Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Gas, Gazprom taglia al 20% le forniture di Nord Stream: volano i prezzi

martedì, Luglio 26th, 2022

di Alessia Conzonato

Gazprom, la multinazionale russa controllata dal governo della Federazione russa specializzata nell’estrazione e nella vendita di gas naturale, ha annunciato una drastica riduzione delle consegne in Europa attraverso il gasdotto Nord Stream: si parla di 33 milioni di metri cubi al giorno a partire dalle ore 7 di Mosca (quindi ore 6 italiane) mercoledì 27 luglio.

Il taglio

L’azienda ha ricondotto la motivazione del taglio alla necessità di fermare un’altra turbina del gasdotto Nord Stream 1 per effettuare lavori di manutenzione. L’annuncio è arrivato dall’account Telegram ufficiale di Gazprom: «La capacità produttiva della stazione di compressione di Portovaya passerà a 33 milioni di metri cubi il 27 luglio alle 07:00». I flussi di gas, quindi, saranno pari a circa il 20% della capacità rispetto all’attuale 40%. La notizia è giunta anche in Germania, dove il portavoce del ministero dell’Economia tedesco ha commentato: «Abbiamo preso nota dell’annuncio. Secondo le nostre informazioni, non c’è alcuna ragione tecnica che giustifichi una riduzione delle forniture».

Vola il prezzo del gas

In concomitanza con l’annuncio del taglio delle forniture verso l’Europa, il prezzo del gas europeo si è impennato fino a toccare un rialzo del 10,48%: ad Amsterdam chiude sui 176,62 euro al MWh. Sul finale di seduta frenano anche le Borse europee: Francoforte gira in calo e cede lo 0,6%, Parigi è piatta e Londra avanza dello 0,3%. Poco variata invece Piazza Affari, dove il Ftse Mib continua a salire dello 0,6%. Dopo l’interruzione di dieci giorni, attraverso Nord Stream 1 ha ripreso a scorrere gas, anche se in quantità molto ridotta – l’attuale 40% – rispetto alla capacità totale perché, secondo quanto comunicato dalle autorità di Mosca, non era possibile tornare ai volumi di giugno per mancanza di una turbina Siemens che era stata spedita in Canada per manutenzione.

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La stangata sui mutui

sabato, Luglio 23rd, 2022

a cura di Sandra Riccio

Fine dell’era dei prestiti facili in due anni aumento del 9%

Il rialzo di mezzo punto del costo del denaro deciso dalla Bce è destinato a cambiare la dinamica del mercato dei mutui, che da anni andava a gonfie vele: dall’inizio del 2020 le banche hanno erogato 34 miliardi di euro alle famiglie, in aumento del 9% nonostante la crisi per la pandemia. Il totale dei finanziamenti per acquistare abitazioni, secondo stime Fabi, è passato da 383 miliardi a fine 2019 a 417 miliardi nel maggio scorso.

Alcune dinamiche erano già in corso. Ad esempio nel secondo trimestre di quest’anno l’Irs, l’indicatore a cui sono agganciati i tassi di interesse per i mutui a tasso fisso, è schizzato verso l’alto di 100 punti base, riposizionandosi su livelli prossimi a quelli di otto anni fa.

In particolare, l’Irs di durata vent’anni, quello più utilizzato, è passato dall’1,10% medio di marzo al 2,22% medio di luglio. L’Irs a venti anni, dopo aver toccato un picco del 2, 58% a fine giugno, si stava progressivamente stabilizzando attorno al 2,10%. Era a quota 0,60% all’inizio del 2022. Parallelamente l’indice Euribor a tre mesi, a cui sono parametrati i mutui a tasso variabile, dopo sette anni di valori negativi a metà luglio è tornato in territorio positivo.

Il tasso fisso ora conviene meno la terza via del tetto massimo
I vantaggi che il tasso fisso offriva fino a pochi mesi fa, cioè le rate relativamente basse in presenza della sicurezza che il livello di interessi da pagare non sarebbe mai cambiato, stanno via via scomparendo. Adesso questo tipo di contratto, per chi sottoscrive un nuovo accordo, costa molto di più e molte famiglie ricominciano a guardare al variabile, più rischioso ma senz’altro meno caro. È però anche meno sicuro perché non protegge da futuri (e assai probabili) rialzi della Bce. Per questo la scelta adesso cade soprattutto sul variabile con cap, vale a dire quel tipo di strumento che prevede un tetto oltre il quale il tasso non può andare offrendo così buone garanzie a chi accende il mutuo. È una soluzione intermedia ma ha spread e costi assicurativi mediamente più alti.

Il cambiamento nelle richieste delle famiglie è già scattato. Lo dice la Bussola Mutui Crif–MutuiSupermarket.it che sul secondo trimestre 2022 ha rilevato un aumento di interesse nelle richieste del tasso variabile sul portale online: il peso di questo prodotto, che è sempre stato sotto al 10%, è salito al 18% del totale delle interrogazioni online e il variabile con cap è arrivato a dispiegare il 7%.

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Kenneth Rogoff: “Senza Draghi l’Italia è vulnerabile. Lagarde la aiuti o lo spread esploderà”

sabato, Luglio 23rd, 2022

Alberto Simoni

CORRISPONDENTE DA WASHINGTON.
Kenneth Rogoff è stato il capo economista del Fondo monetario internazionale e membro del Board dei governatori della Federal Reserve. Oggi insegna economia ad Harvard. Nel suo curriculum spicca il titolo di gran maestro degli scacchi. E da lì parte Rogoff per spiegare la scelta della Bce di alzare i tassi di interesse, prima volta in undici anni. «Nel linguaggio degli scacchi – dice – si chiama una mossa obbligata, forzata. Insomma, l’Eurotower, giunti a questo punto, non aveva più alternative se non procedere con l’aumento dei tassi».

Professor Rogoff, ne seguiranno altri secondo lei?
«Credo che la Bce sia solo all’inizio di una traiettoria che la porterà a incidere sul costo del denaro, ma l’inflazione non sparirà come d’incanto».

Perché?
«L’inflazione peggiorerà e non credo comunque che l’obiettivo della Bce sia quello di abbatterla. Ma certamente il sistema non può permettersi di farla adagiare attorno al 9%, perché l’impatto sulla gente sarebbe fatale. Il problema è l’effetto sul debito che i tassi più alti genereranno. E questo riguarda Paesi come l’Italia».

Peserà l’uscita di Draghi?
«Quanto successo giovedì è una combinazione veramente negativa per l’Italia perché l’uscita del primo ministro, rispettato e apprezzato da tutti, unita al rialzo dei tassi crea una miscela che ha spinto lo Spread e soprattutto influenzerà l’andamento del debito».

Sintetizzo: ritiene che i prossimi governi non saranno in grado di tenere i conti pubblici in ordine?
«L’Italia è oggi un Paese più vulnerabile, ha bisogno del sostegno, dell’appoggio dell’Europa per impedire che lo spread esploda. Siamo stati per anni in un mondo che navigava con tassi di interesse azzerati: è una condizione che consente di avere un debito al 150% del Pil e di poterlo gestire. Come Draghi e i suoi ministri sono stati bravi a fare. Ma con i tassi in ascesa il risultato non è scontato, il processo è più difficile. Dovessi riassumere con una frase direi: “è terribile perdere un leader così importante in questo momento”. I mercati diventeranno assai nervosi senza un appiglio sicuro come Draghi. Difficile immaginare come avverrà il ritorno alla stabilità».

Ha citato l’Europa, come potrebbero cambiare i rapporti fra i Paesi in una dimensione di costo del denaro più alto?
«La prima conseguenza è che il whatever it takes draghiano oggi non sarebbe percorribile facilmente. Un conto era quando la Germania, la Francia e i Paesi del Nord prestavano denaro al Sud in un ambiente di tassi negativi o a zero. Da oggi questo è più complicato, meno scontato. Ma la Bce non poteva certo non intervenire, doveva prevenire una catastrofe che in parte è stata anche generata dai generosi pacchetti di stimolo durante il Covid».

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Pensioni, cosa cambia? Senza misure dal 2023 torna la Fornero: lavoro fino a 67 anni

giovedì, Luglio 21st, 2022

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Draghi: «Riforma che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita»

«Serve una riforma pensioni che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita e un impianto sostenibile ancorato al sistema contributivo». Il premier Mario Draghi lo ha ribadito chiaramente nel discorso che ha tenuto la mattina del 20 luglio in Senato, dopo le sue dimissioni. Se i partiti avessero accettato il suo invito a «ricostruire il patto di maggioranza», questo pezzo importante della Manovra 2022 sarebbe tornato prepotentemente in agenda, senza distaccarsi dalla via che lui aveva indicato fin dal primo giorno, quando diceva «possiamo discutere di quota 101, 102 o anche 102,5; ma il percorso progressivo verso il sistema contributivo non cambia. Indietro non torniamo, perché il sistema previdenziale retributivo ha creato delle vulnerabilità che tutti anche all’estero ci rimproverano». Senza un Draghi bis, tutto rimane sospeso. E difficilmente vedremo una riforma delle pensioni quest’anno. Se andremo al voto in autunno, il nuovo esecutivo avrà pochissimo tempo per trovare una nuova misura (un’uscita facile potrebbe essere prorogare temporaneamente Quota 102, già a sua volta sorta di proroga di Quota 100, strumento andato in pensione a fine 2021). Diversamente con la fine del regime transitorio di Quota 102, al 31 dicembre di quest’anno, dal 2023 torneremo alla Legge Fornero, che prevede l’uscita dal mondo del lavoro a 67 anni e un’uscita anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne).

Le aperture ai sindacati

A metà febbraio scorso, il governo aveva aperto alla possibilità di andare in pensione prima dei 67 anni, tendendo una mano a Cgil, Cisl e Uil. Superare, dunque, la rigidità prevista dalla legge Fornero sembrava una via percorribile. Ovviamente, anche questa strada avrebbe un prezzo da pagare, ovvero il ricalcolo contributivo degli assegni pensionistici, dunque anche quelli dei lavoratori che rientrano ancora in parte nel sistema retributivo. I sindacati si erano comunque detti cautamente soddisfatti, per come si era svolto il terzo tavolo di confronto, ma per nulla convinti sul ricalcolo contributivo. Lo scoppio della guerra russo-ucraina, la crisi energetica e le scaramucce su Catasto e concessioni balneari, hanno poi ribaltato le priorità del governo e messo in un angolo il tema pensioni.

L’ipotesi 64 anni

Ma quali sono le ipotesi sul tavolo? Mario Draghi nel suo discorso al Senato aveva parlato di «una riforma pensioni che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita». E l’apertura del governo nel febbraio scorso riguardava proprio la flessibilità, con la revisione dei coefficienti di trasformazione e la possibilità di eliminare la soglia dell’assegno sociale per coloro che raggiungono 64 anni di età e 20 di contribuzione, che è poi già possibilità per chi oggi è totalmente col sistema contributivo.

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I mercati dopo Draghi: lo Spread vola a 239 punti, Borsa Milano in rosso

giovedì, Luglio 21st, 2022
I mercati dopo Draghi: lo Spread vola a 239 punti, Borsa Milano in rosso

Con la mancata fiducia al governo guidato da Mario Draghi e in attesa delle dimissioni del presidente del Consiglio, lo spread tra Btp e Bund tedesco, ovvero il differenziale di rendimento tra il titolo decennale emesso dallo Stato italiano e il corrispondete tedesco, dopo aver toccato in apertura di seduta i 243 punti base dai 221 punti di ieri, segna ora 239 punti base con un rendimento al 3,6%. Ciò significa che indebitarsi sul mercato obbligazionario costa all’Italia il 2,30% in più rispetto ai tassi strappati da Berlino.
Il rendimento del decennale italiano sale al 3,56%, oltre il tasso dei titoli greci (3,48%). Clicca qui, per seguire l’andamento dello spread tra Btp e Bund in tempo reale.

Le Borse: Piazza Affari in caduta

Piazza Affari apre in forte ribasso affossata dalla crisi di governo con il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato alla Camera che si recherà dal Capo dello Stato. Il Ftse Mib cede il 2,36% a 220.849 punti. Risente della situazione politica anche il mercato azionario italiano: Piazza Affari va verso una seduta di passione a giudicare dall’andamento dei contratti future in netto calo su Piazza Affari (-2,4%), con la crisi del Governo Draghi. I future degli altri listini europei galleggiano, invece, poco sopra la parità, in vista della riunione della Bce che varerà il suo primo rialzo dei tassi dal luglio 2011 e le decisioni della Bce sui tassi di interesse e il ritorno all’operatività del gasdotto Nord Stream 1.

I Titoli

E’ il settore bancario e finanziario insieme con le società più esposte sui titoli di Stato il principale bersaglio delle vendite di Piazza Affari. Poste Italiane perde l’8,3% e proseguono in forte calo le banche con Unicredit e Banco Bpm (-7,5%). Male anche Intesa (-6,5%) e Bper e Mps (-6,6%). Vendite anche sul comparto assicurativo con Unipol (-4,7%) e Generali (-2,7%). Andamento negativo per Tim (-5,7%) e Leonardo (-5,2%). Con il calo del prezzo del petrolio soffrono Eni (-3,5%), Saipem (-3,1%) e Tenaris (-2,1%). Brilla Diasorin, sospesa in asta di volatilità con un rialzo teorico del 3,1%. In positivo si muovono anche Campari (+1,3%), Prysmian (+1%) e Ferrari (+0,5%).
Clicca qui, per seguire le variazioni dei principali indici di Borse mondiali e di Milano e le quotazioni azionarie in diretta.

In Europa

Le Borse europee ampliano il calo in vista della Bce che annuncerà il rialzo dei tassi e lo scudo anti-spread. Milano (-2,2%) indossa la maglia nera con le dimissioni di Mario Draghi e il Capo dello Stato che convoca i presidenti delle Camere. Nel Vecchio continente tensione sui titoli di Stati con i rendimenti in netto rialzo. Sul fronte valutario l’euro sul dollaro è in lieve calo a 1,01886. L’indice d’area stoxx 600 cedono lo 0,4%. In flessione Francoforte (-0,8%), Parigi e Londra (-0,4%) e Madrid (-0,3%). Sui listini pesa il calo dell’energia (-1,1%), con il prezzo del petrolio Sti che scende a 96 dollari al barile e il Brent a 103 dollari.

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Piazza Affari piegata dal caos politico (-2%). Gli analisti: “A rischio lo scudo anti-spread della Bce”

giovedì, Luglio 21st, 2022

SANDRA RICCIO

La Borsa di Milano fa i conti con il caos politico. Dopo una partenza in forte rosso, Piazza Affari incrementa le perdite e a un’ora dall’avvio cede oltre due punti percentuali (-2,14%) confermandosi peggior listino in Europa. Francoforte è in regresso di un contenuto -0,42% mentre Parigi e Londra arretrano rispettivamente dello 0,30% e dello 0,50%.

A Milano, a essere colpite dalle vendite sono soprattutto le banche. I titoli del settore soffrono l’incertezza scatenata dal ko del governo Draghi e cedono pesantemente terreno. Molto male fanno Intesa Sanpaolo (-4,63%), Unicredit (-5,85%) e Generali (-3%). Intanto lo spread vola in alto e supera quota 240 punti base. Ieri il differenziale tra i titoli a dieci anni di Italia e Germania aveva chiuso a 220 punti.

Gli analisti parlano di errore politico e vedono crescere la volatilità sul mercato italiano. Annalisa Piazza, Fixed-Income Research Analyst di Mfs Investment Management definisce quella di ieri come «una giornata surreale in cui i partiti più populisti hanno cercato di fare mosse tattiche per riguadagnare un pò della popolarità perduta (sia la Lega che il Movimento Cinque Stelle hanno ottenuto punteggi a una cifra negli ultimi sondaggi)». L’esperta parla di «chiaro errore politico» che ha portato alle dimissioni di Draghi.

Per Piazza, quello attuale è «il peggiore esito della crisi iniziata la scorsa settimana e si prevede una maggiore frammentazione. Il Presidente Mattarella potrebbe decidere di sciogliere il Parlamento già la prossima settimana, dopo aver consultato i Presidenti delle due Camere. Si potrebbe tentare di formare una maggioranza di governo alternativa o di nominare Draghi come commissario. Riteniamo improbabile che entrambi gli scenari si verifichino».

I rischi sono visti anche sullo strumento anti-spread della Bce. «Nel breve termine, l’esito degli sviluppi politici potrebbe aumentare ulteriormente la confusione sullo strumento anti-frammentazione della Bce, che non è chiaramente finalizzato a ridurre il rischio politico – prosegue l’esperta -. Nel frattempo, la Bce si troverà in una situazione molto scomoda quando i rischi di rallentamento della crescita italiana (insieme all’intensificarsi di condizioni di finanziamento più severe) si riverseranno su altre economie dell’Eurozona (quelle con i legami commerciali più profondi saranno le prime a risentirne). Aumenterà anche il rischio di un deterioramento nella trasmissione delle politiche, indipendentemente dai fattori che ne sono alla base».

Proprio per oggi, è in programma il meeting Bce in cui Christine Lagarde, a capo dell’Istituto centrale, molto probabilmente comunicherà i dettagli sul piano anti-frammentazione.

Intanto il nervosismo è alle stelle. Per l’esperta, è probabile che nelle prossime settimane lo spread Btp/Bund si allarghi. «Escludiamo che lo spread raggiunga i livelli visti durante la Crisi Finanziaria Globale o nel 2018-19, quando si discutevano le questioni esistenziali dell’Eurozona ma è certo che ulteriori incertezze saranno scontate nei prezzi» conclude.

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Draghi, i tre meriti di un premier «non politico»

giovedì, Luglio 21st, 2022

di Antonio Polito

Draghi, i tre meriti di un premier «non politico»

Il presidente del Consiglio Mario Draghi

Non si può manco citare il «marziano a Roma» di Ennio Flaiano, per dire di come il Palazzo l’ha incitato, acclamato, arruolato, poi l’ha rapidamente consumato e ora si augura che sia presto dimenticato. Non si può perché il presunto «marziano», e cioè Mario Draghi, è invece romano come pochi, studi al liceo Massimo con Giancarlo Magalli e alla Sapienza con Federico Caffè. E di fede romanista, sbandierata perfino di fronte al deputato di Fratelli d’Italia Lollobrigida, che una volta ebbe l’ardire di dichiararglisi laziale. Più che Flaiano, dunque, calzerebbe il «nemo propheta in patria» che il Nazareno pronunciò a Nazaret, di fronte al trattamento riservatogli dai suoi concittadini; ma non vorremmo essere accusati un domani di averlo paragonato perfino a Gesù, per quanto in croce i Farisei l’abbiano messo.

Una cosa è certa: anche Draghi, l’italiano più illustre che avevamo, e che speriamo di avere ancora e presto, al servizio del suo Paese, ha pagato la legge implacabile dei governi di unità nazionale. Il suo è durato un anno, 5 mesi, 7 giorni. Cinque giorni meno di quello di Monti. Cinque mesi più del governo Andreotti, nato il giorno del sequestro Moro. Sette mesi in più del governo Letta del 2013. Ma, insomma, più o meno sempre lì siamo: si vede che in Italia i partiti non riescono a tener fede alle loro intese «larghe» o «larghissime» per più di un anno, un anno e mezzo al massimo. Poi un irresistibile «cupio dissolvi» li prende, e travolge anche i migliori.

«Governo dei migliori» era stato infatti chiamato il suo, quello di Draghi: un po’ per davvero e un po’ per sfotterlo. Se è per questo gli hanno pure detto che è un neoliberista, a lui che da banchiere centrale a Francoforte ha stampato euro a fiumi e da primo ministro a Roma è arrivato con il programma di fare «debito buono».

Ma c’era poco da sfottere quando questo governo nacque, nel febbraio dello scorso anno, e l’Italia del duo Conte-Arcuri era alle prese con la primula delle vaccinazioni che non spuntava, e ci volle un generale degli alpini, arruolato in fretta e furia dal nuovo premier, per immunizzare il Paese. Perché perfino nella concitazione di oggi, tra scambi d’accuse e tradimenti reciproci, è difficile dimenticare per tutti coloro che hanno sostenuto il governo Draghi in Parlamento e fuori, che almeno tre meriti storici gli si devono riconoscere: l’uscita dal tunnel più buio della pandemia e del Pil, la riconquista di un prestigio internazionale per l’Italia e di un ruolo di leadership in Europa, la fermezza di una linea euro-atlantica di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, che in un paese percorso da torrenti carsici di antiamericanismo e di filoputinismo è già di per sè un mezzo miracolo. I partiti se ne potrebbero vantare, e invece sembrano volerlo dimenticare.

E forse la maledizione dei governi di unità nazionale, e anzi della politica italiana tout court, sta proprio in questo: nella difficoltà-impossibilità a pensare in termini di Stato. Perfino nel mezzo di questa tempesta perfetta per l’Europa, con guerra, inflazione, stagnazione, e ripresa della pandemia, la crisi di governo in Italia si è consumata sull’inceneritore dell’immondizia di Roma, sui tassisti e sulle concessioni balneari: questioni certamente di grande rilevanza, ma non questioni di Stato, per dir così.

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Rate non pagate? Arriva il salvagente del Fisco. Cosa cambia sulle cartelle

martedì, Luglio 19th, 2022

Giuditta Mosca

La legge di conversione del Decreto aiuti dà un po’ più di ossigeno a chi deve rateizzare le cartelle esattoriali, rimanendo però all’interno di limiti imprescindibili. Tra le novità, limitatamente ai debiti fino a 120mila euro, la possibilità di saltare fino a otto rate prima della decadenza e quella di compensare i debiti e i crediti con il fisco. Ecco le novità.

La semplificazione per rateizzare le cartelle

L’Agenzia delle entrate-riscossione ha pubblicato una nota nella quale ha elencato le novità. Tra queste la possibilità, a partire dal 16 luglio appena trascorso, di dilazionare debiti fino a 120mila euro (la soglia massima precedente era di 60mila euro). Per accedere alla possibilità di stabilire con l’erario un piano di rientro fino a 72 rate, ovvero sei anni, è sufficiente una domanda alla quale il contribuente non deve allegare documentazione per dimostrare la fragilità del momento economico che sta attraversando.

Esiste, in casi limite, la possibilità di diluire il debito in 120 rate (10 anni) ma occorre dimostrare di versare in una situazione economica particolarmente delicata al cui proposito l’ente di riscossione ha pubblicato un apposito formulario.

La modulistica per inoltrare la domanda è disponibile qui per i privati e qui per le aziende e i professionisti. Durante i prossimi giorni, anche se nessuna data è stata ancora specificata, sarà possibile fare domanda in modo autonomo grazie al servizio “Rateizza adesso” a cui si potrà accedere mediante Spid, Cie o Cns.

La decadenza, ossia la perdita della facoltà di sanare a rate i debiti con l’erario, subentra dopo 8 rate non pagate invece delle cinque canoniche. Un ampliamento delle maglie descritto nella Legge 91/2022 e che riguarda ogni singola istanza presentata all’erario. In caso di decadenza il debito non potrà essere più dilazionato ma, a vantaggio del contribuente, c’è anche la possibilità di compensare i debiti con i crediti vantati nei confronti dello Stato e questo senza la necessità di rinnovare ogni anno il rapporto debiti-crediti. A questa opportunità si unisce quella di compensare anche i crediti per prestazioni professionali prestate alla Pubblica amministrazione. Sono tutte misure che possono essere estese alle cartelle gestite dagli enti di riscossione a partire dal 1. ottobre del 2013 ma che non superino i 24 mesi antecedenti all’anno in cui si chiede la compensazione.

Poiché ogni richiesta di rateizzazione è un capitolo a sé stante, la decadenza di un piano di rimborso non inficia né sugli altri eventualmente aperti dal medesimo contribuente né su quelli che eventualmente aprirà in futuro.

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CAOS TRASPORTO AEREO/ I numeri: ecco perché le compagnie sono finite nel pallone

martedì, Luglio 19th, 2022

Ugo Arrigo, Daniele Bosoni

Il settore del trasporto aereo, dopo due anni e mezzo nei quali la domanda è stata falcidiata dalla pandemia, sta finalmente mostrando di essere in grado di recuperare i livelli di domanda che si ebbero nell’estate del 2019, l’ultima normale prima che il Covid mettesse a terra gran parte della flotta commerciale mondiale. Il fatto curioso, e del tutto inatteso, è tuttavia che a fronte del ritorno della domanda a condizioni di quasi normalità si registrano invece dal lato dell’offerta evidenti segni di incapacità di ripristinare le condizioni antecedenti la pandemia. Gli operatori del settore, intesi sia come vettori aerei che gestori aeroportuali e fornitori di servizi a terra, quali l’handling, si stanno mostrando del tutto impreparati a soddisfare una domanda che, per ora, misurata nella settimana terminata il 16 luglio, è pari all’86%, quindi ancora al di sotto, del livello della settimana corrispondente dell’estate del 2019.

SCIOPERO AEREI OGGI 17 LUGLIO 2022: CAOS VOLI/ 77 cancellati Napoli, oltre 150 Milano Roma, oltre 70mila fan al Circo Massimo per UltimoCurrent Time 0:29/Duration 0:41 

Le conseguenze di questa impreparazione ricadono integralmente sui viaggiatori e si manifestano sotto forma di voli cancellati, con evidenti problemi di riprotezione che crescono notevolmente nel caso in cui a viaggiare siano gruppi numerosi, e soprattutto di ritardi, a volte anche particolarmente consistenti. In base ai dati Eurocontrol, i ritardi complessivi sui cieli europei, quasi inesistenti nei mesi invernali, si sono attestati tra i 30 e i 40 mila minuti alla settimana nel bimestre aprile-maggio per poi moltiplicarsi per tre volte con l’inizio di giugno e raggiungere picchi di 140 mila minuti e più all’inizio di luglio. 

Trasporto pubblico/ Fino a quanto è possibile detrarre in dichiarazione dei redditi?

Oltretutto gran parte dei ritardi si concentra nei maggiori mercati nazionali europei che sono tuttavia gli stessi nei quali la ripresa appare più lenta della media, mentre essa favorisce invece i Paesi mediterranei in cui si trovano le principali mete europee delle vacanze estive. Sempre in base ai dati Eurocontrol, nella prima settimana di luglio oltre un terzo dei ritardi si è registrato sui cieli tedeschi e se a esso sommiamo anche quelli francesi superiamo la metà dei ritardi europei complessivi. Eppure la domanda sui cieli tedeschi è solo al 79% di quella dell’estate pre-Covid, oltre un quinto ancora al di sotto. In Italia, invece, nonostante il drastico ridimensionamento dell’offerta avvenuto col passaggio da Alitalia ad ITA, la domanda è già risalita al 92% dei livelli pre-Covid, per fortuna senza che siano emersi i rilevanti ritardi appena ricordati per gli altri Paesi.

Autostrade migliori d’Italia/ Classifica: vince A27 Venezia-Belluno, bocciature a Sud

Che cos’è dunque successo altrove ma non da noi? La spiegazione appare piuttosto semplice: altrove i prestatori di servizi aeroportuali hanno reagito alla caduta della domanda generata dalla pandemia riducendo la propria capacità e il proprio personale, che è stato dunque espulso in via definitiva attraverso licenziamenti. Questo personale non è più recuperabile perché nel frattempo sarà transitato ad altre attività e non ha comunque nessuna intenzione di ritornare a lavorare per chi lo ha mandato via. Inoltre, limitatamente al caso inglese, potrebbe anche aver lasciato il Paese a causa della Brexit qualora non di nazionalità britannica. Invece nel caso italiano l’istituto della cassa integrazione ha permesso di conservare gli occupati in capo ai loro datori di lavoro, che hanno così potuto richiamarli in servizio non appena giustificato dalla ripresa della domanda.

Questa spiegazione non vale per i vettori aerei, dato che la quasi totalità di quelli che servono i cieli italiani sono esteri. In questo caso bisogna dire che tutti i vettori sembrano aver sottostimato il fabbisogno di equipaggi richiesto dagli stessi voli che essi avevano messo in calendario al fine di raccogliere le prenotazioni. 

Sprovveduti od opportunisti? Non vi è dubbio nel propendere per la seconda spiegazione. Sembrerebbe infatti che abbiano messo in vendita più voli di quelli che erano in grado di produrre col personale a disposizione, forse con l’obiettivo di accorpare in seguito diversi voli, una volta incassati i biglietti. Invece la ripresa effettiva della domanda deve essere stata tale che le necessarie cancellazioni di voli programmati non sono senza conseguenze, non riuscendo con facilità i vettori a riprendere a bordo dei voli effettuati tutti i passeggeri di quelli soppressi.

Esaminato il quadro generale del trasporto aereo europeo in questo inizio d’estate è interessante verificare se vi sono differenze significative tra i maggiori Paesi e tra i maggiori vettori, sia di tipo tradizionale che low cost, incluso il nuovo vettore pubblico italiano ITA. Per semplicità di analisi ci limitiamo a una fotografia del trasporto aereo riferita all’ultima settimana disponibile, quella compresa tra sabato 9 luglio e sabato 16 luglio.

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L’ITALIA E IL GAS/ “Il problema non sarà la quantità, ma il prezzo”

martedì, Luglio 19th, 2022

Sul fronte energetico stiamo vivendo giorni molto importanti. Da un lato, come noto, fino al 21 luglio, causa manutenzione, il transito di gas dal Nord Stream 1 è bloccato, e ciò sta creando preoccupazioni per le forniture di un Paese chiave dell’Europa come la Germania, dall’altro, la visita di Joe Biden in Medio Oriente, con la tappa in Arabia Saudita, potrebbe essere cruciale per aumentare la produzione di petrolio e farne calare ulteriormente il prezzo al barile dopo la discesa sotto la soglia dei 100 dollari dei giorni scorsi. Abbiamo fatto il punto della situazione con Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli

A leggere i giornali sembra che il calo del prezzo del petrolio sia da imputare anche al rafforzamento del dollaro che ne scoraggia gli acquisti…

Sicuramente il “superdollaro” ha inciso, ma in questi ultimi mesi vi sono altre variabili generali ben più importanti che pesano sul prezzo del petrolio, che da alcuni giorni è in flessione. Su questo fronte sarà fondamentale l’esito della visita di Joe Biden in Medio Oriente, che ha anche lo scopo di convincere l’Arabia Saudita ad aumentare di oltre 200.000 barili al giorno la produzione petrolifera e far diminuire così anche il prezzo dei prodotti raffinati, visto che negli Stati Uniti la benzina è arrivata a 5 dollari al gallone, un costo altissimo rispetto agli standard americani.

In Europa stiamo invece facendo i conti con una diminuzione dei flussi di gas dalla Russia. Cosa cambia per l’Italia?

Negli ultimi mesi, grazie anche a Eni, sono stati stretti accordi di fornitura molto importanti. E, soprattutto tramite l’aumento dei flussi dall’Algeria, la quota di gas russo sul fabbisogno totale è stata ridotta dal 40% al 25%. Non dovrebbero quindi esserci problemi per il nostro Paese sia per l’estate che per l’inverno. La Germania è sicuramente in una situazione più difficile.

Anche perché deve fare i conti con un blocco totale dei flussi del Nord Stream 1.

Se lo stop dovuto alla manutenzione dovesse protrarsi oltre il 21 luglio sarebbe sicuramente anomalo. Anche perché quando ci sono stati interventi in passato i flussi non si sono fermati del tutto, ma sono in parte transitati tramite diramazioni alternative.

A parte la situazione particolare della Germania, sul fronte del gas l’Italia è quindi messa meglio di altri Paesi europei?

L’Italia è il Paese messo meglio in Europa sia per la sua collocazione geografica, che le consente di sfruttare le vie marittime, sia per la capacità di stringere accordi con gli Stati produttori. Anche se i nostri stoccaggi non sono ancora al 100%, è probabile che con il gas che stiamo importando, tramite un’azione di mutuo soccorso, andremo in aiuto di altri Paesi che hanno grosse problematiche.

L’Italia potrebbe quindi avere un ruolo di primo piano in una sorta di solidarietà europea sul fronte del gas?

Certamente. L’Italia si candida a essere hub energetico del Mediterraneo, ad avere un ruolo primario come ponte di forniture verso l’Ue, grazie anche a eccellenti rapporti con l’Africa e il Medio Oriente.

Riusciremo a sfruttare questa posizione per avere solidarietà su altri fronti? 

Questo bisognerebbe chiederlo al presidente del Consiglio, che però in questo momento ha anche altri problemi a cui pensare. Certamente, come del resto sta facendo ogni Stato, dovremo prima pensare a far fronte alle nostre problematiche e poi guardare all’Europa.

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