Giuseppe Conte, un sincero dem

“E’ incredibile – sbotta uno dei colonnelli – è in difficoltà con il Pd e non tiene minimamente conto di noi. La roba di Forza Italia è inaccettabile”. Perché dopo l’apertura di Silvio Berlusconi a ipotesi di maggioranze alternative (apertura che non dispiace affatto al Nazareno), Conte ha teso la mano agli azzurri: “Forza Italia è la forza politica più responsabile e dialogante”. Apriti cielo. “Lui sa di avere un futuro solo se si pone come indispensabile in un nuovo campo largo della sinistra, ed è quello che sta facendo, altro che prendere la nostra tessera”, attacca un parlamentare.

Un’analisi non del tutto peregrina. Incontrando i cronisti poco dopo il premier sulle regionali ha tratteggiato la bozza di un disegno politico di lungo periodo: “Noi come maggioranza perseguiamo un progetto di rilancio del paese. Non sarebbe giusto in sede territoriale non tenerne conto”. E’ la giornata della ricucitura con il Pd, operazione che sembra andata a buon fine. Per farlo il presidente si è avventurato in una passeggiata al centro di Roma, in favor di cronisti. Ha stretto mani, salutato bambini e signore, si è fermato artatamente a rispondere a domande, condividendo sulla propria pagina Facebook un “punto stampa” improvvisato in mezzo alla strada, una gran ressa di giornalisti e curiosi di passaggio, un’operazione studiata ad arte per dargli modo di rispondere e uscire dall’angolo in cui ieri sembrava essere finito. 

Zingaretti spiega che è stato un “positivo incontro di chiarimento dopo le incomprensioni”, che “rispettando le autonomie dei territori è giusto provare a costruire progetti unitari e condivisi nelle regioni” e che “il Pd è il primo sostenitore della sburocratizzazione dello Stato e della semplificazione”.

Una sponda importante sulla strada di un provvedimento che assomiglia sempre più a una via crucis. “Non è togliendo le regole che il sistema funziona meglio”, è andato dritto al punto Francesco Merloni, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione proprio mentre era in corso l’ennesimo round negoziale a Palazzo Chigi. La diligenza del decreto Semplificazioni stava subendo l’assalto dei partiti di maggioranza quando il premier ha sbottato: “Se pensate a un provvedimento annacquato allora meglio non portarlo in Consiglio dei ministri”.

La terza giornata di vertice si è conclusa con una fumata nera. Il decreto è passato al vaglio del pre Consiglio dei ministri, per risolvere i problemi tecnici. Politicamente in campo i nodi sono gli stessi da tre giorni. Il condono, che è stato cestinato, ma che secondo Leu nel testo riaffiora in alcune deroghe, la riforma dell’abuso di ufficio sulla quale Iv ha tirato su un muro, l’iter per velocizzare le grandi opere, gli eventuali commissari per portarle avanti e i relativi poteri, che lasciano perplesso il Pd. In ballo un Cdm tra venerdì e domenica, la deadline di giovedì inizialmente prevista dal presidente è saltata.

All’orizzonte la grana del Mes. La posizione è quella di sempre, la decisione arriverà alla fine del negoziato complessivo (traduzione: a settembre), ma un passetto è stato fatto in direzione di Zingaretti dopo il gelo di ieri, con l’ammissione che ”è legittimo in questo momento aprire un dibattito pubblico e esprimere varie sensibilità” e che “si dovrà valutare la posizione di tutti”. I 5 stelle schiumano rabbia, con il Pd c’è stata una schiarita, le semplificazioni forse arriveranno per decreto, di sicuro non riguarderanno la maggioranza.

L’HUFFPOST

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