La babele M5s nel pianeta dell’euro

di MASSIMO GIANNINI

LO “SPIRITO di Ventotene” ha aleggiato per due giorni sui colli romani. Si saprà presto cosa rimane, dei riti solenni che celebrano i 60 anni della Madre Europa, scaduta suo malgrado a Matrigna. Si vedrà presto cosa produce, la liturgia laica di una élite in deficit di legittimazione che affida a un documento vagamente “doroteo” le sue flebili speranze di ricongiungersi a un popolo in deficit di rappresentanza. Nell’attesa di verificare cosa faranno i leader “europeisti” (che finora l’Unione l’hanno indebolita invece che rafforzarla) è il caso di capire una volta per tutte cosa vogliono fare i “sovranisti” (che invece minacciano di sfasciarla per sempre).

Il discorso in Italia riguarda soprattutto i Cinquestelle, che si presentano alle prossime elezioni cullandosi nel mito dell’auto-sufficienza (o della beata-incoscienza). “Prenderemo oltre il 40% dei voti, e dunque governeremo da soli”, dicono. Tanti auguri. Ma “governeremo” per fare cosa, esattamente? Sotto il cielo pentastellato regna un’inquietante e a tratti farneticante entropia. Ascoltando le vaghe dichiarazioni da talk show, o compulsando gli arruffati testi del Sacro Blog, nessuno capisce quale deve essere il posto del nostro Paese nel mondo, se la Ue resta il nostro orizzonte o se puntiamo a una “Ital-exit”.

Detta più brutalmente: i Cinquestelle appartengono o no alla “Indicibile Armata” dei lepenisti eurofobici e xenofobi, per usare la formula di Jürgen Habermas? “La risposta è dentro di te, ma è sbagliata”, direbbe il leggendario Quelo (al secolo, Corrado Guzzanti): è impossibile capirlo, di fronte a tanto “caos creativo”. Qualche esempio. Sabato scorso la sindaca Raggi ha accolto in Campidoglio i capi di Stato e ha fatto un discorso ufficiale un po’ generico ma di buonsenso “governista”, parlando della Ue come di una “avventura straordinaria”, di “un sogno di Europa che la nostra generazione è chiamata a portare avanti”. Questo significa che gli M5S hanno maturato un’idea precisa sull’Europa e sull’euro? Non è così, purtroppo.

Le parole, passate e presenti, dicono tutto e il contrario di tutto. Il padre fondatore Gianroberto Casaleggio è stato l’unico che le idee, almeno su questo, sembrava averle chiare. Il 15 aprile 2013, a un convegno di piccoli imprenditori, diceva: “Noi non dobbiamo uscire dall’euro, con le svalutazioni competitive non risolviamo nulla se prima non riformiamo la burocrazia, il fisco… Se usciamo dall’euro dopo un po’ la lira vale zero…”. Il 20 aprile 2014, in una delle sue ultime interviste al Fatto Quotidiano prima di morire, ribadiva: “Noi vogliamo rimanere dentro l’Europa… non diciamo che l’euro è sbagliato, l’euro non è un problema in sé, ma per come viene gestito…”.

La rotta dell’ideologo sembrava tracciata. Ma se mai lo è stata, si è smarrita. Il primo a smarrirla è stato proprio Beppe Grillo. Se nell’ottobre 2012 (dopo il voto in Sicilia) diceva “non sono contro l’euro… perché siamo già fuori dall’euro”, a gennaio di quest’anno (dopo il ritorno tra le braccia dell’euro-critico Farage), ha ricominciato a sparare contro la moneta unica, invocando “un referendum prima che sia troppo tardi”. “Entro il primo gennaio 2018 il Fiscal Compact dovrà essere ratificato nel quadro giuridico dell’Ue. E serve l’unanimità. Questo dà all’Italia la forza contrattuale necessaria per presentarsi alla Commissione e alla Bce e minacciare il suo veto in assenza di un accordo ad esempio sulla monetizzazione dei titoli di Stato acquistati dalla Banca d’Italia nell’ambito del QE…” (sic!).

I due dioscuri del Movimento, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, sono ancora più altalenanti. Una breve antologia su Di Maio, per (dis)orientarsi: “Noi abbiamo sempre detto che l’euro così non funziona, e dobbiamo preferirgli l’euro 2 o monete alternative…” (24 giugno 2016, a Ballarò ). “Proponiamo un referendum sull’euro, che non significa uscire dalla Ue…” (3 novembre 2016, a L’aria che tira ). “Io voterei per uscire…” (10 gennaio 2017, a diMartedì ). “L’euro non è democratico, serve il referendum consultivo per chiedere ai cittadini se vogliono uscire dalla moneta unica… Sarà necessaria prima una legge costituzionale che ci impegneremo a realizzare nella prossima legislatura… E se vincerà il sì, ci si potrà organizzare con altri stati usciti dall’euro, oppure prevedere un ritorno alla lira…” (23 marzo 2017, alla Stampa Estera). Chiudiamo con Di Battista, più “che-guevariano”: “Noi non stiamo nell’euro, stiamo nel marco, quindi via subito dal nazismo centrale europeo, che produrrà sempre più schiavi…” (13 marzo 2015, convegno alla Camera). “Euro e Europa non sono la stessa cosa… Vogliamo che siano gli italiani a decidere sulla moneta…” (8 dicembre 2016, intervista a Die Welt ).

Impossibile raccapezzarsi, tra “stiamo dentro” o “stiamo fuori”, “l’euro 2” o l’euro “nazista”, il “ritorno alla lira” o le “monete alternative”, il Fiscal Compact su cui “minacciare il veto” e i bond sovrani “da monetizzare”. Lo stesso “Libro a 5 Stelle” presentato la scorsa settimana non aiuta granché (più che un libro, un Bignamino di obiettivi generici: 15 cartelle, che diventano 8 al netto delle figure).

I pentastellati hanno il dovere di uscire una volta per tutte da questo euro-delirio. Dicano con chiarezza qual è il loro programma, senza delegare pilatescamente la scelta agli italiani. Il Movimento propone di uscire dall’euro? Se sì, nel progetto c’è prima una proposta di riforma costituzionale che consenta di indire poi un referendum consultivo sulla moneta unica, che ad ora la Costituzione vieta? Se sì, cosa viene dopo, la lira o un euro del Sud? Se sì, come si fronteggia la fuga di capitali e la “patrimoniale implicita” del 30% su tutte le attività finanziarie del Paese? E se si esce dall’euro, si resta comunque nell’Unione? Se sì, come si possono evitare eventuali ritorsioni tariffarie sull’import, e come si può pensare di chiedere modifiche all’accordo di Dublino sui migranti?

È solo un elenco sommario. Se i Cinquestelle non usano i mesi che ci separano dal voto per trasformare in esclamativi questi punti interrogativi, non saranno un’alternativa credibile all’odiato “sistema”. Tanto più se, pur di delegittimare la tanto esecrata “democrazia rappresentativa”, Grillo indica come “modello” l’amico Putin, considerato insieme a Trump “il gigante di cui la politica internazionale ha bisogno”. Lo stesso Putin che a Mosca manda tra la folla pacifica i temutissimi reparti anti-sommossa dell’Omon, per arrestare il blogger Navalny. È questa la “democrazia diretta” che piace al capo-comico genovese? Anche

questo sarebbe interessante saperlo. Ma anche questo è il sintomo di una Babele politico-culturale ancora irriducibile. La superino, se ne sono capaci, o anche i pentastellati si condanneranno a perdersi nell’indistinto della “notte populista”, dove tutte le vacche sono nere.

REP.IT

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