Reddito di cittadinanza, almeno 2 anni per farlo funzionare. Ecco perché

Una banca dati unica

Le offerte di lavoro di Trieste devono essere visibili anche da Reggio Calabria. Oggi, invece, c’è un Sistema Informativo Unitario composto da un livello nazionale gestito dall’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) e da 21 sistemi locali (uno per Regione più la provincia di Bolzano). Il fatto è che il meccanismo è talmente farraginoso che i dati non circolano: in teoria ogni Regione dovrebbe mandare le sue offerte sul sito Anpal, dove ogni Cpi dovrebbe andare a vedere quello che viene messo in comune. In realtà pochi lo fanno. In Lombardia, dove i Cpi sono rimasti in capo alle Province, succede che il disoccupato di Varese non sa che posti ci sono a Como. Servirebbe una banca dati unica, ma ci vuole una legge e l’assenso delle Regioni e su questo si litiga da 25 anni, dai tempi del Sistema Informativo Lavoro e della Borsa lavoro. Difficile immaginare che si possa fare entro aprile.

Fare dialogare Cpi con Inps, Agenzia delle entrate e Miur

Se vuoi aiutare davvero qualcuno devi sapere che titolo di studio ha, dove ha lavorato prima, in che ruolo, con quale anzianità di servizio, quanto gli manca alla pensione. Oggi i Cpi non dialogano con nessuno di questi enti, ma è il diretto interessato a fornire tutte le informazioni del caso. Si perde tempo e non sempre le informazioni sono complete. Esempio: spesso chi possiede una laurea, e si adatterebbe a un lavoro manuale, non la dichiara per timore di perderlo. Precludendosi così delle possibilità future.

Fornire un servizio vero alle imprese

Oggi poche imprese segnalano le loro ricerche ai Centri per l’impiego. A Treviso, per esempio, gli addetti del Cpi segnalano che le offerte sono insufficienti: d’altra parte le aziende dicono di non rivolgersi ai Cpi perché le risposte arrivano dopo mesi, se non anni. Prendiamo un’azienda che cerca un saldatore: se i Centri in un paio di settimane fornissero una preselezione con una decina di curriculum adatti, scommettiamo che le imprese cambierebbero idea in fretta?

Stop alle incombenze burocratiche

Oggi il 50% del tempo dei dipendenti dei Cpi non è dedicato al core business, cioè la ricerca di un lavoro per chi non ce l’ha, ma a un giro di carte e timbri: per esempio l’emissione di certificati di disoccupazione. Li chiedono alcuni supermercati per garantire lo sconto sulla spesa, gli enti delle case popolari, le farmacie per ridurre il ticket sanitario. E poi c’è la Dichiarazione di immediata disponibilità, che deve essere fatta per avere l’indennità di disoccupazione.

Mandare ai Cpi solo chi cerca davvero lavoro

Anpal Servizi stima che dei quasi 5 milioni di persone aspiranti al reddito di cittadinanza, solo il 25-30% sia davvero in condizioni di lavorare. Purtroppo tra i poveri ci sono tossicodipendenti, alcolisti, anziani, persone sole con figli piccoli da accudire o con disabili a carico: prima del Centro per l’impiego avrebbero bisogno dei servizi sociali.

Le persone vengono prima delle app

Suggestiva l’idea di fare tutto tramite app, ma spesso chi cerca lavoro non ha dimestichezza con le pratiche on line. Al Cpi di Milano spiegano che sono meno del 10% coloro che prendono appuntamento con l’app per fare la dichiarazione di disponibilità al lavoro.

Evitare che i Cpi diventino un «assumificio» fine a se stesso

Il Governo ha annunciato 4000 nuovi assunti (le Regioni ne avevano chieste 8000), ma se l’organizzazione non viene contestualmente risanata il rischio è che continui a non portare risultati. Il Governo Gentiloni aveva già deliberato 1600 assunzioni a tempo determinato fino al 2020 con i soldi del Fondo sociale europeo. Le assunzioni, però, devono passare dai bandi pubblici delle Regioni e nessuna ancora li ha fatti. Difficile quindi pensare che le 4000 assunzioni possano essere fatte entro aprile.

Fondi solo alle Regioni che fanno funzionare i servizi

Con la precedente Legge di Bilancio sono stati assegnati 235 milioni per il 2018 e altrettanti per il 2019 ai centri per l’impiego. Sono anche stati fissati livelli essenziali delle prestazioni e definito che chi non li rispetta non riceverà la seconda tranche dei soldi l’anno successivo. In pratica vieni commissariato: ma da chi, sapendo che si rischiano ricorsi delle Regioni? Il meccanismo andrebbe rafforzato. La legge dice che entro 60 giorni dalla tua dichiarazione di disponibilità al lavoro dovresti essere richiamato dal Cpi. In troppi centri si va ben oltre: nel Lazio si sfiorano i due anni.

Naspi più lavoro nero: il circolo vizioso da interrompere

Dal 2015 se ricevi l’indennità di disoccupazione, ma non ti presenti alla chiamata del Cpi o rifiuti un’offerta «congrua» l’assegno ti viene progressivamente ridotto fino a zero. Per ora è successo solo a Trento. Quest’anno è stato offerto a 28mila persone un bonus aggiuntivo all’indennità di disoccupazione da spendere per corsi di formazione o servizi all’impiego. Hanno risposto in 2800. È facile dedurre che gli altri 25.200 non abbiano interesse perché un lavoro ce l’hanno già (in nero).

Concorrenza pubblico-privato

La Lombardia ha messo in concorrenza agenzie private e pubbliche nel cercare lavoro ai disoccupati. In pratica la Regione, con i soldi del Fse, garantisce un compenso a Cpi o agenzie private che riqualificano un disoccupato. Lecco nel 2017 ha «sistemato» il 50% dei suoi contatti. Afol Milano è primo in classifica per capacità di collocare disoccupati «difficili». Il Governo ha appena dichiarato che per mandare a regime i Centri per l’impiego bastano 3 mesi. Solo per mettere in piedi un’effettiva collaborazione fra i diversi attori coinvolti, dalle Regioni all’Anpal, servono almeno un paio d’anni partendo subito. A meno che il «Navigator» annunciato dal ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio faccia miracoli.

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