Otto ore di battaglia sulla riforma della giustizia che passa “salvo intese”. Scontro sulla prescrizione

Il capitolo del processo penale è quello divisivo, soprattutto per quanto riguarda i tempi delle indagini preliminari. Con l’entrata in vigore dello stop alla prescrizione dal primo gennaio del 2020 è necessario fissare un limite di tempo. Al centro c’è il premier Conte, avvocato ed esperto della materia, nel disperato tentativo di mediare.

La giornata è stata vissuta al cardiopalma. Sono le dieci di sera quando nelle stanze di palazzo Chigi arriva lo “spuntino”. Sui carrelli ci sono tramezzini, acqua e qualcos’altro per rifocillarsi. Il Consiglio dei ministri, iniziato dopo le 16, con oltre un’ora di ritardo, si ferma per la seconda volta. I partecipanti ne approfittano per andare in bagno. Una pausa di pochi minuti. Nulla rispetto a quella ben più lunga durante la quale è andato in scena il grande scontro tra i vertici gialloverdi sulla riforma della giustizia.

Per il tutto il giorno la sede del governo è un campo di battaglia. Riunioni no stop, vertici uno dopo l’altro. Ristretti e allargati, con tecnici e senza per oltre dieci ore. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede litiga con Giulia Bongiorno che per la Lega tiene in mano il dossier. Tutto ciò viene anticipato da un duro botta e risposta tra il titolare del Viminale Matteo Salvini e il capo M5s Luigi Di Maio.

Il leader leghista considera “acqua fresca” la riforma targata Bonafede. Di Maio risponde facendo il verso all’alleato: “Ho sentito dire troppi ‘no’. Sarebbe grave se qualcuno la bloccasse. Siamo davanti a una riforma epocale”. E poi ancora Bonafede che prova a difendere la sua riforma che tuttavia è stata smontata, praticamente asfaltata, dalla ministra Bongiorno: “ Questa riforma dimezza i tempi dei processi, favorisce l’economia e gli investimenti, dà tempi certi a chi è coinvolto in un processo e rompe finalmente i rapporti torbidi tra magistratura e politica”, sostiene il titolare di via Arenula.

Queste sono solo le parole che anticipato l’ingresso a Palazzo Chigi. All’interno la tensione non può che crescere di ora in ora. Il Consiglio dei ministri deve riunirsi e deve farlo anche in fretta per approvare alcune leggi regionali in scadenza. Un incontro di cinque minuti ed ecco la prima pausa. In questo clima il presidente del Consiglio vede i suoi vicepremier. Li invita a ragionare ma le distanze restano. “Che facciamo?”, si chiedono tutti gli altri ministri rimasti ad aspettare mentre i diretti interessati litigano nel giorno in cui la Lega subisce la notizia di un’altra indagine a carico di Armando Siri.

Salvini prova a far parlare di altro. La Lega ha lanciato l’offensiva contro i 5 Stelle scegliendo come campo la riforma della giustizia per distogliere l’attenzione. Il leader leghista fa subito il punto con il ministro Bongiorno e con i sottosegretari Molteni e Morrone, che già aveva incontrato in mattinata al Viminale. È stata la ministra della Pubblica amministrazione a smontare l’intera riforma scritta da Bonafede e infatti, durante il facebook live, Salvini ha tenuto in mano un foglietto con gli appunti dettati dalla responsabile leghista sui temi della giustizia. Nello stesso tempo il capo politico M5s incontra i suoi. Le delegazioni al seguito dei ministri raccontano di un clima surreale.

Parole più dure di quelle utilizzate da Salvini sarebbe difficile immaginarle: “È il momento del coraggio, delle grandi riforme, non delle riformine sia sul piano della giustizia che del fisco”. Insomma, “la riforma non c’è”. In particolare “non prevede interventi incisivi come la separazione delle carriere, i criteri di assunzione dei magistrati, non ci sono sanzioni disciplinari per chi non rispetta i tempi delle indagini”. Si entra quindi nel merito dei temi. La separazione delle carriere, viene fatto notare dal ministro Bonafede, non può rientrare nel disegno di legge delega poiché serve una riforma costituzionale. Il tema intercettazioni neanche viene affrontato considerate le distanze.

Sul processo penale si litiga. Da qui dipende l’entrata in vigore dello stop alla prescrizione il primo gennaio 2020. Per questa ragione la riforma diventa fondamentale e secondo diverse fonti grilline sarebbe questa la ragione dello stop impresso da Salvini.

Nella proposta del ministro Bonafede la durata delle indagini preliminari va da un minimo di 6 mesi, per i reati per i quali è prevista la sola pena pecuniaria o la detenzione fino a tre anni, a 18 mesi per i reati più gravi, quelli indicati nell’articolo 407 del codice di procedura penale, mentre è di un anno per tutti gli altri casi. Il pubblico ministero può chiedere al giudice la proroga del termine una sola volta e per un tempo non superiore a sei mesi.

A metà pomeriggio, dopo il primo vertice politico, per l’esattezza intorno alle 18, il Movimento 5 Stelle lascia trapelare che un’intesa sarebbe stata trovata ed è per questo che il Consiglio dei ministri è di nuovo riunito. C’è chi si spinge oltre. Si starebbe addirittura ragionando su una conferenza stampa da tenere nella sala dei galeoni del primo piano di Palazzo Chigi, quella, per intendersi, dei grandi eventi. Ma, nella riunione con tutti i ministri, i leghisti alzano di nuovo un muro. Resta tutto fermo per ore, poi si chiude con questo fantomatico “salvo intese” e i microfoni, che sarebbero serviti per annunciare in pompa magna l’approvazione della riforma, vengono rimessi al loro posto.

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