“Diamoci tutti una sveglia”

Siamo e restiamo una forza autonoma. Ma non voglio eludere la questione e le dirò quello che penso con estrema franchezza: il Pd per me, così come è, non è la risposta. È solo un pezzo della fragilità di un centrosinistra che oggi non è ancora in grado di costituire una vera alternativa alla destra. E questo è un grande problema per il Paese. Dico al Pd, al centrosinistra: così non si va da nessuna parte. Come si fa non capirlo?

Spieghi meglio.

Senza una svolta vera il centrosinistra non è in gioco. La destra è al 40 per cento solo con Salvini e Meloni. Con Berlusconi si arriva al 50. È ora di darci tutti una bella sveglia. È quello che vedo non mi pare confortante.

Aspetti però, prima affrontiamo l’obiezione di fondo che viene mossa agli scissionisti. Alle politiche siete andati male, alle Europee non avete portato chissà quanti voti.

Anche noi siamo dentro la crisi strutturale del centrosinistra di questi anni. Sarebbe folle non riconoscerlo. Eppure alle politiche abbiamo preso oltre un milione di voti. La maggioranza di questi alle europee ha votato la lista unitaria. Rivendico quella scelta, né facile né scontata. Senza trionfalismi bisogna riconoscere che il risultato rappresenta il primo mattone per costruire l’alternativa. Adesso però, serve metterci l’anima e la testa. Senza una svolta, che rimetta tutto in discussione, il centrosinistra è fuorigioco. E ci teniamo Salvini dieci anni.

Le obietterebbero: ma scusi, dopo mesi in cui il Pd non toccava palla, è comunque arrivato secondo, si è riformato un minimo di “campo” di centrosinistra, si è tolto il terreno a Renzi per la scissione, insomma dia tempo di lavorare a Zingaretti. Come risponderebbe?

Che non basta. La destra non è mai stata così forte. Siamo ancora lontani dal costruire un’alternativa che pure serve come il pane all’Italia. Come si fa a non vederlo?

Qualcosa si muove però.

Qualcosa si muove sul lato delle forze sociali, penso alle manifestazioni unitarie del sindacato, ancora troppo poco si vede invece sul lato della rappresentanza politica. Ma non ce la caviamo con l’ordinaria amministrazione e non aiuta nemmeno l’equilibrismo tra correnti e personalità che ho visto all’ultima direzione del Pd. Serve una mossa politica all’altezza dei problemi del Paese e di una destra mai così arrembante. Noi la nostra proposta l’abbiamo. Approfitto di questa conversazione per lanciarla a tutto il centrosinistra, in primis a Zingaretti.

Prego.

Convochiamo in autunno gli Stati generali dell’alternativa. Non una cosa politicista, ma un grande momento per cambiare davvero e riconnetterci con il Paese. È l’occasione per un salto di qualità, a partire dalla centralità della questione sociale che negli ultimi anni ci siamo fatti sfilare dalla destra e dai Cinque stelle. E senza rappresentare la questione sociale la sinistra semplicemente non esiste. È drammatico come siamo ancora dentro il recinto elettorale del 4 marzo. Non è cambiato il blocco sociale che ci sostiene. Ci vota chi si sente garantito, i ben-istruiti e i benestanti. Ma non riusciamo ad interpretare l’ansia di cambiamento e la domanda di protezione di chi è in difficoltà. Questo è il problema di fondo. E qualcuno dice ancora che dobbiamo guardare al centro…

Però scusi, proprio perché questo dibattito è ormai stucchevole, non è meglio che il centro faccia il centro e la sinistra faccia la sinistra? Calenda, o chi per lui, si fa il suo partito o partitino, voi e il Pd fate la sinistra. E fate una bella alleanza. O no?

Certo, può essere una strada. Lei propone di tornare al centro-sinistra con il trattino, preso atto del fallimento del centrosinistra senza trattino. Ma prima delle formule viene la realtà. Una forza politica esiste per gli interessi reali che rappresenta nella società. Su questo terreno noi rappresentiamo già il centro. Il punto è come si recupera la sinistra che significa, nella sostanza, con quali politiche si recupera il voto di chi chiede di cambiare le cose perché sente su di sé, ogni giorno, il peso delle diseguaglianze e dell’ingiustizia sociale. E su questo che tutti noi ancora non ci siamo.

Però se questo è vero anche per Articolo 1, ed è così perché non ha sfondato nelle periferie, si può candidamente ammettere che il vostro progetto è in crisi.

Articolo Uno è nato per ridare una casa alla sinistra nel nostro Paese. La verità è che tutto il centrosinistra, così come è, non è sufficiente. Noi abbiamo visto prima di altri che si stava andando a sbattere e abbiamo provato a recuperare una parte di elettorato in fuga. Lo abbiamo fatto anche a costo di enormi sacrifici personali. Questo non è bastato, ma la missione di fondo resta viva: far risorgere la sinistra in Italia e dare finalmente al Paese un’alternativa alla destra. Su questo sarà incentrata la nostra assemblea nazionale del 13 luglio a Roma.

Parliamo dell’orizzonte che vi date. Le Europee comunque hanno innescato un processo unitario. In prospettiva volete rientrare nel Pd o volete essere uno dei partiti che si alleano col Pd, assieme alla Bonino, magari i Verdi e chissà chi altro di qui a quando si vota?

Nelle ultime 5 elezioni regionali abbiamo sempre organizzato, anche con buoni risultati, una nostra lista autonoma di sinistra nella coalizione progressista. Oggi questa è la fotografia. La verità purtroppo è che però, messo così, il nostro campo appare come una sommatoria di debolezze. Lo stesso Pd, per come è percepito nel paese, è parte del problema. Spero che il suo gruppo dirigente non faccia finta di non vederlo. Così come mi sono chiare le debolezze di una frammentazione della sinistra non più sopportabile. Noi siamo gelosi della nostra autonomia, ma ci interroghiamo sulla fragilità del campo in cui siamo. Voglio essere chiaro. Il punto non è la riorganizzazione geometrica delle forze, ma il messaggio di fondo che un nuovo centrosinistra può dare al Paese su temi decisivi come il rapporto tra stato e mercato, il welfare, l’Europa o l’immigrazione.

Dica qualcosa a Zingaretti. Le è piaciuta la sua segreteria?

Gli dico: usi la forza che le primarie gli hanno dato per cambiare davvero e non permetta a nessuno di trascinarlo nella palude. Nella segreteria ci sono segnali incoraggianti. Ricorda quando mi dimisi da capogruppo contro l’Italicum? Ecco, Giorgis era tra i nove deputati che avrei dovuto sostituire d’imperio dalla commissione, come poi avvenne, se non mi fossi dimesso. Ho apprezzato anche le prime parole di Provenzano sul jobs act.

Però?

Il punto non sono le singole persone, ma il messaggio politico di fondo che mi appare ancora debole contraddittorio.

Parliamo del caso Lotti.

Un danno incalcolabile.

Si è autosospeso.

Mi sembra il minimo dopo quello che è emerso. La vicenda del Csm è paradigmatica di un esercizio del potere inaccettabile: senso di onnipotenza, assenza di limiti, conflitto di interesse. Qui garantismo e giustizialismo non c’entrano nulla. Non si può celebrare Berlinguer e poi essere timidi sul caso del Csm, su cui le parole più forti sono arrivate dal capo dello Stato più che dal Pd.

Concordo. E una grande denuncia politica e morale avrebbe aiutato a riconquistare quei delusi che hanno votato i Cinque stelle in nome della questione morale.

Se non sei credibile sulla questione morale poi non puoi lamentarti se su sei milioni di voti in uscita dai Cinque stelle quasi nessuno torni a sinistra. Una denuncia forte sarebbe stata necessaria in assoluto e certo avrebbe aiutato a parlare a quel mondo che se ne è andato.

Parlare al quel mondo, dice lei. Ai cittadini o ai vertici del Movimento? O lei pensa che, soprattutto se salta tutto, sia inevitabile?

Penso che basta col solipsismo. Ha senso continuare solo ad insultarli dicendogli che sono dei cialtroni semianalfabeti? Se l’avversario è la destra con i Cinque stelle, nonostante tutto, bisogna dialogare. Sfidarli. Inchiodarli alle contraddizioni di chi ha rappresentato nel paese reale una domanda di cambiamento e ora fa il servo sciocco della peggiore destra d’Europa.

Ma come fai a dialogare con un partito che ha portato Salvini al 34 percento ed è stato complice della più grande svolta a destra della storia d’Italia? Lei ha criticato il decreto sicurezza, i Cinque Stelle l’hanno votato. Lei ha criticato la legittima difesa, i Cinque Stelle l’hanno votata. Non parliamo della Diciotti. Non pensa che il dialogo debba partire dall’ammissione di un loro fallimento?

Dico che il loro fallimento è ormai sotto gli occhi di tutti. Ma dico che le domande di chi li ha votati toccano il cuore della nostra cultura politica. Questione sociale e questione morale. È da lì che dobbiamo ripartire. Senza avere l’ossessione di dire “mai con loro”.

L’HUFFPOST

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