L’emozione di (ri)vedere il mio commissario Ricciardi

L’epoca di Ricciardi del resto non è facile. Sono anni in cui una spietata crisi economica ha lasciato dietro di sé macerie e sofferenza, ma in cui serpeggia un desiderio animale di rivalsa e sopravvivenza ad ogni costo. Padri e madri con schiere di figli affamati ai quali provvedere, aristocratici terrorizzati dal poter perdere anche solo frammenti di privilegi acquisiti per sangue, nuovi ricchi determinati a raggiungere le vette del potere. E una politica che evolve velocemente in regime, inseguendo una pretesa di grandezza che non potrà, in un futuro vicino, fare a meno delle armi. Eppure la città mantiene una sua dignità nella miseria, con valori forti e imprescindibili, la famiglia, l’onore, la religione, la stessa patria.

Su tutto questo, due emozioni fortissime ed egoiste che si fondono e si contrappongono come le onde del mare, alleandosi per dar luogo a delitti di difficile comprensione: la fame e l’amore. Sono i nemici di Ricciardi, che ha il dono e la condanna di ascoltare le ultime parole dei morti di morte violenta, incessantemente ripetute nel luogo dove la fine della vita è avvenuta. È bello rivederlo, anche se solo su uno schermo. È un vecchio, caro amico con un carattere strano. Spero gli vogliate bene, come gliene voglio io.

CORRIERE.IT

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