Archive for the ‘Scienza’ Category

Samantha Cristoforetti è la prima comandante della Iss: «Grazie all’Italia se sono qui»

giovedì, Settembre 29th, 2022

In diretta dalla Stazione Spaziale Internazionale ringrazia gli italiani per il supporto

Agtw / CorriereTv

L’astronauta italiana Samantha Cristoforetti ha ricevuto le ‘chiavi’ della Stazione Spaziale Internazionale (Iss) dal cosmonauta russo dell’Expedition 67, Oleg Artemyev. Un gesto che dà inizio al suo ruolo di comandante della Iss come prima donna europea. Tra gli applausi e gli abbracci, le parole di Cristoforetti: «Grazie davvero a tutti gli italiani che mi hanno sempre supportata in questa missione, per me è un privilegio rappresentare il nostro paese nello spazio».

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Spazio, nuova scoperta della Nasa: rocce con molecole organiche su Marte

venerdì, Settembre 16th, 2022
marte, nasa, perseverance

Il rover Perseverance della Nasa ha trovato sulla superficie di Marte rocce che contengono molecole organiche.

Lo hanno annunciato i responsabili della missione. Secondo gli esperti dell’agenzia spaziale americana, queste rocce con molecole organiche potrebbero essere “una possibile forma della vita”, ossia riconducibili “a una sostanza o a una struttura che potrebbe testimoniare l’esistenza di una vita passata sul pianeta rosso, ma potrebbero anche essere state prodotte senza che ci fosse vita”.

Fotografato su Marte un misterioso groviglio di fili (ma c'è una spiegazione)

Il rover Perseverance della Nasa ha fotografato su Marte un misterioso groviglio di fili, che negli Stati Uniti è già stato ribattezzato “Mars Spaghetti”. Il curioso ritrovamento, avvenuto in una zona finora inesplorata del cratere Jezero, è subito finito al centro dell’attenzione dei social. Il groviglio è stato immortalato il 12 luglio, ma quattro giorni più tardi non c’era più. Nulla di anomalo comunque: secondo la Nasa, potrebbe trattarsi di uno dei resti del sistema di atterraggio del rover, arrivato fin lì per effetto del vento marziano.

Le molecole organiche trovate non sono molecole biologiche, ma comprendono una varietà di composti: soprattutto carbonio, idrogeno e ossigeno, ma anche azoto, fosforo e zolfo. Si tratta di possibili mattoncini di molecole biologiche, ma non necessariamente tali.

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Altro flop, Artemis non decolla. Ma la Luna è nel nostro futuro

domenica, Settembre 4th, 2022

Massimiliano Parente

Altro flop, Artemis non decolla. Ma la Luna è nel nostro futuro

Siete pronti a seguire il viaggio di Artemis I? Ma perché tornare sulla Luna dopo cinquant’anni? A parte la retorica ufficiale della missione Artemis di «portare la prima donna sulla Luna» la Nasa punta, alla lunga, a stabilire una base lunare (come nella serie Spazio 1999, solo che hanno sbagliato di qualche decennio, o forse anche di un secolo, ce ne vorrà di tempo). La base sarà posizionata al Polo Sud, in un punto preciso scelto dalla Nasa per poter avere sempre energia solare e anche estrarre l’acqua dal ghiaccio presente nei crateri. Da lì inizierà la nuova era dell’esplorazione spaziale, puntando a Marte, sul quale già camminano diversi rover inviati negli ultimi decenni (ce n’è perfino uno cinese), e che è il pallino della SpaceX di Elon Musk.

Nel frattempo, con la missione Artemis I, saranno solo dei manichini a fare il giro della Luna, lancio di prova per Artemis II, stesso viaggio ma con astronauti in carne e ossa, a cui seguirà, nel 2025, Artemis III, quando di nuovo potremo rivivere l’allunaggio e vedere esseri umani (e la prima donna, ok) camminare sul suolo lunare con la nitidezza delle tecnologie di oggi, in diretta (o quasi). Una parte dell’economia si sta spostando nello spazio, per varie ragioni. La più pratica è recuperare terre rare, sempre più rare, e indispensabili per la tecnologia, con la possibilità di estrarle dagli asteroidi. Molti si chiedono perché non ci siamo più tornati fino a oggi, sulla Luna. Semplice: i costi sono altissimi. Basta ricordarsi che la missione Apollo 11 costò tra i 25 e i 28 miliardi di dollari, cioè tra i 150 e i 250 miliardi di euro attuali, e all’epoca era necessario per battere l’Unione Sovietica nella sfida spaziale, oggi per continuare quello che è sempre stato l’istinto della nostra specie: esplorare. Ma, legata al costruire una base sulla Luna, c’è anche un’altra idea: colonizzare Marte. La minore gravità lunare è infatti l’ideale per essere una stazione da cui partire verso il pianeta rosso senza troppo spreco di carburante.

Non aspettatevi che tutto ciò accada dopodomani, ci sono ancora molti problemi da superare (le radiazioni sono il maggiore, lo spazio è cancerogeno). Marte come nostra seconda casa di emergenza, ma con una piccola contraddizione: stiamo parlando di un pianeta senza campo magnetico, dove bisognerebbe vivere sottoterra per proteggersi dalle radiazioni e non morire di tumore dopo un mese, senza aria, e con una temperatura che oscilla tra i meno cento gradi e un massimo di venti. Gli scienziati puntano a ridurre le emissioni di CO2 che causano il surriscaldamento globale, i visionari come Musk pensano a andare su un pianeta che è una schifezza. Anche perché tra un miliardo di anni il Sole ingloberà la Terra, la temperatura su Marte diventerà più mite, ma chi ci arriva a un miliardo di anni?

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Dal “Quintetto cosmico” alla “Ring Nebula”: le straordinarie immagini che mostrano i confini dell’universo

mercoledì, Luglio 13th, 2022

Antonio Lo Campo

Il primo miracolo è tecnologico. Mai una macchina così complessa e in grado di compiere in modo del tutto autonomo una lunga serie di operazioni per diventare operativa, era stata lanciata nello spazio. Ora, ecco il secondo «miracolo», conseguenza del primo: iniziano ad arrivare i primi risultati. Con le prime immagini, la prima delle quali era già stata mostrata ieri sera con orgoglio, e con un inatteso cambio di programma, dal Presidente americano Joe Biden.

La nurserie galattica, “Nebula Carina”  dallo scatto dell’apparato Nircam di Webb Space Telescope  

Al James Webb Space Telescope, il più potente strumento di osservazione del cosmo finora inviato nello spazio, nel punto detto “lagrangiano” L-2, a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra, partecipano scienziati di tre quarti del pianeta, e molti italiani, anche a capo dei team che si occupano dei principali strumenti di osservazione del pianeta: «Non vedevamo l’ora che arrivassero queste prime, spettacolari immagini – dice Massimo Robberto, origini astigiane e torinese d’adozione, che ora guida il team di astrofisici che dal Centro Nasa di Baltimora gestiscono la “Camera a grande Campo di osservazione” , uno dei principali strumenti del nuovo super telescopio spaziale “James Webb». «Quelle di oggi, e soprattutto quelle, e molte, che arriveranno in seguito, saranno le migliori e più nitide prodotte dalla più grande finestra spalancata sull’Universo mai realizzata. Con Webb cercheremo risposte sull’origine ed evoluzione dell’Universo, sapendo che quel mistero con la “m” maiuscola che si nasconde dietro alla creazione porterà inevitabilmente nuove domande».

Gli obiettivi cosmici delle prime immagini
Il “Webb Telescope” era stato lanciato nel giorno di Natale 2021 con un razzo europeo Ariane 5. Una macchina super-tecnologica, dedicata al capo della Nasa che nel 1961 diede il via al Programma Apollo, che deve operare con apparati a 235 gradi sotto zero, a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra. Non può essere raggiunto da astronauti per riparazioni come l’Hubble (che è posto tremila volte più vicino, in orbita terrestre). Tutto deve essere perfetto, e restare tale nei tanti anni di operatività: «Sotto certi aspetti è un’opera d’arte – sottolinea Robberto. Sulle immagini divulgate oggi in una conferenza organizzata dalla Nasa già qualcosa era trapelato. Gli astronomi della Nasa, dell’Agenzia Spaziale Europea, dell’agenzia spaziale Canadese Csa, assieme allo Space Telescope Science Institute di Baltimora dove gli scienziati (compreso Robberto) governano le ricerche con i grandi telescopi spaziali, avevano scelto cinque obiettivi preferenziali, il cosiddetto “Quintetto di Nebulosa Carina” , una sorta di “maternità cosmica” di stelle, distante 7.600 anni luce dalla Terra, dove si formano in continuazione nuove stelle; il pianeta gigante WASP-96b scoperto nel 2014 a 1.150 anni luce dalla Terra; la nebulosa planetaria Southern Ring che si presenta come un anello di gas attorno ad una stella morta, il gruppo di galassie nella costellazione di Pegaso caratterizzato da strani movimenti, e poi SMACS 0723, il gruppo di galassie più lontano che alla fine è risultato il preferito. Al punto tale che è stata l’immagine mostrata da Biden questa notte (ora italiana): distante 5 miliardi di anni luce è un ammasso di galassie che funziona come una lente grazie alla forza gravitazionale espressa dalla sua massa facendo vedere altre stelle più lontane. E sia l’ammasso che il mondo nascosto dietro sono ora visibili con un dettaglio prima impossibile rivelando la potenza del nuovo telescopio che guarda il cielo più remoto nella radiazione infrarossa.

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La prima foto a colori del telescopio Webb: Biden svela una nuova finestra sull’universo

martedì, Luglio 12th, 2022

Una “giornata storica”. Così Joe Biden ha salutato la diffusione da parte della Nasa della prima foto a colori catturata dal Telescopio spaziale James Webb, il progetto da 10 miliardi di dollari realizzato da Usa, agenzia spaziale europea e Canada. Si tratta, ha detto il presidente Usa nel corso di una cerimonia alla Casa Bianca, di una “nuova finestra sul nostro universo”, in grado di catturare la luce proveniente da 13 miliardi di anni fa. “Con il Telescopio spaziale James Webb possiamo sperare di vedere le prime galassie formate tra 100 e 300 milioni di anni dopo il Big Bang”, spiega Adriano Fontana, ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF).

La prima foto a colori del telescopio Webb mostrata a Biden: “Questa luce ha 13 miliardi di anni”

L’immagine diffusa, alla quale ne seguiranno altre, è la “più profonda visione dell’universo mai catturata”, come spiega la Nasa. Si tratta della più grande distanza, sia in termini fisici che temporali che l’umanità sia riuscita a raggiungere con i propri strumenti, prossima all’inizio del tempo stesso e ai confini del nostro universo. Lanciato lo scorso dicembre, il Telescopio spaziale James Webb ha raggiunto il suo punto di osservazione, a un milione di miglia dalla Terra, a gennaio. Per il presidente Biden, il governo federale deve “investire di più” nella scienza e nella tecnologia. “L’America può fare grandi cose, niente è al di là delle nostre capacità”, ha detto il presidente, che ha definito “miracoloso” il nuovo telescopio. La collaborazione internazionale che ha prodotto il telescopio,continua Biden rappresenta il modo in cui “l’America guida il mondo”.

“I dati presentati dal presidente statunitense – continua il ricercatore Fontana – sono la dimostrazione che è valsa la pena di aspettare tutti questi anni. Le capacità di James Webb sono molte volte superiori a quelle che qualsiasi telescopio da terra può ottenere oggi o nel prossimo futuro. La sua specialità è vedere nell’infrarosso, cioè alle lunghezze d’onda che ci permettono di osservare le galassie più lontane dell’universo, oppure nel cuore delle nebulose in cui nascono nuovi pianeti e le nuove stelle. Zone dell’universo che neanche l’Hubble Space Telescope o i telescopi da terra possono osservare”.

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La batteria ad alga ci permetterà di ricaricare lo smartphone con la fotosintesi

venerdì, Maggio 27th, 2022

di Dario D’Elia

Una batteria ad alghe sarebbe stata perfetta per un romanzo di Emilio Salgari, magari per alimentare un profondimetro o una lampada sottomarina. E invece alla University of Cambridge ne hanno sviluppata una per dare energia a un microprocessore Arm, con la prospettiva domani di fare lo stesso con un vero e proprio sensore internet-of-things. Sì, uno di quei piccoli dispositivi che in un appartamento consentono di controllare una tapparella, oppure comunicare all’aspirapolvere che siamo usciti e può iniziare le pulizie.

“Si chiama Synechocystis e oggi è classificato come un cianobatterio, ma fino a 20-30 anni fa era chiamata alga blu-verde, data la sua pigmentazione; biologicamente è simile a una pianta”, ci spiega Paolo Bombelli, uno dei ricercatori del team del Dipartimento di Biochimica dell’ateneo che ha seguito il progetto. “Ne abbiamo sfruttato le proprietà di fotosintesi per creare un piccolo sistema elettrochimico che, alimentato con la luce, produce corrente elettrica”.
 

Arm Research, che ha sede proprio a Cambridge, ha sviluppato il chip di test, costruito la scheda correlata e impostato l’interfaccia cloud di raccolta dati per gli esperimenti. Tutti i dettagli sono stati esplicitati nello studio Powering a microprocessor by photosyntesis recentemente pubblicato, dopo la consueta revisione, sulla rivista scientifica Energy&Environmental Science

Come funziona la bio batteria

Una batteria ad alga come quella realizzata dal team di Cambridge è una potenziale risposta al problema dell’alimentazione dei dispositivi internet-of-things. Saranno più di un trilione nel mondo entro il 2035, secondo il noto produttore inglese di chip Arm. E di certo l’alimentazione non potrà essere gestita tramite miliardi di piccole batterie agli ioni di litio – un materiale sempre più richiesto anche a causa del boom delle auto elettriche e ibride.

Ecco spiegato il senso di un dispositivo fotosintetico, a ridotto impatto ambientale, capace di sfruttare costantemente la luce naturale oppure quella artificiale come fonte energetica. “Nello studio abbiamo confermato che la batteria ha funzionato sei mesi, ma in verità siamo riusciti ad alimentare il chip Arm Cortex M0+ per più di un anno e probabilmente avremmo potuto proseguire se non avessimo dovuto restituire il processore”, sottolinea Bombelli.

Nello specifico, la corrente generata doveva consentire al chip di eseguire un solo comando: ovvero confermare l’esecuzione di una semplice operazione aritmetica e in caso contrario – quindi mancanza di corrente – generare una notifica di errore. Il contatore ha raggiunto i 125 miliardi di operazioni in sei mesi e di fatto non si è mai fermato. La corrente prodotta variava durante l’intera giornata, ma ovviamente il picco veniva raggiunto nelle ore diurne. Durante le ore notturne comunque veniva assicurata una soglia minima grazie all’energia chimica accumulata in precedenza.

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Il buco nero al centro della Galassia ecco la prova nella foto che fa storia

venerdì, Maggio 13th, 2022

Ciriaco Goddi*

Abbiamo svelato la prima immagine del buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia: è Sagittarius A*. E’ un’immagine che abbiamo sognato per oltre 20 anni, fin da quando questo esperimento è stato proposto. Personalmente la sognavo almeno da otto anni, da quando ho iniziato questa impresa internazionale, in cui l’Italia ha giocato un ruolo importante. E credo che molti se l’aspettassero dopo la prima immagine storica di un buco nero, quello al centro della galassia lontana M87.

Ci sono voluti tre anni da quella immagine storica, tre anni di lavoro certosino su dati non facili, che ha impegnato centinaia di colleghi nella collaborazione «Eht», che ha giustificato il tempo richiesto. Però, finalmente, oggi ve la possiamo svelare, ora possiamo dire di conoscere il volto del buco nero al centro della nostra Galassia!

Per anni noi astronomi abbiamo raccolto indizi fortissimi sul fatto che ci fosse un buco nero di 4 milioni di masse solari al centro della Via Lattea, grazie allo studio delle orbite stellari che è valso il premio Nobel ad Andrea Ghez e Reinhard Genzel nel 2020. Però con l’immagine pubblicata ieri abbiamo la prima prova visiva diretta, schiacciante direi, che questo oggetto è a tutti gli effetti un buco nero.

Questa immagine è stata ottenuta grazie a una rete globale di radiotelescopi, dislocati in diverse parti del globo, dalla Spagna alle isole Hawaii, dalla Groenlandia fin giù al Polo Sud. E questa rete è l’«Event Horizon Telescope» («Eht»). L’«Eht» utilizza una tecnica che si chiama «Vlbi» (che è l’acronimo in inglese di «Very Long Baseline Interferometry» e in italiano sarebbe interferometria a lunghissima linea di base) e che utilizza una rete globale di radiotelescopi, sparsi in diversi continenti, e che osservano all’unisono la stessa sorgente esattamente allo stesso momento. E questo ci permette di creare un super-telescopio virtuale di dimensioni del globo terrestre.

Nell’immagine vediamo una regione centrale scura, circondata da una struttura brillante a forma di anello, che delinea il percorso della luce emessa dalla materia in orbita intorno al buco nero, percorso che viene distorto dalla sua potente gravità.

La regione scura al centro, che chiamiamo «ombra» del buco nero, era proprio l’obiettivo che ci eravamo preposti di osservare, perché ci segnala la presenza dell’orizzonte degli eventi, la regione di non ritorno che è la proprietà che definisce un buco nero.

Questo ci permette di testare la relatività generale di Einstein proprio a ridosso dell’orizzonte degli eventi, quindi alla frontiera ultima di un buco nero, dove la gravità è più estrema e quindi in un regime mai testato in precedenza.

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Passo avanti verso la fusione nucleare: nuovo record di energia prodotta

giovedì, Febbraio 10th, 2022

di Paolo Virtuani

Realizzati 59 megajoule in 5 secondi, più del doppio di un precedente test. «Abbiamo dimostrato che possiamo tenere accesa una mini-stella»

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il reattore dell’European Fusion Experiment JET (foto: Eurofusion)

Realizzati 59 megajoule in 5 secondi, più del doppio di un precedente test, una potenza di fusione media di circa 11 megawatt . Non si tratta di una quantità esorbitante, è la quantità di energia necessaria per portare a ebollizione l’acqua contenuta in 60 bollitori di tè, ma è significativa: il risultato testimonia infatti la buona strada intrapresa dall’esperimento europeo di fusione nucleare Jet. Il programma per arrivare al difficile risultato di ottenere «l’energia dell’interno del Sole», cioè arrivare alla fusione nucleare e disporre di una quantità di energia potenzialmente illimitata e a basso prezzo, continua a ottenere successi, molto importanti proprio in una stagione come quella attuale in cui il costo dell’energia ricavata da fonti fossili, in particolare il gas naturale, è arrivato a livelli record e ha anche notevoli implicazioni geopolitiche. A gennaio erano stati raggiunti anche i 100 mila impulsi di plasma all’interno del reattore. «Abbiamo dimostrato che possiamo creare una mini-stella dentro la nostra macchina e tenerla accesa per 5 secondi ad alto livello. Entriamo in una nuova dimensione», ha detto in una conferenza stampa Joe Milnes, alla guida delle operazioni.

Ricadute economiche

Il consorzio Eurofusion lavora in Inghilterra, presso Oxford, con il JET (Joint European Torus), il più importante reattore di ricerca al mondo sulla fusione nucleare. Partecipa anche l’Italia tramite l’Enea. L’Italia, secondo partner più importante del Consorzio dopo la Germania, riceverà il 16% del contributo europeo, pari a circa 90 milioni di euro. Il Consorzio Eurofusion può contare su circa 4.800 scienziati provenienti da 28 Stati europei (i 25 Paesi Ue più Regno Unito, Svizzera e Ucraina). «La rete italiana della ricerca sulla fusione, con oltre venti partner tra università, enti di ricerca e industrie, rappresenta un caso di successo in termini di contributo tecnico-scientifico, di trasferimento tecnologico con notevoli ricadute economiche», aveva nei giorni scorso sottolineato Paola Batistoni, responsabile della Sezione sviluppo e promozione della fusione di Enea. «Le aziende italiane si sono aggiudicate commesse industriali per un valore totale di oltre 1,3 miliardi di euro, circa il 50% del totale europeo, per la realizzazione del reattore sperimentale Iter attualmente in costruzione in Francia».

Enea: «Orgogliosi»

«Siamo particolarmente orgogliosi dei nostri ricercatori che hanno lavorato alla preparazione e all’esecuzione degli esperimenti e all’analisi dei dati coordinando anche il team europeo che ha studiato gli aspetti tecnologici delle operazioni in deuterio-trizio, fondamentali in vista del progetto Iter, in via di realizzazione in Francia», ha commentato Gilberto Dialuce, presidente Enea.

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Corni di letame e fasi lunari: che cosa è e quanto vale l’agricoltura biodinamica

mercoledì, Febbraio 9th, 2022

di Micaela Cappellini

Nuova PAC e possibili impatti sull’agricoltura italiana

Martedì 8 febbraio, dopo l’ennesimo rinvio, alla Camera è cominciata la discussione sul disegno di legge per regolamentare l’agricoltura biologica, che il nostro Paese attende ormai da dodici anni. E puntuale come un orologio svizzero, non appena il testo si riaffaccia in Parlamento, si riaccendono le polemiche sull’agricoltura biodinamica. Corni di vacca riempiti di letame, vesciche di cervi o carcasse di ratti applicati ai terreni in base alle fasi della luna con l’obiettivo di renderli fertili. Teorie di Steiner per un’agricoltura in armonia con la natura, secondo alcuni. Stregoneria senza basi scientifiche, secondo altri.

Il disegno di legge 988 ha avviato il suo iter parlamentare nel dicembre del 2018, ha ottenuto l’approvazione con modifiche dal Senato a maggio dell’anno scorso e ora torna alla Camera, dove qualcuno già lavora a una mediazione per riformulare il comma dove si parla della tanto discussa equiparazione. La posta in palio? Sono i fondi pubblici alla ricerca: l’agricoltura biodinamica potrà attingervi solo se verrà equiparata a quella biologica.

Quanto vale il mercato

In Italia, secondo l’Osservatorio Sana di Nomisma, l’agricoltura biologica vale 4,6 miliardi di euro. Ma quanto vale, al suo interno, questo segmento dell’agricoltura biodinamica che tanto fa accendere le polemiche? Il primo punto è che trovare dati specifici solo per questo sottoinsieme del bio è piuttosto difficile. Gli unici disponibili sono contenuti nel Bioreport 2018, dove si legge che le aziende che applicano il metodo biodinamico in Italia sono 4.500.

Considerato che in Italia la galassia bio conta circa 70mila imprese, stiamo parlando di una fetta che a malapena supera il 6% del totale. Più complicato è capire quale sia il fatturato aggregato del segmento della biodinamica. Nel Bioreport gli unici dati economici sono riferiti al solo campione di 419 imprese che, a far data al 2018, facevano capo a Demeter. Di che cosa stiamo parlando? Dell’associazione privata di imprese, con casa madre in Germania, che nel 1930 ha registrato come marchio nel mondo la dicitura “biodinamico”, ed è quindi l’unica che può concedere a un produttore di fregiarsi di questo titolo, naturalmente dietro pagamento dei diritti.

Di queste 419 imprese certificate si sa che hanno un’estensione complessiva di 9.685 ettari, e che il fatturato medio ad ettaro è di 13.309 euro. La cifra è decisamente superiore alla media di 2.441 euro all’ettaro delle aziende biologiche, ma buona parte del motivo sta nel fatto che la maggior parte delle imprese biodinamiche fa vino, un’attività in cui la resa è tra le più elevate di tutta l’agricoltura.

Facendo un rapido calcolo, il giro d’affari annuo di queste 419 imprese è dunque di 129 milioni di euro. Come proiettare proporzionalmente questo dato sulle altre 4mila aziende biodinamiche esistenti in Italia è esercizio impossibile. Coldiretti, però, ci viene incontro: secondo le sue stime, il giro d’affari del biodinamico in Italia potrebbe essere attorno ai 200 milioni di euro. E torniamo così a una fetta, all’interno del mondo bio, intorno al 5 per cento.

Gli organismi di rappresentanza

A livello istituzionale, gli agricoltori biodinamici si dividono tra le principali associazioni agricole nazionali. Sotto il cappello di FederBio, la federazione che riunisce le principali sigle dell’agricoltura biologica in Italia, ci sono poi tre associazioni ad hoc: l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, la Federazione Trentina Biologico e Biodinamico, e Demeter, appunto. Contro quest’ultima il premio Nobel per la Fisico Giorgio Parisi, in questi giorni tra i più accesi detrattori dell’agricoltura biodinamica, non ha avuto parole tenere: «Il marchio “Biodinamica” è di proprietà di una società multinazionale con fine di lucro, la Demeter Int., che con il riconoscimento legislativo acquisirebbe un vantaggio competitivo rilevante rispetto ai tanti agricoltori che con serietà, onestà e sacrificio si sforzano di rispettare i disciplinari dell’agricoltura biologica».

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Per la prima volta nella storia una sonda ha toccato il Sole: le immagini della Nasa

mercoledì, Dicembre 15th, 2021

Per la prima volta nella storia un’astronave ha toccato il Sole. A tre anni dal lancio, la sonda solare Parker Solar della NASA ha volato attraverso l’atmosfera superiore del Sole – la corona – e ha campionato particelle e campi magnetici. Lo annuncia l’ente spaziale americano in una conferenza stampa a New Orleans. I risultati sono pubblicati sulla rivista Physical Review Letters. La sonda aveva sfiorato l’atmosfera solare il 28 aprile scorso. “Volando così vicina al Sole, la Parker Solar Probe ora percepisce le condizioni della corona solare come non abbiamo mai potuto fare prima”, sottolinea la Nasa, “e arrivando nella corona solare si vedono nei dati del campo magnetico, in quelli del vento solare e visivamente nelle immagini”. Nelle immagini della Nasa si vede la navicella spaziale che sorvola elementi luminosi chiamati stelle filanti coronali: finora gli streamer erano stati visti solo da lontano. Sono visibili dalla Terra durante le eclissi solari totali.

LA STAMPA

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