L’«arbitro» Conte ora si muove da leader. Vedrà Salvini ed è pronto alla revoca di Siri

di Tommaso Labate

Armando Siri e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)

«Entro la fine della giornata devo parlare con Armando Siri, appena torno dalla Cina dovremo parlarci. Da soli, io e lui». Quando tutto sarà finito, a prescindere dal finale che il destino sceglierà per questa latente crisi di governo, uno degli snodi cruciali di tutto il racconto sarà stato il momento in cui ieri Giuseppe Conte ha chiesto agli addetti di Palazzo Chigi di cercargli Siri. Come se per un istante tutti i convitati di pietra fossero spariti dalla circolazione, a cominciare da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, nel contatto tra i due sono iniziate a cadere le prime carte in tavola.

A cominciare ovviamente dal presidente del Consiglio, a cui è toccata la prima mossa. Svestiti per un attimo i panni dell’autoproclamatosi «avvocato degli italiani», di fronte al sottosegretario alle Infrastrutture Conte si prepara a indossare quelli del pubblico ministero. Con tanto di domande già pronte, dall’interesse per l’eolico ai rapporti con Arata. Nella clessidra ci sono granelli di sabbia per cinque giorni, visto che il premier tornerà dalla Cina domenica sera; esauriti questi, se non saranno emersi elementi nuovi in grado di «scagionare» Siri, si passerà a quel faccia a faccia con un risultato che sembra scontato. Una moral suasion volta a convincere il leghista a fare un passo indietro. Senza di questa, si arriverà alla revoca della nomina a sottosegretario.

«Cambio di rotta»

Costituzione alla mano, Conte lo sa benissimo, il provvedimento deve portare la firma del capo dello Stato. Non è un caso se, sulla sua scrivania a Palazzo Chigi, si sia materializzato ieri un precedente del 2002, quando Carlo Azeglio Ciampi aveva firmato il «foglio di uscita» dal governo dell’allora sottosegretario ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi, entrato in rotta di collisione con l’esecutivo guidato allora da Silvio Berlusconi. Siri o non Siri, crisi o non crisi, Conte ha già cambiato la propria parte in commedia. Da «arbitro» tra i gialli e i verdi, ormai, si muove come un leader del Movimento Cinque Stelle vero e proprio. Da giorni raccoglie le lamentele dei pentastellati di governo e Parlamento sul «cambio di rotta» della Lega. E invece che smussare gli angoli, sottoscrive e annuisce. «La Lega è tornata a fare la Lega Nord, che disprezza il Sud e considera Roma “ladrona”», gli ha detto un ministro. E ancora: «Non volevano affatto che si tenesse il Consiglio dei ministri in Calabria». Conte condivide, tutto. Dai gruppi parlamentari del Movimento Cinque Stelle gli hanno riferito i malumori di alcuni esponenti del Carroccio contrari alla sua idea di aumentare del 6% la spesa per il Sud. «Loro dicono neanche un euro in più? Finché sarò qua io, farò di tutto per ridurre lo squilibrio che danneggia il Mezzogiorno».

Ritorno all’avvocatura

A Palazzo Chigi dicono che la scelta dell’unico giro di valzer come premier, «quella era e quella rimane». Ma l’anti-Salvini del M5S del futuro — con Di Maio troppo coinvolto nella partita e Alessandro Di Battista ormai a bordo campo — rischia di diventare proprio lui, l’attuale premier. Lo confermano ai piani altissimi del Movimento. «Finita questa esperienza, lui vorrà tornare a fare l’avvocato e il professore. Ma noi potremmo avere ancora bisogno di lui». Poche parole, la spia di una storia che sta per cambiare. Forse presto, molto presto.

CORRIERE.IT

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