Archive for the ‘Politica’ Category

M5s, il giallo parlamentarie. Conte nasconde i candidati

giovedì, Agosto 18th, 2022

Domenico Di Sanzo

In principio era martedì sera, anzi mercoledì pomeriggio, adesso forse giovedì o venerdì. Per conoscere i risultati delle parlamentarie del M5s toccherà aspettare.

E anche questa storia grillina si tinge di giallo in men che non si dica. Non bastavano le polemiche sul listino bloccato dei quindici fedelissimi di Giuseppe Conte, ora gli aspiranti parlamentari si tormentano per il mistero dei risultati del voto online del 16 agosto. «L’esito delle votazioni delle proposte di autocandidatura relative ai collegi plurinominali nelle circoscrizioni di Camera e Senato sarà reso noto nei prossimi giorni», si legge sul sito ufficiale del Movimento. «Tra due o tre giorni li saprete», prevedono dall’entourage di Conte.

Intanto fioccano le ipotesi sui motivi del rinvio. I contiani assicurano che «ci vorrà qualche giorno per comporre le liste» e che «saranno pubblicate le liste complete». Con tanto di capilista scelti dal leader tra i quindici del listino. Ma non mancano ipotesi alternative. Alcuni critici pensano che annunciare le liste a ridosso del termine del 21 agosto possa servire a disinnescare le polemiche dei delusi. A Via di Campo Marzio, sede del M5s, sono soprattutto terrorizzati dagli infiltrati. In fase di esame delle autocandidature l’avvocato e i suoi hanno già dato una bella sforbiciata di attivisti sospettati di essere vicini a Luigi Di Maio in Campania e a Dino Giarrusso in Sicilia.

Eppure non basta. I vertici del Movimento stanno procedendo a un controllo ex post. In particolare sono sotto la lente di ingrandimento alcune possibili anomalie. Ad esempio, si ragiona, se sono arrivati più voti per lo stesso candidato dallo stesso computer, questo potrebbe l’indizio della presenza di una cordata. E se il nome in questione è sgradito al gruppo dirigente, il presidente del M5s ha la facoltà di depennare il candidato scorretto. L’avvocato intende sfruttare al massimo i poteri che gli sono concessi dal regolamento per le candidature, dove è scritto: «Il Presidente, sentito il Garante, valuta la compatibilità della candidatura con i valori e le politiche del M5s, esprimendo parere vincolante e insindacabile sulla candidatura; tale giudizio può intervenire in qualsiasi momento dell’iter», fino al deposito delle liste. «Stavolta vogliamo evitare di eleggere persone per mandarle nel Gruppo Misto», taglia corto un deputato parlando con Il Giornale. Basta litigi, veleni, scissioni.

Un obiettivo ambizioso, dato che i parlamentari uscenti sono già sul piede di guerra. Al Sud la competizione è all’ultimo sangue. E gli scontenti saranno tantissimi. In alcune regioni come la Campania e la Sicilia, i reduci sono più di dieci e tutti scalpitano per bissare il seggio. Alcuni deputati e senatori in ansia per il risultato delle parlamentarie minacciano azioni legali contro la decisione di Conte di blindare quindici fedelissimi. L’avvocato-nemesi dei pentastellati Lorenzo Borrè ha già fatto capire che gli appigli per un ricorso ci sarebbero. Nel frattempo a Campo Marzio si regolano con il bilancino. Il rischio è che, per effetto della legge elettorale, ci siano solo eletti del centro-Sud. Per i pluricandidati, infatti, il Rosatellum prevede che il seggio scatti nel collegio dove il partito prende meno voti. Se un big del Sud viene candidato anche al Nord, è probabile che sia eletto nel collegio settentrionale, dove il M5s avrà percentuali più basse. Un meccanismo che può togliere agli uscenti piemontesi, lombardi o veneti pure quei pochi seggi a loro disposizione.

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Le liste di Letta fanno infuriare il Pd. Gli amici catapultati nei fortini sicuri: la rabbia dei territori

giovedì, Agosto 18th, 2022

Pasquale Napolitano

Dalla Campania alla Toscana: nel Pd esplode la protesta dei circoli dopo la decisione dei vertici del Nazareno di ignorare i territori e catapultare big e nomi esterni nelle liste per le prossime elezioni politiche. Fioccano le rinunce da parte dei candidati. Mentre si preparano proteste clamorose e appelli a disertare le urne il prossimo 25 settembre. Letta premia la sua corte magica e manda allo sfacelo il partito. La Campania detiene il primato. È la Regione più saccheggiata. Un dato è clamoroso: nessun senatore eletto rappresenterà i territori campani. A Napoli città a guidare la lista sarà Dario Franceschini, il ministro della Cultura sponsor del ritorno in Italia di Enrico Letta per assumere la guida del Pd dopo la gestione flop di Nicola Zingaretti.

Contro Franceschini la rete si sta scatenando con battute al veleno e indignazione. Nel frattempo la moglie, Michela De Biase, sarà capolista nel Lazio per la Camera dei Deputati. Nell’altro collegio Senato in Campania, che comprende le quattro città di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, a capo della lista ci sarà l’ex leader della Cgil Susanna Camusso. Due seggi sicuri per un ferrarese e un milanese. Scelta che terremota il partito in Campania. Federico Conte, deputato uscente di Salerno, molla la lista dei dem. Un’analoga decisione arriva dall’ex parlamentare Camilla Sgambato che dice no alla seconda posizione. Resta a casa l’ex sottosegretario Umberto del Basso de Caro che pare sia pronto a sostenere addirittura la coalizione di centrodestra dopo lo schiaffo di Letta. Brucia in Campania l’esclusione dalle liste del presidente del Consiglio regionale Gennaro Oliviero. Alla Camera il ministro della Salute Roberto Speranza guiderà il listino nella città di Napoli. Mentre il medico Paolo Siani, fratello di Giancarlo, il giornalista ammazzato dalla camorra, è stato spedito alla roulette russa del maggioritario. Decisione che crea malumori. In Toscana per far posto all’ex presidente della Camera Laura Boldrini, nata nelle Marche, sono state sabotate le candidature di due toscani doc: Stefano Ceccanti e Luca Lotti. Si sta facendo un tentativo per recuperare in extremis Ceccanti in posizione utile. Manovra simile è in corso in Campania per il sottosegretario Enzo Amendola scaricato al terzo posto al Senato. Gli spazi sono ristretti. I vertici dem occupano ogni pezzo di territorio. La romana Beatrice Lorenzin, una vita nel centrodestra, correrà in Veneto da capolista e in posizione utile anche in Piemonte. Alessandra Moretti, che sperava in un rientro a Roma, pare non abbia gradito l’atterraggio della Lorenzin in Veneto. In Sicilia il Pd è messo male. Starà peggio dopo l’arrivo da Bergamo di Annamaria Furlan, l’ex sindacalista guiderà la lista del Pd al Senato. E da ieri rimbalza la notizia di una candidatura in Sicilia nelle liste dem dell’ex ministro della Scuola Lucia Azzolina. In Puglia sbarca il bergamasco Antonio Misiani. E il senatore uscente Dario Stefano riconsegna la tessera del Pd.

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Caso Crisanti, il Covid contagia le urne

giovedì, Agosto 18th, 2022

Carlo Bertini

ROMA. Matteo Salvini torna a corteggiare i No vax e quale occasione migliore che sbeffeggiare il popolare «tele-virologo» Andrea Crisanti, candidato del Pd, per battere un terreno a lui affine fin dall’inizio della pandemia? Una mossa, avviata fin dal giorno della notizia di Crisanti candidato e proseguita ieri dopo la levata di scudi di Enrico Letta e di tutto il Pd, a difesa del professore. Il quale comunque combatte rispondendo colpo su colpo. Anche a Matteo Renzi, che lo ha preso di mira bollando «la candidatura dell’unico virologo che aveva dubbi sul vaccino, ma anche teorico delle chiusure a tutti i costi».

«Renzi banalizza 90 mila morti con una battuta che dimostra un cinismo senza precedenti», reagisce lo scienziato. «E se fossimo stati nelle mani di Salvini, ora ci sarebbero 300 mila vittime di Covid al posto di 140 mila e saremmo allineati con Putin», è il fendente di Crisanti, che reagisce così al nomignolo di «viro-star» appiccicatogli dal leader del Carroccio. Dando la stura a una polemica violentissima su un nervo ancora evidentemente scoperto sulla gestione della pandemia e i lockdown. «Se in autunno dovesse arrivare una variante del Covid aggressiva e che colpisce i vaccinati – insiste Crisanti – bisognerebbe aggiornare i vaccini e nel frattempo studiare nuove misure o restrizioni che siano socialmente accettabili». Salvini non gli replica e posta un video velenoso di Giorgio Palù, virologo padovano di fama internazionale e presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco: «Crisanti? Un esperto di zanzare».

Letta fin dalla mattina alza un muro, «la gragnuola di reazioni alla candidatura Crisanti chiarisce che a destra prevale la cultura No Vax. Ha ragione Crisanti, se avessero governato Salvini e Meloni nel 2020 quante migliaia di decessi in più avremmo avuto? Ce li ricordiamo gli aprire, aprire, aprire…».

Tutta la cavalleria del Pd scende in campo per difendere «colui che ci ha aiutato a risolvere i problemi», lo loda Nicola Zingaretti. Duro il ministro Roberto Speranza, finora sempre moderato nei toni: che se la prende con le «tante ambiguità della destra in questi mesi sui no vax e le manifestazioni contro i vaccini».

La sanità come epicentro della battaglia, dunque. Con lo stato maggiore leghista schierato: «Gli attacchi di Crisanti a Salvini sono a dir poco vergognosi. Ci chiediamo solo con che coraggio riesca a speculare sui morti», contrattaccano i leghisti. «Nessuna lezione di morale da Crisanti che, mentre le Regioni a guida Lega erano in prima linea a combattere una battaglia inaspettata e senza precedenti contro un virus allora sconosciuto, era impegnato nel suo show televisivo con finalità adesso note a tutti», prova a delegittimarlo Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato. Ma non è solo. Gasparri, e con lui gli azzurri, si scagliano contro Crisanti. Sdegnata, Licia Ronzulli di Forza Italia ricorda di aver proposto «l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, altro che centrodestra no vax!». Ci si mette perfino il segretario di Valore Liberale, piccolo gruppo di centrodestra, Marco Montecchi, a intimare al segretario dem di smetterla «con lo sciacallaggio politico». Per dire quanto si sia messa in moto tutta la contraerea di centrodestra.

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Liste Centrodestra, vertice di Forza Italia da Berlusconi in Sardegna. Nordio, Craxi, Gallera: il totonomi

giovedì, Agosto 18th, 2022

di Paola Di Caro e Adriana Logroscino

Corsa per le liste di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Vertice degli azzurri nella villa dell’ex premier, che correrà a Monza. Da Nordio a Tremonti per Fratelli d’Italia. In bilico la candidatura di Fitto

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Il centrodestra è al rush finale dopo giorni di passione. I partiti annunceranno le candidature di punta nelle prossime, frenetiche ore tra nomi di richiamo e salvaguardia degli eletti, alti profili e volti noti irrinunciabili. Se Matteo Salvini parla di «liste pronte al 99%», Giorgia Meloni è in chiusura: ieri sera ha riunito il vertice ristretto, con Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli. E stamattina, dopo giorni di silenzio, interverrà in diretta radio. Segnale chiaro: le liste sono pronte. Ma ieri sera è arrivata quasi al traguardo anche la corsa più faticosa: Antonio Tajani, Licia Ronzulli, Paolo Barelli e Anna Maria Bernini hanno raggiunto in Sardegna Silvio Berlusconi per un vertice fiume che si dovrebbe concludere tra oggi e domani. In un clima di attesa spasmodica tra gli uscenti che — giurano — sono stati tenuti «all’oscuro» su quali saranno le decisioni finali.

Le ultime notizie sulle elezioni politiche

L’abbondanza di FdI

L’unico partito che non ha avuto problemi di tagli è quello della Meloni: si prevede triplicato il numero di parlamentari eletti nella prossima legislatura rispetto alla passata, dunque le scelte sono state strategiche. La prima, quella di ripresentare tutti gli uscenti; la seconda, far entrare i tanti dirigenti ed eletti che si sono distinti sul territorio; la terza, aprire alle «competenze». Non colpi ad effetto, ma tanti professionisti, esponenti delle categorie, docenti, tecnici che si sono avvicinati negli ultimi tempi, e che serviranno — in caso di vittoria — per portare conoscenze specifiche in Parlamento. I grandi nomi dovrebbero essere la carta per il governo, nella seconda fase o dopo la campagna elettorale. Ci sono però big già arruolati: Marcello Pera, l’ex magistrato Carlo Nordio, Giulio Tremonti e Giulio Terzi di Sant’Agata, probabilmente l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, Maurizio Leo, l’ex pilota di Formula 1 Emerson Fittipaldi, nella circoscrizione sudamericana. Era fino a ieri sera ancora in bilico l’ipotesi di candidatura per Raffaele Fitto, ex ministro, che si è unito alla causa di FdI già nel 2018 e ha contribuito a dare un volto più moderno e rassicurante del partito di Meloni in Europa favorendo la sua elezione a presidente dei Conservatori. Riportarlo a Roma, magari per coinvolgerlo poi nel governo, significherebbe però «scoprirsi» a Bruxelles. La decisione è nelle mani della leader. Anche su se stessa: sarà capolista in 5 circoscrizioni, tra le quali la Sicilia dove non avrà più Musumeci (che sarà candidato per le Politiche), ma a ieri era ancora molto dubbia una sua presenza in un collegio uninominale.

Lega «di territorio»

La Lega è destinata a perdere parecchi parlamentari rispetto alle scorse elezioni, e anche per questo Salvini è stato chiaro: «Non ci interessano le star, noi candidiamo persone per bene, radicate nel territorio. Non abbiamo bisogno di vip. E da noi non ci saranno i casini che ci sono stati in casa Pd». Quindi andrà battuto il territorio metro per metro, per recuperare consensi tradizionali, ma si cerca anche di salvaguardare gli uscenti. Con metodo: dalla segreteria sono stati chiesti agli uscenti brevi note sull’attività svolta in Parlamento: conteranno per la ricandidatura. Tuttavia si proverà a fare spazio a qualche volto nuovo: annunciata la candidatura del presidente dell’Unione italiana ciechi Mario Barbuto, del professor Giuseppe Valditara, del presidente di FareAmbiente Vincenzo Pepe e di «esponenti delle forze dell’ordine, del mondo dei balneari e della sanità, alcuni grandi imprenditori, sportivi ed editori». Antonio Angelucci dovrebbe essere tra questi. E si parla insistentemente di Maria Giovanna Maglie, Annalisa Chirico, Simonetta Matone.

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Morto Niccolò Ghedini, storico avvocato di Silvio Berlusconi. Aveva 62 anni

giovedì, Agosto 18th, 2022

di Paola Di Caro

Dal 2001 era parlamentare con Forza Italia: è morto all’ospedale San Raffaele di Milano dove era ricoverato per una forma di leucemia. Berlusconi: «Grande e immenso dolore, non mi sembra possibile»

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Nella serata di mercoledì 17 agosto è morto il senatore Niccolò Ghedini, a lungo legale di Silvio Berlusconi e dal 2001 parlamentare con Forza Italia. Nato a Padova, aveva 62 anni. È morto all’ospedale San Raffaele di Milano dove era ricoverato a causa di una forma di leucemia, che da mesi lo aveva allontanato dall’attività politica.

La notizia, drammatica, arriva proprio mentre i vertici di Forza Italia — da Tajani a Ronzulli, da Bernini a Barelli — hanno raggiunto a Villa La Certosa Silvio Berlusconi per chiudere il capitolo liste. C’era ancora un posto riservato per quello che a lungo è stato non solo l’avvocato nei delicati processi che hanno costellato i 28 anni di vita politica del Cavaliere, ma anche suo consigliere, tra i più stretti, vicini, fidati, ascoltati: «Stiamo aspettando una sua telefonata. Non sta bene, ma se vuole, noi siamo la sua famiglia e lo attendiamo», dicevano dai vertici del partito ancora due giorni fa.

Era ricoverato all’ospedale San Raffaele per una forma di leucemia. La malattia da mesi ormai lo aveva allontanato dalla quotidianità politica. Niccolò Ghedini, a 62 anni, lascia un vuoto profondo in una FI — di oggi e di ieri — di cui è stato fedelissimo, silenzioso, potente, ascoltato punto di riferimento.

«Ci ha lasciato Niccolò scrive in una nota Berlusconi —. Non ci sembra possibile ma purtroppo è così. Il nostro dolore è grande, immenso, quasi non possiamo crederci, tre giorni fa abbiamo ancora lavorato insieme». E ancora: «Cosa possiamo dire di lui? Un grande, carissimo amico, un professionista eccezionale, colto e intelligentissimo, di una generosità infinita. Ci mancherà immensamente e ci domandiamo: come potremmo fare senza di te? Niccolò caro, Niccolò carissimo, ti abbiamo voluto tanto bene, te ne vorremo sempre. Addio, ciao. Per noi sei sempre qui, tra noi, nei nostri cuori. Un forte, fortissimo abbraccio».

Ghedini era nato a Padova, laureato in Giurisprudenza a Ferrara, aveva mosso i primi passi da avvocato nello studio del padre Giuseppe. Una gioventù scandita dalla passione per la politica e per la professione: prima militanza a destra, nel Fronte della Gioventù, poi nel Partito liberale. In FI viene eletto per la prima volta nel 2001, poi nel 2006 passa alla Camera, nel 2008 ancora al Senato e a Palazzo Madama resta fino alla fine. Sempre nell’interesse del Cavaliere, per il quale fino all’ultimo ha gestito tutta la linea giudiziaria, sostenendo anche l’ascesa della presidente del Senato Casellati, a lui sempre vicina.

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Elezioni, 14 partiti esclusi: ecco quali sono

mercoledì, Agosto 17th, 2022

Federico Garau

Elezioni, 14 partiti esclusi: ecco quali sono

È corsa alle elezioni politiche del sempre più vicino 25 settembre 2022, ma per alcune compagini l’avventura finisce già qui. Domenica 14 agosto sono state presentate al Ministero dell’Interno gli ultimi simboli dei movimenti politici, ma non tutti potranno partecipare alla competizione politica. Ad oggi si apprende che 14 contrassegni depositati al Viminale non sono stati ritenuti idonei, e per tali ragioni non saranno ammessi alle elezioni di settembre.

Come c’era da aspettarsi, fra i simboli eliminati c’è “Italiani con Draghi-Rinascimento”, la lista in cui è stato inserito il nome dell’ex presidente del Consiglio senza però il suo avvallo. La presentazione di un simbolo che riporta un nome senza il consenso del diretto interessato viola la regolamentazione di trasparenza, pertanto la decisione del ministero dell’Interno non giunge inattesa.Presentati i simboli. E in uno spunta il nome di Draghi…

Eliminata dall’agone politico anche la lista dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, che aveva il nome di “Palamara Oltre il Sistema”. Seguono poi Partito Liberale Italiano, Movimento Politico Libertas, Sud chiama Nord (in questo caso la lista è stata ritirata), Partito Pensionati al Centro, Democrazia Cristiana, Pensiero e Azione Ppa, L’Italia s’è desta, Lega per l’Italia, Partito Federalista Italiano, Movimento per l’instaurazione del socialismo scientifico cristiano – No alla cassa forense, Democrazia Cattolica Liberale e Up con De Magistris.

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Calenda già sogna l’inciucio. “Governo di larghe intese”

mercoledì, Agosto 17th, 2022

Massimo Malpica

Il sogno di Calenda? Riportare Draghi, o almeno il «draghismo», a Palazzo Chigi. A dirlo è lo stesso leader di Azione, raccontando lo scenario nella sua intervista ferragostana al Corriere della Sera. Secondo il frontman del Terzo polo, infatti, conta poco chi vincerà le elezioni, perché comunque non durerebbe «più di sei mesi» a causa delle «enormi contraddizioni interne» delle coalizioni che si presentano alle urne. Il voto, insomma, per Calenda servirà solo ad assegnare le quote della futura grande coalizione di un nuovo governo da affidare al premier uscente o comunque ispirato alla sua figura e alla sua agenda.

Il problema numero uno è che nel sognare questa grosse koalition centrista, Calenda immagina di sfrondare le ali estreme degli attuali schieramenti: via dunque Fdi e in tutto o in parte Lega da un lato, e i comunisti – che hanno portato Azione a «rompere» con il Pd dall’altro. Il problema numero due è che lo stesso Calenda, per «fermare questo gioco della politica contro che ha dilaniato il Paese negli ultimi trent’anni», immagina per sé e per Iv una percentuale di consensi tra il 10 e il 15 per cento. Mentre i sondaggi, al momento, indicano Fdi in corsa come primo partito, e il Terzo Polo Renzi-Calenda tra 4,9 e 5 per cento.

Le premesse, insomma, non sono delle migliori per poter pensare di costruire dal risultato delle urne, qualunque sia, una nuova alleanza di larghe intese «per avere un governo con Draghi o comunque che abbia autorevolezza, programmi, concretezza, visione», per dirla con Calenda, che sogna col suo Terzo Polo di riunire intorno al suo progetto Pd, Fi e moderati vari ed eventuali, ma che al momento non lesina stoccate anche agli azzurri, svestendo Berlusconi dei panni di moderato per aver «sfiduciato Draghi» e immaginando che al Cavaliere interessi «solo il Quirinale, nel quadro di una improbabilissima riforma presidenziale che gli hanno promesso».

Ma attenzione. Perché proprio sul presidenzialismo, qualche segnale di apertura al centrodestra e a Fi è arrivato ieri proprio dall’alleato di Calenda. Con Matteo Renzi che ha respinto nettamente le accuse di «deriva antidemocratica» piovute sul centrodestra per aver proposto l’elezione diretta del capo dello stato. «Follia», ha tagliato corto il leader di Iv, che ha ricordato a Letta e al centrosinistra che «il presidenzialismo è radicato in tante moderne democrazie occidentali».

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Temi caldi Liste Pd, l’ira degli esclusi. Letta: taglio dei seggi votato da voi, le scelte di Renzi furono truculente

mercoledì, Agosto 17th, 2022

di Virginia Piccolillo

Escluso Luca Lotti: «Preferito chi sputava sul Pd». Rifiuta Vincenzo Amendola: appello del leader Pd. No anche da Alessia Morani. Fuori dalle liste anche Valeria Fedeli. Ci ripensa e accetta Monica Cirinnà. Emma Bonino correrà contro Carlo Calenda

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«La gran parte dei parlamentari uscenti ha votato il taglio dei seggi e il Rosatellum. Io no». Enrico Letta non si lascia scomporre dalle proteste che hanno accolto il varo, nella notte di Ferragosto, delle liste del Pd per le elezioni del 25 settembre.

Recriminazioni, minacce di uscita dal partito, rifiuti di posti non blindati. A far più rumore l’esclusione di Luca Lotti, ex braccio destro di Renzi rimasto nel Pd, quando, con la scissione di Italia Viva, recrimina lui, «rischiava di sparire». La sua componente Base Riformista, guidata dal ministro Lorenzo Guerini, non ha partecipato al voto. «Si è preferito chi sputava sul Pd» accusa lui che, con Renzi, parla di scelta di «rancore». Dal Nazareno dicono che è una questione di ruggini toscane tra renziani ed ex. Né i dem di Empoli, né quelli di Firenze lo hanno voluto capolista.

Letta ricorda le liste «truculente» di Renzi di 4 anni fa. Ma continua a lavorare a quel Sudoku che deve tenere conto dell’accordo con gli alleati e della svolta giovane (4 capilista under 35 e un 26enne in lista a Milano); delle new entry, come il virologo Andrea Crisanti, e chi si aspettava di più.

Lui sarà capolista per la Camera in Veneto e in Lombardia, dove Carlo Cottarelli, guida quella per il Senato. Elly Schlein, insieme all’ex ministra Paola De Micheli, sarà capolista per Montecitorio in Emilia Romagna, mentre all’uninominale di Bologna, per il Senato l’ha spuntata Pierferdinando Casini. Capolista per la Camera, nel Lazio, il governatore Nicola Zingaretti, assieme alla consigliera regionale Michela Di Biase (moglie del ministro Dario Franceschini), e a Claudio Mancini, Marianna Madia e Matteo Orfini. Al Senato, al collegio uninominale di Roma centro correrà Emma Bonino contro Carlo Calenda. In Campania il ministro di Articolo 1, Roberto Speranza, e Piero De Luca, figlio del governatore. In Puglia Francesco Boccia. In Piemonte capolista alla Camera, Debora Serracchiani. Capolista della proporzionale al Senato in Veneto Beatrice Lorenzin. Numero 2 in lista in quella per la Camera, Piero Fassino. Caterina Bini accetta la candidatura a Prato.

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Da Ita al Meeting di Cl, così l’agenda di Draghi può influenzare il voto

mercoledì, Agosto 17th, 2022

Ilario Lombardo

Più che l’agenda Draghi, sventolata da chi sogna il premier a Palazzo Chigi ancora dopo il voto, a condizionare l’imminente campagna elettorale potrebbe essere l’agenda “di” Draghi: e cioè cosa farà e cosa dirà il premier da qui alle elezioni, e subito dopo, fino alla formazione del nuovo governo. Il meeting di Comunione e liberazione tra una settimana a Rimini, l’Onu a New York a settembre, a quattro giorni dal voto, la vendita già avviata di Ita Airways, il price cap sul gas in Europa. Discorsi, appuntamenti pubblici, atti di governo che agiranno sul dibattito tra i partiti e sul confronto immediato per chi si sta sfidando a colpi di promesse.

Prendiamo il dossier Ita che ha già scatenato l’ardore nazionalista di Giorgia Meloni. Durante l’ultima conferenza stampa, ai primi di agosto, Draghi è stato netto. Non arretrerà di un millimetro: «Non è mia intenzione lasciare la questione al prossimo governo. È nostro dovere andare fino in fondo». Sarà questo esecutivo, anche se dimissionario, a scegliere con chi trattare la vendita, se Lufthansa-Msc o i concorrenti di Air France-Klm-Delta con il fondo Certares. Draghi aveva promesso tempi brevi, una soluzione «entro dieci giorni». La scadenza è adesso, e da quanto risulta il governo sarebbe a un passo dalla decisione. Il condizionale è d’obbligo fino alla conferma ufficiale, ma tra la fine di questa settimana e la prossima dovrebbe arrivare l’annuncio: pare che la scelta cadrà sui tedeschi di Lufthansa associati alla società italiana di crocieristica Msc. Questo è solo il primo step: indicare il partner con cui il prossimo governo concluderà la trattativa. Un percorso obbligato, come è stato spiegato a Meloni in alcune telefonate con Palazzo Chigi, frutto di accordi con l’Ue successivi all’uscita di scena di Alitalia. Basterà a placare gli slanci della presidente di Fratelli d’Italia a difesa dell’italianità della compagnia di bandiera?

Il fattore Draghi è una variabile pronta a impattare sulla corsa al voto. Come non si stancano di ripetere i suoi collaboratori dal giorno delle dimissioni, il premier porterà avanti l’azione del governo, nel pieno delle sue prerogative, fino a dove il perimetro degli affari correnti glielo permetterà. Il discorso al meeting di Comunione e Liberazione, il 24 agosto, promette di essere un passaggio importante nella definizione dell’eredità di Draghi. L’ex numero uno della Bce rilancerà sulla «credibilità» come ingrediente principale dell’azione di governo e come premessa necessaria per confrontarsi con i partner internazionali. Un metodo, che poi è il senso della tanto evocata Agenda Draghi. L’ex banchiere torna al meeting di Cl due anni dopo il celebre discorso sulla differenza tra il «debito buono», destinato agli investimenti, e il «debito cattivo» che è fatto di sussidi a pioggia e spesa pubblica incontrollata.

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Giuseppe Conte, il delirio dei 5S: Storace svela il programma della follia

martedì, Agosto 16th, 2022

Francesco Storace

Con cuore e coraggio ma soprattutto a pugno chiuso. Il programma dei Cinque Stelle alle politiche del 25 settembre è scritto per attaccare il Pd di Enrico Letta “da sinistra”: a Giuseppe Conte non è andata giù l’espulsione dal campo largo e gioca di contropiede sui temi per conquistare gli elettori più schierati sul fronte “progressista”. Non ci sono solo i richiami esaltati al reddito di cittadinanza e alle politiche di superbonus, che in fondo sono matrice del Movimento di Conte, ma spiccano una serie di proposte che sfidano la coalizione rossoverde. E cuore e coraggio sono le leve per portare la sfida in campagna elettorale.
SANITÀ CENTRALIZZATA C’è anche un richiamo nostalgico al tempo della pandemia, nel programma pentastellato. Conte lamentava spesso di dover mediare con le regioni e ora propone di tornare al tempo antico della sanità centralizzata. I governatori gli ficcheranno le dita negli occhi. Ma dovrà spiegare anche come finanziare le politiche per la tutela della salute: dice di voler eliminare l’Irap. Proposito giustissimo, ma è con quella tassa che si finanzia la sanità. Quale sia il rimedio non c’è scritto nel programma M5S. Molta sinistra nel campo dei diritti civili. Come a dire a Letta guarda che sono più bravo di te. E quindi avanti con «il matrimonio egualitario», in campo la legge sull’omotransfobia e immancabilmente lo ius scholae. Come ciliegina sulla torta, «educazione sessuale e affettiva nelle scuole». Anche i pentastellati si rendono conto della tragedia chiamata cartelle esattoriali: al contrario di Salvini – che propone la pace fiscale tra Stato e contribuenti che non ce la fanno – Conte propone di prolungare all’infinito la rateizzazione, che chiama «maxi». In pratica, una specie di fine tortura mai. Ma più ancorate al messaggio “sinistro” sono le proposte che riguardano il lavoro, a partire dal salario minimo previsto per legge. Finisce la contrattazione tra le parti, è lo Stato che decide quanto guadagni. Lo stesso reddito di cittadinanza deve prevedere un «rafforzamento». Chi scrive il programma capisce che qui arriva il panico. E, per fingere equilibrio, propongono quello che hanno rifiutato in cinque annidi governo del Paese: «misure per rendere più efficienti il sistema delle politiche attive» (qui manca la frasetta «per il lavoro», ma non si può avere tutto nella vita) e «monitoraggio delle politiche antifrode» (anche qui, quanti errori commessi e mai corretti: infatti non indicano come e ne avrebbero il dovere). Insomma, si ammette che il problema c’è ma come al solito si dimentica la soluzione. 

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