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Non siamo resilienti, perché non sappiamo cosa voglia dire

Strigliata di Bertolaso “Vaccinare a tappeto”

“Grazie da noi bimbi”. Il saluto del banchiere rimpianto da tutti. Le lacrime dei figli: “Eri come Superman”

Coprifuoco e viaggi sospesi: l’Europa alza la guardia contro il Covid, ma torna l’incubo lockdown

Non siamo resilienti, perché non sappiamo cosa voglia dire

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L’uso delle parole spiega chi siamo. L’uso fantasioso che abbiamo fatto della parola “resilienza”, come per darci un sussiego davanti al disarmo, spiega che non siamo resilienti. Là dove vi è un grave errore di vocabolario vi è un grave errore di pensiero, scrisse Simone Weil, la cui lettura oggi è particolarmente balsamica. Difficile trovare nella quotidianità una dimostrazione più precisa del filosofare: resilienza non è un sinonimo forbito di resistenza, non è una resistenza un po’ più figa, è la capacità psicologica di reagire di fronte a difficoltà o a traumi (cito dal vocabolario Treccani). Ed è una capacità di cui non credo siamo dotati. Da venti mesi viviamo il virus con tentativi di assertività che il virus non prevede, il virus non è assertivo, è subdolo, fa della sua indefinitezza, della sua inafferrabilità e della sua imprevedibilità la sua forza. Dovremmo averlo capito da tempo e invece andiamo avanti con contrapposte, disperate certezze: da un lato c’è chi pretende di tornare alla normalità nonostante il virus, e dall’altro chi si illude che la normalità stia tornando davanti al virus che si scansa. Poi basta la minaccia di una variante omicron, sorta un giorno con il sole al mattino, ancora più indefinita, inafferrabile e imprevedibile, e sulle nostre labbra e sui nostri polpastrelli torna la parola con cui si demolisce ogni idea di resilienza: incubo.

Il covid ha inchiodato e inchioda ora dopo ora la modernità – con le sue ridicole presunzioni algoritmiche – alla vanità della torre di Babele che ci siamo costruiti. Alla nietzschiana morte di Dio abbiamo divinizzato l’uomo e davvero non la sto mettendo giù dura, ma questa pretesa di ricondurre e circoscrivere tutto all’uomo, alla sua onnipotenza nel bene e nel male, mi pare un cataclisma da cui sarà difficile riemergere: fa molto ridere il complottismo estremo, secondo cui il virus è il prodotto del diabolico patto fra massoni, ebrei, banchieri, scienziati pazzi e altre figure fumettistiche – fa ridere perché la trama prevede lo sterminio di gran parte della popolazione con l’artificio del virus e poi prevede il controllo di gran parte della popolazione con la menzogna del vaccino, e il piano comincerebbe a complicarsi troppo anche per una serie tv per tredicenni – ma fa ridere anche il complottismo moderato. Ho letto stamattina un’analisi secondo la quale la vaccinazione dei bambini è la supercazzola per nascondere il fallimento della pianificazione della terza dose: dietro ogni evento c’è sempre, nascosto nelle tenebre, un mefistofelico col bavero alzato e gli occhiali scuri.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Strigliata di Bertolaso “Vaccinare a tappeto”

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Alberto Giannoni

La Lombardia si prepara ad affrontare l’ennesima stazione del calvario chiamato Covid. La variante Omicron è in Europa e allarma virologi e mercati finanziari. La Regione è pronta, intanto prosegue e accelera la campagna vaccinale per le terze dosi, «strigliando» le aziende sanitarie territoriali affinché tornino a raggiungere l’obiettivo delle 100mila dosi.
Il genoma della variante «Omicron» ieri è stato sequenziato, per la prima volta in Italia, dal Laboratorio di microbiologia clinica e virologia dell’ospedale «Sacco» di Milano «da un campione positivo di un soggetto proveniente dal Mozambico» e residente in Campania, di passaggio probabilmente da Milano. «Al momento non abbiamo notizie di tracciamento di questa variante in Lombardia ma non mi sento di escludere nulla – aveva detto l’assessore al Welfare, Letizia Moratti, intervenendo nel primo pomeriggio all’evento organizzato da Forza Italia a Erba – Però siamo pronti con tutte le misure che possiamo mettere in atto». «Il nostro obiettivo ha spiegato – è avere un sequenziamento delle nuove varianti e, nell’eventualità, un contact tracing molto puntuale, tutte azioni che stiamo facendo e che faremo anche con questa variante. Stiamo lavorando con gli organi competenti e aspettiamo di avere informazioni. Questa variante sembra essere molto più contagiosa di quelle precedenti e quindi dobbiamo mantenere molto alta la soglia di attenzione».

«L’invito – per Moratti – rimane quello di continuare a vaccinarsi». «Terza dose senza se e senza ma – ha sintetizzato Guido Bertolaso, capo della campagna lombarda, intervenendo a Erba. «Vaccinare a tappeto tutti, giorno e notte» la sua ricetta. «Vaccinare tutti anche per fermare la variante sudafricana» ha aggiunto, spiegando che su una popolazione vaccinata non avrà «effetti negativi così violenti». «Terza dose – ha detto ancora – significa affrontare anche questa ondata. Se non facciamo 100mila terze dosi al giorno non fermiamo l’onda».

Palazzo Lombardia si aspetta che l’incidenza aumenti ma sa che questo aumento sarà lento solo se il vaccino troverà un muro di vaccinazioni eseguite con tre dosi. Anche per questo, Bertolaso ha «strigliato» proprio ieri mattina i responsabili delle aziende sanitarie territoriali. E all’assessorato al welfare si dice che la strigliata sia stata «condivisa» con la vicepresidente Moratti e con i vertici della direzione regionale Welfare.

La Regione accelera, striglia, corre. «Complimenti a tutti gli operatori sanitari e i volontari che lavorano e hanno lavorato al Palazzo delle Scintille di Milano, l’hub per le vaccinazioni più grande d’Italia, che oggi ha superato il milione di somministrazioni» ha scritto ieri il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. L’hub gestito dal Policlinico, in collaborazione con Fondazione Fiera, con le Generali, Istituto nazionale dei tumori, Istituto neurologico Carlo Besta, Asst Santi Paolo e Carlo e Asst-Rhodense, in alcune giornate ha superato anche le 10mila somministrazioni. «Un grande lavoro che ora continua per le terze dosi» ha annunciato Fontana.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

“Grazie da noi bimbi”. Il saluto del banchiere rimpianto da tutti. Le lacrime dei figli: “Eri come Superman”

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Stefano Zurlo

Tombolo (Pd). Su un muro, accanto all’ingresso della chiesa di Sant’Andrea Apostolo, c’è un cartello scritto con caratteri allegri e tremolanti: «Grazie Ennio da tutti i bambini di Tombolo». Sotto quel poster passano tutti i potenti che entrano nel tempio neoclassico, quasi una prosecuzione del paesaggio palladiano, e quelle parole danno la misura della giornata: quello di Ennio Doris è un funerale particolare. Niente sfarzo. Semplicità e coralità. Il paese e la comunità finanziaria stretti intorno al feretro di un uomo che era diventato famoso ma non aveva perso i colori della fiaba.

Gli amici e i compaesani fanno grappolo davanti ai maxischermi, piazzati un po’ ovunque fra le case e i capannoni, quel mix unico di città e campagna, di antico e contemporaneo che è il Veneto. Dentro ci sono i Berlusconi: Silvio, accompagnato da Marta Fascina, e i figli Marina col marito Maurizio Vanadia, Eleonora e Luigi; il fratello Paolo Berlusconi che è arrivato con la figlia Alessia. E poi il numero uno di Mediobanca Alberto Nagel, Alessandro Benetton, Renzo Rosso, Marco Tronchetti Provera, Matteo Marzotto, insomma un pezzo di miracolo italiano, ma sono presenze defilate, quasi in secondo piano.

«Ennio è qui e non è qui», spiega come si può spiegare la morte don Bruno Caverzan, il parroco di Tombolo. E si capisce che aveva una grande confidenza con il banchiere che dava del tu ai grandi ma non aveva perso il filo diretto con il sacerdote. «Ennio – prosegue – mi diceva: Ma come farà un ricco ad entrare nel regno dei cieli se è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago?. La sua domanda – annota il reverendo – la teniamo aperta, ma lui ha risposto con i fatti. Ha fatto il bene, a tante persone, c’era sempre».

E forse, c’è ancora: «Dolcissimo nonno – mormora al microfono la nipote, la venticinquenne Aqua di Montigny – questo viaggio verso il cielo non potevi che farlo tu per primo, perché Ennio Doris ha sempre visto più in là degli altri. Il tuo esempio di amore verso la nonna è stato sacro. Non ti preoccupare per lei, ce ne occupiamo noi». Lina, vestita di azzurro e ancora bellissima, sorride con cenni di approvazione quando le parole accorciano e quasi schiariscono il buio del mistero.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Coprifuoco e viaggi sospesi: l’Europa alza la guardia contro il Covid, ma torna l’incubo lockdown

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Emanuele Bonini

Belgio, Germania, Repubblica Ceca, anche Italia, ancor di più Paesi Bassi. Il Covid nella sua nuova variante Omicron ha preso a circolare per l’Europa, che adesso guarda all’immediato futuro con rinnovata preoccupazione.

L’Unione europea torna a chiudersi nei confronti del resto del mondo, con l’intenzione di non intervenire, per ora, sulla libera circolazione interna. Ma intanto negli Stati membri tornano i coprifuoco, e l’Ue inizia a cancellare appuntamenti dalla agende. I fattori di rischio per la ripresa iniziano a materializzarsi, e c’è anche l’incubo di una nuova recessione oltre a quello di nuovo lockdown.

In Belgio, dove è stato registrato il primo caso di nuovo Coronavirus, decretato il coprifuoco dalle 23 alle 5, ma ancora non sono state annullate fiere e mercatini natalizi. Nei Paesi Bassi da domani scatta la chiusura dalle 17 alle 5 per tutti i negozi e servizi non essenziali, supermercati aperti fino alle 20. Al peggioramento della situazione si aggiungono le 61 persone giunte positive ad Amsterdam da due voli provenienti da Sudafrica. Si teme che possano aver contratto la nuova variante, considerata più contagiosa, e sono stati messi in isolamento. Allerta massima, come in Germania, dove i casi accertati di persone positive al Coronavirus con mutazioni tipiche della nuova variante sono due, entrambi in isolamento, con un terzo caso sospetto. Un contagio sospetto anche in Repubblica Ceca, e due conclamati nell’unico ex membro Ue, il Regno Unito, che torna al regime restrittivo.

Il premier Boris Johnson annuncia la reintroduzione di obbligo di mascherina sui mezzi pubblici e nei negozi, ma soprattutto tamponi obbligatori al momento dell’arrivo e auto-isolamento fino al momento della risposta negativa del test. Misure di precauzione. «Non sappiamo quanto sia pericolosa» questa mutazione. Si rischia ora un effetto domino. Londra ricorre di fatto a quello che nell’Ue è il «freno d’emergenza», il dispositivo che consente ai governi di reintrodurre quarantene e tamponi anche ai vaccinati. Il regolamento sul green pass prevede che in caso di necessità si possano applicare anche ai cittadini comunitari. L’Austria non vieta l’ingresso agli europei, ma ha sospeso i viaggi turistici fino al 13 dicembre attuando di fatto una restrizione agli ingressi nel Paese.

L’Europa degli Stati sin qui ha deciso di vietare e restringere i voli da e per Botswana, Eswatini, Lesotho, Mozambico, Namibia, Sud Africa, Zimbabwe. Da questo momento solo cittadini Ue e residenti nell’Ue, oltre ad alcune pochissime categorie di viaggiatori essenziali quali operatori sanitario, potranno entrare se provenienti da questi Paesi dell’Africa meridionale. Sono, al momento, le uniche misure prese a livello condiviso. Tutto è rimesso alla decisione dei singoli governi, e ora si teme che si possa procedere in ordine sparso.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Draghi e Colao, dateci la linea su Tim e la Rete

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Massimo Giannini

In principio fu la Stet. “La madre di tutte le privatizzazioni”, come si disse all’epoca. Era il 1992: Giuliano Amato premier, Romano Prodi all’Iri. Tra le macerie di Tangentopoli, che trasformò le PpSs in una mangiatoia, il Libro Verde di Piero Barucci decretò la fine dello Stato Padrone. La mitica Sip si fuse con le partecipate pubbliche delle tlc e diventò Telecom. Poi venne il 1997: Prodi a Palazzo Chigi, Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, Mario Draghi alla Direzione generale. E la regina della telefonia pubblica passò definitivamente al mercato. Come certifica il Libro Bianco del Mef (pubblicato nel 2001), con la cessione del suo gioiello più prezioso l’Erario incassò 22.883 miliardi di vecchie lire, pari a 11,82 miliardi di euro.

A chi oggi si chiede cosa sia cambiato da allora, in questo sorprendente gioco di specchi che vede gli stessi protagonisti dell’epoca curiosamente e variamente coinvolti nel “Romanzo Quirinale”, ecco la risposta: dopo più di vent’anni, un grande fondo di investimento americano come Kkr, per portarsi a casa il 100 per 100 della stessa Telecom, ora tim, mette sul piatto 10,8 miliardi. Meno di quanto il Tesoro incassò nel ’97. È la prova di un’altra storia di ordinaria dissipazione industriale, perpetrata nella zona grigia che incrocia lo Stato e il Mercato. La “madre di tutte le privatizzazioni” ha figliato la qualunque. Public company fallite e “nocciolini duri” molli come il burro. Capitani coraggiosi e capitali pretenziosi. Soci spagnoli evanescenti e azionisti francesi impertinenti. Tanti capi-azienda, soprattutto. Nell’ordine: Roberto Colaninno, Enrico Bondi, Marco Tronchetti Provera, Renato Ruggiero, Carlo Buora, Franco Bernabè, Marco Patuano, Giuseppe Recchi, Amos Ghenis, Arnaud de Puyfontaine, Fulvio Conti.

Ora che si è fatto da parte anche l’ultimo amministratore delegato, Luigi Gubitosi, cosa resta di cotanta speme? Che fine farà la povera Tim, che per tipologia di business è pur sempre un asset strategico fondamentale per la nazione? Che ne sarà di una delle poche grandi aziende rimaste in Italia, che nel frattempo si è persa per strada metà del fatturato, 80 mila dipendenti e si ritrova in pancia una bomba da 23 miliardi di debiti? Domande cruciali. A fare le anime belle, le si potrebbe liquidare facendo spallucce. È un affare di mercato, lo risolva il mercato. È il lato più inquietante e seducente del capitalismo schumpeteriano, che crea-distrugge-ricrea. Se un’azienda diventa contendibile, vuol dire che chi la gestisce non sa estrarne tutto il valore possibile. E questo, nella parabola discendente di Tim, è stato sommamente vero. Certo, nell’ultimo decennio il settore ha sofferto ovunque, sul fronte dei ricavi: in Germania sono calati dell’8 per cento, in Francia del 16, in Spagna del 26. Ma in Italia è andata molto peggio: meno 32 per cento, da 44,8 a 28,5 miliardi.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Indagine sulla Juve, “Scambi sganciati dai valori degli atleti”: così funzionava il “metodo Paratici”

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Giuseppe Legato

«Cessioni di giovani calciatori con corrispettivi rilevanti fuori range utilizzati come strumento salva bilanci e connotate da valori fraudolentemente maggiorati così da generare un ricavo fittizio». E poi c’è il caso Ronaldo: «una scrittura privata sul rapporto contrattuale e le retribuzioni arretrate del calciatore» che gli investigatori sentono definire al telefono «quella carta famosa che non deve esistere teoricamente».

Così il bilancio della Juventus («basato su un atto di fede» si legge gli atti) chiuso al 30 giugno 2019 ha registrato una perdita di esercizio di quasi 40 milioni «anziché di 171 milioni» diventata – nel 2020 – 89 milioni «anziché 209 milioni e nel 2021 di 209 milioni anziché 239 milioni». Una grande operazione di rientro?

Secondo la procura un reato, anzi due: falso in bilancio e false fatturazioni desumibili da «manifesti profili di anomalia di diverse operazioni». Quasi tutte sono state concepite «a specchio» e cioè «uno scambio contestuale di calciatori dove, a fronte di più cessioni, sono state disposte una o più acquisizioni ottenendo cosi operazioni a somma zero tra le parti e con un duplice effetto positivo sui bilanci della cedente e della cessionaria».

Scrivono i pm nel decreto di perquisizione notificato ai sei indagati (i vertici societari ndr) che «attraverso questo sistema si è determinato un miglioramento fraudolento degli indici di bilancio».

Sotto la lente dei magistrati sono finite – tra le tante, 42 in totale – le operazioni di acquisto di Nicolò Rovella dal Genoa per 18 milioni compensato, pari e patta dalla cessione ai grifoni dei giovani Elia Petrelli (8 milioni) e Manolo Portanova (10 milioni). Ma la Juve ha anche acquistato dal Barcellona Marques Mendes Alejandro Josè per 8,2 milioni cedendo in cambio (quasi) alla pari Pereira Da Silva Matheus (8 milioni). Accertamenti sono condotti infine sullo scambio con l’Atalanta tra i giocatori Demiral e Romero. Chiosano gli inquirenti: «Sono emersi indizi precisi e concordanti per ritenere che i valori sottesi a questi trasferimenti siano state operazioni preordinate e sganciati dai valori reali degli atleti».

Lo chiamano, nelle carte, «il metodo Paratici», soggetto «posto al vertice dell’area sportiva (della Juve) fino al giugno 2021». E la bollano come «gestione malsana delle plusvalenze, utilizzata in modo distorto quale correttivo dei rischi assunti in tema di investimenti e di costi connessi ad acquisti e a stipendi scriteriati». Tutto ciò, nelle intercettazioni, avrebbe portato gli stessi indagati a definire la Juventus «una macchina ingolfata». Tutta colpa degli investimenti oltre le previsioni di budget e di quello che nelle cuffie della finanza diventano – per voce dei protagonisti della vicenda – «gli ammortamenti e tutta la merda che sta sotto che non si può dire». Questi – sostiene la procura – hanno causato «uno squilibrio» finito anche sotto la lente della Consob che proprio a luglio ha iniziato un’ispezione sui conti della società.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Quirinale, Anna Finocchiaro e le donne nel totonomi sul Colle: ci sono, non vengono viste

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di Maria Teresa Meli

«Quando si arriva alla fine dell’imbuto, scompaiono». Nel 2006 Prodi l’avrebbe voluta al Colle: «Non c’era una vera possibilità»

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Lei sull’argomento sfoggia quella flemma che è un tratto distintivo dei siciliani (è nata a Modica il 31 marzo del 1955). Troppe volte Anna Finocchiaro è finita nel totonomi del Quirinale. La prima nel 2006, quando Romano Prodi, che la conosceva bene (era stata, nel suo primo governo, ministra della Pari opportunità, un dicastero che era una novità assoluta per l’Italia), ebbe a dire: «Ci vorrebbe un segnale di novità per la presidenza della Repubblica, ci vorrebbe una donna».

Finocchiaro non andò al Colle, ma certo non si macerò tra rimpianti e recriminazioni: «Secondo me non c’era nessun possibilità concreta che accadesse». Anche perché allora l’Italia era molto indietro su quel fronte, persino più di oggi: le donne, in politica come su altri terreni, facevano una gran fatica a imporsi. Adesso non è che fili proprio tutto liscio come l’olio da questo punto di vista. Ma ora, pure lei ne è convinta, la possibilità di una donna (non parla di sé, è un errore che non commetterebbe mai) al Quirinale apparirebbe più a portata di mano. «In giro c’è tanta competenza femminile e in Italia ci sono donne che hanno la qualità, l’esperienza, la preparazione per essere presidenti della Repubblica e per fare tante altre cose. Il problema è che le donne devono essere “viste”, nel senso che quando si arriva alla fine dell’imbuto le donne non si vedono, scompaiono e invece ci sono».

Finì che nel 2006, invece, Finocchiaro, da capogruppo, resse con le unghie e con i denti la traballante baracca dell’Ulivo al Senato, cosa per cui Prodi, che in quel ramo del Parlamento aveva pochi voti di scarto, le fu grato. Senza la sua tenacia, senza la sua capacità di parlare anche con gli avversari, quel governo sarebbe crollato ancor prima.

Il 2006, quindi, per Finocchiaro fu la prima volta. La seconda arrivò nel 2013. Anche allora si parlò di lei come di una possibile candidata al Colle. A sbarrarle il passo, però, arrivò Matteo Renzi, non ancora segretario del Pd: «Sarebbe bello avere un presidente donna, ma sui giornali leggo nomi improbabili». E così l’allora sindaco di Firenze rovesciò su Finocchiaro uno scandalo di qualche tempo prima, che del resto Renzi aveva già utilizzato quando lanciò la sua campagna per la rottamazione dei dirigenti dem. Ossia alcuni scatti fotografici che ritraevano la senatrice dem all’Ikea, con la scorta che le portava il carrello. In realtà non era vero niente. Chi l’aiutava era un compagno di partito, ma il clamore fu notevole. Lei, per una volta, perse la flemma e replicò con inusitata durezza al fiorentino: «Non mi sono mai candidata a nulla. Trovo che l’attacco di cui mi ha gratificato Renzi sia davvero miserabile, per i toni e per i contenuti. Trovo inaccettabile e ignobile che venga da un esponente del mio partito». Amarezza e stupore. E la convinzione che «un uomo con il mio curriculum sarebbe già al Quirinale».

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Covid in Austria, il cancelliere: «Multe salate a chi non si vaccina, con il 34% di no vax non se ne esce»

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di Paolo Valentino

Il neocancelliere austriaco Alexander Schallenberg: «Da noi l’opposizione è no vax, ecco perché serve l’obbligo. Il nostro obiettivo è dare ai vaccinati il massimo della libertà possibile. Salvare la stagione dello sci? Lo spero»

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DAL NOSTRO INVIATO
VIENNA — «La peculiarità austriaca nella pandemia è la presenza in Parlamento di una forza politica che agisce in modo irresponsabile contro la scienza e alimenta le paure collettive».

Da quarantasette giorni Alexander Schallenberg è cancelliere dell’Austria, dopo che il suo predecessore, Sebastian Kurz, si è dimesso travolto da uno scandalo politico. In poco meno di due mesi, l’ex ministro degli Esteri, 52 anni, diplomatico di carriera, ha dovuto affrontare la più virulenta quarta ondata della pandemia in Europa.

Signor Cancelliere, l’Austria è finora il solo Paese europeo ad aver reintrodotto un lockdown duro e il primo ad aver approvato una legge sull’obbligo vaccinale. Perché lo ha fatto?
«Il mio credo è sempre stato convincere i non vaccinati a vaccinarsi invece di limitare la libertà di chi si è immunizzato. Ma i numeri del contagio crescevano in modo esponenziale e siamo stati costretti a introdurre un lockdown nazionale, sia pure limitato nel tempo. Ne valuteremo gli effetti giovedì prossimo e l’accordo è di terminarlo entro 20 giorni. Il nostro obiettivo rimane quello di dare ai vaccinati il massimo di libertà possibile. Capisco che sia difficile differenziare, compito di un politico è unire il popolo. Ma in una pandemia, c’è una differenza tra chi è in grado di resistere al virus perché immunizzato e chi rifiuta di vaccinarsi. Quanto alla vaccinazione obbligatoria, forse troppo a lungo ho sperato che sarebbe stato possibile convincere quanti più austriaci possibile a farlo volontariamente. A spiegare che era importante non è stato solo il governo, ma anche gli esperti, i medici, i media. Sfortunatamente non ha funzionato e con una quota del 66% di vaccinati sull’intera popolazione non usciremo mai dal circolo vizioso di nuove ondate e nuovi dibattiti sul lockdown. Ogni lockdown è una pesante interferenza nelle libertà fondamentali dei nostri cittadini. L’obbligo vaccinale al confronto è una interferenza minore. Avrei voluto fare diversamente, è triste. Ma l’Europa, il cuore delle società aperte, benestanti e industriali, è di nuovo il focolaio della pandemia».

La FPÖ, l’opposizione di estrema destra, l’accusa di voler instaurare una dittatura.

«La maggior differenza tra il panorama politico austriaco e quello degli altri Paesi europei è che il terzo partito del nostro Parlamento sia apertamente e vocalmente contro la vaccinazione, negando che sia il solo biglietto d’uscita dalla pandemia. Questo moltiplica scetticismo e dubbi. Non penso che la FPÖ parli a nome del terzo della società non vaccinato. Giocano altri fattori: sottovalutazione del virus, paura. Dobbiamo anche riconoscere che abbiamo sbagliato molte cose: all’inizio abbiamo parlato di due dosi, non sapevamo sarebbe stata necessaria una terza. Ricordiamoci poi il caso Astra Zeneca e il dibattito sui rischi».

Come volete implementare il rispetto dell’obbligo vaccinale?

«L’idea è che scatti dal 1° febbraio 2022. Prima, tutti quelli non vaccinati riceveranno una notifica che li invita a farlo. Chi non lo fa entro quella data dovrà pagare una multa salata. Ma dal mio punto di vista questa è l’estrema ratio. Spero che il nostro lavoro di convincimento spinga le persone a non aspettare l’ultimo momento».

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Variante Omicron, i vaccini bastano a proteggerci?

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di Laura Cuppini

Secondo gli esperti, la terza dose dovrebbe fornire una protezione adeguata anche per la variante Omicron. In caso contrario, Pfizer potrebbe mettere a punto un vaccino ad hoc in 100 giorni. Anche Moderna è già al lavoro

La variante Omicron si sta diffondendo rapidamente, anche in Europa (anche in Italia è stato individuato un primo caso): potrebbe «bucare» i vaccini oggi disponibili?
Il ceppo B.1.1.529, segnalato il 24 novembre in Sudafrica, presenta numerose mutazioni, di cui alcune già viste — separatamente — nelle varianti precedenti Beta, Gamma e Delta. Dai primi dati sappiamo che molto probabilmente Omicron è più infettiva di Delta, ovvero si diffonde rapidamente, ma per ora non sembra essere più patogena. Per capire se sfugge al sistema immunitario dei vaccinati serviranno alcune settimane.

«Davanti a noi abbiamo tre ipotesi — sottolinea Carlo Federico Perno, direttore dell’Unità di Microbiologia all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma —. La prima (probabile) è che Omicron, così come accaduto alle varianti Alfa, Beta, Gamma e Delta, non sfugga alla copertura offerta dagli attuali vaccini. La seconda: le mutazioni producono un cambiamento nella proteina Spike che la rende meno sensibile al sistema immunitario. In questo caso (possibile) l’efficacia dei vaccini resta buona, ma scende rispetto a quanto osservato finora con Delta. Nel terzo scenario, che ritengo altamente improbabile, la proteina Spike è talmente mutata che il vaccino non risulta più efficace. Se così fosse, dovremmo ricominciare il ciclo con un nuovo vaccino. Considero questa opzione remota perché gli anticorpi coprono l’area della proteina Spike che lega le cellule umane: se quella specifica parte si modificasse in modo consistente, il virus rischierebbe di non poter più agganciare le nostre cellule. Ricordiamo che non è la quantità di mutazioni a doverci preoccupare, ma eventualmente la loro qualità e la conformazione finale della Spike. Nell’estate 2020 una singola mutazione, la D614G, ha soppiantato in tempi rapidissimi tutti i ceppi precedenti».

La terza dose ci proteggerà dalla variante Omicron?
In tutti i vaccini la terza dose stabilizza la risposta immunitaria a lungo termine (anche a vita), dunque è lecito credere che la terza iniezione possa aumentare la protezione anche nei confronti di Omicron, a meno che non si verifichi l’opzione per cui il ceppo sfugge completamente alla risposta immunitaria indotta dai vaccini. «Con il booster dovremmo arrivare a livelli anticorpali tali da riuscire a coprire anche questa variante — ha affermato Rino Rappuoli, responsabile Ricerca e sviluppo di GlaxoSmithKline Vaccines, nonché coordinatore scientifico del Mad Lab di Toscana Life Sciences —. Sappiamo che la terza dose è indispensabile per l’immunità a lunga durata e per coprire le varianti; tra un anno vedremo se ci sarà necessità di una quarta o quinta dose. Dipende da come vaccineremo il resto del mondo: in Africa appena il 6% della popolazione è immunizzato».

Se invece serviranno nuovi vaccini, quando saranno disponibili?
Secondo Pfizer un eventuale vaccino contro Omicron può essere messo a punto in «cento giorni». L’azienda sta studiando la variante e ha annunciato che entro un paio di settimane si potrà capire se sfugge al sistema immunitario. Anche Moderna ci sta lavorando: «Abbiamo tre linee di difesa che avanzano in parallelo: un richiamo con una dose più alta (100 mg); due candidati booster multivalenti che anticipano mutazioni come quelle emerse nella nuova variante; un candidato specifico (mRna-1273.529)» ha detto Stéphane Bancel, chief executive officer dell’azienda Usa.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

Il «paziente zero» della variante Omicron in Italia: i viaggi in tre regioni, tra auto e hotel

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di Stefania Chiale

Dipendente dell’Eni, vaccinato con doppia dose, l’uomo è atterrato a Fiumicino dal Mozambico l’11 novembre: da allora è stato a casa a Caserta e poi a Milano (dove è risultato positivo). Era pronto a ripartire, ora è in isolamento con i familiari

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Il percorso che ha portato la variante Omicron in Italia (o almeno il primo caso di cui si ha coscienza) inizia 17 giorni fa dal Mozambico: fa tappa a Fiumicino, quindi a Caserta, poi a Milano e di nuovo in direzione Fiumicino per rientrare nel Paese africano, salvo poi tirare dritto fino alla città campana dato l’esito positivo del tampone.

Un viaggio a più fermate, ma senza «vittime sul percorso» se non tra le quattro mura domestiche: risulteranno positivi, con sintomi leggeri della malattia, solo il «paziente zero» e i cinque membri della famiglia.

La variante Omicron, su cui arriverà conferma definitiva a giorni, è stata sequenziata dall’ospedale Sacco di Milano e il tracciamento svolto dall’Ats di Milano, prima di passare all’Asl campana, perché il motivo del breve rientro in Italia dell’uomo risiedeva, appunto, nel capoluogo lombardo.

Andiamo con ordine, secondo quanto il Corriere ha appreso.

L’11 novembre l’uomo, un dipendente dell’Eni residente a Caserta e vaccinato con doppia dose contro il Covid, è rientrato dal Mozambico in Italia per effettuare una visita di controllo programmata, come di routine, dall’azienda. Al momento della partenza le sue condizioni di salute erano buone, non aveva alcun sintomo e risultava negativo al Covid.

Atterrato a Fiumicino, si è recato in auto a Caserta per passare alcuni giorni con la famiglia (in casa vive con la moglie, due figli piccoli e i due suoceri).

Il 15 novembre riparte da Caserta con un’auto a noleggio pagata dall’azienda diretto a Milano per effettuare la visita di controllo prima del rientro in Mozambico: arriva la sera del 15 a Milano. Qui dorme in un hotel e la mattina seguente, il 16 novembre, si reca nella struttura sanitaria a cui l’azienda si appoggia per le visite di controllo dei dipendenti, dove gli effettuano anche un tampone.

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nonsolofole @ Novembre 28, 2021

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