Lidia Menapace grave a causa del covid L’Anpi: «Forza partigiana, siamo con te!»

La libertà di espressione, l’emancipazione delle minoranze, l’indipendenza della scienza e l’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso.

Una quindicina d’anni fa ci fu anche una campagna popolare per chiedere (invano) che Lidia Menapace fosse nominata senatrice a vita (furono raccolte 4.506 firme grazie a una rete di organizzazioni femminili, partigiane, pacifiste e laiche).

Già staffetta partigiana a diciotto anni, Lidia Menapace è molto nota in Trentino Alto Adige dove risiede da una vita. Ha partecipato alla Resistenza e poi si è impegnata nel movimento cattolico. Pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del “Manifesto” è stata presente alle più rilevanti esperienze politiche e culturali della sinistra critica.

È tra le voci più significative della cultura delle donne e dei movimenti di solidarietà e di liberazione.

Già consigliere e assessore regionale della Democrazia cristiana negli anni Sessanta, lasciò nel 1968 la Dc e per passare a sinistra e fondare con altri Il Manifesto.

Da allora è diventata un po’ il simbolo di molte battaglie di sinistra, e specie di battaglie del movimento femminista.

È stata tra le protagoniste del movimento Donne contro la pace, oltre che fondatrice dell’associazione Rosa Luxemburg.

Si trasferì in Trentino quando sposò Eugenio Menapace, originario di Cles, già direttore dell’Ufficio igiene e profilassi della provincia di Bolzano.

Menapace era fratello del primo presidente del consiglio regionale insediatosi il 13 dicembre 1948, Luigi Menapace.

Lidia Menapace nel corso della sua vita ha condotto molte campagne pacifiste e contro gli armamenti ed è stata tra le protagoniste del movimento Donne contro la guerra.

L’ADIGE

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