Italia-Francia: la spinta necessaria per l’Unione europea

di   Angelo Panebianco

È stato scritto che il trattato italo-francese appena firmato a Roma, oltre ad archiviare i recenti conflitti fra Italia e Francia, potrebbe preludere a un patto fra Germania, Francia, Italia. Sarebbe il primo passo verso quelle «cooperazioni rinforzate» di cui l’Europa ha bisogno per ottenere maggiore integrazione in campo economico-finanziario, della difesa europea, eccetera. Si spera che il divario (inevitabile) fra intenzioni e realtà non risulti troppo ampio. Soprattutto perché la cornice entro la quale si è sviluppata l’integrazione europea dopo la Seconda guerra mondiale, ossia il sistema delle alleanze occidentali, è sempre più in difficoltà.

Si osservi quanto sta accadendo al centro di quel sistema di alleanze: gli Stati Uniti. A pochi mesi dal suo insediamento, l’Amministrazione Biden è già fortemente indebolita. In caduta verticale di credibilità e prestigio tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Sul piano interno le divisioni fra radicali e moderati nel Partito democratico che Joe Biden non riesce a controllare e il risicato margine di vantaggio dei democratici rispetto ai repubblicani in Senato ne compromettono la capacità d’azione. Si prevede che le elezioni di midterm del novembre del prossimo anno registreranno una sconfitta del partito del presidente in carica. Come tante volte in passato. Ma adesso il tasso di polarizzazione politico-ideologica è così alto da rendere probabile la paralisi dell’Amministrazione.

Sul piano internazionale, la ritirata da Kabul di quest’estate ha colpito il prestigio degli Stati Uniti e ne ha minato la credibilità. Quando invaderemo l’isola — si chiedono i cinesi — gli americani saranno disposti a morire per Taiwan?

Si pensi a quella che avrebbe dovuto essere, stando alle dichiarazioni di Biden in campagna elettorale e dopo, l’impresa più qualificante degli Stati Uniti sul piano internazionale: la formazione, in stile wilsoniano (l’interventismo democratico nella tradizione americana), di una «alleanza delle democrazie» per contrastare i regimi autoritari. L’incontro del 9 e 10 dicembre convocato da Biden per dare corpo a quell’idea è già a rischio fallimento. Non solo perché i criteri con cui sono stati scelti i Paesi da coinvolgere hanno subito alimentato recriminazioni (degli esclusi) e perplessità fra gli osservatori (perché l’Ungheria no e la Polonia sì?). Soprattutto perché il progetto parte male: dopo avere lasciato l’Aghanistan in mano ai talebani dichiarando che non è più affare dell’America preoccuparsi di quanto avviene in quel Paese, la «lotta contro gli autoritarismi» ha perso credibilità. L’unica cosa che resta è che gli Stati Uniti chiedono appoggi nella competizione di potenza con la Russia e soprattutto la Cina. Ma questa è solo realpolitik. Non c’è bisogno di scomodare la retorica wilsoniana.

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