La scelta di Matteo Renzi e il rischio di instabilità

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di   Antonio Polito

Perché lo fai? Perché è la mia natura. Verrebbe da evocare lo scorpione della favola di Esopo per spiegare la scelta di Matteo Renzi, che subito dopo aver spinto il Pd al governo con i grillini, se ne va portandosi via due ministri, un sottosegretario e dai 30 ai 40 parlamentari. Non è infatti chiaro che cosa lo divida così tanto dal suo ex partito da averlo costretto ad andarsene. Non certo l’idiosincrasia per i Cinquestelle, visto che è stato lui a trascinare Zingaretti all’accordo con Grillo. Nè la separazione può essere motivata da uno scivolamento a sinistra del Pd, se Renzi stesso sostiene che a comandare lì è Franceschini, tutt’altro che un Che Guevara. Però in politica più del «narcisismo» evocato da Grillo conta la volontà di potenza. Renzi sta provando a diventare il Ghino di Tacco di questa legislatura, per usare il soprannome che si diede Craxi quando tentò di infilarsi come terza forza nel predominio dei partiti maggiori. Fa spuntare dal nulla una nuova componente del governo, trasformandolo in un tricolore all’insaputa del premier; e l’obiettivo è poter dire la sua su tutti i dossier che contano. Tra questi ce ne sono di inconfessabili, come le nomine negli enti, ma anche di già dichiarati, come la partita della fusione tra Leonardo e Finmeccanica.

Il fatto è che Renzi non ha mai superato il trauma della sconfitta nel referendum del 2016. Non se ne è mai dato una spiegazione politica, e dunque la considera un’ingiustizia della storia, il frutto di un destino cinico e baro. Le sue indubbie doti di leader lo spingono a ritenere che deve essere un numero uno. E se non può esserlo più nel suo partito, allora se ne fa un altro. Il governo andrà avanti: la maggioranza resta identica dal punto di vista numerico. Ma è più instabile, perché i patti iniziali sono già cambiati.

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