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Salvini il pacifista agita la maggioranza: no all’allargamento della Nato. Poi attacca sulla pace fiscale

Emergenza grano, anche l’India dice no all’export: quali effetti su Europa e Italia? “Si rischia una crisi dei prezzi senza precedenti”

La guerra al punto di partenza, i russi seguono il copione di sempre: conquistare dopo aver distrutto

Infortuni, tremolii e pallore “Putin operato per un cancro”

Salvini il pacifista agita la maggioranza: no all’allargamento della Nato. Poi attacca sulla pace fiscale

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Niccolò Carratelli

Il più pacifista di tutti. Pronto a fare «qualunque cosa per la pace», giura Matteo Salvini davanti alla platea, che lo accoglie alzandosi in piedi sotto la cupola in vetro della Lanterna di Fuksas, affacciata sui tetti del centro di Roma. Circa 200 persone presenti, di più la location non consentiva (e forse è stata scelta anche per questo), per la prima tappa del tour “È l’Italia che vogliamo”: lo slogan ricorda quello del primo Ulivo di Romano Prodi, ma nessuno sembra farci caso. Sono previsti altri appuntamenti in tutte le regioni, il prossimo a Genova il 23 maggio: un percorso di ascolto, per costruire il futuro programma di governo e, in teoria, riavvicinare la Lega ai territori e al suo elettorato perduto. Salvini, in effetti, ascolta, resta seduto quasi 9 ore a seguire dibattiti e interventi su lavoro, giustizia, fisco o energia, «comunque meno di ieri nell’aula bunker del tribunale di Palermo», ironizza l’ex ministro dell’Interno. Quando sale sul podio, per prima cosa se la prende con chi avrebbe mal interpretato le sue parole sull’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia, che «allontana la pace e va messa in lista d’attesa». Dal Pd lo hanno accusato di «fare un assist a Putin» e, allora, ecco la precisazione: «Io ragiono solo in termini di pace, sono due Paesi sovrani e decideranno loro cosa fare – spiega – ma in questo momento dobbiamo fare ciò che riavvicina le parti». Insomma, fosse per lui, rimanderebbe l’adesione. Passa da una citazione di Papa Giovanni XXIII, «cerchiamo ciò che unisce, non ciò che divide», a un attacco diretto al presidente degli Stati Uniti Joe Biden: «Se alla Casa Bianca ci fosse ancora Donald Trump, saremmo in questa stessa situazione?», si domanda con enfasi retorica, mettendo in palese imbarazzo la ministra forzista Mariastella Gelmini, seduta in prima fila, unica esponente politica non leghista della kermesse.

Lui, però, evidentemente la pensa come l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, intervenuto in videocollegamento, per sostenere che «se qualcuno, in passato, avesse portato avanti la politica estera di Biden sarebbe stato messo al rogo». Chissà se Salvini riprenderà questo concetto nel prossimo colloquio con Mario Draghi, che potrebbe avvenire già domani, dopo la richiesta del leader leghista di un confronto sulla strategia italiana rispetto alla guerra in Ucraina. I capigruppo leghisti, Molinari e Romeo, in una pausa sulla terrazza, assicurano che non c’è «nessuna intenzione» di seguire Conte e i 5 stelle che restano in pressing per ottenere un voto in Parlamento sull’invio delle armi a Kiev: «Prima ascoltiamo il premier e poi faremo le valutazioni politiche», è la risposta.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Emergenza grano, anche l’India dice no all’export: quali effetti su Europa e Italia? “Si rischia una crisi dei prezzi senza precedenti”

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Giampiero Maggio

Esattamente un mese il ministro del Commercio e Industria dell’India Piyush Goyal sull’onda della guerra in Ucraina e delle conseguenze sull’export di alimenti, in un tweet, aveva scritto: “Gli agricoltori indiani hanno messo da parte un eccesso di riserve e sono pronti a sfamare il mondo”. Un mese dopo quel tweet del 15 aprile l’India fa una clamorosa retromarcia (anche a causa della siccità e del caldo che minano i raccolti) e, da secondo produttore al mondo di grano dopo la Cina, decide di bloccare l’export di una materia prima fondamentale rischiando di causare, dopo il blocco imposto dalla guerra tra Russia e Ucraina, una vera e propria crisi alimentare a livello globale.
Ma quali potranno essere gli effetti sull’Europa e sull’Italia? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ieri, ha comunicato che domani sarà a New York con Blinken e i principali Paesi della comunità internazionale «che si stanno coordinando sul tema della crisi, perché a livello di Nazioni Unite faremo una serie di iniziative per cercare di abbassare i prezzi del grano e del pane, che stanno colpendo anche le famiglie italiane, ma anche nel Mediterraneo e nel Nord Africa». Così, se da un lato la strategia di Putin, bloccando il grano destinato anche ai Paesi del Nord Africa è chiaro (affamare milioni di persone causando un’ondata migratoria in Europa e nel Mediterraneo), dall’altro, il dietrofront indiano ha fatto scattare una sorta di “allarme rosso”.
La decisione dell’India di vietare, con effetto immediato, tutte le esportazioni di frumento è il tentativo di proteggere la sicurezza alimentare nazionale anche in virtù del grande caldo che sta mettendo a rischio molti raccolti, ma questo ha fatto scattare la paura per un ritorno ad una politica “protezionistica”. Anche perché l’Occidente, ma anche in Paesi del Nord Africa, avevano fatto affidamento – soprattutto dopo le parole di Goyal – sul secondo produttore mondiale di grano per le forniture dopo il crollo delle esportazioni dalla regione del Mar Nero in seguito all’invasione russa dell’Ucraina alla fine di febbraio. Vale la pena ricordare – numeri alla mano – la classifica dei Paesi che producono ed esportano questo prodotto nel mondo. Intanto, ogni anno, nel mondo vengono prodotte 749.467.531 tonnellate di grano. La Cina è il più grande produttore (131.696.392 tonnellate all’anno), poi l’India (93.500.000 tonnellate), quindi la Russia è terza con 73.294.568 tonnellate, seguita da Usa (62.859.050 tonnellate) e Canada (30.486.700). L’Italia? Solo al 19° posto in classifica con 8.037.872 tonnellate. Si capisce bene, dunque, l’importanza della Russia in questo mercato e quanto fondamentale potesse essere il canale indiano. Prima del divieto, infatti, l’India puntava a spedire un record di 10 milioni di tonnellate all’estero: quasi 10 volte tanto quanto ne aveva esportato due mesi fa.
Il rischio di una crisi alimentare e il caro prezzi
«Ora i Paesi Occidentali rischiano seriamente di fare i conti con una crisi alimentare senza precedenti» dicono i grandi del G7. La decisione di chiudere l’export da parte dell’India non è stata accolta con favore, ma con forte pessimismo: «Questa decisione servirà solo ad aggravare la crisi di approvvigionamento» hanno dichiarato i grandi del G7. E gli effetti negativi potranno esserci anche per l’India e il suo mercato interno. Gli effetti si sono visti immediatamente sui mercati: così i futures sul grano alla Borsa di Chicago sono saliti del 6% dopo il blocco dell’export da parte dell’India che l’India ha vietato l’esportazione del grano a causa di un’ondata di caldo che ha limitato la produzione e fatto alzare i prezzi, minacciando peraltro l’ offerta globale in un momento in cui le spedizioni dal Mar Nero rimanere interrotte. Il quadro generale dell’offerta di cereali appare preoccupante, secondo gli analisti, a causa anche dei magri raccolti di grano e orzo francesi nel più grande Paese produttore di cereali dell’UE, anch’essi colpiti dal clima secco.
Allarme in 53 Paesi
Tra guerra, crisi climatica ed effetti sull’agricoltura a livello globale e la decisione dell’India di chiudere alle esportazioni, ora scatta l’allarme carestia in ben 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione e risente quindi in maniera devastante dall’aumento dei prezzi di grano e riso. Lo dice la Coldiretti che, nel dire ciò, sottolinea anche che la situazione genererà un aumento dell’inflazione che nei Paesi dell’Eurozona potrà volare al 6,1% mentre nei Paesi poveri si allargherà l’area dell’indigenza alimentare.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

La guerra al punto di partenza, i russi seguono il copione di sempre: conquistare dopo aver distrutto

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testo di Francesca Mannocchi – foto di Alessio Romenzi

La guerra in Ucraina che sta entrando nel suo terzo mese ha cambiato natura.

Prima del 24 febbraio gli osservatori e analisti militari ritenevano che la schiacciante superiorità numerica vantata dall’esercito russo rendesse la vittoria una mera questione di tempo, in pochi si chiedevano se la Russia avrebbe vinto, la domanda era piuttosto quanto velocemente l’avrebbe fatto.

ALESSIO ROMENZI 

Quello che gli analisti non prendevano in considerazione, come sottolinea Liam Collins, direttore del Modern War Institute, l’accademia militare degli Stati Uniti a West Point era che «le prestazioni in tempo di guerra sono influenzate da qualcosa di più del funzionamento delle armi. Il successo in battaglia è anche una funzione della strategia, dell’impiego operativo, della dottrina, dell’addestramento, della leadership, della cultura e della volontà di combattere». Tutti fattori che l’Ucraina ha dimostrato di poter vantare e che alla Russia fanno difetto. L’addestramento, la motivazione e la leadership – oltre al compatto supporto operativo dell’Occidente – spiegano la liberazione di Kiev, un mese fa, e quella di Kharkiv anch’essa libera da pochi giorni, e spiega anche perché l’esercito russo non sia ancora riuscito a impossessarsi di quello che è diventato lo scopo centrale dell’offensiva: la conquista dell’intera regione che fa capo alle province di Donetsk e Lugansk, in Donbass.

ALESSIO ROMENZI 

In Donbass, a contrastare l’avanzata russa, agiscono le truppe della Joint Forces Operation (JFO), alcuni dei soldati più preparati e meglio addestrati dell’esercito ucraino, che hanno acquisito esperienza negli ultimi otto anni di guerra.

L’errore di valutazione del presidente russo Putin non sono da addebitarsi solo a una malintesa sovrapposizione tra russofonia e consenso, ma anche alla sottovalutazione dei progressi raggiunti dall’esercito di Kiev che, dopo la guerra iniziata nel 2014 in Donbass, è stato completamente trasformato e revisionato, nella temuta attesa che quel conflitto rimasto confinato sulla linea di contatto si sarebbe prima o poi trasformato in un’operazione su larga scala.

Così, a partire dal 2016, quando l’ex presidente Petro Poroshenko ha emanato il Bollettino di difesa strategica, i vertici della difesa e l’esercito sono stati riformati con l’ausilio dell’Occidente. Gli uomini che oggi combattono in Donbass non sono gli stessi del 2014, hanno una visione strategica oltre alle armi. I russi, invece, continuano a mettere in atto lo stesso copione, lo dimostrano i dati sul campo di battaglia a partire dal 18 aprile, inizio della seconda fase dell’offensiva. Fallita l’operazione a Kiev, e allora già in difficoltà a Kharkiv, i russi hanno spostato l’obiettivo sul Donbass agendo come da copione: gli obiettivi che restano per giorni sotto attacco aereo e sotto il fuoco dell’artiglieria e i soldati che avanzano dichiarando la “liberazione” dei villaggi. Hanno fatto così con Kreminna, hanno fatto lo stesso con Popasnia.

ALESSIO ROMENZI 

Pesanti bombardamenti che radono al suolo obiettivi militari e aree residenziali lasciando le strade distrutte e punteggiate da profondi crateri, strade in cui avanzano poi da carri armati, cannoni semoventi e i mezzi per il trasporto di personale che attraversano medi o piccoli centri abitati della regione mineraria del Donbass, diventati però più rovine che città.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Infortuni, tremolii e pallore “Putin operato per un cancro”

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Francesco Semprini

Il ricovero d’urgenza, l’intervento affidato a specialisti sottoposti a controlli su più livelli e un piano di «supplenza» della durata di dieci giorni. Sono questi alcuni particolari, confermati da fonti informate, in merito al presunto ricovero e intervento al quale è sottoposto Vladimir Putin affetto – sembra – dal cancro. «Ci sono prove secondo cui, all’incirca una settimana fa, c’è stata una corsa in clinica del presidente russo, era notte, stava molto male», affermano le fonti. Il Cremlino nega categoricamente che il leader soffra di problemi di salute, ma diversi testimoni raccontano che, anche ad occhio nudo, si sia notato un deterioramento delle condizioni del 69enne leader russo. Segnali nitidi come «il trascinare la gamba destra durante la parata del 9 maggio, il braccio storto, il viso pallido, l’aspetto esausto».

Putin ha subito alcuni infortuni di recente, principalmente alla schiena dopo essere caduto una volta da cavallo e in un’altra occasione nel 2017 durante una partita di hockey. Inoltre, il video di un incontro tra Putin e il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu di aprile mostrava il presidente stretto al tavolo mentre appariva irrequieto per tutta la riunione. Alcuni hanno suggerito che le sue condizioni indicassero un caso di morbo di Parkinson. Mercoledì, poi, Putin ha saltato la partita annuale di hockey su ghiaccio a Sochi, apparendo invece in un video con segni sul viso. La testata russa «The Project», specializzata in giornalismo investigativo, ha nei giorni passati raccontato che Putin è stato visto da uno specialista oncologo almeno 35 volte negli ultimi anni. Il leader del Cremlino sarebbe diventato «paranoico sulla sua salute», prosegue la pubblicazione, al punto tale da rivolgersi a rimedi alternativi, ovvero «terapie non convenzionali e barbare». Secondo The Project, tra queste ci sarebbe il rituale del bagno nel sangue estratto dalle corna di cervo, che vengono tagliate via mentre crescono e sono ancora piene di sangue fresco. In una registrazione ottenuta dalla rivista New Lines si sente un oligarca vicino al Cremlino dire che Putin è «molto malato di un tumore al sangue».

Si tratta di una rara testimonianza da parte di qualcuno con comprovati legami con il governo russo che conferma la malattia del «suo» presidente. In merito al ricovero del capo del Cremlino tutto sarebbe stato curato nel dettaglio, l’operazione fissata di notte e tra l’1 e le 2, in una data che può essere non più tardi di oggi, e col personale medico all’opera da almeno quattro giorni prima. I medici sono «solo specialisti russi che hanno superato un controllo su diversi livelli». Secondo le fonti, per coprire l’assenza del presidente sono all’opera due sosia che si occuperanno delle apparizioni in pubblico qualora sia necessario. Per il resto sono già stati «confezionati» video di Putin che partecipa a riunioni e firma leggi per far sembrare che stia ancora lavorando. I filmati registrati prevedono brevi discorsi, partecipazione agli incontri, commenti agli eventi programmati, firme di decreti, approvazione e condanna di vari eventi e figure. I funzionari del Fsb (i servizi segreti esteri) hanno blindato una «copertura» di almeno dieci giorni per far sembrare che Putin abbia il pieno controllo del Paese. Entro cinque giorni sarà possibile avere un’idea dell’esito dell’intervento, avvertono alcune fonti raccolte nel canale Telegram di contro informazione presumibilmente gestito da un ex generale dei servizi segreti esteri russi noto con lo pseudonimo di «Viktor Mikhailovich».

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Speranza: “Più medici e un miliardo alle Regioni per tagliare le liste d’attesa”

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di Michele Bocci

Ministro della Salute Roberto Speranza, in certe Regioni e per certe specialità le liste di attesa sono lunghissime. Interverrete?
“È un problema che viene da lontano ed è stato ulteriormente complicato dal Covid. Abbiamo già indirizzato un miliardo di euro, in due tranche, alle Regioni per affrontarlo e ci aspettiamo di vedere presto i risultati. La questione attese è legata al numero di medici più che alle attrezzature. Sul personale abbiamo avviato un’operazione mai vista”.
Cosa avete fatto?
“Nel nostro Paese si finanziavano in media 5 o 6 mila borse di specializzazione in medicina l’anno. Così il numero dei nuovi medici pronti a entrare nel sistema era sempre inferiore a quello di chi andava in pensione o comunque lasciava. Negli ultimi due anni abbiamo finanziato prima 13.400 borse e poi 17.400. C’era un imbuto formativo, ora non esiste più”.
Quei dottori saranno disponibili dopo i 4-5 anni di specializzazione. Le attese, anche oltre 250 giorni per una visita o un esame in certe città, come ha rivela la nostra inchiesta, ci sono ora.
“Ma i medici non si comprano sul mercato internazionale, come i camici o i respiratori. O li hai formati con una programmazione pluriennale o non li hai. Noi negli ultimi due anni abbiamo finalmente investito come si doveva. Per l’immediato il miliardo di euro in più servirà a comunque a recuperare con interventi straordinari”.
Il sistema sanitario ha abbastanza fondi a disposizione?
“Quando sono diventato ministro, nel settembre 2019, il fondo sanitario nazionale era a 114 miliardi di euro e aumentava in media di meno di un miliardo all’anno. Ora, dopo due anni e mezzo, siamo arrivati a 124 miliardi, 10 in più. Non c’era mai stato nella storia del servizio sanitario nazionale una crescita delle risorse così importante in tempi così brevi”.
Perciò quanto fatto è sufficiente?
“C’è stata una stagione troppo lunga di definanziamento della sanità e le risorse vanno aumentate ancora. Abbiamo l’impegno a portare il fondo a 128 miliardi in due anni, ma voglio lavorare per fare crescere ancora questa cifra. Poi sono per superare i tetti di spesa che hanno le Regioni, a partire da quella per il personale”.
Le Regioni chiedono più soldi per la lotta al Covid.
“Abbiamo già messo molte risorse al di fuori del fondo sanitario nazionale per la pandemia. Ne servono ancora e le troveremo. Sono stati anni difficili e avremo altre spese, ad esempio per i vaccini. Ma non è accettabile che il dibattito non tenga conto di un dato di realtà: così tanti soldi sulla sanità non sono mai stati messi”.
Si riferisce anche al Pnrr?
“Sì, si aggiungono all’incremento del fondo. Arriveranno 20 miliardi grazie al Pnrr. Poi ci sono 625 milioni che per la prima volta la programmazione europea riserva al “Pon” salute, per le aree svantaggiate. Quei soldi vanno al Sud e serviranno anche a recuperare gli screening oncologici saltati”.
I pronto soccorso sono in crisi, i medici lasciano per lo stress. Basteranno più specializzazioni?
“Senza dubbio il lavoro nell’emergenza è spesso estenuante. Noi abbiamo fatto un primo passo stanziando 90 milioni e istituendo una nuova indennità specifica per chi lavora al pronto soccorso. Sono prime risorse, cercheremo di trovarne altre ma si tratta di un segnale: diciamo ai lavoratori che siamo consapevoli delle loro difficoltà. Poi avrà un ruolo fondamentale il Pnrr”.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Intesa M5S-Leu, è frenata. Ma Bersani: “In autunno una convention dei progressisti”

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di Lorenzo De Cicco

La tentazione di un nuovo nome e un nuovo simbolo c’è. Giuseppe Conte ci ragiona da mesi, da quando è rimasto invischiato nelle beghe tribunalizie, i ricorsi presentati in batteria dagli attivisti dissidenti di Napoli che, dice l’ex premier, «si divertono così». È anche un calcolo elettorale, a 8 mesi dalle politiche: il brand M5S è ammaccato; alle amminitrative del mese prossimo, salvo clamorosi rovesci dei pronostici, subirà un altro colpo.

Meglio cambiare: non solo un restyling del logo, dunque, col suo cognome in rilievo (un primo test c’è stato già in alcune elezioni provinciali a marzo). Ma anche un «nuovo nome», confermano fonti del quartier generale 5S a Campo Marzio. Conte però non vuole far passare l’idea che la “nuova cosa” in gestazione sia schiacciata a un estremo politico piuttosto che a un altro. «Non proverà a fare il Melenchon italiano», dice un big stellato. «Vuole tenere dentro anche i moderati». Ecco perché l’ipotesi di una costituente di sinistra, che agganci al treno stellato Articolo 1, Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza — ipotesi pure discussa in queste settimane — ieri è stata smentita dai vertici del Movimento: «Fantasie». Anche se, come rimarca il vicepresidente M5S, Mario Turco, «con Articolo 1 condividiamo molti temi comuni e abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme nel corso del governo Conte II».

La vicinanza con quel pezzo di sinistra, che Conte però l’altro ieri al summit Ambrosetti di Sorrento ha definito comunque «estrema», è dimostrata dal fatto che in Parlamento, e nei territori, grillini ed esponenti di Articolo 1 si parlano. E spesso dicono le stesse cose. Anche Roberta Lombardi, prima storica capogruppo 5 Stelle alla Camera, ora assessora giallorossa nella giunta del Lazio di Nicola Zingaretti, si pente del famoso streaming, gelido, con Bersani, nel 2013: «Sullo stare insieme in un partito, non commento scenari ipotetici e di cui non sono a conoscenza», dice Lombardi, «ma dal 2013 vengo ricordata come quella che maltrattò Bersani mentre non era mia intenzione offendere la persona e se questo è passato, mi scuso ancora».

Proprio Bersani lancia ora una «convenzione dei progressisti», da organizzare «in autunno». Non è una strizzta d’occhio rivolta solo al M5S, ma anche al Pd. «Noi diamo una mano per federare i progressisti e ricomporre la sinistra, su un programma nuovo — ragiona Bersani — . Fuori da qui c’è solo il gioco dei quattro cantoni, a somma zero».
Certo è che nel campo largo immaginato da Enrico Letta si apre quasi ogni giorno un fronte polemico tra M5S e Pd, mentre con Bersani & Co. i grillini vanno d’amore e d’accordo. L’ultimo attrito dem-5 Stelle è sul termovalorizzatore di Roma.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Ucraina, per gli italiani la guerra durerà ancora ma senza allargarsi

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di Ilvo Diamanti

La guerra in Ucraina è destinata a durare ancora a lungo. Non solo, c’è il rischio che si allarghi oltre i confini dell’area. E debordi, fino a divenire una guerra mondiale. È quanto temono molti italiani, che assistono alle vicende del conflitto in tempo quasi reale. Si tratta di indicazioni che emergono da un sondaggio di Demos per Repubblica. L’attenzione e la tensione verso quanto avviene in Ucraina, d’altronde, sono costanti ed elevate. E, come si è osservato di recente, 6 italiani su 10 si dicono molto o abbastanza informati, al proposito. Anche se con molti dubbi. Quasi metà dei cittadini intervistati ritiene, infatti, che le notizie siano manipolate oppure distorte.

D’altronde, la guerra è al centro di un teatro mediatico, dove gli attori sono sempre in scena, senza soluzione di continuità. In Italia più che altrove. Una recente indagine di Eurobarometro per la Commissione Europea, mostra come l’Italia sia il Paese nel quale l’informazione sulla guerra in Ucraina è maggiormente seguita. Ciò riflette, sicuramente, la sensibilità dei cittadini verso un dramma che avviene in un Paese non molto lontano, da cui provengono molte persone (soprattutto donne) che vivono e lavorano in Italia. Tuttavia, la sensibilità degli italiani è determinata anche dall’attenzione dedicata dai media del nostro Paese agli eventi di questa guerra. Onni-presente, nelle pagine dei giornali, nei programmi delle TV pubbliche e private e, ovviamente, nei canali social. Dove queste notizie hanno raggiunto decine di milioni di interazioni, come ha rilevato sottolineato Prima Comunicazione. Una rivista specializzata, appunto, nell’osservazione e l’analisi sul mondo dell’informazione.

Se ciò avviene, inoltre, è perché coinvolge il “sentimento” delle persone. Infatti, come si è visto, una larga maggioranza di persone sostiene la resistenza del popolo ucraino, ma c’è una “minoranza non troppo minoritaria” che difende e giustifica le ragioni dell’invasore. La Russia.
Inoltre, circa un quarto degli italiani pensa che le immagini sui crimini russi siano “costruiti ad arte” dal governo ucraino.

Al di là delle ragioni che orientano gli atteggiamenti, non è chiaro quanto il conflitto possa durare ancora. Su questo aspetto l’opinione pubblica appare divisa. E, quindi, incerta. Secondo il 47% potrebbe concludersi piuttosto presto. Fra qualche mese o (secondo una frazione più ridotta) qualche settimana, pochi giorni. Mentre una quota di poco inferiore (44%) ritiene che continuerà più a lungo. Un anno o più. Prevale, però, l’idea che la guerra in Ucraina resterà confinata in quell’area. Una questione fra i due Paesi (41%). Mentre una quota poco inferiore di italiani (38%) ritiene che il conflitto potrebbe allargarsi. Senza, però, contagiare e investire altre zone europee. Come pensa, invece, una componente di persone più limitata, ma non irrilevante: il 15%. Tanto più e soprattutto perché questa parte della società evoca la minaccia di una possibile “guerra mondiale”.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Noi, l’Europa e l’America: i veri interessi e quelli falsi

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di Ernesto Galli della Loggia

È la politica che valuta in complesso i pro e i contro, che deve ricordare il passato e immaginare il futuro

«Gli interessi dell’Italia e della Ue non sono quelli degli Stati Uniti»: da settimane la discussione italiana sulla politica nei confronti dell’aggressione russa all’Ucraina è dominata da questa affermazione o da una delle sue tante possibili varianti. Il cui significato esplicito è «gli Usa, padroni della Nato, in realtà vogliono servirsi dell’Ucraina per fare la guerra a Mosca e cacciare Putin. Ma questo non può essere il nostro obiettivo. Senza contare che per loro le conseguenze economiche sono assai meno gravi che per noi (italiani, europei), che finiremo per rovinarci. Dunque aiutare Kiev a difendersi va bene, ma giusto quanto è indispensabile e niente di più. L’America vada per la sua strada, noi per la nostra».

Una simile affermazione nasconde, dietro la verità di ciò che è ovvio, la menzogna del falso sillogismo. È certo infatti che gli interessi dell’Italia non sono quelli degli Stati Uniti: ma non si potrebbe dire forse la stessa cosa di quelli del Trentino e della Sicilia? O di quelli del Portogallo e dell’Italia? Sì, naturalmente. La vera questione dunque è di quali interessi stiamo parlando, della natura degli interessi. Nessuno ha «interesse» a pagare le tasse, ad esempio. Le paghiamo perché siamo convinti che ciò serva in vista di uno scopo, di un «interesse» che reputiamo più importante del danno di sborsare una parte del nostro reddito al fisco. Ci sono dunque interessi e interessi, e la politica consiste per l’appunto nel fare una gerarchia degli interessi, nello stabilire quali sono quelli più importanti e quelli meno. La politica: cioè una visione generale delle cose, la capacità di valutare in complesso i pro e i contro, di riuscire a guardare più in là del proprio naso e delle proprie tasche; di ricordare il passato e immaginarsi il futuro. Qualità che sono proprio quelle che fanno clamorosamente difetto a coloro che sostengono che i nostri interessi c’entrano poco o nulla con quelli degli Stati Uniti.

Non c’entrerebbero nulla cioè con gli interessi della sola potenza mondiale che si riconosce nei nostri stessi valori umani, sociali e politici, e per certi versi ne è addirittura all’origine: con gli interessi della sola potenza mondiale che si è opposta prima, per mezzo secolo, alla minaccia del comunismo sovietico che altrimenti ci avrebbe facilmente portato nella sua sfera d’influenza; l’unica che oggi contrasta la trasformazione del mondo in una catena commerciale sottomessa ai desiderata di Pechino. Davvero poi sarebbero diversi i nostri interessi da quelli di un Paese dove ha origine grande parte delle conoscenze, delle tecnologie, degli strumenti, dei medicinali, delle mode, delle narrazioni, che ci conquistano e ci aiutano a lavorare e a vivere meglio? Di un Paese che ospita i maggiori centri di ricerca e di studi universitari, le maggiori biblioteche e li apre a tutti con la maggiore liberalità? La lettura della cui stampa è indispensabile se si vuole sapere qualcosa che assomigli alla verità circa qualunque fatto avvenga in qualche luogo della Terra?

Un Paese perfetto? Niente affatto. Tanto è vero che ha commesso errori anche gravissimi e pure veri e propri orrori: non da ultimo perché in forza del suo ruolo planetario — qualcuno dei suoi critici ci ha mai pensato? — esso se l’è dovuta vedere più volte come nessun altro con quanto di peggio esiste al mondo. Ha dovuto e deve tuttora prendersi la responsabilità di fare argine a insidie e pericoli di ogni tipo le quali, tra l’altro, in un modo o nell’altro hanno spesso di mira anche noi. Certo, ad Abu Ghraib sono accadute cose obbrobriose: ma ha davvero le carte in regole per ergersi a giudice implacabile il Paese in cui c’è stato un carcere come quello di Santa Maria Capua Vetere e nelle cui prigioni ha trovato la morte in quel modo Stefano Cucchi? E siamo davvero sicuri che se al posto degli Stati Uniti ci fosse la mitica Europa con il suo ancor più mitico «esercito europeo» ce ne andremmo per il mondo tutti fieri del nostro immacolato pedigree? A quel che si sa i soldati della République non hanno proprio lasciato solo un bel ricordo di sé in Africa, dove Parigi ha per decenni fatto da puntello ai peggiori ceffi presidenziali; così come a Ceuta e Melilla la polizia di Madrid non usa proprio i guanti, e se ben ricordo che cosa avvenne di preciso a Stammheim è ancora un mistero.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Gas, dipendenza dalla Russia: i veri errori dell’Italia

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di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Dal 24 febbraio 2022 con l’invasione della Russia in Ucraina, rimbalza l’accusa: «L’Italia è troppo dipendente dal gas di Putin, negli ultimi 50 anni le forniture non sono state abbastanza diversificate». Vediamo.

I sette contratti con Mosca

Siamo alla fine degli anni ’60. Il mercato chiede gas e in Russia ce n’è tanto e a buon mercato. L’accordo, il primo del genere al mondo, è del 10 dicembre 1969 firmato a Roma dal presidente dell’Eni Eugenio Cefis e dal viceministro del commercio estero dell’Urss Nikolay Osipov (qui il documento). Durata 20 anni, fornitura di gas naturale per 6 miliardi di metri cubi l’anno. I vantaggi sono due: è a buon mercato e in più l’Eni fornisce mezzi e tecnologia. Il primo gasdotto è operativo da maggio 1974: un’infrastruttura lunga 4.450 km che parte dalla Siberia, passa per l’Ucraina, la Slovacchia, l’Austria e approda all’impianto di Tarvisio. Da allora in poi i contratti sono altri sei con un aumento costante di volumi; l’ultimo è stato firmato nel 2006 con durata fino al 2035. La clausola prevede una quantità minima e una massima che l’Italia si impegna ogni anno a ritirare. La fornitura nel 2021 è stata di oltre 28 miliardi di metri cubi.

Il gasdotto dal Mare del Nord

Negli stessi anni si tratta con l’Olanda, e successivamente con la Norvegia, per importare gas dai giacimenti del Mare del Nord. Il primo gasdotto che attraversa la Germania e la Svizzera arriva a Passo Gries, dove si trova il punto di interconnessione con la rete nazionale (qui e qui i documenti), entra in esercizio nel 1974. Per far fronte alla crescente domanda italiana il gasdotto viene ampliato nel ’94 e raddoppiato nel 1997. Nell’ultimo decennio però dal grande giacimento di Groningen, per ragioni sismiche, si pompa sempre meno, e oggi in Italia da quei tubi arriva solo il gas norvegese.

Da Algeria e Libia

Ad agosto del 1983 inizia l’importazione dall’Algeria attraverso il Transmed che approda in Sicilia, a Mazara del Vallo (qui il documento). Una seconda linea viene aperta nel 1997, raddoppiando la capacità di trasporto: 24 miliardi di metri cubi l’anno (qui il documento). A ottobre 2004 Silvio Berlusconi e Mu’ammar Gheddafi inaugurano il GreenStream, la linea sottomarina che collega la Libia all’Italia con sbocco a Gela (qui il documento).

Tredici anni per il Tap

A dicembre 2007 Italia e Azerbaijan firmano un memorandum di intesa per possibili forniture future di gas (qui il documento). Il 28 giugno 2013 il consorzio azero Shah Deniz annuncia che il Tap è il progetto prescelto per trasportare il suo gas in Ue attraverso la Puglia. Il metanodotto (sul quale partiti e comitati si sono scannati per anni) vede la luce il 31 dicembre 2020, quando il primo gas dal Mar Caspio arriva a Melendugno.
Tirando le fila: in 50 anni ci siamo portati in casa 5 fornitori diversi. Certo dalla Russia abbiamo importato via via sempre di più perché di gas ce n’è di più, e perché rispetto ai Paesi africani era più stabile e affidabile. Dove invece non siamo stati lungimiranti?

Niente gas liquefatto

L’Eni estrae gas in Nigeria, dove dal 2000 viene liquefatto e portato con le navi metaniere negli Stati Uniti, in Asia e in Spagna. Il colosso italiano ha giacimenti e impianti di liquefazione anche in Egitto, ma dal 2005 il gas lo porta in Spagna. In Italia non arriva nulla perché non si sa dove metterlo. Fino al 2009 c’è un solo rigassificatore (Panigaglia in provincia di La Spezia), quando a Porto Viro, al largo del delta del Po, apre il secondo. Il terzo, sul mare di Livorno, entra in funzione a ottobre 2013. L’utilizzo della loro capacità è sempre stato sotto il 60%. Nel 2021 sonò stati importati 9,7 miliardi di m3 principalmente da Qatar, Algeria e Usa. A partire dal 2005 sono stati presentati da società italiane ed estere una dozzina di progetti: tutti bloccati. Quelli di Porto Empedocle (qui il documento) e Gioia Tauro (qui il documento) sono in ballo rispettivamente da 18 anni e 17 anni.

Produzione nazionale bloccata

Dalla metà degli anni ’90 abbiamo iniziato a bloccare l’attività di estrazione e ricerca in Adriatico, e la produzione nazionale è passata dai 20,6 miliardi di metri cubi nel 1994 ai 4,4 del 2020 (mentre i consumi sono saliti di quasi il 30%).

Del resto fino a pochi mesi fa il ragionamento diffuso era questo: perché impattare sull’ambiente quando il gas lo importiamo da Nord e da Sud? Tra l’altro in quegli anni si iniziava ad investire sulle rinnovabili per produrre elettricità, e l’Italia era partita bene. E qui si pone il terzo problema.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

Ucraina Russia, le news sulla guerra di oggi |Svezia, la prima ministra in parlamento per l’adesione alla Nato

Posted in: Esteri | Comments (0)

di Lorenzo Cremonesi, Giusi Fasano, Marco Imarisio, Marta Serafini

Le news di lunedì 16 maggio sulla guerra, in diretta. Magdalena Andersson:: «Decideremo dopo aver consultato il parlamento». Il «no» di Mosca ai negoziati sul battaglione Azov. Nella notte, spari contro un ospedale a di Severodonetsk

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• La guerra in Ucraina è arrivata all’82esimo giorno.
• All’Azovstal «speranza finita»: ieri i combattenti ancora asserragliati dentro l’acciaieria erano «pronti alla battaglia finale».
• La Finlandia ha chiesto ufficialmente l’ingresso nella Nato
• Perché ora si avvicina una fase decisiva della guerra: i russi sono indietro sui piani, ma avanzano a Est
• Le proteste (piccole e nascoste) contro Putin a Mosca

Ore 07:53 – Svezia, la prima ministra chiede il sostegno del parlamento per la Nato

Oggi, la premier svedese, Magdalena Andersson, andrà in Parlamento per cercare ampio sostegno alla richiesta di adesione del Paese alla Nato, dopo che il suo partito socialdemocratico ha abbandonato l’opposizione di lunga data all’ingresso nell’Alleanza, sulla scia dei timori creati dall’invasione russa dell’Ucraina. «Mi assicurerò che ci sia un ampio sostegno parlamentare alla domanda di adesione della Svezia e dopo prenderemo una decisione a livello di governo», ha detto ieri Andersson in una conferenza stampa riportata dal Guardian.« La Svezia – ha detto – ha bisogno delle garanzie di sicurezza che derivano dall’ingresso nella Nato. Se restassimo l’unico Paese nella regione fuori dalla Nato saremmo in una posizione molto vulnerabile».

Ore 07:40 – Svezia e Finlandia nella Nato, la Turchia frena: «Vogliamo garanzie»

(Paolo Valentino) Con la solita verve, è Jean Asselborn, ministro degli Esteri lussemburghese, a riassumere il senso della giornata: «La politica ogni tanto è anche teatrale e ogni tanto come un bazar, si negozia fino all’ultimo. Ma alla fine si trova un accordo». Lo spettro di un veto turco sull’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato aleggia sul vertice berlinese dei ministri degli Esteri atlantici, ma i capi delle diplomazie lasciano la capitale tedesca con la robusta percezione che quella di Ankara «non sia un’opposizione di principio». Qui l’articolo completo

Ore 07:13 – Gb, la Russia ha perso un terzo del sue esercito

Il ministero della Difesa britannico ha dichiarato nel suo aggiornamento quotidiano dell’intelligence che l’esercito russo ha perso fino a un terzo delle proprie forze di combattimento impegnate in Ucraina dalla fine di febbraio e non sta guadagnando alcun territorio sostanziale. «Nelle condizioni attuali, è improbabile che la Russia acceleri drasticamente il suo tasso di avanzamento nei prossimi 30 giorni», ha affermato il ministero su Twitter. amr 160708 Mag 2022

Ore 07:10 – Cosa vuole fare Biden?

(Giuseppe Sarcina) Non esiste alcuna proposta di negoziato americano che metta in discussione «l’integrità territoriale dell’Ucraina». Il Segretario di Stato Antony Blinken lo ha confermato ieri, in una conferenza stampa, dopo il faccia a faccia a Berlino con il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. La posizione del governo americano non cambia. Era e rimane quella adottata fin dall’inizio del conflitto: gli Usa appoggiano la resistenza di Kiev, ma sarà il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky a decidere se, come e quando aprire il negoziato con Vladimir Putin. Ammesso, e finora non concesso, che il leader del Cremlino sia disposto a discutere seriamente. Qui l’articolo completo.

Ore 07:08 – Le nuove armi che l’Italia invierà all’Ucraina

(Maria Teresa Meli) Oggi Lorenzo Guerini illustrerà al Copasir il terzo decreto per le armi all’Ucraina, firmato insieme a Luigi Di Maio e al titolare dell’Economia Daniele Franco. Le due volte precedenti il ministro della Difesa non ha avuto nessun problema nel Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica e i tre esponenti del Movimento 5 stelle che ne fanno parte non hanno praticamente aperto bocca quando il ministro della Difesa elencava le forniture belliche inviate in quel paese. Anzi. La seconda volta la vicepresidente di quell’organismo, la M5S Federica Dieni, per evitare di entrare nel merito della discussione, se l’era cavata con una battuta: «Noi ragazze siamo meno avvezze a parlare di armi».

Ma oggi le cose potrebbero cambiare, visto che Giuseppe Conte da qualche tempo ha deciso di alzare il tiro contro il governo e di chiedere conto a Mario Draghi dell’invio di armi all’Ucraina. Questa volta il Movimento 5 stelle potrebbe impuntarsi e tentare di dare del filo da torcere al ministro della Difesa. Sempre che i tre grillini del Copasir seguano il loro leader, cosa che finora non hanno fatto. Qui l’articolo completo.

Ore 01:41 – A Severodonetsk bombe su un ospedale, 9 feriti

Le forze russe hanno sparato contro ospedale di Severodonetsk: a riportarlo è il capo dell’amministrazione militare regionale di Luhansk, Serhii Haidai. Secondo Haidai, 9 civili sono rimasti feriti e hanno ricevuto cure mediche presso il nosocomio, che ha continuato a funzionare durante i bombardamenti. Sono stati 11, nell’ultimo giorno, gli attacchi di artiglieria a Severodonetsk: «I russi hanno bombardato case, un impianto chimico, una scuola e un ospedale», ha concluso.

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nonsolofole @ Maggio 16, 2022

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