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Gli incubi da scacciare

L’Ue scrive ai governi e avverte Berlino “Fondi comuni per lo scudo anti-rincari”

Matthew Kroenig: “Putin non userà la bomba atomica, sa che sarebbe la sua fine”

Pd, prima del nome cambi i dirigenti

Gli incubi da scacciare

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di Paolo Lepri

L’America di Biden dovrebbe premere, persuadere, intimare. Il segretario dell’Onu Guterres dovrebbe dedicare tutto il suo tempo a uno sforzo di pace senza lasciarsi condizionare dai segnali contrastanti che vengono da Paesi come Cina e India. L’Europa, da parte sua, avrebbe il dovere (e il diritto) di dimostrare che la volontà può contare anche più degli strumenti dei quali si dispone

Che l’abbia scritta o no pensando agli effetti apocalittici della Bomba, con A Hard Rain’s A-Gonna Fall , composta nel 1962 all’epoca della crisi missilistica di Cuba, Bob Dylan ci ha consegnato per sempre la visione di un mondo attraversato da «decine di oceani morti», orrendamente devastato da una esplosione nucleare e dalla successiva «dura» pioggia di scorie radioattive: un mondo «dove nero è il colore e nessuno è il numero». Il futuro premio Nobel per la Letteratura ci assicurava nell’ultima strofa, «iniziando ad affondare», che «avrebbe saputo bene la sua canzone prima di cominciare a cantare». Troppe canzoni come questa non sono state mai cantate da quando con folle volontà di potenza il presidente russo ha aggredito un popolo alla ricerca della libertà. E da quando — pochi giorni fa, ma dopo altre minacce precedenti di questo tipo — il leader del Cremlino ha annunciato l’intenzione di difendere «con tutte le forze e le risorse a disposizione» le regioni annesse nei referendum-farsa (bene ha fatto la Farnesina a convocare ieri l’ambasciatore di Mosca Sergey Razov, direttore d’orchestra del concerto di provocazioni cui assistiamo da tempo nel nostro Paese), evocando «il precedente» delle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki.

Oggi siamo così tornati a vivere l’incubo nucleare. Senza versare lacrime. Immemori del passato, inconsapevoli del futuro, vivendo in una futile dittatura del presente. Sembra quasi impossibile che dopo aver indicato per anni la corsa agli armamenti nucleari come il più terribile dei pericoli che l’umanità aveva di fronte e dopo aver assistito a decenni di negoziato per ridurre o limitare la minaccia, sia un uomo solo a riportarci verso un orrore che avevamo accantonato e di cui forse non capiamo interamente la micidiale portata.

Un uomo solo e male accompagnato. Alle parole di Vladimir Putin si sono aggiunte infatti le farneticazioni dei falchi che lo circondano, come l’ex «numero due» Dmitrij Medvedev (l’uomo che gli tenne il posto tra un mandato e l’altro) o il leader ceceno Ramzan Kadyrov (il padre che ha mandato al fronte i tre figli minorenni, Akhmat, Eli e Adam), che ha addirittura sollecitato l’uso in Ucraina di ordigni nucleari tattici a basso potenziale. Senza paura di cadere nel grottesco, il Cremlino ha poi definito «emotive» le sue dichiarazioni. L’emotività del male, si potrebbe dire.

All’ex dirigente dei servizi segreti divenuto un efferato autocrate la Nato ha risposto, unita, con la ormai abituale e giusta fermezza. È stato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, a chiarire che «qualsiasi uso di armi nucleari avrà conseguenze serie per Mosca». Aver passato questo limite è stato definito tanto «sconsiderato» quanto «pericoloso». A Bruxelles come a Washington, a Londra come a Berlino, a Parigi come a Roma (lo tenga a mente il futuro governo, senza esitazioni), bisogna ormai rendersi conto che la Russia si è trasformata, come ha scritto Thomas Friedman, «in una gigantesca Corea del Nord». I cui confini vanno dall’Europa libera ai bordi dell’Alaska.

Ma quali obiettivi si prefigge Putin minacciando l’uso di armi nucleari negli stessi giorni in cui annuncia le annessioni? Secondo un’analisi del New York Times alle ragioni di politica interna e al desiderio di riconquistare il rispetto perduto nel mondo dopo i recenti insuccessi militari, si unisce concretamente il tentativo di limitare o fare cessare l’appoggio occidentale a Kiev e di spingere il presidente ucraino a trattare «in una posizione svantaggiosa». Questo è proprio il nocciolo della questione: non è possibile costruire la pace in Ucraina se si dovesse verificare anche una sola di tali condizioni.

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

L’Ue scrive ai governi e avverte Berlino “Fondi comuni per lo scudo anti-rincari”

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Marco Bresolin

Dall’inviato a Lussemburgo. «Bisogna evitare di frammentare il mercato interno, di incoraggiare una corsa ai sussidi e di mettere in discussione il principio di solidarietà». L’avvertimento di Bruxelles non potrebbe essere più chiaro. È scritto in una lettera firmata dal commissario al mercato interno, Thierry Breton, che è stata spedita a tutti i 27 governi dell’Unione europea, ma che si rivolge a uno in particolare: quello tedesco. Il maxi-piano da 200 miliardi per contrastare il caro-energia, che aveva suscitato anche l’irritazione del premier italiano Mario Draghi, continua infatti a far discutere: ieri è stato al centro della riunione dell’Eurogruppo, dove i ministri delle Finanze dell’Eurozona sono arrivati ripetendo tutti (o quasi) due parole-chiave: «Coordinamento e solidarietà».

E proprio attorno al concetto di solidarietà ruota il ragionamento fatto dallo stesso Breton e da Paolo Gentiloni in un intervento pubblicato su alcuni media europei: i due commissari scrivono che bisogna «pensare a strumenti mutualizzati a livello europeo». Una mossa che ricalca quella già fatta durante la pandemia per lanciare il Recovery Fund, anche se Breton e Gentiloni questa volta non pensano a un Recovery Bis, ma suggeriscono di «ispirarsi al meccanismo Sure». Ossia al programma di debito comune lanciato durante la pandemia per finanziare la cassa integrazione attraverso prestiti concessi agli Stati a tassi agevolati. Permetterebbe ai Paesi come l’Italia di finanziarsi, seppur a debito, a un costo inferiore rispetto alle condizioni offerte dai mercati. «Si tratta di una loro iniziativa personale» fanno sapere dall’entourage di Ursula von der Leyen, smarcandosi dalla proposta.

Coordinamento e solidarietà sono i due princìpi che proveranno a ispirare l’azione dell’Ue per contenere gli effetti collaterali di questa crisi e per evitare la disgregazione del mercato interno europeo. «Resteremo vigili per mantenere la parità di condizioni – scrive Breton nella lettera visionata da “La Stampa” e inviata ai 27 governi – in particolare per chi ha meno margini di manovra nel proprio bilancio. È fondamentale agire in modo collegiale e trasparente gli uni verso gli altri perché un problema in un anello della catena di approvvigionamento può avere ripercussioni sull’intero mercato unico». La lettera, spedita nel week-end, non cita mai esplicitamente il piano di aiuti tedesco, ma nelle parole di Breton è impossibile non leggerci un riferimento. «Quando uno Stato membro si comporta in modo scorretto – ironizza una fonte Ue – di solito riceve una lettera da parte della Commissione che lo richiama alle regole. Quando invece è la Germania a comportarsi in modo scorretto, la lettera con il richiamo alle regole viene spedita a tutti i 27 governi». Breton ha inoltre chiesto a tutti i governi di condividere con Bruxelles le analisi sull’impatto dell’attuale crisi sui rispettivi ecosistemi industriali. Il timore è per le possibili disparità interne, ma anche per la perdita di competitività nei confronti delle imprese americane.

La Commissione si è trovata in evidente imbarazzo di fronte alla mossa tedesca. Se da un lato ha sposato la linea di Berlino sul tetto al prezzo del gas, lanciando l’allarme sui possibili rischi per le forniture, dall’altro non può certo considerare il piano da 200 miliardi di Berlino perfettamente in linea con le indicazioni ribadite anche ieri dal vicepresidente Valdis Dombrovskis e inserite nelle conclusioni dell’Eurogruppo: «Gli aiuti devono essere temporanei e mirati». Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, ha però respinto le accuse. Presentandosi al vertice in Lussemburgo ha difeso l’azione del suo governo dicendo che il piano è «proporzionato», se paragonato alle dimensioni dell’economia tedesca, e «temporaneo» perché durerà soltanto due anni.

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

Matthew Kroenig: “Putin non userà la bomba atomica, sa che sarebbe la sua fine”

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Alberto Simoni

CORRISPONDENTE DA WASHINGTON. La scorsa settimana Matthew Kroenig ha indirizzato un «memo» al presidente Biden. Analizzava per l’Atlantic Council le opzioni Usa nella deterrenza alla minaccia nucleare di Putin. E quel che ha suggerito, da analista con una esperienza decennale e assai fresca ai massimi livelli del Pentagono e nella comunità dell’intelligence, è stato riassunto dal messaggio che Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale di Biden, ha inviato al Cremlino: «Se usate il nucleare le conseguenze saranno devastanti».

Putin sta ricorrendo alla minaccia nucleare. Come dovrebbe reagire Washington?
«Finalmente il messaggio che l’Amministrazione ha recapitato è perfetto. E Sullivan ha aggiustato il tiro rispetto alla posizione precedente, quando John Kirby, che è il portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, aveva detto che le conseguenze sarebbero state devastanti anche per la Russia poiché la nuvola radioattiva si sarebbe concentrata anche sopra il territorio di Mosca».

Perché era una risposta che non la convinceva?
«Non credo a Putin interessi qualcosa se a morire saranno i cittadini russi. Serviva un altro linguaggio».

Allora, che cosa deve fare l’America?
«Innanzitutto, deve minacciare pubblicamente serie conseguenze in caso di ricorso da parte russa al nucleare. Quindi deve prepararsi a colpire con azioni militari convenzionali le forze russe se la deterrenza dovesse fallire».

Crede che Putin sia disposto a ricorrere alle armi atomiche?
«Il Cremlino sventola la minaccia atomica da febbraio. Non l’ha ancora messa in pratica».

Perché?
«Non certo perché pensa sia moralmente ingiustificabile, Putin teme che questo innescherebbe una guerra contro gli Usa e la Nato. E la vuole evitare».

Quali piani di deterrenza sta studiando il Pentagono?
«Il fatto che l’Ucraina non è un membro della Nato apre scenari in parte inesplorati. Nessuno lo scorso anno pensava a come ricorrere alla deterrenza in caso di guerra nucleare in Ucraina».

Ma ora che l’ipotesi non è da scartare cosa succede?
«Al Pentagono l’ufficio strategico e quello politico stanno valutando un ventaglio di opzioni: dalla risposta nucleare a quella convenzionale, sino alle sanzioni. Si valutano pro e contro. Si individuano gli obiettivi da colpire in caso di opzione militare. Ma poi tutto finisce sul tavolo del presidente. Il Pentagono raccomanda, Biden decide».

Qual è la strategia del presidente allora?
«Questa Amministrazione ha usato sin dall’inizio l’intelligence e la diffusione mirata di alcune informazioni sensibili come uno strumento di deterrenza. Credo che dinanzi all’ipotesi concreta di ricorso a missili atomici, Biden ripeterebbe il “don’t do it”, non farlo, mescolando avvertimenti pubblici e privati per Putin».

È possibile capire se e quando una rampa di lancio missilistica sia caricata con missili a testata nucleare? E quanto tempo c’è fra questa scoperta e un eventuale contrattacco?
«Per prima cosa, non c’è nessuna garanzia che la Cia possa vedere e scoprire gli spostamenti e il caricamento di armi. Il motivo è che i russi hanno una artiglieria in grado di lanciare sia missili convenzionali sia con piccola testata nucleare. Quale dei due viene sparato lo si scopre solo al momento della detonazione. E se anche con una buona intelligence si scoprisse, il tempo di volo fra Russia e l’obiettivo in Ucraina è questione di pochi minuti».

Gli ucraini vorrebbero artiglieria più potente, razzi a gittata più lunga. L’Amministrazione frena, perché?
«Biden vuole far di tutto per evitare l’escalation. Ritengo invece che dovremmo dare a Kiev tutte le armi più avanzate che servono. Ragionare sui chilometri di range è una questione arbitraria. Ma non regge a quanto accade sul campo».

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

Pd, prima del nome cambi i dirigenti

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Annalisa Cuzzocrea

Forse bisogna tornare a chiedersi quale fosse il destino scritto in quel nome, Partito democratico, prima di buttarlo via. Ricordare quando nacque, dalla fusione di Ds e Margherita, con l’ambizione di contrastare la forza berlusconiana che aveva tirato fuori la destra dall’oblio e l’aveva già una volta portata al potere insieme a un centro conservatore e connivente. Nacque nel 2007, il Pd. Già nel 2008, il centrodestra vinceva di nuovo. Il primo di molti fallimenti. E anche allora, c’era chi non vedeva l’ora di cambiare linea e segretario, senza fermarsi a capire le ragioni della sconfitta. O meglio, sciorinando ognuno motivi funzionali alla propria piccola battaglia di potere. C’era da aspettarselo. Un anno prima, al Congresso di scioglimento dei Ds a Firenze, ogni dirigente che prendeva la parola per spiegarne le ragioni, con discorsi a tratti ispirati, aveva alle spalle un nemico interno che faceva un sarcastico controcanto nelle retrovie. Chi dice oggi che il problema del Pd è la mancata fusione tra l’anima social democratica e quella cattolica democratica sa di prendere una rapida scorciatoia. Non è mai stata quella la faglia di divisione. Ci sono ex ds che sono andati molto più d’accordo con persone di ispirazione cattolico-democratica, com’era David Sassoli, che con i loro vecchi compagni nelle federazioni giovanili del Pci.

E allora forse bisognerebbe lasciarla in pace, quell’ambizione, l’unica in grado di formare un partito plurale come quelli che da decenni esistono in ogni parte del mondo libero. E bisognerebbe concentrarsi su cosa, su chi. A partire da chi ha sbagliato: da chi sapeva che senza un’alleanza larga era impossibile vincere e anche perdere bene, ma non è riuscito a costruirla. Da chi ha pensato che per rianimare il Sud bastasse bussare alla porta dei potentati locali di Michele Emiliano e Vincenzo De Luca, usurati, consumati, afoni. Da chi ha creduto che l’importante fosse spartire i pochi posti disponibili tra le correnti per mantenere una pace utile allo status quo. Da chi sulle liste ha fatto dossieraggi interni per far spazio a se stesso o ai propri candidati. Da chi non ha pensato che dopo sei o sette legislature, forse sarebbe meglio salutare, andare, riflettere, mettersi al servizio.

Quel che sta accadendo adesso, dentro e fuori quello che resta comunque il primo partito di opposizione alla destra che si appresta a governare, è esattamente il contrario: si pensa al nome per non pensare alla cosa. Si pensa al simbolo per non sciogliere il nodo eterno: a chi deve parlare quel logo rosso e verde? Chi deve tutelare? Chi rappresenta? Chi si sente già al sicuro o chi ha perso ogni certezza? Chi vuole stabilità o chi ha bisogno di fare una battaglia? Chi ha più risorse o chi ha più paura? Ci sono molte insidie dentro questo gioco al massacro che sta crescendo dentro e fuori il Pd. Proviamo a metterle in fila, perché non è cadendoci dentro che questa legislatura – guidata da una maggioranza di destra così forte – avrà un’opposizione in grado di contrastare i pericoli di un Parlamento così sbilanciato. Molti di coloro che oggi invocano lo scioglimento del Pd perché confluisca in qualcosa di nuovo, lo fanno perché dell’ambizione iniziale di un grande partito plurale non sanno più che farsene. Da una parte, ci sono dirigenti e intellettuali attratti dal populismo grillino, incarnato nelle forme più educate e presentabili di Giuseppe Conte. Tralasciandone le ambiguità, le furbizie, gli errori, l’incapacità di credere in mediazioni accettabili nel nome di un eterno vittimismo. Dovrebbe accadere qui quel che è accaduto in Francia, con la sinistra storica che si mette sotto le ali di un Mélenchon all’italiana, anche se l’originale, il leader della France insoumise, quando è venuto in Italia con i 5 stelle non ha neanche voluto parlare.

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

Caos Lega, assedio a Salvini

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Francesco Moscatelli

MILANO. Grande è la confusione (apparente) sotto il cielo leghista. Mentre Matteo Salvini è impegnato a massimizzare il peso dei suoi 95 parlamentari all’interno della maggioranza di centrodestra e ha convocato per oggi un altro «federale», dentro e accanto al partito si agitano gli spettri del «fronte del Nord». Un fronte composto da soggetti diversi che condividono un’analisi impietosa del cattivo risultato elettorale («Abbiamo perso perché abbiamo smesso di parlare ai ceti produttivi del Nord») e il conseguente generico appello ad «ascoltare di più i territori».

Premesse, slogan e parole chiave sono simili. Gli obiettivi – l’assedio alla segreteria Salvini? – chissà. Il «fronte del Nord», infatti, è più che mai affollato. C’è Umberto Bossi che ha lanciato il «Comitato Nord» per affrontare di petto la questione settentrionale e che ieri mattina ha convocato nella sua casa di Gemonio l’ex segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi e l’eurodeputato Angelo Ciocca per affidare loro l’organizzazione del nuovo soggetto «che resterà comunque all’interno della Lega per Salvini premier». Ci sono i governatori Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e sempre di più anche Attilio Fontana che chiedono di spingere sull’autonomia e che nell’ultimo consiglio federale hanno preteso date certe sulla celebrazione dei congressi provinciali e regionali e sugli aventi diritto al voto. C’è la base della Liga Veneta che condivide le richieste dei governatori e che sul tema dell’autonomia pungola via Bellerio un giorno sì e l’altro pure. «L’autonomia delle regioni del Nord è una priorità politica di eguale valore al caro bollette – hanno scritto proprio ieri i consiglieri regionali veneti Gabriele Michieletto e Roberta Vianello -. Non possiamo più attendere. E solo la Lega può portare a compimento questa riforma. Sulla stampa leggiamo del toto-ministri. Ma la scelta migliore rimane il segretario Salvini: è sicuramente lui l’uomo migliore al ministero degli Affari Regionali; per quanto riguarda il Viminale, la Lega può sfoderare altre validissime alternative». Ben più che un tentativo di mettere Salvini con le spalle al muro. Ma dentro il «fronte del Nord» ci sono anche i «leghisti eretici» alla Roberto Castelli, ex Guardasigilli, che tempo fa ha fondato il contenitore «Autonomia e libertà» pur non uscendo dalla «Lega per Salvini premier» (qualcuno vocifera che dopo le sue ultime sparate si starebbe valutando di espellerlo), e i «leganordisti» capitanati dagli ex colonnelli maroniani Gianni Fava e Gianluca Pini, che combattono per recuperare il simbolo della Lega Nord e che hanno convocato un’assemblea per il prossimo 15 ottobre nella brianzola Biassono. Un sorta di neo-Pontida anti-salviniana.

Fin qui la mappa. Cercare di capire dove sfocerà tutta questa agitazione nordista, però, è complicato. Gli stessi protagonisti non si sbilanciano. «Bossi mi ha tirato giù dal letto – racconta Paolo Grimoldi, uno che sta raccogliendo le firme dei militanti per chiedere che si svolga al più presto il congresso lombardo – . Mi ha chiesto una mano per organizzare il comitato a livello locale e provinciale, in Lombardia ma anche nelle altre regioni, e mi ha ripetuto più di una volta che è molto arrabbiato perché qualcuno dice che dietro questo progetto ci sarebbe qualcun altro. “Dietro Bossi c’è solo Bossi”, ha insistito, prima di sfidarmi a braccio di ferro». Pausa. «Ovviamente ha vinto lui». Anche Angelo Ciocca, che ha fatto tappa a Gemonio lungo la strada fra Pavia e Strasburgo, è abbottonato: «Ho visto il Capo, non c’erano né il figlio Renzo né altri. Bossi vuole solo evitare che la Lega si sfasci. Guarda al futuro, non al passato».

Si tira fuori invece Marco Reguzzoni, capogruppo della Lega alla Camera fino al 2012, poi animatore della lista «Grande Nord», da molti indicato come l’ispiratore del Senatùr: «Io non sono il regista di niente. Non ho più la tessera da tanti anni, nel merito non c’entro niente e non sono coinvolto». Una risposta che non convince Gianni Fava, ultimo antagonista di Salvini al congresso del 2017: «Vorrei incontrare Bossi, ma non me lo permetteranno. Questa operazione segna il ritorno del “Cerchio Magico”, non ci mancava. Le circostanze con le quali nasce la cosiddetta corrente bossiana sono quantomeno sospette. Perché tutta questa fretta e perché proprio ora? Marco Reguzzoni è da sempre abile regista di queste operazioni che vorremmo non servissero però a portare acqua al mulino dell’agonizzante Lega salviniana». E i fedelissimi di Matteo Salvini? Loro, a sentir parlare di «fronte del Nord» fanno spallucce e liquidano il tutto come «nostalgie».

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

È impasse sul Tesoro, Meloni spera nel Colle per convincere Panetta

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Ilario Lombardo, Francesco Olivo

ROMA. Come sempre succede, arriva un punto in cui il silenzio si fa insostenibile e i politici tornano a rilasciare dichiarazioni. Giorgia Meloni ha compreso che sette giorni con la bocca cucita, o sbocconcellando qua e là mezze parole ai microfoni, sono troppi. I vuoti si riempiono comunque. Magari di sospetti, ansie e sussurri velenosi dei suoi alleati, che, come tutti, vogliono capire cosa abbia in mente la futura premier. L’accusano di essere «draghiana», nella forma e nei contenuti, perché si starebbe spendendo per un governo meno politico e più a trazione tecnica, e perché non fa che mantenere la linea dell’esecutivo uscente. Una ricostruzione che non le piace e che forse è figlia del mutismo imposto a tutto lo staff e agli uomini di fiducia, perché veicolata da Lega e Forza Italia: «Cercare di organizzare una transazione ordinata nel rispetto delle istituzioni – risponde la premier in pectore – è una cosa normale, non è un inciucio». Normale, per Meloni, è sentirsi con Mario Draghi; normale è farlo anche con il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, per discutere di energia e saldare la battaglia sul price cap in Europa.

In realtà, le risposte di Meloni sono frutto del nervosismo che sta dilagando dentro la coalizione di centrodestra. Fuori dalla Camera afferma che non bisogna perdere tempo, che «fare in fretta» è necessario per le scadenze che attendono l’Italia, e che è probabile che alle consultazioni al Quirinale il centrodestra andrà assieme e non diviso. La squadra dei ministri da presentare a Sergio Mattarella però non è completa. Anzi, a sentire i vertici di Lega e FI, la leader di Fratelli d’Italia avrebbe qualche serio problema a incastrare tutte le caselle dei ministeri. A partire dallo snodo fondamentale. Il Tesoro. Senza un nome all’altezza, in grado di rassicurare il Colle e l’Europa, il governo partirebbe zoppo. L’impasse sul ministero dell’Economia è dovuta al no insistito di Fabio Panetta. Il rappresentante italiano nel board della Banca centrale europea continua a opporre resistenza. A 63 anni, il suo obiettivo rimane la carica da governatore di Bankitalia, che vedrebbe sfumare se dovesse accettare di guidare il Mef. Da come la descrivono alleati e amici di partito, Meloni è arrivata a sperare in una telefonata di Mattarella: l’unico a cui Panetta non potrebbe dire di no.

C’è comunque un’ipotesi B, nel caso in cui Panetta s’impuntasse. E non è Domenico Siniscalco, su cui, a quanto pare, la presidente di FdI avrebbe qualche perplessità. Ma Daniele Franco. È il nome che piace a un pezzo di Lega e non dispiace a molti dei meloniani, che pure comprendono la portata simbolica di una riconferma dell’attuale ministro dell’Economia, in senso sia positivo sia negativo. Avrebbe indubbiamente la forza di tranquillizzare Bruxelles e le cancellerie europee, ma sarebbe anche la prova che Meloni sta di fatto reimpostando il lavoro economico della squadra di Draghi. Il diretto interessato nicchia e fa sapere, pure lui, di non essere disponibile. Nel futuro governo – è lo schema – sarebbe affiancato da due viceministri politici, con deleghe significative. Uno sarebbe Maurizio Leo, responsabile economico di FdI, l’altro Federico Freni, l’attuale sottosegretario, a cui l’ipotesi – parole sue – «fa venire gli occhi a cuoricino».

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

Meloni, il «lodo» per scegliere i ministri. La leader: fare presto, scadenze importanti

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di Paola Di Caro e Marco Cremonesi

Nessuno andrebbe in un dicastero che ha già guidato. La linea: i tecnici? Se ci sono io l’esecutivo è politico

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Lei continua a lavorare a testa bassa, su dossier economici e crisi energetica, con la «stella polare» della «difesa dell’interesse nazionale italiano, in un contesto internazionale sempre più complesso». Per questo, Giorgia Meloni non vuole perdere un minuto di più: «Vediamo di capire quando sono le consultazioni – dice ipotizzando che il centrodestra si presenti con una delegazione unica al Colle — bisogna cercare di fare presto, ci sono troppe scadenze importanti». E così Meloni ragiona anche su come sminare il campo da problemi che rischiano di incancrenirsi. Il caso Salvini-Viminale, per cominciare. Ma anche quello sulla presenza di tecnici nel governo.

Ed ecco emergere una novità, battezzata dai suoi il «Lodo Meloni». Anche se non è detto che l’idea originaria sia proprio della premier in pectore , di sicuro lei ci sta pensando. Da dirsi è semplice: nessuno potrà fare il ministro nel suo governo se già lo ha fatto in precedenza nello stesso ministero. «Nessuno può stare dove già è stato» come dicono in FdI. Il lodo servirebbe a ribadire la discontinuità netta con il passato. Con il governo Draghi, da un certo punto di vista. Che però forse nemmeno è quello principale, ma che pure è significativo di fronte a voci di conferma di alcuni ministri attuali. Tecnici magari, a proposito dei quali ieri la leader di FdI ha detto che chi parla di un «caso tecnici» nel governo dice cose «surreali». La sua linea, spiegano i fedelissimi, è chiara: «La politica deve avere l’umilità di chiedere quali possano essere le soluzioni migliori», ha detto. Quindi, è la previsione, 4-5 tecnici (ma non la metà, come si è scritto, Meloni consiglia «prudenza») ci saranno, con ogni probabilità in ministeri economici, ma non solo. E raccontano che lo stesso Berlusconi ne avrebbe a lei «proposti tre», che potrebbero «rappresentare tutta la coalizione». Chi siano non viene svelato, ma qualcuno fa identikit: «Sul genere di ad o presidenti di Enel, Eni, attuali o ex…».

In più Meloni precisa: non possono essere considerati tecnici eletti come Pera, Terzi di Sant’Agata o Nordio, ormai in Parlamento. Comunque, ha spiegato nei faccia a faccia Meloni «non esiste un governo tecnico se il premier, che dà la linea, è politico. La mia presenza è già garanzia di governo politico. Così come i provvedimenti che vareremo e che sono nei nostri programmi». E allora non sembra un caso che Meloni precisi come ai prossimi vertici europei, sia che a rappresentare l’Italia sia Draghi sia che tocchi a lei, arriveranno a Bruxelles documenti «frutto del lavoro dell’esecutivo oggi in carica», non del suo. Non significa ci siano «fratture» con Draghi, anzi c’è «collaborazione». Ma non c’è o ci sarà un governo che semplicemente prosegue sulla strada precorsa da quello tecnico precedente. Comunque vadano le trattative in Europa. E dunque si torna al Lodo. Lega e FI sono molto sospettose. Chiaro che il niet a un bis nello stesso dicastero esclude la possibilità che Matteo Salvini assurga al Viminale, come chiedono i suoi fedelissimi. «Ma — dice un esponente di FdI — il discorso vale per tutti, non è affatto pensato per la Lega». E peraltro, già da qualche giorno, i leghisti sembrano rassegnati al fatto che il loro segretario svolga il suo incarico fuori dal Viminale. E dunque niente Giancarlo Giorgetti al Mise (ma di lui si continua a parlare come del prossimo presidente della Camera). Ma anche niente Ignazio La Russa alla Difesa: per lui è forte l’ipotesi presidenza del Senato, che sarebbe un problema per un candidato naturale come Roberto Calderoli, anche se in Lega molti già lo vedono come ministro per i Rapporti con il Parlamento. E poi, niente Erika Stefani agli Affari regionali, vetrina delle Autonomie.

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

Crisi energetica Bonus Enel, risparmi in bolletta per chi riduce i consumi: ecco cos’è

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di Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Bonus Enel, risparmi in bolletta per chi riduce i consumi: ecco cos'è

Un piccolo bonus direttamente in bolletta per i clienti Enel Energia che mostreranno un’attenzione verso il risparmio energetico. È l’iniziativa che il gruppo ha pensato per premiare, di fatto, i comportamenti virtuosi: chi nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2022 consumerà meno rispetto a un anno prima, riceverà il bonus. Ad annunciarlo, oggi 3 ottobre, è stato l’ad del gruppo Enel, Francesco Starace, intervenendo a una conferenza all’Università Luiss di Roma: «Stiamo cercando soluzioni innovative per premiare chi risparmierà energia nei prossimi mesi», ha detto Starace intervenendo a una conferenza all’Università Luiss di Roma. In realtà, le lettere con la spiegazione dell’iniziativa EssenzialMente stanno arrivando già da alcune settimane ai clienti Enel Energia. Energia

Come funziona il bonus

Il bonus consiste in 10 centesimi per ogni kWh risparmiato nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2022 rispetto a quanto consumato nei tre corrispondenti mesi dell’anno 2021. Per aderire all’iniziativa non si deve fare nulla. Il bonus, infatti, viene riconosciuto automaticamente entro la seconda bolletta utile del 2023 o, in caso di recesso e/o voltura, con la bolletta di chiusura. Hanno diritto all’agevolazione, spiega Enel nella lettera inviata ai clienti, le forniture a prezzo fisso nei mesi in cui il valore medio del prezzo unico nazionale (il Pun è il prezzo di riferimento all’ingrosso dell’energia elettrica che viene acquistata sul mercato della Borsa Elettrica Italiana) sarà superiore a 400 euro al MWh. I dati di riferimento devono essere quelli reali e non quelli stimati e nel caso la sottoscrizione del contratto con Enel Energia sia stata fatta entro gli ultimi 12 mesi, i dati di consumo saranno confrontati con i dati storici del Pod, il codice identificativo del punto di fornitura se disponibili nel Sistema Informativo Integrato. Energia

Il vademecum di Enel

L’obiettivo di Enel, al di là del piccolo contributo economico, è sensibilizzare i suoi circa 9 milioni di clienti, tra domestici e business, sul tema del risparmio energetico. La crisi energetica che stiamo vivendo richiede infatti che tutti mettano in atto comportamenti virtuosi per consumare meno energia possibile e mitigare così gli effetti della e contrastare l’aumento dei costi. Per questo, nella lettera inviata ai clienti, Enel ha inserito anche una sorta di vademecum per risparmiare in bolletta e riuscire così più facilmente ad avere il bonus. Per usare al meglio l’energia, Enel consiglia di:
* scollegare gli alimentatori dalle prese elettriche quando non utilizzate;
* evitare di lasciare accesi oggetti in modalità stand-by;
* non dimenticarsi di sbrinare frigo e congelatore appena compaiono formazioni di ghiaccio;
* avviare gli elettrodomestici solo a pieno carico e possibilmente nella fascia oraria più conveniente;
* utilizzare lampadine a LED;
* regolare la temperatura degli ambienti senza eccessi;
* conservare la temperatura ottimale raggiunta evitando dispersioni;
* usare quando si può il piano induzione per cucinare e le pompe di calore per riscaldare;
* scegliere elettrodomestici con una classe energetica elevata.

CORRIERE.IT

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

Tetto al prezzo del gas, il piano italiano per convincere l’Europa a fermare la speculazione

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di Fabio Savelli

Un prezzo «che diventa modulare». Che oscilla all’interno «di una forchetta. Con un valore minimo e un valore massimo», mutevoli anche quelli, «a seconda dell’andamento globale del mercato del gas». Soprattutto una «nuova piattaforma di contrattazione del metano» che archivierebbe quella olandese, il Ttf ora il parametro per l’Europa, ritenuta «poco liquida», perché intermedia solo uno o due miliardi al giorno per valore diventando «schiava» della speculazione ad ogni notizia sensibile.

Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina

Al suo posto un nuovo indice calcolato sulla media quotidiana dei prezzi di tre listini chiave nel mercato internazionale delle materie prime: 1) l’Henry Hub americano, che ha prezzi storicamente inferiori a quelli del Ttf, anche per effetto del fatto che gli Stati Uniti restano un grande produttore di gas naturale liquido; 2) Il Jkm, parametro per il gnl sul mercato asiatico; 3) Il Brent, la borsa del petrolio di Londra storicamente condizionata dalle forniture norvegesi, con i suoi duemila miliardi al giorno di titoli scambiati. Energia

Sono gli elementi chiave del piano che l’Italia presenterà al Consiglio Ue dei capi di governo previsto a Praga da giovedì. L’ennesimo tentativo negoziale per convincere i Paesi restii dell’Europa portandoli su una posizione univoca sul tema del prezzo del gas cresciuto anche di venti volte rispetto all’anno scorso. Una proposta a cui sta lavorando il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, con la collaborazione dei tecnici guidati da Sara Romano, a capo del dipartimento Energia e Clima dello stesso dicastero. Il nodo principale per i Paesi del Nord Europa, in testa la Germania, resta il rischio di scarsità di gas che un tetto massimo al prezzo determinerebbe su chi lo vende all’Europa e sarebbe dunque orientato a preferire altri mercati, come la Cina, che potrebbero offrire di più per comprarlo. Per questo Cingolani vuole sterilizzare questo rischio evitando di portare l’Europa in perfetta solitudine sul mercato del gas invece totalmente interconnesso a livello globale in cui la Russia, principale fornitore per l’Europa con i suoi 150 miliardi di metri cubi all’anno, è solo uno degli attori in campo. l’emergenza

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

東京・千代田区でもサイレン「避難して」 Jアラート対象外でなぜ

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4日早朝、北朝鮮から弾道ミサイルの可能性があるものが発射され、政府は北海道や青森県、東京都の島嶼(とうしょ)部を対象に警戒と避難を呼びかけるJアラート(全国瞬時警報システム)を発令した。遠く離れた東京都心の街中でもサイレンの音と… [続きを読む]

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nonsolofole @ Ottobre 4, 2022

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