Inutile rinviare le scadenze. Moratoria fiscale per salvare le imprese

di DAVIDE NITROSI

Nessuno sarà lasciato solo, dicevano nei mesi tragici del lockdown. Promesse mirabolanti: “Lo Stato c’è e mette subito la sua potenza di fuoco nel motore dell’economia. Quando si rialza, l’Italia corre” annunciava Conte il 6 aprile. Peccato che l’Italia non solo non abbia ricominciato a correre (cosa che non fa da vent’anni, si guardi il pil), ma neppure si sia rialzata. Chi ha pensato male avrà fatto anche peccato ma ci ha azzeccato pure stavolta. Perché alla fine – tolta la pula della propaganda – la grande potenza di fuoco, quei milioni di italici moschetti, si è ridotta ai prestiti garantiti (comunque da restituire con tanto di interessi) e al rinvio per qualche settimana delle scadenze fiscali.

Altro che iniezioni di liquidità. Lo Stato esoso, che ha superato i 2.500 miliardi di debito e non ha risparmiato un euro con la spending review, si è rialzato ma invece di correre ha ricominciato a battere cassa. Il 20 luglio quattro milioni e mezzo di partite Iva dovranno versare il saldo 2019 e il primo acconto 2020 dell’Iva. Il bazooka del governo è un fucile a tappo: semplicemente il rinvio di 20 giorni dell’imposta, comunque da pagare senza tenere conto che gli autonomi sono in ginocchio, con riserve di liquidità esaurite dopo mesi di stop forzato e attività ridotte dalle regole anti contagio. Se davvero si volessero aiutare artigiani, autonomi e imprese, ci vuole coraggio: anche con una moratoria fiscale straordinaria. L’eccezionalità del momento richiede sforzi eccezionali, non solo parole e promesse. A che cosa serve sforare i parametri europei, aumentare il debito pubblico, sfidare le regole contabili, se non si trasforma il tutto in carburante per l’Italia che lavora e produce?

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