Scontro governo-sindaci sul decreto sicurezza, il premier Conte media

Ma Salvini non arretra: “Con tutta la buona volontà, ma il decreto sicurezza lo abbiamo già discusso, limato per tre mesi e migliorato. Lo ha firmato il Presidente della Repubblica e adesso questi sindaci vorrebbero disattendere una legge dello Stato?”. Il vicepremier e ministro dell’Interno ha invitato a rispettare “una legge approvata dal Parlamento, dal governo e firmata dal Presidente della Repubblica. E’ troppo facile – ha sottolineato – applaudire Mattarella quando fa il discorso in televisione a fine anno e due giorni dopo sbattersene”.

Mattarella il 4 ottobre ha firmato il decreto sicurezza accompagnando il provvedimento con una lettera – resa nota dal Quirinale – in cui si avvertiva “l’obbligo di sottolineare che, in materia”, “restano ‘fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato’, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo”.

Ha provato a stemperare gli animi l’altro vicepremier Luigi Di Maio, che ha ridotto tutto a “solo una campagna elettorale da parte di sindaci che si devono sentire di sinistra”. Palazzo Chigi poi ha voluto chiarire alcuni aspetti particolari: secondo fonti interne sarebbero “inaccettabili le posizioni degli amministratori locali che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato. Il nostro ordinamento giuridico – hanno precisato le stesse fonti – non attribuisce ai sindaci il potere di operare un sindacato di costituzionalità delle leggi: disapplicare una legge che non piace equivale a violarla, con tutte le conseguenti responsabilità”.

L’Anci con il presidente Antonio Decaro ha risposto nel frattempo alle accuse sulla “pacchia” dicendosi pronto a nome dell’Associazione a restituire le fasce tricolori. Ma poi proprio fonti del Viminale hanno voluto ricordare come la stessa Anci, con Decaro già presidente, nel 2017 avesse lamentato il rischio che i servizi di iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo potessero sovraccaricare i municipi, soprattutto quelli più piccoli. “E il decreto Salvini – è stato sottolineato – ha raccolto quel suggerimento”.

Anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando a stretto giro ha replicato a Salvini respingendo l’invito alle dimissioni: “E’ la prova che Salvini non ha capito niente e che viviamo in mondi diversi, io sto agendo da sindaco”. Aggiungendo di essere al lavoro per portare la vicenda alla Corte Costituzionale.

L’altro protagonista della “rivolta”, il primo cittadino di Napoli Luigi de Magistris, ha tenuto a spiegare che “il linguaggio di Salvini è indegno di un ministro dell’Interno. Sta violando apertamente la Costituzione, sulla quale ha giurato, il traditore è lui e dovrebbe dimettersi. Le sue sono politiche disumane. Senza la residenza non puoi accedere ai servizi comunali, è come se perdessi ogni diritto, diventi un cittadino di serie B. E’ un provvedimento razzista”, sottolinea.

Dario Nardella, intanto, ha garantito che a Firenze non sarà violata alcuna legge (“non darò alcuna istruzione in questo senso”) e che nel frattempo anche lui sta lavorando a un ricorso alla Consulta, ben sapendo “che i Comuni non hanno la facoltà di fare un ricorso diretto”. Fermo l’invito al governo del candidato alla segreteria nazionale Pd Maurizio Martina ad ascoltare i sindaci, che “vanno convocati e non minacciati”.

TGCOM

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