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“Letta è in malafede: nessun preavviso di sfratto a Mattarella. È dal ’95 che propongo il presidenzialismo. Da noi idee costruttive”

Riparte il campionato: chi vincerà tra Juve, Milan, Inter e Roma? E il Toro sogna l’Europa

Kiev rivuole la Crimea, ci porta alla guerra mondiale

Appello di Segre a Meloni: “Via la fiamma dal simbolo”. Ma Fratelli d’Italia fa muro

“Letta è in malafede: nessun preavviso di sfratto a Mattarella. È dal ’95 che propongo il presidenzialismo. Da noi idee costruttive”

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Augusto Minzolini

Pubblichiamo la seconda e ultima parte dell’intervista al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi.

Presidente Silvio Berlusconi per tutto il giorno Enrico Letta ha preso a pretesto un suo ragionamento sul presidenzialismo per insinuare che lei vorrebbe sfrattare Mattarella dal Quirinale…

«Ma quale preavviso di sfratto! Qui ormai viene distorto il significato delle parole! Si strumentalizza anche l’ovvio. Come possono verificare tutti ascoltando la mia intervista, non ho mai attaccato il Presidente Mattarella, né mai ne ho chiesto le dimissioni. A domanda specifica ho solo detto una cosa scontata, lapalissiana, e cioè che una volta approvata la riforma costituzionale sul Presidenzialismo, prima di procedere all’elezione diretta del nuovo Capo dello Stato, sarebbero necessarie le dimissioni di Mattarella che ripeto potrebbe peraltro essere eletto di nuovo. Tutto qui lo scandalo: una semplice spiegazione di come potrebbe funzionare la riforma sul presidenzialismo proposta nel programma del centrodestra. Come si possa scambiare questo per un attacco a Mattarella rimane un mistero. O, forse, si può spiegare con la malafede di chi, come Enrico Letta, mi attribuisce un’intenzione che non è mai stata la mia».

Infatti il tema del presidenzialismo interviene su una necessità del Paese: governabilità e stabilità, in questa legislatura addirittura si sono succeduti tre governi di segno diverso. I primi due, il Conte uno e il Conte due, con maggioranze che erano agli antipodi. L’instabilità politica forse è la questione principale che fa scappare gli investitori dal Paese. Lei in passato ha posto l’argomento più volte, ma forse non è arrivato davvero il momento di dare al Paese una riforma Costituzionale che affronti il tema dell’ingovernabilità?

«È per questo che ho posto il tema del presidenzialismo. Fin dal 1995 ho parlato, con un ampio discorso alla Camera, di una riforma istituzionale in questo senso. Da allora non ho mai cambiato idea. Si tratta di attribuire finalmente agli italiani il diritto di scegliere direttamente chi debba guidare l’esecutivo, come avviene in America, come avviene in Francia».

Comunque Letta non si dà pace nelle polemiche. Ha ritirato fuori anche la tesi che Forza Italia e la Lega avrebbero fatto fuori Draghi. Ma nello stesso tempo lancia segnali per il dopo elezioni a Giuseppe Conte, cioè al vero responsabile della crisi. I soliti giochi di prestigio?

«Il Pd ha cominciato una campagna elettorale bruttissima, fatta di menzogne, una dietro l’altra. Ci accusano tra l’altro, appunto, di essere responsabili della caduta del governo Draghi, ma quanto è accaduto è chiaro a tutti: il Movimento 5 stelle ha deciso di uscire dalla maggioranza, determinando la fine delle larghe intese e il Presidente del Consiglio, di conseguenza, ha deciso di andare dal Presidente della Repubblica a rassegnare le dimissioni. Noi, al contrario, abbiamo chiesto, con un atto formale in Senato, che il governo andasse avanti fino alla fine della legislatura, naturalmente senza i Cinquestelle. Considero molto grave il linguaggio protervo e offensivo della sinistra: evidentemente si vuole una campagna elettorale fondata sulla malafede, sulla falsificazione, sulla demonizzazione dell’avversario. La cosa peggiore per il Paese. Forza Italia e il centrodestra non si presteranno mai a questo gioco e continueranno a mettere sul tavolo proposte costruttive per il futuro e il benessere degli italiani».

Giorgia Meloni è tornata a rivendicare la premiership. Matteo Salvini prima ha proposto di presentare una lista di possibili ministri alla vigilia del voto e poi è tornato indietro. Lei, invece, mantiene la calma. Pensa che gli atteggiamenti dei suoi alleati siano controproducenti?

«Ognuno di noi conduce la campagna elettorale secondo il suo stile e il suo linguaggio. Non sta a me giudicare quello dei miei alleati. Posso solo dire che a me interessa parlare soprattutto di contenuti, delle cose da fare per l’Italia. Noi ne abbiamo indicate di molto importanti. La flat tax al 23% per tutti, famiglie e imprese, con una non tax area per i primi 13.000 euro che protegga i redditi più bassi e assicuri la progressività. L’aumento delle pensioni minime, di anzianità o di invalidità, fino ai 1000 euro, anche per chi, come le nostre mamme e le nostre nonne, ha lavorato per tutta la vita per la famiglia. La liberalizzazione dell’uso del contante fino a 10.000 euro. L’abolizione delle autorizzazioni preventive per chi vuole cominciare un’attività o costruire un immobile: basterà una raccomandata al Comune e si potrà partire, i controlli verranno ex post. Potrei continuare a lungo, perché in campagna elettorale vorrei parlare soprattutto di cose concrete».

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Riparte il campionato: chi vincerà tra Juve, Milan, Inter e Roma? E il Toro sogna l’Europa

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Finalmente si riparte! Torna il campionato. Torna la Serie A. Ai blocchi di partenza ci sono almeno 4 squadre pronte a giocarsi il titolo: il Milan campione in carica e pronto a difendere il tricolore, l’Inter con un Lukaku di ritorno, la Juve che sta mettendo a segno un mercato di alto livello e la nuova Roma targata Mourinho e Paulo Dybala. Tante le incognite e le ambizioni, come quella del Torino che, nonostante le travagliate vicissitudini estive, ha voglia di giocarsi un posto in Europa: ce la farà anche senza il suo capitano Lukic in aria di partenza?
Paolo Brusorio, capo della redazione Sport de La Stampa, fa il punto sul campionato che sta per cominciare.
Bentornata Serie A!

LA STAMPA

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Kiev rivuole la Crimea, ci porta alla guerra mondiale

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Domenico Quirico

Oggi in Crimea può sembrare un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno di questa guerra: bombe che cadono, colonne di fumo, depositi distrutti, qualche morto, comunicati che si smentiscono reciprocamente, rumori, voci, silenzi propagandistici e tattici. In fondo da settimane sembra che il conflitto si sia accasciato su se stesso, abbia raggiunto un suo tragico equilibrio e non possa salire a una nocività superiore. Invece lì, in Crimea, tutto è pericolosamente diverso. Perché c’è il rischio concreto che la guerra ascenda al suo estremo, che diventi ancor più totale nei mezzi impiegati, iperbolica. Spalancando arsenali apocalittici finora solo evocati come remota minaccia. Quello che accadrà in tutti gli altri giorni che verranno può dipendere da quello che gli ucraini hanno intenzione di fare. Perché se Zelensky, come ha annunciato in una delle ultime serali prediche alla nazione, ha deciso di iniziare proprio dalla Crimea la riconquista di tutti i territori ucraini occupati dai russi, questi sei mesi saranno solo una tappa, un inferno provvisorio.

Forse Putin, e i russi, intendo i russi che ne sostengono l’Operazione Speciale per antica convinzione imperialistica o per evitare guai, possono accettare di dover retrocedere nel Donbass di fronte a una grande controffensiva ucraina immuscolita, forse non soltanto con i cannoni, da Stati Uniti e Gran Bretagna. Qualche villaggio, qualche cittadina si può conquistare o perdere. Ma la Crimea è un’altra cosa. Non nel senso burocratico-amministrativo che un referendum di nessuna legittimità e trasparenza ne ha imbullonato il ritorno nella Grande Madre russa. Mentre per il Donbass finora non si è andato a di là del riconoscimento della loro scardinata “indipendenza’’.

Per la Russia una invasione della Crimea significa un attacco diretto alla propria integrità territoriale, l’equivalente di una marcia su Mosca, la prova di quella volontà di annientare la unità russa su cui Putin armeggia con efficace successo interno da venti anni. Bugia? Trucchi grossolani a cui peraltro nel 2014 abbiamo opposto solo un brusio ingenuo: la Crimea in fondo… Sebastopoli, gli assedi, il bastione Malakoff, il conte Tolstoj… ? Inutile discuterne storicamente. Quando la leggenda diventa realtà vince la leggenda. Per difenderla ogni mezzo, anche il più estremo finora tenuto di riserva come minaccia e possibilità, diventerebbe per Putin legittimo. Gli stati totalitari possono violare linee che è mostruoso attraversare. La guerra non sarebbe più una chirurgia che reca le sue punture sui gangli dell’avversario, ma una prefazione dell’Apocalisse.

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Appello di Segre a Meloni: “Via la fiamma dal simbolo”. Ma Fratelli d’Italia fa muro

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Luca Monticelli

ROMA. Dopo la presa di distanza di Giorgia Meloni dal fascismo e dalle leggi razziali, le polemiche sulla presenza della fiamma nel logo di Fratelli d’Italia continuano ad agitare il dibattito politico. La fiamma fu inventata dai reduci di Salò che fondarono l’Msi, rappresenta il simbolo della stessa fiamma che arde sulla tomba di Mussolini.

Il centrosinistra accusa Meloni di una condanna di facciata, fatta più per la stampa estera che frutto di un vero ripensamento. La candidata premier del centrodestra, infatti, qualche giorno fa, in un videomessaggio in tre lingue inviato ai giornalisti stranieri, aveva detto che «la destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia da decenni ormai, condannando senza ambiguità la soppressione della democrazia e le infami leggi contro gli ebrei».

Ieri, è intervenuta anche la senatrice a vita, e sopravvissuta ad Auschwitz, Liliana Segre. «Nella mia vita ho sentito di tutto e di più, le parole pertanto non mi colpiscono più di tanto. A Giorgia Meloni dico questo: inizi dal togliere la fiamma dal logo del suo partito». In una dichiarazione affidata a Pagine Ebraiche, il quotidiano dell’Ucei, Segre aggiunge: «Partiamo dai fatti, non dalle parole e dalle ipotesi».

Alla senatrice a vita ha risposto l’esponente di Fdi Ignazio La Russa, rinfacciandole la candidatura del marito proprio nelle fila del Movimento sociale: «Il marito della stessa senatrice Segre, che ho personalmente conosciuto e apprezzato, si candidò con Almirante sotto il simbolo della fiamma con la scritta Msi senza ovviamente rinunciare alla sua lontananza dal fascismo». Una vicenda, quella del marito, che la senatrice Segre ha raccontato essere stata molto dolorosa per lei, ma che si risolse con l’addio repentino del coniuge al partito.

Secondo La Russa «la fiamma presente nel simbolo di Fratelli d’Italia – oltretutto senza la base trapezoidale che conteneva la scritta Msi – non è in alcun modo assimilabile a qualsiasi simbolo del regime fascista e non è mai stata accusata e men che meno condannata come simbolo apologetico».

Una presa di posizione molto forte arriva anche da Enrico Fink, presidente della Comunità ebraica di Firenze, che alla cerimonia della liberazione del capoluogo toscano dai nazifascisti, sottolinea come «ricordare significa opporsi anche alle idee che stanno alla base del fascismo. Come l’esaltazione di un’identità che diventa fortino da difendere con le armi o, come diremmo oggi, con i respingimenti navali». Fink si rivolge poi «a chi si candida alla guida del Paese. L’antifascismo è un valore fondante e per praticarlo non basta prendere le distanze dalle leggi razziali».

Tornando alla campagna elettorale, Matteo Renzi definisce la fiamma tricolore che appare nel simbolo di Fratelli d’Italia «un problema della Meloni, fossi in lei lo toglierei, anzi l’avrei già tolto, spero che non lo votino in tanti». Per Chiara Gribaudo della segreteria del Partito democratico, «l’antifascismo si pratica, non si dichiara soltanto».

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Sabino Cassese: “Non demonizziamo il presidenzialismo ma il timore del tiranno in Italia è vivo”

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Carlo Bertini

ROMA. Anche se il centrodestra conquistasse i due terzi dei seggi, necessari a rendere operativa una riforma in senso presidenziale senza il ricorso ad un referendum, Sergio Mattarella non dovrebbe rassegnare le dimissioni: «Perché la norma diventerebbe efficace al termine del mandato del presidente». Parola di Sabino Cassese, accademico e giudice emerito della Corte Costituzionale. Convinto del resto che in Italia «la paura che un presidente eletto possa sommare troppi poteri ed esercitarli in senso non liberale prevalga sul bisogno di un “governo che governi”».

Professor Cassese, che impressione le ha fatto l’uscita di Berlusconi, che evoca dimissioni di Mattarella dopo il varo della riforma presidenziale del centrodestra?
«Mi è parsa frutto di improvvisazione. Ancor più improvvisata la difesa secondo la quale, quando cambia una regola, il sistema è chiamato ad adeguarsi. Basterebbe conoscere la storia delle modifiche costituzionali italiane. Nei due casi in cui si è diminuita la durata nella carica, o si sono diminuiti i componenti di un organo costituzionale, le relative leggi costituzionali hanno rinviato l’applicazione concreta al termine del mandato».

Si riferisce anche al taglio dei parlamentari?
«Mi riferisco alla legge del 1963 sulla durata dei senatori, portata da 6 a 5 anni, e a quella del 2020 sul taglio dei parlamentari. Nella prima si leggeva: “La presente legge entra in vigore con la prima convocazione dei comizi elettorali successiva alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale”. Nella seconda: “Le norme si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successive alla data di entrata in vigore della presente legge”».

Quindi il Presidente non si dovrebbe dimettere?
«I precedenti costituzionali vincolano il Parlamento a prevedere che la eventuale riforma diventi efficace al termine del mandato del presidente in carica».

Questa uscita di Berlusconi cela una volontà di occupazione delle istituzioni da parte della coalizione data per vincente?
«Prima di occuparle, le istituzioni bisogna conoscerle».

Come giudica la riforma Meloni, è formulata bene?
«Quella di Meloni non è la prima proposta presidenziale. Risponde ad un’esigenza giusta, dare stabilità al potere esecutivo. Richiede un attento coordinamento con le norme esistenti, sui poteri del presidente, e con altri istituti che sono lì considerati, come la sfiducia costruttiva».

Sarebbe garantito il check and balance, l’equilibrio tra i poteri dello Stato nel nostro ordinamento?
«Non bisogna demonizzare il presidenzialismo, ma non si può neppure ignorare che il suo inserimento in un sistema costituzionale come quello italiano, richiede di non limitarsi a modificare i soli articoli della Costituzione relativi al presidente della Repubblica. Inoltre, più che ai progetti di riforma costituzionale, bisognerebbe prestare attenzione al personale politico e agli staff. Sono spesso i numeri due e in numeri tre che fanno la differenza, la loro cultura e la loro esperienza concreta».

Il fatto che la riforma indichi il presidente eletto come garante della Costituzione è una contraddizione? Come fa chi presiede il consiglio dei ministri, su mandato di una maggioranza, ad essere superpartes?
«Questa è una contraddizione nella quale si trova anche il semipresidenzialismo francese: se ne è avuta dimostrazione dopo la seconda elezione di Macron, durante la campagna elettorale per l’elezione dei membri dell’Assemblea nazionale».

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Enrico Letta: “Berlusconi vuole il Quirinale”

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Luca Monticelli

ROMA. Con la riforma presidenziale del centrodestra, Sergio Mattarella dovrà dimettersi. Enrico Letta non ha dubbi sul significato delle parole di Silvio Berlusconi: «Ha detto chiaramente che se il centrodestra vincerà, Giorgia Meloni sarà il capo del governo e lui il capo dello Stato. Questo è il messaggio, non è soltanto “Mattarella te ne devi andare”». Il segretario del Pd, intervistato dal direttore de La Stampa, Massimo Giannini, per la trasmissione “30 minuti al Massimo” (qui la versione integrale), sostiene che la destra «vuole sfasciare la costituzione».

Nel corso dell’intervista, Letta torna sull’accusa rivolta a Giorgia Meloni – che tenta di «incipriarsi» per ripulire la sua immagine all’estero – e fa autocritica: «È stata una battuta infelice». I toni nei confronti di Carlo Calenda e Matteo Renzi restano alti: «Sono due persone abituate a fregare il prossimo», e su possibili ingerenze di Putin alle elezioni, il leader del Pd si dice molto preoccupato: «Bisogna alzare il livello di attenzione».

Segretario Letta, perché Berlusconi vuole le dimissioni di Mattarella?
«È un preavviso di sfratto. Andiamo alle elezioni perché la destra ha deciso di far cadere Draghi, e ora la campagna elettorale comincia con la destra che attacca il Quirinale».

Lei pensa che quella di Berlusconi sia un’autocandidatura al Colle?
«Sì, Berlusconi era il candidato del centrodestra al Quirinale a gennaio e quella candidatura si è fermata come sappiamo. Io penso sia un messaggio chiaro».

Non pensa che sia un danno per Giorgia Meloni?
«La destra al suo interno ha delle profonde contraddizioni che ha risolto con un patto di potere. Berlusconi e Salvini non essendo in grado di contrastare l’avanzata di Giorgia Meloni si sono arresi e hanno accettato di dire “chi prenderà più voti esprimerà il presidente del Consiglio”. Quanto accaduto oggi (ieri, ndr) spiega che sotto quell’intesa formale il problema politico è gigantesco».

E Meloni non può dire di no al presidenzialismo perché è nel programma di centrodestra.
«È uno dei cardini del loro programma, ora l’ha tirato fuori Berlusconi e se lo è intestato, ecco perché dico che per me è un’evidente autocandidatura».

Il sistema presidenziale è una minaccia per la nostra costituzione?
«Penso sia un errore introdurlo nel nostro Paese. Il messaggio della destra è l’uomo forte, semplificare tutto, tipico di Bolsonaro, Trump e Orban. Si vota una persona e poi si tolgono liturgie e orpelli. Questo è profondamente contrario allo spirito della nostra costituzione che ha al suo interno punti di riequilibrio fondamentali. E questa destra vuole sfasciare la costituzione».

Meloni ha preso le distanze dal fascismo, ma rimane il tema della fiamma nel simbolo e di un passato che non passa. Lo spettro del fascismo sarà uno dei punti della campagna elettorale?
«Meloni dovrebbe assolutamente togliere quella fiamma dal simbolo. Detto ciò, noi ci concentreremo sulle cose che hanno a che fare con la vita concreta dei cittadini».

Siete preoccupati di una deriva culturale-identitaria nostalgica qualora la destra andasse al governo?
«Esiste una fortissima preoccupazione da parte nostra che non è legata soltanto al passato, ma non vogliamo fare una campagna sulla parola fascismo, il problema sono i valori e il cuore che batte oggi in Fratelli d’Italia. L’Europa di Giorgia Meloni si basa su quattro interlocutori: Orban; il partito polacco al potere, Pis; Vox, il partito post franchista spagnolo; e Marine Le Pen».

Ha sostenuto che Meloni si è data un’incipriata per rifarsi l’immagine all’estero. È stata una battuta sessista.
«È stata una battuta infelice, ma parlando di corsa queste cose succedono, avrei potuto usare “maquillage” o qualunque altro termine che ha a che fare con il mascherare il voto. La sostanza resta».

Per i sondaggi, però, la destra sembra essere largamente in vantaggio. Lei pensa che, come disse Berlusconi a suo tempo, gli italiani che votano di là sono coglioni?
«I sondaggi hanno il 45% di persone che rispondono “non lo so, non ho ancora deciso”. Queste elezioni saranno molto partecipate, la posta in gioco è enorme. Puntiamo a convincere quella grande parte di italiani che ancora non ha deciso chi voterà».

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Promettete, purché con giudizio

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di Angelo Panebianco

È inevitabile che in campagna elettorale sia presente una certa dose di demagogia, sia da parte della destra sia da parte della sinistra, Dobbiamo sperare che qualche germoglio di razionalità sbocci persino in questa campagna elettorale

P romettere la luna ma con giudizio. È inevitabile che nelle campagne elettorali delle democrazie a suffragio universale sia presente una certa dose di demagogia. Fortunata è quella democrazia nella quale la sobrietà dei costumi e un’attitudine a pretendere dai politici razionalità da parte dell’opinione pubblica, riducono a dimensioni sopportabili il tasso di demagogia. Peraltro, democrazie così, per un insieme di ragioni, non ultimi i nuovi sistemi di comunicazione, tendono oggi a scomparire.

L’Italia, comunque, non è, non è mai stata, simile alla Svizzera o alla Norvegia. Le nostre campagne elettorali ricordano quelle variopinte e pittoresche dell’America Latina. Se non fosse così non avremmo accumulato nel corso dei decenni, con il consenso o la noncuranza dell’elettorato, un così grande debito pubblico, ossia una gravosissima tassa a carico delle generazioni successive (sulla base del principio «ma chi sono questi posteri e che cosa hanno mai fatto per noi?»). Né si sarebbe perpetuata per tanta parte della nostra storia una tragedia: il fatto che, per lo più, quando si scontrano l’anima riformista e quella massimalista della sinistra è quest’ultima a prevalere (il che spiega la democrazia bloccata, l’impossibilità dell’alternanza, per tutto il periodo della Guerra fredda). O, per venire a tempi recenti, non si spiegherebbe il trionfo populista nelle elezioni del 2018. Diciamo che abbiamo alle spalle tradizioni politiche che non favoriscono sobrietà e razionalità.

Prendiamo in considerazione alcune delle promesse della luna che sono già state fatte agli elettori come la flat tax, il bonus per i diciottenni o il presidenzialismo.

La proposta leghista della flat tax contiene una (nascosta) razionalità. Non nel senso che tale proposta possa trovare attuazione. Solo qualche sprovveduto può crederlo. La razionalità della proposta sta altrove. Da un lato, serve alla Lega per competere con Fratelli d’Italia: «Vedete, la luna che promettiamo noi è più grande di quella che promette Meloni». Dall’altro, serve a rassicurare gli elettori: se vinciamo noi state certi che non aumenteremo le tasse.

La proposta del bonus ai diciottenni da parte del Pd è altrettanto demagogica. Ma in più si scorge in essa anche un velo di malinconia. Il bonus non serve a cambiare la condizione giovanile. Occorrerebbe altro. Soprattutto un mercato del lavoro non irrigidito da troppi vincoli, capacità di attrarre investimenti, eccetera. La nota malinconica sta nel fatto che con la proposta di finanziare il bonus agendo sulla tasse di successione dei più ricchi, il Pd ha già messo in conto che perderà le elezioni. Tanto vale — si sono detti — dare un contentino a quella parte del nostro elettorato a cui piace l’idea di tassare i ricchi a prescindere. E pazienza se ciò dà alla destra un’arma in più per dipingere il Pd come il partito delle tasse. Per inciso, è buona l’idea del Pd di migliorare lo stato del capitale umano aumentando gli stipendi ai professori nel corso della loro carriera. Peccato che la proposta sia monca. Perché dovrebbe essere accompagnata dalla promessa di cacciare quei docenti che, mettendosi sotto i piedi l’etica professionale, regalano voti e diplomi anche ai non meritevoli. Commettendo così il reato di falso in atto pubblico (reato inequivocabilmente dimostrato dai risultati dei test Invalsi). Solo la somma di questi due provvedimenti potrebbe migliorare davvero quantità e qualità del capitale umano in Italia.

E perché non citare il blocco navale che viene di tanto in tanto proposto da questo o quello esponente della destra? Giudiziosamente, esso non viene esplicitamente evocato nel suo programma elettorale. Resta che questa idea ogni tanto ritorna. Ma è del tutto impraticabile. L’Onu, l’Europa, il Papa, la magistratura, tutti contro. Se vincesse le elezioni, sarebbe sensato, da parte della destra, cercare un accordo con i settori più responsabili dell’opposizione su come fronteggiare la piaga dell’immigrazione clandestina. Oltre a tutto, ciò metterebbe in difficoltà i massimalisti di sinistra. Ricordo che quando il miglior ministro dell’Interno che sia stato espresso dalla sinistra, Marco Minniti, provò a fare qualcosa, finì subito sotto il «fuoco amico» (amico si fa per dire) della sinistra medesima.

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Salman Rushdie accoltellato nello stato di New York, rischia di perdere un occhio

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di Viviana Mazza

Lo scrittore nel mirino dei fanatici islamici è stato aggredito davanti al pubblico durante un convegno. Operato, è in rianimazione. «Rischia di perdere un occhio, ha i nervi del braccio recisi e danni al fegato»

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Le notizie non sono buone. Salman Rushdie perderà probabilmente un occhio, i nervi di un braccio sono stati recisi, il fegato è stato danneggiato dalle coltellate, annuncia l’agente Andrew Wylie, quando ormai scende la sera di quella che era iniziata come un’ordinaria giornata di eventi letterari per il celebre scrittore. Alle 10:47 di ieri mattina, venerdì 12 agosto, Rushdie era salito sul palco dell’anfiteatro di Chautauqua e si era accomodato su una delle due poltroncine beige disposte sul tappeto persiano. Il moderatore del festival di quel paesino nella campagna dello Stato di New York lo stava presentando. Scrittore settantacinquenne, nato in India in una famiglia musulmana e naturalizzato britannico, costretto per dieci anni a vivere nascosto, sotto scorta, dopo la fatwa dell’ayatollah Khomeini che dall’Iran invitò i musulmani a ucciderlo…

Ma l’esistenza di Rushdie era diversa ormai, era rientrato nella società. Quando gli chiedevano delle minacce di morte, diceva: «Devo vivere la mia vita» Cittadino americano, casa a New York, aveva già partecipato a quel festival. Atmosfera rilassata, niente metal detector, si controllava solo che i 2.500 spettatori avessero il biglietto. Stava per parlare di come gli Stati Uniti diventino, appunto, una casa per gente come lui, che cerca la libertà dell’arte, quando un uomo è corso sul palco e ha iniziato a colpirlo. Rushdie è caduto al suolo. Gli spettatori atterriti hanno iniziato a gridare. «Lo colpiva al torace, pugni ripetuti al torace e al collo», ha detto un testimone. Altri hanno parlato di coltellate: dieci, quindici. La polizia ha confermato che è stato pugnalato almeno una volta al collo e una all’addome.

Per qualche secondo, qualcuno ha confessato di aver creduto che fosse tutta una messinscena per rendere lo scrittore ancora controverso. Poi un gruppetto di persone ha avuto la prontezza di salire sul palco e bloccare l’assalitore. «Neanche in cinque erano in grado di tenerlo immobile — ha raccontato una di loro, Linda Abrams —. Era una furia». Altri hanno circondato lo scrittore, sollevandogli le gambe, mentre il sangue che ora imbrattava la poltrona beige formava una pozza sotto di lui. Henry Reese, il moderatore, ha riportato una lieve ferita alla testa. L’assalitore è stato identificato come Hadi Matar , 24 anni, di Fairview in New Jersey: è entrato con un regolare biglietto.

La governatrice di New York Kathy Hochul ha sottolineato che è stato un poliziotto assegnato alla protezione dell’evento a salvare la vita a Rushdie. Ma pare che spettatori e organizzatori siano intervenuti per primi: molti si chiedono se non dovesse essere previsto qualcosa di più per la sicurezza di un uomo con una taglia sulla testa. Trasportato in elicottero , Rushdie è stato sottoposto a un intervento chirurgico. «Non può parlare, è attaccato a un ventilatore», ha aggiunto in serata il suo agente, mentre da tutto il mondo letterario — Ian McEwan, Neil Gaiman, J.K. Rowling, Stephen King, solo per citarne alcuni — e politico arrivavano messaggi di solidarietà.

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Salvini, il leader della Lega adesso teme un futuro da gregario

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di Roberto Gressi

Sondaggi e politica estera, il difficile rapporto con la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Le alleanze e (soprattutto) gli abbandoni del capo del Carroccio

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E il Papeete , e i pasticci sul Quirinale , e quanto sono bravi e saggi Giorgetti e Zaia, e i sondaggi in picchiata, e Giorgia Meloni che mette la freccia e sorpassa pure al Nord . E poi, e poi… Però alla fine, Matteo Salvini, una zampata l’ha piazzata e zitto zitto, contro la sua natura, con la tattica del fregapiano, è salito sul taxi di Giuseppe Conte e ha tenuto aperta la portiera pure a Silvio Berlusconi. Quanto basta per affondare le larghe intese e portare l’Italia al voto anticipato. Certo, lo attende un futuro da gregario, ed è per questo che vuole ritentare il doppio passo da ministro dell’Interno. Ma Giorgia, che ha visto la cura che riservò a Luigi Di Maio, non si farà convincere facilmente.

Salvini nasce a Milano, il 9 marzo 1973, sotto il segno dei Pesci. L’uomo Pesci è sensibile e generoso, ma anche rancoroso e non sempre incline a dire la verità. È alto un metro e ottantacinque, peso sugli ottantasette chili, ma un po’ a fisarmonica. Maturità classica, cinque esami in sedici anni di ateneo, come un personaggio strepitoso della striscia Usa Doonesbury, al quale l’autore Garry Trudeau fa dire: «Il primo anno di università sono stati i cinque anni più belli della mia vita».

Ma in realtà, fin da ragazzo, Matteo è molto rapido nel parlare. Ha quindici anni quando partecipa in tv a Doppio slalom , un gioco a quiz con Corrado Tedeschi che fa domande non facili. Diventa anche campione, prima di essere spodestato. Quando non conosce la risposta si butta lo stesso e improvvisa, al volo. Ama il Milan, la pesca, cercare funghi e consegna le pizze, da grande vorrebbe fare il giornalista sportivo. A vent’anni è di nuovo in tv, a Il pranzo è servito, che Davide Mengacci ha riciclato dopo Corrado Mantoni. Matteo sfida la campionessa, è abbastanza bravo ma alla ruota della fortuna gli esce sempre «dieta», che non dà punti, e perde. Fa in tempo a presentarsi: «Matteo, di professione nullafacente, in attesa di dare esami». E brucia l’avversaria sulla soluzione di un rebus: incassare tangenti. E aggiunge: «Vengo da Milano e ne so qualcosa, se non indovino io, chi indovina? ».

È un professionista in abbandoni, nel senso che quando si sente pronto a lasciare il nido non perde tempo a salutare papà rondine e mamma rondine. Vent’anni con Umberto Bossi del resto, a sentirsi dire due volte al giorno che non capisce un accidente, sfiancherebbero un bue. Silvio Berlusconi invece gli sta antipatico a pelle, largamente ricambiato. Non ne vuole sapere delle cene settimanali che si sorbiva il suo ex capo, è immune al fascino di Silvio e soprattutto vuole spodestarlo, cosa che gli riesce alle elezioni del 2018, quando si toglie la soddisfazione di parlare lui dalla tribunetta del Quirinale , con Giorgia Meloni che fa ala da una parte e il Cavaliere che mastica amaro dall’altra. Ora le strade si sono solidamente ricongiunte sulla via della Damasco elettorale, però non c’è simpatia, solo business. Ma l’abbandono più eclatante e quello del fratello di latte Luigi Di Maio, al quale l’aveva unito la chimica di due ragazzotti che mettono in soffitta i padri nobili. Anche se la vendetta è un piatto semi freddo, e dopo il tonfo del Papeete vale la sintesi che ne fa Federico Palmaroli, alias Osho, in un vignetta di allora. I due sono al telefono. Di Maio: «Che vuoi ancora?». Salvini: «Aspetto un bambino».

Ma di discese ardite e di risalite è ricolma la carriera di Matteo. Prende la Lega al misero 4 per cento di eredità che gli lascia Bossi e la porta al 34 per cento delle Europee. In mezzo c’è la copertina di Time che lo descrive come l’uomo «in missione per disfare l’Europa», ci sono le felpe e le divise con le scritte, il rosario e il crocifisso, c’è «la pacchia è finita» rivolto agli immigrati, ci sono i porti bloccati, le magliette con Putin che «mezzo di lui vale più di due Mattarella», ci sono i «buongiorno amici, buon pomeriggio amici, buonasera amici» che gli valgono folle di ragazzi osannanti e comizi stracolmi. Sono i tempi della «Bestia», la possente macchina della propaganda messa in piedi da Luca Morisi e decaduta, per i tempi mutati, anche prima che il suo inventore si facesse da parte. Salvini aveva dimenticato la raccomandazione di Giancarlo Giorgetti: «Matteo, mettiti la foto di Renzi sulla scrivania, e ricorda sempre come si può rotolare in fretta dopo aver dominato».

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

Berlusconi su Mattarella: l’uscita dell’alleato un problema per Meloni. L’ipotesi Costituente per fare la riforma

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di Paola Di Caro

Da FdI l’irritazione per le frasi «stonate» di Silvio Berlusconi sul presidente della Repubblica e il tentativo di aprire al dialogo. Il timore di La Russa: parlarne adesso rischia di frenare il cambiamento

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La spiegazione tra il malizioso e il rassegnato che gira in Fratelli d’Italia delle parole di Berlusconi su Mattarella è che «non c’è niente da fare: lui vuole chiudere la sua storia politica facendo il presidente della Repubblica, e quale miglior modo che farsi eleggere presidente del Senato, subentrare a Mattarella dimissionario e poi farsi eleggere direttamente?». Con un’aggiunta: «Ovviamente sta facendo tutto da solo, nessuno di noi glielo ha mai minimamente proposto…».

Ma a parte battute o ipotesi dei suoi che girano, in pubblico Giorgia Meloni si guarda bene dal commentare l’uscita dell’alleato, che chiaramente crea problemi alla front runner della coalizione che sta facendo di tutto per dare un’immagine tranquillizzante, quasi seriosa, con pochi spigoli e polemiche e nessuna «promessa irrealizzabile» del centrodestra che potrebbe guidare nel prossimo governo. Certo, è Ignazio La Russa, chiuso in ufficio con lei e gli altri fedelissimi a fare le liste, a replicare netto a Berlusconi: «Quello che ha detto dal punto di vista logico ci può anche stare, ma non ci sembra il momento di affrontare il tema. Primo, perché dobbiamo vincere. Poi, perché il presidenzialismo prevede passaggi, discussioni, dialogo. Infine, perché semmai sarebbe il presidente Mattarella, che peraltro solo FdI non ha votato ma i nostri alleati sì, a decidere nella sua sensibilità il da farsi. Parlarne oggi può sortire l’effetto contrario a quello che vogliamo: frenare una riforma che l’80% degli italiani condividono…».

Insomma, un passo falso che va subito cancellato. Magari ricordando — come fa La Russa — che proprio FdI aveva proposto un’Assemblea costituente per le riforme e «questa è un’idea che potrebbe essere presa in considerazione se dovessimo realizzare che ci sono problemi, resistenze, paure: si potrebbe votare anche presto, anche accorpando il voto alle Regionali, un organo eletto con il proporzionale per riformare la seconda parte della Costituzione, lasciando a governo e Parlamento il compito di occuparsi dei problemi immediati e gravi. È un’ipotesi percorribile…».

Insomma, un’altra forte apertura al dialogo, l’ennesimo messaggio che la leader di FdI veicola per evitare che quello che considera «il programma della sinistra, “Giorgia Meloni è brutta e cattiva”», faccia breccia. Per ora non sembra esserci pericolo. Raccontano da FdI che il partito cresce di giorno in giorno, mentre gli alleati sarebbero fermi. Motivo forse delle loro «intemperanze» verbali o programmatiche, che però rischiano — se si va avanti «con promesse mirabolanti e uscite stonate» — di togliere credibilità (e voti) al centrodestra. Per non parlare, in caso di vittoria, della pressione che si creerebbe se gli elettori chiedessero conto dei sogni evocati.

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nonsolofole @ Agosto 13, 2022

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