Caos Roma: il Pd (senza nomi) spera che la Raggi si schianti

Laura Cesaretti

Con Virginia Raggi asserragliata nel bunker insieme agli ostaggi del Movimento Cinque stelle e pronta alla ricandidatura modello kamikaze, la partita del Campidoglio diventa un incubo per il Pd.

Dopo anni di cura grillina e di rastrellamenti giudiziari, la Capitale è ridotta ad un tale cumulo di macerie tra cui impazza l’anarchia che trovare qualcuno disposto a farsi carico di ricostruirla sembra un’impresa impossibile. I big su cui il Nazareno ha provato a puntare per ora si sono tutti defilati: Enrico Letta, David Sassoli, Marianna Madia, Roberto Gualtieri, l’ex prefetto Gabrielli. Nessuno vuol rischiare l’osso del collo tra cumuli di immondizia, strade dissestate, autobus in fiamme, guerre per bande.

Senza contare che il surreale blitz della Raggi ha fatto saltare i piani di chi, tra i Dem, continua a coltivare il sogno di una grande alleanza dalle magnifiche sorti e progressive con i grillini, a livello nazionale ma anche locale, visto che il prossimo anno – oltre che a Roma – si voterà anche a Torino (con la più prudente Appendino in fuga dal bis per evitare la sicura trombatura), Milano (con Sala che già cerca l’aiutino di Beppe Grillo), Napoli. Ma l’ostacolo Raggi è insormontabile: persino i più spregiudicati tra i dem si rendono conto che anche solo ipotizzare un appoggio alla sindaca uscente, una sorta di Attila in gonnella, sarebbe un suicidio. Dietro le quinte si tratta ancora, per spingere l’apparato grillino a far fuori la sindaca (magari grazie al solito voto pilotato di Rousseau, o trovandole uno strapuntino). Se no, non resta che sperare che Virginia si schianti da sola al primo turno: «Tanto non arriverà neppure al 10%», assicurano al Nazareno, per poi giocarsela al ballottaggio con il centrodestra. Con l’auspicio che almeno una parte dei residui elettori M5s convergano sul candidato dem.

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