Archive for the ‘Scienza’ Category

Il buco nero al centro della Galassia ecco la prova nella foto che fa storia

venerdì, Maggio 13th, 2022

Ciriaco Goddi*

Abbiamo svelato la prima immagine del buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia: è Sagittarius A*. E’ un’immagine che abbiamo sognato per oltre 20 anni, fin da quando questo esperimento è stato proposto. Personalmente la sognavo almeno da otto anni, da quando ho iniziato questa impresa internazionale, in cui l’Italia ha giocato un ruolo importante. E credo che molti se l’aspettassero dopo la prima immagine storica di un buco nero, quello al centro della galassia lontana M87.

Ci sono voluti tre anni da quella immagine storica, tre anni di lavoro certosino su dati non facili, che ha impegnato centinaia di colleghi nella collaborazione «Eht», che ha giustificato il tempo richiesto. Però, finalmente, oggi ve la possiamo svelare, ora possiamo dire di conoscere il volto del buco nero al centro della nostra Galassia!

Per anni noi astronomi abbiamo raccolto indizi fortissimi sul fatto che ci fosse un buco nero di 4 milioni di masse solari al centro della Via Lattea, grazie allo studio delle orbite stellari che è valso il premio Nobel ad Andrea Ghez e Reinhard Genzel nel 2020. Però con l’immagine pubblicata ieri abbiamo la prima prova visiva diretta, schiacciante direi, che questo oggetto è a tutti gli effetti un buco nero.

Questa immagine è stata ottenuta grazie a una rete globale di radiotelescopi, dislocati in diverse parti del globo, dalla Spagna alle isole Hawaii, dalla Groenlandia fin giù al Polo Sud. E questa rete è l’«Event Horizon Telescope» («Eht»). L’«Eht» utilizza una tecnica che si chiama «Vlbi» (che è l’acronimo in inglese di «Very Long Baseline Interferometry» e in italiano sarebbe interferometria a lunghissima linea di base) e che utilizza una rete globale di radiotelescopi, sparsi in diversi continenti, e che osservano all’unisono la stessa sorgente esattamente allo stesso momento. E questo ci permette di creare un super-telescopio virtuale di dimensioni del globo terrestre.

Nell’immagine vediamo una regione centrale scura, circondata da una struttura brillante a forma di anello, che delinea il percorso della luce emessa dalla materia in orbita intorno al buco nero, percorso che viene distorto dalla sua potente gravità.

La regione scura al centro, che chiamiamo «ombra» del buco nero, era proprio l’obiettivo che ci eravamo preposti di osservare, perché ci segnala la presenza dell’orizzonte degli eventi, la regione di non ritorno che è la proprietà che definisce un buco nero.

Questo ci permette di testare la relatività generale di Einstein proprio a ridosso dell’orizzonte degli eventi, quindi alla frontiera ultima di un buco nero, dove la gravità è più estrema e quindi in un regime mai testato in precedenza.

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Passo avanti verso la fusione nucleare: nuovo record di energia prodotta

giovedì, Febbraio 10th, 2022

di Paolo Virtuani

Realizzati 59 megajoule in 5 secondi, più del doppio di un precedente test. «Abbiamo dimostrato che possiamo tenere accesa una mini-stella»

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il reattore dell’European Fusion Experiment JET (foto: Eurofusion)

Realizzati 59 megajoule in 5 secondi, più del doppio di un precedente test, una potenza di fusione media di circa 11 megawatt . Non si tratta di una quantità esorbitante, è la quantità di energia necessaria per portare a ebollizione l’acqua contenuta in 60 bollitori di tè, ma è significativa: il risultato testimonia infatti la buona strada intrapresa dall’esperimento europeo di fusione nucleare Jet. Il programma per arrivare al difficile risultato di ottenere «l’energia dell’interno del Sole», cioè arrivare alla fusione nucleare e disporre di una quantità di energia potenzialmente illimitata e a basso prezzo, continua a ottenere successi, molto importanti proprio in una stagione come quella attuale in cui il costo dell’energia ricavata da fonti fossili, in particolare il gas naturale, è arrivato a livelli record e ha anche notevoli implicazioni geopolitiche. A gennaio erano stati raggiunti anche i 100 mila impulsi di plasma all’interno del reattore. «Abbiamo dimostrato che possiamo creare una mini-stella dentro la nostra macchina e tenerla accesa per 5 secondi ad alto livello. Entriamo in una nuova dimensione», ha detto in una conferenza stampa Joe Milnes, alla guida delle operazioni.

Ricadute economiche

Il consorzio Eurofusion lavora in Inghilterra, presso Oxford, con il JET (Joint European Torus), il più importante reattore di ricerca al mondo sulla fusione nucleare. Partecipa anche l’Italia tramite l’Enea. L’Italia, secondo partner più importante del Consorzio dopo la Germania, riceverà il 16% del contributo europeo, pari a circa 90 milioni di euro. Il Consorzio Eurofusion può contare su circa 4.800 scienziati provenienti da 28 Stati europei (i 25 Paesi Ue più Regno Unito, Svizzera e Ucraina). «La rete italiana della ricerca sulla fusione, con oltre venti partner tra università, enti di ricerca e industrie, rappresenta un caso di successo in termini di contributo tecnico-scientifico, di trasferimento tecnologico con notevoli ricadute economiche», aveva nei giorni scorso sottolineato Paola Batistoni, responsabile della Sezione sviluppo e promozione della fusione di Enea. «Le aziende italiane si sono aggiudicate commesse industriali per un valore totale di oltre 1,3 miliardi di euro, circa il 50% del totale europeo, per la realizzazione del reattore sperimentale Iter attualmente in costruzione in Francia».

Enea: «Orgogliosi»

«Siamo particolarmente orgogliosi dei nostri ricercatori che hanno lavorato alla preparazione e all’esecuzione degli esperimenti e all’analisi dei dati coordinando anche il team europeo che ha studiato gli aspetti tecnologici delle operazioni in deuterio-trizio, fondamentali in vista del progetto Iter, in via di realizzazione in Francia», ha commentato Gilberto Dialuce, presidente Enea.

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Corni di letame e fasi lunari: che cosa è e quanto vale l’agricoltura biodinamica

mercoledì, Febbraio 9th, 2022

di Micaela Cappellini

Nuova PAC e possibili impatti sull’agricoltura italiana

Martedì 8 febbraio, dopo l’ennesimo rinvio, alla Camera è cominciata la discussione sul disegno di legge per regolamentare l’agricoltura biologica, che il nostro Paese attende ormai da dodici anni. E puntuale come un orologio svizzero, non appena il testo si riaffaccia in Parlamento, si riaccendono le polemiche sull’agricoltura biodinamica. Corni di vacca riempiti di letame, vesciche di cervi o carcasse di ratti applicati ai terreni in base alle fasi della luna con l’obiettivo di renderli fertili. Teorie di Steiner per un’agricoltura in armonia con la natura, secondo alcuni. Stregoneria senza basi scientifiche, secondo altri.

Il disegno di legge 988 ha avviato il suo iter parlamentare nel dicembre del 2018, ha ottenuto l’approvazione con modifiche dal Senato a maggio dell’anno scorso e ora torna alla Camera, dove qualcuno già lavora a una mediazione per riformulare il comma dove si parla della tanto discussa equiparazione. La posta in palio? Sono i fondi pubblici alla ricerca: l’agricoltura biodinamica potrà attingervi solo se verrà equiparata a quella biologica.

Quanto vale il mercato

In Italia, secondo l’Osservatorio Sana di Nomisma, l’agricoltura biologica vale 4,6 miliardi di euro. Ma quanto vale, al suo interno, questo segmento dell’agricoltura biodinamica che tanto fa accendere le polemiche? Il primo punto è che trovare dati specifici solo per questo sottoinsieme del bio è piuttosto difficile. Gli unici disponibili sono contenuti nel Bioreport 2018, dove si legge che le aziende che applicano il metodo biodinamico in Italia sono 4.500.

Considerato che in Italia la galassia bio conta circa 70mila imprese, stiamo parlando di una fetta che a malapena supera il 6% del totale. Più complicato è capire quale sia il fatturato aggregato del segmento della biodinamica. Nel Bioreport gli unici dati economici sono riferiti al solo campione di 419 imprese che, a far data al 2018, facevano capo a Demeter. Di che cosa stiamo parlando? Dell’associazione privata di imprese, con casa madre in Germania, che nel 1930 ha registrato come marchio nel mondo la dicitura “biodinamico”, ed è quindi l’unica che può concedere a un produttore di fregiarsi di questo titolo, naturalmente dietro pagamento dei diritti.

Di queste 419 imprese certificate si sa che hanno un’estensione complessiva di 9.685 ettari, e che il fatturato medio ad ettaro è di 13.309 euro. La cifra è decisamente superiore alla media di 2.441 euro all’ettaro delle aziende biologiche, ma buona parte del motivo sta nel fatto che la maggior parte delle imprese biodinamiche fa vino, un’attività in cui la resa è tra le più elevate di tutta l’agricoltura.

Facendo un rapido calcolo, il giro d’affari annuo di queste 419 imprese è dunque di 129 milioni di euro. Come proiettare proporzionalmente questo dato sulle altre 4mila aziende biodinamiche esistenti in Italia è esercizio impossibile. Coldiretti, però, ci viene incontro: secondo le sue stime, il giro d’affari del biodinamico in Italia potrebbe essere attorno ai 200 milioni di euro. E torniamo così a una fetta, all’interno del mondo bio, intorno al 5 per cento.

Gli organismi di rappresentanza

A livello istituzionale, gli agricoltori biodinamici si dividono tra le principali associazioni agricole nazionali. Sotto il cappello di FederBio, la federazione che riunisce le principali sigle dell’agricoltura biologica in Italia, ci sono poi tre associazioni ad hoc: l’Associazione per l’agricoltura biodinamica, la Federazione Trentina Biologico e Biodinamico, e Demeter, appunto. Contro quest’ultima il premio Nobel per la Fisico Giorgio Parisi, in questi giorni tra i più accesi detrattori dell’agricoltura biodinamica, non ha avuto parole tenere: «Il marchio “Biodinamica” è di proprietà di una società multinazionale con fine di lucro, la Demeter Int., che con il riconoscimento legislativo acquisirebbe un vantaggio competitivo rilevante rispetto ai tanti agricoltori che con serietà, onestà e sacrificio si sforzano di rispettare i disciplinari dell’agricoltura biologica».

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Per la prima volta nella storia una sonda ha toccato il Sole: le immagini della Nasa

mercoledì, Dicembre 15th, 2021

Per la prima volta nella storia un’astronave ha toccato il Sole. A tre anni dal lancio, la sonda solare Parker Solar della NASA ha volato attraverso l’atmosfera superiore del Sole – la corona – e ha campionato particelle e campi magnetici. Lo annuncia l’ente spaziale americano in una conferenza stampa a New Orleans. I risultati sono pubblicati sulla rivista Physical Review Letters. La sonda aveva sfiorato l’atmosfera solare il 28 aprile scorso. “Volando così vicina al Sole, la Parker Solar Probe ora percepisce le condizioni della corona solare come non abbiamo mai potuto fare prima”, sottolinea la Nasa, “e arrivando nella corona solare si vedono nei dati del campo magnetico, in quelli del vento solare e visivamente nelle immagini”. Nelle immagini della Nasa si vede la navicella spaziale che sorvola elementi luminosi chiamati stelle filanti coronali: finora gli streamer erano stati visti solo da lontano. Sono visibili dalla Terra durante le eclissi solari totali.

LA STAMPA

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Giorgio Parisi alla consegna del Nobel alla Sapienza: «Lo dedico a Nicola Cabibbo, che mi ha trasmesso l’amore per la scienza»

martedì, Dicembre 7th, 2021

«Grazie a tutti di questa bellissima medaglia, spero che sia utile all’Italia per sottolineare l’importanza della scienza nel nostro Paese», ha aggiunto il fisico. Ala cerimonia anche la ministra dell’Università Cristina Messa

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Il Nobel per la Fisica è stato consegnato al fisico Giorgio Parisi dall’ambasciatore di Svezia, Jan Bjorklund, accompagnato da un grandissimo applauso: la cerimonia si è svolta all’università La Sapienza di Roma, perché dall’inizio dell’epidemia il conferimento avviene nei Paesi di origine dei premiati. «Vorrei dedicare il Nobel al mio maestro Nicola Cabibbo, che mi ha trasmesso la conoscenza, ma anche l’amore per la scienza», ha commentato Parisi emozionato, ringraziando il pubblico del «calorosissimo applauso». Cabibbo, morto nel 2010 a 75 anni, è stato uno dei fisici italiani più noti a livello mondiale per il contributo dato alla conoscenza del mondo delle particelle elementari. «Il Nobel sarebbe dovuto andare anche a Nicola Cabibbo», aveva già detto Parisi, che nel 2008 aveva duramente criticato le scelte dell’Accademia svedese delle scienze che esclusero Cabibbo dal premio.

«Grazie a tutti di questa bellissima medaglia, spero che sia utile all’Italia per sottolineare l’importanza della scienza nel nostro Paese», ha aggiunto il fisico, che proprio alla Sapienza «ha fatto tanta ricerca e dove è docente», come ha sottolineato l’ambasciatore spiegando che non c’era «posto migliore» per consegnargli il premio. Parisi ha anche ringraziato la Fondazione Nobel «per la compagnia prestigiosissima con la quale sono stato premiato, con climatologi che hanno messo in guardia sui pericoli del cambiamento climatico», ha detto riferendosi agli altri due vincitori, Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann, con i quali divide il premio, del valore complessivo di circa un milione di euro.

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Il nuovo primato del comandante AstroSamantha

sabato, Maggio 29th, 2021
Samantha Cristoforetti

Franco Malerba

Siamo felici e orgogliosi della nomina di Samantha Cristoforetti al ruolo di comandante della Stazione spaziale internazionale in occasione della sua prossima missione nello spazio, nel 2022; felici per Samantha, che vede riconosciuta la qualità del suo lavoro e del suo impegno e orgogliosi perché nel suo successo ci sta anche una riflesso dell’eccellenza italiana in campo spaziale, un settore che promette di diventare sempre più rilevante, non solo quale frontiera della scienza e dell’esplorazione, ma anche come motore dell’innovazione e dell’industria. La prestigiosa nomina di Samantha discende certamente dalla sua bravura nelle tante diverse e complesse situazioni nelle quali ha messo a punto le sue competenze tecniche, vivendo e lavorando per mesi a bordo della Stazione spaziale. Io penso però che Samantha abbia in più un grandissimo merito, ed è la sua facilità comunicativa e la sua grande competenza linguistica, che le consentono di essere nota e popolare anche in Germania o in Francia, non solo nel suo Paese, un’icona davvero europea.

Dato merito a Samantha per la sua promozione, può interessare un approfondimento sul significato e sul ruolo del comandante della Stazione spaziale. Ai “miei tempi” delle missioni dello Space Shuttle, il ruolo del comandante era specialmente identificato con la responsabilità di portare il veicolo spaziale in orbita e di riportarlo poi a terra, sano e salvo; il comandante dello Shuttle aveva nel suo curriculum migliaia di ore di volo in aerei militari e il suo addestramento era assai mirato e diverso da quello dell’ingegnere o dello scienziato di bordo, dedicati questi all’esecuzione dei programmi scientifici specifici della missione. La situazione è diversa sulla Stazione spaziale internazionale, ove si arriva ormai con veicoli automatici e si lavora agli esperimenti per molti mesi; mi viene in aiuto la narrazione che ci ha offerto Luca Parmitano al Festival dello Spazio dell’anno scorso.

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Linfociti T, una scoperta apre la strada ai nuovi vaccini anti-Covid

venerdì, Maggio 21st, 2021

GIACOMO GALEAZZI

ROMA. Uno studio pubblicato dalla rivista scientifica “Science” dimostra come la gran parte degli individui guariti dal Covid-19 (93%) abbia «linfociti T diretti contro una regione conservata della proteina Spike, che potrebbe essere modello di ulteriori vaccini». I dati forniti dai ricercatori sono analizzati oggi nel report infettivologico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

Linfociti T, una scoperta apre la strada ai nuovi vaccini anti-Covid

Come migliorare i vaccini «I vaccini attualmente in uso contro il Sars-Cov-2 possono essere revisionati per coprire nuove varianti. Questo tipo di vaccini derivano dalla biologia molecolare. Dovremo convivere con un Sars-Cov-2 divenuto endemico e non sappiamo se il virus perderà patogenicità.  Ne deriva la necessità di  adeguare i vaccini alle varianti del virus», spiega alla Stampa.it il professor Roberto Cauda, direttore dell’Unità operativa complessa (Uoc) di Malattie Infettive del Policlinico Gemelli di Roma e revisore scientifico dei parametri Covid del governo. «Più il virus circola, cioè più colpisce un numero crescente di persone, maggiore è statisticamente la possibilità che replicandosi vada incontro a variazioni. Nelle replicazioni del Sars-Cov-2 si selezionano naturalmente quelle che infettano più soggetti», evidenzia l’infettivologo impegnato in prima linea nel sequenziamento delle varianti del Sars-Cov-2 in collaborazione con il professor Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia del Campus Bio-Medico. 
Circolazione
Il professor Cauda è stato incaricato dal governo di occuparsi dei parametri per la valutazione dl rischio epidemiologico. E per la revisione o aggiornamento del monitoraggio alla luce delle nuove varianti del Covid. Puntualizza l’ordinario di Malattie Infettive dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: «La quasi totalità delle migliaia di mutazioni del virus non ha un impatto di tipo clinico. Più una forma è trasmissibile, maggiore è la platea colpita e di conseguenza cresce l’incidenza di casi gravi che necessitano di ricovero in ospedale. Perciò il problema clinico della gravità è direttamente legato alla diffusione del virus. Ogni variante porta con sè specifiche criticità epidemiologiche e cliniche. Noi possiamo contare su quattro vaccini che agiscono sulla proteina Spike, cioè sulla componente del virus  che si lega alla cellula attraverso il recettore Ace2 consentendo al Sars-Cov-2 di entrare nell’organismo umano. Si può bloccare l’entrata del virus attraverso gli anticorpi prodotti dal vaccino contro lo Spike oppure con gli anticorpi monoclonali che iniettiamo sulle persone che hanno contratto il Covid. Il problema è che anche gli anticorpi monoclonali sono stati prodotti riconoscendo la proteina Spike. Perciò il pericolo è che se la proteina Spike muta, gli anticorpi la riconoscono meno e la loro efficacia si riduce notevolmente».

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Anticorpi monoclonali contro il Covid, via ai test sull’uomo in Italia. Rappuoli: «Potrebbero farci guarire in 3-4 giorni»

giovedì, Marzo 4th, 2021

di Jacopo Storni

Dall’estate si potrà forse guarire dal Covid-19 con una semplice iniezione intramuscolare, fatta in ospedale, a casa o dal medico.

Una volta che il liquido della fiala sarà iniettato, basteranno tre o quattro giorni per guarire e sconfiggere il Coronavirus.

Sarà possibile grazie all’anticorpo monoclonale della Fondazione senese Toscana Life Sciences, realizzato in laboratorio da un team di una ventina di ricercatori, perlopiù donne e quasi tutte italiane, che sono al lavoro su questo farmaco rivoluzionario da un anno, da quando cioè il Covid 19 fece tappa a Codogno, per la prima volta in Italia. Da allora la ricerca in questi laboratori avveniristici nella periferia di Siena non si è mai fermata, sotto la supervisione del dottor Rino Rappuoli, microbiologo, coordinatore scientifico del Mad Lab di Fondazione Toscana Life Sciences.

Il farmaco monoclonale è l’unico italiano e si è dimostrato molto potente (studi in vitro e in vivo), al punto che potrebbe servirne una quantità di molto inferiore a quella utilizzata dall’allora presidente Usa Donald Trump.

L’anticorpo è inoltre capace di combattere anche le varianti inglese, sudafricana e brasiliana.

Ma cosa sono gli anticorpi monoclonali? A spiegarlo con estrema semplicità è lo stesso dottor Rappuoli: «Gli anticorpi sono sostanze naturali prodotte dal nostro organismo. Noi non abbiamo fatto altro che selezionare gli anticorpi prodotti dai pazienti guariti, riprodurre in laboratorio quelli più potenti, fino a passare alla produzione industriale che li rendono un medicinale da reiniettare nelle persone».

In questi giorni, sono in corso i primi test sull’uomo per verificarne la sicurezza e, dice Rappuoli, «nel giro di un mese ci aspettiamo i primi dati sulla sicurezza», mentre «verso maggio-giugno i primi dati sull’efficacia», e, compatibilmente, il farmaco potrà essere messo a disposizione del Servizio sanitario nazionale a partire dall’estate.

Certo è che si tratta di un farmaco molto costoso, lascia intendere Rappuoli, «ma noi abbiamo cercato di sviluppare un farmaco molto potente così che sia possibile averne dosaggi inferiori a prezzi accessibili».

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La sostanza più cara del Pianeta costa 62,5 miliardi di dollari al grammo

sabato, Febbraio 20th, 2021

Raphael Zanotti

La sostanza più cara del Pianeta costa 62,5 miliardi di dollari al grammo

Ovviamente non la troverete mai al mercato sotto casa. E nemmeno chi la detiene ha mai pensato davvero di venderla. Ma se qualcuno dovesse mai decidere di acquistarla dovrebbe offrire almeno 62,5 miliardi di dollari per averne solo un grammo. Ovviamente non è l’oro, non è una sostanza stupefacente, non sono i diamanti e nemmeno qualche rarissimo e introvabile minerale. La materia più costosa del pianeta è l’antimateria. E non fatevi ingannare da quel prefisso che sembra negarlo: l’antimateria è materia a tutti gli effetti, solo composta di antiparticelle. Le antiparticelle hanno la stessa massa delle particelle, ma hanno alcuni numeri quantici di segno opposto come la carica elettrica. Per fare un esempio, l’antiparticella dell’elettrone (che ha carica negativa) è il positrone (che ha carica positiva).

Ogni anno tutti gli acceleratori di particelle del mondo riescono a produrre appena 10 nanogrammi di antimateria. Un nanogrammo è pari a un miliardesimo di grammo. L’antimateria esiste in minime quantità anche in natura ma ha vita brevissima. Alcune antiparticelle sono state trovate sopra i temporali. E le banane, ricche di potassio -40, un isotopo del potassio, emettono un positrone ogni 75 minuti. 

Produrre antimateria e mantenerla stabile, però, è costosissimo. Per ricavarne un grammo è necessario impiegare 25 milioni di miliardi di kilowatt ora con un costo di un milione di miliardi di dollari. Di qui il suo valore. Un valore ovviamente nominale. A calcolarlo è stata la Nasa che qualche tempo fa ha stabilito, sulla base di una stima, che un grammo di anti idrogeno (ovvero il corrispettivo dell’idrogeno in versione antimateria) costerebbe 62,5 miliardi di dollari.

Ma cosa se ne farebbe poi qualcuno di un grammo di anti idrogeno? Probabilmente niente. O cercherebbe di rivenderlo per cercare di recuperare l’enorme ricchezza che ha perduto in un capriccio piuttosto costoso. L’antimateria viene attualmente usata per motivi di studio. Tra materia e antimateria esiste una precisa simmetria: quando si produce una particella si produce in contemporanea anche la sua antiparticella. Se le due si incontrano, si dice che si annichilano. Ovvero scompaiono lasciando solo una scia di energia. Secondo i fisici, al momento della nascita dell’Universo, materia e antimateria avrebbero dovuto essere state prodotte in parti uguali. Perché sia rimasta solo la materia e l’antimateria oggi sia invece presente in quantità minimali è ancora un mistero. Ma ci stiamo lavorando.

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Il momento dell’atterraggio del rover Perseverance su Marte e l’entusiasmo alla Nasa

venerdì, Febbraio 19th, 2021
Le prime immagini del rover della NASA alla ricerca di tracce di vita sul Pianeta Rosso – Ansa /CorriereTv
Il rover Perseverance e il drone Ingenuity sono atterrati su Marte dopo un viaggio spaziale iniziato il 30 luglio 2020. La missione Mars 2020 della NASA è ufficialmente partita: Il nuovo rover resterà sul Pianeta Rosso per un anno marziano (687 giorni, quasi due anni sulla Terra) e ha l’obiettivo di cercare qualsiasi traccia di vita del passato su Marte.
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