Il subcomandante Giuseppe Conte sarà costretto a battere in ritirata: la smentita a Travaglio è un grande spettacolo

Riccardo Mazzoni

Giuseppe Conte che smentisce Marco Travaglio è stato il più grande spettacolo del week-end, un evento eccezionale come il Gronchi rosa oppure, fatti i dovuti distinguo, è come se Craxi avesse smentito Intini, o Berlusconi Emilio Fede, o Andreotti Evangelisti. Paragoni forse impropri, visto che tra Conte e Travaglio non si sa chi sia il capo e il portavoce, visto che la linea quasi sempre la detta il direttore con le sue articolesse anticipatrici delle mosse dell’ex premier ora in procinto di diventare vice Elevato. Ma insomma, la simbiosi tra i due protagonisti dell’epopea politico-mediatica del grillismo è tale che l’imbarazzata smentita uscita ieri mattina sulle agenzie ha destato scalpore. Il Fatto in effetti l’aveva sparata grossa in apertura di giornale: «Conte: o si cambia o leviamo la fiducia». Un titolo che non ha rovinato la domenica a nessuno, perché ormai il campionario di penultimatum a Cinque Stelle è talmente ricco e variegato da averne ormai perso il conto, ma vederlo scorrere sulle rassegne stampa deve aver provocato un sussulto nello staff dell’avvocato del popolo, che è corso ai ripari con una breve nota in cui si dice che «Conte non ha rilasciato interviste, né dichiarazioni, né virgolettati» e che «sta lavorando per trovare una mediazione sulla giustizia», lasciando però aperta l’ipotesi che dal suo entourage qualcuno abbia spifferato al quotidiano di riferimento piani d’azione che avrebbero dovuto restare nel perimetro delle segrete stanze.

La realtà è che Conte continua a considerare Draghi un usurpatore, e farebbe carte false per sfrattarlo da Palazzo Chigi approfittando del semestre bianco, tanto che appena la ministra Dadone ha accennato all’ipotesi del ritiro della delegazione pentastellata dal governo subito si è pensato che dietro ci fosse la mano dell’ex premier. Tentativo deludente: nessuno se l’è filata. Del resto, la voglia di rivincita è frenata da due ragioni oggettive: da una parte il peso specifico del premier, praticamente inamovibile perché la sua caduta provocherebbe un cataclisma politico e la fibrillazione dello spread; e dall’altra il corpaccione parlamentare grillino, diviso in fazioni ma che, quando si è trattato di scegliere tra il sacro fuoco dei principi e il posto in Parlamento, non ha mai avuto dubbi ammainando tutte le bandiere e piegandosi ad ogni possibile giravolta. E anche i duri e puri che se ne sono andati lo hanno fatto quasi tutti o per aver perso il ministero o per non aver ottenuto nemmeno uno strapuntino nel passaggio dal governo gialloverde a quello rossogiallo.

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