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Variante Delta del Covid in Italia: cos’è lo «scenario inglese» e cosa potrebbe succedere in autunno

Alessandro Sallusti e lo stato d’emergenza: “Pieni poteri, pieni doveri”, perché Draghi è nel giusto

Quelle vite prigioniere e l’algoritmo Quelle vite prigioniere e l’algoritmo

Il triste declino di Giuseppe Conte che sognava di essere un re: l’avvocato dei cinesi finirà nell’irrilevanza

Variante Delta del Covid in Italia: cos’è lo «scenario inglese» e cosa potrebbe succedere in autunno

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di Cristina Marrone

Variante Delta del Covid in Italia: cos'è lo «scenario inglese» e cosa potrebbe succedere in autunno

Per alcune settimane il Regno Unito ha tremato a causa della diffusione della variante Delta, più contagiosa almeno del 60% rispetto alla variante Alfa (inglese) che a sua volta è più contagiosa del 50% rispetto al ceppo originario di Wuhan. L’aumento dei contagi ha spinto il governo britannico a ritardare le aperture per bloccare la circolazione del ceppo altamente contagioso. La variante costituisce ormai il 96% dei casi e si diffonde soprattutto tra i giovani tra i 10 e i 29 anni. Il 68% delle persone contagiate dalla Delta sono soggetti non vaccinati. Meno del 5% dei casi hanno riguardato persone di età pari o superiore ai 60 anni. Per giorni si è registrato un aumento esponenziale dei casi, come nell’autunno scorso, tuttavia i ricoveri sono cresciti molto più lentamente e hanno coinvolto in particolare giovani tra i 25 e i 44 anni.

La corsa della variante indiana rallenta

Da qualche giorno però la variante indiana sta rallentando la sua corsa: i contagi continuano a crescere, avendo ormai superato la soglia dei diecimila al giorno, ma a un ritmo inferiore rispetto a qualche settimana fa. Oggi solo l’1% dei posti letto ospedalieri è occupato dai pazienti Covid e in un terzo degli ospedali non c’è neppure un ricoverato per il virus. Anche la mortalità per Covid è crollata. Secondo gli scienziati inglesi tra un paio di settimane dovrebbe registrarsi un’inversione di tendenza. Quello che sta vivendo la Gran Bretagna è un nuovo picco di contagi, dovuto all’alta trasmissibilità della variante Delta, ma senza le drammatiche conseguenze vissute nella scorsa ondata dove si sono contati anche oltre mille decessi al giorno.

Il merito dei vaccini

Il merito è dei vaccini, che si sono rivelati efficaci anche con la variante Delta, seppur con una leggera perdita di efficacia. E lo dimostra il fatto che la maggior parte dei contagiati sono persone non vaccinate, in particolare giovani (solo da qualche giorno le vaccinazioni sono state aperte a tutti i maggiori di 18 anni), oppure persone anche più in là con l’età che hanno scelto di non vaccinarsi. Si registrano casi di contagi anche tra completamente vaccinati, ma si tratta in genere di infezioni asintomatiche o paucisintomatiche.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Alessandro Sallusti e lo stato d’emergenza: “Pieni poteri, pieni doveri”, perché Draghi è nel giusto

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Alessandro Sallusti

A poche settimane dalla scadenza, si scalda la polemica per il rinnovo dei pieni poteri al premier sulla gestione dell’emergenza Covid; quei pieni poteri che Conte si era dato all’inizio della pandemia per accelerare – senza passare le forche caudine di governo e Parlamento – le decisioni più urgenti. Molti amici liberali so che già storcono il naso: basta, Draghi o non Draghi il potere torni nei suoi luoghi naturali, anche a costo di perdere efficienza e tempestività. Io, che pure liberale sono, sarei più cauto e meno dogmatico e anche a Conte ho sempre contestato non l’abuso di potere bensì il suo cattivo utilizzo. È vero che i famosi Dpcm, i decreti firmati in solitudine dal Presidente del Consiglio, sono forzature delle regole democratiche ma è altresì vero che sono previsti dalla Costituzione e che le azioni del premier rimangono comunque sotto il controllo della maggioranza e del Parlamento, che in ogni momento può sfiduciarlo.
Per di più, ci muoviamo su un terreno, quello scientifico-sanitario, sul quale la competenza dei politici è di fatto pari a zero. Che ne sanno senatori e deputati di qual è il momento giusto per togliere la mascherina o di quanto sia pericoloso mixare i vaccini? Su questi temi non ha senso un dibattito tra libere opinioni, la scelta va presa dal responsabile in capo, sentiti gli esperti. Perciò non ritengo che sia un colpo di Stato prolungare i pieni poteri del premier. Tempi e riti della democrazia sono incompatibili con la rapidità d’azione che la situazione richiede sia nel limitare alcune libertà sia nello sbloccarle cessato l’allarme. Un amico esperto mi ha obiettato: basterebbe all’occorrenza convocare un consiglio dei ministri straordinario e il risultato sarebbe identico

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Quelle vite prigioniere e l’algoritmo Quelle vite prigioniere e l’algoritmo

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MASSIMO GIANNINI

È tornato l’Occidente. Lo ripetiamo orgogliosi da una settimana, brindando al primo tour europeo di Joe Biden. Abbiamo buone ragioni per farlo. Tra il G7 a Carbis Bay in Cornovaglia, il vertice Nato, il bilaterale Ue-Usa a Bruxelles e l’incontro con Putin a Ginevra, il presidente americano ha ricucito lo strappo trumpiano delle relazioni transatlantiche: la vecchia “Coalition of the Willing” delle democrazie liberali contro il nuovo “Asse del Male” delle autocrazie imperiali. L’abbraccio con l’Amico Ritrovato ha un sicuro impatto simbolico ma un incerto effetto pratico: i prossimi mesi diranno se e in che misura la condivisione dei valori si tradurrà in ricomposizione degli interessi. C’è ancora tanta strada da fare. Su molti dossier l’Europa non è ancora l’Unione che speriamo (come osserva Giampiero Massolo) e l’America non sarà mai la “mamma” che sogniamo (come avverte Lucio Caracciolo). Sulla pandemia e sul clima i risultati dei summit sono stati deludenti. Ma intanto accontentiamoci di questo: dopo gli anni della zona grigia con la Cina e della guerra fredda con la Russia, almeno sappiamo di nuovo qual è il nostro posto nel mondo.

Ma le buone notizie finiscono qui. Mentre sul fronte internazionale celebriamo il ritorno dell’Occidente, sul fronte interno scopriamo invece che è tornato il Far West. Nella stessa settimana in cui Draghi incontrava i Grandi della Terra, nell’agra provincia italiana abbiamo conosciuto l’altra faccia del dramma del lavoro. Lunedì scorso a Tavazzano, a due passi da Lodi, scontri violenti tra operai davanti ai cancelli della FedEx: un ferito grave e otto più lievi. Ieri a Novara picchetto di Cobas davanti alla Lidl: Alessio Spaziano, camionista di 25 anni che vuol fare le sue consegne, con il suo Tir travolge e uccide Adil Belakhdim, sindacalista di 37 anni che presidiava gli ingressi.

Camionisti contro facchini, trasportatori contro magazzinieri, vigilanti contro sindacalisti. Comunque, lavoratori contro lavoratori. Benvenuti nella nuova lotta di classe 4.0. Quella che si combatte nell’ultimo anello della cosiddetta “catena del valore”. Quello più fragile, più debole, più precario. Quello degli Invisibili della Logistica, dove non regnano regole e non abitano diritti. Il Far West, appunto. Il giovane Adil, nella landa dispersa di Biandrate, è morto per difendere quegli Invisibili. Umani, ma prigionieri dell’Algoritmo, che li comanda attraverso i circuiti arcani della Rete e li obbliga a consegnare almeno 150-200 pacchi al giorno in giro per l’Italia. Con turni da 13-14 ore consecutive, e una paga che spesso non supera i 7-800 euro al mese. Ci ostiniamo a chiamarlo “lavoro”, ma non lo è: il lavoro è emancipazione, uguaglianza, cittadinanza. Questa, al contrario, è la moderna schiavitù che regge la macchina dell’e-commerce planetario. Una miriade di 110 mila aziende, per quasi un milione di addetti. Si spartiscono le gare al massimo ribasso, polverizzando le commesse in appalti e subappalti.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Il triste declino di Giuseppe Conte che sognava di essere un re: l’avvocato dei cinesi finirà nell’irrilevanza

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Luigi Bisignani

Caro direttore, «Giuseppi» come Calimero, piccolo e nero. Nero di rabbia perché nell’agenda di giugno aveva segnato una bella gita in Cornovaglia con il debuttante Joe per il G7 e «vertice Nato» insieme, tra gli altri, ad Angela, Ursula e all’autobiografico Rocco. Si è ritrovato, invece, con una pizza doppia mozzarella «da Michele» a Forcella con la fascinosa consigliera regionale grillina Valeria Ciarambino. Piccolo perché nonostante il nodo degli iscritti al movimento sia sciolto, i sondaggi non lo premiano affatto. Allora la nostalgia dei tempi andati lo assale, il pensiero degli Stati Generali di un anno fa, organizzati in pompa magna attorno al premier-Sole dal gran maestro di cerimonie Casalino lo intristisce.

Sembra gli si addica perfettamente la sindrome di Propp, uno studioso russo dei riti di iniziazione e delle origini delle fiabe nelle società tribali, in cui i personaggi sono coltivatori di buoni propositi, quasi mai realizzati. L’ex Premier da tempo sta cercando di costruirsi un’immagine fuori dagli schemi, che rassicuri e stupisca, appunto, come in una fiaba. Gli è riuscito per un po’, ma poi l’incantesimo si è spezzato perché la sua immagine si è ormai indelebilmente legata al periodo più cupo nella storia del nostro Dopoguerra, quando dalle sue conferenze improvvise a reti unificate e in diretta social gli italiani aspettavano con ansia di conoscere il proprio destino, su cosa fosse «consentito» e cosa no. E ancora oggi vive un continuo conflitto di personalità, quasi fisico: da un lato, la formichina laboriosa nel piccolo ufficio che la sua premurosa fidanzata Olivia gli ha allestito «Chigi style» a pochi passi da piazza Colonna, dall’altro, il leader descamisado alla Peron che va incontro alle folle «Mastellate» nei vicoli di Napoli con la grancassa della propaganda Rai, finché c’è.

Da avvocato degli italiani ad avvocato dei cinesi. Mentre era al governo, il fenomeno Conte brillava con il favore di tutte le stelle perché riusciva a mediare l’impossibile, facendo ricadere le colpe sui vari alleati che si sono avvicendati al suo fianco, da Salvini a Zingaretti, per non parlare di Grillo e Di Maio, che l’hanno sempre supportato. Ma ora che le stelle sono rimaste solo cinque, come l’Enrico IV di Pirandello, ha una piccola corte che lo venera e non fa che contare i fedelissimi in Parlamento, come il ministro dell’Agricoltura Patuanelli che gli preannuncia telefonate che non arrivano mai, a partire da quelle di Draghi, che forse si diverte a rendere la pariglia per non essere stato mai richiamato quando era lui l’inquilino del Palazzo.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Zero volontari ai gazebo dem? Si reclutano a pagamento

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Francesco Curridori

Nel Pd si aggira lo spettro di un nuovo flop alle primarie. Una settimana fa è toccato a Torino, mentre oggi si vota a Bologna e a Roma.

Da cosa nasce una previsione così pessimista? Dal fatto che stavolta mancano i volontari per allestire i gazebo. Una conferma arriva direttamente dalla base Pd. Nelle chat dei giovani democratici è iniziato a diventare virale un messaggio con il quale si cerca di reclutarli a pagamento. «Compagni e compagne. Servirebbe urgente aiuto al Pd Lazio in via degli Scialoja 3 per preparare il materiale delle primarie. Bisogna andare appena possibile (dalle ore 18), e proseguire finché serve. Paga: 50,00 a testa. Girate serenamente il messaggio», si legge in una chat di partito che Il Giornale ha potuto visionare.

«In ogni municipio ci sono più seggi e i segretari dei municipi hanno problemi a reperire i volontari e, quindi, ora cominciano a chiedere che vengano pagati. Poi, in realtà, dovrebbe esserci anche un rappresentante di lista per ogni candidato, ma questo è impossibile perché, in alcuni municipi, molti candidati non conoscono le persone che li voteranno», ci spiega un militante che ci chiede di mantenere l’anonimato. E aggiunge: «Ogni circolo Pd ha dei militanti, ma non in numero sufficiente per restare domenica tutto il giorno in 4-5 gazebo per ogni municipio. E, soprattutto, disposti a farlo gratis».

Serve qualcuno che aiuti a montare materialmente i gazebo e a preparare i kit con le schede per il voto e, perciò, è stato chiesto ai giovani democratici non solo di lavorare per 50 euro, ma di diffondere questo messaggio anche ai loro amici. Il problema di fondo è che stavolta la gestione delle primarie non è centralizzata, ma demandata ai vari municipi e «tantissimi delegati hanno problemi a trovare i volontari che devono essere tre per ogni seggio, ossia un presidente e due scrutatori», precisa un altro militante.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Draghi e lo strappo con Speranza: “Sbagliato imporre il mix di vaccini”

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ILARIO LOMBARDO

ROMA. «Ora è stato chiarito tutto». Era il 13 giugno scorso e così Mario Draghi, al termine del G7 della Cornovaglia, si diceva certo che dopo il pronunciamento del ministro della Salute Roberto Speranza la campagna vaccinale sarebbe continuata spedita. Quel giorno Speranza aveva sancito l’obbligatorietà del mix di vaccini, una soluzione che l’Italia imparerà subito a conoscere come «eterologa»: chi fino a 60 anni aveva fatto la prima dose con AstraZeneca avrebbe dovuto fare la seconda inoculazione con Moderna o Pfizer.

Appena una settimana dopo questa perentorietà viene smontata. Draghi è costretto a rimangiarsi quello che aveva detto. Non tutto, dunque, era stato chiarito. È facile intuire l’irritazione che il premier fatica a trattenere durante la conferenza stampa convocata in fretta e senza preavviso, venerdì, di ritorno da Barcellona. Ma cosa c’è dietro, e verso chi rivolge la sua ira, è questo che va ricostruito. E tutti gli indizi sembrano portare al ministro Speranza, con cui era andato in rotta di collisione anche riguardo alla necessità o meno di prorogare lo stato di emergenza. Non dà colpe a nessuno esplicitamente, l’ex banchiere, ma ammette per la prima volta la «confusione», senza optare per un termine più edulcorato. Ce l’ha con la confusione delle autorità sanitarie, da una parte il ministero che impone l’obbligo dell’eterologa, dall’altra l’agenzia del farmaco, l’Aifa, che sarebbe più prudente.

A Draghi è evidente un’ovvietà: è l’intero governo, e quindi anche lui, a poter essere travolto da decisioni prese e rimesse in discussione magari il giorno dopo. Proprio questo giornale gli aveva chiesto al castello di Tregenna, a Carbis bay, una parola di chiarezza e di individuare le responsabilità politiche dell’enorme pasticcio che si viveva in Italia: gli open day aperti a tutti, nonostante le raccomandazioni del Comitato tecnico-scientifico di non inocularlo sotto i 60 anni. La morte della diciottenne ligure Camilla scatena una reazione emotiva nell’opinione pubblica che si riverbera subito nella politica e sulle decisioni delle autorità pubbliche. A fine G7 Draghi risponde che è «sempre complicato ricostruire le responsabilità politiche», di una situazione che è in evoluzione. Aggiunge che le indicazioni del Cts erano chiare e «invece i vaccini sono stati usati per tutti perché le cause farmaceutiche non mettono un limite nel loro foglietto illustrativo». Draghi era convinto – o almeno appariva tale – che il caos sull’opportunità di inoculare AstraZeneca durante gli open day, anche sotto i 60 anni, sarebbe rientrato facilmente dopo la decisione di Speranza. Così non è stato. Sette giorni dopo, di quelle parole resta solo l’eco amara della smentita. A Draghi non piace sbagliarsi. Chi lo conosce lo sa. Si fida di coloro a cui delega il compito di prendere le decisioni: dal Cts al ministro della Salute, allo staff incaricato della comunicazione. Negli ultimi giorni è successo di tutto. Prima la Campania e subito dopo il Lazio – dove un cittadino su dieci che deve fare il richiamo non vuole cambiare vaccino – si ribellano al diktat di Speranza. Al premier mostrano i dati di un crollo improvviso delle somministrazioni, probabilmente provocato da queste incertezze comunicative. Con la variante Delta del virus che si diffonde con più facilità, se la campagna vaccinale si impantanasse sulla seconda dose le conseguenze sarebbero disastrose. È per questo che il premier strappa con la sua consuetudine di non convocare mai all’ultimo, e d’urgenza, una conferenza stampa per non dare l’impressione dell’emergenza.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Salvini in piazza contro le toghe prende il testimone di Berlusconi

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AMEDEO LA MATTINA

ROMA. Forse esagera Matteo Salvini quando dice di sentire Silvio Berlusconi ogni giorno, ma tra i due c’è molto più di un semplice dialogo tra alleati che stanno insieme al governo e si preparano alla sfida delle comunali. Si vedranno la prossima settimana, il Cavaliere avrà l’ultima parola sul candidato sindaco di Milano e ci saranno tante altre cose da discutere, come le regole della federazione, sui portavoce comuni in Parlamento, su quali temi puntare. Tra questi svettano fisco e giustizia. Il capo leghista si blinda nei confronti del sorpasso in corsa di Giorgia Meloni e, come spiegano alcuni leghisti di rango sotto il palco della manifestazione di ieri in piazza Bocca della verità, «più che annettersi sta ereditando Forza Italia». Un’operazione eredità politica, con il placet della famiglia, che ha bisogno di alcuni passaggi politici, di smussare angoli soprattutto in campo europeo. E ieri erano tanti i simboli e i temi di questa Lega in versione Forza Italia, quello che qualcuno scherzando ma non troppo chiama Forza Lega o Lega Italia.

Prevale l’azzurro sul palco in Piazza Bocca della Verità. Alla prima manifestazione politica post-covid, non ci sono i simboli del Carroccio. Solo un grande slogan «Prima l’Italia», bandiere tricolori e ai lati le ante di una finestra aperta. Salvini, che riprende la pratica dei selfie alla fine dei comizi, parla poco, fa salire sul palco i ministri Stefani e Garavaglia, i governatori Fedriga e Fontana, il ticket per Roma Enrico Michetti e Simonetta Matone, che presenta con un romanesco «daje» sulle note di «Roma capoccia» di Venditti. Una sfilata di amministratori d’azienda, cuoci, ristoratori, i lavoratori che protesta contro l’Ikea. E poi le «vittime della giustizia». Un punto centrale nella strategia salviniana. Insieme al segretario dei Radicali Maurizio Turco, lancia la campagna per raccolta firme per sei referendum: focus sulla responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere, la riforma del Csm. Il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia provoca e annuncia una «ferma reazione», paventando il rischio che la consultazione diventi un referendum sul gradimento della magistratura. Salvini e Turco chiedono l’intervento del presidente della Repubblica. Per Turco «c’è un tentativo da parte di un parte della magistratura di mettere a tacere i cittadini. Le dichiarazioni dell’Anm è un attacco alla democrazia». Il leader legista parla di «reazione scomposta di una corrente dei magistrati. «Mi spiace aver letto certi toni da parte di chi dovrebbe essere al di sopra delle parti. Suona come una minaccia. Spero che chi dovere intervenga. In Italia la sovranità appartiene al popolo. Il referendum sono un trionfo di libertà e democrazia. Guai a chi minaccia italiane e italiani», sostiene Salvini. Il quale mostra ai circa 3 mila partecipanti accaldati (gli organizzatori parlano di 5 mila), molti rifugiati sotto gli alberi, i moduli che sarà possibile firmare dal 2 luglio.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

A volto scoperto ma responsabili

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Michela Marzano

È ormai solo una questione di giorni – se non addirittura di ore –, prima che in Italia venga finalmente tolto l’obbligo di indossare le mascherine all’aperto, come accade già in molti altri Paesi europei. Che senso può d’altronde avere portare una mascherina col caldo, quando si è magari in spiaggia o in montagna, oppure anche in città, dove comunque il sole e il clima di vacanze fanno sì che siano davvero pochi coloro che ancora le indossano? Come giustificare l’obbligo in Puglia, in Calabria o in Sicilia (solo per fare qualche esempio) sapendo che la settimana prossima, in molte regioni, le temperature sfioreranno i 36-37 gradi?

Per carità, negli ultimi mesi le mascherine sono state utilissime e necessarie. A scanso di equivoci, preferisco precisarlo. Anche perché restano ancora oggi utili e necessarie non solo negli ambienti chiusi, ma talvolta persino all’aperto, soprattutto quando non è possibile rispettare le distanze di sicurezza e, nonostante le raccomandazioni degli esperti, ci si accalca gli uni sugli altri. Ma un divieto generalizzato, francamente, non ha più ragion d’essere. Anzi. Più si comprimono le libertà individuali, meno si incitano i cittadini a utilizzare responsabilmente la propria testa. Tanto più che, già da tempo, ognuno di noi avrebbe potuto (o dovuto) essere capace di discernimento, e capire ad esempio che, camminando in una strada deserta o in campagna, si poteva anche non indossare la mascherina, mentre era ovvio farlo trovandosi in coda davanti a un’edicola, un bar, un ristorante o a una farmacia.

E allora l’anno scorso? Starà senz’altro pensando qualcuno. Quando i contagi sono crollati non c’è stato un immediato venir meno dei gesti-barriera, dell’attenzione generale e della prudenza? Non sono stati in tanti a festeggiare e ballare gli uni appiccicati agli altri con l’inevitabile conseguenza, qualche mese più tardi, di assistere a una seconda ondata pandemica ha costretto tutte e tutti a tornare a chiudersi in casa? Come si fa a fidarsi del discernimento altrui quando si è già più volte constatata l’assenza totale di spirito critico, ossia di capacità a rendersi conto che i propri comportamenti hanno sempre un impatto sulla vita altrui? La situazione odierna, però, è molto diversa rispetto a quella dello scorso anno. Anche semplicemente perché ci sono i vaccini, e tanti italiani si sono già vaccinati o lo stanno per fare. E poi c’è giustamente l’esperienza, il ricordo di quello che è successo un anno fa, la ferma volontà che tutto ciò non si riproduca più. E poi la necessità che i responsabili politici abbiano fiducia in ognuno di noi, visto che è solo quando si riceve fiducia, che viene poi voglia di mostrarsi affidabili. La fiducia è produttiva, spiegava ormai un secolo fa il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel. La fiducia, nonostante sia rischiosa, crea affidabilità.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Covid, la variante Delta muta e ora ha tre versioni: cosa la rende più contagiosa

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Impazza in Inghilterra, aumenta in Cina e soprattutto in Russia, e spaventa per la sua contagiosità anche se i vaccini sembrano «depotenziarla». Sono tre le versioni attualmente più diffuse della variante Delta, presente in un centinaio di Paesi e indicata dalla scienza con la sigla B.1.617. E’ comparsa in India nell’ottobre 2020, contemporaneamente a un’altra variante simile, ma meno aggressiva, la B.1.618. Nelle banche date genetiche internazionali quella che adesso è la variante Delta, secondo la terminologia recentemente introdotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è diventata una sorvegliata speciale, ossia una delle cosiddette Voc (dall’inglese ‘Variant of Concern’), le varianti che per le loro caratteristiche destano particolare preoccupazione.

Come tutte le varianti, anche la Delta accumula mutazioni con una relativa facilità, tanto che in poco tempo ha dato origine a una sorta di «famiglia», i cui membri sono le tre versioni chiamate B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3. Di queste la più diffusa è la B.1.617.2, considerata il 60% più efficace nel trasmettersi rispetto alla variante Alfa (l’ex inglese) grazie ad alcune mutazioni, come la K417N, presente anche nelle varianti Gamma, la B.1.351 identificata per la prima volta in Brasile e nella Beta identificata in Sudafrica, e la E 484Q, presente anche nella variante Gamma.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

Le risposte che il Paese non riceve dai partiti

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di Federico Fubini

Ogni volta che negli anni il mondo politico ci ha riservato le sue assurdità, ci siamo consolati raccontando a noi stessi e agli altri che l’Italia in realtà era «un laboratorio». Per carità, lo sarà senz’altro stato. Ma di questi tempi dà più l’impressione di essere un museo di modelli un po’ superati.

È difficile fare a meno di pensarlo quando si ascoltano le parole che salgono dal sistema dei partiti oggi e si prende nota di quelle che non si ascoltano. Prendere l’espressione «crescita economica», per esempio. Sarà banale, sterile. Ma alla fine vorrà pur dire qualcosa se alla fine dell’anno scorso il prodotto interno lordo italiano era del 12,4% sotto i livelli del 2007: ad eccezione della Grecia, un caso unico nell’Unione Europea. Anche al punto più basso della pandemia l’area euro in media era dell’11% sopra i livelli di quattordici anni prima ed erano in terreno positivo anche i Paesi più duramente colpiti da Covid come Spagna o Portogallo.

Ora, in una situazione del genere è improbabile che di crescita economica gli italiani non vogliano sentir parlare. A maggior ragione alla vigilia di un piano di investimenti pubblici europei e italiani senza precedenti nella storia della Repubblica. I ceramisti, gli artigiani, gli imprenditori e gli addetti della logistica dei grandi porti, i commercianti e gli autonomi che nei mesi scorsi hanno perso tutto, i circa sei milioni di giovani inattivi o ufficialmente disoccupati.

Queste persone saranno tutte interessate a capire in concreto su cosa si basa la ripresa e come le rimette in gioco. Vorranno discutere quali sono le implicazioni per loro della transizione energetica, della trasformazione digitale, di come dev’essere un welfare finalmente moderno per chi oggi è senza lavoro o cosa cambia e perché con la legge (in arrivo) per una maggiore concorrenza.

Ma chi parla di tutto questo con gli italiani? Sarebbe un lavoro dei partiti, se avessero un radicamento sociale ancora attivo. Spetterebbe a loro delineare un disegno palpabile di rinascita nelle associazioni, nelle città, nei distretti, come fecero i loro progenitori dopo la guerra. Invece duellano fra loro a colpi di tweet sulle piccole schermaglie di giornata, spesso su sfondo di posticce querelle ideologiche. O tacciono. Di crescita economica non parla nessuno, non la racconta nessuno. Come se fosse possibile delegare una trasformazione profonda della società italiana — indispensabile — a un gruppo di pur encomiabili figure istituzionali o tecniche.

Gran parte del ceto politico sta restando indietro su una società italiana ansiosa di rimettersi in marcia. Sembra che abbia smarrito il senso del dubbio di René Obermann: «Chiamatela pure paranoia, se volete — ha detto al Corriere di recente il presidente del colosso aeronautico Airbus —. Ma dentro ho questa paura costante di perdermi le tendenze decisive. Perché ho già visto questo film: il successo di ieri può nutrire i fallimenti di domani». Parole che dovrebbero risuonare anche per i partiti in Italia, tutti. Il tempo della pandemia macina rapidamente chiunque si accomodi sui successi di ieri o di oggi.

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nonsolofole @ Giugno 20, 2021

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