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Agnelli lancia l’allarme: “Il calcio è al bivio, rischiamo di implodere”

lunedì, Marzo 8th, 2021

GIANLUCA ODDENINO

TORINO. Non è la prima volta e non sarà l’ultima, ma Andrea Agnelli lancia un potente allarme sullo stato di salute del calcio europeo. Alla vigilia delle cruciali sfide di Champions, il numero uno della Juventus interviene a gamba tesa da presidente dell’Eca (l’associazione che riunisce i club europei) durante la 25a assemblea generale. «Non abbiamo ancora i tifosi negli stadi – così Agnelli da Torino ha introdotto i lavori generali di una riunione svolta virtualmente – e i giocatori sono spinti oltre i loro limiti fisici, visto che sono costretti a giocare in un calendario molto congestionato. Le perdite sono state attorno ai 6,5 miliardi e 8,5 miliardi nelle due stagioni, circa 360 club di prima divisione hanno bisogno di soldi per una somma di circa 6 miliardi, i top 20 club per quanto riguarda il reddito hanno fronteggiato una perdita di 1.1 miliardi nella stagione 2019/20. Questa crisi grava sulle spalle di tutti i club. Negli ultimi mesi si è palesato un interesse da alcuni grandi soggetti a livello finanziario sul calcio, basta pensare a cosa sta tuttora succedendo in Italia con la trattativa con i fondi. Ma penso anche a tante altre situazioni, a partire dalle fughe di notizie sull’interesse di JP Morgan nella Superlega. Questi soggetti non sono interessati alla solidarietà, ma nei ritorni dagli investimenti. Se cambiamo, possiamo guardare a questi investimenti. Calcio, economia e politica sono al bivio. Dobbiamo intercettare queste possibilità e agire, altrimenti rischiamo di implodere. C’è del potenziale per un futuro luminoso. È nostro dovere quello di intercettare un cambiamento, altrimenti il rischio è quello di implodere».

Il tema dei fondi tiene sempre più banco, a maggior ragione con i bilanci stravolti dal Covid, mentre sul futuro delle competizioni la partita è ancora più aperta. «Dobbiamo mettere i tifosi al centro – rilancia Andrea Agnelli – perché il sistema attuale non è fatto per i tifosi moderni. Le ricerche dicono che almeno un terzo di loro seguono almeno due squadre; il 10% segue i giocatori, non i club, e questo è molto diverso rispetto a qualche anno fa. Due terzi di loro seguono le gare perché attratti dai grandi eventi.

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Fausto Gresini morto per Covid, aveva 60 anni. Da pilota e da manager ha fatto la storia del motociclismo

martedì, Febbraio 23rd, 2021

di Paolo Lorenzi

Fausto Gresini morto per Covid, aveva 60 anni. Da pilota e da manager ha fatto la storia del motociclismo

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«La notizia che non avremmo mai voluto darvi e che siamo costretti a scrivere. Dopo due mesi di lotta al Covid, Fausto Gresini ci lascia a 60 anni appena compiuti, Ciao Fausto». Così il Team Gresini annuncia la morte dell’ex pilota e manager della scuderia di motociclismo che porta il suo nome, deceduto martedì mattina all’ospedale di Bologna dove era ricoverato dal 27 dicembre. L’ex campione del mondo della 125 (due titoli nel 1985 e 1987) e team manager fra i più bravi, vincenti e famosi del Motomondiale sembrava essersi ripreso, ma aveva subito un improvviso peggioramento delle condizioni una settimana fa.

Un punto di riferimento

Per tutti era Fausto. Semplicemente Fausto. Nel paddock, che ha percorso per 38 anni, prima come pilota e poi come affermato manager, era un riferimento unico. Fausto conosceva tutti i piloti, alcuni dei quali aveva affrontato in pista, altri li aveva invece lanciati, accuditi, portati al successo. Fausto conosceva tutti i segreti del Circus iridato. Conosceva tutti i giornalisti per i quali era una miniera d’informazioni. Perché nulla gli sfuggiva, perché spesso era lui stesso il baricentro dei discorsi. Fausto faceva notizia e in ogni caso sapeva ciò che serviva sapere prima degli altri.

Due titoli mondiali

Forse fu più famoso nella seconda parte della sua carriera, ma è un’asserzione opinabile. Come pilota vinse due titoli in 125 (1985 e 1987) negli anni in cui l’Italia regnava nelle piccole cilindrate e aveva appena ritrovato un ruolo da protagonista in 500 con Lucchinelli e Uncini. Affrontò il re indiscusso della categoria, il 13 volte iridato Angel Nieto, ma i suoi avversari principali furono i connazionali: Pier Paolo Bianchi, Ezio Gianola, Luca Cadalora e infine Loris Capirossi.

Fausto Gresini con Loris Capirossi

Fausto Gresini con Loris Capirossi

Il rapporto con Capirossi

L’imolese fu il punto di svolta. Il loro incontro segnò la carriera di entrambi. Approdato alla Honda a fine carriera, Gresini aiutò il debuttante Loris a imporsi sulla scena. Da buon compagno di squadra e ormai fuori dai giochi iridati gli coprì le spalle nella gara che diede all’esordiente Loris il primo titolo mondiale nel ‘90. In Australia fece il diavolo a quattro tanto da prendersi persino i pugni sul casco da Spaan pur di aiutare Capirossi. Anni dopo, smessa la tuta, Fausto seguirà Loris nell’avventura in 500. Nel ’95 divenne il suo osservatore speciale, oggi si direbbe il «mental coach» (figura rilanciata da Cadalora con Rossi). Il seme di una carriera da manager fu lanciato in quell’esperienza e messa a fuoco nel ’96: un mini team nel garage di casa e gli amici del bar per far correre un ragazzino nel Trofeo Honda. «A un certo punto della mia carriera dovetti scegliere se diventare un vecchio pilota o un giovane manager»: nel ‘97, sfruttando il vuoto lasciato da Pileri, debuttava il team Gresini con Alex Barros, una Honda 500 e il sostegno della filiale brasiliana della casa giapponese.

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Luna Rossa batte Ineos 7-1 e vince la Prada Cup: ora la sfida con New Zealand in Coppa America

domenica, Febbraio 21st, 2021

di Gaia Piccardi

Luna Rossa batte Ineos 7-1 e vince la Prada Cup: ora la sfida con New Zealand in Coppa America

Con la Prada Cup in cambusa, la vita è più bella. È una domenica felice per Luna Rossa e tutto lo sport italiano: servivano due punti per chiudere 7-1 la serie di finale contro gli inglesi di Ineos e due punti, nella baia di Auckland, sono puntualmente arrivati nelle regate 7 e 8, confermando lo strapotere del team italiano sullo squadrone plurimedagliato in missione per conto di sua maestà la regina. Luna Rossa conquista così la Prada Cup, la selezione degli sfidanti al trofeo più antico dello sport, e va all’arrembaggio della 36esima Coppa America (6-22 marzo) contro i detentori di team New Zealand.

La sensazione non è nuova per Luna Rossa: è la seconda volta (su quattro finali) che la barca dell’armatore Patrizio Bertelli, ad di Prada, si aggiudica il passaggio obbligato verso l’America’s Cup. Stessa spiaggia, stesso mare: nel 2000, sempre nel Golfo di Hauraki, la Luna aveva vinto la battaglia navale con America One di Paul Cayard, il timoniere con i baffi del Moro di Venezia che aveva regalato all’Italia il successo in Vuitton Cup (l’allora Prada Cup) a San Diego nel ‘92, per poi arrendersi in Coppa America a Black Magic, l’imbattibile vascello nero dei kiwi.

Le ultime regate della serie di finale della Prada Cup sono, come le precedenti, senza storia. Ventuno anni dopo il trionfo 2000, dove tutto era iniziato, Luna Rossa alza al cielo la coppa diventando sfidante ufficiale all’America’s Cup dopo due prove dominate nell’aria leggera, l’habitat naturale della Luna. Ci sono 9-10 nodi sul campo di regata A di Auckland quando scatta la prima prova, settima della serie: l’attacco a due teste italiano, i timonieri Francesco Bruni e Jimmy Spithill, pretendono la destra in partenza e se la prendono, sono davanti al primo incrocio, applicano una marcatura asfissiante su Ineos che non ha scampo e ci mette del suo cadendo dai foil al primo cancello di poppa e perdendo drammaticamente terreno. Da lì in poi, dominio della Luna. 1’45” il delta finale. 6-1.
La seconda regata, l’ottava e ultima, non sfugge allo schema. Sul match point per Luna Rossa Ben Ainslie, timoniere di Ineos, gioca il tutto per tutto: tenta il corpo a corpo con Bruni e Spithill, volano le richieste di penalità, gli italiani per liberarsi dall’asfissiante morsa inglese tagliano in anticipo la linea di partenza e vengono sanzionati dai giudici. Luce verde per Ineos, che passa davanti al primo incrocio (una rarità) e va in marcatura, come da regole sacre del match race. Ma è Pietro Sibello, randista e tattico sull’Ac75 azzurro, a pescare un buono sul campo di regata.

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Bassino e Brignone a caccia dell’oro

lunedì, Febbraio 8th, 2021

A Cortina è tutto pronto per l’inizio dei Mondiali di sci, primo grande evento internazionale in era Covid. Serratissimo il calendario della rassegna con 12 gare in 14 giorni. Si parte lunedì con la combinata femminile, il cui programma è stato invertito a causa di una forte nevicata. Tra le big in pista Sofia Goggia non ci sarà a causa di una frattura del piatto tibiale, ma l’Italia potrà schierare comunque due punte di diamante come Federica Brignone e Marta Bassino, tra le favorite per il podio insieme a Petra Vlhova, Michelle Gisin e Mikaela Shiffrin

Getty Images

“Sto molto bene. Chiaramente avvicinandosi alle gare c’è un po’ di emozione e di tensione che si fa sentire, ma sono comunque tranquilla – ha spiegato la Bassino -. Ci hanno invertito lo slalom e sarà un po’ diverso. Spero che il tempo ce lo permetta”. “Penso di essere pronta, sappiamo tutti che il mondiale è una gara secca e come va va sicuramente mi sento pronta per affrontare tutto”, ha aggiunto. “Sto sempre meglio, mi sento bene – invece le parole di Federica Brignone -. Non so se cominciare con la combinata è un vantaggio. E’ una gara di un giorno, devo azzeccare tutto e deve funzionare tutto nel modo giusto”. “Per noi importante essere qui e dare il massimo – ha proseguito -. Spero di riuscire a dare tutto quello che ho e a esprimere sugli sci il mio 100% e col giusto atteggiamento”. 

Le due azzurre sono cariche e hanno voglia di fare subito ben, ma in pista dovranno vedersela con avversarie decisamente agguerrite come Gisin e Vlhova, ma anche Mikaela Shiffrin. “Nella combinata femminile c’è un livello incredibile – sottolinea Brignone che la scorsa stagione è stata tra le protagoniste della specialità -. Sarà difficile. E’ la gara di un giorno, quello che è successo prima non conta. bisogna essere fortissime in slalom e in superg. Si riparte da zero, come sempre d’altra parte”. 

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Passaporto vaccinale, il sì di palestre e piscine: «Così si rilancia lo sport»

domenica, Gennaio 24th, 2021

di Valeria Arnaldi

Piscine chiuse. Circoli con impianti sportivi inutilizzati. Palestre inaccessibili. Realtà imprenditoriali al collasso. E la richiesta di strumenti, come il passaporto vaccinale, per riaprire in sicurezza. Presto. «Sì al passaporto vaccinale e a qualsiasi strumento riconosciuto dai sanitari che consenta di riaprire presto e tornare alla normalità – dichiara Giorgio Averni, presidente del circolo Antico Tiro a Volo, a Roma – Ricevo continuamente telefonate di persone che vorrebbero poter accedere agli impianti sportivi e nonostante sappia bene quanto, in particolare per alcune, sarebbe importante e utile, sono costretto a dire no». A preoccupare è anche la situazione politica attuale. «Tutto quello che distoglie dai problemi veri è deprecabile – prosegue – non voglio dire che ci sia un’attenzione deliberatamente spostata su altro, ma la pandemia è un problema che ogni persona vive sulla propria pelle. Si dovrebbe guardare prima al benessere della gente e poi al dibattito politico, che peraltro dovrebbe avere come fine ultimo proprio il benessere delle persone».

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La questione è anche sociale. «Il passaporto vaccinale sarebbe, certamente, un bel mezzo per riaprire le attività – commenta Paolo Barelli, presidente Federazione Italiana Nuoto – occorre che ci siano i vaccini. Stando alle stime dei tecnici, forse per luglio avremo una percentuale alta di vaccinati. Temo, però, che a quel punto molte piscine saranno fallite. Lo sport non è solo quello dei grandi campioni, è un elemento essenziale per il benessere psicofisico delle persone e mi pare che questo sia stato dimenticato dalla politica». A ciò si aggiunge la questione economica. «Un impianto di medie dimensioni – spiega – ha, in media, come costi fissi circa 30/40mila euro al mese. Stiamo parlando di quasi mezzo milione in 12 mesi, ossia da quando le strutture sono chiuse. E per gli impianti grandi, i costi salgono a 60/70mila euro mensili. Come si può resistere così? Ad oggi, il 70% degli impianti per il nuoto è chiuso e la metà non riuscirà a riaprire. Il problema ci sarà anche in ottica agonistica. Ci sono ragazzi che si impegnavano costantemente, andando la mattina a scuola e il pomeriggio in piscina, che ormai da mesi non possono più farlo».

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Paolo Rossi, i funerali: campioni dell’82 portano feretro in Duomo

sabato, Dicembre 12th, 2020

Vicenza, 12 dicembre 2020 – E’ il giorno dell’ultimo saluto a Paolo Rossi, il Pablito eroe dell’Italia vincitrice del Mondiale del 1982, scomparso a 64 anni per una malattia che non gli ha dato scampo. Dopo la camera ardente di ieri, oggi si sono tenuti i funerali al Duomo di Vicenza. Lunghi applausi, accompagnati dal suono delle campane, hanno annunciato la fine della cerimonia funebre: la bara, chiara con la maglia azzurra della nazionale e la sciarpa della Lanerossi Vicenza, è uscita dalla chiesa portata a spalla dai campioni del mondo dell’82, così come era avvenuto all’ingresso. Davanti il figlio più grande di Pablito, Alessandro, con Antonio Cabrini, Marco Tardelli, Giancarlo Antognoni. Dietro la moglie Federica e le figlie Sofia Elena e Maria Vittoria. Presente anche il presidente della Federcalcio, Gravina.

Il funerale di Paolo Rossi nella cattedrale di Vicenza (Ansa)
Il funerale di Paolo Rossi nella cattedrale di Vicenza (Ansa)

All’interno del Duomo si sono radunate 250 persone e, tra i tanti volti coperti dalla mascherina, anche quelli di Lele Oriali e Dossena.  Le esequie sono state officiate dal monsignor Pierangelo Ruaro delegato del vescovo. 

“Ti allenerai nella Coverciano del cielo”

“Paolo ha vissuto la malattia con il garbo e la discrezione di sempre. La sua grandezza è stata di essere un fuoriclasse, ma mai un personaggio. Ora ti allenerai nella Coverciano del cielo“. Così il sacerdote don Pierangelo Ruaro, delegato dal vescovo di Vicenza, nell’omelia durante il funerale. “Proviamo a raccontare Paolo come cristiano – ha proseguito -. In una recente intervista diceva ‘appartengo ad una generazione per la quale i valori cristiani erano importanti. È stato chierichetto. Ha iniziato a giocare nella squadra messa su del prete della parrocchia.

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Addio a «Pablito» Rossi, è stato l’immagine di un Paese intero

giovedì, Dicembre 10th, 2020

di Daniele Dallera

Addio a «Pablito» Rossi, è stato l'immagine di un Paese intero

Il suo sorriso ci ha fatto compagnia, ad ogni suo gol braccia al cielo si festeggiava. Ed è stata grande la festa in Spagna, 1982, grazie a Paolo Rossi, Pablito per tutti. Campioni del mondo grazie ai suoi gol, spesso furtivi, nati sempre da un guizzo, costruiti con intelligenza e talento. Se ne va troppo presto, a 64 anni, tradito dal solito male. Ha combattuto, ma non ce l’ha fatta, nascondendo il suo dolore e le sue sofferenze.
stato l’immagine di un Paese intero, di una Nazionale che sapeva soffrire e vincere: quella di Enzo Bearzot. Ragazzi eccezionali, Cabrini, Tardelli, Graziani, Beppe Bergomi, tutti vestiti d’azzurro, ma lui era più eccezionale degli altri. Una faccia pulita, anche se sporcata dal calcio scommesse, da una lunga squalifica, dalla sofferenza per quel ginocchio che per un niente saltava, ma la sua faccia piaceva a tutti. Era diventato il giocatore più popolare del mondo, sicuramente per le sue vittorie e per le corse liberatorie dopo ogni gol, ma anche per un carattere donato alla compagnia. Enzo Bearzot lo aveva aspettato, aveva atteso la sua rinascita, contro e contro tutti: ha avuto ragione l’uomo con la pipa sempre accesa, dopo un inizio timido in quella Spagna mondiale, Paolo Rossi si è rivelato l’arma in più di quell’Italia capace di fare gruppo, di lottare contro il gossip, di chiudersi in silenzio, rispettarlo fino all’ultimo, perché era lì, in quelle poche parole dette tra loro, e solo a loro, in quei messaggi filtrati dal portierone Dino Zoff, il loro ambasciatore, l’unico che aveva diritto di parola, proprio lui che le aveva sempre centellinate, che è nata l’impresa Mondiale.

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Grazie a Paolo «Pablito» Rossi l’Italia cambiò umore

giovedì, Dicembre 10th, 2020

di Aldo Cazzullo

Grazie a Paolo «Pablito» Rossi l'Italia cambiò umore

«El hombre del partido es Paolo Rossi (ITA)». La scritta sul tabellone del Camp Nou – che allora era nuovo davvero – comparve mentre le squadre stavano ancora giocando. Era l’8 luglio 1982, a Barcellona l’Italia stava battendo la Polonia nella semifinale del Mundial con una doppietta del centravanti: quasi normale amministrazione dopo la vera impresa, i tre gol rifilati al Brasile. Quella scritta non celebrava soltanto un calciatore. Non soltanto una Nazionale, e una nazione, la nostra. Quella scritta chiudeva un’epoca, e ne inaugurava un’altra. Tre giorni dopo, lo stesso Rossi apriva le marcature nella finale con la Germania, e le feste in un’Italia all’improvviso irriconoscibile, stravolta dalla gioia e dall’emozione.

Grazie a Paolo Rossi, che tutti da quel momento e per sempre chiamarono Pablito – pareva davvero un ragazzino, e così l’abbiamo pensato sino all’ultimo, tanto che la notizia della sua morte ci pare impossibile -, l’Italia cambiò umore. Nella percezione comune, finivano gli anni di piombo e cominciavano davvero gli Anni 80: il riflusso, la febbre del sabato sera, il campionato di calcio più bello del mondo, la Milano da bere, eccetera eccetera.

Era una percezione; non la realtà. Il 1982 fu un anno terribile per il terrorismo. Ma quella festa collettiva era il segno che il Paese voleva voltare pagina, chiudere il tempo degli scontri di piazza, della violenza politica, della battaglia ideologica. Libero ognuno di distinguere il confine tra levità e superficialità, di coltivare nostalgie, di stilare graduatorie di valore, di dare il proprio giudizio; resta il fatto che è andata così.

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Spagna ‘82, tutti i gol di «Pablito»

giovedì, Dicembre 10th, 2020
Le sei reti dell’attaccante della Nazionale nell’estate spagnola | CorriereTv
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Calcio in lutto, è morto Paolo Rossi: l’eroe dei Mondiali dell’82

giovedì, Dicembre 10th, 2020

Il mondo del calcio piange un altro campione: è morto, stroncato da un tumore ai polmoni, Paolo Rossi, l’eroe dei Mondiali del 1982. “Pablito” portò la Nazionale italiana di Bearzot alla vittoria diventando capocannoniere della manifestazione, segnando anche una storica tripletta al Brasile. L’ex attaccante di Milan e Juventus, uno dei più grandi campioni della storia del nostro calcio, ha anche vinto il Pallone d’Oro nell’82. Aveva 64 anni.

Calcio in lutto, è morto Paolo Rossi

Paolo Rossi era nato a Prato, 64 anni fa, e aveva giocato con le maglie di Juventus, Vicenza, Como, Perugia, Milan, Verona. La partita più importante Paolo Rossi la giocò a Barcellona nella coppa del mondo in Spagna segnando ben tre gol al Brasile, nella partita decisiva per accedere in semifinale. Rossi segnò poi due gol alla Polonia e uno alla Germania nella finalissima allo stadio Bernabeu di Madrid. Paolo Rossi, insieme a Baggio e Vieri detiene il record di gol in azzurro ai Mondiali a quota 9. Con la Juve ha vinto due scudetti, una Coppa delle coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa dei Campioni, con il Vicenza un campionato di serie B. Dopo la carriera di calciatore Rossi ha lavorato a lungo per Mediaset e per la Rai come opinionista. Lascia la moglie, Federica, e tre figli: Sofia Elena, Maria Vittoria e Alessandro.

Paolo Rossi è stato l’unico calciatore al mondo che ha segnato tre gol al Brasile, quello “stellare” di Zico e Falcao ai Mondiali di Spagna ’82 vinti proprio dagli azzurri, che ha stregato Pelé (che lo scoprì durante il mondiale di Argentina e che ha dichiarato che l’unico vero rammarico è che “non abbia mai giocato nella sua squadra”, il Santos), uno dei quattro palloni d’oro italiani, Scarpa d’oro 1982, Scarpa d’argento 1978, Collare d’Oro (massima onorificenza per uno sportivo).

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