5 Stelle, chi ha vinto e chi ha perso con il voto su Rousseau? La mappa del potere nel Movimento

Bilancio agrodolce
Davide Casaleggio paga forse il prezzo più alto. Chi lo conosce sa bene quanto la figura di Gianroberto influenzi ancora il suo comportamento e le sue decisioni. Certo, una giornata in cui «tutto il mondo ha aspettato la pronuncia di Rousseau», come ha detto Di Maio, avrebbe reso fiero suo padre, che teorizzava una Rete «pervasiva, capace di cambiare le relazioni tra le persone e le composizioni dei governi». Ma Casaleggio senior immaginava anche il suo M5S come «funzionale» alla distruzione del Partito democratico, concetto ribadito nero su bianco, in opere e interviste. «Una alleanza con il Pd? Se dovesse accadere, uscirei subito dal Movimento». Anche per questo lascito paterno, l’unica dichiarazione pubblica di Davide dopo l’inizio della crisi innescata meno di un mese fa da Matteo Salvini puntava dritta alle elezioni. L’erede invece ha finito per sconfessare se stesso e suo padre, nel nome della ragion pratica e della necessità di impedire l’implosione del Movimento.

A denti stretti
Neppure ieri, a giochi fatti, Luigi Di Maio è riuscito a dire che il M5S farà il nuovo governo con il Partito democratico. Proprio non gli veniva. Una sola citazione, di sfuggita, in una conferenza stampa colma invece di rimpianto per quel che è stato. Parlava da uomo ferito, il capo politico del Movimento, come un amante tradito che ancora non riesce a farsene una ragione. La sua unica consolazione è stata proprio quel proscenio, prova del fatto che non gli verrà subito chiesto il conto dell’alleanza fallita con la Lega, a lui più congeniale di quella che sta per essere varata per inclinazione politica e affinità umana. La messinscena di Rousseau gli consente di nascondere la sua contrarietà al Pd dietro la volontà quasi bulgara degli iscritti alla piattaforma, e lui ha cominciato a fare i compiti con un discorso che è stato un primo tentativo di riprendersi la scena. Avrà ancora un ruolo importante, ma la sensazione diffusa, dentro e fuori il M5S, è che per lui il meglio sia passato.

L’eterna risorsa
Il suo gemello diverso, Alessandro Di Battista, ex guevarista diventato l’ultimo giapponese dell’alleanza con la Lega, sembra avere un grande avvenire dietro le spalle. Il suo fascino presso la base penta stellata risulta in picchiata. Da asso nella manica a eterna «risorsa» poco utilizzata il passo è davvero breve. Non si annunciano tempi luminosi per quella parte di M5S schierata in modo esplicito per un ritorno tra le braccia di Salvini.

Vincitori a tempo
Eppur si è mosso. Dopo tanto tergiversare, Beppe Grillo ha battuto un colpo, dimostrando in modo netto, come sia sempre lui il più amato del M5S, l’unica persona che i militanti seguirebbero ovunque. Per la prima volta in questi anni da Cincinnato, si è messo in gioco con convinzione. Questo nuovo inizio, che in qualche modo riporta il M5S nell’alveo movimentista dove era stato concepito, ha un solo padre. Piaccia o non piaccia a quanti nel Movimento avevano interesse a sminuire il suo peso, il vincitore assoluto è lui. Il vero lavoro per Grillo comincia adesso, e chissà se l’Elevato e i suoi sbalzi d’umore avranno voglia di occuparsi a tempo pieno del vuoto di potere che si sta creando nel M5S. Il possibile riempitivo sarebbe l’ala sinistra, figura mitologica che in realtà nessuno ha mai visto. Roberto Fico ne è considerato il capo, ma fino ogni volta che contava ha sempre taciuto, fingendosi morto. Il momento per dare qualche segno di vita è arrivato. A sostenerlo nell’impresa, Fico troverà la truppa parlamentare, i peones che si erano schierati a testuggine contro il ritorno alle urne lanciando velati messaggi di ribellione. La loro ferrea volontà non dipende dal ragionamento politico, quanto piuttosto dall’istinto di conservazione. Ma per un Movimento che si proponeva di abolire la democrazia parlamentare, è comunque un notevole contrappasso.

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