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La macchiolina

Il museo di Jane Austen mette sotto accusa Jane Austen

La grana per Draghi sono i licenziamenti, non il Recovery. Asse sindacati-5s

Aspettando Nicola (Atto secondo)

La macchiolina

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Mattia Feltri

Non so se ricordate la scena di Schindler’s List in cui il comandante di Auschwitz controlla la vasca da bagno davanti allo schiavo che gliel’ha pulita, un ragazzino ebreo terrorizzato. Cerca qui, cerca là, finché una macchiolina non la trova. Oskar Schindler l’aveva convinto – furbescamente, per salvare qualche sventurato – della differenza fra Dio e gli uomini, non tanto nel diritto divino di disporre della vita e della morte, ma nella facoltà di perdonare. Così il comandante indica la macchiolina e al ragazzino raggelato glielo dice: io ti perdono. Mi sembra perfetto a proposito della messa sotto accusa di Jane Austen da parte della direttrice del Museo di Jane Austen. E già qui siamo ascesi a vette altissime: la custode della memoria di Jane Austen che pone in dubbio la memoria di Jane Austen. Ma ancora non ne conoscete le ragioni.

Il padre di Jane era un reverendo e l’amministratore d’una piantagione di zucchero di Antigua. Insomma, un colonialista. Per molto meno si sono abbattute statue, quindi siamo nell’ordinario dell’ossessione. Ma Jane che c’entra? Eh, c’entra perché beveva tè, l’infuso sul cui commercio l’Inghilterra ha fondato buona parte dello sfruttamento degli indigeni.

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Il museo di Jane Austen mette sotto accusa Jane Austen

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Ritratto di Jane Austen
Ritratto di Jane Austen (1775-1817)

È una verità universalmente riconosciuta che le distese del politicamente corretto possono essere ampie e sconfinate. Così può accadere che il museo dedicato a Jane Austen voglia indagare la stessa Jane Austen con l’intento di approfondirne i presunti legami col contesto coloniale. In altre parole, è in corso “un’indagine” per capire se la scrittrice sia colpevole di aver fatto uso di tè, zucchero e cotone, considerati “prodotti dell’impero”. 

Lizzie Dunford, direttrice Jane Austen’s House Museum di Chawton, ha riferito al Telegraph la volontà di mettere in luce aspetti poco discussi della storia personale della scrittrice. Per esempio – viene evidenziato – il padre di Austen, il Reverendo George, oltre che pastore di una parrocchia locale fu amministratore di una piantagione di zucchero di Antigua. “La tratta degli schiavi e le conseguenze del colonialismo dell’era regency toccarono ogni famiglia possedesse mezzi economici durante quel periodo. La famiglia di Jane Austen non fece eccezione”, ha affermato la direttrice del museo. Dunford ha proseguito evidenziando che “in quanto acquirenti di tè, zucchero e cotone, gli Austen erano consumatori dei prodotti del commercio coloniale, con cui avevano legami anche più stretti tramite famiglia e amici”.

È stato dunque reso noto che tali circostanze saranno evidenziate con apposite indicazioni installate presso il Jane Austen’s House Museum, nell’ambito di un “processo costante e ponderato” di indagine storica sull’autrice. L’annuncio, ça va sans dire, ha scatenato subito polemiche. C’è chi ha definito l’iniziativa una “follia”, affermando che il museo sarebbe caduto vittima degli eccessi della cultura woke. 

L’istituzione austeniana non è sola. Durante l’ultimo anno, l’ondata di proteste di Black Lives Matter ha portato diverse organizzazioni storiche e di alto profilo a “rivalutare” eventuali legami con schiavitù e razzismo. Tanto che il governo del Regno Unito, lo scorso settembre, ha inviato una lettera a 26 musei che ricevono finanziamenti pubblici per imporre lo stop alle rimozioni di statue ritenute controverse. La missiva, pubblicata dal Telegraph, porta la firma del segretario di stato alla Cultura, Oliver Dowden, e sottolinea: “Il governo non supporta la rimozione di statue o oggetti similari. La storia comporta complessità morale. Le statue e altri oggetti storici sono stati creati da generazioni con diversi punti di visita e diversi modi di comprendere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Alcune rappresentano figure che hanno detto o fatto cose che oggi potremmo ritenere profondamente offensive, e che non difenderemmo”. “Anche se”, continua la lettera, “oggi potremmo non essere d’accordo con coloro che hanno creato quegli oggetti o con coloro che quegli oggetti rappresentano, gli stessi rivestono comunque un ruolo importante per insegnarci il nostro passato, con tutti i suoi errori”. 

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

La grana per Draghi sono i licenziamenti, non il Recovery. Asse sindacati-5s

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La questione era stata chiusa due settimane fa. E l’aveva chiusa Mario Draghi, che in conferenza stampa aveva parlato di “una posizione nota” sui licenziamenti. Sblocco in due tempi: per le grandi aziende dal primo luglio, per le più piccole da fine ottobre. Mario Draghi oggi, 20 aprile. All’ora di pranzo i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil si presentano a palazzo Chigi, convocati per parlare di Recovery e dei temi economici in agenda. La richiesta: niente licenziamenti dal primo luglio. Il premier rimanda all’incontro che il ministro del Lavoro Andrea Orlando terrà proprio con i sindacati domani. Non risponde né sì né no. Dice però una cosa tutt’altro che secondaria: “La discussione avverrà in quella sede”. Non è uno scaricabarile su Orlando, ma la consapevolezza che la questione è tutt’altro che chiusa. Bisognerà ancora mediare. Il dato nuovo, che scompiglia ancora di più la situazione, è però un altro: sono i 5 stelle, cioè un pezzo del Governo, a chiedere una nuova proroga del blocco dei licenziamenti. 

Perché lo schema sui licenziamenti potrebbe cambiare nuovamente non è una questione che riguarda solo l’idea di Draghi. Il premier – assicurano fonti di palazzo Chigi – la pensa sempre allo stesso modo e cioè che il blocco dei licenziamenti, in vigore da fine febbraio dell’anno scorso, non può durare all’infinito. E – proseguono le fonti – la decisione assunta con il decreto Sostegni di marzo non può essere messa in discussione dopo appena un mese. Ma Draghi sa che a contare è anche quello che dice la maggioranza che sostiene il Governo. E questa volta i 5 stelle, da sempre più attivi nella richiesta della proroga del blocco, si sono mossi con largo anticipo. Non con veline o ragionamenti tenuti all’oscuro del dibattito pubblico. Ma in Parlamento. Più di un emendamento al decreto Sostegni, all’esame del Senato, prevede un’ulteriore proroga dello stop ai licenziamenti: per tutte le aziende fino al 31 ottobre e fino al 31 dicembre per quei datori di lavoro che hanno accesso alla cassa integrazione in deroga e all’assegno ordinario e che non hanno usufruito delle 28 settimane previste per la prima delle due forme di ammortizzatore sociale. Altro non sono che le aziende più piccole e più fragili. Tutte queste proposte di modifica hanno la firma dei 5 stelle. La prima firma è di una figura di peso del Movimento: l’ex ministro del Lavoro Nunzia Catalfo. 

I grillini si muovono in Parlamento e lanciano un segnale a Draghi. Ma il pressing sul presidente del Consiglio ha anche un’altra matrice e soprattutto un possibile sviluppo differente. I sindacati premono per allungare il blocco dei licenziamenti fino alla fine dello stato di emergenza che il Governo si appresta a prorogare fino al 31 luglio. Una strategia in linea con quella portata avanti fino ad ora e cioè affiancare lo stop dei licenziamenti all’emergenza sanitaria. Il leader della Cgil Maurizio Landini ha ricordato a Draghi che dal primo luglio ci sono centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio nell’industria e nel settore delle costruzioni. E ha aggiunto un’altra questione, parallela a quella dei licenziamenti e allo stesso tempo seconda gamba della strategia dei sindacati: la riforma degli ammortizzatori sociali. Sono circa 3 milioni i lavoratori che prima della pandemia non avevano una protezione. Anche se non contemporaneamente – è il pensiero di Cgil, Cisl e Uil – questi lavoratori potrebbero ritrovarsi senza lavoro e senza un ammortizzatore sociale. Riassumendo: prima la riforma degli ammortizzatori, poi lo sblocco dei licenziamenti per i lavoratori delle imprese più piccole. 

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Aspettando Nicola (Atto secondo)

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Si rischia sempre lo stesso pezzo, a proposito di Pd e amministrative: aspettando Nicola. Però adesso c’è una scadenza all’attesa, il 20 giugno, giorno in cui sono state fissate le primarie del Pd (per gli amanti della storia il 20 giugno evoca le famose elezioni di 45 anni fa in cui il Pci raggiunse il 33,5 per cento, altri tempi). Le ultime verifiche, prima dell’annuncio, riguardano la possibilità di un “primarie day”, in tutte le città, come Bologna, dove sono necessarie per sciogliere quantomeno i nodi del Pd. Il che significa che, più o meno, di qui a un mese ma anche prima, l’ex segretario e presidente della Regione Lazio dovrà dire una parola definitiva e poi partecipare a consultazioni che sembrano più un pro forma.

Raccontano che al momento è più possibilista, almeno questa è la sensazione di Enrico Letta, perché molto spinto dai suoi che intravedono la possibilità di un nuovo ciclo lungo al Campidoglio. Anche se restano non banali i dubbi, su come verrebbe percepito questa sorta di ascensore istituzionale dalla Regione al Comune, in piena campagna di vaccinazione, peraltro gestita con successo. Raccontano anche che Zingaretti è molto contrariato dalla vicenda “concorsopoli” in Regione ma, appunto, sarebbe complicato spiegare che, dopo aver lasciato il Pd per “vergogna” verso le correnti, l’abbandono della Regione, pochi mesi dopo, è motivato dalla “vergogna” verso meccanismi clientelari di cui è stato all’oscuro nel corso della sua lunga amministrazione.

Però la riflessione è in atto proprio sul come gestirle: in caso di dimissioni le deleghe le assumerebbe il sui vice, Daniele Leodori, fino al voto, la cui data di svolgimento è oggetto di un approfondimento, se assieme alle amministrative o alla successiva finestra elettorale. Quanto questi ragionamenti siano concreti lo attesta anche tutto il chiacchiericcio attorno ai successori: Leodori, potente vice di rito franceschiniano o l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato, molto vicino a Zingaretti e forte di una gestione molto efficiente della campagna vaccinale. E lo attesta anche l’attendismo di Roberto Gualtieri, che sta ritardando il suo annuncio della candidatura a Roma, proprio per evitare di essere costretto a un passo indietro qualora arrivasse il fatidico sì di Zingaretti.

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Il video choc di Grillo arriva in Parlamento. L’imbarazzo del M5S

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alessandro di matteo

ROMA. Il Grillo furioso finisce sotto processo in Parlamento, il video in cui il fondatore del Movimento 5 stelle difende il figlio coinvolto in una inchiesta per stupro diventa oggetto di dibattito alla Camera e persino tra i 5 stelle cominciano ad emergere malumori. Un caos che certo non semplifica la vita di Giuseppe Conte, impegnato a rilanciare un Movimento già abbastanza dilaniato al proprio interno. L’ex premier, pressato da molti parlamentari 5 stelle e dal Pd, alla fine è costretto a prendere le distanze da Grillo, perché quelle parole sulla ragazza che non sarebbe credibile perché ha denunciato solo una settimana dopo sono davvero poco difendibili. Nella bagarre, peraltro, entra anche la moglie di Beppe Grillo, Parvin Tadjik, che sui social network risponde a Maria Elena Boschi che l’altro ieri aveva attaccato “l’elevato” definendo «una vergogna» le sue parole.

La Tadjik assicura che esiste un «un video che testimonia l’innocenza dei ragazzi, dove si vede che lei (la ragazza che ha denunciato lo stupro, ndr) è consenziente». La moglie di Grillo prova a spostare l’attenzione dalla discussione sulla denuncia in ritardo, forse nella consapevolezza che questo argomento è quello troppo spesso usato da chi è accusato di stupro. «La data della denuncia è solo un particolare». Parole che la Boschi non lascia correre: «Io non faccio il processo sui social, gentile signora. Le sentenze le decidono i magistrati, non i tweet delle mamme. Aspetti il processo anche lei e spieghi a suo marito che è meglio credere nella giustizia anziché fomentare l’odio con il giustizialismo». La capogruppo di Iv coglie anche l’occasione per ricordare: «Per me suo figlio Ciro è innocente fino a sentenza passata in giudicato. Suo marito Beppe invece è colpevole di aver creato un clima d’odio vergognoso. Odio contro di me, contro mio padre, ma soprattutto contro tanti italiani che non possono difendersi», E per Giulia Bongiorno, l’avvocato che difende la ragazza, il video è certamente una prova, ma contro Ciro Grillo: «E’ un boomerang. Porterò il video di Beppe Grillo in Procura perché reputo che sia una prova a carico, documenta una mentalità». Quella del fondatore M5s, assicura, è una linea tipica degli accusati di violenza sessuale, «una strategia che tende a sostituire i ruoli processuali: le ragazze diventano imputate. La famiglia della ragazza ieri era totalmente distrutta, tra lacrime e disperazione. Stanotte non si è dormito, il dolore si è amplificato».

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Magrini (Aifa): “Se le dosi scarseggeranno rivaluteremo i limiti d’età”

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NICCOLÒ CARRATELLI

Su questa anomalia avete messo a lavoro un gruppo di esperti di coagulazione del sangue: risultato?
«Sono tra i migliori coagulologi italiani, si sono riuniti quasi tutti i giorni e domani (oggi, ndr) sarà pubblicato il documento frutto del loro lavoro. Hanno analizzato tutti i casi sospetti di trombosi finora denunciati in Italia, abbiamo chiesto per tutti un set di informazioni di laboratorio per avere una standardizzazione, aprire un registro e cercare di definire le cure migliori per futuri casi: ad esempio, non si deve dare l’eparina, ma altri anticoagulanti e associare le immunoglobuline ad alto dosaggio».

Nessuna indicazione possibile, però, su come prevenire questi eventi trombotici?
«Come detto, non ci sono fattori predisponenti, quindi non ci sono esami clinici da fare prima né valutazioni possibili su condizioni patologiche che uno sa o sospetta di avere. E non ci sono farmaci da assumere, prima o dopo la vaccinazione. Sono conclusioni già condivise dalla Società italiana per l’emostasi e la trombosi e dalla comunità scientifica internazionale».

Nell’incertezza, meglio evitare di usare J&J e AstraZeneca per vaccinare trentenni o quarantenni?
«Diciamo meglio negli anziani, per il momento, sapendo che potremmo anche usarli, se necessario: se avessimo solo questi due vaccini a disposizione, li daremmo senza esitazioni a tutti, perché i benefici superano di gran lunga i rischi. Ma nei prossimi mesi avremo anche altre opzioni, a fine maggio è attesa anche la registrazione del vaccino Curevac, che usa la tecnologia dell’RNA messaggero, come Pfizer e Moderna, e ha dati preliminari molto buoni».

Quindi non ci sarà bisogno di riconsiderare questa indicazione di somministrazione agli over 60?
«Non è da escludere, perché potremmo avere ulteriori dati su questi vaccini e le evidenze scientifiche sono sempre in progress. A livello europeo, la maggior parte dei Paesi si sta regolando come noi o li ha addirittura sospesi. In caso di necessità, comunque, si potrebbero tranquillamente usare anche nella fascia 50-60 anni».

Un paradosso ricevere le forniture più corpose di AstraZeneca e J&J quando avremo già finito di vaccinare gli anziani, no?
«È chiaro che avremmo voluto avere più vaccini prima, ma c’è stato un accaparramento senza esclusioni di colpi tra i Paesi e l’Unione Europea si è comportata in modo più solidale, a mio avviso. Avremo comunque più dosi in questo trimestre, anche grazie a AstraZeneca e J&J, che ci servono ora. Ma, del resto, AstraZeneca aveva promesso di consegnare 3 volte più vaccini di quelli che sono effettivamente arrivati. Se poi, a partire dall’estate, avremo un eccesso di vaccini, magari potremo cedere dosi ad altri Paesi in difficoltà».

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Già vaccinato con la seconda dose di Pfizer, contagiato dalla variante sudafricana: primo caso in Piemonte

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paola scola

Come volontario del sistema di soccorso piemontese, è stato vaccinato a gennaio. E ha ricevuto anche la seconda dose di Pfizer. Eppure un cinquantenne, che abita tra Saluzzo e Pinerolo, ha contratto il Covid. È lui il primo caso di variante sudafricana isolata in Piemonte.

Asintomatico e in buone condizioni, l’uomo si è sottoposto a tampone di screening preventivo per motivi di lavoro in un presidio dell’Asl To4. Il campione per riconoscere la presenza di una variante è stato inviato al laboratorio dell’Istituto di Candiolo, dov’è stata sequenziata la «sudafricana». «La sorveglianza dimostra la nostra capacità di intercettare le varianti e contenere il contagio – spiega l’assessore regionale a Ricerca e Innovazione, Matteo Marnati -. Da quando si è diffusa la variante inglese, abbiamo subito attivato i laboratori con cui collaboriamo, perché procedessero alle campionature, come richiesto da ministero e Iss. Aver individuato la variante ha anche valenza positiva: i laboratori sono stati rapidamente in grado di rilevarla». L’assessore alla Sanità, Luigi Icardi: «Abbiamo avviato la procedura per accertare se la persona vaccinata, ma contagiata, possa a sua volta essere contagiosa. Bisogna capire se possa ancora trasmettere il virus e in che misura. Con lo scenario delle varianti purtroppo siamo destinati a convivere, ma il monitoraggio in Piemonte permette di avere la situazione sotto controllo, mentre con le vaccinazioni combattiamo lo svilupparsi della malattia. La campagna è fondamentale».

Giovanni Di Perri, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’«Amedeo Savoia» di Torino: «Il vaccino protegge contro la malattia, meno contro l’infezione. In questo specifico caso, l’essere stato vaccinato può essere la verosimile causa del fatto che l’infezione è asintomatica. Le infezioni nei vaccinati sono di durata più breve di quelle naturali. La persona è già vaccinata con Pfizer, che è noto dare protezione discreta contro la variante sudafricana. La circolazione di varianti è sotto monitoraggio molecolare, per verificare il grado di diffusione nel tempo».

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Minneapolis, la giuria inchioda Chauvin: “Colpevole dell’omicidio di George Floyd”

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Paolo Mastrolilli

INVIATO A NEW YORK. Colpevole. Per tutti i tre capi d’accusa. Così si è chiuso ieri il processo a Derek Chauvin per l’omicidio di George Floyd, e forse si è aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni razziali negli Stati Uniti. «Questo – ha commentato il presidente Biden – può diventare un momento decisivo per cambiare l’America».

I dodici giurati, sei bianchi, quattro neri e due multirazziali, hanno discusso meno di 11 ore, prima di trovare l’accordo unanime. Poco dopo le quattro del pomeriggio hanno giudicato l’ex poliziotto colpevole di omicidio colposo, preterintenzionale, e di terzo grado. E’ stato subito portato via in manette, e ora rischia fino a 40 anni di prigione. «Giustizia è fatta, ora possiamo tornare a respirare», è stato il commento del fratello di Floyd, Philonise. Per strada la gente ballava, neri e bianchi insieme, celebrando non solo la condanna di Chauvin, ma soprattutto la speranza di un nuovo inizio. Come ha promesso poco dopo Biden: «Questo verdetto non può riportare in vita George, ma è un passo gigantesco verso la giustizia in America. Ora dobbiamo fare di più». Cioè approvare al Senato il Floyd Justice in Policing Act per riformare la polizia, e «cancellare la macchia del razzismo sistemico, evitando però le violenze». Ai funerali di George, la figlia Gianna aveva detto a Biden che suo padre aveva cambiato il mondo: «Oggi ho potuto confermarle che è vero». Sentenza Floyd, Chauvin condannato per omicidio: l’ex agente ascolta la sentenza

Il 25 maggio scorso Chauvin aveva premuto il ginocchio per 9 minuti e 29 secondi sul collo di Floyd, sospettato di aver usato una banconota falsa da 20 dollari per comprare sigarette al negozio Cup Foods su Chicago Avenue. Uccidendolo, aveva aperto un nuovo capitolo nella tragica storia dei neri negli Usa, incarnato dal movimento Black Lives Matter. La rabbia aveva incendiato il paese, cambiando anche la campagna presidenziale, che Trump aveva cercato di distrarre dall’emergenza Covid, per trasformarla in un referendum sulle paure dei bianchi in declino demografico. Caso Floyd, la testimonianza del capo della polizia: l’uso della forza “doveva fermarsi prima”

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

Ma chi è Grillo

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di   Massimo Gramellini

Grillo non è il primo politico che difende un parente stretto dalle accuse della magistratura dopo avere sbertucciato gli avversari quando facevano la stessa cosa. Però è il primo che non adombra il sospetto che si tratti di un complotto per fregare lui. E non per ingenuità, ma per inconsapevolezza del suo ruolo. In quel video intriso di machismo-leninismo, più che come un padre si esprime come un patriarca, ma di sicuro mai come un politico cosciente delle insidie e delle ricadute pubbliche dei suoi gesti. Il mistero ormai decennale di Grillo è questa sua natura di leader carsico, che solo saltuariamente si ricorda di rappresentare il partito di maggioranza relativa. Gli viene in mente certe sere, quando è costretto a sorbirsi al telefono i monologhi di Dibba o i silenzi di Conte doppiati da Casalino. O certe mattine, quando si tratta di scendere a Roma per disegnare alte strategie. Nel resto del tempo, che poi è la vita, Grillo continua a pensare a sé stesso come a un privato cittadino, la cui unica dimensione pubblica è quella del comico. Persino l’orrido video dell’altro giorno, se gli si toglie il volume, si trasforma nell’irresistibile macchietta di un vecchio burbanzoso e collerico.

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

La legittima difesa della comunità calcistica

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di Ernesto Galli della Loggia

Non è che per caso c’è stato un accordo segreto fra Florentino Perez e Matteo Salvini? Mi sembra impossibile che il presidente del Real Madrid e gli oligarchi del calcio europeo non abbiano pensato a quel che facevano quando hanno concepito il progetto di una Superlega. Il progetto cioè di sganciare le squadre di maggior prestigio e disponibilità finanziaria dai rispettivi campionati nazionali, dove hanno giocato da sempre, per fargli disputare un campionato continentale a loro soltanto riservato: mi sembra impossibile, dicevo, che non si siano resi conto di stare innescando in questo modo la tempesta perfetta del sentimento di appartenenza nazionale. Che infatti da 24 ore impazza furiosamente su tutte le radio (italiane ma credo che altrove sia più o meno la stessa cosa), in particolare sulle radio del tifo organizzato, all’insegna delle parole d’ordine «Non toglieteci la Juventus!», «Viva l’Inter e il Milan italiani!», «Abbasso l’europeismo delle élite e del denaro!», «Difendiamo il campionato dei nostri padri!». Proprio ascoltando queste voci assonanti almeno alla lontana con certa predicazione salviniana mi chiedo però: ma davvero ha qualcosa a che fare con il sovranismo leghista il sentimento di appartenenza che si fa sentire in queste ore e in questo modo? O forse siamo così avvelenati dalla polemica politica che non riusciamo più a distinguere, a ragionare e a prendere la giusta misura delle cose?

Mi aiuta un’esperienza recente. Non c’è bisogno di essere romanisti (personalmente fin da bambino sono un tifoso della Lazio) non c’è bisogno di essere romanisti, dicevo, per rimanere impressionati dalle ultime scene di «Mi chiamo Francesco Totti», il bel film di Alex Infascelli. Sono le scene dell’addio al suo pubblico, nello stadio che lo aveva visto protagonista di tante imprese, del grande capitano della Roma. Per un tempo interminabile decine di migliaia di persone di tutte le età di tutti i sessi, di tutte le condizioni sociali, agitando mille bandiere e mille sciarpe giallorosse piangono commosse e gridano il proprio entusiasmo e il proprio affetto al giocatore che per tanti anni è stato il simbolo delle loro speranze di vittoria, dei momenti di gloria così come di quelli amari della sconfitta. Che non sta affacciato a un balcone a ricevere l’omaggio della folla ma commosso piange anche lui, quasi sperduto in mezzo al campo, abbracciato alla moglie e ai figli. È Totti, ma naturalmente potrebbe essere Rivera o Gigi Riva, Paolo Rossi o Baggio. Quello che va in scena sugli spalti dell’Olimpico è il momento di autoriconoscimento di un’identità collettiva, di fusione emotiva di tale identità. Perché c’è poco da fare: siamo animali sociali, è nella nostra natura. Non possiamo vivere nell’isolamento autoreferenziale del nostro io, abbiamo bisogno di legami e di relazioni: e legami e relazioni producono inevitabilmente sentimenti, i quali non ci abbandonano. E così accade che siamo tifosi per sempre della stessa squadra, membri per sempre di una famiglia anche la più abominevole, per sempre cittadini di una patria.

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nonsolofole @ Aprile 21, 2021

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