Un’infermiera, un ragazzino e mille mostri

La reclusione di sei anni e sei mesi inflitta all’infermiera di Prato colpevole di essersi intrattenuta e riprodotta con un tredicenne, dimostra che la serie di interviste promosse da Huffington (a Gherardo Colombo, Luciano Violante, Giovanni Maria Flick e Giuseppe Pignatone) sull’ossessivo e barbarico ricorso al carcere non erano filosofia dell’ammazzacaffè, speculazione da parigini, boccate di sigaro mentre fuori infuria il crimine. Erano e sono il tentativo di pensare alla democrazia che siamo e dovremmo diventare, all’idea della libertà, e della privazione della libertà che ogni volta è una sconfitta della democrazia, inevitabile, e dalla quale bisognerebbe ripartire per rimediare. La premessa irrinunciabile si conclude con un’annotazione: da un paio di decenni in Italia si commettono sempre meno reati, e da un paio di decenni cresce il numero dei detenuti; da un paio di decenni in Italia diminuiscono i delitti punibili con l’ergastolo, e da un paio di decenni si commina una quantità crescente di ergastoli. In che direzione vogliamo andare, precisamente?

La storia dell’infermiera di Prato e del suo giovanissimo amante è devastante, da qualsiasi prospettiva la si osservi. Innanzitutto, meglio dirlo subito, è devastante nella prospettiva dell’informazione. La storia l’abbiamo raccontata col gusto impietoso del dettaglio, ne abbiamo fatto un feuilleton senza l’arte di Dumas, tutti lì attaccati ad aspettare il colpo di scena, l’occasione dello sbalordimento e dell’indignazione, ne abbiamo fatto entertainment con l’alibi del diritto di cronaca, e il lavaggio a secco della coscienza è stata l’ipocrita accortezza di omettere i nomi: che nessuno sia riconoscibile! Cioè, sentite qua: c’è un’infermiera di Prato, con un marito e un figlio sui dieci anni, la quale dà ripetizioni d’inglese al ragazzino vicino di casa, fra i due succede qualcosa, lei resta incinta, partorisce, il marito decide di riconoscere un bimbo non suo e tutti si augurano che la cosa finisca lì. E invece no, e così noi accorriamo a penna sguainata per sbatacchiare il mostro dove dev’essere sbatacchiato. Ma con tutti i crismi della deontologia, accidenti. E ci mancherebbe. Nessun nome, per carità. E io che vivo a Roma, tu all’Aquila, tu a Isernia, tu a Pordenone: potevano scriverci i nomi tali e quali, spiattellati proprio, Gino Rossi, Gigi Verdi, Pina Bianchi, che cambiava a noi? Chi avremmo mai riconosciuto? Ma quelli di Prato, a loro i nomi non li metti ma loro non ne hanno bisogno: loro riconoscono lo stesso. Sanno precisamente di chi stiamo parlando, dove vive questo e quello, l’indirizzo esatto, sanno tutto di tutto anche senza nomi. Capolavoro!

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