato, a farsi coccolare dalla Taverna, Turco, Perilli, quelli che gli dicono sempre sì. Vecchia storia, partito che vai, cerchio magico che trovi. Ma fosse questo il problema. Qualche chiacchierata nei Palazzi, ed ecco la cronaca di una implosione annunciata (anzi, già in corso).

Innanzitutto, la voglia di andare al voto dell’avvocato del popolo (più facile a dirsi che a farsi). Per due motivi, che con l’anelito pacifista non c’entrano nulla. Il primo è la tornata di “nomine” della prossima primavera: Eni, Enel, Poste, Leonardo, Terna. Una grande abbuffata, che solletica le papille gustative di chi ha subito il digiuno dell’era Draghi su Ferrovie, Cdp, Anas, Mps, Fincantieri e pure Rai. Mica solo dei Cinque stelle, che al governo hanno scoperto i fasti del potere e hanno il problema, quando sarà di tornarci. Di tutti. Però l’idea è di giocare un po’ sul clima di rivincita della politica, che prima o poi monterà contro coloro che “non ci fanno toccare palla”, eccetera.

Secondo, la Sicilia a ottobre. Conte sta già mettendo le mani avanti sulla sconfitta alle amministrative di giugno. Solito ritornello: storicamente abbiamo avuto difficoltà nelle elezioni locali, sono arrivato da poco, ci vuole tempo. Però andare male nell’Isola dove alle politiche i Cinque stelle presero quasi il cinquanta per cento può avere effetti deflagranti. Col dieci in Sicilia, significa che sei sotto la doppia cifra su scala nazionale, e “allacciate le cinture”. In un partito normale, qualcuno chiederebbe un congresso, da quelle parti il rischio è di un putiferio e basta. Occhio a Luigi Di Maio che già una volta, dopo il Quirinale, chiese un “chiarimento” e da quel momento, al di là delle frasi di circostanza, i suoi rapporti con Conte sono al minimo storico. È chiaro che lo aspetta lì, al varco. Non che ci sia da attendersi una mossa demiurgica di Beppe Grillo, il più furbo di tutti: è anche riuscito a farsi pagare dal Movimento che ha fondato per fare sul blog campagna filo russa. Però, è inevitabile, che il quadro, in caso di debacle, è destinato a non reggere.

Prevenire è meglio che curare, ma il difetto di Conte è che non conosce la prevenzione, il tempismo. Come ai tempi di palazzo Chigi è un professionista del rinvio: dove c’è il problema, prende tempo. Rinvia, ma non delega. Così in Sicilia. Chiedete a Giancarlo Cancellieri, che, consapevole del problema, non sa più che fare. È uno forte, che da membro del comitato di garanzia si schierò con Conte rompendo con Grillo, però non ha ricevuto ancora il mandato per affrontare il dossier. Né se ne occupa l’avvocato che, non si capisce perché, va solo in Campania, abbandonando i territori a loro stessi. Anzi si capisce il perché: da un lato gli piace riempire le sale a casa di Di Maio, per una questione di rivalità personale. Un’ossessione. Dall’altro ama giocare facile, perché la Campania e la Puglia sono gli unici posti dove non si rischiano le sale semivuote, tipo Veneto o Lombardia.

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