Archive for the ‘Politica’ Category

Venti di crisi sulla giustizia: il M5s minaccia l’astensione in Cdm, sospeso per un’ora

giovedì, Luglio 29th, 2021

Ilario Lombardo

ROMA. Non c’è ancora un accordo sulla riforma della giustizia e per la prima volta si sussurra di una possibile crisi se non si troverà a breve una soluzione. Al momento, alle quattro di pomeriggio, sta per riprendere il Consiglio dei ministri dopo un’ora di sospensione, necessaria per cercare un accordo con il M5S e il leader in pectore Giuseppe Conte. I ministri 5 Stelle hanno annunciato che si asterranno se avranno da Mario Draghi la garanzia che, come chiesto, tutti i reati di mafia non saranno esclusi dall’improcedibilità, ovvero «la prescrizione processuale»  al centro delle polemiche di questi giorni.  

«Non accetteremo cedimenti e sulla mafia non transigeremo in alcun modo» è quanto sostenuto davanti al premier in una riunione fiume in mattinata. Draghi aveva provato a forzare i tempi, convocando il Cdm per le 11.30, ma senza ordine del giorno, nella speranza che i 5 Stelle si sarebbero convinti ad accettare la proposta di mediazione, a cui hanno contribuito anche Lega e Pd. Secondo le bozze del testo, il termine di improcedibilità in Appello può salire da 2 a 3 anni e in Cassazione da 1 anno a 18 mesi per i giudizi «particolarmente complessi». Ma ulteriori proroghe della stessa durata «possono essere disposte» per i delitti di terrorismo o eversione, per associazioni di tipo mafioso (art.416 bis), per scambio elettorale politico-mafioso (art.416 ter), per violenza sessuale, per le associazioni per spaccio di stupefacenti. Troppo poco per il M5S che non intende muoversi dalla richiesta originaria: imprescrittibilità per i reati di mafia e terrorismo, tutti, non solo quelli che prevedono l’ergastolo.  

A questo punto o si trova un accordo o l’astensione dei ministri del M5S potrebbe portare a pochi inquietanti scenari. I ministri potrebbero dimettersi, Draghi potrebbe salire al Colle a rimettere il mandato, o decidere di inviare il testo alla Camera e mettere la fiducia sul testo. Sono tutti scenari esplosivi. Resta come ultima ipotesi quella di un ulteriore rinvio della discussione in Parlamento. Significherebbe conquistare altro tempo per le trattative e per evitare il peggio, ma anche che Draghi non è riuscito a rispettare il calendario delle scadenze consegnato alla Commissione europea, tra l’altro nel giorno in cui è stato di fatto annunciato che le riforme del fisco e della concorrenza – anche queste attese per fine luglio – slitteranno a settembre.      

LA STAMPA

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Vaccini, riforma e scuola: Mattarella a fianco di Draghi

giovedì, Luglio 29th, 2021
ROME, ITALY - FEBRUARY 13: Italian President Sergio Mattarella(C) and Italian Prime Minister Mario Draghi...
ROME, ITALY – FEBRUARY 13: Italian President Sergio Mattarella(C) and Italian Prime Minister Mario Draghi pose for a picture after the swearing-in ceremony at the Quirinal palace, on February 13, 2021 in Rome, Italy. Former President of the European Central Bank Mario Draghi was sworn in as Italy’s Prime Minister today, after the collapse of the Italian government last month. (Photo by Roberto Monaldo/AM POOL/Getty Images)

Monito, appello, consapevole richiamo alla responsabilità. Chiamatelo come volete, ma la sostanza non cambia. Sin dall’inizio di questa crisi, Sergio Mattarella ha accompagnato ogni momento di snodo col tono asciutto e senza aggettivi che gli è proprio, anche quelli a più alta intensità emotiva. Stavolta coglie l’occasione della tradizionale cerimonia del Ventaglio per esercitare la sua funzione di indirizzo, perché la presidenza della Repubblica non è uno spazio neutro e notarile, ma, come si è visto in vari passaggi di questa emergenza senza precedenti, il luogo chiamato, costituzionalmente, a garantire l’interesse e la coesione nazionale: “Vaccinarsi è un dovere morale e civico”, dice, perché rappresenta l’unico strumento che abbiamo per contenere la diffusione del contagio, e con esso, della pericolosa variante. Ed evitare “una nuova paralisi della vita sociale” e “nuove chiusure” con “conseguenze pesanti per famiglie e imprese”.

Parole che indicano la consapevolezza, e invitano alla consapevolezza che siamo cioè in un nuovo momento cruciale, perché è evidente che non è finita e, per convivere con la pandemia senza rinunciare alla vita, al lavoro, alla scuola, dove si sono “registrati enormi danni umani e culturali” e dove “il regolare andamento del prossimo anno deve essere una assoluta priorità”, occorrono regole e disciplina. Mattarella non nomina direttamente il green pass o l’obbligo di vaccinazione per i docenti o sui trasporti, ma è chiaro che si riferisce a questo impianto in discussione del governo, sostenendolo neanche tanto implicitamente, quando dice che “libertà è condizione irrinunciabile, ma chi la limita è il virus, non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo” e dunque “si può dire ‘in casa mia il vaccino non entra’ ma questo non si può dire per gli spazi comuni, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno porti un altro pericolo di contagio”.

Ecco, un discorso che è una scelta di campo, proprio nel giorno in cui il governo è stato costretto rinviare le misure su scuola e trasporti alla prossima settimana. E proprio nel giorno in cui, mentre Draghi ha ottenuto un altro milione di dosi di vaccini dall’Europa, il fior fiore dei parlamenti leghisti ha scelto di partecipare al raduno no green pass, in fondo no vax, in piazza del Popolo, in nome di una discutibile declinazione del concetto di libertà. Ed è proprio la libertà il cuore del messaggio presidenziale, perché l’alternativa non è tra vaccino e non vaccino, ma tra vaccino e chiusure, che limitano circolazione, produzione, vita. E adesso, dopo le parole di Mattarella, comprese quelle sulla necessità di “rispettare gli impegni assunti” in materia di riforme perché è giusta la mediazione ma poi bisogna essere in grado di assumere decisioni chiare ed efficaci, rileggete quelle di qualche giorno di Mario Draghi, anche in quel caso su vaccini perché chi fa appelli a non farli fa appelli alla morte e riforma della giustizia che non si può rinviare: un’idem sentire, un’identità di visione, insomma una stessa declinazione dell’interesse nazionale.

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In Onda, il sondaggio di Alessandra Ghisleri scuote la Lega: “Più del 60 per cento dei leghisti è a favore del Green pass”

giovedì, Luglio 29th, 2021

Tra i manifestanti in piazza a Roma contro il Green pass c’è anche qualche leghista come Claudio Borghi. A sondare però l’opinione dell’elettorato della Lega in merito alle nuove restrizioni anti-Covid ci ha pensato la sondaggista Alessandra Ghisleri. La direttrice di Euromedia Research ai microfoni di In Onda, il programma di La7, ha spiegato: “Più del 60 per cento dell’elettorato leghista è a favore del Green pass e delle restrizioni per rimettere in modo l’economia”. 
Poi la Ghisleri svela che anche all’interno del Carroccio c’è chi come Fedriga e Cirio è a favore di queste misure. “Quindi – prosegue alla domanda posta da Concita De Gregorio e David Parenzo – assistiamo a un’intesa doppia: da una parte quelli scesi in piazza e dall’altra chi è a favore delle limitazioni”.

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Draghi telefona a tutti i leader: “Ora basta giochi al rialzo”

giovedì, Luglio 29th, 2021

Ilario Lombardo

ROMA. Forse questa volta Mario Draghi aveva peccato di troppo ottimismo, quando ha pensato con certezza matematica di chiudere entro ieri un accordo sulla riforma del processo penale. Il clima a Palazzo Chigi resta comunque fiducioso, e il presidente del Consiglio è convinto che alla fine prevarrà «il senso di responsabilità di tutti», ma è indubbio che nel corso della giornata di ieri ci siano stati strappi improvvisi e ricuciture a tempo quasi scaduto che hanno messo a dura prova la pazienza del premier e della ministra della Giustizia Marta Cartabia, irritati dal prevedibilissimo gioco di veti e controveti scaricati sul tavolo delle trattative.

Il giro di telefonate che in serata Draghi fa ai leader della maggioranza, il segretario della Lega Matteo Salvini, il leader del Pd Enrico Letta e anche il presidente in pectore del M5S Giuseppe Conte, dà l’idea quanto intenso e complicato si sia fatto il confronto. E del messaggio che ha recapitato a tutti: «Da questo momento in poi basta giochi al rialzo». Un accordo è possibile ma ancora non c’è perché i singoli partiti non stanno rinunciando a fissare a favore di telecamera le loro bandiere. Draghi ha sondato le intenzioni dei leader, ha voluto capire fino a che punto non sono disposti a cedere, ma rimane sua intenzione fare una scelta già oggi, se ci riuscirà. Una scelta di sintesi che, per forza di cose, scontenterà qualcuno.

Va subito premesso che, tutto sommato, il racconto delle convulse ore di confronto è abbastanza speculare tra le fonti delle parti coinvolte. Per Draghi non ci sarebbe alcun problema a chiudere subito sui reati di mafia e terrorismo, come chiede Conte, e cioè escludendoli dalla tagliola della improcedibilità. E di fatto il governo sembrava ormai orientato in quella direzione. In mattinata, il colloquio con Salvini serve a ottenere garanzie in questo senso, dopo che già martedì il premier aveva lavorato per fermare il blitz parlamentare di Forza Italia sull’estensione della riforma all’abuso d’ufficio (un tentativo evidente di neutralizzare il processo Ruby-ter a carico del leader azzurro Silvio Berlusconi). Il compromesso con il leghista tra Green Pass e giustizia diventa evidente quando Salvini annuncia di voler evitare che «possano andare in fumo i processi per mafia, traffico di droga e violenza sessuale». Per il M5S è un’apertura evidente, ma anche insidiosa, come spiegano fonti del ministero della Giustizia. I 5 Stelle chiedevano di rendere imprescrittibili tutti i reati di mafia, terrorismo e corruzione. La Lega conferma il primo reato ma aggiunge droga e violenza sessuale, il che complicherebbe non poco la riscrittura del testo e, secondo i tecnici, costringerebbe a rivedere l’impianto della legge.

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Mattarella alla cerimonia del Ventaglio: «È il virus che limita la libertà. Le riforme? Non si può fallire»

giovedì, Luglio 29th, 2021

di Marzio Breda

Il presidente della Repubblica richiama al dovere di immunizzarsi: negli spazi comuni non si può affermare che il vaccino non entra

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Dicevano che non avrebbe parlato di politica e si sarebbe limitato al tema della pandemia. Ma cosa c’è di più politico del memorandum sul Covid inviato da Sergio Mattarella al popolo no-vax, che scende in piazza e incalza i partiti, mischiando negazionismo e isteria catastrofista? Nulla. Specie oggi che il governo Draghi sta per prendere nuove misure anti-virus. Un incubo «che non è ancora alle nostre spalle» — avverte il presidente — e contro il quale, «con uno sforzo straordinario di collaborazione globale», sono stati individuati «due filoni» per incamminarci verso l’uscita dalla crisi. Il primo è la campagna di vaccinazione. Il secondo è «la scelta di mettere in campo ingenti sostegni pubblici per contenere le conseguenze delle chiusure e dei distanziamenti a livello economico, produttivo e occupazionale».

Il doppio binario

Ed è appunto su questo doppio binario che Mattarella si concentra nel suo messaggio al Paese (durante la cerimonia del Ventaglio), con un netto sostegno agli sforzi di Draghi. Anzi, riprendendo proprio i temi dell’incarico al premier, sui quali si è formata una maggioranza che sta purtroppo ricominciando a occuparsi d’altro. Ricorda che il virus è mutato, «si sta rivelando ancora più contagioso» e «solo grazie ai vaccini siamo in grado di contenerlo». Il vaccino, spiega, «non ci rende invulnerabili, ma riduce grandemente la possibilità di contrarre il virus, la sua circolazione e la sua pericolosità». Ecco la ragione principale per la quale «la vaccinazione è un dovere morale e civico». Infatti, puntualizza il capo dello Stato, «nessuna società è in grado di sopportare un numero di contagi molto elevato, anche nel caso in cui gli effetti su molta parte dei colpiti non fossero letali». E qui fa un esempio proiettato in un futuro prossimo, e da scongiurare. Lanciando un caveat, come si dice ora. Badate che «senza attenzione e senso di responsabilità rischiamo una nuova paralisi della vita sociale ed economica; nuove, diffuse chiusure; ulteriori, pesanti conseguenze per famiglie e imprese».

(Qui il discorso integrale del presidente della Repubblica)

Lo scenario

Uno scenario che gli italiani conoscono, dato che «la pandemia ha imposto sacrifici in tanti ambiti. Ovunque gravi». Lui sottolinea quelli pagati dal mondo della scuola, dove si sono registrati «danni culturali e umani, con sofferenze psicologiche che impongono di reagire con prontezza e determinazione». Traduzione: basta con la didattica a distanza, bisogna «tornare a una vita scolastica ordinata e colmare le lacune che si sono formate». Tutti in aula, insomma. E questa «dev’essere una assoluta priorità» che chiunque, a partire da insegnanti e famiglie, deve «avvertire come responsabilità e dovere» già con i propri «comportamenti». Per cui il suo auspicio è che «prevalga il senso di comunità, un senso di responsabilità collettiva». A questo punto, in replica a chi evoca complotti e abusi di potere, magari paragonando il green-pass ai metodi nazisti, il discorso di Mattarella diventa tagliente. «La libertà è condizione irrinunciabile, ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus, non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo».

L’esempio

E per farsi capire senza equivoci, aggiunge: «Se la legge non dispone altrimenti, si può dire: “In casa mia il vaccino non entra”. Ma questo non si può dire per ambienti comuni, non si può dire per gli spazi condivisi, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno vi porti un altro pericolo di contagi, perché preferiscono dire: “In casa mia non entra il virus”».

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Giorgia Meloni si è vaccinata: prima dose allo Spallanzani. E attacca Draghi

lunedì, Luglio 26th, 2021

Roma, 26 luglio 2021 – Tre giorni dopo la vaccinazione anti Covid di Matteo Salvini, è il turno di Giorgia Meloni: la leader di FdI si è sottoposta stamattina all’inoculazione della prima dose del vaccino anti-Covid, presso l’ospedale Spallanzani” di Roma. Lo staff sottolinea che Meloni – 44 anni – aveva già prenotato la vaccinazione nel mese di giugno, ma a causa di impegni, legati al ruolo di presidente dei Conservatori e riformisti europei, aveva dovuto rimandare l’appuntamento per la somministrazione del vaccino.

Sarà inutile cercare le immagini della vaccinazione della leader di Fratelli d’Italia: ha sempre detto che avrebbe fatto il vaccino ma che non si sarebbe fatta immortalare con la siringa nel braccio. Del resto non si ha testimonianza fotografica neppure della vaccinazione di Salvini, anche se il leader della Lega sui social aveva pubblicato un ‘indizio’: nell’immagine del leader leghista che si prende un caffè post-vaccino, si riusciva a intravedere il certificato della vaccinazione, con tanto di Qr, appoggiato sul tavolo accanto alla mascherina.

L’attacco a Draghi e al Green pass

Intanto su Facebook Giorgia Meloni si scaglia contro il Green pass voluto dal Governo: “Sul Green Pass stiamo assistendo a un dibattito puramente ideologico. Utilizzarlo per entrare al bar o al ristorante è sbagliato e inutile, danneggerebbe solo la nostra economia e questo non possiamo permettercelo”. 
La leader FdI attacca anche, intervenendo a Morning News su Canale, il premier Draghi per le dure parole sui vaccini, pronunciate in conferenza stampa: “sono state imprudenti. Quando si dice che l’invito a non vaccinarsi è un invito a morire il presidente del Consiglio dovrebbe ricordare che c’è chi, si pensi ai malati oncologici o alle donne in gravidanza alle quali in alcuni casi il vaccino è sconsigliato, non può vaccinarsi: stiamo dunque dicendo loro che sono condannate a morte? Un presidente del Consiglio deve interrogarsi su come possano essere recepite le sue parole”, ha detto.

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Il subcomandante Giuseppe Conte sarà costretto a battere in ritirata: la smentita a Travaglio è un grande spettacolo

lunedì, Luglio 26th, 2021

Riccardo Mazzoni

Giuseppe Conte che smentisce Marco Travaglio è stato il più grande spettacolo del week-end, un evento eccezionale come il Gronchi rosa oppure, fatti i dovuti distinguo, è come se Craxi avesse smentito Intini, o Berlusconi Emilio Fede, o Andreotti Evangelisti. Paragoni forse impropri, visto che tra Conte e Travaglio non si sa chi sia il capo e il portavoce, visto che la linea quasi sempre la detta il direttore con le sue articolesse anticipatrici delle mosse dell’ex premier ora in procinto di diventare vice Elevato. Ma insomma, la simbiosi tra i due protagonisti dell’epopea politico-mediatica del grillismo è tale che l’imbarazzata smentita uscita ieri mattina sulle agenzie ha destato scalpore. Il Fatto in effetti l’aveva sparata grossa in apertura di giornale: «Conte: o si cambia o leviamo la fiducia». Un titolo che non ha rovinato la domenica a nessuno, perché ormai il campionario di penultimatum a Cinque Stelle è talmente ricco e variegato da averne ormai perso il conto, ma vederlo scorrere sulle rassegne stampa deve aver provocato un sussulto nello staff dell’avvocato del popolo, che è corso ai ripari con una breve nota in cui si dice che «Conte non ha rilasciato interviste, né dichiarazioni, né virgolettati» e che «sta lavorando per trovare una mediazione sulla giustizia», lasciando però aperta l’ipotesi che dal suo entourage qualcuno abbia spifferato al quotidiano di riferimento piani d’azione che avrebbero dovuto restare nel perimetro delle segrete stanze.

La realtà è che Conte continua a considerare Draghi un usurpatore, e farebbe carte false per sfrattarlo da Palazzo Chigi approfittando del semestre bianco, tanto che appena la ministra Dadone ha accennato all’ipotesi del ritiro della delegazione pentastellata dal governo subito si è pensato che dietro ci fosse la mano dell’ex premier. Tentativo deludente: nessuno se l’è filata. Del resto, la voglia di rivincita è frenata da due ragioni oggettive: da una parte il peso specifico del premier, praticamente inamovibile perché la sua caduta provocherebbe un cataclisma politico e la fibrillazione dello spread; e dall’altra il corpaccione parlamentare grillino, diviso in fazioni ma che, quando si è trattato di scegliere tra il sacro fuoco dei principi e il posto in Parlamento, non ha mai avuto dubbi ammainando tutte le bandiere e piegandosi ad ogni possibile giravolta. E anche i duri e puri che se ne sono andati lo hanno fatto quasi tutti o per aver perso il ministero o per non aver ottenuto nemmeno uno strapuntino nel passaggio dal governo gialloverde a quello rossogiallo.

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Le parole della vergogna di Travaglio: figlio di papà che non capisce nulla. Ma Draghi ha perso il padre a 15 anni

lunedì, Luglio 26th, 2021

Marco Travaglio non ha mai avuto in simpatia il governo di Mario Draghi e non perde occasione di attaccare il Premier sin dalla caduta dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Ma durante la festa di Articolo uno, partito di cui è segretario Roberto Speranza, il direttore de Il Fatto Quotidiano ha usato parole fortissime nei confronti dell’ex banchiere centrale europeo: “Hanno buttato giù Conte. Avevano fatto degli errori, ma non li hanno mandati via per i loro errori, li hanno mandati via per i loro meriti e hanno messo al loro posto l’esatta antitesi, che è un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo ci hanno raccontato che allora è competente in materia di sanità, di giustizia, di vaccini eccetera. Mentre in realtà, e mi spiace dirlo, non capisce un ca**o. Né di giustizia, né di sociale, né di sanità. Capisce di finanza, ma non esiste l’onniscienza o la scienza infusa. E non ha neanche l’umiltà a furia di leggere che è competente su tutti i rami dello scibile umano”.

Travaglio però ha scordato che all’età di 15 anni Draghi perse il padre e all’età di 19 anni rimase orfano anche della madre, con una sorella del padre che si prenderà cura di lui e dei suoi fratelli. Queste parole della vergogna su una persona che probabilmente avrà sofferto per il doppio lutto in età giovanile hanno pure portato agli applausi della platea della festa del partito: forse dimenticano che anche Speranza e i suoi appoggiano il governo Draghi, che appunto ha confermato il segretario di Articolo uno come Ministro della Salute, uno dei ruoli più importanti in un esecutivo chiamato a gestire una pandemia.

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Il signor Conte sul saliscendi

lunedì, Luglio 26th, 2021

MASSIMILIANO PANARARI

Panta rei, diceva Eraclito. E anche se l’attribuzione della massima resta tuttora incerta, di sicuro «tutto scorre». Anche nella politica italiana. Prendiamo, come esempio, il fenomeno di leadership politica più recente: il contismo. Il sondaggio di Alessandra Ghisleri per La Stampa del 3 luglio scorso accreditava un potenziale partito personale di Giuseppe Conte del 10% delle intenzioni di voto. Mentre, soltanto tre settimane dopo, sempre le rilevazioni di Euromedia Research indicano un marcato incremento dello scetticismo nei confronti della sua capacità di guida (con l’eccezione dei simpatizzanti pentastellati, che continuano a considerarlo il proprio punto di riferimento). Una vera e propria altalena politica (ed emozionale, dal momento che viviamo nell’epoca dell’opinione pubblica convertitasi in emozione pubblica). E il segno del fatto che, nell’opinione diffusa degli elettori italiani, la star (e «sesta stella») dei 5 Stelle risulta appannata, e il duello con Beppe Grillo, nonostante l’ipermediatico «attovagliamento della pace», ha lasciato strascichi e una scia di dubbi sulla solidità della tregua tra i due contendenti. E, così, l’ex premier che aveva vinto «ai punti» con il Garante – peraltro, ancora in attesa della ratifica della nomina a presidente del Movimento sulla nuova piattaforma che ha scalzato la mitologica Rousseau – si ritrova alle prese con una repentina caduta di popolarità. Ovvero la «polizza vita» più importante per assicurarsi la prosecuzione della carriera politica, nonché la risorsa su cui molto puntava anche l’alleato Pd. All’insegna di una concezione aritmetica della politica, piuttosto tradizionale, che da qualche tempo a questa parte deve, però, fare i conti con la volatilità dell’elettorato, cresciuta anche in Paesi come l’Italia che ha identificato a lungo uno dei modelli per antonomasia di cristallizzazione delle preferenze elettorali. Anche il contismo può allora venire classificato sotto la categoria recente di «leadership a intermittenza», la cui parabola, al passare del tempo, si fa sempre più rapida. E tende a consumarsi via via più velocemente dopo avere conosciuto la fase dei propri fasti. Un processo a tutti gli effetti, che sta diventando strutturale, e quindi non ha investito soltanto Conte – basti pensare al «volo di Icaro» di Matteo Renzi, e proprio in queste ultime settimane a quanto sta accadendo anche all’altro Matteo (Salvini). Se si vuole spendere l’etichetta di «Terza Repubblica», un fattore distintivo può essere individuato precisamente in questo trend, che costituisce uno strappo radicale rispetto all’abituale longevità dei capi politici della Prima (e che rompe anche con certi meccanismi di costruzione del consenso della Seconda). Senza poter contare sulla potenza di fuoco della presidenza del Consiglio e dell’apparato propagandistico a pieno regime di Rocco Casalino, i sondaggi di Conte si stanno dunque sgonfiando.

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Tra Conte e il premier Draghi c’è un telefono «rosso»: e la trattativa decolla

lunedì, Luglio 26th, 2021

di Tommaso Labate

ROMA «Mario Draghi non ha alcuna colpa. La piega che ha preso finora la questione della riforma della giustizia non possiamo certo imputarla a lui. E questo è un aspetto della faccenda di cui dobbiamo tenere conto».

Quali saranno gli effetti nel medio e nel lungo periodo, ecco, questo lo si capirà col tempo. Ma nel breve periodo, e questo lo si percepirà con nettezza a partire da domani, l’evoluzione dei rapporti tra Giuseppe Conte e Mario Draghi, che c’è stata nelle ultime quarantotto ore al riparo da orecchie e sguardi indiscreti, è destinata a lasciare il segno.

Nel lungo fine settimana i due si sono sentiti più volte. L’unica telefonata la cui eco ha raggiunto l’esterno è quella di giovedì pomeriggio, poco prima che il Consiglio dei ministri autorizzasse la fiducia sulla riforma firmata dalla ministra Marta Cartabia e inserita dall’Europa tra le condizioni per finanziare il Piano nazionale di ripresa e resilienza con i soldi del Recovery plan. Poi, nella giornata di venerdì, a seguito delle dichiarazioni incendiarie di Fabiana Dadone sulla possibile uscita dal governo della delegazione M5S, il presidente del Consiglio e il suo predecessore si sono sentiti ancora. Una chiacchierata distensiva, in cui il leader in pectore del Movimento ha sminato il sentiero dalle minacce di resa dei conti, che infatti ha portato la ministra delle Politiche giovanili a correggere il tiro rispetto alla dichiarazione messa a verbale su RaiTre.

Sabato c’è stato un altro contatto. Non è dato sapere chi dei due abbia cercato l’altro; ma ieri mattina, parlandone con le persone più fidate, Conte si è abbandonato a un giudizio sul suo successore che ha sorpreso non poco i suoi interlocutori. «Draghi non ha alcuna colpa», ha risposto a quelli che gli chiedevano se l’accelerazione di un pezzo dei M5S verso la crisi di governo sulla giustizia avesse il suo sigillo. «La piega che ha preso finora la questione della riforma della giustizia non possiamo certo imputarla a lui. Semmai sono altri pezzi della maggioranza, dalla Lega a Italia viva passando per Forza Italia, che vogliono dare un colpo di spugna sulla prescrizione forse anche per metterci in difficoltà», ha aggiunto l’ex presidente del Consiglio. Che ha rimarcato a più riprese, anche per garantire l’ala governista guidata da Luigi Di Maio, che sarà impossibile non tener conto della parte in commedia del premier, considerato da Conte una colomba e non certo un falco, nell’evolversi della vicenda in Parlamento.

L’avvocato sa perfettamente che un pezzo significativo del gruppo parlamentare pentastellato, sul tema della durata dei processi, sarebbe pronto a spingersi oltre le colonne d’Ercole della crisi. E questo aspetto l’avrebbe sottolineato anche nel confronto con Draghi, che a sua volta avrebbe mostrato di aver colto la delicatezza della questione. «Vedi», è stata l’annotazione di Conte, i due negli ultimi tempi sono passati dal “lei” al “tu”, «non possiamo permettere che ci sia anche un solo processo di mafia che salta a causa della riforma». L’argomentazione, figlia dell’allarme di alcuni pezzi importanti della galassia della magistratura, a cominciare dal consigliere del Csm Giuseppe Cascini, ha un punto di caduta che per il Movimento è imprescindibile: per dare il via libera alla riforma, sono necessari degli accorgimenti tecnici che rendano evidente che sui processi, a cominciare da quelli di mafia, non ci sarà alcun colpo di spugna.

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