Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Nessun accordo sui licenziamenti. Il blocco per settori non convince

giovedì, Giugno 10th, 2021

di CLAUDIA MARIN

Il lavoro in Italia

Sono cinque i settori produttivi per i quali il governo ipotizza, sempre più concretamente, il blocco selettivo dei licenziamenti. La lista allo studio, le cui aziende verranno identificate attraverso il sistema dei codici Ateco, comprende i comparti del tessile–abbigliamento, calzaturiero, elettrodomestici, parte dell’automotive e parte della chimica. Ma, almeno per il momento, la mediazione non decolla, perché i partiti della maggioranza restano divisi e Mario Draghi non vuole agire in assenza di un accordo politico che regga in Parlamento. Certo è che la soluzione indicata, da attuare in Parlamento attraverso un emendamento al Decreto Sostegni Bis, potrebbe raffreddare il nodo più avviluppato di queste settimane.

Per effetto del decreto, dal 1° luglio, le aziende di manifattura e costruzioni usciranno dalla cig Covid-19 e non avranno più divieti automatici di licenziare. Le imprese ancora in difficoltà, tuttavia, potranno tornare ad accedere alla cassa integrazione ordinaria o straordinaria, senza pagare i contributi addizionali fino al 31 dicembre. Solo per costoro, vale a dire per le realtà che utilizzeranno questa cig “scontata”, si allungherà il divieto di licenziamento per tutta la durata in cui fruiranno della cassa integrazione. Con il blocco selettivo, invece, per i cinque settori varrebbe il il divieto, a prescindere dal nesso con la cassa integrazione.

Per servizi, commercio, ristorazione piccole e medie imprese lo stop scade il 31 ottobre. Fin qui il merito. Il problema è che per arrivare a questo compromesso i partiti, i sindacati, le imprese e il governo devono fare nuovi passi in avanti. Dopo gli incontri, nei giorni scorsi, di Mario Draghi con i leader sindacali, ora si attendono dunque le mosse dell’esecutivo, che potrebbero concretizzarsi in una convocazione delle parti sociali da parte dello stesso premier a Palazzo Chigi o al ministero del Lavoro con il ministro Orlando.

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Green pass e vaccini in vacanza, sì di Figliuolo: «Le dosi saranno bilanciate»

giovedì, Giugno 10th, 2021

di Francesca Basso

Green pass e vaccini in vacanza, sì di Figliuolo: «Le dosi saranno bilanciate»

Domani toccherà al Consiglio dare il via libera definitivo al certificato digitale Covid dell’Ue. Poi l’ultimo passaggio formale: la pubblicazione del regolamento in Gazzetta Ufficiale per l’entrata in vigore e l’applicazione immediata dal primo luglio. A quel punto il Covid pass dovrà essere riconosciuto da tutti i 27 Paesi Ue. Ieri sono stati comunicati i risultati della votazione con cui la plenaria dell’Europarlamento, a Strasburgo, ha dato a sua volta a larga maggioranza semaforo verde: 546 sì, 93 no e 51 astensioni

Il Covid pass permetterà di ripristinare la libera circolazione nell’Unione dopo che nei mesi scorsi gli Stati membri hanno introdotto misure restrittive per contenere il diffondersi del virus. Il regolamento prevede che i Paesi Ue non impongano ulteriori limitazioni di viaggio ai titolari dei certificati, come quarantena, autoisolamento o test, salvo che non siano necessarie e proporzionate per salvaguardare la salute pubblica. Non bisogna dimenticare, però, che su salute e confini gli Stati membri hanno competenza esclusiva e non vi hanno rinunciato. Potranno introdurre nuove misure restrittive, ma dovranno essere notificate con 48 ore di anticipo agli altri Stati membri e alla Commissione, mentre i cittadini dovranno essere informati con un preavviso di 24 ore. Dunque prima di partire è bene controllare cosa richiede il Paese di destinazione fino alla vigilia del viaggio. Il Covid pass dell’Ue non va considerato come un documento di viaggio e non costituisce una condizione preliminare per la libera circolazione.

L’obiettivo del certificato, che potrà essere in forma digitale o cartacea, è semplificare la vita di chi si muove da uno Stato all’altro ma soprattutto far ripartire la stagione turistica in sicurezza perché contiene informazioni sulla salute del viaggiatore in merito al Covid: se è stato vaccinato, se è guarito dalla malattia o se ha effettuato un test risultato negativo nelle 48 ore antecedenti alla partenza. In questa direzione va anche la decisione del commissario straordinario Francesco Figliuolo, che ha aperto alla possibilità in casi eccezionali di completare la vaccinazione anche in vacanza.

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Lavori senza candidati? Il caso Sammontana: cerca 350 stagionali, si presentano in 2.500

mercoledì, Giugno 9th, 2021

La retorica del «non si trovano» è diventato un vero e proprio genere letterario. Imprenditori e associazioni di categorie che lamentano la mancanza di figure professionali e, peggio, di candidati. «Il lavoro c’è – dicono – ma non si trovano lavoratori». Poi l’azienda di gelati Sammontana offre 350 posti di lavoro stagionali e arrivano ben 2.500 candidature.

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Come ha spiegato a Il Tirreno Rossano Rossi, segretario generale della Cgil di Lucca e delegato sindacale della Sammontana: « Il motivo? È un’azienda seria — ha spiegato — riconosce i diritti ai suoi lavoratori e, ogni mese, dà ai suoi dipendenti uno stipendio medio che consente loro di vivere in modo dignitoso. Questa vicenda smonta, qualora ce ne fosse bisogno, la narrazione secondo cui la mancanza di lavoratori stagionali è causata dal Reddito di cittadinanza, o peggio dalla pigrizia delle nuove generazioni. Una bufala colossale cavalcata persino da qualche illustre esponente politico e rilanciata in modo acritico da alcuni mezzi d’informazione».

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Prezzo benzina e diesel, l’impennata dopo il lockdown: ecco la stangata sui carburanti

mercoledì, Giugno 9th, 2021

Nuova fiammata dei prezzi dei carburanti. I prezzi – secondo i dati del Mise relativi alla scorsa settimana – della benzina hanno raggiunto la media di 1,599 euro: quasi 1,6 euro al litro. Si tratta di un incremento del 9,02% rispetto alla settimana precedente. Il gasolio si attesta a 1,45 euro al litro, in aumento del 9,57% su base settimanale. La benzina viaggia ai massimi da luglio 2019, mentre il prezzo del diesel è il più alto da febbraio 2020.

Dati che le associazioni dei consumatori guardano con forte preoccupazione. “Gli aumenti dei listini dei carburanti impatteranno sulle tasche delle famiglie italiane determinando, solo per i maggiori costi di rifornimento, una stangata da 6,5 miliardi di euro a carico dei cittadini”, afferma Assoutenti. “Ogni singola famiglia deve mettere in conto una maggiore spesa annua pari a +267 euro in caso di auto a benzina, +230 euro per le auto diesel”, spiega il presidente Furio Truzzi.

Le cause del forte incremento sono essenzialmente due. La prima è legata all’allentamento delle restrizioni legate al Covid: ci si sposta di più e di conseguenza serve più carburante. A una maggiore domanda, quindi, segue un aumento dei prezzi. Il secondo motivo è legato invece alla dinamica delle materie prime. Da diversi mesi si sta assistendo a un deciso balzo dei prezzi legato alla pandemia che ha causato diverse difficoltà di approvvigionamento di acciaio, alluminio, ma anche legno, e altre materie prime. Anche i prezzi del greggio hanno subito una forte impennata.

La febbre da materie prime – e i relativi rincari – non sembra destinata a scendere. E per l’Europa la situazione potrebbe complicarsi in vista di una nuova mossa della Cina. “Fonti di mercato mi riferiscono come la Cina sia in procinto di varare un dazio sull’export acciaio”, ha detto a LaPresse Gianclaudio Torlizzi, direttore generale della società di consulenza finanziaria T-Commodity, spiegando che la mossa cinese, “accompagnata all’estensione da parte dell’Ue delle quote all’import, acuirà la già elevatissima tensione nel mercato europeo” e “aumenterà la già tesissima carenza di acciaio che c’è in Europa, considerato anche che in Italia rimane forte l’incertezza sull’ex Ilva e l’impianto di Magona a Piombino”.

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La riforma del Fisco secondo i partiti, meno tasse per chi guadagna fino a 55 mila euro

mercoledì, Giugno 9th, 2021

di Enrico Marro

Possibile l’intesa sul taglio delle tasse per i ceti medi

Ancora l’altra sera, il ministro dell’Economia, Daniele Franco, in audizione alla Camera, ha confermato che il governo presenterà entro la fine di luglio il disegno di legge delega per la riforma del fisco e che questo si ispirerà alle conclusioni dei lavori delle commissioni Finanze di Camera e Senato, che hanno svolto ben 61 audizioni tra esperti del settore, istituzioni nazionali e internazionali e ora si accingono a terminare i lavori. Ecco perché sono importanti i documenti con le proposte di riforma che ciascun gruppo politico ha appena depositato. Essi sono la base per il difficile e delicato compito che attende i presidenti delle due commissioni, rispettivamente Luigi Marattin (Italia viva) e Luciano D’Alfonso (Pd), che cercheranno di arrivare a un documento conclusivo di sintesi che possa raccogliere il consenso della maggioranza; complicato per una coalizione che va dalla Lega a Liberi e uguali. Ma, come dice Marattin, un’occasione unica per il Parlamento, che si lamenta sempre dello strapotere del governo, di incidere, con una riforma attesa da tanti anni e decisiva per il rilancio dell’economia. Dopo aver letto i documenti presentati da tutti i gruppi, viene da concludere che il successo o meno dell’operazione dipenderà dalle scelte politiche dei partiti, in particolare Lega e 5 Stelle, più che dalle distanze sui contenuti, che pure sono forti. In sostanza, se la scelta sarà di mandare avanti il governo Draghi e di fargli fare un salto di qualità con una riforma storica, si potrebbe arrivare a una legge che ruoti intorno al ridisegno delle aliquote e degli scaglioni dell’Irpef per alleggerire il prelievo sui ceti medi (28-55mila euro), volontà che si ritrova in tutti i documenti, sia pure declinata in modo diverso, e che è nel programma dello stesso governo. Se invece le tensioni nella maggioranza saliranno, sarà facile far prevalere gli elementi di scontro, perché resta comunque il fatto che nei documenti ciascun partito ha confermato le proprie scelte identitarie. La Lega con l’obietivo della flat tax, il Pd con l’aumento delle tasse di successione, Leu con la patrimoniale sui più ricchi e così via. C’è poi un problemino di non poco conto: tagliare le tasse costa e tanto. Molti documenti tralasciano questo punto. Ma non potrà fare altrettanto il governo.

Scaglioni Irpef, il salto dal 27 al 38%

Partendo dal centrosinistra, il Pd è per ridurre l’Irpef sui primi tre scaglioni di reddito, cioè fino a 55mila euro, tagliando il differenziale di aliquota (dal 27% al 38%) tra il secondo (15-28mila euro) e il terzo (28-55mila), ma senza dire di quanto. In alternativa, il modello tedesco: «una funzione matematica continua» di prelievo commisurata al reddito. I 5 Stelle propongono di ridurre le aliquote da 5 a 3: 23% fino a 25mila euro, 33% da 25mila a 55mila, 43% oltre. Anche Italia viva prospetta la modifica delle aliquote per i redditi tra 28mila e 55mila euro. Leu è per il modello tedesco: con 40mila euro di reddito si risparmierebbero 2.245 euro di Irpef. Nel centrodestra, la Lega conferma l’obiettivo della flat tax (aliquota unica). Nel frattempo propone la «flat tax incrementale»: un prelievo del 15% sui redditi in più dichiarati sull’anno precedente e di attenuare lo scalone tra seconda e terza aliquota (27-38%). Forza Italia propone 3 aliquote (15-23 e 33%) con quella del 23% tra 25mila e 65mila euro come fase di passaggio verso la flat tax. Anche Fratelli d’Italia è per 3 aliquote, estendendo quella del 27% ai redditi fino a 55mila. Anche Fi e FdI sono per la flat tax incrementale.

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La global tax sfida di civiltà

mercoledì, Giugno 9th, 2021

Paolo Gentiloni

Le crisi globali spesso aprono la strada a importanti riforme. Gli accordi che disciplinano il sistema monetario e il commercio internazionale furono raggiunti sulla scia della Seconda guerra mondiale. Le caratteristiche principali dell’attuale sistema di tassazione sulle società risalgono addirittura a un secolo fa. Oggi le conseguenze del Covid-19 creano una grande occasione per la riforma di questo sistema. Il costo della pandemia e della ricostruzione delle nostre economie sarà pari a migliaia di miliardi di euro. E tutti devono pagare la propria parte, a partire dalle multinazionali che hanno beneficiato dell’aumentata digitalizzazione nella stagione dei lockdown. Servono risorse aggiuntive anche per finanziare riforme e investimenti legati alla transizione climatica. La crisi è dunque un’opportunità per cambiare. Ma l’impatto non sarebbe stato sufficiente per avviare la riforma della tassazione globale senza la posizione assunta dagli Stati Uniti. L’impegno risoluto e costruttivo di Washington, espresso da Janet Yellen al G7 di Londra e in altre discussioni svoltesi virtualmente negli ultimi mesi, è stato una boccata d’aria fresca dopo l’ostruzionismo dell’amministrazione Trump. Si tratta di uno dei segnali più evidenti e positivi del ritorno degli Stati Uniti a una visione multilaterale. L’accordo del G7 riguarda innanzitutto la nuova ripartizione delle tasse pagate dalle multinazionali più grandi e redditizie al mondo. Queste imprese pagheranno le imposte nel luogo in cui sono realizzati i loro profitti e non solo nel luogo in cui hanno stabilito le proprie sedi. Il G7 ha convenuto che ciascun Paese dovrà essere in grado di tassare almeno il 20% dei profitti (eccedenti un margine del 10%) generati da attività svolte nei propri confini nazionali.

Per quanto riguarda l’imposta minima globale per le imprese, è stato raggiunto un accordo su un’aliquota effettiva di almeno il 15 % in ciascun Paese. Il G7 ha sottolineato la necessità di un accordo in parallelo su entrambi questi pilastri e l’importanza di lavorare per raggiungerlo nella prossima riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, che si terrà a Venezia il 9 e 10 luglio. È stata inoltre raggiunta un’intesa di principio su quella che è diventata una delle principali fonti di discordia transatlantica: il futuro delle tasse sui servizi digitali introdotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei.

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Licenziamenti bloccati, battaglia sui numeri, ma il lavoro è ripartito

mercoledì, Giugno 9th, 2021

LUCA MONTICELLI

Dai 70 mila dell’Upb al mezzo milione dei sindacati: sono le stime che si rincorrono sui posti di lavoro a rischio con lo sblocco dei licenziamenti. L’Ufficio parlamentare di Bilancio vede nella scadenza del 1° luglio «conseguenze relativamente limitate, con 70 mila lavoratori che potrebbero perdere l’impiego, concentrati quasi esclusivamente nell’industria». Nelle costruzioni, invece, l’Upb vede una ripresa già in corso e un aumento di contratti sia a termine sia a tempo indeterminato. Le aspettative di crescita – sottolinea l’Authority dei conti pubblici nella memoria al Decreto Sostegni bis depositata alla Camera – favoriranno soprattutto i giovani «che nei mesi scorsi hanno visto venire meno le opportunità di impiego». Che lo sblocco dei licenziamenti possa favorire proprio i giovani, tra i più colpiti dalla crisi a causa del taglio dei precari, è un ragionamento condiviso dalla Commissione Ue. Ci si interroga spesso su quanti disoccupati potrebbe produrre la fine del divieto di licenziare, dimenticando che nell’anno della pandemia l’Istat ha rilevato 945 mila occupati in meno.

Quante altre persone potrebbero essere lasciate a casa nei prossimi mesi? Le schermaglie tra associazioni datoriali e sindacati proseguono anche a colpi di cifre. Il leader degli industriali Carlo Bonomi quantifica gli esuberi in 100 mila unità su oltre quattro milioni di addetti nei settori dell’edilizia e dell’industria; eppure in un recente rapporto Confindustria-Cerved spicca un numero più che triplo. Nel documento pubblicato il 28 maggio, viale dell’Astronomia prevede una perdita di posti di lavoro tra dicembre 2019 e fine 2021 «di circa 1,3 milioni di unità, pari all’8,2% del totale dei 16 milioni di addetti nelle imprese prima dell’emergenza». Un dato che Confindustria definisce «vicino» a quello Istat, peccato che una rilevazione del genere l’Istituto nazionale di statistica non l’abbia mai fatta. Se l’Istat ad aprile ha stabilito 945 mila occupati in meno, Confindustria da qui a dicembre ne immagina altri 355 mila. I sindacati hanno rilanciato la previsione di 577 mila esuberi, diffondendola come una elaborazione della Banca d’Italia. Da Palazzo Koch hanno tenuto a precisare che i dati a loro disposizione evidenziano nel 2020 il salvataggio di 440 mila posti grazie al blocco dei licenziamenti e alle misure varate per frenare la recessione.

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Estate 2021: turismo, Garavaglia sfida Speranza. “Troppi paletti ci danneggiano”

martedì, Giugno 8th, 2021

di RAFFAELE MARMO

Il green pass? “Fosse per me dovrebbe partire domani e, comunque, dovremmo fare almeno come Francia e Spagna per non perdere i flussi turistici di queste settimane e le prenotazioni dei prossimi mesi. La posizione del Cts e del Ministero della Salute è troppo cauta e ingiustificata“. Dal primo forum in presenza post-pandemia (una sorta di prima edizione della Cernobbio del Sud), organizzato da Bruno Vespa nella sua Masseria Li Reni a Manduria, è il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, a lanciare l’avviso: “Porrò il caso al prossimo Consiglio dei Ministri”. Ma non è il solo annuncio che arriva dalla kermesse pugliese: “Stiamo dando vita a una banca dati sulla ricettività, con l’obiettivo di contrastare l’abusivismo e di tracciare i flussi per migliorare l’offerta”.

Ministro, le regole attuali, per chi voglia venire in Italia, sono una babele incomprensibile con ostacoli che frenano ogni desiderio del Belpase.

“È vero. Ci sono regole delle quali non si comprende più la ragione: perché coloro che sono vaccinati devono fare il tampone o accettare la quarantena per venire in Italia? E perché i tamponi devono essere fatti al massimo 48 ore prima e non 72 come fanno altri Stati? Non si capisce, ancora, perché la Francia o la Spagna abbiano già deciso di far entrare tutti i vaccinati senza altre incombenze e noi stiamo qui ad attendere il green pass europeo?”.

Le stesse domande le ha fatte al ministro della Salute, Roberto Speranza?

“Ho posto il problema di anticipare le regole del green pass europeo anche da noi, il prima possibile. E lo porrò di nuovo al prossimo Consiglio dei ministri. Ogni atteggiamento cauto in questo ambito del Cts e del Ministero della Salute è, a questo punto, ingiustificato dai dati della pandemia. Anche perché con Paesi extra-europei, come gli Stati Uniti, possiamo fare accordi bilaterali, ma in Europa no. Possiamo solo agire come Francia e Spagna, ed è quello che dobbiamo fare in fretta”.

Il rischio, in caso contrario, quale è?

“Di perdere non solo il mese di giugno, ma di mettere a repentaglio anche le prenotazioni di luglio. E, proprio ora che stiamo recuperando sul terribile 2020, come ci dicono per esempio dalle ricerche sull’Italia su Google, sarebbe drammatico”.

Dal green passa alla banca dati della ricettività: che cosa è?

“Abbiamo concordato con le regioni di realizzare una banca dati nazionale della ricettività. Si tratta di uno strumento sul quale si devono registrare le strutture ricettive operanti nel Paese e i turisti che vi vengono ospitati. Le strutture avranno un codice di registrazione con il quale potranno operare sulle piattaforme online, con le quali stiamo facendo accordi. Questo flusso di dati sarà utile a molteplici fini: darà la possibilità di predisporre offerte mirate anche nella chiave della destagionalizzazione. Ma, innanzitutto, permetterà di contrastare con efficacia il fenomeno dell’abusivismo ricettivo. Insomma si farà un po’ di pulizia nel settore a vantaggio della stragrande maggioranza degli operatori che operano rispettando le regole fiscali e della sicurezza”.

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Orlando: blocco selettivo dei licenziamenti, in arrivo più fondi per le imprese in difficoltà

martedì, Giugno 8th, 2021

Carlo Bertini

ROMA. Nel grande salone del Nazareno, dove da un’ora è in corso l’incontro dei vertici dem con i segretari di Cgil-Cisl e Uil, sta parlando Beppe Provenzano, quando Maurizio Landini gela tutti leggendo un whatsapp che gli conferma la notizia della scomparsa di Guglielmo Epifani. Letta è attonito, lo stesso Landini sbianca, in sala alcuni piangono e la coincidenza di questa tragica notizia – di un ex segretario della Cgil e del Pd che viene a mancare proprio in questa giornata – lascia tutti di sasso. E la riunione viene sospesa. La giornata sindacale termina in questo clima luttuoso.

E anche sulle prospettive l’aria è plumbea, malgrado il governo, Orlando in testa, stia provando a mantenere il blocco dei licenziamenti che assilla i sindacati, per le filiere in sofferenza, come il tessile; e di lasciare la scadenza del 30 giugno per il manifatturiero, la grande industria.

Ma se non ce la farà, si fa strada l’ipotesi di aumentare la dotazione per le imprese. Non a caso il ministro dell’Economia, Daniele Franco, annuncia alla Camera, che «il conguaglio estivo è al momento finanziato con 4 miliardi, che verrebbero distribuiti al termine dell’estate sulla base dei risultati di esercizio. Ma potrebbero aumentare». Ovvero, «è possibile vi sia una cifra che vada oltre quella stanziata per estendere l’intervento per le partite Iva sulla base del risultato d’esercizio dai 10 ai 15 milioni di fatturato». Detto questo, la stima di rialzo del Pil è più alta del previsto, oltre il 4,5%. Quindi buone notizie, malgrado tutto. E sui licenziamenti il ministro è ottimista. «Non ne prevedo una valanga, ma il governo monitora la situazione e per qualunque situazione di tensione, il governo è pronto a intervenire». Pressing di Pd e 5stelle

Nell’ora di riunione prima dello choc per Epifani, Enrico Letta ha già detto la sua, schierandosi a fianco dei lavoratori e i sindacati hanno spiegato le loro preoccupazioni, legate al fattore tempo: il decreto Sostegni bis con le norme sul blocco dei licenziamenti plana in Parlamento a metà luglio e il rischio è di avere un doppio regime, spiega il segretario della Uil, Bombardieri: perché dal 1° luglio scatta comunque il blocco. Quindi la strada degli emendamenti per il blocco è preclusa, malgrado il pressing di Pd e 5stelle, che promettono emendamenti in Parlamento. Ecco il problema. «Pensare che dai primi di luglio in pandemia ancora aperta si possa tranquillamente andare a licenziare è un errore grave», si infervora Landini. Tanto da chiedere a Draghi una convocazione urgente.

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Il ministro Cingolani: «Nel 2050 l’Italia sarà libera dal carbone. Sì alla mobilità elettrica»

lunedì, Giugno 7th, 2021

Giovanni Tomasin

TRIESTE «Dobbiamo mettere in piedi un piano colossale che equivale a spendere 100 milioni al giorno per cinque anni». Questa la sfida che il Recovery Plan mette innanzi all’Italia, così come l’ha sintetizzata ieri il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, intervistato dal direttore della Stampa Massimo Giannini durante l’evento l’Alfabeto del futuro.

Il fulcro della scommessa, ha spiegato il ministro, sarà proprio la transizione ecologica, che occuperà circa il 40% degli investimenti: «L’obiettivo primario è accelerare sulle rinnovabili. Nei prossimi 10 anni dobbiamo arrivare a circa 70 miliardi di watt rinnovabili. Se riusciremo a fare questo, potremo avviare le necessarie azioni di decarbonizzazione dell’industria e di mobilità elettrica». Attraverso il Recovery il Paese verrà incanalato su questa rotta, ha assicurato Cingolani: «Poi avremo altri 25 anni per arrivare alla decarbonizzazione zero nel 2050».

Un movimento di lungo periodo, quindi, che per Cingolani si muoverà su «tre grandi azioni»: «Una è diretta, ovvero abbattere l’uso di carburanti fossili e sostituirli con sorgenti rinnovabili». Poi, ha proseguito, c’è «una forma di risparmio»: «Tutte le iniziative che efficientano i nostri sistemi, dal recupero delle facciate a rendere le case meno dispersive, contribuiscono ad abbattere i gas serra». Ciò porta alla terza linea, «la produzione passiva del sistema»: «Investire nell’ambiente significa recuperare la salute del mare, delle terre verdi, dei nostri campi. E quindi aumentare la nostra resilienza». In questo ambito non c’è spazio per un recupero del nucleare: «Noi abbiamo dei referendum che dicono no e quindi il nucleare non si fa. In fondo mezzo mondo sta dismettendo le centrali nucleari per questioni di costi e pericolo. In questo momento la Francia, accompagnata da alcuni stati dell’Europa orientale, stanno esplorando l’ipotesi di ottenere il bollino verde per l’energia nucleare dei micro reattori di 4 generazione. Sarebbe complicato. Noi facciamo grandi sforzi per le rinnovabili, poi si rischia che qualcuno venda energia nucleare bollinata verde. Se ne dovrà discutere in sede europea».

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