Le trappole del voto europeo

Per questo si fanno regali al populismo ascrivendogli, con intenti denigratori, anche politiche di welfare che appartengono a pieno titolo alla tradizione dello stato sociale in Europa. Un corto circuito che può portare un esponente del Pd, come Maria Elena Boschi, a sintetizzare il reddito di cittadinanza con lo slogan «una vita in vacanza». O può spingere la destra di Giorgia Meloni a proporre un referendum abrogativo. Ci sono ovviamente molte pertinenti critiche da rivolgere al provvedimento voluto dai Cinquestelle, soprattutto perché resta dubbio che riuscirà davvero a colpire il bersaglio dichiarato: la povertà. Ma davvero non si può irridere o sottovalutare il male sociale che si propone di combattere. Altra forza avrebbe invece una polemica contro il «pauperismo» della parte pentastellata della maggioranza, che finirà per ridurre le occasioni di lavoro e di crescita, e che la Lega almeno fino alle europee ha deciso di accettare: il problema del reddito di cittadinanza, in una parola, è che di questo passo saranno sempre di più gli italiani che ne avranno bisogno.

Anche il termine «sovranismo» è una descrizione sbagliata per la politica estera del governo, che le rende anzi troppo onore. Si potrebbe infatti dire — come ha notato Maurizio Ferrera su questo giornale — che l’ipotesi di riprendersi la piena sovranità nazionale uscendo dall’Europa o anche solo dalla moneta unica, sia ormai tramontata perfino per Marine Le Pen, oltre che per i due partiti al governo in Italia. I quali hanno anzi accettato una considerevole limitazione della sovranità, prevista del resto nei Trattati europei, correggendo la legge di bilancio e riducendo il deficit programmato, pur di evitare una procedura di infrazione dell’Unione europea. Hanno fatto bene, naturalmente. Ma questo dovrebbe spingere gli avversari a ritirare loro la patente di «sovranisti». Le forze cosiddette «sovraniste» stanno infatti chiedendo voti per prendersi l’Europa, non per dissolverla, dal momento che è diventato chiaro anche a loro che non gli conviene e non è questo il volere degli elettorati. Ciò che resta della loro politica è dunque piuttosto «isolazionismo», «sciovinismo», «protezionismo», e tale andrebbe chiamato da chi volesse spiegarne la scarsa convenienza per un paese esportatore e indebitato come il nostro. Oppure trascolora in un «nazionalismo» da operetta, che spera di spezzare le reni alla Francia con un tweet.

L’opposizione viene così attirata in un tranello: combattere un sovranismo che non c’è in nome di un europeismo non meno astratto, mettendo la questione in termini di valori. Ma per andare sui valori sarebbe necessario che in Europa esistesse oggi un centro irradiatore di speranze e programmi, o almeno una leadership che prometta di saperlo fare. Mentre l’asse franco-tedesco, che ha appena battuto un colpo modesto e troppo bilaterale, non sembra davvero in grado di dare una spinta propulsiva; e certamente non lo sembrano i due leader, una sul viale del tramonto, l’altro sul fondo del barile della popolarità. Gli europeisti nostrani rischiano perciò di rimanere stretti in una tenaglia: tacciati in patria di reggere lo strascico a Parigi e Berlino, ma senza poter trarre in cambio da quelle due capitali la linfa necessaria a rilanciare il progetto. È questo il pericolo che si avverte anche nel manifesto di Calenda, che pure costituisce un lodevole tentativo di introdurre qualche contenuto nella battaglia politica: tenersi l’Europa ma per cambiarla non è infatti parola d’ordine di grande forza mobilitante, anche perché ormai lo dicono quasi tutti.

L’opposizione di centrodestra e di centrosinistra pagano il prezzo di anni di sospensione del pensiero politico. Anni in cui ci si è barcamenati tra interesse elettorale e interesse personale, ed è svanita la ricerca di idee guida da proporre all’elettorato. È difficile che possano riparare nelle poche settimane che ci separano dal voto. Ma almeno potrebbero cominciare a chiamare le idee degli altri con il loro nome, e vedere se funziona.

CORRIERE.IT

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