Prigionieri e fragili

Come in “nuovo lockdown”, che si è trasferito dal paese al sistema politico, prigioniero della sua fragilità, in un permanente gioco di specchi: un giorno si evocano le elezioni, sdoganate dal governo e ora cavalcate dalle opposizioni, pur sapendo che sono impraticabili in un paese infetto. Neanche il “rimpasto”, affascinate e bizantino rituale d’antan, appare praticabile, nonostante la pressione del corpaccione del Pd di fronte alle performance non proprio entusiasmanti di parecchi ministri, non solo della Azzolina, perché ci vorrebbe una certa arte a pilotare una crisi: “Qua – spiegano ai piani alti del Nazareno –si fa fatica a chiudere un decreto con una valanga di soldi, figuriamoci a mettere mano al governo”.

Anche l’amaro e disincantato spirito del Quirinale secondo cui, in fondo, questo governo è il minore dei mali, perché l’alternativa o non c’è o rischia di essere peggio della situazione attuale, racconta di un principio di default  politico, reso plastico nelle ultime 48 ore: un decretone che si limita a fotografare una società corporativizzata, figlio di una coalizione in cui ognuno parla a un pezzo della società, senza un afflato unitario e un orizzonte di ricostruzione che tenga assieme il paese. E questo accade proprio mentre riaprono i confini di Austria, Francia, Germania, una sorta di piccola Europa del libero scambio, da cui sono fuori l’Italia e la Spagna.

Il principio di default è in questa coabitazione forzata di due forze che mai si sono trasformate in una alleanza politica, neanche nel momento in cui la necessità avrebbe potuto imporsi sulla virtù, in nome di un grande obiettivo nazionale. E, al tempo stesso, nell’assenza di una alternativa politica perché è evidente che la parola elezioni rientra nel novero delle “chiacchiere” più che delle “ipotesi”, in un quadro in cui non solo c’è l’emergenza sanitaria ma, non è un dettaglio, è vigente una legge elettorale che consegnerebbe il paese alla destra.

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