Archive for the ‘Scienza’ Category

Terre rare, cosa sono e quali stati ne possiedono di più

domenica, Gennaio 22nd, 2023

di  Danilo Supino

In Svezia è stato scoperto un giacimento di terre rare stimato come il più grande in Europa. Il luogo del sito è a Kiruna, nel Nord del paese, e la scoperta è stata resa nota dalla Lkab, la società mineraria di stato svedese. Nei comunicati dell’azienda non è ancora nota la reale grandezza del giacimento e la capacità estrattiva. Tuttavia, al momento si pensa che non rientrerebbe tra i dieci giacimenti di terre rare più grandi al mondo. Allora dove sono situate le terre rare più importanti per quantità di elementi contenuti?

Nel mondo i giacimenti di terre rare hanno una grandezza di 120 milioni di tonnellate, distribuiti (stando all’ultima scoperta in Svezia) in non più di 20 paesi. Osservando i gradienti di colore sulla mappa qui in basso, si nota come gli Stati che ospitano il maggior numero di terre rare sul proprio suolo possono essere ricondotti ai Brics, Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica, un gruppo di paesi che nelle analisi economiche vengono associati per il notevole aumento del Pil dal 1990 ad oggi e perché ricchi di materie prime.

Cliccando sullo stato, oltre la quantità in tonnellate, si può conoscere la quantità estratta nel 2020 e nel 2021

Tra i Brics, lo Stato con la maggiore quantità di terre rare è la Cina con 44 milioni di tonnellate, segue il Vietnam con 22 milioni, Russia e Brasile con 21 milioni, poi l’India e via di seguito. Nessuna delle prime dieci nazioni è europea e a dirla tutta neanche nelle successive posizioni. Insomma, la scoperta del sito in Svezia è senza dubbio una buona notizia a prescindere dalla quantità.

Infogram

Dove sono le terre rare

Stando alle rilevazioni attuali e ai giacimenti attivi, la Cina non solo è la più ricca per quantità ma anche per numero di siti estrattivi. Infatti, Pechino ha ben nove tra i siti più attivi nell’estrazione dei minerali di bastnasite, laterite e xenotite.

I restanti sono in India a Manavalakurichi, in Russia a Revda, negli Usa a Mountain Pass in California e in Australia a Mount Weld Central Lanthanide. Ognuno di questi giacimenti (i più attivi sono tredici in tutto il mondo), non contiene la stessa quantità di elementi.

Cliccando sull’elemento in legenda si evidenzia nel grafico

Il grafico qui in alto mostra la percentuale stimata degli elementi contenuti per ogni giacimento presente sulla mappa. Ogni sito si caratterizza per la preminenza dell’elemento contenuto.

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Il 25 ottobre ci sarà l’eclissi solare: cos’è e come osservarla

mercoledì, Ottobre 19th, 2022

Alessandro Ferro

Il 25 ottobre ci sarà l'eclissi solare: cos'è e come osservarla

Sarà un evento da non perdere ma prendendo le opportune cautele per la vista: martedì prossimo potremo osservare dall’Italia un’eclissi parziale di Sole. Come spiegano gli esperti di Edulnaf, il picco massimo dell’oscurità (fino al 20%) si osserverà intorno alle 12.20 con le regioni settentrionali e orientali maggiormente favorite dal fenomeno. La mappa in 3D a cura di Timeanddate mostra quali sono le aree del pianeta dove il disco solare si oscurerà maggiormente: si tratta della Russia europea e del Kazakhstan con l’80% di copertura del Sole. In Italia le percentuali oscillerranno tra il 20,89% di Bolzano e il 9,17% che vedranno gli abitanti di Sassari.

Cos’è l’Eclissi solare

Il fenomeno astronomico dell’eclissi solare si verifica quando la Luna si trova in mezzo tra la Terra e il Sole: a quel punto la sua ombra viene proiettata sul nostro pianeta e ne viene oscurato il Sole. L’eclissi può essere di tre tipi: parziale, totale o anulare. Come avverrà il 25 ottobre, nel primo caso a essere oscurata è soltanto una parte del Sole: questo avviene quando non c’è un totale e perfetto allineamento con la Luna, come accade quando invece si parla di eclissi totale e anulare. Quest’ultimo caso si verifica quando la Luna si trova nel punto più lontano della sua orbita (chiamato apogeo) e il suo cono d’ombra non arriva fin sulla Terra perché “il diametro angolare del disco della Luna si mantiene minore di quello solare”, come viene spiegato dagli astronomi. Ciò significa che l’anulare si verifica soltanto quando Sole, Luna e Terra si trovano tutti e tre allineati con la Luna che si trova alla massima distanza dalla Terra. Quando si verificano tutte queste condizioni, il nostro pianeta non fa parte del cono d’ombra lunare e rimane visibile soltanto un sottile anello di luce solare.

Ogni quanto avviene

Come detto, il fenomeno avviene quando si creano, contemporaneamente, le condizioni astronomiche per cui il disco del Sole viene oscurato. In questo senso non esiste una regola: a volte il fenomeno si può verificare una volta ogni anno e mezzo, altre volte anche in due occasioni nello stesso anno. Se non si verifica un’eclissi solare in Italia non vuol dire che non sia avvenuta in altre parti del mondo: il prossimo martedì, per esempio, sarà soltanto una porzione d’Europa a poter osservare il fenomeno. Questo perché per la grandezza ma soprattutto per la sfericità della Terra è impossibile che un’eclissi possa essere visibile contemporaneamente da qualsiasi parte del globo. Non accadrà nulla negli Stati Uniti e in Sud America così come in Australia. L’ultima eclissi si è verificata il 30 aprile scorso e ha interessato le aree del Sudafrica e dell’Oceano Pacifico.

Come si può osservare

“Osservare un’eclissi è un evento indimenticabile, non potevamo sperare di meglio per iniziare la terza stagione della serie ‘Il cielo in salotto’. Un’eclissi visibile anche nei nostri cieli, la partecipazione entusiasta di tanti telescopi e colleghi da tutta Italia, la collaborazione di partner d’eccezione che ci mostreranno l’evento da quasi tutto il mondo”, ha affermato all’Agi Livia Giacomini, direttore responsabile di EduInaf. Come detto in apertura, però, attenzione alla modalità in cui si alzano gli occhi al cielo. “Non si deve mai osservare l’eclissi guardando il Sole a occhio nudo. Per evitare danni alla vista è necessario utilizzare opportuni sistemi di protezione e/o strumenti per l’osservazione sicura del Sole”, aggiunge la Giacomini.

Come abbiamo visto sul Giornale.it, il prof. Matteo Piovella, presidente della Società Oftalmogica Italiana (Soi), aveva consigliato di osservare l’eclissi “utilizzando occhialini speciali appositamente studiati per proteggere l’occhio o anche gli occhiali usati per la saldatura classificati con valore 14 o più”. Assolutamente bocciati i metodi fai-da-te come l’uso di un vetro affumicato, “strategia molto diffusa ma inutile e pericolosissima”

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Ecco come è nata la Luna: l’impatto tra la Terra e un pianeta grande quanto Marte

lunedì, Ottobre 17th, 2022

Lo studio della Nasa in collaborazione con i ricercatori della Durham University

Una collaborazione tra il Centro di ricerche Ames della Nasa e la Durham University potrebbe aver trovato la risposta su come sia nata la Luna. I due atenei hanno condotto una simulazione, con la risoluzione più alta mai realizzata, per spiegare come questo pianeta si sia formato 4.5 miliardi di anni fa. Le immagini mostrano uno scontro tra il pianeta Theia, delle dimensioni di Marte, e la Terra. Questo potrebbe spiegare come sia possibile che la Luna sia composta dal 60% di elementi simili alla Terra. «Abbiamo scoperto che impatti giganteschi possono dare immediatamente origine a un satellite con massa e contenuto di ferro equivalenti a quelli della Luna», spiegano i ricercatori del progetto. Il video mostra come siano bastate solo poche ore perché la Luna prendesse corpo. Le missioni future del programma Artemis potrebbero aiutare nell’analisi delle rocce lunari, per comprendere meglio le origini di questo pianeta.

Qui l’articolo che spiega tutto

CorriereTv

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Attorno al buco nero a 100 mila km al secondo

domenica, Ottobre 9th, 2022

LUIGI GRASSIA

Utilizzando il radiotelescopio cileno Alma alcuni astronomi, fra cui gli italiani Nicola Marchili dell’Istituto nazionale di astrofisica e Ciriaco Goddi dell’Università di Cagliari, hanno individuato per la prima volta una gigantesca bolla di gas incandescente (non una stella, qualcosa di diverso) in orbita attorno al Sagittarius A, cioè al buco nero supermassiccio che occupa il centro della nostra galassia. Questo nuovo oggetto è sorprendente anche perché ruota attorno al buco nero della Via Lattea e al suo disco di accrescimento a una distanza molto piccola su scala astronomica, inferiore all’orbita del pianeta Mercurio attorno al Sole: E dal momento che Sagittarius A è un buco nero di massa mostruosa, equivalente a tre milioni di stelle come il Sole, l’oggetto individuato deve ruotargli attorno a una velocità pazzesca per non caderci dentro; gli astronomi hanno calcolato che tale velocità è addirittura di centomila chilometri al secondo, cioè un terzo della velocità della luce. La notizia è stata pubblicata dalla rivista Astronomy & Astrophysics.

Individuare quest’oggetto non è stato facile, perché il buco nero in quanto tale è invisibile, ma attorno a sé ha un disco di materia caldissima e luminosissima che gli spiraleggia attorno prima di essere inghiottita per sempre; e sullo sfondo di questa materia, che emette intensissime radiazioni elettromagnetiche, è molto complicato distinguere i segnali mandati individualmente dalla bolla di gas incandescente. Nell’illustrazione in apertura di articolo si vede la “fotografia”  (più precisamente, un’immagine costruita sintetizzando varie rilevazioni) del disco di accrescimento del buco nero Sagittarius A, e attorno è stata disegnata la palla di fuoco appena scoperta, con l’orbita tratteggiata. 

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Samantha Cristoforetti è la prima comandante della Iss: «Grazie all’Italia se sono qui»

giovedì, Settembre 29th, 2022

In diretta dalla Stazione Spaziale Internazionale ringrazia gli italiani per il supporto

Agtw / CorriereTv

L’astronauta italiana Samantha Cristoforetti ha ricevuto le ‘chiavi’ della Stazione Spaziale Internazionale (Iss) dal cosmonauta russo dell’Expedition 67, Oleg Artemyev. Un gesto che dà inizio al suo ruolo di comandante della Iss come prima donna europea. Tra gli applausi e gli abbracci, le parole di Cristoforetti: «Grazie davvero a tutti gli italiani che mi hanno sempre supportata in questa missione, per me è un privilegio rappresentare il nostro paese nello spazio».

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Spazio, nuova scoperta della Nasa: rocce con molecole organiche su Marte

venerdì, Settembre 16th, 2022
marte, nasa, perseverance

Il rover Perseverance della Nasa ha trovato sulla superficie di Marte rocce che contengono molecole organiche.

Lo hanno annunciato i responsabili della missione. Secondo gli esperti dell’agenzia spaziale americana, queste rocce con molecole organiche potrebbero essere “una possibile forma della vita”, ossia riconducibili “a una sostanza o a una struttura che potrebbe testimoniare l’esistenza di una vita passata sul pianeta rosso, ma potrebbero anche essere state prodotte senza che ci fosse vita”.

Fotografato su Marte un misterioso groviglio di fili (ma c'è una spiegazione)

Il rover Perseverance della Nasa ha fotografato su Marte un misterioso groviglio di fili, che negli Stati Uniti è già stato ribattezzato “Mars Spaghetti”. Il curioso ritrovamento, avvenuto in una zona finora inesplorata del cratere Jezero, è subito finito al centro dell’attenzione dei social. Il groviglio è stato immortalato il 12 luglio, ma quattro giorni più tardi non c’era più. Nulla di anomalo comunque: secondo la Nasa, potrebbe trattarsi di uno dei resti del sistema di atterraggio del rover, arrivato fin lì per effetto del vento marziano.

Le molecole organiche trovate non sono molecole biologiche, ma comprendono una varietà di composti: soprattutto carbonio, idrogeno e ossigeno, ma anche azoto, fosforo e zolfo. Si tratta di possibili mattoncini di molecole biologiche, ma non necessariamente tali.

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Altro flop, Artemis non decolla. Ma la Luna è nel nostro futuro

domenica, Settembre 4th, 2022

Massimiliano Parente

Altro flop, Artemis non decolla. Ma la Luna è nel nostro futuro

Siete pronti a seguire il viaggio di Artemis I? Ma perché tornare sulla Luna dopo cinquant’anni? A parte la retorica ufficiale della missione Artemis di «portare la prima donna sulla Luna» la Nasa punta, alla lunga, a stabilire una base lunare (come nella serie Spazio 1999, solo che hanno sbagliato di qualche decennio, o forse anche di un secolo, ce ne vorrà di tempo). La base sarà posizionata al Polo Sud, in un punto preciso scelto dalla Nasa per poter avere sempre energia solare e anche estrarre l’acqua dal ghiaccio presente nei crateri. Da lì inizierà la nuova era dell’esplorazione spaziale, puntando a Marte, sul quale già camminano diversi rover inviati negli ultimi decenni (ce n’è perfino uno cinese), e che è il pallino della SpaceX di Elon Musk.

Nel frattempo, con la missione Artemis I, saranno solo dei manichini a fare il giro della Luna, lancio di prova per Artemis II, stesso viaggio ma con astronauti in carne e ossa, a cui seguirà, nel 2025, Artemis III, quando di nuovo potremo rivivere l’allunaggio e vedere esseri umani (e la prima donna, ok) camminare sul suolo lunare con la nitidezza delle tecnologie di oggi, in diretta (o quasi). Una parte dell’economia si sta spostando nello spazio, per varie ragioni. La più pratica è recuperare terre rare, sempre più rare, e indispensabili per la tecnologia, con la possibilità di estrarle dagli asteroidi. Molti si chiedono perché non ci siamo più tornati fino a oggi, sulla Luna. Semplice: i costi sono altissimi. Basta ricordarsi che la missione Apollo 11 costò tra i 25 e i 28 miliardi di dollari, cioè tra i 150 e i 250 miliardi di euro attuali, e all’epoca era necessario per battere l’Unione Sovietica nella sfida spaziale, oggi per continuare quello che è sempre stato l’istinto della nostra specie: esplorare. Ma, legata al costruire una base sulla Luna, c’è anche un’altra idea: colonizzare Marte. La minore gravità lunare è infatti l’ideale per essere una stazione da cui partire verso il pianeta rosso senza troppo spreco di carburante.

Non aspettatevi che tutto ciò accada dopodomani, ci sono ancora molti problemi da superare (le radiazioni sono il maggiore, lo spazio è cancerogeno). Marte come nostra seconda casa di emergenza, ma con una piccola contraddizione: stiamo parlando di un pianeta senza campo magnetico, dove bisognerebbe vivere sottoterra per proteggersi dalle radiazioni e non morire di tumore dopo un mese, senza aria, e con una temperatura che oscilla tra i meno cento gradi e un massimo di venti. Gli scienziati puntano a ridurre le emissioni di CO2 che causano il surriscaldamento globale, i visionari come Musk pensano a andare su un pianeta che è una schifezza. Anche perché tra un miliardo di anni il Sole ingloberà la Terra, la temperatura su Marte diventerà più mite, ma chi ci arriva a un miliardo di anni?

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Dal “Quintetto cosmico” alla “Ring Nebula”: le straordinarie immagini che mostrano i confini dell’universo

mercoledì, Luglio 13th, 2022

Antonio Lo Campo

Il primo miracolo è tecnologico. Mai una macchina così complessa e in grado di compiere in modo del tutto autonomo una lunga serie di operazioni per diventare operativa, era stata lanciata nello spazio. Ora, ecco il secondo «miracolo», conseguenza del primo: iniziano ad arrivare i primi risultati. Con le prime immagini, la prima delle quali era già stata mostrata ieri sera con orgoglio, e con un inatteso cambio di programma, dal Presidente americano Joe Biden.

La nurserie galattica, “Nebula Carina”  dallo scatto dell’apparato Nircam di Webb Space Telescope  

Al James Webb Space Telescope, il più potente strumento di osservazione del cosmo finora inviato nello spazio, nel punto detto “lagrangiano” L-2, a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra, partecipano scienziati di tre quarti del pianeta, e molti italiani, anche a capo dei team che si occupano dei principali strumenti di osservazione del pianeta: «Non vedevamo l’ora che arrivassero queste prime, spettacolari immagini – dice Massimo Robberto, origini astigiane e torinese d’adozione, che ora guida il team di astrofisici che dal Centro Nasa di Baltimora gestiscono la “Camera a grande Campo di osservazione” , uno dei principali strumenti del nuovo super telescopio spaziale “James Webb». «Quelle di oggi, e soprattutto quelle, e molte, che arriveranno in seguito, saranno le migliori e più nitide prodotte dalla più grande finestra spalancata sull’Universo mai realizzata. Con Webb cercheremo risposte sull’origine ed evoluzione dell’Universo, sapendo che quel mistero con la “m” maiuscola che si nasconde dietro alla creazione porterà inevitabilmente nuove domande».

Gli obiettivi cosmici delle prime immagini
Il “Webb Telescope” era stato lanciato nel giorno di Natale 2021 con un razzo europeo Ariane 5. Una macchina super-tecnologica, dedicata al capo della Nasa che nel 1961 diede il via al Programma Apollo, che deve operare con apparati a 235 gradi sotto zero, a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra. Non può essere raggiunto da astronauti per riparazioni come l’Hubble (che è posto tremila volte più vicino, in orbita terrestre). Tutto deve essere perfetto, e restare tale nei tanti anni di operatività: «Sotto certi aspetti è un’opera d’arte – sottolinea Robberto. Sulle immagini divulgate oggi in una conferenza organizzata dalla Nasa già qualcosa era trapelato. Gli astronomi della Nasa, dell’Agenzia Spaziale Europea, dell’agenzia spaziale Canadese Csa, assieme allo Space Telescope Science Institute di Baltimora dove gli scienziati (compreso Robberto) governano le ricerche con i grandi telescopi spaziali, avevano scelto cinque obiettivi preferenziali, il cosiddetto “Quintetto di Nebulosa Carina” , una sorta di “maternità cosmica” di stelle, distante 7.600 anni luce dalla Terra, dove si formano in continuazione nuove stelle; il pianeta gigante WASP-96b scoperto nel 2014 a 1.150 anni luce dalla Terra; la nebulosa planetaria Southern Ring che si presenta come un anello di gas attorno ad una stella morta, il gruppo di galassie nella costellazione di Pegaso caratterizzato da strani movimenti, e poi SMACS 0723, il gruppo di galassie più lontano che alla fine è risultato il preferito. Al punto tale che è stata l’immagine mostrata da Biden questa notte (ora italiana): distante 5 miliardi di anni luce è un ammasso di galassie che funziona come una lente grazie alla forza gravitazionale espressa dalla sua massa facendo vedere altre stelle più lontane. E sia l’ammasso che il mondo nascosto dietro sono ora visibili con un dettaglio prima impossibile rivelando la potenza del nuovo telescopio che guarda il cielo più remoto nella radiazione infrarossa.

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La prima foto a colori del telescopio Webb: Biden svela una nuova finestra sull’universo

martedì, Luglio 12th, 2022

Una “giornata storica”. Così Joe Biden ha salutato la diffusione da parte della Nasa della prima foto a colori catturata dal Telescopio spaziale James Webb, il progetto da 10 miliardi di dollari realizzato da Usa, agenzia spaziale europea e Canada. Si tratta, ha detto il presidente Usa nel corso di una cerimonia alla Casa Bianca, di una “nuova finestra sul nostro universo”, in grado di catturare la luce proveniente da 13 miliardi di anni fa. “Con il Telescopio spaziale James Webb possiamo sperare di vedere le prime galassie formate tra 100 e 300 milioni di anni dopo il Big Bang”, spiega Adriano Fontana, ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF).

La prima foto a colori del telescopio Webb mostrata a Biden: “Questa luce ha 13 miliardi di anni”

L’immagine diffusa, alla quale ne seguiranno altre, è la “più profonda visione dell’universo mai catturata”, come spiega la Nasa. Si tratta della più grande distanza, sia in termini fisici che temporali che l’umanità sia riuscita a raggiungere con i propri strumenti, prossima all’inizio del tempo stesso e ai confini del nostro universo. Lanciato lo scorso dicembre, il Telescopio spaziale James Webb ha raggiunto il suo punto di osservazione, a un milione di miglia dalla Terra, a gennaio. Per il presidente Biden, il governo federale deve “investire di più” nella scienza e nella tecnologia. “L’America può fare grandi cose, niente è al di là delle nostre capacità”, ha detto il presidente, che ha definito “miracoloso” il nuovo telescopio. La collaborazione internazionale che ha prodotto il telescopio,continua Biden rappresenta il modo in cui “l’America guida il mondo”.

“I dati presentati dal presidente statunitense – continua il ricercatore Fontana – sono la dimostrazione che è valsa la pena di aspettare tutti questi anni. Le capacità di James Webb sono molte volte superiori a quelle che qualsiasi telescopio da terra può ottenere oggi o nel prossimo futuro. La sua specialità è vedere nell’infrarosso, cioè alle lunghezze d’onda che ci permettono di osservare le galassie più lontane dell’universo, oppure nel cuore delle nebulose in cui nascono nuovi pianeti e le nuove stelle. Zone dell’universo che neanche l’Hubble Space Telescope o i telescopi da terra possono osservare”.

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La batteria ad alga ci permetterà di ricaricare lo smartphone con la fotosintesi

venerdì, Maggio 27th, 2022

di Dario D’Elia

Una batteria ad alghe sarebbe stata perfetta per un romanzo di Emilio Salgari, magari per alimentare un profondimetro o una lampada sottomarina. E invece alla University of Cambridge ne hanno sviluppata una per dare energia a un microprocessore Arm, con la prospettiva domani di fare lo stesso con un vero e proprio sensore internet-of-things. Sì, uno di quei piccoli dispositivi che in un appartamento consentono di controllare una tapparella, oppure comunicare all’aspirapolvere che siamo usciti e può iniziare le pulizie.

“Si chiama Synechocystis e oggi è classificato come un cianobatterio, ma fino a 20-30 anni fa era chiamata alga blu-verde, data la sua pigmentazione; biologicamente è simile a una pianta”, ci spiega Paolo Bombelli, uno dei ricercatori del team del Dipartimento di Biochimica dell’ateneo che ha seguito il progetto. “Ne abbiamo sfruttato le proprietà di fotosintesi per creare un piccolo sistema elettrochimico che, alimentato con la luce, produce corrente elettrica”.
 

Arm Research, che ha sede proprio a Cambridge, ha sviluppato il chip di test, costruito la scheda correlata e impostato l’interfaccia cloud di raccolta dati per gli esperimenti. Tutti i dettagli sono stati esplicitati nello studio Powering a microprocessor by photosyntesis recentemente pubblicato, dopo la consueta revisione, sulla rivista scientifica Energy&Environmental Science

Come funziona la bio batteria

Una batteria ad alga come quella realizzata dal team di Cambridge è una potenziale risposta al problema dell’alimentazione dei dispositivi internet-of-things. Saranno più di un trilione nel mondo entro il 2035, secondo il noto produttore inglese di chip Arm. E di certo l’alimentazione non potrà essere gestita tramite miliardi di piccole batterie agli ioni di litio – un materiale sempre più richiesto anche a causa del boom delle auto elettriche e ibride.

Ecco spiegato il senso di un dispositivo fotosintetico, a ridotto impatto ambientale, capace di sfruttare costantemente la luce naturale oppure quella artificiale come fonte energetica. “Nello studio abbiamo confermato che la batteria ha funzionato sei mesi, ma in verità siamo riusciti ad alimentare il chip Arm Cortex M0+ per più di un anno e probabilmente avremmo potuto proseguire se non avessimo dovuto restituire il processore”, sottolinea Bombelli.

Nello specifico, la corrente generata doveva consentire al chip di eseguire un solo comando: ovvero confermare l’esecuzione di una semplice operazione aritmetica e in caso contrario – quindi mancanza di corrente – generare una notifica di errore. Il contatore ha raggiunto i 125 miliardi di operazioni in sei mesi e di fatto non si è mai fermato. La corrente prodotta variava durante l’intera giornata, ma ovviamente il picco veniva raggiunto nelle ore diurne. Durante le ore notturne comunque veniva assicurata una soglia minima grazie all’energia chimica accumulata in precedenza.

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