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Sanremo 2023, “Anna Oxa non c’è”: bomba sul Festival

Il boss davanti alla tv

Multe da annullare, la sentenza che cambia tutto sull’autovelox mobile

Quei bimbi sotto le macerie

Sanremo 2023, “Anna Oxa non c’è”: bomba sul Festival

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Roberto Tortora

Come un sassolino nella scarpa, quando ci si appresta a fare una lunga passeggiata. Una passeggiata di cinque giorni in questo caso. Così Amadeus comincia la “settimana santa” sanremese, con un piccolo fastidio da dover subito gestire. Si tratta della mancata presenza al primo red carpet di tutti i big in gara (tradizionalmente prevista il giorno antecedente alla prima serata ufficiale) di Anna Oxa. La cantante pugliese sarà la prima a salire sul palco dell’Ariston questa sera, aprirà ufficialmente la gara canora 2023, eppure è stata l’unica a non presentarsi al pubblico e a lanciarsi in pose e sorrisi per i paparazzi.

Perché Anna Oxa non c’era? L’artista è stata l’ultima a provare la sua esibizione nell’ultima session prima della sfilata esterna, prove che sono andate anche per le lunghe. Da qui probabilmente il ritardo e, visto anche il clima di freddo pungente che imperversava sulla città dei fiori, la Oxa potrebbe aver preferito preservare la voce ed evitare brutti scherzi di salute proprio nell’imminenza dello start del Festival. Per Anna Oxa è la quindicesima volta che si esibisce sul palco più famoso d’Italia, una vera e propria senatrice della musica italiana. Nelle precedenti quattordici edizioni, ha vinto in due occasioni: la prima nel 1989 con Ti lascerò, in duetto con Fausto Leali, e la seconda nel 1999 in qualità di solista con Senza pietà. Quest’anno si presenta con il brano pop-soul Sali (Canto dell’anima) scritto in collaborazione con altri tre importanti autori come Fabrizio Zanotti, Kaballà (nome d’arte di Giuseppe Rinaldi) e Francesco Bianconi (leader della band toscana Baustelle). 

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Il boss davanti alla tv

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di Massimo Gramellini

Dall’affollata solitudine del suo 41 bis, Matteo Messina Denaro sostiene che su di lui la tv racconta soltanto balle. Più o meno è quello che della tv (e dei giornali) dicono tutti coloro che ci finiscono in mezzo.

Nel caso di Messina Denaro, però, alcune decine di sentenze sembrano suffragare il ritratto fornito dai media. Quindi, o il capomafia ha scordato i delitti che ha commesso, oppure pensa che, nel suo sistema distorto di valori, non siano delitti ma opere di bene. In entrambi i casi, abbiamo la prova di quanto sia difficile, persino per un cattivo certificato, accettare di esserlo e soprattutto di essere raccontato come tale.

Il cattivo preferiamo immaginarlo come nei film di James Bond, gongolante per la sua perfidia e orgoglioso della patente di mostro che gli viene attribuita. Mentre, nella vita vera, per poter frequentare la cattiveria senza impazzire ci si deve convincere di essere in missione per conto di Dio, dell’umanità o almeno della propria comunità (quella mafiosa, in questo caso).

D’altro canto, a distinguere l’eroe negativo da quello positivo è la sua incapacità di evolvere nel corso della trama. Il principio-cardine di ogni sceneggiatura mi è tornato alla mente ascoltando lo sfogo telefonico di Messina Denaro bloccato in un ingorgo nei pressi di Capaci durante le commemorazioni di Falcone: sembrava il personaggio di «Johnny Stecchino» quando rivela a Benigni che la piaga di Palermo è il traffico.

CORRIERE.IT

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Multe da annullare, la sentenza che cambia tutto sull’autovelox mobile

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Alessandro Ferro

Chi ha beccato multe per eccesso di velocità da un autovelox mobile può contestarle se i dispositivi non sono prontamente segnalati e l’automobilista non ha, quindi, la possibilità di decelerare: a quel punto le sanzioni saranno annullate come ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2384 del 26 gennaio 2023.

Cosa dice la sentenza

Nel dettaglio, la Seconda Sez.Civ. del Palazzaccio ha dato ragione a un automobilista di Reggio Emilia che aveva considerato “illegittima” la sanzione per aver toccato i 98,80 Km/h invece dei 50 km/h consentiti in un dato tratto stradale perché l’autovelox mobile non era segnalato da nessuna parte. Ecco che, come scrive IlMessaggero, il Giudice di Pace ha dato ragione al guidatore per “violazione dell’obbligo di presegnalazione della postazione di controllo della velocità, costituita nel caso di specie dal cosiddetto Scout speed”. La parole inglese indica un rilevatore di velocità che si trova all’interno delle auto della polizia più o meno all’altezza dello specchietto retrovisore con la funzione di beccare chi supera i limiti consentiti nei due sensi di marcia e anche di notte con l’ausilio dei raggi infrarossi.

Cosa prevede il Codice stradale

In questo caso i cittadini alla guida hanno ragione perché viene violato, automaticamente, anche il Codice della Strada che stabilisce come “le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità siano preventivamente segnalate e ben visibili”. Il Tribunale, in secondo grado, ha confermato la sentenza perché è già la legge che stabilisce “un obbligo di preventiva segnalazione di carattere generale, riferito a tutte le postazioni di controllo sulla rete stradale” e serve per mettere in guardia gli automobilisti e “orientarne la condotta di guida”.

Viceversa, l’Unione dei Comuni della Pianura reggiana aveva fatto ricorso il Cassazione perché l’obbligo non fosse esteso agli autovelox che si trovano all’interno dei veicoli della polizia come prevederebbe un decreto del ministero: il ricorso è stato prontamente respinto perché quella parte del decreto si trova in antitesi con quanto previso dal Codice della strada che “contempla tale obbligo per tutte le postazioni presenti sulla rete stradale dedicate a siffatti controlli, rimettendo al decreto ministeriale la mera individuazione delle relative modalità attuative”, afferma la Cassazione.

Come vanno segnalati

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Quei bimbi sotto le macerie

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Esma Cakir*

«Voglio tornare a casa» . Sono queste le parole strazianti di una bambina di 6 anni riprese dalla telecamera di un operatore televisivo subito dopo essere stata estratta dalle macerie e salvata a distanza di 8 ore dalla terribile scossa di terremoto avvenuta a Kahramanmaras, nella parte centro-meridionale della Turchia.

Coperta da una coltre di polvere e completamente sotto choc pensava magari di essere ancora dentro al suo letto a dormire, pensava di essere svegliata dai genitori. O forse aveva capito, aveva paura di non avere più una casa. Come la mia piccola nipote di 5 anni, Ayca.

Ieri mattina quando ho acceso il telefono decine di messaggi hanno attirato il mio sguardo lasciandomi interdetta perché tutti mi avvisavano di chiamare immediatamente i miei famigliari in Turchia, mi avvisavano che c’era stato un grosso terremoto.

Non sapevo ancora dell’immane tragedia e già brividi incontrollabili invadevano tutto il mio corpo: per noi che viviamo all’estero è soprattutto in momenti come questo che ci rendiamo conto di cosa significhi vivere cosi lontani dai nostri cari, è in momenti come questo che tutto diventa più difficile. Così sono scoppiata a piangere senza riuscire a smettere pensando a mia sorella che abita proprio in quella zona, con due piccole bimbe, precisamente nella città di Adana, una delle 10 città più colpite dal secondo grande terremoto degli ultimi 100 anni in Turchia, uno squasso che è stato paragonato alla potenza di 130 bombe atomiche.

Sono le 4,17 del mattino quando mia nipote Ayca grida lasciandosi alle spalle la casa, subito dopo la prima, spaventosa, scossa: «Mamma, in questa casa abbiamo vissuto tante belle cose… Torneremo ancora qui, vero?».

Quanti bambini hanno perso i loro giocattoli, le loro memorie raccolte dentro il loro micromondo, nelle loro stanze colorate dove dormivano e creavano le loro storie, sognando paradisi immaginari. Quanti ne perderanno ancora?

I miei cari fortunatamente stanno bene. Ora so che sono in salvo. Ma la mia preoccupazione per il mio paese devastato rimane intatta.

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Il Festival cancella il video di Zelensky: solo un messaggio. Sberleffo di Mosca: “Poteva vincere…”

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Laura Rio

Sanremo Dietrofront. Un mezzo passo indietro. Un po’ di Zelensky ma non troppo. Niente video messaggio, ma una letterina letta da Amadeus. Insomma, la solita soluzione all’italiana. Dopo tutte le polemiche, le prese di posizione, le raccolte di firme, le petizioni di intellettuali contro l’intervento del presidente ucraino al Festival di Sanremo, la Rai ha trovato una soluzione che accontenta tutti e nessuno. Lo ha annunciato ieri mattina il direttore dell’intrattenimento prime time Stefano Coletta nella prima conferenza stampa che dà il via alla settimana festivaliera.

«Siamo in contatto quotidiano con l’ambasciatore ucraino Melnyk – ha spiegato il direttore – Siamo giunti alla definizione dell’intervento del presidente ucraino: non invierà un video, ma un testo scritto» che sarà letto sul palco dal presentatore Amadeus. L’ipotesi iniziale, ovvero che Zelensky intervenisse con un collegamento o con un messaggio registrato come già accaduto in altre occasioni simili (ai Golden Globes, alla Mostra del Cinema di Venezia e a quella di Cannes) e come annunciato da Bruno Vespa che ha fatto da intermediario, è stata quindi accantonata. Secondo la versione ufficiale dei vertici Rai, sarebbe stato il leader in guerra con Putin a preferire inviare una lettera. «Così ci è stato comunicato dall’ambasciatore nel pomeriggio del 2 febbraio», ha precisato Coletta. Ma è evidente, anche se i vertici di viale Mazzini smentiscono, che si è trovato di comune accordo questa soluzione dopo le fortissime polemiche – da Salvini a Grillo a un gruppo di intellettuali che si sono schierati contro – suscitate dall’intervento.

«Quindi Zelensky non vincerà questo concorso con un rap», interviene sarcastica la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. Insomma, la guerra tra i due paesi passa anche per le canzoni: il Festival è sempre stato ascoltatissimo in Russia, anche ai tempi dell’Unione Sovietica. E si riesce pure a scherzare su una situazione così drammatica. Amadeus – ribattezzato da Fiorello «lo Swiffer delle polemiche» – commenta la vicenda sorridendo: «Leggerò il testo in ucraino» e aggiungendo che «una lettera è più romantica».

La brutta figura, in tutta questa storia, la fanno i vertici della tv di Stato che per tenersi in equilibrio, cedono alle pressioni. L’impatto di un testo letto e contestualizzato da Amadeus ovviamente avrà un impatto meno violento sul pubblico rispetto al faccione di Zelensky che sarebbe apparso in mezzo alle canzoni a chiedere armi e sostegno all’Occidente.

Su quanto scriverà nella lettera il leader ucraino è ancora riserbo, ma il direttore Coletta assicura che non ci sarà alcun controllo preventivo sul testo inviato, come era stato paventato dopo che i consiglieri del Cda Rai avevano chiesto chiarimenti sulla questione. «Mi sembra complicato poter censurare il presidente – ha risposto a una domanda – Il controllo di noi dirigenti è preventivo alla messa in onda di ogni programma, ma sorrido all’idea di un dirigente Rai che possa censurare un presidente».

Comunque sia, la soluzione non piace a nessuno. «Stiamo parlando di un contesto completamente diverso rispetto a quello dove ha già parlato, cioè il Parlamento, che era la sede più opportuna e giusta», ha commentato il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. «Resto convinto che il massacro degli ucraini non meritava di essere mischiato con il televoto», ha commentato il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri.

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

“L’illusione della fine della Storia…”. L’affondo di Caracciolo

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Venerdì 10, alle Stelline di Milano, “Chi decide le sorti del nostro futuro” con Tremonti, Foa e Caracciolo. Affrontiamo con il direttore di Limes il tema del ritorno della Storia e la difficoltà della classe dirigente italiana a comprenderlo

Andrea Muratore

"La classe dirigente italiana è cresciuta con l'illusione della fine della storia"

A partire dal suo ultimo libro, La pace è finita, oggi IlGiornale.it dialoga con Lucio Caracciolo. Insieme a Giulio Tremonti e all’ex presidente della Rai Marcello Foa il direttore di Limes, principale rivista italiana di geopolitica, parteciperà all’incontro Chi decide le sorti del nostro futuro (le iscrizioni sono chiuse per raggiunti limiti di posti, ma si potrà seguire online) che si terrà venerdì prossimo (alle 18) al Palazzo delle Stelline a Milano. Sarà l’occasione per fare il punto sulla globalizzazione e sul ruolo della storia nel plasmare gli equilibri geopolitici del presente.

Direttore, il suo libro dimostra che Francis Fukuyama, teorico della “fine della Storia”, ha perso?

“Dire che Fukuyama ha perso forse è una presa di posizione eccessivamente dura. Sicuramente il libro di Fukuyama resta importante e da leggere con attenzione anche alla luce del fatto che l’autore ha più volte poi riorganizzato le sue tesi”.

Tra le chiavi di lettura che dà nel libro a Fukuyama, si palesa quella del dualismo delle letture del concetto di End of the History. “La fine” o “il fine”? Si può cercare una teleologia nella storia odierna?

“Chiaramente non si parlare di un fine della Storia inteso come una razionalità comune verso cui le dinamiche umane tendono. O di un fine comune della Storia. Sicuramente assistiamo alla proliferazione di una serie di Storie e di narrazioni coltivate dalle potenze con fini pret-a-porter. Che in larga parte coincidono con gli interessi nazionali delle singole potenze”.

Quanto succede in Est Europa ce lo insegna?

“Si, in Europa orientale abbiamo una serie di potenze piccole e medie che vivono la loro piena fase risorgimentale e assistono a una piena rilettura della loro storia a fini politici interni. Certamente questo giustifica anche la narrazione che le vuole intente a una battaglia per la sovranità e volenterose di non cedere grandi quote di questa a Bruxelles e alle istituzioni comunitarie. Dall’esterno queste nazioni chiedono essenzialmente soldi per lo sviluppo all’Unione Europea e ai Paesi membri e soldati per la loro difesa agli Stati Uniti”.

A proposito di Usa, il tema della storia è spesso di attualità…

“Il caso Usa è un esempio di dibattito in cui assistiamo a una ricostruzione problematica della storia a partire dalla campagna 1619 Project lanciata dal New York Times. La principale testata di New York ha sostenuto una campagna per la rilettura della storia americana non a partire dalla guerra d’indipendenza e dalla rivoluzione americana che ha portato alle basi della Costituzione a fine XVIII secolo, ma con l’arrivo dei primi coloni inglesi nel 1619. In sostanza si vuole far passare l’idea che la storia degli Usa non parta con la loro nascita e con la Costituzione come atto fondativo ma bensì dalle azioni di un gruppo di schiavisti”.

E per quanto riguarda Cina e Russia?

“In Cina abbiamo una rilettura del passato da parte di Xi Jinping che si vede a capo di una “dinastia rossa” che vede i legami col mandato celeste del passato in continuità, con diverso nome e assetto istituzionale, con la tradizione imperiale che fonda le sue radici in cinquemila anni di storia. Per quanto riguarda la Russia, l’esempio della guerra in Ucraina è sotto gli occhi di tutti. La Russia ha provato a giustificarla all’interno sotto forma di una rilettura dell’obiettivo di ricomposizione dell’unità del mondo russo alla luce degli esempi del passato”.

La carica delle battaglie identitarie si sente fortemente. Come commenta, ad esempio, il caso dell’esclusione della Russia dalla festa per la liberazione di Auschwitz?

“Auschwitz è stata liberata dall’Armata Rossa, questo è certo e indiscutibile. Poi ovviamente è chiaro che nell’Armata Rossa ci fossero sia russi, soldati e ufficiali, in larga maggioranza, che ucraini. Ma anche molti esponenti dell’Impero profondo e delle regioni più remote dell’Unione Sovietica, come i siberiani”

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Sondaggio Mentana, cresce FdI: cifre-baratro per Pd e 5S

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Il caso Cospito e le polemiche legate al 41 bis non fiaccano il consenso su Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni infatto fa registrare una crescita dello 0,2 per cento in sette giorni e passa dal 30,4 per cento di una settimana fa al 30,6 per cento di oggi, lunedì 6 febbraio. Il partito dle premier dunque si mantiene a quota 30 e fa registrare una distanza siderale dal secondo partito in classifica, il Movimento Cinque Stelle.

Il partito di Conte infatti è al 17,5 per cento e perde lo 0,3 per cento rispetto a sette giorni fa. Il Pd invece guadagna uno 0,6 per cento e sale dal 14,2 al 14,8 per cento restando però alle spalle dei grillini. La Lega è stabile all’8,7 per cento, ma lascia per strada uno 0,3 in una settimana. Perde uno 0,1 il Terzo Polo di Renzi e Calenda che si attesta all’8,1 per cento. Forza Italia è al 6,4 per cento e perde uno 0,4 in sette giorni. A sinistra stabile Verdi e Sinistra di Fratoianni e Bonelli al 3,5 per cento con una flessione dello 0,1 per cento. +Europa di Emma Bonino è al 3 per cento e perde lo 0,2 rispetto all’ultima rilevazione. Per l’Italia con Paragone il 2,3 per cento, chiude Unione Popolare al 2 per cento.

LIBERO.IT

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Armi che passione: basta un nulla osta e in Italia si può comprare una pistola

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Francesco Grignetti

ROMA. Italiani, brava gente, ma con il porto d’arma. Gli ultimi dati ufficiali dicono che sono 1.222.537 le licenze di porto d’armi in corso di validità per tutte le categorie. Un dato in leggera diminuzione rispetto al 2020, dove è marcata soprattutto la riduzione dei cacciatori.

A ben guardare tra i dati, quasi una metà di quelli con porto d’armi, pari a 543.803 licenze, sono di uso sportivo. Il resto sono 600mila cacciatori, 33mila guardie giurate e poi 12.500 persone che hanno un porto d’arma per difesa personale. Il dato impressiona da sempre i sindacati di polizia, che lanciano allarmi come sia complicato avere il porto d’armi da parte di questure e prefetture, e poi sia così semplice, invece, avere un’arma per un presunto uso sportivo. E si stima che ci siano in circolazione almeno 10 milioni di pistole.

Una licenza per il porto d’armi, peraltro, dura 5 anni, va rinnovata in prefettura, occorre una certificazione medica, e dal 2021 c’è stata anche una minima stretta in quanto non è più possibile avere armi per chi sia stato sottoposto a un Trattamento sanitario obbligatorio. Accadeva infatti anche questo: che i prefetti, per motivi di privacy, non potessero avere accesso ai dati sanitari dei richiedenti. Ora tocca ai sindaci, in quanto autorità sanitaria, informare di ogni Tso i prefetti ed esiste un database.

Detto ciò, da sempre chi si occupa di sicurezza ritiene che sia un errore strategico diffondere le armi. Poco tempo fa, Domenico Pianese, segretario generale del sindacato Coisp, dopo il caso di un carabiniere ferito nel Catanese nel tentativo di sedare una rissa, diceva: «È più che mai necessario rivedere e irrigidire i criteri di assegnazione dei porto d’arma e dei nullaosta all’acquisto ai privati cittadini».

Già, perché molti hanno un semplice nullaosta, il che permette loro tranquillamente di tenere le armi in casa. «E mentre il porto d’armi viene concesso in seguito a un’istruttoria, e in casi di necessità comprovata, il nullaosta all’acquisto è molto più semplice da ottenere dal momento che decadono i requisiti della straordinarietà. Con un nullaosta è possibile acquistare in una qualsiasi armeria fino a sei fucili, due pistole e 1.500 proiettili da tenere in casa».

Un altro dato salta agli occhi: il Censis recentemente ha sondato le paure degli italiani e ha scoperto che il 9,6% dei residenti ritiene di dover difendere la propria abitazione con un’arma da fuoco. Sono circa 4 milioni di persone. Molte più di quelle autorizzate dal ministero dell’Interno.

Palesemente è da questo bacino che vengono fuori i 543mila che dichiarano un uso sportivo e vanno regolarmente ad addestrarsi al poligono. Senza criminalizzare nessuno, è da qui che sono venuti fuori i casi di Costantino Bonaiuti, il sindacalista di 61 anni che tre settimane fa ha ucciso a Roma la ex compagna Martina Scialdone; oppure quello di Claudio Campiti, a cui la prefettura aveva negato a ragione il porto d’armi perché lo aveva ritenuto instabile psicologicamente e così, per fare la strage nella riunione di condominio a Fidene, ha utilizzato una pistola sottratta al Tiro al volo.

L’allarme è carsico e riemerge ad ogni tragedia. Due anni fa, ci fu un triplice allucinante delitto ad Ardea, terminato con il suicidio dell’assassino, un giovane con palesi problemi psichici. Quella storia fece rabbrividire l’Italia perché furono uccisi due bambini al parco. Quella volta, il giovane Andrea Appignani si era impadronito dell’arma del padre, deceduto, vigilantes in pensione, senza che nessuno si rendesse conto dell’accaduto.

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Terremoto in Turchia, il geologo Mario Tozzi: “Tutto quello che costruiamo è fragile, siamo in balia della forza della Natura”

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Mario Tozzi

Le civiltà dei sapiens esistono solo grazie a un temporaneo consenso geologico, soggetto a essere ritirato senza preavviso. Il terremoto di Gaziantep ribadisce questo concetto sul quale non riflettiamo abbastanza e che dimentichiamo in fretta. Magnitudo 7,8 Richter per la prima scossa, significa un terremoto molto potente, per intenderci un evento centinaia di volte più forte dell’ultimo terremoto italiano, quello di Amatrice e Norcia del 2016. Magnitudo 7,5 per la replica più forte significa una coppia sismica che sbriciola anche quanto, strutturalmente indebolito, ha retto comunque al primo evento.

Devastante terremoto in Turchia e Siria: più di 3000 morti e migliaia di feriti e dispersi. L’Oms: potrebbero essere 8 volte di più

A CURA DELLA REDAZIONE 06 Febbraio 2023

Il tutto a soli 25 km di profondità, fatto che ha aggravato i danni e moltiplicato le conseguenze. Il risultato sono migliaia di vittime e ambienti urbani sconvolti a 150 km dal più antico edificio sacro che gli uomini abbiano mai costruito, oltre 11.000 anni fa a Gobekli Tepe, e non lontano dai più antichi insediamenti cittadini dell’umanità che si conoscano. Ma noi ci ostiniamo a vivere in regioni pericolose lungo tutto il bacino del Mediterraneo senza quasi tenerne conto, e l’immagine simbolo di questo terremoto è quella di palazzi di dieci piani ridotti a una frittella schiacciata di meno di dieci metri, come è possibile?

Padre Karakach: “Crollati 50 condomini ad Aleppo, gente sotto le macerie. Corsa contro il tempo per estrarre i sopravvissuti come in un bombardamento”

GIACOMO GALEAZZI 06 Febbraio 2023

Varrà la pena di ricordare che non è il terremoto che uccide, ma la casa costruita male e, da questo punto di vista la Turchia (e anche la Siria) assomiglia moltissimo all’Italia, con l’aggravante che da noi la magnitudo 7,5 è stata forse raggiunta una sola volta, nel 1693 in Valdinoto, e che anche il sisma di reggio Calabria e Messina ha appena superato magnitudo 7. Tenendo presente che la magnitudo Richter, che non ha teoricamente un «tetto» superiore (e può essere anche negativa), permette di ricostruire una «scala» logaritmica, si capisce come si tratti di eventi centinaia di volte meno energetici. In Giappone, in Cile, in Nuova Zelanda e in California si supera magnitudo 8 e case e infrastrutture reggono complessivamente molto meglio, anche perché i devastanti terremoti di San Francisco (1906), Tokyo (1923) e Valdivia (1960, il più forte finora mai registrato) furono presi come eventi «eponimi» e come occasione per rifondare un Paese e costruire una cultura del rischio sismico. Da noi e in Turchia si può dire che ciò non è stato ancora fatto e si affida la ricorrenza delle scosse al destino o al fato, e non al fatto che il Mediterraneo è fatto così e dunque è solo questione di tempo.

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

Superbonus edilizi, è l’ora delle cause: migliaia di cantieri fermi per crediti fiscali incagliati

Posted in: Economia - Lavoro | Comments (0)

Giuliano Balestreri

Da Superbonus a supercaos il passo è breve. Soprattutto quando i cantieri edili bloccati rischiano di arrivare a 90 mila a fronte di 15 miliardi di euro di crediti fiscali incagliati e migliaia di cause legali che aspettano solo di essere incardinate in tribunale. «La speranza è di trovare un’intesa che sblocchi i finanziamenti e permetta di completare, almeno i lavori avviati. Avviare una causa dev’essere l’estrema ratio, quando si perde la speranza di recuperare anche solo una parte dei crediti» dice Federica Brancaccio, presidente di Ance, l’Associazione nazionale di costruttori edili che all’orizzonte vede avvicinarsi la tempesta perfetta. Secondo le stime dell’associazione rischiano di fallire 25 mila imprese spazzando via 130 mila posti di lavoro, senza calcolare la ricaduta sull’intera filiera. Una stangata dopo che a detrazione sono stati ammessi 62,4 miliardi di euro.

Il problema è complesso. La stretta sulla cessione dei crediti al 110% che avrebbero dovuto accelerare la riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare italiano ha drenato la poca liquidità che circolava in un comparto messo già in crisi dalla penuria di materie prime. Le banche non comprano nuovi crediti e chi lo ha fatto fino allo scorso autunno, come Poste, ha rallentato le erogazioni lasciando cittadini e aziende nel limbo. Con il risultato che sono partiti i contenziosi tra condomini e ditte, tra progettisti e condomini, tra ditte e banche.

«Ci sono migliaia di professionisti che hanno lavorato e consegnato i loro capitolati, ma ancora non sanno se e da chi saranno pagati» osserva Rossana De Angelis, presidente di Anaci Roma, l’assocazione degli amministratori condominiali: «Il peccato originale è il bonus facciate, nato senza limiti di spesa e senza controlli. Poi il governo Draghi ha inserito i correttivi che servivano con l’asseverazione della congruità dei prezzi e dei lavori eseguiti. Ma il cambio delle regole in corso d’opera ha messo fuori gioco aziende, progettisti e condomini». Con il risultato che gli amministratori della Capitale lamentano di avere – tutti – almeno due immobili in stallo.

«Imprese e condomini – ragiona la presidente di Ance, Brancaccio – si sono trovati con impegni presi e firmati senza poter più monetizzare i crediti su cui avevano fatto affidamento. E’ evidente che questo scateni diversi contenziosi. C’è un tema di lavori fermi con ponteggi su strada e c’è un aspetto fiscale, importante. Se la ristrutturazione non viene completata e non c’è il salto di due classi energetiche, l’Agenzia delle Entrate può chiedere la restituzione del credito fiscale ai contribuenti. Siamo di fronte a una bomba a orologeria». Nell’immediato la soluzione non può che passare da una moratoria che permetta di portare a termine i lavori avviati, ma «abbiamo bisogno di ragionare su una misura strutturale di lungo periodo che sia legata anche agli obiettivi di decarbonizzazione. Dobbiamo pensare a che Paese vogliamo nel 2050». Un approccio sposato anche dalla presidente dell’Ordine degli ingegneri di Milano, Carlotta Penati: «Abbiamo bisogno di pianificare, pensano al ciclo di vita degli immobili e dei materiali per costruire un futuro sostenibili. Le regole devono essere chiare con poche o, ancora meglio, nulle modifiche in corso d’opera. Con il Pnrr arriveranno altri incentivi, dobbiamo impedire che i bonus siano un’occasione persa». Nel frattempo anche i professionisti cercano di tutelarsi: «Siamo i primi a non essere pagati – incalza la presidente – perché il nostro lavoro si conclude molto prima che partano i cantieri. Serve uno svincolo economico».

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nonsolofole @ Febbraio 7, 2023

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