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Meno male che Silvio c’è

Stretto di Messina, ordinanze Sicilia e Calabria: “In traghetto basta il green pass base”

A scuola il Covid non c’è, il diktat imperativo del ministro Bianchi

Se Draghi al Quirinale si va a elezioni, cosa dice Cacciari sul Colle

Meno male che Silvio c’è

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Enrico Letta, e con lui tutti quelli che vogliono Mario Draghi al Colle, potrebbero cantare Meno male che Silvio c’è perché, a sua insaputa e con la capricciosa confusione che sta creando, il Cavaliere lì li sta portando. Va bene, spiegano che è ancora “indeciso”, tra indole alla conta in Aula e pallottoliere che la sconsiglia, raccontano che il vertice è slittato da giovedì a venerdì (forse) quando sarà ancora più chiaro che non ci sono i numeri e prevedono che – chi la fa, l’aspetti – la sinistra si prepara a riservargli il trattamento che lui, poco garbatamente ma efficacemente riservò a Prodi nel 2013: l’Aventino. E, con questo precedente, come fai a dirgli che è scorretto.

Sia come sia, per dirla appunto col segretario del Pd, il Cavaliere si è infilato in un “vicolo cieco”: se va avanti in Aula, si schianta perché Sgarbi e l’allegro circo che si è messo in moto fanno capire che non ci sono i numeri. E il minuto dopo, i due baldi giovani che finora hanno assecondato non potendo fare altrimenti, diranno che ora basta, non tocca a lui scegliere. Se invece, come tutto racconta, si ritira dalla corsa, si riapre la giostra degli aspiranti kingmaker.  Anzi si è già riaperta, con Meloni e Salvini che alludono a un non precisato nome di centrodestra. Solo chi non conosce Berlusconi può pensare che possa dare il via libera a qualcun altro della stessa coalizione, chiunque esso sia, diverso da sé.

Questione di indole, prima che di politica, “dopo di me il diluvio”: immaginare che uno del suo schieramento, o peggio del suo partito, trattato ai tempi del berlusconismo imperante come un “collaboratore” sia se era ministro, sindaco, carica istituzionale possa ascendere al Colle più alto produrrebbe una ferita narcisistica da lesa maestà, facendo subito scattare il meccanismo psicologico che “non ha il quid”. E quindi non va bene. Le istruzioni per l’uso, chiedetele ad Alfano, ad esempio. E ricordate quando il Cavaliere fu costretto a cedere palazzo Chigi: mica indicò sua sponte un altro di centrodestra che poteva tenere assieme la maggioranza. Cedette a un esterno di emergenza, Monti, rimanendo il capo della coalizione (e poi infatti lo tirò giù).

Bene, è bastato leggere sui giornali il nome della Casellati o di Gianni Letta come “possibili” candidati al Colle che immediatamente ha iniziato a guardarli storto. Anzi, a corte è subito iniziato un nuovo perfido gioco. Chi vuole mettere in cattiva luce qualcuno agli occhi del Capo, in questi giorni gli spiffera all’orecchio, anche se non è vero, che ha ambizioni quirinalizie. E, anche se è inverosimile, l’effetto è quello di un sospetto immediato. Per non parlare di Verdini, che involontariamente ha dato il bacio della morte al genero, con quell’invito a investirlo del ruolo di kingmaker di un altro candidato che non fosse Berlusconi, apriti cielo.

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Stretto di Messina, ordinanze Sicilia e Calabria: “In traghetto basta il green pass base”

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Messina – Sicilia e Calabria sfidano il governo e consentono di attraversare lo stretto di Messina senza il super green pass, basterà il green pass base (avvenuta guarigione, vaccinazione o tampone negativo). Le ordinanza firmate dal governatore siciliano Nello Musumeci e da quello della Calabria Roberto Occhiuto stabiliscono che per passare da una regione all’altra sarà sufficiente il green pass base (avvenuta guarigione, vaccinazione o tampone negativo), con l’obbligo di restare nella propria auto o all’aperto e indossare la Ffp2.

Sicilia

Da oggi è possibile uscire dalla Sicilia attraversando lo Stretto senza super green pass. L’ordinanza del governatore della Sicilia Musumeci, come quella della Calabria, va contro le disposizioni del governo nazionale in materia di trasporti e nelle prossime ore si capirà se il governo ha intenzione di impugnare i due provvedimenti. La decisione arriva dopo la vivace protesta del sindaco di Messina culminata con le dimissioni del primo cittadino. L’ordinanza è in vigore dalle 14 di oggi e fino alla fine dello stato di emergenza per Covid: consente ai passeggeri diretti verso la terra ferma di viaggiare anche se non vaccinati. Lo stesso diritto è dato ai residenti delle isole minori: possono prendere il traghetto senza pass. Nel testo dell’ordinanza si legge anche che chi passa lo Stretto in auto o con altri mezzi non può “abbandonare il mezzo medesimo per tutto il tempo della traversata”. Chi viaggia a piedi deve “permanere negli spazi comuni aperti delle imbarcazioni. In ogni caso, è fatto obbligo per tutti i passeggeri di mantenere indossata una mascherina Ffp2″. 

“Messo fine a un ingiustizia”

“Decorse inutilmente le 24 ore dall’ultimo appello rivolto al ministro della Salute Roberto Speranza, dopo quello rivolto il 5 gennaio al premier Draghi”, è scritto nel testo, Musumeci è passato all’azione per “garantire e salvaguardare la continuità territoriale, l’accesso e l’utilizzo dei mezzi marittimi di trasporto pubblico per l’attraversamento dello Stretto di Messina nonché per i collegamenti da e per le Isole minori siciliane”. “Poniamo fine così – dichiara Musumeci – a un’assurda ingiustizia ai danni soprattutto dei passeggeri siciliani. Una norma discriminatoria del governo centrale al quale abbiamo fatto appello già da due settimane, affinché si rimediasse. È assurdo – osserva il presidente della Regione – che nella Penisola ogni cittadino privo di vaccino mossa spostarsi da una regione all’altra, mentre per passare dalla Sicilia alla Calabria si debba esibire il certificato verde”.

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

A scuola il Covid non c’è, il diktat imperativo del ministro Bianchi

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Franco Bechis

Come era ampiamente previsto alla vigilia della loro contestata riapertura gran parte delle scuole italiane sono nel caos, colpite sia dalla variante Omicron che dalla variante «norme folli su quarantene e Covid». Secondo il presidente dell’associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, «in base a quanto riferitoci dai nostri colleghi in Italia il 70 per cento delle classi è in didattica digitale integrata. Su 400mila classi totali, dunque 280mila sono in ddi. Difficile da dirsi quanti stanno a casa e quanti a scuola. Ma ci sono classi con appena sei alunni in presenza.

Dunque la ddi è una soluzione illusoria che tra l’altro non funziona». Parole che riflettono la realtà ben nota a molti genitori e studenti: nidi e asili stanno chiudendo uno dopo l’altro intere classi come è consentito dai protocolli, mentre nella scuola dell’infanzia e in quelle dei più grandicelli si compone ogni giorno di più quel mosaico confuso di compagni di classe un po’ in presenza e un po’ a casa collegati a linee che spesso non funzionano. Già dopo un giorno o due dalla riapertura il pasticcio si è formato, perché il virus ha ripreso a correre in molte Regioni proprio nella popolazione in età scolastica che traina le classifiche dei contagi. È stato così da settembre alle vacanze di Natale, poi grazie alla chiusura delle scuole la fascia di età più rilevante per i contagi è diventata quella fra 20 e 29 anni, con bambini e ragazzini che scendevano vari posti in classifica. Ed è presumibile quindi che i presidi, che hanno sotto occhio tutti i giorni la realtà, abbiano ragione. Anche perché i dati aggiornati quotidianamente da ogni Regione stanno confermando quella situazione: la sola Campania ieri ha segnalato 25.745 contagi in età scolastica, con le relative quarantene imposte (quasi 16 mila nella sola provincia di Napoli).
Ma alla evidenza della realtà si oppone indispettito il ministro della pubblica Istruzione, Patrizio Bianchi, che ieri ha contestato le ipotesi dei presidi: «Ancora una volta il presidente della associazione nazionale», ha sostenuto il ministro, «dà dei dati sulla Dad, noi li stiamo elaborando, li daremo quanto prima e saranno i dati ufficiali. Grandissimo rispetto per tutti coloro che fanno delle stime, ma i dati li diamo noi. Domani (oggi per chi legge, ndr) sarò in commissione alla Camera e lì sicuramente ci saranno i dati ufficiali». Un tono più da Napoleone o da marchese del Grillo che da ministro, visto che l’istituzione in questi due anni di pandemia proprio su quelle statistiche ha fatto acqua da tutte le parti. Al ministero più che una raccolta dati si effettua infatti una sorta di sondaggio sulla base dei casi volontariamente segnalati dai dirigenti scolastici.

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Se Draghi al Quirinale si va a elezioni, cosa dice Cacciari sul Colle

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Federica Pascale

“Difficile trovare qualcuno che faccia il Presidente del Consiglio al posto di Draghi”. Lo afferma Massimo Cacciari, ospite di Bianca Berlinguer a Cartabianca, il talk di approfondimento politico in onda su Rai 3. “Si può dire quel che si vuole, ma Draghi è una persona che rassicura tutti i grandi del mondo. Inutile girarci intorno. Può piacere o non può piacere, ma è inevitabile. Non c’è niente da fare”. E se Draghi è davvero inevitabile, chi potrebbe sostituirlo? “Dovrebbero mettere per forza una persona indicata da Draghi, probabilmente qualcuno che è già nel governo”. Il filosofo, nel tentativo di offrire un’alternativa, tira fuori Mattarella che però ha già reso noto di non essere disponibile per un altro mandato al Quirinale: “Per il Paese, forse, la cosa migliore sarebbe la minestra riciclata che sarebbe il Mattarella bis. Se andassero tutti a pregarlo, potrebbe cedere”. Certo, ad eccezione di Fratelli d’Italia. “La Meloni è l’unica che non lo farà, perché è l’unica che vorrebbe andare ad elezioni anticipate”.

IL TEMPO

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Un italiano su quattro vive sulla soglia della povertà: ecco le cinque mosse del governo per affrontare la crisi

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Sul lavoro povero «non si può rimanere senza fare niente». Lo ha detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando intervenendo alla presentazione del Rapporto del Gruppo di lavoro sulla povertà lavorativa spiegando che «rimanere fermi vuol dire accettare l’idea del lavoro povero». «Non si può dire che non si fa nulla sulla rappresentanza – ha detto – e che non si fa nulla sul salario minimo. Non c’è ancora il dato sul 2020 ma credo che ci sarà un accentuazione del fenomeno. Sicuramente con la pandemia la situazione non è migliorata».

Il rapporto del ministero

Garantire minimi salariali per i settori in crisi, irrobustire gli strumenti di vigilanza documentale delle Amministrazioni pubbliche, introdurre integrazioni del reddito (in-work benefit), incentivare le imprese a pagare salari adeguati con forme di accreditamento, gogna pubblica per chi non rispetta la normativa sul lavoro, revisione dell’indicatore Ue di povertà lavorativa.

Sono queste le cinque proposte avanzate nel documento finale elaborato dal Gruppo di lavoro “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa” e illustrato oggi pomeriggio dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando in videoconferenza. Obiettivo: la lotta al lavoro povero. «In Italia un quarto dei lavoratori italiani ha una retribuzione individuale bassa – cioè, inferiore al 60% della mediana – e più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, ossia vive in un nucleo con reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana», come evidenzia il documento stesso.

Quella elaborata dal Gruppo di lavoro è dunque una «strategia di lotta alla povertà lavorativa» che punta su una molteplicità di strumenti «per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo efficace». Proposte dunque che agiscano sia a livello predistributivo (cioè sui redditi di mercato) che a livello redistributivo e trasversale e che, anche se al momento sono state pensate «in senso generale e microeconomico» per supportare i «redditi individuali e famigliari», potrebbero essere «immaginate anche a livello settoriale o locale». A cui si dovrà affiancare però una strategia complessiva che affronti «le debolezze macroeconomiche e di politica industriale, le politiche per il lavoro (politiche attive, regolazione lavoro atipico, contrattazione) e gli investimenti in istruzione e formazione».

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Quirinale, si riparte da Draghi: iniziato il giro di incontri del premier

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Ilario Lombardo

È nella segretezza che va ricercata la chiave per interpretare il giro di incontri che ha tenuto impegnato Mario Draghi per tutta la giornata di ieri. Un ritmo e un’intensità di colloqui inversamente proporzionali alla disponibilità di informazioni da parte delle fonti ufficiali. Come se ci fosse qualcosa da tenere custodito, come se non tutto andasse comunicato. E così si viene a sapere solo nel tardo pomeriggio di un incontro in mattinata al Quirinale tra il presidente del Consiglio e il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Notizia che arriva dopo gli insistenti tentativi di tenere segreto un altro faccia a faccia, tra Draghi e il presidente della Camera Roberto Fico, avvenuto a Montecitorio.

L’arrivo del ministro della Giustizia Marta Cartabia è sotto gli occhi di tutti, perché esce dalla porta principale di Palazzo Chigi poco prima delle sei di sera. Mentre si verrà a sapere solo più tardi che il premier ha ricevuto anche la collega dell’Università Maria Cristina Messa. Si mantiene invece il massimo riserbo su un altro incontro, politicamente ben più rilevante, con il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, leader della corrente del Pd più numerosa in Parlamento.

Dal Colle fanno trapelare che il colloquio tra Draghi e Mattarella è stato dedicato agli impegni del governo, i dossier ancora aperti, i decreti da convertire, l’azione del Parlamento. Va assicurata una continuità che vada oltre le turbolenze dell’elezione del presidente della Repubblica che partirà il 24. Nella frammentazione delle ricostruzioni si mescola di tutto, compresa la preoccupazione di garantire, attraverso la rete delle prefetture, il voto ai parlamentari positivi, un tema che potrebbe essere stato al centro del confronto tra Draghi e Fico.

La voglia di commentare è poca, il silenzio un regime obbligatorio. L’effetto però è di catalizzare una curiosità che arriva ai massimi livelli, anche tra i ministri, di centrodestra, centrosinistra e M5S, preoccupati di scoprire cosa stia accadendo e se Draghi abbia cominciato a tessere la sua tela anche personalmente. Lunedì inizierà la conta sul prossimo presidente della Repubblica. I giorni che restano sono pochi sulla carta, un’eternità se guardati con gli occhi della politica e di chi vive in prima persona le trattative in corso.

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

La microbiologa Palamara: «Il virus ci raggiungerà tutti. Dobbiamo proteggerci, lo facciano anche i guariti»

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di Margherita De Bac

Anna Teresa Palamara, responsabile del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità: «Scontiamo le infezioni delle scorse settimane. La crescita di Omicron è stata fulminea e sta per soppiantare Delta»

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Anna Teresa Palamara è direttrice del Dipartimento Malattie infettive dell’Iss

Sono i giorni del definitivo scatto in avanti. La variante Omicron sta per soppiantare la Delta, un tragitto durato appena due mesi, rapidissimo. Ma nonostante il cambio della guardia «le indicazioni per proteggersi e cercare di rallentare la diffusione del virus restano le stesse. Dobbiamo continuare a essere molto attenti. E questo vale anche per i guariti», esorta tutti con tono deciso Anna Teresa Palamara, responsabile del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.

Il numero dei morti ci rimanda ai tempi bui. Perché?

«È una notizia molto dolorosa che fa comprendere quanto il virus sia ancora pericoloso. Ora scontiamo l’esito delle infezioni delle scorse settimane. Questi pazienti sono stati portati in terapia intensiva circa quindici giorni fa e purtroppo non ce l’hanno fatta. Siate prudenti».

È in corso la terza indagine flash per misurare il grado di penetrazione in Italia dell’ultima variante. Cosa potrebbe rivelare?

«La crescita di Omicron è stata fulminea. Siamo passati dal 20% di prevalenza a metà dicembre all’80% del 3 gennaio, anche se con qualche variabilità fra le Regioni. Ci aspettiamo che il prossimo rapporto, fotografia della situazione del 17 gennaio, mostri un predominio pressoché totale di questa variante sulla Delta, la cui capacità di trasmissione era già alta».

Negli ospedali abbiamo lo stesso quadro? I pazienti in terapia intensiva e ricoverati nei reparti di medicina da quale virus sono stati infettati?

«Attualmente da noi, come in tutto il mondo, è difficile avere una fotografia puntuale dei dati che evolvono di giorno in giorno. Alcune stime fatte dall’Istituto superiore di sanità da novembre a oggi — cioè nei mesi di passaggio da Delta a Omicron — indicano che Omicron sia collegata in misura inferiore a una evoluzione severa della malattia rispetto a Delta, confermando alcuni report internazionali che vanno nello stesso senso. Bisogna considerare però che in un quadro in cui il numero dei contagiati è molto elevato, anche un indice di severità inferiore può mettere in difficoltà gli ospedali».

Ha ragione chi afferma che prima o poi saremo tutti contagiati?

«Sicuramente quasi tutti verremo a contatto con il virus, poi la protezione fornita dalla risposta immunitaria indotta dai vaccini e dall’infezione naturale contribuirà a fare da barriera per la sua circolazione. Non possiamo predire quanti si infetteranno, ma il nostro compito è fare il possibile per attenuare i rischi che continuano a esistere per le persone fragili e il sovraccarico del sistema sanitario».

I guariti sviluppano un’immunità più solida rispetto ai vaccinati?

«L’immunità data dall’infezione naturale ha una durata limitata nel tempo, come mostrano i dati sulle reinfezioni che fino a dicembre erano quantificabili nell’1% dei casi settimanali. Omicron ha portato questa quota al 3,3%. Anche questo fattore contribuisce a mantenere alta la circolazione del virus».

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Quirinale, centrodestra prigioniero di ambizioni e ambiguità

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di Massimo Franco

A cinque giorni dal voto per il Quirinale la tattica dello schieramento sta diventando un rebus

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La tattica del centrodestra sul Quirinale sta diventando un rebus. Un Matteo Salvini che l’altro ieri annunciava un proprio piano, ieri ha fatto sapere di essere «rassicurato» da Mario Draghi a Palazzo Chigi; ma anche di non essere «padrone del destino del premier». Non è chiaro a che cosa alluda la postilla: se a un benservito, o a una candidatura al Quirinale.

Quanto a FI, Antonio Tajani declassa a «posizioni personali» quelle di Vittorio Sgarbi, l’uomo incaricato da Silvio Berlusconi di chiamare i parlamentari ostili per convincerli a votare il Cavaliere; e che ieri ha ammesso: l’operazione «si è fermata».

A questo va aggiunta una precisazione dello stesso Tajani sul governo. Il coordinatore di FI sostiene che «nessun dirigente né Berlusconi hanno mai dichiarato di voler lasciare» l’esecutivo se Draghi va al Quirinale: ipotesi che invece era stata fatta circolare in precedenza. E intanto Giorgia Meloni, leader della destra d’opposizione, rivendica un ruolo da «king maker» .

La somma di prese di posizione così contraddittorie incoraggia una previsione: più aumenta la confusione nel centrodestra, più emergeranno di rimbalzo candidature diverse. Salvini assicura che il suo schieramento si presenterà compatto alle votazioni a Camere riunite. Ma non è chiaro a favore di chi, perché Berlusconi non si ritira ancora, pur tra perplessità palpabili; e i suoi alleati glissano.

È una confusione non solo tattica ma politica che il centrodestra condivide col M5S, il gruppo più numeroso e insieme il più diviso. I grillini non hanno un candidato e sanno di non poterlo avere, se non «di bandiera». Qualunque ipotesi avanzata dal leader Giuseppe Conte, peraltro, si scontrerebbe con la parte del M5S che fa capo al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

La prospettiva di dovere accettare e subire un’indicazione altrui è più che un’eventualità. E questo promette di avere conseguenze sulla tenuta del gruppo dirigente grillino, già squassato da tensioni vistose. Probabilmente occorreranno altri passaggi per capire la ricaduta finale di questa fase convulsa e inconcludente. Il profilo basso scelto di recente dall’ex presidente della Camera,

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Luca Attanasio, arrestati gli assassini dell’ambasciatore in Congo: «Volevano rapirlo»

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di Francesco Battistini

Il diplomatico è stato ucciso un anno fa assieme a un carabiniere e all’autista

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«Ecco i colpevoli dell’uccisione dell’ambasciatore italiano. Volevano rapirlo. E chiedere un milione di dollari di riscatto». A quasi un anno dall’imboscata assassina in cui morirono Luca Attanasio, il suo carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista, Mustafa Milambo, la polizia del Congo cattura e mostra al mondo i presunti assassini.

Sono sei giovani, seduti sul prato della caserma di Goma, capoluogo della regione del Nord Kivu al confine col Ruanda. Tutti ammanettati, quattro sono scalzi, alle spalle nove agenti col mitra a tracolla. I sei tacciono. Di fronte hanno un gruppetto di giornalisti e fotografi, invitati per la conferenza stampa: «Signor governatore — proclama con voce solenne il comandante di polizia del Nord Kivu, il generale Aba Van Ang — , vi consegno tre gruppi di criminali che hanno portato il lutto nella città di Goma. Fra di loro, c’è anche il gruppo che ha attaccato il convoglio dell’ambasciatore».

A dire il vero, l’uomo che ha sparato non c’è: è il capo d’una banda nota col nome di «Aspirant», dicono gli investigatori, ed «è ancora in fuga, ma gli stiamo dando la caccia». Di sicuro, spiega un altro militare, il colonnello Constant Ndima Kongba, su quel prato sono in manette i suoi complici: «Gli uomini d’altre due gang criminali, i Bahati e i Balume. Sappiamo dove si trova il capo di ‘Aspirant’. Speriamo di trovarlo».

La banda era ricercata da vari mesi. Dopo l’agguato ad Attanasio il 22 febbraio dello scorso anno, sulla strada fra Goma e Rutshuru, ai confini del parco nazionale dei Virunga, in tutta la regione ci sono stati diversi assalti a convogli: in uno, a novembre, era stato ammazzato anche un uomo d’affari della zona, Simba Ngezayo. E sarebbero stati proprio gli indizi raccolti durante l’inchiesta per quest’ultimo assassinio, sostengono i giornalisti di Goma, a mettere la polizia del Nord Kivu sulle tracce di queste tre bande.

Il generale Van Ang non racconta come si sia arrivati alla cattura. Non fa cenno alle inchieste italiane che nel giugno 2021 hanno portato a indagare un funzionario congolese del World Food Program, sospettato d’avere trascurato le misure di sicurezza previste per il trasporto dei diplomatici. Nemmeno fornisce elementi particolari che spieghino il collegamento con l’uccisione di Attanasio.

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

Grillo indagato per la Moby, la ricerca dei magistrati nelle chat e nei messaggi dei collaboratori più stretti: «Una mediazione illecita»

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di Luigi Ferrarella

Da una parte del filo il telefonino della web grafica del blog di Beppe Grillo e figlia del paroliere che per Patty Pravo scrisse «Pazza idea», Nina Monti, e il cellulare di Luca Eleuteri, socio fondatore della Casaleggio Associati al quale nel 2018 Davide Casaleggio affidò il delicato compito di spiegare ai giornali la fine del sodalizio tra il «garante» M5S e l’azienda milanese; dall’altro lato del filo il telefonino dell’amministratore delegato Achille Onorato della compagnia marittima Moby Spa fondata dal padre Vincenzo, e i cellulari di Annamaria Barrile e Giovanni Savarese, che nella società erano responsabile delle relazioni istituzionali e capo ufficio stampa: sono queste 5 persone, tutte non indagate, a essersi viste sequestrare ieri gli apparecchi sui quali la Guardia di Finanza di Milano ha la convinzione di trovare chat e messaggi confermativi di una illecita mediazione di Grillo per spingere i suoi parlamentare a fare gli interessi legislativi dell’armatore che lo stava finanziando.

Balza subito all’occhio che proprio a Grillo, benché al centro dell’indagine per l’ipotesi di reato di «traffico di influenze illecite», non è stato sequestrato il telefonino, su cui pure si ipotizza siano intercorse in entrata le richieste dell’armatore o in uscita gli input ai parlamentari 5 Stelle. Si tratta di una evidente scelta della Procura di Milano, che, così come ieri non si è azzardata a cercare chat su apparecchi di deputati 5 Stelle tutelati dalle garanzie parlamentari, ha rinunciato anche al telefonino del (pur non parlamentare) fondatore ed ex capo politico e poi garante dei 5 Stelle: forse per minimizzare le intrusioni nella privacy e sterilizzare le polemiche che sarebbero nate dall’acquisizione di un cellulare «sensibile», dove è ovvio che sarebbero state presenti (e dunque sarebbero finite depositate poi agli atti come nel caso di Renzi a Firenze nell’inchiesta Open) tutta una serie di chat ad esempio sulle dinamiche interne del Movimento, sui rapporti altalenanti tra Grillo e l’ex premier Conte, sugli attuali posizionamenti dei 5 Stelle in vista del voto per il Quirinale, e anche sulle vicende familiari e scelte difensive legate al processo al figlio di Grillo in Sardegna.

Altrettanto ovvio, però, è che evidentemente gli inquirenti nutrono un ragionevole affidamento di trovare lo stesso sugli apparecchi delle altre cinque persone i messaggi di proprio interesse investigativo. Da quanto traspare infatti dai decreti di perquisizione, la società Beppe Grillo srl, di cui il comico è socio unico e legale rappresentante, ha percepito da Moby spa 120.000 euro all’anno nel 2018 e 2019 «apparentemente per un accordo di partnership» finalizzato alla diffusione sui canali digitali legati al blog Beppegrillo.it di «contenuti redazionali» (almeno uno al mese) promozionali del marchio Moby.

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nonsolofole @ Gennaio 19, 2022

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