Un viaggio ancora senza mappe

Francesco Guerrera
 

Oggi, verso mezzogiorno, fermatevi un istante e «appizzate» le orecchie: dovreste sentire un boato che partirà da Londra, passerà per Bruxelles e riecheggerà rapidamente in tutta Europa.

 Quando sir Tim Barrow, il barbuto rappresentante del Regno Unito all’Unione Europea consegnerà una piccola lettera a Donald Tusk, il capo del Consiglio europeo, il Vecchio Continente entrerà ufficialmente nella più grave crisi del dopoguerra.

La dichiarazione di divorzio del Regno Unito è un evento storico. Nei prossimi due anni di negoziati scopriremo i dettagli di una relazione tutta da inventare tra un Paese che è stato parte integrante dell’Ue suo malgrado e 27 nazioni che della Gran Bretagna hanno bisogno ma non lo vogliono ammettere.

Una realtà è già chiara. Da oggi, in Europa cambia tutto: geopolitica, economia, e società non saranno mai più le stesse sui due lati della Manica.

Incominciamo dalla Gran Bretagna, visto che il suo elettorato è l’«autore» di questo nuovo capitolo della storia europea.

 

Per il Regno Unito, lasciare l’Europa è un salto nel buio pesto senza rete.

 

L’Ue è partner commerciale di primissimo piano della Gran Bretagna, fonte pressoché infinita di lavoratori e cervelli, e sponda fondamentale nel gioco di fumo e specchi della politica estera internazionale.

 

Senza l’Europa, Theresa May e i suoi possono o sperare nell’appoggio degli Stati Uniti di Donald Trump, che però odia la Nato e non ama offrire aiuti gratuiti. O pregare che i molti nemici dell’Occidente – dai terroristi medio-orientali a Putin alla Corea del Nord – non pensino che una Gran Bretagna isolata non sia più tanto Grande e possa essere vulnerabile ad attacchi, pressioni ed intimidazioni.

 

La percezione internazionale del Regno Unito – e il potere di May nei negoziati-Ue – dipenderanno dalla salute dell’economia nei prossimi anni. Anche qui le domande sono molte. Finora sta andando tutto bene, con crescita positiva, consumatori in grande spolvero e mercati abbastanza tranquilli.

 

Ma finora non è successo quasi nulla di concreto sul fronte-Brexit. Una volta fuori dall’Ue, la Gran Bretagna perderà un’enorme vantaggio: la capacità di esportare beni e servizi senza tariffe ad un mercato «interno» di 743 milioni di persone.

 

La May ha promesso una politica industriale che ovvierà alla mancanza del mercato unico, ma non ha spiegato come replicarne i vantaggi, soprattutto perché ci vorranno anni per concludere nuovi trattati commerciali con l’Ue e altri grandi economie.

 

Dal punto di vista sociale, che succede alla Gran Bretagna se noi ce ne andiamo? «Noi», in questo caso, siamo i circa tre milioni di idraulici, baristi, banchieri e giornalisti nati in Europa ma trapiantati nel Regno Unito.

 

Il buon senso detta che la «nostra» situazione (e quella del milione e mezzo di britannici che vivono nell’Ue) si risolva presto. Ma ogni giorno che passa erode la nostra voglia di rimanere, il senso di essere i benvenuti in terra straniera. Non è un caso che il numero di crimini razziali e religiosi sia aumentato del 40 per cento dopo il referendum su Brexit.

 

L’Ue non esce certo vincitrice da questa saga. Il fallimento delle riforme politiche, lo spettacolo d’indecenza economica di Paesi come la Grecia, e lo spettro agghiacciante dell’immigrazione sono stati cruciali nello spingere i britannici a dire «No» all’Europa.

 

Senza il Regno Unito, sarà ancora più difficile creare un blocco politico-economico capace di tenere testa agli Usa e alla Cina. E la stanca risposta provenuta dal summit di Roma questo weekend – un’Europa «a più velocità» – è demoralizzante, deprimente e disfattista.

 

Il Big Bang di Brexit è l’inizio di una nuova era. Speriamo che il tuono di oggi non sia presagio di tempesta futura.

LA STAMPA

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