La trappola del consenso immediato

marcello sorgi

Sebbene sia ancora presto per dire, come ha fatto ieri Di Maio dopo il colloquio decisivo con il Capo dello Stato, se davvero il governo Conte, dal nome del professore, giurista, avvocato vicino al M5S chiamato a presiederlo, inauguri la Terza Repubblica, e prestissimo per capire – come ha sostenuto Salvini – se riuscirà nell’impresa, rivelatasi impossibile per tanti suoi predecessori, di far crescere sensibilmente l’economia italiana, la nascita del nuovo esecutivo giallo-verde e la soluzione trovata alla fine di una delle crisi più lunghe della storia repubblicana contengono una novità sulla quale conviene riflettere.

Questo è il primo governo fondato sulla democrazia immediata. Che obbedirà a tutte le liturgie del sistema parlamentare ancora ufficialmente in vigore in Italia, presentandosi disciplinatamente in entrambe le Camere per illustrare il proprio programma e sottoponendolo al dibattito, prima di chiedere la fiducia. Ma lo farà mantenendo una riserva mentale legata al modo di essere di Salvini e Di Maio, due leader legati alla rete, ai social forum, a Facebook, molto più che ai classici meccanismi istituzionali del consenso ereditati dal Novecento e sanciti dalla Costituzione. È su questo terreno impalpabile, sul confronto continuo e ininterrotto con un pubblico di milioni di internauti, sull’uso disinvolto di un linguaggio senza fronzoli e talvolta del turpiloquio, che hanno costruito le loro fortune

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Ed è misurando quotidianamente, ora per ora, minuto per minuto, l’andamento sussultorio delle reazioni del popolo dei nuovi media, che hanno condotto la trattativa durante tutte queste settimane. Accelerando e frenando, rimettendo tutto in discussione, scambiandosi avvertimenti e minacce e proponendo improbabili strategie alternative (il centrodestra per Salvini, la convergenza 5 Stelle-Pd per Di Maio) al solo scopo di tenere alta la tensione sulla rete e convincere prima o poi i loro supporters, anche quelli restii ad accettare l’alleanza tra due forze politiche duramente avversarie nell’ultima campagna elettorale, che non c’era altra strada. Ecco cosa vuol dire populismo.

 

I vicepresidenti della Commissione europea Dombrovskis e Katainen, i commissari Avramopoulos e Moscovici, il ministro degli Esteri francese La Maire e il leader del Partito popolare europeo Weber, oltre ai molti osservatori qualificati che in questi giorni hanno espresso perplessità su quanto stava accadendo, dovrebbero preoccuparsi principalmente di questo, piuttosto che della fedeltà, contestata o mancata, ai principi fondativi dell’Unione e alle rigorose regole economiche di Maastricht, alle quali peraltro Salvini s’è adeguato a parole dopo l’ultimo incontro con Mattarella. I soci, non ancora alleati, del nuovo governo e della nuova maggioranza, non si preoccuperanno minimamente dei richiami che continueranno ad arrivare da Bruxelles, da Parigi o da Berlino. Governeranno alla loro maniera, seguendo le loro parole d’ordine, gli obiettivi, anche quelli più irrealizzabili, del «contratto»; e se l’Europa, a qualsiasi livello, si metterà di traverso, faranno saltare il banco e porteranno il Paese a nuove elezioni, accusando gli occhiuti controllori e i severi censori stranieri di aver messo un cappio al collo all’Italia e aver impedito a loro di realizzare il «cambiamento» del Paese chiesto dall’elettorato.

 

Ora questa prospettiva è nelle mani del Presidente della Repubblica, al quale formalmente, ma purtroppo solo formalmente, è stato riservato finora un rispetto diverso dall’atteggiamento di sfida manifestato nei confronti dei critici d’Oltreconfine, ma che subito ha lasciato filtrare il proprio disagio e il timore che la nascita affrettata del governo, come un pacco preconfezionato, senza tener conto delle riserve europee e delle reazioni dei mercati possa influire sui risparmi degli italiani. È evidente che Di Maio e Salvini si aspettano da Mattarella una rapida ratifica di quanto esposto e lasciato filtrare nel fine settimana, a proposito della composizione del nuovo governo, della distribuzione degli incarichi, dei punti programmatici (e propagandistici) che dovrebbero essere esposti in Parlamento, in nome dell’accordo concluso tra loro e del mandato popolare che gli elettori gli rinnoverebbero continuamente su Internet. Qualsiasi rallentamento, qualsiasi richiamo ai doveri istituzionali a cui deve sottoporsi un presidente del Consiglio o un governo – a cominciare dall’articolo 92 che affida al Capo dello Stato il compito di nominare i ministri – non si sa come verrebbero accolti. Pertanto, giunto all’ultima curva della crisi più difficile del suo mandato, Mattarella – che ha convocato per oggi sul Colle i Presidenti delle Camere – è a un bivio: o si rassegna all’urto dell’ondata populista, o trova il modo di reimporre il suo ruolo.

LA STAMPA

 

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