La lezione di Zavoli. Andare, vedere, raccontare

di MICHELE BRAMBILLA

Sergio Zavoli, scomparso ieri a 96 anni, era l’esatto contrario del comunicatore-tipo dei nostri giorni. Era colto, pacato, equilibrato, serio, non offendeva mai nessuno; non parlava mai di cose che non conosceva, non era superficiale, si documentava, andava a vedere che cosa era successo, parlava con i protagonisti e i testimoni di un fatto. Solo infine raccontava. Sergio Zavoli era un giornalista. Non c’è neppure bisogno di aggiungere “un grande” giornalista; credo che sarebbe d’accordo nel definirsi solo così, un giornalista. Come Montanelli, che volle intitolare la sua autobiografia “Soltanto un giornalista”

E come Enzo Biagi, suo grande amico. Il destino ha voluto in qualche modo accomunarli nel ricordo, visto che Zavoli è scomparso ieri 4 agosto e di Biagi ricorre il centenario della nascita domenica prossima, 9 agosto.

Giornalisti, tutti giornalisti. Una categoria da sempre discussa, da sempre oggetto di battute e sarcasmi, ma mai dileggiata anzi oltraggiata come negli ultimi anni, come in questi ultimi tempi in cui si è voluto far credere che chi lavora in un giornale lavora al servizio di chissà quali poteri forti, mentre invece sui social c’è democrazia, c’è libertà, c’è indipendenza. Balle. Nessun editore di giornali è più potente e oggi direi anzi onnipotente come i giganti del web, che tutto sanno di ciascuno di noi, che tutto controllano e che pochissimo pagano (in termini di tasse e diritti d’autore). Il tempo che scorre comincia però a fare un po’ di giustizia, e durante il lockdown la gente ha capito che informarsi solo sui social è un suicidio, perché gira di tutto e non c’è controllo di niente. I giornalisti conservano tutti i loro difetti, ma conservano (o almeno hanno il dovere di conservare) anche l’abitudine di andare a vedere che cosa è successo, di sentire i protagonisti e i testimoni, di verificare le fonti. Questa è la lezione di Zavoli ma ancor prima è l’architrave del mestiere. Uomini come Zavoli, Biagi e Montanelli dimostrano che la tecnologia è utilissima ma ci sarà sempre bisogno dell’uomo.

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