Segnali di risvegli a sinistra in Europa

Quando i nazisti la invasero il 9 aprile del 1940, il re Cristiano X restò al suo posto (a differenza di quel che fece Haakon VII di Norvegia, fuggito in Gran Bretagna): ogni mattina nonostante l’età avanzata andava a cavallo, senza scorta, per le strade di Copenaghen in segno di rassicurazione dei suoi concittadini e quando Hitler stabilì che anche gli ebrei danesi avrebbero dovuto rendersi «riconoscibili» con una stella gialla, il sovrano annunciò che quella stella l’avrebbe «indossata» anche lui. Mette Frederiksen non ha voluto presentarsi come erede di Cristiano X o della Holger Danske, il principale gruppo della resistenza danese, e anzi ha annunciato esplicitamente che, in caso di vittoria, non avrebbe messo in discussione le misure del precedente governo in materia di migranti. In tal modo ha disinnescato la mina che impensierisce tutti i Paesi europei, evitando che la vigilia delle elezioni fosse incentrata sui temi dell’immigrazione o della sicurezza. E ha così lasciato campo libero al dibattito sul welfare, suo cavallo di battaglia. Gli elettori l’hanno premiata. Anzi, a dire il vero più che premiare lei (vincitrice sì, ma di misura), hanno lasciato fuori gioco la destra estrema la quale, resa afona sui migranti, è rimasta ai bordi del campo da gioco.

Non è la prima volta che accade una cosa del genere. A Madrid, il socialista Pedro Sánchez — forse per farsi perdonare il «se limpia la mano» (uno sfortunato video della campagna elettorale del 2016 in cui si puliva la mano dopo aver stretto quelle di alcuni immigrati) — giunto al potere nel giugno del 2018 – aveva varato un piano di accoglienza molto generoso. Piano che prevedeva l’ospitalità agli africani stipati nelle navi delle Ong respinte dall’Italia (Aquarius, Open Arms). Risultato: a fine 2018 era stato costretto a registrare oltre il doppio degli ingressi rispetto all’anno precedente. L’effetto era stato immediato: alle elezioni andaluse di dicembre, un gruppo di estrema destra, Vox, aveva ottenuto un considerevole successo. Con grande rapidità Pedro Sánchez aveva allora modificato la propria politica senza concedere niente di sostanziale (o concedendo pochissimo) al populismo sovranista ma facendo diventare la regola quella maggiore severità già sperimentata a fine novembre con il peschereccio «Nuestra Madre de Loreto» che ospitava undici fuggitivi dall’Africa e fu dirottato verso Malta.

Anche Pedro Sánchez, come la Frederiksen, quando Vox si è prepotentemente affacciata sulla scena politica spagnola — pur essendo lui stesso impegnato in una dura battaglia per la riesumazione della salma di Francisco Franco dal mausoleo nella Valle de los Caídos e il suo trasferimento nel cimitero El Pardo di Madrid — ha rinunciato ad evocare il fantasma del dittatore. Nessun richiamo da parte sua ad una possibile riproposizione del regime autoritario che afflisse la Spagna dal 1939 al 1975. Contemporaneamente il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska si è impegnato in un importante viaggio nell’Africa subsahariana per coinvolgere alcuni Stati, a partire da Guinea e Gambia, in un piano di espansione economica e soprattutto di lotta alle bande armate artefici della tratta dei migranti. E la sottosegretaria all’immigrazione Consuelo Rumí, a Bruxelles, si è prodigata per sbloccare i fondi al Marocco, Paese destinato ad avere una parte essenziale nel contrasto alla tratta di cui si è detto. Risultato: alle elezioni di primavera (28 aprile le politiche, 26 maggio le europee) i socialisti hanno beneficiato di questa svolta e la crescita di Vox s’è interrotta fermandosi al 6 per cento.

Anche in questo caso ciò che andrebbe messo in evidenza non è tanto il supposto «premio» per una sinistra che si è fatta meno flessibile nei confronti dei migranti (cosa non vera, se non in minima parte), bensì l’essere riusciti, quei due partiti socialisti, in virtù di una esibizione di fermezza ad evitare che sicurezza e migrazioni divenissero – come accade regolarmente quasi dappertutto in Europa – epicentro dello scontro elettorale.

Può risultare strano a questo punto che il primo Paese in cui la sinistra aveva sperimentato quella che oggi è la soluzione danese o spagnola sia stato l’Italia con l’attività di Marco Minniti come Ministro dell’Interno nell’estate del 2017. Strano perché, a differenza di quel che è accaduto in Spagna e Danimarca, qui da noi le conseguenze sono state catastrofiche per il partito di Minniti e hanno premiato invece il fronte sovranista. Perché? Si può osservare che Mette Frederiksen e Pedro Sánchez erano capi dei rispettivi partiti nonché candidati alla guida del governo e, in virtù di ciò, al momento della campagna elettorale hanno potuto spiegare e difendere le loro scelte coinvolgendo l’intero apparato. Minniti, invece, al momento delle elezioni del 2018 si è trovato piuttosto isolato in un partito che quasi manifestava imbarazzo per il suo operato. E nell’anno successivo le cose non sono andate granché meglio, anzi Minniti è stato quasi accusato di aver aperto la strada a Matteo Salvini. Ma qualora la sinistra italiana ritenga meritevoli di attenzione le lezioni di Frederiksen e Sánchez (se non altro perché vincenti), dovrà per forza partire da una riconsiderazione dell’esperienza del suo ultimo Ministro dell’Interno. Una pubblica riconsiderazione.

CORRIERE.IT

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