L’Aquila, fine della ricostruzione: una casa su 6 è ancora in macerie


A 12 anni dalla Grande Scossa si vive ancora di paradossi. Da un lato ci sono i buchi neri: il Duomo di San Massimo, la chiesa di Santa Maria Paganica, il palazzo comunale che ospitò Margherita d’Austria, il Convitto nazionale che è diventato la tomba di tre ragazzi, la storica Biblioteca Tommasi, il Forte Spagnolo e persino il Teatro che è stato casa di Gigi Proietti e Carmelo Bene. Dall’altro lato c’è la città che ha scommesso sulla conoscenza e sulla ricerca internazionale, attirando i migliori cervelli al Gran Sasso Institute e decidendo di fare del centro una sorta di college diffuso con il Collegio di merito Ferrante d’Aragona. Il futuro si gioca qui.

LE SPINE
A dodici anni dal sisma sono solo due, poi, le scuole ricostruite, quella di Arischia e la Mariele Ventre. Per il resto si va ancora a lezione nei moduli provvisori che a ottobre 2009 salvarono la città dalla grande migrazione. L’Università regge attorno ai 20 mila iscritti, ma negli ultimi giorni l’Azienda per il diritto allo Studio ha fatto sapere di voler chiudere il campus per studenti all’ex caserma Campomizzi: sarebbe diseconomico.
Allontanarsi dal centro significa imbattersi nel Progetto Case, le piastre antisismiche costruite da Bertolaso e Berlusconi. Vi abitano ancora 7.111 persone (sono state anche 15 mila) e ferve il dibattito tra riuso e demolizione. Molte frazioni attendono ancora l’apertura del primo cantiere e con loro molti borghi. I lavori privati sono terminati all’85 per cento, quelli pubblici al 50. Dietro c’è un territorio intero che ancora fa a cazzotti tra grandeur ed emergenza, tra i sogni e la realtà, tra l’ambizione di modernità e le case di legno.

IL MESSAGGERO

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