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Mario Draghi tra i 100 di Time, unico italiano

Eutanasia e cannabis, il boom dei referendum ha una ragione: i parlamentari pavidi

Scuole chiuse per maltempo, quali regioni rischiano

Otto e mezzo, lite sul Green pass. E Massimo Cacciari reagisce male con Lilli Gruber

Mario Draghi tra i 100 di Time, unico italiano

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Mario Draghi è per la terza volta tra i 100 di Time. Il presidente del Consiglio è l’unico italiano nella lista e a spiegare le ragioni dell’inclusione stavolta è Janet Yellen: “Gli Stati Uniti sono grati di avere Mario di nuovo come partner”, scrive la segretario al Tesoro americana che ne traccia il breve profilo.

“I discorsi dei banchieri centrali in genere non sono molto citabili o stimolanti, ma le osservazioni del luglio 2012 di Mario Draghi a Londra sono state un’eccezione. Ha dichiarato notoriamente che la Banca centrale europea avrebbe “fatto tutto il necessario per salvare l’euro”, cosa che, ovviamente, ha fatto. Mario e la BCE hanno contribuito a stabilizzare l’economia europea. All’epoca ero alla Federal Reserve e mi sentivo particolarmente grata di avere un partner come Mario dall’altra parte dell’Atlantico, qualcuno con una profonda esperienza e un contegno costante. Ora gli Stati Uniti sono grati di avere Mario come partner ancora una volta. Questa volta da Presidente del Consiglio italiano.

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Eutanasia e cannabis, il boom dei referendum ha una ragione: i parlamentari pavidi

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Quando gli uomini sentono un bisogno da soddisfare, moralmente giusto o sbagliato che sia, si crea automaticamente un mercato, in cui ci sono da una parte quelli che si dicono disposti ad esaudirlo – gli offerenti – e dall’altro quelli che sono disposti a pagare pur di vederlo soddisfatto – gli acquirenti. Gli economisti conoscono bene questo fenomeno, che funziona anche quando per qualche motivo, spesso di natura legale, lo scambio non può avere luogo: lì si forma un mercato nero o illecito. Questa breve spiegazione è indispensabile per capire le ragioni della rinnovata voglia di referendum che si respira oggi in Italia. Il quesito sull’eutanasia legale ha già raggiunto la stratosferica cifra di 900 mila firme, così come quelli sulla riforma della giustizia hanno abbondantemente superato le 500mila firme necessarie da Costituzione, mentre quello su una più ampia depenalizzazione della coltivazione e dell’uso della cannabis in pochi giorni ha già sfondato quota 400mila, tanto che molto probabilmente riuscirà a superare lo sbarramento costituzionale entro fine settembre.

Che cosa hanno in comune tutti questi referendum? Sostanzialmente una cosa: nascono dall’incapacità della politica di scegliere, dall’abdicazione del parlamento alla propria funzione naturale ovvero normare i fenomeni sociali che si presentano giorno dopo giorno e giorno dopo giorno mutano incessantemente. Riprendendo la piccola storiella a inizio di questo commento, i parlamentari italiani da anni su alcuni argomenti si comportano da pavidi, non sono disposti a esaudire il bisogno degli eletti di veder regolati aspetti importanti della propria vita individuale e sociale. E quindi, come naturale conseguenza, ecco che questo bisogno latente si sfoga verso lo strumento principe della democrazia diretta, non intermediata, ovvero il referendum. La necessità di una legge che regoli in maniera più consona all’evoluzione della nostra società il fine vita è materia che riguarda tutti e 60 i milioni di persone che risiedono in Italia e che ormai da anni aspettano una deliberazione delle aule parlamentari. Deliberazione mai evasa nonostante i ripetuti richiami della Corte Costituzionale. Allo stesso tempo, nel nostro paese vivono orientativamente 6 milioni di consumatori di cannabis, il 10 per cento della popolazione, che da tempo chiedono alla politica un modo per non finanziare più le numerose piazze di spaccio italiane, a maggior ragione visto che far uso  di cannabis è ormai un comportamento che non genera più riprovazione sociale.

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Scuole chiuse per maltempo, quali regioni rischiano

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Secondo giorno di scuola in Toscana e scuole già chiuse in tredici comuni della provincia di Massa Carrara. Stavolta però non c’entra il covid, bensì l’allerta meteo diramato oggi dalla protezione civile. A scegliere la strada di uno stop precauzionale sono stati i sindaci di molti comuni della Lunigiana che hanno deciso di chiudere le scuole di ogni ordine e grado «vista l’allerta meteo di colore arancio» prevista per domani. Niente lezioni, dunque, nei Comuni di Aulla, Bagnone, Casola in Lunigiana, Comano, Filattiera, Fivizzano, Fosdinovo, Licciana Nardi, Mulazzo, Podenzana, Tresana, Villafranca in Lunigiana e Zeri.

Un flusso in quota sud-occidentale umido e instabile determinerà, nelle prossime ore, un graduale peggioramento sulle regioni centro-settentrionali, con precipitazioni più intense anche a carattere temporalesco su Liguria di Levante, alta Toscana e zone appenniniche dell’Emilia-Romagna. Sulla base delle previsioni, il Dipartimento della Protezione Civile ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse che prevede dalle prime ore di domani, giovedì 16 settembre, precipitazioni diffuse e persistenti, anche a carattere di rovescio o temporale, su Liguria, Emilia-Romagna, in particolare sui settori appenninici, e alta Toscana, in estensione dalla mattinata al resto della Toscana e all’Umbria, specie sui settori occidentali e meridionali. Precipitazioni sparse si estenderanno nel corso della mattinata, a Lombardia e Veneto.

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Otto e mezzo, lite sul Green pass. E Massimo Cacciari reagisce male con Lilli Gruber

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Giada Oricchio

Incontenibile Massimo Cacciari: “Basta non ce la faccio più”. Il filosofo, ospite nella puntata di mercoledì 15 settembre a “Otto e Mezzo”, il programma di LA7, ne ha avuto per tutti: dal green pass al disconoscimento del direttore del “DomaniStefano Feltri fino a Lilli Gruber. Sull’obbligo vaccinale, Cacciari sottolinea che occorrerà una legge specifica perché la Costituzione è chiara: “Se si farà una legge verrà meno l’ipocrisia che il green pass è un atto volontario quando di fatto è obbligatorio. Secondo me rimangono serissimi dubbi costituzionali. Devono fare una legge e assumersi tutte le responsabilità delle conseguenze sull’assunzione di un farmaco”.

Le critiche di Feltri agli intellettuali che parlano troppo suscita la reazione piccata del pensatore veneto: “Non la conosco, non ci siamo mai incontrati. Basta che legga il sottopancia? Eh scusi, proprio non so chi sia” e il direttore replica: “Non è vero, l’ho perfino chiamata per scrivere sul mio giornale. Lei sa chi sono io e io so chi è lei”.

Cacciari, molto risentito per l’illazione sulla sua incompetenza, rivendica la carriera e la profonda conoscenza della filosofia del diritto. Poi si altera e puntualizza: “Dire che noi siamo perfettamente informati è risibile. Basta vedere come informano le big pharma che cambiano bugiardini ogni settimana! Manca una corretta informazione. Io mi sono informato sui rischi che correvo e mi sono liberamente vaccinato. Un governo autorevole poteva andare in questa direzione, il problema è che non è autorevole per niente perché se lo fosse farebbe il consenso informato. L’Aifa (Agenzia italiana del Farmaco, nda) ha trasmesso ad agosto dati contraddittori a detta del suo Presidente! Non è corretto obbligare le persone a vaccinarsi in queste condizioni!”.

Una serata complicata per Lilli Gruber che dopo aver riportato la calma tra Cacciari e Feltri, è costretta a mettere fine anche al secondo round, quello tra Cacciari e il giornalista Luca Telese. Il pensatore sbotta con la conduttrice: “Non mi si vuol capire, basta! Passiamo oltre. Parlate di tanta informazione, ma quale? Basta vedere cosa hanno fatto su AstraZeneca. Quali sono i dati? Quanti vanno in rianimazione, quanti crepano? C’è un database che spiega cosa succede ai vaccinati? L’informazione riguarda solo che il vaccino è efficace”.

Cacciari ne fa una questione di principi e di tutela dello Stato di diritto dove le leggi non possono essere spezzate e piegate in base a esigenze contingenti, ma i giornalisti in studio dissentono da questa linea, lo smentiscono con altri dati e sottolineano che viviamo in una situazione di emergenza assoluta. Telese osserva: “Ma se la pensa così perché si è vaccinato?” e il filosofo esplode: “Ma cosa c’entra?! Cosa vuol sentirmi dire?! Io dico quello che voglio, non quello che vuole lei… ooohhh”.

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

L’Italia dei partiti deboli

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di Angelo Panebianco

E adesso chi fermerà i maremoti? Il declino americano preannuncia l’arrivo di tempeste. Anche in Occidente, anche in Europa. È perché i più sono convinti che le democrazie europee non siano in grado di provvedere autonomamente alla propria sicurezza che si invoca la difesa comune o comunque una qualche forma di più stretta integrazione su scala continentale. Ma le democrazie europee non sono tutte uguali. Nessuna può fare da sé, certamente. Ma non tutte sono ugualmente disarmate di fronte ai rischi e alle minacce internazionali. Per un insieme di ragioni. Contano le risorse che ciascuna democrazia può investire in sicurezza, contano le diverse tradizioni, contano i differenti assetti istituzionali. Forse la «risorsa» più importante è data dal grado di coesione nazionale di fronte ai pericoli e alle sfide internazionali. Da questo punto di vista, se prendiamo come termini di confronto le altre grandi democrazie europee, dalla Francia alla Gran Bretagna, dalla Germania alla Spagna, si può constatare che l’Italia è nelle condizioni peggiori: il suo sistema politico non favorisce, anzi esalta la mancanza di coesione. Non ci si faccia ingannare dalla attuale tregua: il governo Draghi non durerà in eterno. Prima o poi si tornerà alla normale dialettica politica e allora tutte le magagne dovute al combinato disposto di un insieme frammentato di partiti fragili, con un debole radicamento sociale, e di un assetto costituzionale da «democrazia assembleare» (con governi istituzionalmente deboli), torneranno a manifestarsi.

S i ricordi il quindicennio in cui, a partire dal 1994, l’Italia ha conosciuto l’alternanza fra coalizioni contrapposte. Fu un’epoca di intensissima polarizzazione. Berlusconiani contro antiberlusconiani con tutta la violenza (fortunatamente solo verbale) che quella contrapposizione portò con sé. Un clima, a tratti, quasi irrespirabile. Chiunque non fosse disposto a schierarsi, più o meno acriticamente, con una delle due coalizioni, era visto e trattato alla stregua di un «traditore» da entrambe. Pochi però hanno notato che nonostante quel clima, sulla politica estera c’era convergenza fra centrosinistra e centrodestra: funzionava, tacitamente, una sorta di bipartisanship. Nessuna delle due coalizioni mise mai in discussione l’appartenenza alla Alleanza Atlantica, nessuna rifiutò l’integrazione europea. C’erano ovviamente differenze di stile ma la sostanza era quella di una convergenza politica che, al netto di tutte le feroci divisioni sui problemi interni, alimentava la coesione nazionale di fronte al mondo esterno. E ciò fu tanto più notevole per il fatto che il personale politico di entrambe le coalizioni si era formato ai tempi della Guerra fredda, delle grandi divisioni ideologiche (fra comunisti e anticomunisti), delle opposte «scelte di campo».

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Smart working nella pubblica amministrazione solo con un accordo individuale (e non si potrà fare dall’estero)

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di Enrico Marro

Losmart working nel pubblico impiego sarà regolato da un accordo individuale scritto. E in ogni caso non si potrà svolgere dall’estero. Lo prevede la proposta messa a punto dall’Aran, l’agenzia governativa per la contrattazione. Il lavoro da remoto, secondo le direttive del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta dovrà interessare non più del 15% dei lavoratori. L’obiettivo è infatti riportare l’85% dei lavoratori in ufficio perché spesso il lavoro da casa si è dimostrato inefficiente. La proposta dell’Aran prevede il lavoro da remoto segua regole scritte che specifichino le modalità dell’attività da svolgere fuori dall’ufficio. Esso potrà essere utilizzato solo «per processi e attività di lavoro, previamente individuati dalle amministrazioni, per i quali sussistano i necessari requisiti organizzativi e tecnologici per operare con tale modalità». L’accordo disciplinerà anche le giornate nelle quali si potrà svolgere il lavoro agile, gli orari, i riposi e le forme di recesso. Tra le regole proposte anche il divieto di lavorare in remoto dall’estero, a meno che la sede di lavoro sia fuori dai confini.

Stretta sugli abusi

È evidente l’intento di dare una stretta al lavoro da casa, evitando che si trasformi in una sorta di vacanza. Questa modalità di lavoro, si legge nella proposta, è finalizzata «a conseguire il miglioramento dei servizi pubblici e l’innovazione organizzativa garantendo, al contempo, l’equilibrio tra vita professionale e vita lavorativa». Saranno previste specifiche attività formative per accompagnare il nuovo smart working. L’accordo sarà individuale e il lavoratore concorderà con l’amministrazione i luoghi dove è possibile svolgere l’attività. Luoghi che dovranno rispettare condizioni minime di tutela della salute e sicurezza e la piena operatività della dotazione informatica. Inoltre, andrà garantita la più assoluta riservatezza sui dati e sulle informazioni che vengono trattate dal lavoratore. L’amministrazione faciliterà l’accesso al lavoro agile ai lavoratori in condizioni di particolare necessità, non coperti da altre misure, come ad esempio i genitori di bambini di età inferiore a 3 anni, i disabili e coloro che assistono disabili. L’accordo dovrà contenere anche le modalità di esercizio del potere direttivo e di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore fuori dall’ufficio. L’Aran propone di distinguere tre fasce giornaliere: una di operatività, un’altra di contattabilità e un’altra di inoperabilità durante la quale il dipendente ha diritto alla completa disconnessione. Chi è in smart working potrebbe essere richiamato in ufficio per esigenze di servizio, ma con un giorno di preavviso.

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Ma Francesco stavolta sbaglia

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Michela Marzano

È giusto assumere un sicario per uccidere una vita umana?” È Papa Francesco a domandarlo a chi, come lui stesso dice, non capisce che “l’aborto è un omicidio” e che “chi fa un aborto è un assassino”. Papa Francesco, questa volta, non usa mezze parole. E a me, mentre leggo l’intervista rilasciata durante volo che lo riportava a Roma a conclusione del viaggio a Budapest e in Slovacchia, si stringe il cuore. Forse perché anch’io faccio parte di coloro che non capiscono che “chi fa un aborto è un assassino”. Chi può d’altronde capire davvero cosa significa abortire se non c’è passato? Chi può sapere cosa passa per la testa di quell’adolescente che si ritrova incinta senza averlo voluto, di quella donna che ha paura di non farcela, di colei che pensa di non essere capace, oppure è capace ma non ha la forza, oppure la forza ce l’ha ma non vuole che il padre di suo figlio o di sua figlia sia un uomo violento? Il Santo Padre ha tutto il diritto di spiegare che la Chiesa non può accettare l’aborto. Forse ha anche il dovere di difendere sempre e comunque la vita, sebbene la vita possa talvolta essere una maledizione. Ma perché utilizzare le parole come pietre? Perché scagliarle addosso a tutte quelle donne che hanno abortito – e nessuno sa, nessuno può sapere, il perché, il come, quanto dolore, quanta paura, quanto senso di colpa hanno provato? Non era stato proprio Papa Francesco a dire, un paio di anni fa, che proclamare il Vangelo non significava scagliare sugli altri verità e formule dottrinali?

Meditando le parole che il Santo Padre ha pronunciato ieri dialogando con i giornalisti ci sono rimasta male. E poco importa se qualcuno, leggendomi, commenterà che la fede non è fatta per essere aggiustata a piacimento, e che Papa Francesco non ha fatto altro che ripetere ciò che, da sempre, sostiene la Chiesa. Talvolta la forma è sostanza e, questa volta, le parole utilizzate dal Pontefice sono prive di sfumature e, mi spiace dirlo, piuttosto superficiali. Come se la realtà non fosse sempre molto più complessa delle generalizzazioni, e l’aborto fosse solo un modo per risolvere un problema. Quale problema? Com’è possibile che il Papa utilizzi una formula così stereotipata? Eppure, sono proprio queste le parole utilizzate dal Pontefice: “È giusto uccidere per risolvere un problema?” Domanda retorica, se formulata in questo modo. Visto che no, non è giusto uccidere per risolvere un problema. Ma nonostante tutta la buona volontà, non riesco proprio a pensare all’aborto come a un modo per risolvere un problema né, tantomeno, come a un assassinio.

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Green Pass, dal rischio sospensione al lavoro ai passaporti: ecco cosa cambia

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Paolo Russo

Senza Green Pass non si lavora. Il dado oramai è tratto, perché le campanelle a scuola hanno già cominciato a suonare e più di un esperto teme risveglino anche il virus. E poi l’autunno è alle porte, con l’aumento dei più rischiosi contatti al chiuso che questo comporta. Per cui il governo ha rotto gli indugi decidendo di estendere all’universo del lavoro, pubblico e privato, l’obbligo del passaporto sanitario. Che dovrebbe scattare per tutti il 15 ottobre (per entrare di fatto in vigore lunedì 18), anche se tra le ipotesi è ancora in piedi quella di scaglionare l’avvio dell’obbligo tra il 1° e il 15 ottobre. Così come è ancora aperta la discussione sul fatto se con «l’obbligo per accedere in tutti i posti di lavoro» debbano intendersi anche negozi e studi professionali, come al momento più di un ministero conferma. Intanto per non farsi dare dei raccomandati anche i parlamentari per sedersi sugli scranni di Camera e Senato dovranno a breve mostrare il certificato verde, come annunciato dal Questore anziano di Montecitorio, il forzista Gregorio Fontana. Se verrà confermato quanto annunciato dei senatori della Lega, il decreto conterrà anche un’ancora di salvataggio per quei lavoratori fragili che per questo motivo non possono essere vaccinati (ben pochi in verità): per loro l’assenza dal lavoro sarà equiparata al ricovero ospedaliero e non potrà essere computato nel calcolo del periodo di assenza di malattia consentito per conservare il posto di lavoro.

Si aspettano 15 giorni dalla 1ª dose per i guariti vale sei mesi dal tampone

Con le modifiche apportate dal secondo decreto sul Green Pass cambiano le regole per ottenerlo. Per farlo durare di più l’arma resta quella del vaccino. Solo che se prima la validità del certificato era di 9 mesi ora è stata estesa a 12. Per scaricare il passaporto sanitario basta sempre la prima dose, anche se poi bisogna attendere 15 giorni dalla puntura per poterlo richiedere. Per questo i sindacati hanno chiesto che nei primi quindici giorni dall’entrata in vigore dell’obbligo i tamponi siano offerti gratuitamente ai lavoratori non vaccinati, per dare tempo loro di mettersi in regola. Il Green Pass spetta poi ai guariti dal Covid, ma in questo caso la sua durata è differenziata. È valido sei mesi dal tampone che accerta l’avvenuta guarigione se non si è fatta nemmeno una puntura, dura fino a 9 mesi se dopo essere tornati negativi si è fatta almeno la prima dose del vaccino. Con il tampone invece il Green Pass vale soltanto 48 ore, anche se con le modifiche apportate al vecchio decreto ora sono considerati validi anche quelli salivari molecolari, che richiedono comunque di essere esaminati in laboratorio. Questo vuol dire che i resistenti alla vaccinazione per restare al lavoro dovrebbero spendere 15 euro di tampone ogni due giorni. Se si è fortunati e ci si imbatte in una farmacia che ha aderito all’accordo sul prezzo calmierato, se no si sale tranquillamente sopra i venti. 

Rischio stipendio sospeso dal primo giorno verifiche con un’app o affidata ai datori

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Salvini e la centrale nucleare in Lombardia: «Perché no?». Aprono anche Fontana e Moratti

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di Giampiero Rossi

«Metterei una centrale nucleare in Lombardia? Che problema c’è». È ancora mattina e questa frase di Matteo Salvini ai microfoni Rai di Radio anch’io, scatena la polemica politica. Il leader parla dei rincari delle bollette dell’energia e infrange a modo suo il tabù del nucleare: «La Svezia di Greta ha otto centrali». Un’ora dopo arriva la prima dichiarazione di sostegno: «Il nucleare ha fatto grandissimi passi avanti, adesso c’è un nucleare verde, un nucleare sicuro — dice Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare della Regione Lombardia, a Buongiorno, su Sky Tg24 —, credo sia anche il modo per non pagare bollette che continuano a crescere, siamo troppo dipendenti dall’estero per importare energia. Un nucleare verde, sicuro, credo sarebbe una buona cosa, non solo per la Lombardia ma per l’Italia».

Nel frattempo Matteo Salvini ritrova i microfoni a una passeggiata elettorale in un mercato milanese e aggiunge: «In Lombardia ci sono 13 termovalorizzatori, anche a Milano. L’energia nucleare è quella più pulita e sicura, quindi perché no?». Ma niente referendum, perché «il tema del nucleare non è un tema di domani mattina. Io farei entrambe le cose, tagliare le tasse e riavviare una ricerca visto che in Europa sono operative 128 centrali nucleari».

A quel punto la polemica politica è aperta e la linea che separa le opinioni è pressoché identica a quella che demarca le aree di centrodestra e di centrosinistra. In soccorso di Salvini arriva anche il presidente della Lombardia, Attilio Fontana: «Dobbiamo avere il coraggio di spogliarci delle ideologie e di guardare la realtà. Il mondo cambia. Anche in campo nucleare la tecnologia è andata avanti».

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

Toti e il Green pass: «La libertà è evitare il lockdown. Sbaglia chi insegue i social»

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di Adriana Logroscino

Qualche settimana fa aveva proposto la vaccinazione obbligatoria degli over 50. Ora, rispetto all’estensione del green pass, invita Salvini a fidarsi dei suoi governatori, quelli che «negli ospedali ci vanno e quindi sanno che i non vaccinati sono la stragrande maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva». Giovanni Toti, presidente della Liguria e leader della formazione di centrodestra Coraggio Italia, è un pro-vax della primissima ora.

Presidente Toti, Salvini frena sull’estensione del green pass: calcolo o convinzione?
«Vedremo cosa faranno gli esponenti della Lega in Consiglio dei ministri. Questo è quello che conta. Se le esternazioni di Salvini fossero il risultato di un calcolo politico, sarebbero a mio avviso un calcolo sbagliato. Gli italiani, lo confermano anche i sondaggi, vorrebbero l’obbligo vaccinale, figuriamoci se non sono favorevoli a un uso più largo del green pass. La priorità, in questo momento, è la sicurezza che passa dalla sicurezza nei luoghi di lavoro e ovunque sia possibile».

E quelli che temono il vaccino e sentono l’estensione del green pass come una compressione della propria libertà?
«Una minoranza. Certamente rumorosa, ma sempre una minoranza. Gruppi antisistema, espressione di una cultura antimodernista e complottista che non riconosce le istituzioni di base: dall’Aifa all’Istituto superiore di sanità. Che ritiene lo Stato imbrogli i cittadini. Una formazione politica che vuole candidarsi a guidare il Paese, può essere interlocutrice benevola di questa minoranza?».

Alla base delle posizioni di Salvini può esserci anche una competizione con Fratelli d’Italia, che ha un bacino elettorale simile a quello della Lega, ma è all’opposizione del governo Draghi. Non crede?
«Certo, che in vista delle scadenze elettorali si inneschi una competizione tra partiti vicini, è fisiologico ed è comprensibile. Ma dubito che competere sull’estensione del green pass sia una tattica vincente sotto il profilo del consenso. E in ogni caso Lega e Fratelli d’Italia sono l’architrave di un centrodestra che si candida a governare il Paese dopo Draghi. Le rispettive classi dirigenti devono dimostrare di averla una cultura di governo, non possono farsi determinare dagli umori dei social. Va detto che sul green pass si sono create posizioni trasversali non solo nella Lega, ma anche in altre culture politiche: Cacciari è contrario in nome di un principio di libertà».

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nonsolofole @ Settembre 16, 2021

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